Ucraina, emergenza idrica nelle zone dell’est. La denuncia dell’Unicef. Come in Crimea Kiev taglia le forniture Autore: fabio sebastiani da:controlacrisi.org

L’Unicef lancia un allarme sulla mancanza d’acqua nell’est dell’Ucraina: fino a 1,3 milioni di bambini e adulti si trovano ad affrontare una grave crisi idrica, a causa delle condutture danneggiate o distrutte e della grave scarsita’ di acqua potabile. “L’acqua e’ una delle piu’ importanti necessita’ per i bambini e gli adulti in Ucraina orientale. Si stima che fino a 1,3 milioni di persone nelle zone colpite dal conflitto nelle regioni di Donetsk e Luhansk hanno difficolta’ ad ottenere acqua potabile sicura”, ha detto Giovanna Barberis, Rappresentante Unicef in Ucraina. Dall’inizio del conflitto nel marzo 2014, circa 1,4 milioni di persone sono sfollate in Ucraina, di cui almeno 174.000 bambini. La crisi umanitaria in Ucraina orientale ha colpito di piu’ di 5 milioni di persone, tra cui 1,7 milioni di bambini.
Oltre 470.000 persone, tra cui 118.000 bambini, devono affrontare gravi problemi di accesso all’acqua potabile nelle zone di Luhansk. Molte famiglie si avvalgono di autotrasporti o si recano nei villaggi vicini per prendere l’acqua dai pozzi ancora funzionanti.
Mariupol, una citta’ di 500.000 persone nella regione di Donetsk sotto il controllo del governo, non riceve l’acqua dal canale Severskiy Donets-Donbass, che e’ stato danneggiato dai bombardamenti di Kiev. La citta’ oggi fa affidamento su un serbatoio d’acqua di riserva che si sta rapidamente esaurendo. Con le poche piogge delle ultime settimane e le calde temperature estive, le condizioni sono sempre piu’ difficili per i residenti.
Quando i condotti funzionano ci pensa il Governo centrale ad impedire l’erogazione. Il governatore designato dal governo di Kiev per l’oblast di Luhansk, Guennadi Moskal, ha ordinato nei giorni scorsi che sia bloccata l’erogazione dell’acqua ai territori della regione ucraina controllati dai separatisti filorussi. Un anno fa Kiev fece la stessa cosa con la Crimea.
L’Unicef ha lanciato un appello per raccogliere 55,8 milioni di dollari, cifra indispensabile per rispondere ai bisogni umanitari urgenti di bambini e famiglie nell’Ucraina orientale di qui alla fine dell’anno. Ad oggi, sono stati ricevuti soltanto 10,4 milioni di dollari, pari al 19% dell’appello.Senza finanziamenti significativi e immediati da parte dei donatori internazionali, l’Unicef non sarà purtroppo in grado di continuare a fornire acqua potabile alle famiglie colpite dalla crisi.

Annunci

Appello alla Corte Europea per i Diritti Umani – Comitato per la Liberazione di Kharkiv (K-27), Comunità dei giornalisti di Ucraina e Unione dei prigionieri e rifugiati politici di Ucraina

foto di Comitato per il Donbass Antinazista.
foto di Comitato per il Donbass Antinazista.
foto di Comitato per il Donbass Antinazista.

Appello alla Corte Europea per i Diritti Umani – Comitato per la Liberazione di Kharkiv (K-27), Comunità dei giornalisti di Ucraina e Unione dei prigionieri e rifugiati politici di Ucraina

Da molti mesi le autorità ucraine hanno violato la Dichiarazione Universale dei Diritti e delle Liberà, che garantiscono il diritto di tutti di ricevere e fornire informazioni.
In Ucraina gli editori, i giornalisti e i blogger ora rischiano la vita.
La morte del giornalista Gongadze fece diventare Leonid Kuchma, ex Presidente dell’Ucraina, un paria tra i politici europei. Tuttavia la persecuzione dei giornalisti per via delle loro opinioni politiche ai tempi di Kuchma e Yanukovich era una cosa inimmaginabile.
Oggi, la morte di molti giornalisti e l’arresto di chi lavora nei media di opposizione in Ucraina non hanno causato una risposta simile da parte della comunità internazionale.
E non hanno avuto nessuna condanna in Europa l’arresto del giornalista Kotsaba per la sua opposizione alla guerra, l’arresto del giornalista Mashkin per una intervista con la televisione russa, l’arresto dell’editore Bondarchuk per un’intervista pubblicata nel suo giornale, l’arresto di Sergei Yudaev e di Dmitry Pigarev del giornale ucraino per i diritti umani, così come altri arresti di dozzine di giornalisti.
E men che meno la comunità internazionale ha riservato alcuna attenzione alla morte di oppositori politici come Kalashnikov – per aver messo i suoi dati personali nel sito “Peacemaker” – e la morte di molti giornalisti come Sergey Dolgov, il fondatore del giornale ”Ritorno nell’URSS”.
L’Unione dei prigionieri e rifugiati politici di Ucraina dichiara: in Ucraina ora regna il più duro regime totalitario e gli oppositori politici vengono messi a tacere con ogni mezzo, anche con l’eliminazione fisica.
I diritti e le libertà sono minacciati in tutto il mondo dalla sempre più diffusa impunità per i crimini contro la libertà di espressione.
Noi ci appelliamo alla Corte Europea per i Diritti umani affinchè alzi la propria voce in difesa dei Diritti Umani in Ucraina.
Noi siamo motivati da una solidarietà di categoria e dalla consapevolezza che la libertà di espressione è la chiave per proteggere i diritti civili e preservare la democrazia.

