ANPInews n. 237

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

 

APPUNTAMENTI

 

► “Dal rilancio dei valori della Costituzione una nuova spinta per il contrasto ai neofascismi in Italia e in Europa”: il 10 marzo a Modena incontro pubblico con la partecipazione e intervento del Presidente nazionale ANPI

 

 

 

 

MESSAGGIO DELL’ANPI NAZIONALE PER L’ 8 MARZO, GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA   Anpinews n 237

La guerra sul faro di Mussolini: “Non riaccendete quella ferita” da: lastampa.it

Predappio, la Provincia dà via libera: “Sarà visibile da Rimini, porterà turisti”. Ma Anpi e comunità ebraica insorgono. I nipoti del partigiano ucciso: uno sfregio

Il castello di Rocca delle Caminate, nel Comune di Meldola, era la casa estiva di Mussolini. Nel 1927 in cima alla torre venne installato un faro che emetteva un fascio di luce tricolore visibile da 60 chilometri che segnalava quando il Duce soggiornava in Romagna.

GABRIELE MARTINI
INVIATO A PREDAPPIO (FORLÌ)

I calzini neri con la faccia di Mussolini costano 3 euro. Se ne compri cinque c’è lo sconto. Ne servono 15 per aggiudicarsi la felpa con l’effigie della Decima Mas. Il ragazzo romano, barba curata e scarpe griffate, opta per uno scaldacollo con la scritta «me ne frego» e un manganello. «A noi!», urla uscendo dal negozio. Appeso alla parete, tra souvenir di dubbio gusto, spicca un quadro che ritrae un faro. La firma è in basso a sinistra, ben leggibile: Romano Mussolini, quarto figlio di Benito e donna Rachele. Il prezzo non è trattabile: 600 euro. Il faro è quello che sorge a quattro chilometri da qui, sulla collina che domina Predappio. È il faro del Duce. Durante il Ventennio segnalava quando Mussolini soggiornava in Romagna. E ora c’è chi vuole riaccenderlo.

 

Il castello di Rocca delle Caminate, nel territorio del Comune di Meldola, era la residenza estiva del capo del fascismo. Oggi è proprietà della Provincia di Forlì. Nel 1927 in cima alla torre venne installato un faro che emetteva un fascio di luce tricolore visibile a oltre 60 chilometri di distanza. Il 28 settembre 1943, in questo edificio circondato da pini e cipressi, si tenne il primo consiglio dei ministri di quella che sarà la Repubblica Sociale Italiana. Nei mesi precedenti la Liberazione le segrete del castello furono luogo di indicibili torture nei confronti di partigiani e antifascisti. Come quelle che portarono alla morte di Antonio Carini, nome di battaglia Orsi, uno dei cinque membri del Comando generale delle Brigate Garibaldi, ucciso il 13 marzo 1944.

 

Ma la memoria, in questa fetta d’Appennino, slitta in secondo piano. «Vogliamo riaccendere il faro per attrarre turisti», spiega Gianluca Zattini, sindaco di Meldola. «Sarà visibile da Imola a Rimini e richiamerà quassù un bel po’ di gente. Stiamo definendo le pratiche per affidare la gestione, ci sarà anche un ristorante». Il pericolo, ribattono dal neonato comitato anti-faro, è che Rocca delle Caminate diventi luogo di pellegrinaggio del turismo nero. «Nero, rosso, bianco, io non ne faccio una questione di colore. Chiunque vorrà visitare il faro sarà il benvenuto», svicola il primo cittadino: «Chi si oppone fa una battaglia culturale di retroguardia». La Provincia di Forlì ha dato via libera, la proposta è stata approvata con voti bipartisan. «La rocca ha una storia millenaria, i nostalgici saranno una minoranza», dice il presidente dell’ente Davide Drei. Ma il Pd è diviso: il deputato catanese Giuseppe Berretta ha presentato un’interrogazione al ministro dell’Interno sostenendo che «la riaccensione del faro è apologia di fascismo». Il collega di partito forlivese Marco Di Maio definisce le accuse «ridicole» e ribatte che l’obiettivo è «valorizzare un luogo straordinario, senza scordare la storia».

