Grosseto, riesumati i resti del radarista di Ustica di LAURA MONTANARI da: repubblica.it

La moglie e i figli non hanno mai creduto al suicidio. Mario Alberto Dettori era di servizio nella base di Poggio Ballone, la notte della strage dell’aereo, disse: “Siamo stati a un passo dalla guerra”

Era uno dei radaristi dell’aeronautica militare in servizio nella base di Poggio Ballone, in Maremma, quando avvenne la strage di Ustica, il 27 giugno 1980. Quella notte tornando a casa a Grosseto confidò alla moglie: “Siamo stati a un passo dalla guerra”. Venne trovato impiccato sulla strada per Istia d’Ombrone, in Toscana sei anni dopo, nel 1987. Non venne fatta nemmeno l’autopsia e il fascicolo giudiziario fu frettolosamente chiuso come un caso di suicidio. Ma la famiglia di Mario Alberto Dettori non ha mai creduto al suicidio e adesso la figlia Barbara, appoggiandosi all’associazione antimafia Rita Atria ha presentato in procura a Grosseto nuove carte per riaprire il caso. I resti del maresciallo dell’aeronautica sono stati riesumati su disposizione della procura: “E’ avvenuto lo scorso 16 febbraio” conferma la figlia del radarista grossetano, Barbara Dettori che all’epoca della scomparsa del padre aveva 16 anni. “Non abbiamo mai creduto al suicidio, mio padre non lo avrebbe mai fatto, non era proprio il tipo e aveva tre figli piccoli. Noi siamo convinti che in quel posto non fosse solo – riprende la figlia – Vogliamo la verità”. Mario Alberto Dettori era uno dei testimoni chiave dell’inchiesta sul DC9 dell’Itavia che si inabissò con le 81 persone che erano a bordo. Adesso la procura ha disposto accertamenti sui resti che erano sepolti nel piccolo cimitero di Serpeto e le analisi verranno eseguite presso l’istituto di medicina legale di Siena. La notizia è stata diffusa ieri da alcuni giornali di Siena e dal Tirreno di Grosseto.

“Mio padre aveva paura, venne mandato per tre mesi in una base radar in Francia e tornò molto spaventato” riferisce

la figlia. Dettori dopo la notte di Ustica si era confidato anche con l’ex capitano dell’aeronautica Mario Ciancarella che fu radiato dalle forze armate con un decreto firmato dall’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, ma la firma di quel provvedimento, a distanza di decenni è stata dichiarata falsa soltanto pochi mesi fa dal tribunale di Firenze. A Ciancarella confidò: “Capitano…siamo stati noi”.

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La strage di Bronte dell’Agosto 1860: per non dimenticare le vergogne di Garibaldi e Nino Bixio da: Time Sicilia di Ignazio Coppola

 

Sembra incredibile che, ancora oggi, la Sicilia non si sia ancora liberata dal ricordo di questi due assassini. Ancora oggi le statue (soprattutto di Garibaldi) campeggiano in tante città della nostra Isola. E ancora oggi scuole e vie portano i nomi di questi due gaglioffi. Ricordiamo, in questo articolo, una strage che ancora oggi brucia

Dal 6 al 10 Agosto del 1860 esattamente 156 anni fa, a Bronte, Nino  Bixio, su mandato di Giuseppe Garibaldi, si rendeva protagonista di un atto scellerato ed infame che la storia quella vera e non quella paludata della storiografia ufficiale e scolastica ci ha tramandato e condannato come “l’eccidio di Bronte”.

Ciò val bene per ricordare e non diminticare su come i “liberatori” alla Nino Bixio intendevano trattare i siciliani e soprattutto, i contadini illusi dalla promesse dei decreti garibaldini sulla assegnazione delle terre, convinti che, finalmente, con l’arrivo di Garibaldi e delle camicie rosse potessero legittimamente essere garantiti i principi di libertà e di giustizia sociale.

In quel maledetto e torrido Agosto del 1860 ai siciliani ed ai brontesi, speranzosi che per loro le cose sarebbero cambiate in meglio, mal gliene incolse. A farli ravvedere dalle loto aspettative provvide alla bisogna il paranoico generale garibaldino – il già citato Bixio – che certo dei siciliani non aveva gran considerazione e stima, se è vero che, alla moglie Adelaide, durante l’impresa dei mille, così ebbe tra l’altro testualmente  a scrivere a proposito della Sicilia e dei siciliani:

“Un paese che bisognerebbe distruggere e gli abitanti mandarli in Africa a farsi civili”.

E’ con questo stato d’animo e questa predisposizione nei confronti dei siciliani che Bixio si presentò a Bronte prendendo, per tre giorni, alloggio al collegio Capizzi. La mattina del 6 agosto, con due battaglioni di bersaglieri, Bixio decise di ristabilire l’ordine che era stato turbato nei giorni precedenti dai popolani e dai contadini-vassalli della ducea di Nelson che, illusi, si erano ribellati rivendicando il diritto all’assegnazione delle terre ed al riscatto sociale promesso loro dai truffaldini decreti garibaldini.

All’avanzata di Garibaldi in Sicilia e con l’illusoria promessa di una più equa distribuzione delle terre furono molti, infatti, i paesi della Sicilia che, come Bronte, insorsero al grido “Abbassu li cappeddi, vulimi li terri”. Tra questi, Regalbuto, Polizzi Generosa, Tusa, Biancavilla, Racalmuto, Nicosia, Cesarò, Randazzo, Maletto, Petralia, Resuttano, Montemaggiore, Capaci, Castiglione di Sicilia, Centuripe, Collesano, Mirto, Caronia, Alcara Li Fusi, Nissoria, Mistretta, Cefalù, Linguaglossa, Trecastagni e Pedara.

Le aspettative del popolo e dei contadini nei confronti dei “cappeddi” ( i latifondisti ed i ricchi proprietari terrieri) furono represse in quei paesi con il piombo e nel sangue da quei garibaldini che avevano promesso loro terre, libertà e giustizia. Quello stesso piombo che, 34 anni dopo, nel 1894, l’ex garibaldino Francesco Crispi, che era stato prima segretario di Stato e teorico della spedizione dei Mille e successivamente, dopo l’Unità, divenuto presidente del Consiglio, ordinò di scaricare sui contadini siciliani che rivendicavano le terre e reprimendo così nel sangue con centinaia di vittime innocenti l’epopea dei Fasci Siciliani.

A distanza di anni con pedissequa ferocia, di fatto, si riproponeva, ancora una volta, in un bagno di  sangue, la logica della difesa del privilegio e della conservazione perché nell’ottica gattopardiana nulla cambiasse, prima con Garibaldi e poi con Crispi

Ma torniamo ai fatti e al grido di libertà dei contadini e dei cittadini di Bonte. Su pressione del console inglese di Catania, John Goodwin, a sua volta sollecitato dai fratelli Thovez amministratori della ducea per conto  della baronessa Bridport, Garibaldi, costi quel che costi, per reprimere la rivolta di quei brontesi che avevano avuto l’impudenza di ribellarsi agli inglesi suoi protettori e finanziatori dell’impresa dei Mille, invia per risolvere la questione ed assolvere questo sporco lavoro, come era nelle sue attitudini ed abitudini, il suo fedele luogotenente Nino Bixio.

Appena giunto, come primo atto, il “liberatore” (degli interessi degli inglesi e non dei contadini e dei siciliani), Bixio decretò lo stato d’assedio e la consegna delle armi imponendo una tassa di guerra, dichiarando il paese di Bronte colpevole di “lesa umanità” dando inizio a feroci rappresaglie senza concedere alcuna minima garanzia e guarentigia  alla cittadinanza. I nazisti ottant’anni dopo prenderanno lezioni da questi metodi dei “liberatori” garibaldini.

Bisognava dimostrare ai “padroni” inglesi che nessuno poteva toccare impunemente i loro interessi. E il paranoico “servo” con i suoi metodi criminali li accontentò appieno. Si passò ad una farsa di processo e tutto fu liquidato in poco tempo senza riconoscere alcun diritto alla difesa discutendo e dibattendo il tutto in appena quattro ore.

Alla fine, alle 8 di sera del 9 Agosto, calpestando ogni simulacro  di garanzia, era già tutto deciso con la condanna a morte di cinque cittadini che niente avevano avuto a che fare con i tumulti e le rivolte delle precedenti giornate che avevano turbato la tranquillità ed il sonno degli inglesi in quel di Bronte.

I cinque, la mattina del giorno dopo il 10 agosto, nella piazzetta della chiesa di San Vito, finirono vittime innocenti dinanzi al  plotone d’esecuzione. L’avvocato Nicolò Lombardo notabile del paese che, da vecchio liberale, con tanta speranza aveva atteso lo sbarco garibaldino sognando un futuro migliore per la sua terra dovette ricredersi in quell’attimo che la scarica di fucileria spense quel suo sogno e per l’avvenire il sogno di tanti siciliani. Con lui morirono Nunzio Spitaleri Nunno, Nunzio Samperi Spiridione, Nunzio Longhitano Longi, Nunzio Ciraldo Fraiunco. Quest’ultimo era lo scemo del paese che sopravvisse alla scarica di fucileria e invocando vanamente la grazia fu finito cinicamente con un colpo di pistola alla testa dall’ufficiale che aveva comandato il plotone

Dopo la feroce esecuzione, a monito per la popolazione di Bronte, i corpi delle vittime rimasero esposti ed insepolti per parecchio tempo.

