Il Jobs act è una bufala, lo dicono pure le imprese: ecco perché…Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Che il Jobs act sarà soltanto un enorme rimescolamento di carte che produrrà ben pochi posti di lavoro nuovi lo dice anche Unimpresa. Secondo l’associazione imprenditoriale, l’incremento dei contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato previsti dalle nove norme sulle tutele crescenti sara’ legato in parte alla stabilizzazione degli attuali precari (tempo determinato, contratti a progetto, partite Iva), e in parte all’emersione di occupazione irregolare o cosiddetta “in nero”. Resta sì un piccola fetta di “nuove assunzioni di disoccupati” in senso stretto ma solo derivanti “da incremento di produzione e prospettive di crescita delle aziende italiane”. Allaa fine i “contratti nuovi” e non i “nuovi contratti” saranno 250.000. Considerando che non avrà alcuna minima influenza sui disoccupati veri e propri sarà soltanto una goccia nel mare, creata peraltro con i soldi pubblici.

Come dimostra una tabella pubblicata da Repubblica, esistono ormai ben dodici categorie di assunzioni incentivate, che corrispondono alle bellezza di cinque miliardi di risorse pubbliche (dati Uil) verso le aziende. Una cifra pazzesca che di fatto rende questi posti di lavoro “pubblici” nel verso senso della parola.
“Le aziende stanno aspettando, per assumere, questo contratto a tutele crescenti perché – prosegue Damiano – estremamente conveniente sotto il profilo dei costi e della normativa sui licenziamenti. È prevedibile una ‘fiammata’ occupazionale, persino superiore alle previsioni del ministro Poletti che ha parlato di 150.000 assunti nel 2015. Sarà un impulso positivo ed una iniezione di ottimismo dopo i lunghi anni di crisi, ma non sarà sufficiente se non si produrrà un risultato stabile per l’occupazione”.

Non solo, in questa “bufala” dei posti di lavoro, riprendendo le parole di Unimpresa, molti posti di lavoro saranno trasformati in contratti di 36 mesi senza nessuna garanzia di assunzione. E saranno in molti a farne le spese. L’allarme è scattato in tutti quei settori dove si opera per appalti: le aziende al cambio commessa metteranno in esubero i vecchi dipendenti, e potranno assurmerne di nuovi, molto meno costosi, grazie agli incentivi messi a disposizione dal governo con la legge di stabilità. I call center sono più che esposti: secondo la Cgil sono 7 mila i lavoratori ad altissimo rischio di sostituzione nei prossimi mesi, e per il momento purtroppo non si vede nessuna via d’uscita.

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ANPI news n. 136

APPUNTAMENTI

 

Ricominciare – Donne che costruiscono 1945-1948″:  sabato 11 ottobre a Roma convegno nazionale promosso dall’ANPI

 

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

Sul tema lavoro, si procede parlando niente meno che di una completa “riscrittura dello Statuto dei Lavoratori”, di abolizione di quel che resta dell’ articolo 18, di maggiore elasticità nelle regole del lavoro. In mezzo a tutto questo fragore di argomenti fuorvianti, ci sarebbe probabilmente, qualcosa da rettificare e migliorare, magari estendendo qualche diritto in più a quelli che non ne dispongono; ma questo non basterebbe a risolvere il problema di fondo, che presuppone scelte più ampie, di vera politica economica  e del lavoro.

Bisogna dire, con forza, che la riduzione delle garanzie non aumenta i posti di lavoro, anzi costituisce un autentico attentato a quella dignità nel lavoro, che è uno dei temi ricorrenti nella Costituzione (…)

 

ANPINEWS N.136

Contro Renzi, Merkel, Draghi. Per il lavoro, i diritti, la dignità VOLANTINO Fonte: rifondazione.it | Autore: Roberta Fantozzi

Contro Renzi, Merkel, Draghi 

Per il lavoro, i diritti , la dignità.

