Invece di ridurre le pensioni, riduciamo l’età pensionabile. La proposta della Cgil Fonte: rassegna

Partire da un intervento sull’età pensionabile, cambiando la legge Fornero, per creare spazi occupazionali per i giovani. Intervista dal Corriere della Sera, il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, rilancia le proposte del sindacato e analizza criticamente quelle del governo, a partire appunto dall’ipotesi di riforma delle pensioni.

“Proporre che si vada in pensione prima ma decurtando l’assegno significa non sapere di che redditi si dispone in Italia e quali pensioni si preparano per il futuro”, commenta Camusso, secondo la quale anche l’ipotesi di un reddito minimo per gli over 55 non basta. “Bisogna contrastare la povertà – dice al Corriere Camusso – ma non dando qualche soldo e lavandosi la coscienza”.

Sul nodo dell’età pensionabile la posizione della Cgil è chiara: “Andare in pensione a 67 anni – sottolinea Camusso
– non va bene e per certi lavori, come l’edilizia o i trasporti, è impossibile. Serve un meccanismo di flessibilità che però non penalizzi i trattamenti “. “Abbiamo già scambiato la flessibilità in Europa con le pensioni e i diritti dei lavoratori, a partire dall’articolo 18 – continua il segretario Cgil – Andiamo avanti?”.

Camusso entra poi nel merito della questione risorse: “Dobbiamo per forza togliere la tassa sulla casa?”, chiede. “E poi, non possiamo ridefinire una progressività fiscale e fare una vera lotta all’evasione incentivando, ad esempio, la moneta elettronica?”. ‘Togliamo la Tasi a chi ha solo una casa – prosegue il segretario Cgil – ma a chi ne ha più d’una o ha immobili di pregio, no. E poi perché‚ a regime dobbiamo rimanere con due sole aliquote Irpef? E’ iniquo. La nostra Costituzione – evidenzia Camusso – postula un sistema progressivo che due aliquote non potranno mai soddisfare”.

Sulla decontribuzione, “il difetto di quella misura è che non è stata collegata all’occupazione aggiuntiva. Se fosse prorogata, e andrebbe fatto, bisognerebbe modificarla in questo modo”, afferma Camusso, secondo cui “sul piano dell’occupazione l’autunno rischia di portare delle brutte sorprese”.

Quanto alla contrattazione aziendale, ” mi sembra un’idea un po’ ardita che il governo intervenga a piè pari su un tema che è terreno delle parti sociali . Diverso è che dia universalità a quello che hanno già definito le parti sociali, con gli accordi sulla rappresentanza e le regole per l’approvazione dei contratti già siglate con le controparti. Non serve una legge – conclude – bastano le intese”.

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La Cgil affonda il Def di Renzi e ritira fuori la bandierina della patrimoniale Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Una imposta sulle grandi ricchezze finanziarie, l’aumento della tassazione sulle successioni almeno a livello europeo e l’utilizzo dei fondi pensione per gli investimenti di cui ha bisogno l’Italia. Sono le proposte della Cgil presentate dal segretario generale, Susanna Camusso, come critica “in positivo” del Def firmato dal Governo Renzi. Per il momento la risposta politica di Corso d’Italia è tutta qui. Eppure nella “pars destruens” il Def dell’ex sindaco di Firenze viene fatto letteralmente a pezzi dalla Cgil. A cominciare da quello che è il tema più importante, l’occupazione.