 

Anche all’interno dell’Anpi le posizioni sono sfumate. Tamer Favali, presidente della sezione di Forlì, mette i paletti: «Riaccendere il faro si può, ma allora diventi il faro della pace, questa è la nostra proposta». La coordinatrice regionale Anna Cocchi è meno accomodante: «Se è rimasto spento finora, deve continuare a esserlo. L’accensione era legata alla presenza di Mussolini, che non merita certo di essere ricordato. Il faro rievoca la sua persona e l’Anpi non dimentica». Giorgio Frassineti, sindaco Pd di Predappio, spalleggia invece l’iniziativa dell’omologo del Comune confinante: «Voglio restare fuori da questa polemica», premette. Poi sgancia il siluro: «Nel 2017 bisognerebbe interrogarsi su che senso abbia l’esistenza dell’associazione partigiani. Sinceramente credo che l’Anpi abbia esaurito il suo compito anni fa».

 

La comunità ebraica è preoccupata. «Qui c’è la tendenza a nascondere le malefatte del regime», lamenta Luciano Caro, rabbino di Ferrara. «A Predappio ci sono clamorose celebrazioni del fascismo: busti, bandiere, gadget, reliquie. Riaccendere il faro significa aggiungere ulteriore squallore». Ma gli amministratori locali non sembrano intimoriti dalle polemiche. Stime ufficiose calcolano che il turismo nero porti in paese almeno 40 mila presenze all’anno tra neofascisti in camicia nera e parate cialtronesche. Un business di cui la città non sembra intenzionata a privarsi. Al cimitero il viavai è incessante. Nella cripta che conserva le spoglie di Benito Mussolini i turisti si inginocchiano e lasciano dediche sul quaderno: «Il nostro onore si chiama fedeltà», «la storia ti darà ragione». Fino alla macabra preghiera di tale Giuseppe Pellegrini da Viterbo: «Fa che muoiano i clandestini, non tutti, vedi tu, basta che in Italia non vengano più».

 

Contro la riaccensione del faro si schierano anche i nipoti di Antonio Carini, comandante della Resistenza catturato il 6 marzo del 1944 e sottoposto alle torture più efferate proprio a Rocca delle Caminate. Il partigiano “Orsi”, ormai in fin di vita, fu legato ad un’auto, trascinato per vari chilometri fino a Meldola, pugnalato e poi buttato giù da un ponte. «In quel luogo nostro zio è stato trucidato e ucciso, riaccendere quel faro sarebbe una profanazione. È uno sfregio alla sua memoria e a quella degli altri antifascisti imprigionati», dicono Dirce Pedrini, Cesare e Libero Carini. «L’iniziativa della Provincia è una vergogna, speriamo cambino idea». Ma a Predappio trovare qualcuno che si opponga all’accensione del faro è un’impresa. A metà pomeriggio un gruppo di anziani ciondola fuori dal bar a pochi metri dall’ex Casa del Fascio, dove dovrebbe sorgere il museo del fascismo: «Da queste parti abbiamo un detto che recita così: Mussolini non ci ha fatto paura da vivo, non ce ne farà da morto».

ANPInews n. 236

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

 

Intervista al Presidente Nazionale dell’ANPI pubblicata nello speciale di www.repubblica.it:Partigiani, vite di Resistenza e Libertà

 

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

 

I nuovi “partiti” o “movimenti” e la pregiudiziale democratica e antifascista

 

Una grande campagna per la Costituzione  anpinews-n-236

Smuraglia (Anpi): “Per conservare la memoria della Resistenza bisogna fare di più. Soprattutto a scuola” di ALESSIO SGHERZA da. repubblica.it

Carlo Smuraglia 

Il presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia: “Bisogna sconfiggere i nemici della memoria, e per farlo bisogna spiegare di più il fenomeno della guerra di liberazione. Che non fu una guerra solo del Nord”

Presidente Smuraglia, che rilievo ha oggi il ricordo della Resistenza nella società?
Bisogna fare una premessa: in Italia c’è una tendenza all’oblio piuttosto forte. Le istituzioni non hanno fatto molto per conservare la memoria. Non solo della Resistenza, ma nemmeno di quello che è successo prima, di quello che è stato il fascismo. Perché è da lì che bisogna partire per capire. E’ stata più l’opera delle associazioni, come l’Anpi, a tramandare il ricordo. Al massimo le istituzioni organizzano un evento, si celebrano le date, il 25 aprile, gli eccidi, gli scontri. Ma l’analisi e lo studio sono molto più rari, e per questo l’Anpi ha lavorato molto. Per conservare la memoria e proteggerla.