Il primo atto del governo Renzi sul lavoro è stato il decreto che generalizza la precarietà: ogni impresa può assumere una persona a termine per tre anni, anche con più contratti brevissimi, senza dover giustificare perché assume a termine e non a tempo indeterminato. Alla fine dei 3 anni sarà sufficiente non rinnovare il contratto, assumere un altro lavoratore, e via con un nuovo giro di giostra! Tutti precari per sempre.

Il governo Renzi ora vuole cancellare definitivamente l’articolo 18, portando a compimento la controriforma di Fornero e Monti, per rendere tutti ricattabii. Vuole cancellare le norme dello Statuto dei Lavoratori che proibiscono il demansionamento, per abbassare i salari. Vuole cancellare le norme che proibiscono la videosorveglianza dei lavoratori. Vuole generalizzare i “voucher”, cioè la forma massima di lavoro “usa e getta”. Vuole il lavoro povero e senza diritti. Che cosa significa il TFR in busta paga se non che soldi che sono già dei lavoratori vengono dati oggi riducendo il reddito di domani, per “compensare” salari che si faranno sempre più miseri perchè il ricatto della precarietà ed il taglio dei diritti, continuerà ad erodere la capacità di contrattazione?

Accanto all’attacco al lavoro, Renzi sta manomettendo la Costituzione, aggredendo l’ambiente con lo Sblocca Italia, attaccando la scuola pubblica.. Mentre si prepara una legge di stabilità di nuovi tagli e privatizzazione di quel che resta del patrimonio e dei servizi pubblici.

Non ci stiamo!
Vogliamo ripristinare l’articolo 18 ed estenderlo a tutte e tutti, cancellare il decreto Poletti e il supermarket di contratti precari.
Vogliamo un vero salario orario minimo che estenda a tutte le lavoratrici e i lavoratori i minimi fissati dai contratti nazionali, ed il reddito minimo per le disoccupate e i disoccupati.
Vogliamo impedire nuove privatizzazioni, un piano pubblico per creare 1 milione e mezzo di posti di lavoro riportando la disoccupazione almeno alla situazione pre-crisi, politiche industriali per la riconversione ecologica dell’economia, l’abrogazione della controriforma Fornero delle pensioni che impedisce ai giovani di trovare un’occupazione perché obbliga gli adulti a lavorare fino a a oltre 67 anni.

Si può fare?
Si può fare: dicendo no e disobbedendo al Fiscal Compact, smettendo di regalare risorse alla speculazione, facendo una patrimoniale sulle grandi ricchezze, tagliando tutti gli F35 e le spese militari, tagliando la TAV in Val Susa e le grandi opere inutili.

Contro Renzi che porta a compimento il lavoro sporco di Berlusconi e Monti, dell’Europa della Merkel e Draghi per tagliare ancora i diritti, ridurre il lavoro, l’ambiente, i beni comuni a merce, costruiamo le mobilitazioni.
Con chi si batte per la scuola pubblica, per il diritto alla casa, contro il TTIP. Con lo sciopero e le manifestazioni dell’USB il 24 ottobre. Con la manifestazione nazionale della CGIL il 25 ottobre.
Con la Lista Tsipras il 29 novembre, per l’Altra Europa e l’Altra Italia!

PDF VOLANTINO-NORENZI-MERKEL-DRAGHI

“Ma va là Fausto!”, lettera aperta di Gianni Marchetto un ex operaio sindacalista a Bertinotti Autore: gianni marchetto da: controlacrisi.org

Caro Fausto,
con te mi lega una lunga (e affettuosa) militanza nella CGIL di Torino: tu Segretario della CGIL, io prima operaio alla FIAT, poi funzionario della FIOM alla FIAT Mirafiori. Così come l’appartenenza allo steso partito: il PCI Torinese.
Ho avuto modo di sentire la tua ultima intervista dove, con molto coraggio, tu dici che come comunisti abbiamo sbagliato (quasi tutto) e dove nel contempo rivaluti il pensiero e la pratica liberale.