Altro che “recupero dell’occupazione nel prossimo triennio”, sottolinea la Cgil. Il tasso di disoccupazione previsto per il 2015 resta al 12,3%, il doppio di quello pre-crisi, “e non si prevede un recupero dell’occupazione perduta nemmeno al 2019, in cui il tasso di disoccupazione viene programmaticamente previsto al 10,5%”. Colpito e affondato? Colpito, sicuramente. Affondato, si vedrà. Che gli importa a Renzi di un sindacato che continua a sfornare bellissime analisi econometriche in cui addirittura si dice che “il salario sta diminuendo” ma rimane perfettamente immobile sul piano dell’offensiva politica? “Non essendo programmato neanche un aumento significativo dell’occupazione, aumenterà la disuguaglianza nella distribuzione del reddito nazionale a scapito del lavoro e della crescita”. “Sette anni di tagli non hanno avuto effetto sul debito pubblico, non funziona questa logica. La
disoccupazione e’ un elemento che moltiplica il debito, ecco perche’ bisogna partire dall’occupazione”, sottolinea Camusso. La riduzione di fatto del salario ha una immediata e esiziale conseguenza sul Def del bimbotto toscano: saltano tutti i discorsi sulla ripresa della domanda interna. Insomma, siamo davanti alle solite “scommesse” in un quadro in cui “le previsioni del Governo appaiono ancora una volta irrealistiche ed illusorie”. Sull’altro grande tema, quello della riduzione del fisco, le cose vanno addirittura peggio. Tra riduzione delle tax expenditures, e dei trasferimenti a Regioni e Comuni, ci saranno “tagli alla spesa locale e aumenti delle imposte locali”. Senza parlare del fatto che di lotta all’evasione e all’elusione non c’è traccia.Per quanto riguarda la patrimoniale, che nel documento Cgil viene indicata come “Imposta sulle Grandi Ricchezze Finanziarie”, tassando solo il 5% delle famiglie finanziariamente piu’ ricche, con aliquota progressiva per la parte eccedente i 350mila euro, si avrebbe – secondo la Cgil – un gettito potenziale di 10 miliardi di euro l’anno. Dall’aumento della tassa sulle successioni, poi, si potrebbero ricavare 4 miliardi di euro l’anno. La misura prevede l’esenzione per la prima e unica casa dell’erede per cinque anni e l’esenzione entro il limite di 500 mila euro del valore complessivo del patrimonio ereditato; le imposte – ha sottolineato Camusso – andrebbero a colpire le grandi ricchezze, togliendo argomenti a chi in passato ha “invocato la
difesa dell’abitazione dell’anziano per difendere patrimoni di palazzi interi”. Secondo i calcoli della Cgil con i 10 miliardi del gettito potenziale dell’imposta sulle grandi ricchezze si potrebbe finanziare un piano per l’occupazione capace di creare oltre 740 mila nuovi posti di lavoro, aggiuntivi, in tre anni. Quanto all’imposta sulla successione l’idea della Cgil e’ di puntare a uno 0,5% di gettito, da destinare agli investimenti e quindi sempre alla creazione di lavoro.

Cgil, Cisl e Uil firmano accordo con Inps sulla rilevazione della rappresentanza. Le critiche di Usb: “Incostituzionale”| Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 

E’ stata firmata ieri a Roma, presso la sede nazionale dell’Inps, la convenzione per rendere operativo l’accordo sulla rappresentatività. A firmare i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo, insieme al presidente dell’Inps, Tito Boeri, e al direttore generale di Confindustria Marcella Panucci. La firma serve ad attuare l’accordo del 10 gennaio 2014. La convenzione, ha spiegato l’Inps, è necessaria per dare attuazione alla prima parte del testo unico sulla rappresentanza, siglato dalle parti sociali proprio a inizio 2014. Si tratta della normativa che permette di arrivare ad una misurazione obiettiva della rappresentatività dei sindacati, soprattutto ai fini della contrattazione collettiva e della firma dei contratti nazionali di lavoro. “La misurazione della rappresentanza viene estesa a gran parte del mondo del lavoro”, ha detto il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, dopo la firma. “Per completare l’opera – ha aggiunto – sarà bene costruire analoghi sistemi di misurazione della rappresentanza delle associazioni datoriali. Sicuramente, con il passaggio di oggi, applichiamo una parte dell’articolo 39 della Costituzione”. Adesso “ne manca un pezzo che le parti da sole non possono risolvere”, ovvero rendere vincolante ed efficace “erga omnes” il contenuto dell’accordo.
Critiche alla firma sono arrivate da Paolo Leonardi, portavoce nazionale di Usb. “Così oggi si pone un ente pubblico – dichiara Leonardi – a servizio di un accordo che presenta ampi profili di incostituzionalità, che è soggetto all’attenzione della Magistratura e che segna uno dei punti più bassi della democrazia sindacale nel nostro Paese”.
Aggiunge Leonardi: “I risultati delle recenti elezioni nel pubblico impiego, dove l’USB, che da sempre contesta con determinazione il Testo Unico, ha ottenuto risultati di tutto rilievo diventando proprio all’INPS il secondo sindacato a livello nazionale scavalcando UIL e CGIL, confermano che quando ci si confronta democraticamente e senza rendite di posizione, il sindacalismo conflittuale e di classe è capace di superare i sindacati collaborazionisti. Tutto questo deve aver preoccupato Camusso, Furlan, Barbagallo e Squinzi, che si sono affrettati a chiedere a Renzi di metterli al riparo almeno nel settore privato”.
Usb continuerà la battaglia contro l’accordo del 10 gennaio 2014, sia sul piano giudiziario che con le lotte, e se l’INPS accetterà di calcolare gli iscritti alle sole organizzazioni firmatarie dell’accordo “sarà chiamato anch’esso in giudizio. Una discriminazione di tal fatta non la accettiamo oggi dall’INPS né l’accetteremo domani dal CNEL”, conclude il dirigente USB.