Da chi?
La memoria ha tre nemici fondamentali, strettamente collegati: il primo è la debolezza stessa del ricordo in una società che si evolve molto velocemente; il secondo è la tendenza all’oblio; e poi c’è il tempo, che è un nemico implacabile se non ci sono nella società antidoti efficaci.

E come si costruiscono antidoti efficaci alla perdita di memoria?
Io sono convinto che la memoria sia prima di tutto ricordo, delle persone e dei fatti, ma non ci si può limitare a questo. Lo sforzo che abbiamo fatto è unire il doloroso ricordo dei caduti, il caloroso ricordo dei fatti gloriosi alla conoscenza di un fenomeno che è estremamente complesso. Spesso si punta al racconto del dolore e ci si dimentica il tentativo di storicizzare e contestualizzare quelle vicende e darne una spiegazione.

Provi a darcelo, il contesto.
La Resistenza fu un’esperienza collettiva fatta da tante persone di origine diversa, di storia diversa, di formazione politica diversa o a volte assente. Gli obiettivi erano due: c’era quello di liberare l’Italia dall’occupante tedesco e dal regime fascista e quello di creare un paese democratico dopo 20 anni di dittatura. E dall’impegno di quei tanti è maturata la consapevolezza che poi ci ha dato la Costitituzione.

Ma permangono anche convinzioni sbagliate sulla resistenza…
Certo. Non fu ad esempio solo lotta armata: moltissime donne non furono impegnate nella lotta armata, ma il loro aiuto fu fondamentale. Penso poi ai sacerdoti che si sono immolati per salvare i propri concittadini. E poi c’è un altro tipo di resistenza, quella dei militari che potevano scegliere e non si sono arresi. E per questo hanno subito la morte, in migliaia, come a Cefalonia. Quella di quei 20 mesi fu una Resistenza di tanti, che hanno contribuito in mille forme. Altra convinzione sbagliata è che fu solo un fenomeno del Nord Italia quando in realtà ormai è chiaro che fu nazionale, perché prese forma anche al Sud: intanto perché molti meridionali combatterono al Nord, ma anche per i tanti esempi di insurrezione nelle città del centro-sud che l’Anpi ha raccolto in un libro.

Qual è il punto debole della catena di quella memoria in Italia? La scuola? La cultura? La politica?
Dovremmo dire che c’è un punto debole diffuso, che riguarda un po’ tutti. Forse quello della scuola è il peggiore, perché spesso non si arriva nemmeno a studiare gli eventi di quel periodo. Ma anche le istituzioni, che dovrebbero difendere la memoria, spesso si limitano a celebrare le ricorrenze. E c’è una parte del mondo della cultura che ha preferito sottolineare solo le ombre e le colpe della resistenza, quando si sa come ogni fenomeno di quel tipo abbia delle luci e delle ombre, ma quello che conta è soprattutto il complesso di quell’esperienza. Non aiuta la conoscenza e la memoria fare libri per raccogliere singoli episodi che andrebbero contestualizzati e spiegati, condannandoli se del caso, ma inserendoli nel giusto contesto.

Del ruolo dei media cosa pensa?
Anche gli organi di comunicazione in genere non fanno abbastanza, non si parla a sufficienza di Resistenza in tv e sulla stampa. C’è insomma una responsabilità collettiva, con un epicentro sulla scuola. I ragazzi non sanno niente. Non sanno perché celebriamo il 25 aprile con tanto impegno, a loro potrebbe sembrare retorica. Ma io conservo il ricordo dei giorni della liberazione come i più appaganti della mia vita. Per le strade incontravamo persone ridenti e felici, quella era la fine delle stragi, delle torture, la fine della guerra. Erano momenti di gioia inenarrabile. È un peccato perché un paese civile dovrebbe ricordare le pagine gloriose della sua storia. Noi ricordiamo più il Risorgimento, come se il 1943-1945 fosse ancora cronaca. Ma ormai anche la Resistenza è storia. E senza spiegare che quello fu un fenomeno pluralistico e intenso non si può capire come fu possibile mettersi d’accordo e dare vita alla Costituente.

