Fonte: il manifestoAutore: Guido Viale Migranti, la grande barriera italiana

Stiamo costruendo nel Mediterraneo una barriera più feroce del muro su cui Trump ha fatto campagna elettorale. Una barriera di leggi, misure di polizia, agenzie senza base giuridica, violazioni del diritto del mare e di asilo, navi da guerra, criminalizzazione delle organizzazioni umanitarie, eserciti mobilitati ai confini, filo spinato e muri.E tra i muri quello – 270 chilometri – che il governo turco ha costruito con il denaro della commissione europea per bloccare i nuovi profughi siriani che l’Europa teme che transitino poi verso i Balcani. Ma una barriera fatta anche di accordi con i governi dei paesi di origine o di transito dei rifugiati, per trattenerli dove sono o respingerli là da dove sono partiti. Con ogni mezzo: finanziando armamenti – navi, sistemi di rilevamento, addestramento delle milizie, caserme e prigioni – e legittimando governi e pratiche feroci sia con i profughi che con i propri sudditi.

Che cosa succede oltre quella barriera, nei campi e nelle prigioni di Libia, Sudan, Niger o Turchia – violenze, stupri, omicidi, umiliazioni e sfruttamento, condizioni igieniche letali – è provato da medici, reporter, organizzazioni umanitarie, agenzie dell’Onu come Unhcr, Oim, Unice e da molti reportage fotografici. Ma la barriera maggiore è ancora costituita dai naufragi in mare e dagli abbandoni nel deserto. Tutte pratiche, più i futuri rimpatri, non solo tollerate, ma finanziate dall’Unione europea come soluzione per «disincentivare l’afflusso di nuovi profughi»: espressione anodina per dire che chi vuol sottrarsi a morte, fame, guerre o violenze di un tiranno deve rassegnarsi; mettersi in viaggio è anche peggio.

Ma al di qua di quella barriera, chi è riuscito a raggiungere l’Europa approdando in Italia, Grecia o Spagna, sfidando più volte la morte, sua e dei propri figli, si accorge di essere finito in un territorio quasi altrettanto ostico.
Fino a un anno fa, Grecia e Italia accoglievano e accompagnavano i profughi ai confini per aiutarli a raggiungere altri paesi dell’Unione, la loro vera meta. Oggi non possono più farlo a causa delle barriere fisiche, poliziesche e amministrative che l’Unione europea ha lasciato elevare tra i suoi paesi membri; mentre chi decide se un profugo ha diritto alla protezione della convenzione di Ginevra o no è sempre più selettivo.

Finora, a coloro che ricevono il diniego o non vengono neanche ammessi alla procedura (spesso esclusi già negli hotspot perché provenienti da paesi classificati “sicuri”) veniva ingiunto di lasciare subito il territorio italiano: senza denaro, biglietto, documenti e punti di appoggio. Ovviamente nessuno lo faceva; chi non riusciva a passare la frontiera si accalcava ai suoi bordi, a Ventimiglia, a Como, al Brennero; o cercava rifugio sotto un viadotto o in un edificio abbandonato, iniziando la vita da “clandestino” decretata per lui dallo Stato.

Oggi, dopo alcune prove di deportazioni di massa verso il Sudan o la Nigeria, il ministro Minniti ha deciso di imprigionarli tutti in centri di reclusione da istituire, in attesa dei soldi e degli accordi per “rimpatriarli” là dove non potevano più stare perché perseguitati o affamati. E’ il coronamento della barriera voluta dalla commissione europea, che intende riservare questa sorte ad almeno di un milione di profughi, bambini compresi. In sostanza, però, si scarica su Italia e Grecia il compito di mettere al sicuro gli altri paesi dell’Unione da un flusso di esseri umani che sbarcano da noi, ma per raggiungere il resto dell’Europa. Ma invece di porre al centro dei rapporti con il resto dell’Unione questa questione – su cui si decide il futuro politico del continente – il governo italiano la usa solo per lucrare qualche punto di deficit in più.