Salario minimo, meglio attuare la Costituzione Fonte rassegna

 

“Dando attuazione all’articolo 39 della Costituzione, che prevede la possibilità che venga estesa a tutti la cogenza del minimo contrattuale, avremmo la certezza della tutela dei lavoratori con minimi sensibilmente più alti rispetto a quelli ipotizzati e, comunque, determinati dalla contrattazione”. Lo ha affermato il segretario confederale della Cgil, Fabrizio Solari, intervenendo oggi a Radio Anch’io in merito all’ipotesi dell’introduzione, tra i prossimi decreti del Jobs Act, di un salario minimo.

Il dirigente sindacale ha sottolineato come “la spiegazione da parte del governo dei provvedimenti intorno al Jobs Act sembra un format: si continuano a propagandare misure che sembra abbiano l’aspetto di essere inclusive, di allargare i diritti e di migliorare la condizione delle persone”. Quando in realtà, in questo caso, la preoccupazione della Cgil, espressa ieri dal segretario generale Susanna Camusso, è che “attraverso il salario minimo si finisca per pagare meno i lavoratori”.

Per Solari, inoltre, “in Italia, a differenza di altri paesi europei , esiste un istituto che si chiama contratto nazionale di lavoro. Questo oggi ha minimi più alti di quelli di cui si discute. Questa è la realtà. Il tema dovrebbe essere quindi di dare attuazione all’articolo 39 della Costituzione”. Da qui un esempio: “Se oggi un lavoratore dipendente di un’azienda che non fa parte di un’associazione imprenditoriale che ha firmato contratti, quel lavoratore non ha la certezza del diritto, se non attraverso una eventuale sentenza favorevole, dell’applicazione del contratto nazionale. Ecco perché bisogna dare attuazione all’articolo 39, per questa via non ci sarebbe bisogno di alcun intervento legislativo e, soprattutto, per avere un minimo contrattuale più alto di quello ipotizzato”, ha concluso Solari

Landini: cambiare industria e fisco Fonte: Il Manifesto | Autore: Massimo Franchi

Inno­va­zione come nuova ban­diera del sin­da­cato. La Fiom, Mau­ri­zio Lan­dini — spal­leg­giato da Susanna Camusso — mette assieme in un con­ve­gno pro­fes­sori, ita­liani e non — oltre a Mariana Maz­zu­cato, il boc­co­niano sui gene­ris Mar­cello Minemma, fau­tore di una Bce «bad com­pany» per con­ge­lare i debiti nazio­nali, il pre­si­dente dello Svi­mez Adriano Gia­nolla — per chie­dere «di ripren­de­rer il cam­mino dello svi­luppo» con «una vera Europa sociale e un’altra poli­tica industriale».

Nella sala della Regina di una Camera dei depu­tati già in fibril­la­zione per le dimis­sioni di Napo­li­tano e l’elezione del nuovo capo dello Stato, il governo non c’è. Il mini­stro Gra­ziano Del­rio — invi­tato per tempo — è assente giu­sti­fi­cato. Le cri­ti­che sono quindi tutte per Mat­teo Renzi e le sue politiche.

Se sul Jobs act Lan­dini annun­cia un’assemblea nazio­nale dei dele­gati a feb­braio, l’intenzione di «per­cor­rere tutte le strade: quella giu­ri­dica, dei ricorsi per­ché ci sono ampie parti dei decreti asso­lu­ta­mente inco­sti­tu­zio­nali, con­si­de­rato che a parità di lavoro e con­tratto si assi­cu­rano diritti diversi ai lavo­ra­tori» e per­fino l’uso al con­tra­rio dell’odiato arti­colo 8 di Sac­coni del 2010 — «a livello azien­dale si può dero­gare alle leggi e noi lo faremo col con­tratto a tutele cre­scenti» -, è sulla parola «cam­bia­mento» che sof­ferma le sue conclusioni.