Molti partigiani sono restii a volte a raccontare la loro esperienza. C’è chi dice che le storie dei singoli emozionano ma non fanno conoscenza. Come mai questa ‘riservatezza’?
È un fenomeno molto diffuso, ci sono molti casi di persone che sono state perseguitate o hanno combattuto e poi per anni non ne hanno voluto parlare. Pensano di non dover mettere la propria esperienza in primo piano, davanti a un fatto storico, come se la offuscassero. Ma è importante tramandare. La Resistenza è un mosaico che si ricostruisce da tante parti, anche se ovviamente nessuno può erigersi a monumento di quella storia. L’esperienza dell’uno deve integrarsi con quella degli altri. Io ad esempio ho studiato molto prima di parlare, per non limitarmi a raccontare la mia esperienza, ma per poter spiegare cosa significò quel fenomeno. Un esempio è quello delle donne. Perché le donne non furono solo staffette, ma anche in molti casi combattenti. E anche se molti uomini avrebbero voluto relegarle a ruoli marginali, non fu così. Ma molte donne per anni hanno avuto pudore a raccontare la loro esperienza.

Come vede l’Italia di oggi rispetto a quella che è uscita dalla guerra?
Quell’Italia era un Paese distrutto, mancava tutto. Ma c’era una grandissima voglia di rimettere in piedi il paese. Con entusiasmo ci si attaccava alla possibilità che potesse risorgere e rinascere. A distanza di tanto tempo noi viviamo in un Paese smarrito. Ha perso molto dei suoi valori, vive una crisi economica enorme, ma non c’è una reazione, manca la voglia di riscatto. C’è più indifferenza e assenteismo.

E l’Italia di oggi come vede l’esperienza dei partigiani?
Oggi la memoria è flebile. C’è magari rispetto per l’anziano partigiano, ma c’è meno rispetto per l’Anpi, che invece rappresenta i combattenti per la libertà e ne è erede e successore, come riconosciuto anche da molte sentenze. Non è decisivo che molti partigiani che hanno combattuto la guerra di liberazione non ci siano più. Rappresentare i valori dei combattenti per la libertà di ieri e di oggi è la ragion d’essere di un’associazione come la nostra. Anche per quelli iscritti delle nuove generazioni, che diventano a loro volta portatori di quei valori.

ANPInews n. 235

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

 

APPUNTAMENTI

 

► “La partecipazione del Mezzogiorno alla Liberazione d’Italia (1943-1945)”: il 28 febbraio, alla Sala Zuccari del Senato, presentazione del volume curato dall’ANPI. Interverrà, tra gli altri, Carlo Smuraglia. Sarà presente il Presidente del Senato

 

ARGOMENT

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

Prima di tutto l’interesse del Paese, delle famiglie, delle persone e dei giovani             anpinews-n-235

 

ANPInews n. 232

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

 

APPUNTAMENTI

 

“La ricostituzione dell’esercito italiano e il suo impegno nella guerra di Liberazione”: il 2 febbraio a Terni convegno nazionale. Interverrà, tra gli altri, il Presidente Nazionale ANPI

 

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

Più rispetto per la Carta Costituzionale

 

La legge sullo jus soli rischia il binario morto

 

La questione della comunità  di tipo nazional-socialista di Caidate (Varese) che va sotto il nome di Do.Ra. (Dodici Raggi del sole nero), approda finalmente in Parlamento ed è posta all’attenzione del Governo e della Magistratura   anpinews-n-232

Anpinews n. 231

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

 

APPUNTAMENTI

 

“La ricostituzione dell’esercito italiano e il suo impegno nella guerra di Liberazione”: il 2 febbraio a Terni convegno nazionale. Interverrà, tra gli altri, il Presidente Nazionale ANPI

 

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

Il disastro del terremoto, con l’aggiunta della neve

 

Il “Giorno della Memoria”anpinews-n-231