Comitato per la Liberazione di Kharkiv (K-27),
Comunità dei giornalisti di Ucraina
Unione dei prigionieri e rifugiati politici di Ucraina

Dossier Odessa da: www.resistenze.org – popoli resistenti – ucraina – 06-05-15 – n. 542

 


Nico Macce | carmillaonline.com

05/05/2015

Immaginatevi centinaia di squadristi che attaccano e incendiano la camera del lavoro della vostra città, immaginatevi che all’interno di questo edificio brucino vive decine di persone, che quelli che cercano di scappare fuori vengono assassinati all’esterno a colpi di mazza. E infine, immaginate gli squadristi entrare nella camera del lavoro ancora fumante, a finire i superstiti.
Questi fatti sono accaduti un anno fa, il 2 maggio, a Odessa. Non in Ruanda, ma in Ucraina, Europa.

Altro che qualche auto e banca bruciata in centro a Milano! Con l’assalto alla casa dei Sindacati di Odessa, mi riferisco a una strage, un orrendo eccidio, un crimine taciuto e minimizzato dai nostri media ufficiali (come nel resto dell’Occidente). Gli stessi così zelanti a stigmatizzare ogni cacata di cane che imbratti i salotti buoni dell’ennesima fiera del profitto e che in questi giorni ci ha fatto vedere le vetrine rotte milanesi da ogni angolo possibile e immaginabile. Media che però sono censori e falsi verso fatti macroscopici come i pogrom nazisti in Ucraina. Il che mi porta a dire che questo giornalismo dei grandi network e delle testate controllate dai gruppi finanziari non può rappresentare la coscienza democratica di un paese civile. Non ne ha più la cifra etica già da molto tempo.

Su questo evento mi sono già espresso qui e sulla questione Ucraina qui.
Ma ciò che mi preme sottolineare è che il massacro alla Casa dei Sindacati di Odessa, perpetrata il 2 maggio 2014 dagli squadroni di Pravy Sektor e Svoboda, le principali organizzazioni naziste in Ucraina da Euromaidan in poi, resterà un’infamia dei governanti di USA e UE, incisa nella coscienza collettiva di questo continente. Non solo: rappresenta un salto di qualità nella repressione e nel terrorismo di Stato. Perché da questi fatti ucraini, il nazismo ritorna in Europa come strumento delle potenze imperialiste e militariste occidentali. Un altro passaggio preoccupante nella degenerazione autoritaria dei sistemi democratici usciti dalla seconda guerra mondiale in Europa, con assetti ed equilibri sociali che vedevano nel protagonismo dei movimenti operai e antifascisti gli anticorpi contro il ritorno della peste nera.

Ora l’argine si è rotto: non solo nelle politiche neoliberiste della Troika, ma anche nelle dinamiche che informano la tendenza sia alla guerra interna, sociale, fatta di repressione, che di guerra esterna, tra campi avversi delle potenze capitaliste. E il fascismo torna a proiettare la sua triste ombra nello scenario politico del continente, in forme nuove, inedite, ben studiate, calibrate in base alla situazione concreta. Nei centri dell’Occidente sono tali da non disturbare l’apparenza di una democrazia ridotta a guscio vuoto. Negli stati periferici, dove avviene l’urto militare con l’avversario, dove l’escalation bellica azzera ogni mediazione, mostrano il loro vero volto sanguinario.

Il contesto
Come si arriva questa strage?
I gruppi paramilitari nazisti, nati il golpe spacciato per “rivoluzione democratica”, voluto, pagato, ordito, armato dalle intelligence USA e dell’UE, già da mesi effettuavano pogrom, linciavano e assassinavano gli oppositori, chiudevano sedi politiche, gettavano nel terrore la popolazione russofona dell’Ucraina, riportavano in auge il boia criminale Stephan Bandera, l’icona del nazionalismo filonazista al servizio del Terzo Reich.
Lo potevano fare in quanto braccio militare e terroristico della giunta golpista ucraina, con il sostegno delle cancellerie dei paesi NATO, dei loro servizi di intelligence e i loro consiglieri militari.

Perché questa strage
Il massacro di Odessa, nasce come repressione preordinata e pianificata sulle opposizioni, con la finalità di terrorizzare tutti coloro che stavano trovando nella rivolta in Novorossiya e nel ritorno a suffragio popolare della Crimea alla Russia di due mesi prima, un’alternativa al totalitarismo nazista. In quei giorni si era alla vigilia del referendum secessionista nelle regioni di Donetsk e Lugansk. La scelta fatta dai gruppi dirigenti golpisti è stata quella del terrore.