Ma non era finita. A questo primo processo sommario ne seguì un altro altrettanto persecutorio e vessatorio nei confronti di coloro che avevano arrecato oltraggio ai grossi proprietari terrieri e agli inglesi della ducea. Il processo che si celebrò presso la Corte di Assise di Catania si concluse nel 1863 con 37 condanne esemplari di cui  25 ergastoli. Giustizia era stata fatta. I poveracci non avrebbero più alzato la testa.

Il 12 Agosto, dopo avere fatto affiggere nei giorni precedenti, a suo nome, un proclama indirizzato ai Comuni della provincia di Catania con il quale invitava i contadini a stare buoni e a tornare al lavoro nei campi pena ritorsioni e feroci rappresaglie, Nino Bixio ribadiva:

“Gli assassini e i ladri di Bronte sono stati puniti e a chi tenta altre vie crede di farsi giustizia da sé, guai agli istigatori e ai sovvertitori dell’ordine pubblico. Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge lo vuole”.

Proclami e avvisi tendenti ad rassicurare baroni, latifondisti, proprietari terrieri e soprattutto gli inglesi che, con Garibaldi e Bixio, non c’era alcun pericolo di rivolte sociali. La rivoluzione garibaldina aveva mostrato il suo volto. Gli interessi della borghesia, dei latifondisti, degli inglesi che facevano affari in Sicilia e di quei settentrionali che in nome di Vittorio Emanuele in futuro li avrebbero fatti erano salvi e salvaguardati dalle camicie rosse.

E dire che a questi personaggi, come Nino Bixio e Giuseppe Garibaldi, i siciliani con un masochismo degno di miglior causa, hanno dedicato una infinità di via strade, piazze, scuole, monumenti e quant’altro a significativa memoria che da sempre siamo affetti dalla sindrome di Stoccolma, ossia quella di innamoraci dei nostri carnefici.

E’ ora di finirla. Prendendo  coscienza e consapevolezza della nostra vera storia, è giunto il momento di buttare giù lapidi, e disarcionare dai monumenti questi personaggi che, dipinti come falsi eroi, ci hanno depredato della nostra economia, della nostra storia, della nostra cultura e della nostra identità. I tribunali della storia che per fortuna sicuramente non sono quelli dei processi sommari di Bronte alla fine certamente condanneranno per i loro crimini questi personaggi: anticipiamo sin da ora  le sentenze e buttiamoli giù dai loro piedistalli.

Per quanto riguarda infine Gerolamo Bixio detto Nino, pochi sanno che, alla fine la giustizia divina, per le sue malefatte, più di quella degli uomini, gli presentò un conto salato, facendolo morire tra atroci dolori, sofferenze e tormenti in preda alla febbre gialla ed al colera a bordo della sua nave (s’era dato ai commerci con l’Oriente) il 16 dicembre del 1873, a Banda Aceh, nell’isola di Sumatra, a quel tempo colonia olandese.

Il suo corpo infetto chiuso in una cassa metallica fu sepolto nell’isola di Pulo Tuan che nella lingua locale significa isola del Signore. Successivamente tre indigeni, credendo di trovare qualche tesoro, disseppellirono la cassa denudarono il cadavere e poi lo riseppellirono vicino ad un torrente. Due di loro, infettati dal colera morirono nel breve giro di 48 ore. Anche da morto Bixio era riuscito a fare delle vittime. Roba da Guinnes dei primati.

I pochi resti del suo corpo ed alcune ossa, grazie al terzo indigeno sopravvissuto alla maledizione, vennero ritrovati nel giugno del 1876. Il 10 maggio del 1877 quello che rimaneva dei resti del massacratore di Bronte veniva cremato nel consolato italiano di Singapore. Il 29 Settembre di quello stesso anno le ceneri giunsero a Genova e seppellite nel cimitero di Staglieno.

L’avvocato Nicolò Lombardo e le altre vittime di Bronte, per loro buona pace, si può dire che per la morte atroce del loro aguzzino e per ciò che ne conseguì, erano state vendicate, alla fine, dalla Giustizia divina.

 

Avvertiamo i nostri lettori che abbiamo iniziato a raccontare la Controstoria dell’impresa dei Mille. Qui troverete la prima di nove puntate.

Vi consigliamo di legge anche questo articolo:

Soli i Siciliani possono salvare la Sicilia!

 

10 agosto 2016

Pietrogrado, quel febbraio 1917 di rabbia e fuoco: e la rivolta diventò rivoluzione di EZIO MAURO da: larepubblica.it

Pietrogrado, quel febbraio 1917 di rabbia e fuoco: e la rivolta diventò rivoluzione

Cronache di una rivoluzione /3 – Le operaie, i cosacchi e il primo Soviet: così a Pietrogrado nasce il nuovo mondo

SAN PIETROBURGO – Sembrava un febbraio qualsiasi, solo più freddo e affamato, quando le ragazze e le vecchie operaie uscirono alle sei di sera dal portone della filatura di cotone “Krasnaja Nit”, Filo Rosso. Undici minuti dopo tramontava un sole che non c’era, quel mercoledì, allargando il gelo dei meno 20 sulle fabbriche di Vyborg e portando su Pietrogrado il buio inconsapevole dell’ultima notte prima del naufragio che avrebbe affondato il mondo fino ad allora conosciuto.

Si può attraversare quel portone anche oggi, come se fosse una macchina del tempo aperta sulla storia grandiosa e terribile del 1917. Entro nello stanzone d’ingresso insieme con gli ingegneri programmatori di un’azienda informatica che ha affittato il secondo piano della vecchia fabbrica, passo tra i fumi e il vapore scaricati sull’asfalto che sembrano avvolgere il secolo e confonderlo.

Cerco proprio qui l’iskra, la scintilla che ha acceso l’incendio del Febbraio, divampato da questo cortile di filatoio in tutta la Russia, cent’anni fa. Quel giorno, le ragazze avevano ancora in testa il fazzoletto del lavoro, le donne anziane alzavano lo scialle di lana fin sul capo e tiravano fuori dai cappotti la borsa del “non si sa mai” con cui erano uscite di casa al mattino, sperando di riempirla al ritorno con qualcosa da mangiare, qualsiasi cosa. Poiché in Russia la coda chiama coda, è un allarme e una calamita, molte si fermarono al primo assembramento davanti a un negozio di alimentari e verdura, dov’erano finite le patate e qualcuno chiedeva alla folla in attesa se almeno era ricomparso lo zucchero

Ezio Mauro racconta la rivoluzione russa. Terza puntata: febbraio, Pietrogrado brucia

 

Quasi tutte andarono più avanti, cercando nel grande viale il forno più vicino, perché in fabbrica si era sparsa la voce che il generale Chabalov, comandante della regione, il mattino dopo avrebbe fatto scattare il razionamento del pane e della farina. Ore in coda al buio sul marciapiede, nel gelo, tra le voci più incontrollabili, come quella del burro salito a 4,3 rubli al chilo vicino al giardino Botanico, dello sciacallo sgozzato sulla Ligovskaja perché vendeva un litro di petrolio a 5 rubli, del pane nero di segale che prima costava 17 kopeki al chilo e proprio quel pomeriggio era comparso a qualsiasi prezzo solo nel quartiere Vasilevsky, per sparire subito, come dovunque in città.

La rabbia, il timore e la fatica di quella notte entreranno in fabbrica, il mattino dopo. Le donne che portano il peso del lavoro, della famiglia e del cibo che manca si ricordano che il 23 febbraio russo corrisponde all’8 marzo del calendario occidentale, il giorno della loro festa rovesciata in disgrazia. Decidono che non ne possono più dopo un giorno e una notte passati a inseguire il fantasma del pane russo, con la crosta scura e screpolata di farina che nei racconti di Nina Berberova ricorda il volto rugoso delle vecchie. Staccano gli impianti, chiamano allo sciopero gli uomini delle officine Putilov che da settimane chiedono un aumento di salario che non arriva. Escono sulla strada, girano l’angolo e quando sboccano sul Prospekt Sampsonievskij non sanno che proprio lì – a pochi metri da dove oggi c’è la concessionaria Bentley – si stanno affacciando sulla prima ora della rivoluzione.

Pietrogrado, quel febbraio 1917 di rabbia e fuoco: e la rivolta diventò rivoluzione

Il giorno del destino fu scelto per caso, senza sapere che sarebbe stato l’ultimo giovedì dell’impero. Le donne puntavano soltanto a raggiungere il centro, non a entrare nella storia. Pensavano di arrivare sul Nevskij per sfilare con la loro protesta davanti ai negozi di lusso e ai palazzi principeschi, salire fino alla cattedrale di Kazan per dire a Dio e allo Zar che volevano il pane, com’era scritto sugli striscioni improvvisati in cui si riconosceva un’intera città eccitata da un caos ipnotico e tutto un Paese stremato da una guerra che aveva mobilitato 12 milioni di uomini per perderne 1 milione e 800 mila in un solo anno. Dovunque, alle operaie in strada si aggiungono gli studenti, gli uomini delle fonderie di Vyborg senza lavoro per la serrata, le madri di famiglia che reclamano cibo, i passanti infuriati con gli speculatori.

La paura spinge la polizia a sbarrare i negozi man mano che si avvicina la protesta ma invece di svuotarsi, il cuore della capitale si riempie. I dimostranti diventano migliaia, urlano contro il governo, camminano tra gli applausi ma quando lasciano il quartiere operaio per entrare in centro, trovano il ponte Litejnyj chiuso con le barriere dei gendarmi e i “faraoni” – i poliziotti – schierati con la baionetta innestata. Soprattutto, vedono i cosacchi, le truppe zariste scelte per ogni repressione, alti sui loro cavalli del Don, con in testa la nera papakha in pelle d’agnello e soprattutto con le cartucciere minacciose cucite a tracolla sui caftani rossi.