Parlo per me: prima di iscrivermi al PCI (nel 1966) avevo avuto modo di leggere “Buio a mezzogiorno” di Arthur Koestler e la “Fattoria degli animali” di George Orwell (era un opuscolo illustrato). Chi mi ha iscritto era un compagno che avevo conosciuto in FIAT (diventai suo “socio” di lavoro). Era questi un ex partigiano che insieme a pochi altri, aveva “tenuto botta” per tutti gli anni ’50 e ’60, aspettando il ’68 e ’69. Mi intrigò di più la storia e l’esperienza di questi compagni che non i libri che avevo letto: da lui accettai la mia iscrizione al PCI.

Nei primi anni ’70 mi ricordo di una polemica aspra che andavo facendo con te e altri compagni del sindacato e del PCI (quasi tutti dirigenti) sulla teorizzazione “dell’operaio massa”. Quale operaio massa? chiedevo. Io di Massa ne conosco due: Massa Attilio delle Presse e Massa Giuseppe della Carrozzeria. Era una mia polemica contro le facili (e strumentali) generalizzazioni. Chi mi dava ragione era Ivar Oddone il quale così argomentava: “l’operaio massa è un altro modo di intendere gli operai, per il padrone sono dei gorilla da addestrare per la produzione (la rabble ipothesys), per una certa sinistra sono dei gorilla da redimere per la rivoluzione, quale rivoluzione? Quella dei redentori, ovviamente!” e l’operaio? sempre gorilla rimaneva! quanta ragione aveva!
A proposito del pensiero e dell’azione dei liberali, mi viene in mente il “Manifesto del partito comunista” quello di Marx ed Engels, che è un inno alla borghesia (rivoluzionaria), ergo al pensiero che la sosteneva: il liberalesimo.

Sul finire degli anni ’70 e negli anni ’80 mi capitò di andare diverse volte nei paesi dell’Est. Per il sindacato andai in URSS per quasi un mese. E in questi viaggi ebbi la conferma che questi regimi non erano riformabili (cosa per la quale ero ormai convinto dopo l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968) e dopo il fallimento della “Riforma Kossighin” nel 1966, nell’URSS.
Visitai parecchie aziende e con mia sorpresa (negativa) notai il compromesso che teneva in piedi la baracca: “io non rompo le balle a te, tu dai a me il tuo consenso”, un po’ alla maniera che in Italia la DC esercitava il suo consenso (specie nella pubblica amministrazione), per cui il Partito Comunista dell’URSS somigliava parecchio alla nostra Democrazia Cristiana. In fondo, in fondo il regime “comunista” stava in piedi sulla scorta di 3 P: Poca produttività, Poco salario, Pochi consumi e con tre poco chi accontentava: gli individui mediocri, quelli che si accontentano, la gente pigra. Gli individui più curiosi, i più intraprendenti erravano continuamente da un’azienda all’altra alla ricerca di posti di lavoro dove l’autoritarismo e il paternalismo fosse al minimo e dove ci fossero le occasioni di welfare aziendale migliori.
È vero, non era dappertutto così. Nelle aziende dove si producevano armamenti, c’era lì concentrato il massimo della esperienza operaia, della tecnica e del meglio della scienza. Quel tanto che i “prodotti” facevano la punta a quelli americani! e questo fin dalla nascita dell’URSS. Un bel paradosso: una società nata contro e per far finire la guerra che primeggia nella produzione di strumenti di morte!

Il nodo della “continuità”. Riporto le cose scritte nel libro di A. Minucci (La crisi generale tra economia e politica, Ed. Voland Srl) è il capitolo V° che parla del “Nodo della continuità”. Mi ha colpito nel senso di non trovare niente o quasi nello sviluppo delle rivoluzioni “socialiste” nel 20° secolo: cosa mai esisteva in quelle società che fosse in embrione il “socialismo” che poi si sarebbe instaurato? C’era in Russia? C’era in Cina? Erano completamente assenti! Anzi (ed è di questi tempi) il Partito Comunista Cinese è attualmente a capo di una modernizzazione a carattere capitalista con annesso sfruttamento dei lavoratori, di alienazione di larghe masse e tutto l’armamentario tipico della fase di costruzione del capitalismo… del tutto opposta la storia della borghesia, la quale prima di arrivare a tagliare le teste di nobili e clero (nel 1789) si era insediata in tutta la società di allora.