I fatti
Il 2 maggio, un gruppo di manifestanti oppositori alla giunta di Kiev viene attaccato da quella che apparentemente sembrava essere una folla calcistica, estremisti di destra, arrivati in città per la partita di calcio Odessa – Kharkiv. Gli oppositori si rifugiano dentro la Casa dei Sindacati, che viene circondata dalla folla. A questo punto entrano in azione veri e propri gruppi paramilitari, che bloccano l’ingresso del palazzo e iniziano a incendiarlo con un fitto lancio di bottiglie molotov. La pianificazione del massacro emerge da una serie di dettagli che vanno da provocatori che prima dell’azione indossavano insegne da federalisti, la cosiddetta tattica della “false flag”, a personaggi sulla sommità dell’edificio in possesso delle chiavi delle grate di ferro d’accesso al tetto. Per non parlare della trappola ai manifestanti in fuga appena entrati nel palazzo da parte di squadristi appostati dietro le porte, che rivela come fossero lì già da prima.
Tra arsi vivi, morti per esalazioni da gas e altri ancora ammazzati dentro e fuori il palazzo a colpi di mazze asce, pistole (due donne incinte, una strangolata col filo del telefono, l’altra prima stuprata in gruppo, poi assassinata), i dati ufficiali parlano di una quarantina di morti. In realtà il numero delle persone assassinate potrebbe essere anche di oltre trecento, oltre a un numero imprecisato di feriti. In alcune ricostruzioni fatte da giornalisti e blogger indipendenti, si ventila persino l’ipotesi che in realtà l’incendio sia stato limitato solo alla parte sottostante dell’edificio e che commandos di assassini si fossero già appostati in precedenza dentro il palazzo e sul tetto, ammazzando con armi da taglio e da fuoco gli oppositori anti-Maidan e simulando poi la morte per rogo, spostando e bruciando molti dei corpi. (1)

La posizione di Kiev
Su questi fatti la versione ufficiale di Kiev ha parlato di provocazioni sfociate in eccessi da parte di opposte fazioni. In realtà la “fazione” di Pravy Sektor non ha riportato alcun pur lieve ferito. Su questa vicenda ci sono state solo inchieste farsa e nulla è stato fatto dal governo ucraino per accertare seriamente i fatti.
Le dichiarazioni delle varie autorità ucraine dimostrano addirittura consenso compiaciuto per la strage.
Volodimmyr Nemirovsky, sindaco di Odessa si è espresso sulla strage dicendo:”L’operazione antiterrorismo di Odessa è legale.”
Ma anche l’ex sindaco Edward Gurvits non è stato da meno:”Quello di Odessa è stato un atto di autodifesa.” In un post su Facebook dopo il massacro, la deputata del Partito della Libertà, Iryna Farion commentava:”Brava, Odessa. Perla dello spirito ucraino. Lasciate che i diavoli brucino all’inferno. Brava.”
Infine il nazista Olesya Orobets, vice presidente di Svoboda dichiarava:”E’ una giornata storica per l’Ucraina, sono così felice che questi separatisti fastidiosi a Odessa sono stati finalmente liquidati.”

La posizione dell’ONU
Anche l’ONU ha tenuto un atteggiamento omertoso, di complicità con i nazisti. Secondo Globalist : “In sostanza, secondo la relazione (2) ci sarebbe stato un improvvisato scontro armato fra due gruppi di diverso orientamento politico, entrambi muniti di bottiglie molotov e armi da sparo (…) secondo l’agenzia dell’ONU, i pro-federalisti, uccisi dentro l’edificio:
– si erano preparati alla guerriglia, portando e indossando strumenti di difesa e offesa;
– hanno dato il via agli scontri lanciando provocazioni verso un’adunanza pubblica, cui partecipavano anche gli estremisti di Pravy Sektor;
– rifugiatisi dentro la Casa dei sindacati, hanno sparato e lanciato molotov;
– 42 (solo 42?) sarebbero morti, ma per 32 di questi non ne viene specificata la causa, facendo semplicemente cenno a un incendio che sarebbe scoppiato dentro l’edificio.
Il rapporto è un insulto alla verità. Un insulto al sacrificio e martirio di inermi cittadini. Come è stato invece ampiamente dimostrato, quasi tutti i cadaveri ritrovati sono stati uccisi uno ad uno, con arma da fuoco e/o bruciati individualmente. Il che basta ad aprire uno scenario estremamente diverso da quello accennato dai compilatori dell’agenzia ONU. È la differenza che passa tra incidente e pogrom, tra derby di ultras e strage.”