Una vicenda storica durata trecento anni rimane per un lungo momento incerta tra il compiersi e il disfarsi, e non c’era luogo più adatto per questa sospensione della storia che un ponte di Pietrogrado, la città protesa “come un’aquila” sulla Russia – diceva Pietro il Grande – anch’essa ponte tra Mosca e l’Europa.

Quando il corteo avanza, suona la tromba militare sul Litejnyj che scavalca la Neva ghiacciata. Ma nonostante l’ordine i cosacchi non caricano, non alzano i frustini sulle donne in sciopero: si limitano a spingere i cavalli in mezzo alla folla che si apre e subito si richiude alle loro spalle, continua a camminare, arriva fino alla Duma e davanti al parlamento si ferma, quasi come se la rivoluzione sapesse che cosa voleva e cosa cercava, prima ancora di essere battezzata e riconosciuta.

LA PRIMA PUNTATA Rasputin, il diavolo santo che annunciò la fine dello Zar

Ezio Mauro racconta la rivoluzione russa. Prima puntata: Rasputin

In realtà il potere aveva un piano di contrasto, definito nei dettagli. Il gelo che paralizza i trasporti e blocca i rifornimenti, il malcontento nelle officine per gli arresti a fine gennaio di tutto il Gruppo Operaio per “associazione criminale mirante a creare una repubblica socialista”, la paura per le infiltrazioni dei bolscevichi nell’esercito, inquietano il governo del principe Golizyn e spingono lo Zar a dare poteri speciali al generale Chabalov aumentando la guarnigione fino a 160mila unità. Con il ministro degli Interni Protopopov che in quei giorni indossa addirittura l’uniforme di Capo della Gendarmeria e cova il piano segreto di soffiare sul fuoco della rabbia operaia per suscitare torbidi, soffocarli nel sangue e poi approfittare della crisi per arrivare ad una pace separata con la Germania.

Ma la ribellione di Pietrogrado prende un’altra strada, imprevedibile come i due sentimenti spontanei che si fronteggiano sui ponti della città. Non ci sono infatti due organizzazioni a confronto, con l’esercito da un lato e il mondo delle fabbriche dall’altro, ma due pezzi di popolo l’uno senza più appartenenza e l’altro ancora senza ideologia. Le operaie hanno deciso da sole di protestare in strada, scavalcando le formazioni rivoluzionarie che si troveranno a inseguire la rivolta dopo i primi giorni, non a guidarla: e i soldati sono in gran parte riservisti o giovani allievi che non hanno alcun addestramento anti-sommossa, temono di essere spediti al fronte, sanno presidiare un ponte ma non vogliono caricare la folla.

La guerra e la lontananza della Corte, intanto, hanno logorato l’autorità di un sovrano freddo e distante fino a sembrare insensibile, consumando anche il giuramento militare di fedeltà all’Imperatore, soprattutto in una città vacillante dove tutto scorre nel moto dei canali e solo la pietra è immobile. Il sacro legame tra la Corona e la Russia si disgiunge nel sacrilegio, quando il potere lascia il popolo nella paura ancestrale della fame.

Providenie, la provvidenza russa, fa il resto, e il mattino dopo – il 24 – è un venerdì pieno di sole col termometro che si alza e assemblee spontanee nelle mille fabbriche della città, dove gli operai non entrano nemmeno nei reparti. Centocinquantamila si rimettono in marcia verso il centro di Pietrogrado, di nuovo con le donne in testa. Gli uomini hanno in mano spranghe di ferro, cacciaviti, chiavi inglesi, gli slogan diventano politici, chiedono libertà, qualcuno urla contro la guerra.

A qualche decina di metri dal teatro Mariinskij, dove pochi giorni prima per salutare la missione alleata guidata da Lord Milner era risuonato per l’ultima volta l’inno imperiale, adesso molti cantano la Marsigliese che fa il suo ingresso in Russia, la terra del potere assoluto: “Rinunciamo al vecchio mondo, gettiamo la sua polvere ai nostri piedi, non adoriamo più il sacro vitello d’oro “.

Di fronte a una massa così imponente, dove spuntano le prime bandiere rosse, il potere organizza uno sbarramento rinforzato. Non si passa. Ma la spontaneità della protesta sfugge alle mappe militari. Uomini e donne scendono sul letto della Neva gelata, camminano sul fiume e si radunano in piazza Znamenskaja, di fronte alla stazione, da dove invadono le strade in tutte le direzioni. I soldati controllano la folla, parlano con le ragazze, non puntano le armi. Arriva la notizia che sono stati saccheggiati negozi, bloccati tram, rovesciate carrozze. La polizia a cavallo sguaina le sciabole, c’è qualche ferito, ma la giornata finisce tra comizi e arringhe improvvisate di un popolo di sudditi che trova la parola prima ancora della libertà, con i cosacchi che passano a due a due sui cavalli e accettano di bere dalla bottiglia offerta dai ribelli, circondati da cartelli che dicono “Basta col governo”, “Via Protopopov” e addirittura “Viva la Repubblica”.

Ormai la folla sta diventando un organismo collettivo, con decisioni comuni e un solo istinto. Quando scende il buio si ritrae, forse per timore di un attacco. E con la notte riappaiono i fantasmi, in una città senza elettricità ma comunque elettrica e già infuocata, senza trasporti ma riversata in strada, dove tutto sta accadendo e non si sa cosa sia. Tornano le paure, s’inseguono le voci. Dicono che gli infiltrati dell’Okhrana – la polizia segreta – vogliono disordini sanguinosi, raccontano di spie tedesche che manovrano per la pace, rivelano che bande di ladri camuffati da agenti organizzano false perquisizioni per sequestrare cibo e gioielli. Danno notizia di un assalto a un deposito di liquori a Vasilevskij Ostrov, del furto di mantelli nel guardaroba di un teatro del popolo, dell’assalto degli operai alla fabbrica del Litejnyj 3, dove hanno saccheggiato quel che hanno trovato.

LA SECONDA PUNTATA I demoni di Pietrogrado: gli ultimi giorni

Ezio Mauro racconta la rivoluzione russa. Seconda puntata: Pietrogrado, gli ultimi giorni

Poi, le leggende figlie di un’atmosfera surreale, come se si percepisse uno squarcio nell’epoca, un’incognita della storia in cui tutto può succedere perché nulla è impossibile e l’incredibile diventa il quotidiano. Ecco le croci bianche che qualcuno disegna di notte sui muri di qualche casa, come se volesse segnalare quelle famiglie. Ecco le “automobili nere” che compaiono senza targa e con le luci spente in via Povarskaja dove tre pistole escono dai finestrini per sparare nel buio, o in via Vozdvizhenka dove viene colpito un poliziotto e ferito lo studente Shapovalz. Poi si dileguano e corrono fino all’alba nelle chiacchiere e nell’insonnia di Pietrogrado.

Incredibilmente, l’Imperatore non crede alla febbre che brucia la capitale, anche se tutto intorno a lui barcolla. Sedici granduchi chiedono all’ex comandante in capo dell’esercito, Nikolaj Nikolaevic, di mettersi alla guida di un golpe, ma lui rifiuta. I rapporti di polizia sono sempre più allarmanti: “La rabbia cresce, gli umori inquietanti dei rivoluzionari clandestini arrivano al proletariato con la propaganda. Dopo le manifestazioni spontanee vedremo eccessi inesorabili, fino alla terribile rivoluzione “. Nella reggia di Zarskoe Selo tredici giorni prima del caos arriva il presidente della Duma, Mikhail Rodzjanko, con un appello disperato che sembra un ultimatum: “Bisogna cambiare tutto, le persone e il sistema di governo. È urgentissimo, non si può rimandare”. Ma si accorge che lo Zar sta pensando di sciogliere la Duma (tanto che consegna al governo un ukaz già firmato, con la data in bianco) e capisce che tutto è finito: “Non passeranno tre settimane che scoppierà una rivoluzione tale da spazzare via ogni cosa. E voi non potrete più regnare”.

Come se fosse il sovrano solitario di un regno impalpabile e parallelo, proprio a poche ore dall’inizio della fine lo Zar parte per il quartier generale di Mogilev, lasciando una capitale che sta divorando l’impero. “Hai un aspetto così stanco, così esaurito, Dio ti ha mandato una croce veramente terribile – gli dice il biglietto che trova in treno firmato da Alix, la Zarina – . Fa’ sentire il tuo pugno, l’amore non basta, devono imparare a temerti, mio piccolo Sole”. “Stai tranquilla – risponderà Nikolaj – non lo dimentico, ma non è necessario mostrare continuamente i denti a tutti”. È il 23 febbraio, quel giovedì fatale, e il diario dello Zar testimonia quel giorno la distanza non solo fisica, ma emotiva, culturale, politica, sentimentale dall’epicentro del cataclisma: “È stata una fredda giornata di sole…”.

Soltanto il giorno dopo Nikolaj II saprà della rivolta, derubricata dal telegramma della Zarina: “Mio preziosissimo amore, ieri ci sono stati dei disordini. Sull’isola Vasilevskij e sul Nevskij Prospekt dei poveri diavoli hanno assaltato un forno del pane. Hanno completamente raso al suolo il negozio di Filippov e contro di loro sono stati chiamati i cosacchi”. Ancora un giorno, e un nuovo telegramma: “Mio caro, scioperi e disordini sono solo delle provocazioni. Si tratta solamente di teppisti, ragazzini e ragazzine che corrono gridando di non avere pane per creare agitazione, e di operai che impediscono ad altri di lavorare. Comunque se la Duma si comporterà bene, tutto pas- serà e tornerà la calma”.