Ma ammassare i profughi nei tanti centri dove si specula sulla loro esistenza di fronte agli abitanti dei dintorni, a cui vengono esibiti come nullafacenti a spese dello Stato, umiliando sia gli uni che gli altri, o moltiplicare i “clandestini” prodotti dalle leggi dello Stato sono cose che provocano nei più un senso di rigetto, alimentato dalle forze politiche che su di esso costruiscono le proprie fortune. Invece di vedere sofferenza e disperazione in chi vive una fuga ormai senza meta, non si rifugge più né da espressioni truci né dal passare a vie di fatto. Sono reazioni emotive, ma ben radicate, alimentate soprattutto da cattiva informazione. Le informazioni vere non mancano, ma non si vuole vederle né si possono cambiano certe reazioni solo con la buona informazione. Allora, a che punto è la notte? Molto avanti. Ma non è un processo irreversibile.

Impariamo noi, e impariamo a portare anche altri, chiunque sia, a guardare negli occhi i profughi che ci stanno accanto. Gira su facebook un video che mostra le risposte violente e razziste di persone per strada quando un intervistatore bianco chiede loro “che cosa fare dei profughi”. Poi la stessa domanda viene rivolta alle stesse persone da un intervistatore di colore, che potrebbe essere un profugo e che li guarda negli occhi. Accanto all’imbarazzo per quello che hanno appena detto, cresce tra tutti lo sforzo per trovare, qui e ora, una risposta più umana. E’ quello che dobbiamo tutti cercare di fare, e trovare dei luoghi dove farlo.

Annunci

Fonte: il manifestoAutore: Riccardo Chiari Rifugiati, prima le manganellate poi l’accoglienza. Temporanea

FIRENZE “I migranti avrebbero dovuto essere ascoltati per primi. Invece li si manganella”. Da Tommaso Fattori, consigliere regionale di Toscana a Sinistra, la fotografia di una giornata segnata dalle cariche della celere, di sabato e a un passo dal Duomo, fra turisti interdetti e studenti che uscivano da scuola. L’ennesima prova muscolare ai danni dei più deboli, in questo caso una sessantina di rifugiati e richiedenti asilo, respinti con la forza all’ingresso della Prefettura, dove era in corso una riunione del “Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica”. Un appuntamento con all’ordine del giorno la ricerca di una sistemazione per gli ex occupanti del capannone bruciato nei giorni scorsi, al momento accampati nel Palasport di Sesto Fiorentino.
Le cariche sono state ordinate quando alcuni manifestanti hanno tentato di entrare durante la riunione. Non sia mai. “Manganellare coloro che chiedono di essere ascoltati dal tavolo che deve decidere del loro futuro è grave e disumano – denuncia Fattori – dopo anni di colpevole incapacità da parte delle istituzioni di dare risposte concrete a bisogni basilari, nel rispetto dei diritti umani. Non è così che Città metropolitana, Comuni e Prefettura potranno farsi interpreti di una richiesta di accoglienza e inserimento sociale che viene da persone che vivono regolarmente nel nostro paese, e che chiedono che non sia calpestata la loro dignità”.
Anche i numeri danno ragione al consigliere Fattori: delle 100 persone ospitate attualmente all’interno del Palasport sestese, 94 sono di origine somala, quattro della Sierra Leone, e due sono italiani. Al momento dell’ingresso, 68 migranti hanno esibito un documento tra carta d’identità e permesso di soggiorno; altre 32 sono risultate senza documenti, perlopiù bruciati nel rogo del capannone. Ma la provenienza dalla Somalia devastata dalla guerra dovrebbe in teoria costituire un pass sufficiente. O neanche questo?
Per fortuna la riunione in Prefettura da dato qualche risultato: da domani almeno buona parte del centinaio di immigrati rimasti senza un tetto, dopo il rogo del capannone-rifugio, sarà inviata nelle diverse strutture dei comuni dell’area metropolitana che hanno dato la loro disponibilità. Per primo quello di Bagno a Ripoli, che aveva anticipato la possibilità di ospitarne una ventina nelle strutture della Protezione civile. A sintetizzare la decisione del comitato securitario è stato il sindaco sestese Lorenzo Falchi: “Anche se non esiste una soluzione stabile e duratura per tutti, ogni comune ha fatto il suo sforzo per trovare strutture dove ospitare i migranti e gestire così l’emergenza”.
Insomma il bicchiere è mezzo pieno. O mezzo vuoto, a seconda dei punti di vista. Ad esempio quello del Movimento di lotta per la casa, le cui occupazioni di edifici dismessi in città per dare un tetto sulla testa ai migranti sono state sistematicamente stroncate negli ultimi mesi. Oppure quello di Ai Weiwei, l’artista dissidente cinese, ospite di Palazzo Strozzi con una sua mostra proprio sui rifugiati, che dopo il rogo e la morte del rifugiato Ali Muse aveva voluto dire la sua. Pubblicamente: “In questa dura stagione invernale – ha scritto nel suo appello – la mia preoccupazione è per la gente che trova riparo in questi rifugi e campi temporanei, in particolare le donne e i bambini. Ho visitato decine di campi profughi in tutto il mondo. La maggior parte di questi luoghi sono in cattive condizioni, scomodi, pericolosi e privi delle necessità primarie per la vita. L’Ue deve esaminare attentamente la propria posizione in materia di diritti umani, e di ciò che l’umanità considera valori fondamentali. Si deve lavorare per porre fine alle guerre e sostenere i rifugiati che si trovano già sul suolo europeo. Non possiamo permettere che questi eventi vergognosi continuino”. Invece continueranno, si accettano scommesse.