«È stato detto che stiamo peg­gio del 2011 e difatti le riforme che il governo Renzi ha fatto sono solo il com­ple­ta­mento della let­tera della Bce e dei dik­tat della troika di quell’anno. Non sono le riforme che ser­vi­vono al paese», attacca il segre­ta­rio Fiom. La per­dita dei diritti, l’aumento delle dise­gua­glianze viene poi legato alla «schi­zo­fre­nia» di un governo che aveva sem­pre negato «la nazio­na­liz­za­zione tem­po­ra­nea dell’Ilva chie­sta dalla Fiom e ora la fa solo per­ché non trova pri­vati dispo­sti a com­prarla». Oppure la riso­lu­zione delle crisi azien­dali di Terni — «Renzi s’è messo la meda­glia anche lì» — o di Elec­tro­lux «basata sui con­tratti di soli­da­rietà che nella legge di sta­bi­lità sono stati defi­nan­ziati e tagliati del 10 per cento». Il rischio è poi che a breve anche «quel poco di indu­stria pub­blica che è rima­sta sia sven­duta»: Fin­mec­ca­nica o Eni.

«Per que­sto noi dob­biamo riven­di­care più di altri il cam­bia­mento, l’innovazione». Citando il dato sul numero di impren­di­tori lau­reati — solo il 25 per cento — for­nito da Andrea Ricci, ricer­ca­tore dell’Isfol, Lan­dini ricorda una frase di Romano Prodi: «Non si può essere ric­chi e coglioni per più di due gene­ra­zioni» anche per­ché è «ormai dimo­strato che la pre­ca­rietà porta alla ridu­zione della pro­dut­ti­vità». Per tutti que­sti motivi la Fiom — e la Cgil — vogliono inno­vare i temi delle loro mobi­li­ta­zioni. «La pos­siamo girare come vogliamo, ma dob­biamo assu­mere l’idea di una Europa che abbia lo stesso sistema fiscale e una banca unica». Il pros­simo con­ve­gno della Fiom sarà pro­prio sul fisco, annun­cia Lan­dini, ricor­dando come «il Jobs act e il decreto fiscale con il con­dono sono due facce della stessa meda­glia». Per «allar­gare con­senso e rap­pre­sen­tanza serve mobi­li­tarsi anche su que­sti temi», chiude.

Sulla stessa linea lo aveva pre­ce­duto Susanna Camusso. «Dob­biamo pro­vare ad inno­vare e a farlo senza aggiu­sta­menti in un sistema che non fun­ziona o facendo riforme dello Stato e della Pub­bica ammi­ni­stra­zione che non affron­tano i pro­blemi dello svi­luppo, della ridu­zione della dise­gua­glianza. Se non riu­sciamo a mutua­liz­zare a livello euro­peo il nostro debito, prima o poi arri­ve­remo a discu­tere di uscita dall’Euro», pre­dice il segre­ta­rio della Cgil. Il pro­blema dell’Italia è quindi che «siamo un paese che guarda con invi­dia alle inno­va­zioni degli altri, ma le ripro­po­niamo solo in scala micro: abbiamo intro­iet­tato l’idea che non siamo un paese di inno­va­zione». Per aspi­rare ad «un nuovo modello di svi­luppo pro­viamo a par­tire da alcuni ambiti: l’alimentare e il made in Italy, la cura delle per­sone in un paese che uni­sce invec­chia­mento e lon­ge­vità e, infine, sul ter­ri­to­rio con manu­ten­zione, porti, turi­smo, arte». Parole nuove, per un sindacato.