Quel giorno, sabato 25, a Piter i “disordini” mutano in rivoluzione, i “ragazzini” diventano insorti, le “provocazioni” si trasformano in politica, i “poveri diavoli” si accorgono all’improvviso che possono conquistare il potere, e incredibilmente lo vogliono. “Siamo davanti a una sollevazione popolare “, dice il governatore della città, Balk. L’operaio Kajurov, che guida il Comitato di Vyborg, vede arrivare i bolschevichi, i socialrivoluzionari, e sente cambiare di tono gli slogan urlati da 240 mila dimostranti: “No alla guerra”, “Abbasso l’autocrazia “, “Via lo Zar”.

Presto la città è paralizzata, diventa puro paesaggio di quel che accadrà. Verso mezzogiorno per interrompere i comizi davanti alla cattedrale di Kazan la polizia apre il fuoco, ferisce un operaio, la folla risponde lanciando bottiglie, pezzi di ghiaccio, granate. Al ponte il capo della Polizia Salfeev spinge il cavallo a caricare la massa che avanza ma viene disarcionato, gettato a terra, colpito alla testa con un bastone finché gli sparano al petto. I cosacchi guardano senza intervenire. Gli operai corrono da loro, si calano il berretto, li chiamano “fratelli”, le donne urlano di togliere le baionette dai fucili. Tutti portano notizie confuse. Un corteo sta assaltando i negozi sul Gostinyj Dvor, dove un drappello di dragoni spara e abbatte tredici persone. In piazza Znamenskaja avviene la svolta: quando la polizia a cavallo punta le pistole, una sciabolata taglia di netto la testa a un “faraone”: i cosacchi sono passati con gli insorti, la sommossa è ormai rivoluzione.

Nella notte, un telegramma dello Zar a Chabalov ordina di “soffocare la rivolta entro domani”. Ma al mattino di domenica, il 26, quando Protopopov porta un’icona sacra alla Duma chiedendo aiuto al cielo, è troppo tardi. La polizia prima dell’alba ha provato ad arrestare quasi cento attivisti rivoluzionari e tutto il Comitato bolscevico, ma la guida del movimento è ormai in mano agli operai di Vyborg. Quando arrivano verso il centro, trovano picchetti, sbarramenti, blindati, e soprattutto grappoli di mitragliatrici sulle scalinate, sui tetti, per controllare il Prospekt Nevskij e le vie di accesso.

È chiaro che ormai lo scontro è militare. Il nemico è la polizia, ma la partita è in mano all’esercito. Cosa faranno i soldati? La folla avanza, i gendarmi aprono il fuoco sul Prospekt Vladimir, lungo il Gostinyj Dvor, in piazza Znamenskaja, ci sono almeno 40 morti e decine di feriti. La folla va davanti alle caserme dei reggimenti che hanno sparato, il Pavlovskij, il Volynskij. In migliaia urlano verso le finestre, tra il suono delle ambulanze di una città impazzita, mentre scende la notte sul quarto giorno. Una notte inverosimile, con la borghesia e i Gran Principi che riempiono il teatro Mariinskij per la prima (e ultima) di Maskarad, il “Ballo in maschera” di Lermontov, dove in scena si mette a morte la dorata nobiltà imperiale, che dai palchi applaude la profezia in musica, circondata da una piazza deserta e livida nel buio.

Quando gli operai arrivano nel quartiere militare, il lunedì mattina, le caserme si stanno già ammutinando. Prima si ribella la Quarta Compagnia del reggimento Pavlovskij, alle sette del mattino gli allievi del Volynskij uccidono il comandante, poi tocca al Litovsky e al Preobrazhensky saccheggiare l’armeria e portare fucili e pistole Browning agli insorti. La notizia della diserzione di massa corre per tutta Pietrogrado. Salta l’Arsenale, escono 40mila fucili. Si spara dovunque, colpi in strada, per aria, dalle finestre, contro i cecchini appostati sui campanili di via Sergievskaja. Brucia il Tribunale, s’incendia la sede della polizia segreta, salgono le bandiere rosse sul palazzo dei principi Jusupov e su quello del Granduca Kirill. Senza ufficiali – in fuga – le truppe seguono la folla che spalanca le prigioni tra gli applausi, poi la sopravanzano e la guidano verso l’unico e ultimo centro di autorità ancora in piedi: la Duma a palazzo Tauride.

Diventata rivoluzione, la rivolta quasi chiede di essere guidata, e al suo quinto giorno cerca il cuore politico della Russia. Lo trova, esangue e moribondo, oltre le sei colonne doriche di Tauride, il palazzo favoloso del principe Potëmkin, favorito di Caterina II. Ciò che resta della Duma, con lo scioglimento sospeso, sta boccheggiando in queste stanze, incapace anche di decidere una seduta pubblica d’emergenza. Il presidente Rodzjanko cerca ancora di convincere lo Zar, con due telegrammi disperati: “La capitale è in mano all’anarchia – scrive il 26 – il governo paralizzato, le polizie si sparano tra di loro, è necessario un nuovo governo con la fiducia, ogni ritardo significa la morte. Prego Iddio perché in quest’ora la responsabilità non ricada sul Sovrano”. Inutilmente. Il giorno dopo l’ultimo messaggio all’Imperatore: “La situazione peggiora, bisogna adottare misure urgenti, domani è troppo tardi. È giunta l’ora estrema in cui si decide il destino della patria e della dinastia”. Silenzio. Nell’ala grande del palazzo finalmente il Consiglio degli Anziani decide di far nascere un Comitato Provvisorio con pieni poteri, embrione di un primo timoroso governo non scelto dallo Zar, con tutti i partiti meno l’estrema destra, e fa entrare i soldati ribelli a presidiare la Duma dall’interno.

Ma intanto due dirigenti menscevichi appena liberati dalla prigione Kresty si incontrano a Tauride con i deputati del “Blocco Progressista”. Si fanno dare le chiavi della sala 13 e dell’ufficio 12, e qui nasce quella notte il Comitato Esecutivo del Soviet Operaio di Pietroburgo. Per un testa-coda della storia, il Soviet prende forma in un palazzo simbolo dell’assolutismo, dove il Principe si mostrò alla grande festa dell’aprile 1791 col vestito ricoperto di diamanti e una coiffure talmente addobbata che veniva sorretta dall’aiutante di campo. Ma adesso, nella Sala Caterina c’era di tutto. Soldati, armi, viveri, munizioni, cappotti, bende, medicinali, scarpe, divise, bombe a mano, mitragliatrici, persino una macchina da cucire. Curiosi, cittadini, operai, soprattutto soldati.

Nello stesso palazzo si fronteggiano così i due nuovi poteri. Il Soviet, che controlla la guarnigione di Pietrogrado e chiede obbedienza a tutto l’esercito, cosciente della sua crescente autorità rivoluzionaria, e la Duma, che ha in mano la rete ferroviaria, quella telegrafica e l’esecutivo, ma sembra spaventata dalla sua stessa inedita autonomia post-zarista. A Tauride, in una confusione indescrivibile, arriva la notizia che anche il villaggio imperiale di Zarskoe Selo si schiera con la rivoluzione, e che la bandiera dello Zar è stata ammainata dal Palazzo d’Inverno, e al suo posto è salito un drappo rosso. Applausi, urla, pianti, spari in aria nel giardino d’inverno. Provo a rintracciare l’eco di queste voci, il fragore del 1917 sotto la cupola del palazzo, tra le 36 colonne che reggono l’enormità della sala Caterina. Non c’è più niente, solo i lampadari giganteschi costruiti in cartapesta dorata per sostenere quelle dimensioni senza peso, e le finestre da cui la folla si affacciava per vedere l’ultimo atto della rivoluzione, cent’anni fa.

Qui venivano a sottomettersi in quei giorni i battaglioni imperiali ribelli, ad uno ad uno, qui venivano a costituirsi i ministri del governo zarista, uno dopo l’altro. Qui si presentò il deputato Miljukov, capo del partito dei Cadetti, alle tre del pomeriggio: “Solo pochi giorni fa il governo russo sembrava onnipotente, ora giace nel fango, per la più corta e la meno sanguinosa tra tutte le rivoluzioni della storia. Sostituiremo un nuovo potere democratico all’antico potere caduto. Nessuno ci ha scelti, se non la rivoluzione. Quando sarà il momento ce ne andremo grati.

Quanto alla dinastia, l’antico despota rinuncerà benevolmente al trono oppure sarà rovesciato”. Nella sala vuota, adesso, stanno montando un set televisivo, una ballerina prova da sola con la musica dello Schiaccianoci che esce dal telefono, immortale, e sembra dire che tutto è stato soltanto una parentesi, anche quel Febbraio di fame, di rabbia, di ferro e di fuoco.
3. Continua.

Rosa Luxemburg, la rosa rossa del socialismo.. Josefina L. Martìnez (*) | lahaine.org da: resistenze.org


Traduzione da ciptagarelli.jimdo.com

17/01/2017

Mehring disse una volta che la Luxemburg era “la più geniale discepola di Karl Marx”. Brillante teorica marxista e acuta polemista, come agitatrice di massa riusciva a commuovere le grandi masse operaie.

Una delle sue parole d’ordine preferite era “primo, l’azione”; era dotata di una forza di volontà trascinatrice. Una donna che ruppe con tutti gli stereotipi che all’epoca ci si aspettava da lei, che visse intensamente la sua vita personale e politica.