Fonte: il manifestoAutore: Angelo Mastrandrea I migranti muoiono di freddo, Orbán ordina di arrestarli

Appena due giorni fa, il Global Risk Report aveva avvertito: le più importanti minacce globali del momento sono gli eventi climatici estremi e l’immigrazione incontrollata. Motivo? Possono aumentare l’instabilità sociale e alimentare le sirene populiste, specialmente in Europa. Nemmeno 48 ore dopo, è arrivata a dargli ragione l’Ungheria di Viktor Orbán, che si presenta come il paese istituzionalmente più razzista del continente. Accade infatti che tutto l’est sia flagellato da temperature polari e sommerso dalla neve e allo stesso tempo meta di passaggio per migliaia di profughi, soprattutto siriani, nonostante il flusso sia calato di molto dopo gli accordi tra Ue e Turchia e la chiusura delle frontiere intermedie, da quella tra Grecia e Macedonia a quelle tra Serbia e Bulgaria, fino al muro costruito dall’Ungheria alla frontiera con quest’ultima.Per tutta risposta il governo di Budapest, che si definisce liberale ma è in realtà ultranazionalista e di estrema destra (pungolato più a destra solo dai neonazisti di Jobbik), ha annunciato ieri che arresterà tutti i migranti, compresi i richiedenti asilo. Si tratta del secondo schiaffo all’Unione europea: dopo che Orbán aveva già rifiutato qualsiasi piano di redistribuzione dei profughi, ora addirittura si prevede la detenzione di quest’ultimi, nonostante sia «contro le norme costituzionali accettate anche dall’Ungheria», come il governo ha riconosciuto, invece dell’assistenza umanitaria alla quale questi avrebbero diritto viste le rigidità del clima. In realtà non si tratta di una cosa nuova: il provvedimento, che prevede il fermo dei migranti finché non sarà esaminata la loro pratica, era stato già approvato alcuni anni fa e poi sospeso nel 20013, sotto la pressione di Bruxelles, della Corte europea dei diritti umani e delle Nazioni Unite. Ora tornerà in vigore, con il pretesto del terrorismo islamico, nel momento peggiore per i disperati che cercano di attraversare il Paese per raggiungere il Nord Europa.
Da allora, ha detto Orbán, in Europa ci sono stati sanguinosi attentati e dunque sulle regole internazionali e dell’Europa, liberamente accettate da Budapest, deve prevalere «l’interesse della nostra auto-difesa» e gli immigrati saranno tutti indistintamente trattati come clandestini.

Il premier ungherese ha sfruttato l’occasione del giuramento dei nuovi cadetti della guardia di frontiera per affermare che l’Ungheria non può affidarsi a «una soluzione qualunque» da parte dell’Ue, poiché i migranti rappresentano un rischio per la cultura e la sicurezza degli ungheresi e una minaccia sul fronte del terrorismo. «In Europa, viviamo un tempo dell’ingenuità e dell’incapacità: gli immigrati sono vittime dei trafficanti, ma anche dei politici europei, che incoraggiano la migrazione con la politica di accoglienza», ha detto. «Da noi, non ci saranno camion che investono chi festeggia», ha concluso, alludendo alle stragi di Nizza e di Berlino.