Non c’è dubbio che ancora una volta gli USA abbiano inciso e non poco sulla direzione delle scelte fatte dall’ONU. Questa inchiesta non fa eccezione. Con la conseguenza che la comunità internazionale non ha colto la portata criminosa della vicenda e più in generale ha sottovalutato le ricadute sui diritti umani e le libertà civili in un paese totalmente nazistizzato. Dall’ONU ai media veri censori di guerra, sull’Ucraina è scesa una cappa di silenzio, di distrazione delle pubbliche opinioni, di indifferenza che ha consentito non solo l’impunità ai criminali di Stato (con Milosevich era stato usato ben altro peso), ma di proseguire in un vero e proprio laboratorio di guerra e terrorismo sulle popolazioni. In 44 giorni d’inchiesta l’ONU, invece di raccogliere prove che erano evidenti a carico dei golpisti ucraini e delle loro bande naziste, ha spianato la strada a quella che sarebbe poi diventata l’aggressione militare di Kiev alle neonate Repubbliche di Donetsk e Lugansk. Stavolta con migliaia di morti.

Una testimonianza
Pubblico qui di seguito un intervista dal titolo: “Ucraina: parla un sopravvissuto della strage di Odessa.” di Patrizia Buffa e Giorgio Lonardi, poiché nulla è più eloquente di chi ha vissuto in prima persona la repressione nazista dei golpisti di Kiev.

Di cosa si occupa e in quale parte dell’Ucraina vive?
“Sono Serghey Markhel, attivista del movimento popolare antifascista, nato il 25 febbraio a seguito delle proteste. Il movimento prende il nome da Kulikovo Pole, la piazza di Odessa nella quale si riunivano gli attivisti con il permesso del governatore della regione, deposto il successivo 3 marzo. Vivo e lavoro come ingegnere edile in Odessa.”

Qual è la sua relazione con la strage di Odessa?
“Essendo attivista del movimento, mi trovavo in piazza Kulikovo pole dove ci riunivamo tutti i giorni, specie il fine settimana. La casa dei Sindacati si trova in questa piazza”.

Perché si trova in Italia?
“Da circa un mese sono in viaggio per l’Europa, con una mostra fotografica, per raccontare la verità. Ho fatto tappa a Vienna, Madrid, Budapest e in Italia sono stato a Terracina, ospite di Giulietto Chiesa.”

Chi ha ideato e realizzato la strage di Odessa?
“L’hanno ideata i nuovi governanti di Kiev, con la partecipazione del nuovo governatore della regione di Dniepropetrovsk, l’oligarca Kolomoiskiy e con l’ausilio delle forze di Pravy Sektor, i cui membri sono giunti in duemila a Odessa da altre regioni, assieme a cinquecento ultras di Kharkov e a circa seicento persone di Euromaidan di Odessa”.

Qual è il bilancio del pogrom?
“Ufficialmente sono morti dentro la casa dei sindacati in trentasei, tra sparati, accoltellati, fatti a pezzi con ascia, avvelenati con gas tipo cloroformio o bruciati vivi. Dieci persone, per sfuggire al fuoco, si sono gettate dalle finestre. Alcune di loro erano ancora vive e sono state ammazzate con mazze da baseball. Queste sono solo le cifre ufficiali che non contemplano coloro che sono morti successivamente in ospedale, dove erano ricoverate duecentoquarantasei persone. Il rogo era stato preceduto da una sparatoria in strada, nella quale sono state uccise sei persone. Nemmeno un membro di Pravy Sektor è stato ferito o, in seguito, arrestato, mentre sono stati fermati tutti i sopravvissuti alla strage. Portati via in manette, sono stati trattenuti dalla polizia per quasi due giorni, senza alcuna assistenza medica, né acqua né cibo. Tuttora, secondo la commissione ONU, tredici superstiti sono ancora in carcere con l’accusa di aver provocato i disordini di massa”.

A chi poteva giovare una tale carneficina?
“A coloro che volevano insediare un nuovo governatore regionale, amico di Kolomoiskij, al fine di prendere il controllo dei cinque porti di Odessa, eliminando il movimento di protesta antigovernativa e terrorizzando la popolazione”.

Come si sono comportate le autorità ucraine durante e dopo l’attacco alla casa dei sindacati?
“Le autorità hanno dichiarato che i progressisti di Odessa avevano solo ucciso dei terroristi venuti dalla Russia e che avevano agito correttamente perché questi erano armati. Secondo Kiev le vittime si sono date fuoco da sole, per discreditare il nuovo governo ucraino. Una volta dimostrato che le vittime abitavano tutte a Odessa, donne e uomini di età compresa tra i diciassette e i settant’anni, pacifici e disarmati, le autorità hanno creato quattro commissioni investigative statali e una di cittadini. Quest’ultima è guidata da Zinaida Kazangi, una giornalista di Odessa, leader del movimento di Euromaidan, tra i più attivi organizzatori della carneficina. Il giorno dopo è stata nominata vicegovernatore della regione: una colpevole che si dovrebbe autocondannare! Fino a questo momento l’investigazione non ha prodotto risultati”.

Perché l’Unione Europea tace su questi eventi?
“Perché gli Stati Uniti che hanno organizzato il colpo di stato in Ucraina non lo permettono”.

Che cosa vorrebbe far sapere agli italiani?
“Se voi non ci ascoltate e non appoggiate il popolo ucraino nella sua lotta contro il regime nazista, molto presto verranno a bruciare vivi anche voi, solo perché la pensate diversamente”.