Era molto piccola quando la sua famiglia traslocò dal paese di Zamosc a Varsavia, dove passerà la sua infanzia. Rozalia soffre di una malattia all’anca, mal diagnosticata, che la lascia convalescente per un anno a le produce una lieve zoppia che durerà per tuta la sua vita. Appartenente ad una famiglia di commercianti, sente nella propria carne il peso della discriminazione, come ebrea e come polacca nella Polonia russificata.

L’attività militante di Rosa comincia a 15 anni, quando si unisce al movimento socialista. Secondo il suo biografo P. Nettl aveva quell’età quando vari dirigenti socialisti furono condannati a morire sulla forca, cosa che colpì profondamente la giovane studentessa: “Nel suo ultimo anno di scuola era conosciuta come politicamente attiva e la si giudicava indisciplinata. Di conseguenza non le dettero la medaglia d’oro accademica, che le spettava per i suoi meriti studenteschi. Ma l’alunna più meritevole agli esami finali non era un problema solo nelle aule; allora era già, con sicurezza, un membro regolare delle cellule clandestine del Partito Rivoluzionario del Proletariato“.

Avvisata di essere nel mirino della polizia, Rosa intraprende la fuga clandestina a Zurigo, dove diventa una dirigente del movimento socialista polacco in esilio. Lì conosce Leo Jogiches, che sarà l’amante e il più caro amico di Rosa per molti anni, e suo compagno fino alla fine.

Dopo essersi laureata in Scienze Politiche –cosa allora inusuale per una donna – decide di trasferirsi in Germania per entrare nell’SPD, il centro politico della Seconda Internazionale. Lì conosce Clara Zetkin, con la quale instaura un’amicizia che durerà tutta la vita.

La battaglia per le idee

A Berlino dal 1898 Rosa si propone di misurare le sue armi teoriche con uno dei protagonisti della vecchia guardia socialista, Eduard Bernstein, che aveva iniziato una revisione profonda del marxismo. Secondo lui il capitalismo era riuscito a superare le sue crisi e la socialdemocrazia poteva raccogliere vittorie nel quadro di una democrazia parlamentare che sembrava ampliarsi sempre più, senza rivoluzione né lotte di classe.

Al “dibattito Bernstein” parteciparono molte penne, ma fu Rosa Luxemburg chi produsse la critica più acuta nell’opuscolo “Riforma o Rivoluzione”.

La Rivoluzione Russa del 1905, la prima grande esplosione sociale in Europa dopo la sconfitta della Comune di Parigi, venne percepita come una boccata di aria fresca dalla Luxemburg. Essa scrisse articoli e partecipò a molti comizi come portavoce dell’esperienza russa in Germania, finché riuscì a tornare clandestinamente a Varsavia per partecipare direttamente agli avvenimenti. E’ il “momento in cui l’evoluzione si trasforma in rivoluzione” scrive Rosa. “Stiamo vedendo la Rivoluzione Russa e saremmo degli asini se non imparassimo da essa“.

La Rivoluzione del 1905 aprì importanti dibattiti che dividero la socialdemocrazia. Su questa questione Rosa Luxemburg aveva la stessa posizione di Trotsky e di Lenin contro i menscevichi, difendendo l’idea che la classe lavoratrice doveva avere un ruolo da protagonista nella futura Rivoluzione Russa, contro la borghesia liberale.

Il dibattito sullo sciopero politico di massa attraversò la socialdemocrazia europea negli anni seguenti. L’ala più conservatrice dei dirigenti sindacali in Germania negava la necessità dello sciopero generale mentre il “centro” del partito lo considerava come uno strumento unicamente difensivo, valido per difendere il diritto al suffragio universale.

Rosa critica il conservatorismo e il gradualismo di quella posizione nel suo opuscolo “Sciopero di massa, partito e sindacati”, scritto in Finlandia nel 1906. Il dibattito si riapre nel 1910, quando la Luxemburg polemizza direttamente con il suo precedente alleato, Karl Kautsky.

Socialismo o regressione alla barbarie

L’agitazione contro la 1° Guerra Mondiale è un momento cruciale nella sua vita, una battaglia contro la defezione storica della socialdemocrazia tedesca che appoggia la propria borghesia, contro gli impegni assunti da tutti i Congressi socialisti internazionali.

Nella sua biografia, Paul Frölich segnala che, quando Rosa viene a sapere della votazione del blocco dei deputati della SPD, per un attimo cade in una profonda disperazione. Ma, come donna d’azione quale era, risponde rapidamente. Lo stesso giorno in cui si votano i crediti di guerra, nella sua casa si riuniscono Mehring, Karski e altri militanti. Clara Zetkin invia il suo appoggio e poco dopo si aggiunge Liebcknecht.Insieme pubblicano la rivista L’Internazionale e fondano il gruppo Spartacus.

Nel 1969 Rosa Luxemburg pubblica “L’opuscolo di Junius“, scritto durante la permanenza in una delle tante prigioni che sono diventate la sua residenza quasi permanente.

In questo lavoro esprime una critica implacabile alla socialdemocrazia e la necessità di una nuova Internazionale. Riprendendo una frase di Engels, la Luxemburg afferma che, se non si avanza verso il socialismo, resta solo la barbarie. “In questo momento è sufficiente guardarci attorno per capire cosa significa la regressione alla barbarie nella società capitalista. Questa guerra mondiale è una regressione alla barbarie“. Nel maggio 1916, Spartacus organizza la manifestazione del 1° maggio contro la guerra, dove Liebcknecht viene arrestato; ma la sua condanna al carcere provoca mobilitazioni di massa. Si annuncia un tempo nuovo.

1917: osare la rivoluzione

La rivoluzione russa del 1917 trovò in Rosa Luxemburg un fermo difensore. Senza smettere di esprimere le sue differenze e le critiche sul diritto all’autodeterminazione o sulla relazione tra l’assemblea costituente e i meccanismi della democrazia operaia – su quest’ultima questione cambierà posizione dopo essere uscita dal carcere nel 1918 – la Luxemburg scrive che “i bolscevichi hanno rappresentato tutto l’onore e la capacità rivoluzionaria di cui mancava la socialdemocrazia occidentale. La loro insurrezione di Ottobre non solo ha davvero salvato la Rivoluzione Russa, ma ha salvato anche l’onore del socialismo internazionale“.

Quando la scossa della rivoluzione russa colpisce direttamente la Germania nel 1918 con il sorgere dei consigli operai, la caduta del Kaiser e la proclamazione della repubblica, Rosa aspetta impaziente la possibilità di partecipare direttamente a questo grande momento della storia.

Il governo finisce nelle mani dei dirigenti della socialdemocrazia più conservatrice, Noske e Ebert, dirigenti del PSD – questo partito si era scisso con la rottura dei socialdemocratici indipendenti, il USPD.

Nel novembre di quell’anno il governo socialdemocratico raggiunge un accordo con lo Stato maggiore militare e con i Freikorps per liquidare la rivolta degli operai e delle organizzazioni rivoluzionarie.

Rosa e i suoi compagni, forndatori della Lega di Spartaco, nucleo iniziale del Partito Comunista Tedesco dal dicembre 1918, vengono duramente perseguitati.

Il 15 gennaio un gruppo di soldati arresta Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg alle nove di sera. Rosa “riempì una valigetta e prese alcuni libri“, pensando si trattasse di un altro periodo di carcere. Avvertito dell’arresto, il governo di Nolke lasciò Rosa e Karl nelle mani degli infuriati Freikorps – corpo paramilitare di ex veterani dell’esercito del Kaiser. Venne organizzata una messa in scena: essi furono fatti uscire dall’Hotel Eden ma, appena usciti dalla porta dell’hotel, furono colpiti alla testa coi calci dei fucili, trascinati per terra e uccisi.

Il corpo di Rosa fu gettato nelle scure acque del fiume dal ponte di Landwehr. Fu ritrovato tre mesi dopo.

Un anno prima, in una lettera dalla prigione inviata a Sofia Liebknecht la vigilia del 24 dicembre 1917, Rosa scriveva con un profondo ottimismo sulla vita: “E’ il mio terzo natale dietro le sbarre, ma non farne una tragedia. Io sono tranquilla e serena come sempre . (…)  Sto qui sdraiata, quieta e sola, avvolta nei vari panni neri delle tenebre, della noia, della prigionia in inverno (…) Io credo che il segreto non sia altro che la vita stessa: la profonda penombra della notte è così bella e morbida come il velluto, se una sa guardarla“.

Clara Zetkin, forse la persona che meglio la conosceva, scrisse sulla sua grande amica e compagna Rosa Luxemburg, condividendo quell’ottimismo, dopo la sua morte: “Nello spirito di Rosa Luxemburg l’ideale socialista era una passione soggiogante che trascinava tutto; una passione, ugualmente, del cervello e del cuore, che la divorava e la spingeva a creare. L’unica ambizione grande e pura di questa donna senza pari, l’opera di tutta la sua vita, fu di preparare la rivoluzione che doveva portare al socialismo. Il poter vivere la rivoluzione e prendere parte alle sue battaglie era per lei la suprema gioia (…). Rosa ha messo al servizio del socialismo tutto quello che era, tutto ciò che valeva, la sua persona e la sua vita. L’offerta della sua vita all’idea non l’ha fatta solo il giorno della sua morte; l’aveva già data pezzo per pezzo, in ogni minuto della sua esistenza di lotta e di lavoro. Per questo poteva legittimamente esigere lo stesso dagli altri, che dessero tutto, compresa la vita, per il socialismo. Rosa Luxemburg simbolizza la spada e la fiamma della rivoluzione, e il suo nome resterà scritto nei secoli come quello di una delle più grandiose e insigni figure del socialismo internazionale“.