Probabilmente non sono estranee, queste parole, al nuovo corso americano di Donald Trump, che alla vigilia del suo insediamento, nella prima conferenza stampa, pochi giorni fa è tornato a chiedere il muro anti-immigrati con il Messico, pagato da quest’ultimo. Orbán, al momento in minoranza in Europa, si propone come interlocutore degli Usa trumpisti sfasciando proprio l’Unione, sperando nell’ascesa di Marina Le Pen alle prossime elezioni francese (ma non gli è andata bene in Austria con l’ultranazionalista Norbert Hofer, sconfitto dal verde Alexander Van der Bellen). Insomma, la partita sembra andare oltre la questione dei profughi, anche se lo stesso Orbán (capofila di uno schieramento di destra nazionalista e xenofoba che comprende pure polacchi e slovacchi) si trova a dover fare i conti con l’opinione pubblica interna dopo il fallimento, lo scorso autunno, del referendum anti-immigrati.

Sempre ieri, l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati ha espresso «profonda preoccupazione per la situazione di profughi e migranti in Europa», sulla quale sono calati l’ondata di gelo e maltempo e il gelo di Orbán. Nel mirino dell’Unhcr c’è però l’intera rotta balcanica, dove il flusso di migranti ha rallentato rispetto a un anno fa ma non si è arrestato del tutto: «Abbiamo rafforzato la nostra assistenza in Grecia e Serbia, tuttavia siamo estremamente preoccupati per notizie di continui respingimenti in tutti i Paesi lungo la rotta balcanica occidentale», ha affermato una portavoce, che ha sollecitato tutti gli Stati a fare di più per salvare vite. La gran parte del peso dell’assistenza è stato scaricato sulla Grecia di Alexis Tsipras, che si trova a dover fare i conti con le imposizioni della troika e con le migliaia di siriani che nessuno vuole e che il governo ungherese ora vuole addirittura arrestare. L’Unione europea per il momento rimane alla finestra

Fonte: agenzia direAutore: redazione Cona, LasciateCIEntrare: “Avevamo già segnalato le terribili condizioni in cui versava il centro” da: controlacrisi.org

“Una nuova tragedia annunciata”, cosi’ Yasmine Accardo, portavoce di LasciateCIEntrare commenta quanto accaduto nella notte al centro di prima accoglienza di Cona, in provincia di Venezia, dopo lo scoppio di una rivolta in seguito alla morte all’interno della struttura di giovane ivoriana di 25 anni.
“Lo scorso giugno – aggiunge Accardo – la Campagna ha documentato le terribili condizioni in cui versava il centro e le
condizioni di vita dei migranti, attraverso la visita di una delegazione LasciateCIEntrare e Melting Pot Europa. A seguito dell’ingresso, LasciateCIEntrare ha inoltrato le dovute segnalazioni agli organi competenti. L’inchiesta ha avuto molta risonanza sulla stampa nazionale e locale, ma a seguito della segnalazione non sono stati presi i dovuti provvedimenti”.
Il Cpa a giugno conteneva piu’ di 620 persone, in una struttura visibilmente inadeguata all’accoglienza, lontana da servizi e spazi sociali: una tendopoli nel nulla. Una situazione che gli attivisti definiscono “inaccettabile, destinata ad esplodere con l’aumento degli ospiti. Vittime dell’inadeguatezza del sistema, i migranti e gli operatori su cui si e’ riversata la rabbia collettiva”. Dopo quanto accaduto la richiesta e’ di “un intervento urgente, con la speranza che stavolta la richiesta non
resti inascoltata”. C’e’ poi l’auspicio che sia fatta “un’approfondita indagine” per chiarire l’episodio e la causa della morte della ragazza. Nonche’ sul ruolo “degli enti gestori nelle tragiche ore dell’allarme, sulla presenza di personale medico o infermieristico, sull’avanzamento della segnalazione alle autorita’ di primo intervento e gli eventuali ritardi dei
soccorsi della giovane”.

Proprio a proposito dell’ospite ivoriana, LasciateCIEntrare chiede di chiarire “perche’ la ragazza si trovasse ancora in tale
centro di prima accoglienza dal momento del suo sbarco avvenuto in agosto, atteso che centri, come quello di Cona non dovrebbero ospitare soggetti vulnerabili come donne e bambini e vittima di tratta in quanto totalmente inadeguati”. Infine l’appello al Ministro Minniti perche’ “risponda efficacemente al fallimento dell’attuale sistema di accoglienza, rilanci sulla buona
accoglienza: metta fine a queste vergognose e strazianti morti di Stato”

Forlì e il modello dell’accoglienza diffusa.”Siamo pronti per altri arrivi” Autore: redazione da: controlacrisi.org

Mentre infuria la polemica tra governatori e Stato centrale sulla gestione dei Cie, da Forli’ arriva il segnale di porte aperte all’accoglienza dei rifugiati, anche a quelli di Cona, se c’è bisogno. Un risultato che non arriva a caso, e che ha solide basi nell’accoglienza diffusa.