Che cosa possono fare per voi i cittadini italiani?
“I cittadini italiani devono uscire nelle piazze per protestare contro i media che oscurano la vera situazione in Ucraina, chiedendo al governo italiano di dichiarare CRIMINALE l’attuale governo di Kiev. Il silenzio della stampa occidentale si fa complice dei crimini compiuti in Ucraina. Solo una protesta dei cittadini europei può fermare i golpisti ucraini, assassini del proprio popolo. La televisione russa è proibita in Ucraina e la verità fatica a emergere. Gli ucraini dicono che i russi sono bugiardi quando riferiscono dei massacri di civili nel Donbass e per questo hanno ucciso cinque giornalisti russi e un fotografo italiano”.

* * *
In conclusione, su Odessa e su tutta la guerra ucraina, le cancellerie dell’Occidente, USA-UE-NATO e i media occidentali hanno le mani sporche di sangue. Forti dell’omertà dell’ONU, hanno creato e sostenuto un blocco militare e paramilitare golpista di ultranazionalisti e nazisti, ne hanno dato deliberatamente supporto mediatico, ben conoscendo che la verità di quel contesto è ben altra cosa da una “rivoluzione democratica”.

Ma quel che è peggio i governi dei paesi NATO, USA in testa, le loro intelligence che hanno orchestrato tutto questo, hanno riportato il nazismo in Europa, con le sue peggiori e criminali pratiche sulla popolazione civile. Ne hanno fatto il loro docile strumento per affermare il proprio dominio su corpi sociali irriducibili.

Dunque, non è irreale pensare che, nello sviluppo dei conflitti sociali in questo continente, certe pratiche terroristiche di regime, commensurate al livello di scontro e di posta in palio, possano essere adottate contro le opposizioni popolari, i sindacati, i comunisti, i movimenti sociali e di classe, i lavoratori in generale. Il fascismo storicamente è sempre servito a questo. Per chi pensa di poter riformare ciò che è nato insano, liberticida e antidemocratico, questi fatti devono essere spunto di riflessione per comprendere cosa siano in realtà l’Unione Europea e la NATO.

Il 2 maggio di quest’anno, in tante città italiane si sono svolte iniziative in memoria dei martiri della Casa dei Sindacati di Odessa: Torino, Milano, Massa, Parma, Bologna, Firenze, Livorno, Roma, Napoli, Udine. Comitati antifascisti di appoggio alla Resistenza ucraina hanno fatto dei presidi per informare i cittadini e raccogliere generi di prima necessità: medicine, vestiario, kit di igiene personale da inviare alle popolazioni della Novorossiya colpite dalla furia nazista. Un’attività importante non solo per la solidarietà antifascista a queste popolazioni, ma anche e soprattutto per comprendere che la guerra e il fascismo che oggi sono a qualche migliaio di chilometri da noi, in realtà sono molto più vicine di quanto possiamo pensare.

Note:
(1) E’ il caso della versione di Enrico Vigna, Ucraina e Donbass i crimini di guerra della Giunta di Kiev, Zambon Editore.
(2) Qui il rapporto intero dei 44 giorni di inchiesta dell’ONU sui fatti di Odessa.

I neo-nazisti ucraini addestrati dagli Usa Fonte: il manifesto | Autore: Manlio Dinucci

31est2f01nazi

In Ucraina gli Usa ini­zie­ranno in pri­ma­vera l’addestramento e l’armamento della Guar­dia nazio­nale: lo con­ferma uffi­cial­mente il Comando euro­peo degli Stati uniti, pre­ci­sando che il pro­gramma rien­tra nell’iniziativa del Dipar­ti­mento di stato per assi­stere l’Ucraina ad attuare «la difesa interna».

Il finan­zia­mento, già auto­riz­zato dal Con­gresso, viene for­nito da uno spe­ciale Fondo costi­tuito dal Pen­ta­gono e dal Dipar­ti­mento di stato per «for­nire adde­stra­mento ed equi­pag­gia­mento a forze di sicu­rezza stra­niere», così che «i paesi part­ner pos­sano affron­tare sfide impor­tanti per la sicu­rezza nazio­nale degli Usa». La mis­sione di adde­stra­mento in Ucraina serve a «dimo­strare l’impegno Usa per la sicu­rezza del Mar Nero e il valore delle forze Usa schie­rate in posi­zioni avanzate».

Le unità della Guar­dia nazio­nale ucraina, com­pren­denti secondo stime appros­si­ma­tive 45-50mila volon­tari, saranno adde­strate da istrut­tori Usa nel campo mili­tare Yavo­riv presso Lviv (Leo­poli, ndr ) a circa 50 km dal con­fine polacco. La Guar­dia nazio­nale, costi­tuita dal governo di Kiev nel marzo 2014 con un primo finan­zia­mento Usa di 19 milioni di dol­lari, ha incor­po­rato le for­ma­zioni neo­na­zi­ste , già adde­strate da istrut­tori Nato per il «putsch» di Kiev (come mostra una docu­men­ta­zione foto­gra­fica su mili­tanti neo­na­zi­sti adde­strati nel 2006 in Estonia).