Veniamo a noi, in Italia. Contraddizioni: il PSI nella dottrina non era statalista, nella pratica avviò (con il primo centrosinistra) tutta una serie di nazionalizzazioni, da quella dell’energia elettrica, ad altre.
Il PCI nella dottrina era statalista, nella pratica divenne “localista”: assieme ai socialisti nei decenni dopo la Liberazione avviò un vera e propria civilizzazione nei territori dove questi avevano la maggioranza dei voti. E quasi sempre con i “bilanci in rosso”: per fare investimenti, ecc.
Negli anni ’70 specie nelle grandi fabbriche del nord, sulla scorta delle conquiste del ’68 e del ’69 in merito ai Delegati e ai Consigli di Fabbrica, si andò ad una prima sperimentazione di superamento da una parte del “leninismo” (vedi come ti “educo il pupo”) e dall’altra della sola “democrazia delle opinioni” (di marca liberale), per approdare invece alla “democrazia cognitiva” = la validazione consensuale.

Caro Fausto, non voglio tediarti oltre. Mi pare di aver messo i piedi nel piatto (così come hai fatto pure tu). A te il compito di verificare la distanza tra le tue e le mie tesi. È vero bisogna avere a mente “l’individuo” come del resto era il portato della migliore CISL degli anni ’70 (la FIM) e da cui imparammo molto tutti quanti.
Mi pare che una “ri-partenza” sia possibile se la nostra autocritica si fonda non solo sulle questioni generali (e un po’ generiche), ma se sa stare nella nostra esperienza concreta. Alcune riflessioni:

1. Nelle aziende: a) una sfida innanzi tutto a noi stessi: coniugare Maggiore Produttività a Maggiore Democrazia – b) andare oltre il “guardiano del 133 di rendimento” o superare l’esperienza dei Delegati come “bravi poliziotti” (a servizio dei lavoratori, ovviamente) e pensare alla progettazione della “carriera dell’operaio” contro la logica “dell’ascensore sociale” che lascia il lavoro così com’è agli sfigati di turno (vedi i migranti).
2. Nella società: riconoscere che esistono degli “esperti” sia tecnici che “grezzi” che sono portatori di una “mappa e di un piano”. Una volta questi erano ben presenti nelle formazioni politiche di massa (dalla DC, al PSI e maggiormente nel PCI). Senza il recupero di queste competenze, di questo saper fare diffuso credo proprio che non si va da nessuna parte.
3. Occorre andare alla produzione di un archivio di tutte le esperienze “esemplari” sia di aziende che di amministrazioni locali per poterle socializzare, per farle diventare “ordine morale per il rimanente dei cittadini” (vedi Gramsci quando dice che questa è “fare rivoluzione”: socializzare il meglio delle esperienze) e non attardarsi a “mettere continuamente il lievito sulla merda” (come ben mi diceva Emilio Pugno già nel 1970).
4. Ergo: occorre allora in ogni territori dato andare alla produzione di archivi contenenti nomi e cognomi di questi “esperti” per avere con loro un approccio positivo.
5. Domanda? C’è un soggetto politico/sindacale adatto a questa bisogna? Ovvero io vado in cerca (a 72 anni!) di soggetti che vogliano ancora rimettersi in gioco su queste questioni.