E per discutere e ragionare sul tema l’amministrazione comunale ha pensato di portare in citta’ la mostra “Migranti, la sfida dell’incontro”, che ha riscosso parecchio successo all’ultima edizione del Meeting dei popoli.
Cancelli aperti a Palazzo Albertini dal 14 al 22 gennaio prossimi. Attraverso pannelli con immagini e testi e quattro video il fenomeno verra’ inquadrato attraverso testimonianze dirette. D’altronde i numeri parlano chiaro, chiosa con la stampa presentando l’evento, l’assessore alle Politiche sociali, Raoul Mosconi. I cittadini stranieri, oltre 14.000, rappresentano l’11%
della popolazione forlivese e sono in costante aumento i “nuovi italiani”, 800 solo nel 2016. A livello di distretto i rifugiati
sono 505, 350 in citta’, grazie al sistema di accoglienza diffusa. Si tratta di nigeriani, maliani, ivoriani e senegalesi.

Senza dimenticare “l’esperienza storica” di Sprar: l’accoglienza di secondo livello conta 38 adulti e 17 minori provenienti da
varie parti del mondo. Ci sono poi i 13 maggiorenni ormai avviati all’autonomia grazie al progetto “Un rifugiato a casa mia”.
Forli’, aggiunge Mosconi, e’ pronta ad accogliere anche persone da Cona, la cittadina veneziana al centro della cronaca di questi giorni, “se la Prefettura ce lo chiede”. Anche perche’ “i rifugiati non li hanno inventati in Veneto quest’anno”.

Sul tema immigrazione, dunque, “in citta’ si continua a discutere. Non vogliamo essere sorpresi dagli eventi, la sfida va affrontata”. Con un occhio di riguardo per le scuole, rimarca Mosconi, che si vogliono protagoniste della mostra che sara’
presentata lunedi’ prossimo, 9 gennaio, dal curatore Giorgio Paolucci e sara’ accompagnata da una serie di incontri collaterali.

«E’ il ’68 dei giovani africani, non si faranno fermare dai muri» di Carlo Lania da: ilmanifesto.ifo

Migranti. Siria, Africa, Europa. Parla il fondatore della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi

Sulla Siria: «Se in futuro ci sarà un piano per la ricostruzione i siriani torneranno, ma oggi il paese è balcanizzato, mancano le condizioni di sicurezza». Sull’Africa. «E ’ in corso una rivoluzione dei giovani africani che vogliono vivere meglio e che fuggono dalla guerra». Sull’Europa: «C’è il vezzo infondato di sentirsi invasi dai rifugiati. In realtà non aver posto come centrale la pace in Siria è stato un errore e il segno della debolezza dell’Unione europea». 66 anni, storico, ministro della Cooperazione con il governo Monti, in passato Andrea Riccardi ha svolto un ruolo di mediatore in numerosi conflitti, africani e non solo. Un «eroe moderno» per la rivista Time, ma soprattutto il fondatore nel 1968 della Comunità di Sant’Egidio con cui, insieme alla Federazione delle chiese evangeliche e alla Tavola Valdese, ha organizzato corridoi umanitari che hanno permesso finora di portare in Italia 350 profughi siriani e palestinesi dal Libano. «Un successo, al quale dal 2017 parteciperà anche la Francia», dice.

Professore, cosa si aspetta per il 2017?
Per quanto riguarda l’immigrazione i problemi principali riguarderanno ancora la Siria e l’Africa. La Siria è la madre dei rifugiati. C’è il vezzo europeo di sentirsi invasi dai profughi siriani, che invece si trovano soprattutto in Turchia, Giordania e Libano. Sei anni di conflitto siriano durante i quali come europei non siamo intervenuti o lo abbiamo fatto male. E qui c’è la prima contraddizione: non si è vissuto il primato della ricerca della pace, credendo che la guerra degli altri non fosse un nostro problema o che comunque si potesse isolare. Non aver posto questa priorità è stato un errore e allo stesso tempo la debolezza dell’Unione europea. Adesso c’è questo accordo russo-turco-iraniano che però non credo che limiterà il flusso dei profughi.