I bat­ta­glioni Don­bass, Azov , Aidar, Dnepr-1, Dnepr-2 e altri, che costi­tui­scono la forza d’urto della Guar­dia nazio­nale, sono costi­tuiti da neo­na­zi­sti sia ucraini che di altri paesi euro­pei. Le atro­cità da loro com­messe con­tro i civili di nazio­na­lità russa nell’Ucraina orien­tale sono ampia­mente docu­men­tate da video e testi­mo­nianze (basta digi­tare su Goo­gle «atro­cità dei neo-nazi in Ucraina»). Ma, nono­stante che Amne­sty Inter­na­tio­nal abbia accu­sato il governo di Kiev di essere respon­sa­bile dei cri­mini di guerra com­messi da que­sti bat­ta­glioni, gli Usa hanno con­ti­nuato a soste­nerli, for­nendo loro anche mezzi blin­dati. E ora li poten­ziano con il pro­gramma di adde­stra­mento e arma­mento. Esso rien­tra nell’«Operazione fer­mezza atlan­tica», lan­ciata dal Comando euro­peo degli Stati uniti per «rias­si­cu­rare i nostri alleati, di fronte all’intervento russo in Ucraina, e quale deter­rente per impe­dire che la Rus­sia acqui­sti l’egemonia regionale».

Nel qua­dro del cre­scente dispie­ga­mento di forze Usa nell’Europa orien­tale, il Pen­ta­gono ha inviato «esperti mili­tari per accre­scere la capa­cità difen­siva dell’Ucraina» e stan­ziato altri 46 milioni di dol­lari per for­nirle «equi­pag­gia­menti mili­tari, tra cui vei­coli e visori not­turni». Washing­ton sta quindi già armando le forze di Kiev che, anche senza rice­vere armi pesanti dagli Usa, pos­sono pro­cu­rar­sele con i milioni di dol­lari messi a loro disposizione.

Men­tre Ger­ma­nia, Fran­cia e Ita­lia si dicono favo­re­voli a una solu­zione diplo­ma­tica e quindi con­tra­rie alla for­ni­tura di armi a Kiev. Ma allo stesso tempo, al ver­tice di Bru­xel­les, si impe­gnano, insieme a Gran Bre­ta­gna, Spa­gna e Polo­nia, ad assu­mersi i com­piti mag­giori nella for­ma­zione della «Forza di punta» della Nato, nel qua­dro della «Forza di rispo­sta», por­tata da 13mila a 30mila uomini e dotata di sei cen­tri di comando e con­trollo in Esto­nia, Let­to­nia, Litua­nia, Polo­nia, Roma­nia e Bulgaria.

Men­tre gli Usa, in pre­pa­ra­zione del ver­tice di Minsk sull’Ucraina (cui volu­ta­mente non par­te­ci­pano), assi­cu­rano per bocca del segre­ta­rio di Stato che tra gli alleati «non ci sono divi­sioni, siamo tutti d’accordo che non possa esserci una solu­zione mili­tare». Ma allo stesso tempo, adde­strando e armando i neo­na­zi­sti ucraini, gli Usa ali­men­tano le fiamme della guerra nel cuore dell’Europa.

Ucraina, i ribelli si preparano per una controffensiva e gli Usa sono pronti a dare armi a Kiev. Il No della Germania | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 Ucraina sempre più vicina all’orlo del baratro. Mentre il leader dei ribelli Alexander Zakharcenko, a capo dell’autoproclamata repubblica di Dontesk, ha annunciato che tra dieci giorni partirà una mobilitazione generale per una controffensiva con 100 mila persone, gli Usa mettono in campo l’opzione della fornitura di armi a Kiev. Un salto di qualità del conflitto che vede un coinvolgimento sempre più ufficiale di Washington. Per il momento c’è il no della Germania, preoccupata di non recidere del tutto il tenue filo della diplomazia. ”Non ci sarà – lo dico anche agli amici statunitensi che stanno pensando di inviare armi – una soluzione militare di questo conflitto. Ci saranno semmai pi— morti”, ha avvertito il ministro tedesco degli Esteri, Frank-Walter Steinmeier. Per il ministro la soluzione del conflitto ucraino va ricercata viceversa per via esclusivamente diplomatica. ”Le vere soluzioni politiche arrivano sempre al tavolo della trattativa, e mai dalle canne dei fucili”, ha sottolineato durante una conferenza regionale della Spd a Norimberga. Quasi identiche le parole usate da Merkel in Ungheria nel corso di una visita ufficiale. Budapest è dipendente per l’85% dal gas russo.

Intanto, il presidente russo Vladimir Putin ha chiesto “a tutte le parti coinvolte nel conflitto” nel sud est ucraino “di mettere fine urgentemente alle azioni militari e a qualsiasi altra manifestazione di violenza”.
Secondo stime delle Nazioni Unite, dall’aprile 2014 il conflitto nell’Ucraina orientale ha provocato oltre 5100 morti e costretto alla fuga più di 900.000 persone. I combattimenti in corso rappresentano il peggiore momento di violenza dal cessate il fuoco sottoscritto nel settembre 2014.