“Cgil, ambiguità e attendismo non aiutano certo l’autoriforma del sindacato”. Intervento di Sergio Bellavita Fonte: il sindacato è un’altra cosa | Autore: sergio bellavita

Il 9 e 10 gennaio l’esecutivo nazionale Cgil si è riunito in una due giorni potenzialmente ambiziosa. Il tema era il rapporto tra il PD, la Cgil e il contesto sociale e politico che le scelte di Renzi hanno definito. Susanna Camusso ha introdotto la discussione sottolineando il carattere strutturale della rottura con il PD, oltre lo stesso Renzi, la scomparsa cioè di un partito di riferimento per la Cgil e quindi il delinearsi, insieme alle implicazioni pesanti del Jobs Act, di una situazione del tutto inedita.Ha lamentato il fatto che non tutti i quadri dell’organizzazione hanno compreso la necessità di elaborare il lutto di questa rottura. Ha criticato il dualismo esistente nell’organizzazione tra la rottura profonda di vertice Cgil PD e i buoni rapporti che a livello locale continuano determinando un dualismo non più sostenibile. Si è quindi interrogata su quale possa essere il rapporto tra la politica e il sindacato anche e soprattutto alla luce delle aspettative di massa che la Cgil ha raccolto intorno a se con la manifestazione del 25 ottobre. No ad una Cgil area di minoranza del PD, no a costruire nuovo partito. La Cgil non può divenire il sindacato della nostalgia, minoritario e che raccoglie la fiaccola della resistenza ma deve assumere un ruolo da protagonista nella sfida posta. Proprio perché vogliono collocare il sindacato confederale tra le cose inutili. Innovare quindi perché indietro non si torna, è sinteticamente la riflessione di Camusso. Da qui ha introdotto il tema del rapporto tra le aspettative che le piazze delle mobilitazioni hanno posto e le risposte possibili. Ha chiuso a nuovi scioperi generali a breve, il direttivo Cgil è infatti convocato per il 18 febbraio dopo un passaggio con la Uil e il tentativo di ricucire con la Cisl, affermando che la partita non si giocherebbe nelle piazze ma nella contrattazione, nel radicamento nei luoghi di lavoro e infine non si scapperebbe dalla indispensabile unità sindacale. Si è interrogata quindi su quale profilo si debba assumere in quanto nessuno, nemmeno la Cgil, sarebbe immune dai condizionamenti dei processi in corso. Rappresentanza e contrattazione devono divenire il luogo entro cui, secondo Camusso, si ricostruisce radicamento sindacale. Non si deve cadere nella pratica dell’art.8 di Sacconi, bisogna decidere se stare o meno dentro le commissioni di conciliazione del nuovo sistema. Infine secondo Susanna Camusso non si deve cedere al leaderismo in questa fase, cosa che riguarda tutti i corpi di rappresentanza, mentre bisognerebbe che i dirigenti Cgil facessero un passo indietro cedendo un po’ di potere verso il basso, a quadri e iscritti, riconoscendo cosi il valore delle persone e dei processi decisionali collettivi. La discussione che si è aperta ha rappresentato bene il disorientamento e la crisi della Cgil. Tra chi vorrebbe ricostruire il rapporto con il PD o non lo ha mai interrotto a chi pensa che il sindacato debba costruire un nuovo soggetto o almeno essere parte di esso. Sul terreno della contrattazione insediamento e rapporto con il nuovo contesto sono emerse le due spinte di fondo che esistono dentro l’organizzazione, una in sostanza dice che nel nuovo contesto bisogna starci adattando il modello e le pratiche contrattuali e l’altra che chiede un riposizionamento strategico con la riscrittura del programma fondamentale della Cgil. Una dice che nella stagione della deflazione bisogna accettare la chiusura delle politiche salariali e lavorare a quella di filiera, di sito. L’altra dice che bisogna riunificare i contratti per rafforzare la nostra capacità contrattuale perché la contrattazione nazionale è finita per come originariamente è nata. Landini ha chiesto di coinvolgere gli iscritti, anche con consultazioni ad hoc per decidere insieme a loro come proseguire la battaglia contro le politiche del governo Renzi e sulle scelte organizzative Cgil. Rinaldini ha lamentato l’eccessivo ritardo di un direttivo nazionale al 18 febbraio ed ha chiesto alla Camusso di anticiparlo.
Susanna Camusso nelle sue conclusioni ha risposto che la discussione è solo avviata e che proseguirà nella due giorni sulla conferenza di organizzazione. Il mio giudizio è che l’unica cosa vera che alla fine di questa due giorni si può dire sia stata definita è la rottura con il PD. Cosa che di per se non produce nulla ovviamente e che se non vedrà una ridefinizione della linea e delle pratiche rischia di vanificarsi in un processo inesorabile di sussunzione dentro il PD di tutta la Cgil. Per il resto la montagna di una discussione importante ha partorito il topolino. Si conferma la centralità dell’unità con Cisl e Uil, e del sistema definito dal Testo Unico del 10 gennaio. Cioè esattamente la continuità deleteria e devastante con le pratiche di questi anni. Il No ad anticipare il direttivo nazionale Cgil sta a certificare la fine della parabola di mobilitazione di questi mesi contro il Jobs Act.
La Cgil appare davvero in gravissima difficoltà ad immaginare una via d’uscita da questa sua drammatica crisi di risultati concreti. O meglio, quella parte che la drammaticità non la coglie perché si considera già parte del nuovo modello sociale questa crisi non la percepisce, mentre Landini – che sa bene quali devastanti implicazioni conoscerà l’iniziativa sindacale senza lo statuto dei diritti dei lavoratori – non riesce a dire l’unica cosa che oggi la Cgil deve fare se davvero volesse ricostruire un argine all’aggressione che governo e padronato perseguono contro il mondo del lavoro: rompere con il modello del 10 gennaio, disdettare formalmente l’accordo che accetta la totale derogabilità dei contratti e della legge. Senza quella rottura ogni discussione su come ricostruisci una contrattazione che risponda ai bisogni dei lavoratori è finta. Il Jobs Act e l’accordo del 10 gennaio sono complementari. Il regime della totale ricattabilità del lavoro funziona solo se si regge su un modello che alimenta e autorizza la contrattazione di ricatto ed espelle il sindacalismo conflittuale e viceversa. Il 10 gennaio, bisognerà riconoscerlo prima o poi , ha rappresentato l’estensione a tutti i lavoratori del modello Marchionne. Il sindacato ai tempi di Renzi, ma non è solo un processo italiano, è destinato a scomparire nella sua funzione originaria. L’unico spazio che gli viene concesso è quello aziendale per la contrattazione di scambio, aziendalista. Quella parte della Cgil che vuole davvero contrastare questa deriva deve ora rompere ogni ambiguità, ogni attendismo. Lo diciamo a Landini che legittimamente ambisce a divenire segretario della Cgil. Bisogna imporre con urgenza alla Cgil scelte nette, inequivoche, rimettendo in campo la forza della Fiom: altrimenti la fine di questa discussione senza scelte è già segnata. La Cgil ha più volte dimostrato di non aver alcuna capacità di autoriforma. Senza una rottura con la destra interna, quella che per capirci reclama la normalizzazione totale, non può esserci alcuna svolta. Non ci può essere alcun riposizionamento strategico che tenga insieme chi fa i contratti svendendo diritti e salario e chi pensa di aumentarli. Non abbiamo molto tempo per impedire che sia la linea della normalizzazione ad imporsi in maniera strisciante. Dobbiamo muoverci subito altrimenti sarà la Cgil a conquistare Landini e non viceversa.