(*)  Storica e giornalista spagnola.

(traduzione di Daniela Trollio Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”)

27 gennaio Giornata della Memoria

 

I sopravvissuti all’olocausto sono rimasti in pochi
Sarà compito nostro tenere viva la Memoria

Liliana Segre (Milano, 10 settembre 1930) è una reduce dell’olocausto italiana, sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti e testimone di essi.

Biografia da: Wikipedia

Nata a Milano in una famiglia ebraica, Liliana Segre visse insieme a suo padre, Alberto Segre, e ai nonni paterni, Giuseppe Segre e Olga Loevvy.[1] La madre, Lucia Foligno, era morta quando lei non aveva ancora compiuto un anno. Di famiglia laica, la consapevolezza di essere ebrea giunge a Liliana attraverso il dramma delle leggi razziali fasciste del 1938, in seguito alle quali viene espulsa dalla scuola.

Dopo l’intensificazione della persecuzione degli ebrei italiani suo padre la nascose da amici utilizzando documenti falsi. Il 10 dicembre 1943 cercò, assieme al padre e due cugini, di fuggire in Svizzera, ma furono respinti dalle autorità svizzere. Il giorno dopo la Segre venne arrestata a Selvetta di Viggiù in Provincia di Varese; a quel momento aveva soltanto 13 anni. Dopo sei giorni nel carcere a Varese fu trasferita a Como e alla fine a Milano, dove fu detenuta per quaranta giorni.

Il 30 gennaio 1944 venne deportata dal Binario 21 della stazione di Milano Centrale al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, che raggiunse sette giorni dopo. È subito separata dal padre, che non rivedrà mai più, morto ad Auschwitz il 27 aprile 1944. Nel giugno del 1944 anche i suoi nonni paterni, arrestati a Inverigo (Como) il 18 maggio 1944, furono deportati e uccisi al loro arrivo ad Auschwitz il 30 giugno.[1]

Alla selezione Liliana Segre riceve il numero di matricola 75190 tatuato sull’avambraccio. Fu impiegata nel lavoro forzato nella fabbrica di munizioni Union, che apparteneva alla Siemens, lavoro che svolse per circa un anno. Durante la sua prigionia subì ancora tre altre selezioni. Alla fine di gennaio del 1945 affrontò la marcia della morte verso la Germania dopo l’evacuazione del campo.

Liliana venne liberata il primo maggio 1945 al campo di Malchow, un sottocampo del campo di concentramento di Ravensbrück. Dei 776 bambini italiani di età inferiore ai 14 anni che furono deportati al Campo di concentramento di Auschwitz, Liliana è tra i soli 25 sopravvissuti.[2]

Dopo lo sterminio nazista vive con i nonni materni, di origini marchigiane, unici superstiti della sua famiglia. Nel 1948 conosce Alfredo Belli Paci, cattolico, anch’egli reduce dai campi di concentramento nazisti per essersi rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale. I due si sposano nel 1951 e hanno tre figli.

Della sua esperienza, per molto tempo, Liliana non ha mai voluto parlare pubblicamente. Ha deciso di interrompere questo silenzio nei primi anni ’90 e da allora si è resa disponibile a partecipare a decine e decine di assemblee scolastiche e convegni di ogni tipo per raccontare ai giovani la propria storia anche a nome dei milioni di altri che l’hanno con lei condivisa e che non sono mai stati in grado di comunicarla.[3]

Nel 2004 è, con Goti Herskovits Bauer e Giuliana Fiorentino Tedeschi, una delle tre donne ex-deportate intervistate da Daniela Padoan nel volume Come una rana d’inverno. Conversazioni con tre donne sopravvissute ad Auschwitz (Bompiani, Milano).

Nel 2005 la sua vicenda è ripercorsa con maggiori dettagli in un libro-intervista di Emanuela Zuccalà: Sopravvissuta ad Auschwitz. Liliana Segre fra le ultime testimoni della Shoah (Milano: Paoline Editoriale Libri).

Nel 2009 la sua voce è inclusa nel progetto di raccolta dei “racconti di chi è sopravvissuto”, una ricerca condotta tra il 1995 e il 2008 da Marcello Pezzetti per conto del Centro di documentazione ebraica contemporanea che ha portato alla raccolta delle testimonianze di quasi tutti i sopravvissuti italiani dai campi di concentramento allora ancora viventi.[4]

Sempre nel 2009 partecipa al film/documentario di Moni Ovadia, diretto da Felice Cappa, che si ispira al poema del poeta di origine russa Yitzhak Katzenelson “Il canto del popolo ebraico massacrato”.

Il 27 novembre 2008 l’Università di Trieste le ha assegnato la laurea honoris causa in Giurisprudenza.[5] Il 15 dicembre 2010 L’Università degli Studi di Verona le ha assegnato la laurea honoris causa in Scienze pedagogiche.

Etiopia al bivio Capitolo 2 – La dittatura di Menghistu da: resistenze.org

 

Capitolo 1: L’impero di Sélassié [Prima parteSeconda parteTerza parte]

Mohamed Hassan, Grégoire Lalieu | investigaction.net
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

10/10/2016

Al di là dei miti, l’impero di Hailé Sélassié nascondeva una realtà terribile per la maggior parte degli etiopi. Guidati da un grande movimento popolare, giovani ufficiali dell’esercito rovesciavano l’imperatore nel 1974. Menghistu diventa il nuovo uomo forte dell’Etiopia, ma si mostra incapace di rispondere alle aspirazioni del popolo. Come ha fatto la rivoluzione a far scivolare il paese nella dittatura militare? Perché gli etiopi furono condannati alla miseria che ebbe il suo apice con la drammatica carestia del 1984? Perché, mentre Michael Jackson e le star del mondo intero raccoglievano fondi per le vittime, Bernard-Henri Lévy e Glucksmann non volevano aiutare l’Etiopia? In questa seconda parte della nostra intervista, Mohamed Hassan esplora le contraddizioni della dittatura militare del Derg. Rivela anche le origini del TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè, ndt), quell’organizzazione politica che ha rimpiazzato Menghistu e che si aggrappa al potere da oltre venti anni. Domenica 9 ottobre, mentre la rivolta tuona ovunque nel paese, il TPLF ha dichiarato lo stato di emergenza.

Prima parte

Seconda parte

Terza parte

Gli Eritrei non erano i soli a combattere Menghistu. Come era organizzata l’opposizione in Etiopia?

Il Derg non era riuscito a concretizzare l’uguaglianza delle nazionalità in Etiopia. Così i movimenti di resistenza si erano sviluppati un po’ ovunque nel paese, su basi etniche. C’era il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè (TPLF), il Fronte di Liberazione Oromo (OLF), … e anche il Fronte di Liberazione Afar… Tutti questi gruppi conducevano una lotta armata contro il potere centrale per ottenere l’indipendenza della loro regione. Ma nessuno era in grado da solo di prendere le redini dell’esercito del Derg. Diversi fattori facevano muovere l’ago della bilancia.

Innanzitutto, Menghistu era diventato completamente dipendente dall’aiuto militare sovietico. Durante gli anni 80, l’URSS era impegnata in Afghanistan e la questione etiope non era prioritaria. L’Unione Sovietica inoltre era anche minata da una serie di problemi interni. Gorbaciov lanciava la Perestroika nel 1985 per tentare di risolvere la situazione. Ma queste riforme non impedivano il collasso del blocco sovietico. Alla fine degli anni 80 dunque, la dittatura militare del Derg vedeva il suo principale sostegno, evaporare. Nel marzo 1989 del resto, soldati dell’esercito etiope tentarono di rovesciare Menghistu. Fra le rivendicazioni, si trovava ancora una volta l’apertura dei negoziati con gli Eritrei. Le diverse offensive lanciate da Menghistu non avevano permesso di sconfiggere la resistenza del FLPE e i soldati etiopi erano esauriti a causa del conflitto. Menghistu riuscì a reprimere il tentativo di colpo di stato, ma ne uscì indebolito. Come Gorbaciov, lanciò riforme per prolungare la vita di un regime ormai senza fiato. Dopo avere nazionalizzato tutto, Menghistu cominciò a liberalizzare tutto.

Quale impatto ebbero le riforme?

Nessuno. Il regime era già condannato quando il Derg lanciò le riforme. Il colpo di grazia venne da una vasta offensiva del TPLF lanciata dal Tigrè nel 1991. In un certo modo, questo movimento ha fatto causa comune con gli Eritrei del FLPE per rovesciare Menghistu. Erano vicini e i quadri delle due organizzazioni condividevano radici comuni. Il Derg non aveva del resto prestato molta attenzione all’insurrezione del TPLF, pensando che non sarebbe sopravvissuto a una sconfitta del FLPE. Ma gli Eritrei hanno sconfitto l’esercito di Menghistu sulla loro terra, aprendo una via maestra al TPLF in Etiopia.

Tuttavia, la relazione tra questi due movimenti di resistenza non è sempre stata rose e fiori. Ciò si spiega con la mentalità molto ristretta dei dirigenti del TPLF. Non sono mai stati capaci di risolvere le loro contraddizioni interne con la discussione, ma funzionavano a colpi di stato all’interno del partito. I quadri fondatori sono stati del resto allontanati da una generazione più giovane che includeva un certo Meles Zenawi. Di tendenza marxista-leninista, il TPLF seguiva allora la linea di Mao. Quando i giovani presero la direzione del movimento, un britannico fece conoscere loro un libro di un gruppo filo-albanese e hanno iniziato così a seguire la linea di Enver Hoxha. In un congresso clamoroso nel 1985, i quadri del TPLF condannarono così Mao. Ai loro occhi, era un revisionista. Zenawi e la sua banda misero nello stesso cesto la Cina, l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti, tutte potenze imperialiste! Ciò denunciava un’ignoranza profonda della natura dell’imperialismo e la vacuità della loro analisi politica. È stato Lenin che meglio ne ha descritto la natura, mostrando come il capitalismo conduce all’imperialismo e alle grandi potenze capitaliste che cercano di dividersi il mondo per esportare i capitali che le loro economie devono necessariamente accumulare. Anche se l’Unione Sovietica ha potuto commettere errori nella sua politica estera, sostenendo Menghistu in particolare, metterla allo stesso livello degli Stati Uniti è indice di una debolezza teorica.