La solitudine del lavoratore | Fonte: sbilanciamoci | Autore: Angelo Marano

Nell’attuale, drammatica, impossibilità per molti di trovare una qualsivoglia fonte di reddito, è comprensibile che le modalità e i contenuti del lavoro rimangano in secondo piano. Vi sono eccezioni, ad esempio il recente Lavoro e libertà , nel quale Stefano Fassina, richiamando Bruno Trentin, riafferma che qualità e dignità del lavoro sono elemento imprescindibile della democrazia. La tesi prevalente è, però, che la creazione e il mantenimento di posti di lavoro passi inevitabilmente per l’ulteriore svalutazione del lavoro. Dunque, si perseguono attivamente la riduzione delle tutele, la precarizzazione dei contratti, la flessibilizzazione dell’uso della manodopera, la riduzione dei salari, la riaffermazione del totale dominio dell’impresa sui propri occupati. La sola possibilità di fuga offerta è quella individuale, se si è così “choosy” da pretendere qualcosa di più dal proprio lavoro, mentre coloro che provano ad opporsi collettivamente sono accusati di far fuggire le imprese e distruggere l’economia. È così che il lavoro diventa alienazione, sia per quelli che non ce l’hanno, privati di quello che è unanimemente considerato lo strumento primario di inclusione sociale, sia per quelli che ce l’hanno, costretti ad aggrapparsi ad una qualsivoglia attività, spesso di pura sopravvivenza, che tende a fagocitare l’intera vita.

Eppure la vulgata continua a decantare le umane sorti e progressive di un mondo nel quale qualificazione e progresso tecnologico interagiscono, liberando l’uomo dalla fatica e, al contempo, riempendo di contenuto la sua attività. Ma la realtà è che moltissimi lavorano sempre più e in condizioni di lavoro peggiori. A un grappolo di lavori altamente qualificati, creativi e adeguatamente remunerati che si creano (ma anche, a volte, velocemente si distruggono), si contrappone una massa di lavori ripetitivi, frammentati, spesso dequalificati. Certo, il lavoratore non è più un’appendice della macchina, deve essere in grado di utilizzare i computer, spesso addirittura li possiede ed è considerato formalmente lavoratore autonomo. Ma la capacità di utilizzare i computer si riduce a generica alfabetizzazione, mentre il lavoratore diventa un’appendice del software, da questo controllato e costretto, mentre, il più delle volte, la capacità di utilizzarlo, acquisita in pochi giorni e spesso sul campo, non garantisce una specifica qualificazione o professionalità.

In effetti, le schiere di lavoratori dei call center, o quelli che passano senza soluzione di continuità da un contratto trimestrale (se va bene) ad un altro, o i nuovi cottimisti a domicilio potrebbero ragionevolmente iniziare ad interrogarsi se effettivamente il problema è che non hanno, individualmente, le qualifiche richieste per altro (colpa loro!) o se, piuttosto, non sia il sistema produttivo nel suo complesso che, al di là di generiche capacità simboliche, di specifiche professionalità ormai ha bisogno limitato, cosicché le conoscenze acquisite con l’istruzione, o anche quelle specifiche sviluppate nei vari lavori, vengono tranquillamente disperse in un processo di appiattimento generico.

Varrebbe allora la pena riprendere il classico Lavoro e capitale monopolistic o di Harry Braverman, ampiamente discusso negli anni ’70 e ’80, ma con riferimento soprattutto al lavoro operaio, almeno per due aspetti. Innanzitutto, perché è forse il primo libro che offra un’analisi dettagliata e approfondita anche dell’evoluzione del lavoro informatico, pur necessariamente facendo riferimento alla tecnologia disponibile in America negli anni ’70. In secondo luogo, perché mette in evidenza alcuni elementi strutturali della produzione capitalistica che spingono alla sistematica degradazione e dequalificazione del lavoro. Il primo, l’aumento della produttività che si ottiene con la parcellizzazione del lavoro, resa possibile dall’aumentare delle dimensioni della produzione, già posto da Adam Smith a base della ricchezza delle nazioni. Il secondo, il cosiddetto principio di Babbage, per cui la parcellizzazione del lavoro consente di minimizzare i costi, perché il lavoratore più qualificato si concentrerà solo sulla lavorazione più difficile, mentre, per le altre lavorazioni, si potrà assumere personale meno qualificato, più a buon mercato.