La recente, grave recrudescenza dei combattimenti in diverse aree dell’Ucraina orientale, comprese quella di Donetsk, roccaforte dei ribelli, e quella di Debaltseve, controllata dal governo, hanno costretto i civili a pagare un prezzo elevato, con oltre 25 persone uccise dal 29 gennaio. Il 30 gennaio, si legge nel comunicato di Amnesty international, un mortaio ha colpito circa 200 persone in fila per ricevere aiuti umanitari. Cinque sono morte sul colpo, un’altra in ospedale e molte altre sono rimaste ferite. Un testimone oculare ha riferito ad Amnesty International che il colpo di mortaio è arrivato senza alcun preavviso sul gruppo di persone in coda per ricevere del cibo. Nell’esplosione, alcune vittime hanno perso parti del corpo e brandelli di pelle sono stati ritrovati su un’insegna luminosa a 15 metri di distanza. Secondo gli osservatori dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, l’attacco è stato probabilmente portato da un proiettile d’artiglieria di 122 millimetri proveniente da nordovest, ossia dalla zona controllata dalle forze governative.

I precedenti storici dell’indipendenza del Donbass da: www.resistenze.org – popoli resistenti – ucraina – 28-09-14 – n. 513


Cultura Bolchevique | culturabolchevique.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

24/09/2014

Il colpo di Stato in Ucraina ha dato luogo a una maggiore contestazione nelle regioni orientali che in quelle occidentali. Questo si deve alle grandi differenze che vi sono tra le “due Ucraine” […]. Ma dove maggiormente vi è stata la resistenza al governo di Kiev è stato nelle province di Donetsk e Lugansk, dove la lotta è passata da politica a scontro armato. Queste due province formano il bacino del Donbass che insieme ad altre regioni orientali formano quella che viene definita la Novorossiya. Ma la Repubblica Popolare di Donetsk e Lugansk o l’indipendenza del Donbass hanno i loro precedenti nei tempi rivoluzionari della Rivoluzione d’Ottobre.

L’idea dell’unificazione amministrativa del Donbass ebbe origine nel XIX secolo, quando era uno dei centri industriali dell’impero russo. Le sue miniere di carbone, le fabbriche di acciaio e per la costruzione di macchinari rappresentavano quasi un terzo dell’economia russa di quegli anni. Fu il Congresso dei minatori del sud della Russia a promuovere questa idea.

Nemmeno la tradizione rivoluzionaria del bacino è nuova. Fu uno dei principali nuclei della rivoluzione del 1905. Il 6 dicembre di quell’anno, nella città di Gorlovka, la polizia aprì il fuoco contro i lavoratori in sciopero, assassinando decine di persone. Il giorno seguente, circa 4.000 lavoratori delle miniere e fabbriche nelle vicinanze della città riuscirono a sottomettere la polizia e prendere le loro armi. Come un esercito omogeneo, furono capaci di resistere per ore al reggimento zarista incaricato di fermare la ribellione. Furono centinaia coloro che morirono difendendo la dignità della classe operaia.

Dopo la Rivoluzione di febbraio del 1917, l’idea di creare una Repubblica nel margine destro del fiume Dniéper prese forza. In aprile si riunì a Kharkov il primo Congresso dei Soviet delle regioni di Krivoy Rog e Donetsk. Kharkov era stata considerata in forma ufficiosa e negli anni come la capitale di quelle regioni che ritenevano di avere poco in comune con il resto dell’Ucraina. Approssimativamente un centinaio di delagati eletti nelle fabbriche e nelle miniere accorsero al Congresso. Il tessuto industriale e le condizioni materiali di queste regioni erano molto simili tra loro e allo stesso tempo molto distanti dal resto dell’Ucraina. Questo Congresso approvò la creazione di un area territoriale con capitale Kharkov, che comprendeva il bacino di Donetsk (economicamente dipendente dal carbone) e il bacino di Krivoy Rog (dipendente dall’estrazione del ferro).

Nel novembre del 1917, i bolscevichi ucraini si trovano totalmente divisi. A Kiev si celebrò il Congresso dei bolscevichi ucraini mentre che a Kharkov si riunirono in forma separata i bolscevichi di Krivov Rog e Donetsk. In questi congressi cruciali si produsse un intenso dibattito tra i bolscevichi incentrato sul fatto che Donetsk dovesse o no far parte dell’Ucraina. Nel dicembre del 1917, di fronte all’avanzamento delle truppe tedesche e dell’Esercito Bianco, si creò a Kharkov la Repubblica Popolare Ucraina.

Nel febbraio 1918, e dopo un accalorato dibattito si decise di proclamare la Repubblica Sovietica di Donetsk e Krivoy Rog o semplicemente Repubblica del Donbass, presieduta da Fiodor Sergeyev (compagno Artiom), il principale promotore dell’idea. Con quasi tutto il territorio ucraino occupato dalle truppe tedesche e austriache, si decise la formazione dell’Esercito Popolare del Donbass, composto principalmente da minatori e operai delle fabbriche. Questo esercito contenne l’avanzamento tedesco, senza però riuscire a bloccarlo. Prima cadde Kharkov, poi Donetsk e per ultima Lugansk.