C’è poi l’Africa, un continente in movimento.
Quella africana è un’immigrazione in parte ambientale, in parte economica e in parte dovuta all’instabilità. L’idea di fermarli alla frontiera o di scaricarli sui paesi di prima accoglienza è folle.

Il governo punta sui migration compact, la convincono?
E’ una politica giusta. Sono stato sempre convinto che esista una irresponsabilità dei governanti africani nei confronti dei loro migranti. Ha mai visto un presidente africano venire a inchinarsi a Lampedusa di fronte alle proprie vittime? L’immigrazione è una valvola di sfogo per questi paesi, anche perché i migranti finanziano una parte delle economie locali con le rimesse.

I risultati degli investimenti promessi nei paesi africani non si vedranno prima di una, forse due generazioni. Intanto però si chiede di fermare subito i migranti.
Sarei più ottimista. Non dico che i migration compact sono la soluzione, ma occorre moltiplicare la cooperazione e responsabilizzare i governi africani nel sensibilizzare le giovani generazioni. In Africa si vive un ’68 permanente e i giovani senza lavoro sono un elemento di instabilità per i governi, per i quali è meglio mandarli via. Ma questo è un sistema antidemocratico, che mette a rischio la vita delle persone. Conosco i giovani africani e so che la scelta di andare via, di attraversare il deserto rappresenta una sorta di rivolta contro nazioni che sono matrigne, perché vogliono vivere meglio di come vivono. E’ la rivolta dei giovani. Senza dimenticare che c’è anche tanta gente che è costretta a fuggire. Pensiamo alla Nigeria, al Corno d’Africa, alla Somalia, lì si fugge dalla guerra. Questa rivoluzione non si fermerà in un anno, ma una politica europea di cooperazione è la direzione giusta. Europa e Africa non hanno destini separati e i destino dell’Africa ci coinvolgerà.

La riforma di Dublino sarà una delle prime questioni che l’Ue dovrà affrontare nel 2017. Per ora però non si intravede niente di buono.
Siamo in un momento in cui l’Unione europea stenta a esistere. Dublino come è ora è sostanzialmente l’accordo di chi non vive lo spirito dell’Unione. D’altro canto molti stati hanno capito che sull’immigrazione si vincono e si perdono le elezioni, quindi non vogliono socializzare un problema come questo. E questa è la crisi drammatica dell’Europa. Ma a preoccupare non è solo Dublino, riforma miope, ma i muri nell’est europeo a partire dall’Ungheria. Quando a marzo celebreremo i Trattati di Roma dovremo dire cosa è per noi l’Europa.

Intanto la crisi dei migranti ha prodotto l’avanzata prepotente dei populismi in Europa.
Questo è successo prima di tutto perché in passato una politica di sinistra o di centrosinistra ha voluto nascondere la questione migranti pensando che fosse meglio non parlarne per non perdere voti. E’ vero, si perdono voti, ma bisogna avere il coraggio di dire con molta chiarezza che noi abbiamo bisogno dei migranti perché abbiamo un vuoto demografico incredibile. Paesi che si chiudono come l’Ungheria tra un po’ saranno vecchi e dovranno invitare i migranti nella propria terra. Non avranno più però la capacità di integrazione perché saranno paesi di anziani, quindi saranno conquistati.

Per quanto riguarda i migranti l’unica buona notizia del 2016 sono i corridoi umanitari che Sant’Egidio organizza insieme alla Federazione delle chiese evangeliche e alla Tavola Valdese.
E’ un’esperienza di successo a costo zero per il paese, perché sono le famiglie e le comunità che si assumono il mantenimento dei siriani e di alcuni palestinesi che arrivano in Italia. Stiamo negoziando un accordo con la Francia per un nuovo corridoio umanitario per 300 rifugiati. Siamo convinti che si tratti di una soluzione giusta, anche nell’interesse di quei paesi che presto saranno troppi vecchi e dovranno implorare l’arrivo dei migranti. Ma questo sarà il loro suicidio e insieme la perdita della loro storia.

tratto da Il manifesto

 

