Grosseto, riesumati i resti del radarista di Ustica di LAURA MONTANARI da: repubblica.it

La moglie e i figli non hanno mai creduto al suicidio. Mario Alberto Dettori era di servizio nella base di Poggio Ballone, la notte della strage dell’aereo, disse: “Siamo stati a un passo dalla guerra”

Era uno dei radaristi dell’aeronautica militare in servizio nella base di Poggio Ballone, in Maremma, quando avvenne la strage di Ustica, il 27 giugno 1980. Quella notte tornando a casa a Grosseto confidò alla moglie: “Siamo stati a un passo dalla guerra”. Venne trovato impiccato sulla strada per Istia d’Ombrone, in Toscana sei anni dopo, nel 1987. Non venne fatta nemmeno l’autopsia e il fascicolo giudiziario fu frettolosamente chiuso come un caso di suicidio. Ma la famiglia di Mario Alberto Dettori non ha mai creduto al suicidio e adesso la figlia Barbara, appoggiandosi all’associazione antimafia Rita Atria ha presentato in procura a Grosseto nuove carte per riaprire il caso. I resti del maresciallo dell’aeronautica sono stati riesumati su disposizione della procura: “E’ avvenuto lo scorso 16 febbraio” conferma la figlia del radarista grossetano, Barbara Dettori che all’epoca della scomparsa del padre aveva 16 anni. “Non abbiamo mai creduto al suicidio, mio padre non lo avrebbe mai fatto, non era proprio il tipo e aveva tre figli piccoli. Noi siamo convinti che in quel posto non fosse solo – riprende la figlia – Vogliamo la verità”. Mario Alberto Dettori era uno dei testimoni chiave dell’inchiesta sul DC9 dell’Itavia che si inabissò con le 81 persone che erano a bordo. Adesso la procura ha disposto accertamenti sui resti che erano sepolti nel piccolo cimitero di Serpeto e le analisi verranno eseguite presso l’istituto di medicina legale di Siena. La notizia è stata diffusa ieri da alcuni giornali di Siena e dal Tirreno di Grosseto.

“Mio padre aveva paura, venne mandato per tre mesi in una base radar in Francia e tornò molto spaventato” riferisce

la figlia. Dettori dopo la notte di Ustica si era confidato anche con l’ex capitano dell’aeronautica Mario Ciancarella che fu radiato dalle forze armate con un decreto firmato dall’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, ma la firma di quel provvedimento, a distanza di decenni è stata dichiarata falsa soltanto pochi mesi fa dal tribunale di Firenze. A Ciancarella confidò: “Capitano…siamo stati noi”.

La strage di Bronte dell’Agosto 1860: per non dimenticare le vergogne di Garibaldi e Nino Bixio da: Time Sicilia di Ignazio Coppola

 

Sembra incredibile che, ancora oggi, la Sicilia non si sia ancora liberata dal ricordo di questi due assassini. Ancora oggi le statue (soprattutto di Garibaldi) campeggiano in tante città della nostra Isola. E ancora oggi scuole e vie portano i nomi di questi due gaglioffi. Ricordiamo, in questo articolo, una strage che ancora oggi brucia

Dal 6 al 10 Agosto del 1860 esattamente 156 anni fa, a Bronte, Nino  Bixio, su mandato di Giuseppe Garibaldi, si rendeva protagonista di un atto scellerato ed infame che la storia quella vera e non quella paludata della storiografia ufficiale e scolastica ci ha tramandato e condannato come “l’eccidio di Bronte”.

Ciò val bene per ricordare e non diminticare su come i “liberatori” alla Nino Bixio intendevano trattare i siciliani e soprattutto, i contadini illusi dalla promesse dei decreti garibaldini sulla assegnazione delle terre, convinti che, finalmente, con l’arrivo di Garibaldi e delle camicie rosse potessero legittimamente essere garantiti i principi di libertà e di giustizia sociale.

In quel maledetto e torrido Agosto del 1860 ai siciliani ed ai brontesi, speranzosi che per loro le cose sarebbero cambiate in meglio, mal gliene incolse. A farli ravvedere dalle loto aspettative provvide alla bisogna il paranoico generale garibaldino – il già citato Bixio – che certo dei siciliani non aveva gran considerazione e stima, se è vero che, alla moglie Adelaide, durante l’impresa dei mille, così ebbe tra l’altro testualmente  a scrivere a proposito della Sicilia e dei siciliani:

“Un paese che bisognerebbe distruggere e gli abitanti mandarli in Africa a farsi civili”.

E’ con questo stato d’animo e questa predisposizione nei confronti dei siciliani che Bixio si presentò a Bronte prendendo, per tre giorni, alloggio al collegio Capizzi. La mattina del 6 agosto, con due battaglioni di bersaglieri, Bixio decise di ristabilire l’ordine che era stato turbato nei giorni precedenti dai popolani e dai contadini-vassalli della ducea di Nelson che, illusi, si erano ribellati rivendicando il diritto all’assegnazione delle terre ed al riscatto sociale promesso loro dai truffaldini decreti garibaldini.