Dopo la pace di Brest, la decisione sull’Ucraina fu presa a Mosca. Così, si riunirono le parti discordanti e sotto la presidenza di Lenin, il governo sovietico decise la creazione di una grande Ucraina, senza indipendenza per Donetsk. Questo venne fatto per rispetto della minoranza ucraina alla quale si concesse l’opportunità di creare una grande Ucraina, all’interno del quadro della questione nazionale.

Quella Repubblica del Donbass durò appena 11 mesi. Le discordanze tra i bolscevichi dovevano esser sepolte per affrontare la grande sfida dell’edificazione del socialismo e vincere le minacce degli eserciti stranieri. Si decise di integrare il Donbass alla Repubblica Sovietica d’Ucraina per far fronte a un nemico maggiore. I bolscevichi del Donbass rinunciarono alle loro aspirazioni indipendentiste per difendere il socialismo di fronte al nemico esterno.

Oggi il Donbass reclama l’indipendenza per mera sopravvivenza. Non riconosce il governo illegittimo di Kiev. Nel 1918, l’esercito del Donbass lottò contro l’invasione tedesca; oggi i loro discendenti lottano per una causa simile. Non avrebbero problemi ad unirsi al resto dell’Ucraina a condizione che si rispetti il loro modo di vivere e la loro integrità. Hanno già dimostrato che se è necessario lottare, lotteranno.

 

Ucraina, nonostante l’accordo Mosca-Kiev, la Nato fa partire le esercitazioni Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

La Nato ottiene l’obiettivo di piazzare le proprie truppe a due passi dalla Russia. Proprio nel giorno in cui sembra aprirsi un piccolo spiraglio per la soluzione diplomatica con i “sette punti” dell’accordo raggiunto da Putin e Poroshenko, i nazisti al potere a Kiev annunciano di aver aperto le porte a un’esercitazione militare congiunta nella regione occidentale ucraina di Lvov a metà settembre. A ‘Rapid Trident’, oltre agli Stati Uniti, parteciperanno altri Paesi tra cui l’Italia. L’esercitazione, spiegano le fonti ufficiali ucraine su Twitter, si terrà all’interno del programma Nato ‘Partnership for Peace’ e coinvolgerà 1.200 militari di 11 Paesi. L’esercitazione ‘Rapid Trident’ si tiene in Ucraina dal 2006 per promuovere la stabilità nella regione e rafforzare la comunicazione tra la Nato e i membri della Partnership for Peace.

La vicenda Ucraina, dovesse sfuggire di mano, potrebbe incendiare tutta la regione. Un segnale preciso in questa direzione è arrivato da Dalia Grybauskaite, presidente della Lituania che, a nome dei paesi baltici, ha rivolto una a Barack Obama in cui dice di considerare l’Ucraina una sorta di fronte. Obama ha fatto una tappa in Estonia per un significativo summit con i leader delle repubbliche ex sovietiche che si sentono direttamente “minacciate dalle mire espansionistiche russe”.

Il Pentagono ha precisato che il suo contingente sarà preso dalla 173/ma Brigata aerotrasportata di base a Vicenza. Tutto questo, ovviamente, al netto delle decisioni che verranno prese oggi al vertice Nato in Galles (a cui parteciperà Obama), che dovrà decidere con molta probabilità di una forza di intervento rapida. La “de-escalation” così tanto cara all’Italia viene quindi messa da parte. Patetica la dichiarazione del ministro della Difesa, Roberta Pinotti, che di fronte alle commissioni Esteri e Difesa riunite di Camera e Senato, ha detto che le esercitazioni non devono essere intese come un elemento di pressione verso la Russia.

Intanto, il premier ucraino, il ‘filo-occidentale’ Arseni Iatseniuk, che ha stigmatizzato i “sette punti” raggiunti tra Mosca e Kiev, intende costruire un nuovo muro nel cuore dell’Europa, “una vera frontiera con la Russia”. L’idea, dal forte sapore di propaganda elettorale, non e’ nuova in Ucraina. Il primo a proporla, lo scorso giugno, e’ stato il controverso oligarca ucraino Igor Kolomoiski, nominato pochi mesi prima governatore della regione di Dnipropetrovsk dalla nuova leadership europeista di Kiev. Il magnate, considerato il quarto uomo piu’ ricco del Paese con una fortuna stimata in 1,8 mld di dollari, aveva presentato alla presidenza ucraina un progetto per realizzare una recinzione metallica con filo spinato lunga 1920 km e alta 2, lungo la frontiera tra la Russia e le regioni ucraine di Donetsk, Lugansk e Kharkiv. La ‘Grande muraglia’ ucraina, nelle sue intenzioni, doveva essere dotata in alcune zone anche di alta tensione, campi minati e trincee. Un’opera “da 100 milioni di dollari”, “realizzabile in sei mesi”, “efficace contro l’ingresso di uomini e mezzi militari dalla Russia”.