Pensioni, dal primo gennaio quattro mesi in più per lasciare il lavoro. Grazie Renzi! | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Per andare in pensione saranno necessari quattro mesi in più a partire dal 2016. A confermarlo è il decreto del ministero dell’Economia, pubblicato in Gazzetta Ufficiale allo scadere del 2014 sull’aumento delle aspettative di vita. I requisiti d’età per le diverse categorie, lavoratori del pubblico o del privato, uomini e donne, saranno così spostati in là di una stagione, ma le novità non si fermano qui: viene aggiornato anche il sistema delle quote, che vigeva per tutti prima dell’arrivo della riforma Fornero e che ora resta in piedi per determinati target, tra cui però ci sono anche gli esodati, nonché‚ i prepensionati del pubblico impiego. Per loro da gennaio del prossimo anno il diritto all’uscita verrà conquistato solo una volta raggiunta quota 97,6. “Siamo scesi in piazza per chiedere politiche concrete per il lavoro – commenta Susanna Camusso, leader della Cgil – e per dire di no a norme che il lavoro non lo aiutano, che non aiutano i giovani e non danno risposte nemmeno alle troppe persone rimaste bloccate dalla riforma Fornero”, ricorda la leader del sindacato di Corso d’Italia. E avverte: “Ci aspetta un anno complesso, fatto di altre battaglie”.