Quale era la visione del TPLF?

Per loro, lo sciovinismo Amhara aveva generato tale odio tra le varie nazionalità dell’Etiopia e il solo mezzo per il Tigré per accedere alla democrazia, era quello di ottenere l’indipendenza della loro regione. Delegati del Partito Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRP) erano presenti al congresso del 1985. Ricordate, questo movimento aveva partecipato alle manifestazioni per far cadere Sélassié. Ma rifiutava di affidare il potere ai soldati, tanto che il Derg lo aveva duramente represso. Proseguì la lotta armata durante gli anni della dittatura di Menghistu con forze molto limitate. Rappresentato al congresso del TPLF del 1985, l’EPRP si oppose a questo movimento del Tigré, che pretendeva di incarnare l’avanguardia della resistenza a Menghistu. “Siete un’organizzazione etnica e chiedete l’indipendenza della vostra regione, aveva dichiarato in sostanza il delegato dell’EPRP. Come potete di conseguenza essere l’avanguardia della resistenza etiope? Non rappresentiamo un gruppo etnico, ci battiamo per tutti gli etiopi. Spetta a voi aderire alla nostra lotta”.

Ma i giovani quadri del TPLF non ascoltavano. La loro visione ristretta è del resto stata oggetto di discordia con gli Eritrei del FLPE. Avendo vissuto numerosi tentativi d’ingerenza durante la loro lotta per l’indipendenza, gli Eritrei non avevano l’abitudine di interferire negli affari delle altre organizzazioni. Tuttavia fecero un’eccezione nel 1985, dopo il congresso del TPLF, pubblicando un lungo documento sull’indipendenza dell’Eritrea e dei movimenti democratici etiopi. Il testo ritornava sulla creazione dell’Etiopia, analizzava le varie contraddizioni che attraversavano questo paese ed articolava un inventario delle organizzazioni attive nella resistenza. Il FLPE era d’accordo sul fatto che ci fosse un problema serio di nazionalità in Etiopia. Ma riteneva che questa sfida avrebbe potuto essere raccolta attraverso la lotta di classe, in un’Etiopia democratica.

Il TPLF non era d’accordo su questo?

Ancora una volta, non ha voluto ascoltare. Il TPLF aveva anche elaborato un documento, “Le nostre differenze con il FLPE”, nel quale chiedeva come gli Eritrei potessero dire ai Tigré che dovevano fare. Per il TPLF, era un’intrusione inammissibile. In fondo i leader Tigré erano convinti che in Etiopia il problema delle nazionalità prevalesse su quello dell’economia e delle classi sociali. Per loro, le varie etnie non potevano vivere insieme. Sono dunque rimasti aggrappati all’indipendenza della loro regione e hanno preso le distanze dai loro compagni di Eritrea.

Ma è un’offensiva del TPLF sulla capitale Addis-Abeba che ha causato la fuga di Menghistu nel 1991. Perché il Tigré è finalmente uscito dalla loro regione?

Durante gli anni 80, mentre il Derg concentrava i suoi sforzi sulla Eritrea, il TPLF è diventato militarmente più forte. Si è anche costituita una base sociale importante nel Tigré. Ma ha anche capito che l’indipendenza della regione non sarebbe stata possibile senza la caduta di Menghistu. Il tenente colonnello avrebbe immediatamente dichiarato guerra a questa repubblica indipendente dal Tigré. Zenawi e la sua cricca hanno dunque avuto l’idea di prendere Addis-Abeba per poter in seguito organizzare un referendum che avrebbe accordato l’indipendenza alla loro regione.
Tuttavia, per riuscire a prendere la capitale, il TPLF doveva riconciliarsi con gli Eritrei e coordinare la lotta armata. Occorrevano loro anche alleati in Etiopia e il loro sguardo è logicamente andato alla principale etnia del paese, gli Oromo. Il TPLF non aveva buoni rapporti con Fronte di Liberazione Oromo (OLF). Le loro reciproche analisi divergevano troppo. Il Tigré ha dunque creato il suo movimento Oromo. L’Organizzazione Democratica del Popolo Oromo (OPDO), composta da soldati Oromo del Derg che il TPLF aveva fatto prigionieri. Il TPLF poteva anche contare su vecchi membri dell’EPRP che avevano fondato un nuovo partito, il Movimento Democratico del Popolo Etiope (EPDM), vicino al Tigré. Con queste varie organizzazioni, Zenawi andava a fondare una coalizione, il Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRDF).

Questo EPRD è la coalizione che ha conquistato il 100% dei seggi in occasione delle elezioni legislative del 2015?

Esattamente. Questa coalizione occupa il potere dalla caduta di Menghistu nel 1991. Ma dietro quest’organizzazione, tira le fila il TPLF. In realtà, mentre la caduta del Derg era imminente, Zenawi si è rivolto verso Addis-Abeba. Ma per prendere la capitale, non poteva presentarsi come un ribelle del Tigré Gli occorreva un abito da sposa. Quest’abito era l’EPRDF. Un dittatore cadeva nuovamente in Etiopia. Ma i problemi del paese erano lungi dall’essere risolti.

(continua)

 

Etiopia al bivio Capitolo 2 – La dittatura di Mènghistu da: www.resistenze.org

Capitolo 1: L’impero di Sélassié [Prima parteSeconda parteTerza parte]

Mohamed Hassan, Grégoire Lalieu | investigaction.net
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

10/10/2016

Prima parte

Al di là dei miti, l’impero di Hailé Sélassié nascondeva una realtà terribile per la maggior parte degli etiopi. Guidati da un grande movimento popolare, giovani ufficiali dell’esercito rovesciavano l’imperatore nel 1974. Mènghistu diventa il nuovo uomo forte dell’Etiopia, ma si mostra incapace di rispondere alle aspirazioni del popolo. Come ha fatto la rivoluzione a far scivolare il paese nella dittatura militare? Perché gli etiopi furono condannati alla miseria che ebbe il suo apice con la drammatica carestia del 1984? Perché, mentre Michael Jackson e le star del mondo intero raccoglievano fondi per le vittime, Bernard-Henri Lévy e Glucksmann non volevano aiutare l’Etiopia? In questa seconda parte della nostra intervista, Mohamed Hassan esplora le contraddizioni della dittatura militare del Derg. Rivela anche le origini del TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè, ndt), quell’organizzazione politica che ha rimpiazzato Mènghistu e che si aggrappa al potere da oltre venti anni. Domenica 9 ottobre, mentre la rivolta tuona ovunque nel paese, il TPLF ha dichiarato lo Stato di emergenza.

Di fronte alla rivolta crescente, Hailé Sélassié avvia le riforme e nomina un giovane primo ministro. Questi cambiamenti non hanno semplificato le cose. Perché?

Gli etiopi non erano più creduloni. I ministri non potevano più agire da fusibile, questa tecnica era già stata usata. E le ultime riforme avviate dall’imperatore e dal suo giovane primo ministro come polvere negli occhi, non potevano mascherare l’inevitabile realtà: l’Etiopia non si era mai realmente modernizzata. La sua economia non era ancora uscita dal Medioevo, ma si era nella seconda metà del XX secolo… L’aristocrazia viveva sempre sulle spalle dei contadini mentre l’industria impiegava soltanto 60.000 persone circa e forniva soltanto il 15% del PIL. Il 70% degli investimenti veniva dall’estero. Contemporaneamente ci fu un’esplosione della popolazione nelle grandi città. Tra gli anni 50 e 70, il numero di abitanti di Addis-Abeba era passato da 300.000 a 700.000, anche altre città della provincia raddoppiarono di grandezza. Ma l’economia non aveva seguito questa tendenza, tanto che il tasso di disoccupazione urbana poteva raggiungere il 50%. (1)

Quando Sélassié rese la stampa e il dibattito più liberi, non riuscì a fermare il gioco. Al contrario, le tensioni si inasprirono ulteriormente. Gli Etiopi potevano dire tutto il male che pensavano dell’imperatore e del suo regime feudale. In questo contesto emersero due partiti civili, con radici nel movimento studentesco. I più giovani erano raccolti nel Partito Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRP), mentre la vecchia generazione militava nel Movimento Socialista Panetiopico (MEISON). Le due formazioni condividevano le stesse idee sull’uguaglianza delle nazionalità. Erano anche convinte che occorresse guadagnare il sostegno dei contadini con una riforma agraria. Sarebbe allora stato finalmente possibile costituire una base sociale importante per condurre una rivoluzione nazionale democratica.

Se l’EPRP e il MEISON condividevano le stesse idee e lo stesso piano di battaglia, perché non unirono le loro forze?