La forza di questi due principi posti da Braverman al centro della sua analisi è che sono elementi strutturali, insiti nel nostro sistema di produzione, laddove le modalità attraverso le quali essi poi si estrinsecano a livello produttivo variano con la tecnologia in uso nello specifico momento storico (così, ad esempio, la possibilità tecnologica di coniugare controllo e decentramento ha permesso di superare il taylorismo).

Se dunque la parcellizzazione e la dequalificazione del lavoro, in tutte le sue forme, non sono un breve intermezzo della storia, una fase di transizione fra lo sviluppo della produzione di massa e quello dell’automazione nella quale la riduzione del lavoratore a appendice della macchina è stato un costo da pagare alla successiva liberazione dalla fatica e alla riconquista del lavoro come attività qualificata, bensì processi direttamente connessi alla massimizzazione della produttività e alla minimizzazione dei costi, ci si dovrebbe legittimamente tornare a porre il problema di un’agenda politica che riscopra la qualità del lavoro. Come acutamente sintetizza Ugo Pagano in un vecchio saggio sui Quaderni piacentini , «soltanto se le masse si riappropriano del potere di ideare e progettare i processi produttivi, ricostituendo, sebbene a un livello più complesso, l’unità di ideazione ed esecuzione, diventa possibile la realizzazione di una società realmente socialista e non solo formalmente democratica».

Trasporti, per il 29 e 30 maggio sciopero di treni, aerei, bus e metro indetto da Usb Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Il 29 maggio scioperano i ferrovieri e il giorno seguente i lavoratori del trasporto aereo e del trasporto pubblico locale. Ad indire la mobilitazione di tutto il trasporto è l’Usb. “I trasporti in Italia stanno morendo – denuncia Fabrizio Tomaselli, dell’esecutivo nazionale di Usb – soffocati dall’ideologia delle privatizzazioni, dalle incapacita’ manageriali, dalla mancanza di un progetto complessivo di mobilita’. Tutto e’ finalizzato solo a fare cassa e maggiori profitti, con una enorme perdita di posti di lavoro”. “Ma i lavoratori non ci stanno piu’ e con gli scioperi del 29 e 30 maggio, oltre a difendere occupazione e salari, sollevano il problema dei problemi – evidenzia il dirigente sindacale – ovvero se la mobilita’ in Italia puo’ fare a meno di un sistema di trasporto efficiente che svolga un ruolo di motore dello sviluppo economico del Paese e al tempo stesso sia socialmente ed ecologicamente sostenibile”.
Per Usb serve un rinnovato e concreto ruolo economico diretto dello Stato, un sistema di controllo pubblico dell’intero comparto; serve un piano generale dei trasporti che fissi la barra dritta verso il soddisfacimento del bene comune; servono rapporti chiari tra aziende e lavoratori, serve meno precarietà e più occupazione, serve democrazia sui posti di lavoro.

La legge liberista del lavoro Fonte: il manifesto | Autore: Giorgio Airaudo

Job Act. Anche gli economisti del Fmi dicono che tra la flessibilità e il lavoro non c’è un rapporto di causa-effetto

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Quando pochi mesi fa, il segre­ta­rio del Pd Renzi aveva chie­sto al governo Letta una svolta, a par­tire dalle poli­ti­che per il lavoro con il Job Act , gli ave­vamo voluto cre­dere. Sape­vamo che non era­vamo e non saremo stati d’accordo su tutto ma final­mente si met­te­vano in ordine le prio­rità e si ini­ziava a discu­tere delle solu­zioni per le ita­liane e gli ita­liani che hanno come prima ango­scia il lavoro. Il lavoro perso, ricer­cato, insi­curo, insta­bile per sé o per i pro­pri figli e spesso ora­mai per le pro­prie madri e i pro­pri padri (gli eso­dati creati dalla riforma delle pen­sioni di Monti).