LA CITTADELLA DELLA POVERTÀ E I REGGISENI DELLE VIGILESSE da: frontierenews.it

DI RICCARDO BOTTAZZO

La questione ruota tutta attorno al concetto di “decoro”. Concetto che ognuno interpreta a modo suo. Vediamo due esempi: i poveri e i reggiseni delle vigilesse. Per il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, meglio conosciuto come “il Gigio da Spinea” da quei veneziani che non lo amano, i poveri sono indecorosi. Sono sporchi, soprattutto da quando l’amministrazione ha tagliato le docce dove andavano a lavarsi, qualche volta puzzano, non hanno un posto dove dormire, anche perché detta amministrazione ha chiuso le cooperative che davano loro un letto, tra loro qualcuno rubacchia o spaccia droga (questo non è vero, altrimenti non sarebbero poveri, ma il Gigio da Spinea ne è convinto), e poi – questo è indiscutibile – continuano a non curare l’eleganza e si infilano tutti gli stracci che trovano nelle immondizie per combattere il freddo. Insomma, sono indecorosi!

Il secondo esempio, riguarda le donne vigile. Ieri, il sindaco ha fatto la rituale comparsata per augurare buon Natale ai cittadini decorosi in piazza Ferretto, in pieno centro a Mestre, con una mimetica addosso. Sì… l’altra parola che tiene banco da quando hanno eletto il Gigio da Spinea, è “sicurezza”. Metti che ci sia un attentato, beh, lui ha già la mimetica addosso. Tra una cosa e l’altra, il primo cittadino di Venezia ha pensato bene di prendersela con le vigilesse. Si truccano troppo e indossano reggiseni non consoni. Qualche volta, dice il Gigio, non se lo mettono nemmeno il reggiseno.

Io, ve lo giuro, non me ne ero mai accorto. Fatto sta che adesso, in Laguna, ogni volta che passa una donna vigile tutti a misurarla con gli occhi e a fare supposizioni!

Tutto questo, dice il Brugnaro, è indecoroso, perché anche le donne vigile, al pari degli uomini, rappresentano Venezia agli occhi del mondo. Evidentemente, non si può rappresentare Venezia senza reggiseno!

Bisogna anche spiegare che il Gigio da Spinea con le vigilesse nostrane non ci è mai andato d’accordo. Colpa delle pistole. Colpa della “sicurezza”. Il Gigio, appena eletto, ha armato di pistola tutti i vigili. Costo non indifferente da sostenere, ma, se vogliamo la “sicurezza”, non basta girare in mimetica!

Fatto sta nessun vigile è rimasto contento del regalo e sette donne gli hanno pure risposto picche. La sicurezza non è andare in giro armati, hanno spiegato. I compiti di un vigile non sono quelli di un carabiniere o di un poliziotto. Altre sono le questioni che un vigile è chiamato ad affrontare e nessuna di queste si risolve con una pistolettata. Le pistole sono sempre pericolose, specie se chi le porta, come il corpo di polizia municipale, non è addestrato per usarle. E poi, metti che avvenga uno scippo, cosa dovremo fare? Sparare in mezzo alle calli? Caro sindaco, non siamo Tex Willer e la pistola non la vogliamo.

La questione sta andando per tribunali e sindacati. Ma intanto il Gigio da Spinea ha scoperto che può costringerle a non truccarsi ed a mettere un reggiseno “decoroso”, e lo ha fatto.

Ce n’è anche per i colleghi uomini, eh? Niente piercing, niente capelli lunghi e niente tatuaggi. E se poi uno ha il Leone Marciano tatuato su una chiappa, voglio vederlo il Gigio, che glielo va a scovare per licenziarlo!

Non che gli altri dipendenti comunali, lo abbiano particolarmente in simpatia, il nostro sindaco, considerato che giusto lunedì c’è voluto un battaglione della Celere per impedire a duecento precari licenziati di mettergli le mani addosso quando hanno assaltato il consiglio comunale.

Dico questo per darvi una idea di quali pericoli ed insidie nasconda il sempre antipatico concetto di “decoro”. Le soluzioni, poi, sono ancora peggio. Quella ai “troppi poveri indecorosi” – perlomeno 500 persone, secondo le stime della Caritas, vivono in stato di completa indigenza a Venezia – è sin troppo facile, per il Gigio. “Penso ad una cittadella della povertà che allontani i poveri dalle zone residenziali e dal centro, dove concentrare mense e servizi” ha spiegato. Non ha inventato niente, il Gigio da Spinea. Di slum e favelas è pieno il mondo. Di quartieri ghetto, la terra. Fa solo specie che chi non ce li ha, pensi ad istituirli d’ufficio.