I due partiti erano in disaccordo sul ruolo dell’esercito. Per i giovani dell’EPRP, soprattutto quelli piccolo-borghesi venuti dalle città, la rivoluzione avrebbe potuto essere condotta soltanto in uno Stato democratico in cui il potere era affidato ai civili. Tuttavia la vecchia guardia del MEISON riteneva che occorresse appoggiarsi all’esercito, sfruttando le contraddizioni di classe che attraversavano quest’istituzione meglio organizzata. Il MEISON voleva così sostenere le rivendicazioni dei piccoli ufficiali per rovesciare il governo. Questo partito aveva di fatto adottato le teorie del dirigente sovietico Nikita Chruščёv. Sosteneva che in Africa l’intellighènzia rivoluzionaria e gli ufficiali rivoluzionari avrebbero potuto costruire uno Stato socialista se avessero unito le loro forze.

Il MEISON aveva fatto una buona scelta? Sono molti gli ufficiali dell’esercito che rovesciaranno l’imperatore.

Purtroppo, non era così semplice. Tanto l’EPRP, che il MEISON si attestavano sulle loro posizioni. Anziché proseguire le discussioni e tentare di sviluppare un nuovo approccio che avrebbe potuto soddisfare tutti sulla base delle numerose convergenze, i membri dei due partiti hanno cominciato a uccidersi. Letteralmente! Fu una lotta atroce. Quasi 1.200 giovani rivoluzionari persero la vita a causa di questo conflitto tra i due partiti, che erano ancora solo dei movimenti guidati da piccolo-borghesi. L’EPRP e il MEISON aspiravano a diventare partiti di massa sviluppando una base sociale fra i contadini e gli operai. Ma fallirono a causa dei loro dissensi.

Gli ufficiali rivoluzionari hanno approfittato di questa situazione per prendere il potere e insediare il Derg, che significa “comitato militare” in riferimento ai comitati di soldati che erano stati inviati presso l’imperatore. Il nuovo uomo forte dell’Etiopia era il tenente colonnello Mènghistu Hailè Mariàm. Inizialmente ha sostenuto la repressione dei membri del MEISON che erano ostili a un’alleanza tra civili e soldati. Ma si è in seguito rivolto anche contro i quadri del EPRP che avevano sostenuto gli ufficiali rivoluzionari. Mènghistu non intendeva condividere il potere. Organizzò così una grande operazione d’alfabetizzazione delle campagne. Gli studenti dovevano essere gli ambasciatori della rivoluzione etiope presso i contadini. Dovevano insegnare loro a leggere e scrivere, ma anche predicare la buona parola rivoluzionaria nelle campagne. In realtà, quest’operazione mirava soprattutto ad allontanare gli studenti dalla capitale affinché non contestassero il nuovo potere. La CELU (Confederazione dei sindacati etiopi, ndt), principale sindacato etiopico, aveva militato al fianco del movimento studentesco per fare cadere Sélassié. Quando Mènghistu volle allontanare questi giovani rivoluzionari, il sindacato protestò convocando uno sciopero generale. Invano. Il tenente colonnello fece immediatamente fermare i principali dirigenti della CELU.

Quali cambiamenti ha portato il Derg in Etiopia?

Gli ufficiali del Derg si rivendicavano marxisti sul modello dei principali movimenti rivoluzionari del paese all’epoca. Arrivato al potere, il Derg ha dunque lanciato una grande ondata di nazionalizzazioni. Le principali industrie cadevano così nelle mani dello Stato. Partenariati con il privato erano consentiti per alcuni settori come la ricerca mineraria e l’edilizia. Infine, alcune parti dell’economia restavano completamente private, come il trasporto e la piccola manifattura.
Ma la sfida principale era sull’agricoltura. Il Derg iniziò un cambiamento radicale applicando lo slogan dei comunisti cinesi che aveva risuonato durante le manifestazioni etiopi: la terra a quelli che la coltivano. Concretamente, Mènghistu lanciava nel 1975 una grande riforma agraria. Le terre erano dichiarate di proprietà dello Stato senza alcun compenso ai proprietari terrieri. Cooperative di contadini furono organizzate e le terre distribuite a quelli che non ne avevano, con un limite di dimensione per lo sfruttamento. La vendita e l’affitto di terreni furono vietati. La riforma agraria ebbe un grande impatto soprattutto nel sud del paese dove lo sfruttamento dei contadini era molto più duro. Espropriando i grandi proprietari terrieri, la riforma agraria permise anche di minare le fondamenta del vecchio regime, quindi di consolidare il potere del Derg.

Queste riforme hanno permesso di migliorare le condizioni di vita degli etiopi?

Non proprio. L’analisi del Derg non era del tutto errata e rispondeva in parte alle aspirazioni popolari. Ma la mancanza di abilità del governo, il suo autoritarismo, la sua ignoranza in fatto di particolarità etiopi e la mancanza di dialogo, hanno reso l’applicazione delle riforme, sterile. Prendiamo l’esempio della riforma agraria. Era assolutamente necessaria e l’idea di attribuire le terre ai contadini era eccellente. Ma poco tempo dopo la sua entrata in vigore, il Derg rivedeva il sistema di tassazione, con spese per l’utilizzo dei terreni agricoli e una tassa sui redditi. Inizialmente molto bassi, i tassi andavano gradualmente ad aumentare. I contadini erano inoltre obbligati a vendere la loro produzione a un’agenzia pubblica, con prezzi fissati dallo Stato.

Dopo l’aristocrazia del vecchio regime e i suoi ricchi proprietari terrieri, i contadini caddero sotto una nuova forma di sfruttamento?

In realtà, mentre l’agricoltura rappresentava il principale settore economico, il Derg desiderava aumentare i redditi agricoli per generare un surplus che avrebbero permesso allo Stato di acquistare ciò che gli mancava. Avrebbe potuto così investire nello sviluppo di altri settori economici e modernizzare il paese. Ma le tasse, così come furono applicate, hanno avuto un effetto controproducente. I contadini producevano meno e consumavano maggiormente i frutti della loro fatica, poiché non avevano alcuna motivazione a rimettere allo Stato la grande parte del loro lavoro. Questo sentimento dei contadini era accentuato dai molti funzionari e organismi pubblici che prendevano posto nella catena. Erano percepiti come parassiti. La produzione agricola dunque non decollò come il Derg sperava. E Mènghistu era furioso: “Produrre solo ciò che è necessario per la propria famiglia, rifiutare di mettere le colture sul mercato fino a che i prezzi aumentano, produrre volontariamente meno per fare salire i prezzi, tutto ciò è una manifestazione di atteggiamenti individualisti e antisocialisti.” (2)

I movimenti rivoluzionari affermavano che occorreva guadagnare il sostegno dei contadini per sviluppare un partito di massa. Mènghistu ha fallito?

Sì, è stato un fallimento. I contadini si erano liberati dei parassiti del vecchio regime, ma vedevano sbarcare nuovi intermediari. Questa è stata la mia percezione. “Pensate forse che siamo pigri, sintetizzava un coltivatore di caffè. Non lo siamo. Guardate come lavoriamo e siamo pronti a lavorare ancora di più. Ma più produciamo, più l’appetito di quelli che vivono a nostre spese aumenta” (3). Il governo aveva organizzato delle associazioni di contadini controllate da funzionari. In alcune regioni, erano diventate i vertici della contestazione. I contadini vi facevano le loro rivendicazioni. Richiedevano l’eliminazione degli intermediari inutili nella filiera agricola e un migliore controllo della loro produzione. Mènghistu non li ha ascoltati, ha replicato con l’arresto degli agitatori. Con la repressione dei sindacati e degli studenti, quest’episodio mostra bene come il Derg si sia stabilito con la dittatura militare, anziché sostenersi sulle masse.

Lungi dal soddisfare le aspettative del governo sulla produzione, i problemi del settore agricolo sono sfociati nel dramma con la carestia del 1984. Una delle peggiori in Etiopia. Secondo le principali stime, avrebbe causato quasi 500.000 vittime.

Mènghistu non aveva più scuse di Sélassié. La siccità è un fattore naturale, non la carestia. Ero in Belgio all’epoca. Mi ricordo che le persone raccoglievano prodotti alimentari all’uscita di un supermercato per inviarli in Etiopia. Ho parlato con loro e nel loro carrello, avevo trovato prodotti che venivano… dall’Etiopia! Infatti, questo grande paese dispone di molte risorse e ha tutte le capacità per nutrire la sua popolazione. Ma molti ostacoli si sono sempre posti sul cammino della sicurezza alimentare. La topografia del paese innanzitutto. L’Etiopia è attraversata da montagne ripide, alle quali rispondono valli profonde. Numerosi esploratori hanno testimoniato la complessità dei paesaggi etiopi. Le strade e altri mezzi di comunicazione sono dunque difficili da predisporre, cosa che ha un impatto serio sul commercio, l’agricoltura e lo sviluppo dei servizi per la popolazione.

Ma quest’ostacolo non è impossibile da superare. Purtroppo, i regimi che si sono succeduti non sono stati all’altezza di raccogliere la sfida. Era impossibile nell’Etiopia feudale di Sélassié. Non è stato possibile sotto la dittatura militare del Derg. Mènghistu è andato dritto, senza sufficientemente riflettere, né dialogare. Ha voluto applicare teorie marxiste utilizzate altrove, senza tenere conto delle specificità etiopiche. Ma il marxismo non ha le istruzioni per l’uso, che occorre seguire alla lettera per riuscire. È una griglia d’analisi, un attrezzo da adattare al luogo e all’epoca. E come per qualsiasi attrezzo, è più importante il modo di usarlo. Con un martello, posso costruire una casa o rompere il cranio del mio vicino. Il problema non è dunque il martello, ma quello che lo tiene.

(continua)

Note:

1. Gérard Prunier, L’Ethiopie contemporaine, Editions Karthala, 2007

2. John Markakis, Ethiopia. The Last Two Frontiers, James Currey, 2011