Invece in par­la­mento abbiamo assi­stito a discus­sioni sur­reali che pro­pon­gono di esten­dere l’apprendistato ai cin­quan­tenni quando baste­rebbe pren­dere atto dell’errore e rimet­tere mano alla riforma For­nero abbas­sando da subito almeno l’età pen­sio­na­bile facendo ripar­tire il turn over . Ma il pre­si­dente del con­si­glio arri­vato “sere­na­mente” al governo ral­lenta e smen­ti­sce sul lavoro la tanto pro­pa­gan­data velo­cità pro­po­nen­doci un decreto e un dise­gno di legge. In nes­suno dei due prov­ve­di­menti tro­viamo la can­cel­la­zione delle tante forme di fles­si­bi­liz­za­zione inse­rite nel mer­cato del lavoro negli ultimi 20 anni. Dati Ocse dicono che, in Europa, l’Italia è il paese a più alta fles­si­bi­lità, di gran lunga supe­riore a quella di Ger­ma­nia e Francia.

Non si pro­pone di sosti­tuire que­ste forme pre­ca­rie con l’annunciato con­tratto a tutele pro­gres­sive, non si dice, come invece si ipo­tiz­zava nel Job Act , quali sono i set­tori stra­te­gici indu­striali per il paese e cosa si fa per difen­derli e svi­lup­parli men­tre il lavoro che c’è e potrebbe restare se ne va: dalla grande Fiat alla pic­cola Agrati, atten­dendo le intenzioni/condizioni di Ethiad per Ali­ta­lia e vedendo spe­gnere l’altoforno di Piom­bino difeso dalla miglior classe ope­raia ita­liana e dal papa.

Que­ste sono le domande che ave­vano e hanno biso­gno di rispo­ste veloci, invece il governo ci fa votare d’urgenza la dere­go­la­men­ta­zione dei con­tratti a ter­mine e la sva­lu­ta­zione del con­tratto d’apprendistato. Cioè pro­se­gue come tutti i governi che l’hanno pre­ce­duto nelle poli­ti­che della “auste­rità espan­siva”, quelle poli­ti­che che hanno depresso l’economia senza risa­nare i conti.
In con­ti­nuità con le indi­ca­zioni della Bce e della Com­mis­sione ci viene pro­po­sta nuova fles­si­bi­lità nei con­tratti dicen­doci che aiu­terà a creare nuovi posti di lavoro e a ridurre la disoc­cu­pa­zione, quando le evi­denze empi­ri­che ci dicono il con­tra­rio. Molte ricer­che hanno rile­vato che una mag­giore pre­ca­rietà dei con­tratti può addi­rit­tura deter­mi­nare più disoccupazione.

Anche Oli­vier Blan­chard, capo eco­no­mi­sta del Fondo Mone­ta­rio Inter­na­zio­nale, è arri­vato a rico­no­scere che non vi è una pre­cisa cor­re­la­zione tra fles­si­bi­lità e ridu­zione della disoc­cu­pa­zione. E la ragione sta nel fatto che i con­tratti pre­cari se da un lato pos­sono spin­gere le imprese a creare posti di lavoro in una fase di cre­scita eco­no­mica, dall’altro con­sen­tono alle aziende di distrug­gere facil­mente quei posti di lavoro nelle fasi di crisi, come è acca­duto in que­sti anni in Ita­lia dove i primi licen­ziati “ignoti” di que­sta crisi sono stati i pre­cari a vario titolo e con­tratto.
In Ita­lia negli ultimi 5 anni abbiamo perso circa un milione di posti di lavoro con un incre­mento del 90 per cento delle insol­venze delle imprese. Sono per­dite colos­sali, di pro­por­zioni sto­ri­che, che andreb­bero affron­tate con una nuova poli­tica eco­no­mica pub­blica, imma­gi­nando un New Deal ita­liano per un New Deal europeo.