Ai giornalisti che hanno chiesto dove dovrebbe sorgere questa… cittadella, il sindaco ha risposto: “Io lo so ma non ve lo dico”. E qui ci sta tutto il concetto di democrazia di uno come il Brugnaro che appena eletto vuole vendere i quadri del Comune e si incavola quando gli spiegano che non lo può fare. Oppure quando a uno studente che lo contestava civilmente in un dibattito ha urlato: “Io, te ti aspetto fuori!” Oppure quando ha esautorato tutte le municipalità e si è circondato di assessori senza deleghe effettive perché nelle aziende che vogliono fare “schei” troppa “democrazia” impedisce al capo di prendere le decisioni. Oppure quando al referendum costituzionale dichiara ai giornalisti che, nella sua opinione, ci ha ragione il Brunetta e il fronte del No ma che voterà Sì perché glielo ha chiesto Renzi e lui, per principio, si allinea sempre con quelli che comandano. Oppure… va beh, avete intuito, immagino.

“Cosa volete? – commenta il politologo veneziano Beppe Caccia – siamo in un periodo di interregno, tanto per citare Gramsci, il vecchio muore ma il nuovo non può nascere. E in questo periodo sospeso si verificano i fenomeni morbosi più svariati. Trump e Brugnaro ne sono due efficaci esempi”.

Ah sì, Trump. Il Gigio da Spinea ne è un accanito sostenitore. Gli ha scritto una lettera per invitarlo in laguna assieme ad un altri due “suoi” idoli della democrazia, Putin ed Erdogan. Già me li vedo, tutti insieme appassionatamente a spasso per piazza San Marco. Come si dice da queste parti, “Speriamo nell’acqua alta”.

Ma torniamo alla famosa cittadella tutta per i poveri da costruire dove non ci è dato sapere ma senz’altro in qualche periferia già degradata di per suo così da non doverci lavorare più di tanto per degradarla ancora di più.

Ma davvero c’è qualcuno che si stupisce se il Brugnaro non vuole poveri, accattoni, tossici e barboni in centro? – si chiede provocatoriamente Vittoria Scarpa, attivista del cso Rivolta e portavoce della cooperativa Caracol che lavora con l’emarginazione offrendo posti letto al caldo e coperte a chi ne ha bisogno. Cooperativa naturalmente scaricata dall’amministrazione Brugnaro -. A Mestre sono state rimosse le panchine perché i senza casa ci si sedevano, è stata tolta la fermata dell’autobus, piazzale Donatori è stata trasformata in una scoassera (immondezzaio, ndr) piuttosto che fosse frequentato da chi non ha casa casa. Gli operatori in strada sono sempre di meno, perché ora il must è ‘aiutiamo solo chi vuole redimersi’. Come se la povertà fosse una scelta o una colpa! Chi lavorava nel sociale e ha denunciato le vergognose politiche di questa giunta è stato sostituito da quelli che fino a ieri vendevano panchine di legno e oggi da bravi lacchè ammaestrati fanno da palcoscenico al finto assessore buono! Si vantano di progetti che non sono loro e non sanno che sono nati dalle nostre occupazioni delle stazioni nei giorni freddi. Ma noi non lo facevamo per togliere i poveri da sotto gli occhi della città per bene e neanche per carità cristiana. Noi ci siamo battuti e ci batteremo ancora per garantire a tutti i loro diritti. Ma il sindaco e l’assessore non sanno neanche cosa significhi questa parola”.

Purtroppo per il Brugnaro, il progetto della cittadella dei poveri nasce già in salita. Le mense colpevoli di attirare i poveri da spostare nella famosa cittadella appartengono tutte alla curia patriarcale e non al Comune. Immediata la replica del patriarca Francesco Moraglia: “La città non può emarginare realtà che appartengono al vivere sociale. Se c’è da organizzare meglio le mense, ci impegneremo perché questo avvenga, però portare tutto in un luogo deputato alla carità, quasi come se ci fossero barriere divisive allinterno della comunità civica e sociale, questo no. Così si crea emarginazione su emarginazione.

Adesso bisogna vedere cosa risponderà il Gigio da Spinea che certo non ama essere contraddetto, lui che si è fatto i soldi creando una società di lavoro interinale! È una fortuna per il patriarca di Venezia non aver bisogno di portare reggiseni!