Vice­versa pen­sare di inver­tire la rotta con 80 euro in più al mese in busta paga, nean­che a tutti e in par­ti­co­lare non ai più deboli, inca­pienti, pen­sio­nati al minimo, false par­tite Iva nella crisi è un illu­sione. Mi viene in mente cosa mi diceva un vec­chio ope­raio metal­mec­ca­nico di Torino: «Quando ti rega­lano qual­cosa devi chie­derti cosa ti stanno per pren­dere». C’è biso­gno urgente di inve­sti­menti, ricerca, for­ma­zione, spe­cia­liz­za­zione e tec­no­lo­gia. La trap­pola della fles­si­bi­lità crea occu­pa­zione solo tran­si­to­ria; la con­suma, e poi la espelle, sep­pel­lendo, insieme ai posti di lavoro, le stesse imprese sem­pre più inca­paci di com­pe­tere lungo la linea della pro­dut­ti­vità e dell’innovazione.

La fles­si­bi­lità sosti­tuendo il lavoro (poco qua­li­fi­cato) al capi­tale e alla tec­no­lo­gia, erode la pro­dut­ti­vità, man­tiene le imprese (in par­ti­co­lare quelle pic­cole e pic­co­lis­sime) in uno stato di pre­ca­ria soprav­vi­venza, con il rischio di veder disin­te­grare il sistema pro­dut­tivo e occu­pa­zio­nale ita­liano in tempi bre­vis­simi se non si fuo­rie­sce da que­sto declino. E allora appare chiaro che il governo ha messo la fidu­cia sul decreto lavoro non tanto e non solo per­ché al sena­tore Sac­coni non è parso vero di poter otte­nere dal governo del segre­ta­rio del Pd ciò che non aveva otte­nuto come mini­stro dal governo Ber­lu­sconi, né per le modi­fi­che che la sini­stra del Pd ha appor­tato al testo (modi­fi­che che ridu­cono il danno ma non inver­tono il segno del Decreto verso una ulte­riore pre­ca­riz­za­zione dei con­tratti di lavoro con novità peg­gio­ra­tive della riforma For­nero, come l’eliminazione della cau­sale sui con­tratti a tempo deter­mi­nato e la pos­si­bi­lità di pro­ro­gare que­sti con­tratti con l’annacquamento dell’obbligo for­ma­tivo e di sta­bi­liz­za­zione degli apprendisti).

Ma per­ché senza la fidu­cia si sarebbe rive­lata tutta l’impotenza ad andare oltre, in que­sta alleanza di governo, oltre le poli­ti­che di auste­rità e di ridu­zione dei diritti dei lavo­ra­tori, oltre la pra­tica tar­diva, che ha sedotto anche l’ex mini­stro Bondi, di un blai­ri­smo con 15 anni di ritardo, oltre la sini­stra verso una terra di nes­suno. Resu­sci­tando un libe­ra­li­smo che ha fal­lito, creando nuove povertà, distrug­gendo la classe media, iso­lando e divi­dendo il lavoro e instal­lando un oli­gar­chia che nella crisi anche in Ita­lia con­ti­nua ad arric­chirsi. Un libe­ra­li­smo cri­ti­cato e supe­rato anche nei paesi d’origine.

Il mini­stro Poletti in que­sti giorni ha detto che «pre­fe­ri­sce una riforma che fun­zioni ad una riforma giu­sta che non fun­ziona». Io penso che frasi di que­sto tipo cer­ti­fi­chino i fal­li­menti non i risul­tati. Invece il nostro para­me­tro di giu­di­zio è cosa viene di buono ai pre­cari, ai disoc­cu­pati, agli ope­rai e al lavoro dipen­dente tutto. Noi non vediamo risul­tati per loro, vediamo ricat­ta­bi­lità, divi­sione e soli­tu­dine cre­scente e per que­sto abbiamo votato con­tro. Per costruire una sini­stra dell’ alter­na­tiva alle poli­ti­che di auste­rità e di grandi alleanze in Ita­lia e in Europa.