All’avanzata di Garibaldi in Sicilia e con l’illusoria promessa di una più equa distribuzione delle terre furono molti, infatti, i paesi della Sicilia che, come Bronte, insorsero al grido “Abbassu li cappeddi, vulimi li terri”. Tra questi, Regalbuto, Polizzi Generosa, Tusa, Biancavilla, Racalmuto, Nicosia, Cesarò, Randazzo, Maletto, Petralia, Resuttano, Montemaggiore, Capaci, Castiglione di Sicilia, Centuripe, Collesano, Mirto, Caronia, Alcara Li Fusi, Nissoria, Mistretta, Cefalù, Linguaglossa, Trecastagni e Pedara.

Le aspettative del popolo e dei contadini nei confronti dei “cappeddi” ( i latifondisti ed i ricchi proprietari terrieri) furono represse in quei paesi con il piombo e nel sangue da quei garibaldini che avevano promesso loro terre, libertà e giustizia. Quello stesso piombo che, 34 anni dopo, nel 1894, l’ex garibaldino Francesco Crispi, che era stato prima segretario di Stato e teorico della spedizione dei Mille e successivamente, dopo l’Unità, divenuto presidente del Consiglio, ordinò di scaricare sui contadini siciliani che rivendicavano le terre e reprimendo così nel sangue con centinaia di vittime innocenti l’epopea dei Fasci Siciliani.

A distanza di anni con pedissequa ferocia, di fatto, si riproponeva, ancora una volta, in un bagno di  sangue, la logica della difesa del privilegio e della conservazione perché nell’ottica gattopardiana nulla cambiasse, prima con Garibaldi e poi con Crispi

Ma torniamo ai fatti e al grido di libertà dei contadini e dei cittadini di Bonte. Su pressione del console inglese di Catania, John Goodwin, a sua volta sollecitato dai fratelli Thovez amministratori della ducea per conto  della baronessa Bridport, Garibaldi, costi quel che costi, per reprimere la rivolta di quei brontesi che avevano avuto l’impudenza di ribellarsi agli inglesi suoi protettori e finanziatori dell’impresa dei Mille, invia per risolvere la questione ed assolvere questo sporco lavoro, come era nelle sue attitudini ed abitudini, il suo fedele luogotenente Nino Bixio.

Appena giunto, come primo atto, il “liberatore” (degli interessi degli inglesi e non dei contadini e dei siciliani), Bixio decretò lo stato d’assedio e la consegna delle armi imponendo una tassa di guerra, dichiarando il paese di Bronte colpevole di “lesa umanità” dando inizio a feroci rappresaglie senza concedere alcuna minima garanzia e guarentigia  alla cittadinanza. I nazisti ottant’anni dopo prenderanno lezioni da questi metodi dei “liberatori” garibaldini.

Bisognava dimostrare ai “padroni” inglesi che nessuno poteva toccare impunemente i loro interessi. E il paranoico “servo” con i suoi metodi criminali li accontentò appieno. Si passò ad una farsa di processo e tutto fu liquidato in poco tempo senza riconoscere alcun diritto alla difesa discutendo e dibattendo il tutto in appena quattro ore.

Alla fine, alle 8 di sera del 9 Agosto, calpestando ogni simulacro  di garanzia, era già tutto deciso con la condanna a morte di cinque cittadini che niente avevano avuto a che fare con i tumulti e le rivolte delle precedenti giornate che avevano turbato la tranquillità ed il sonno degli inglesi in quel di Bronte.

I cinque, la mattina del giorno dopo il 10 agosto, nella piazzetta della chiesa di San Vito, finirono vittime innocenti dinanzi al  plotone d’esecuzione. L’avvocato Nicolò Lombardo notabile del paese che, da vecchio liberale, con tanta speranza aveva atteso lo sbarco garibaldino sognando un futuro migliore per la sua terra dovette ricredersi in quell’attimo che la scarica di fucileria spense quel suo sogno e per l’avvenire il sogno di tanti siciliani. Con lui morirono Nunzio Spitaleri Nunno, Nunzio Samperi Spiridione, Nunzio Longhitano Longi, Nunzio Ciraldo Fraiunco. Quest’ultimo era lo scemo del paese che sopravvisse alla scarica di fucileria e invocando vanamente la grazia fu finito cinicamente con un colpo di pistola alla testa dall’ufficiale che aveva comandato il plotone

Dopo la feroce esecuzione, a monito per la popolazione di Bronte, i corpi delle vittime rimasero esposti ed insepolti per parecchio tempo.

Ma non era finita. A questo primo processo sommario ne seguì un altro altrettanto persecutorio e vessatorio nei confronti di coloro che avevano arrecato oltraggio ai grossi proprietari terrieri e agli inglesi della ducea. Il processo che si celebrò presso la Corte di Assise di Catania si concluse nel 1863 con 37 condanne esemplari di cui  25 ergastoli. Giustizia era stata fatta. I poveracci non avrebbero più alzato la testa.

Il 12 Agosto, dopo avere fatto affiggere nei giorni precedenti, a suo nome, un proclama indirizzato ai Comuni della provincia di Catania con il quale invitava i contadini a stare buoni e a tornare al lavoro nei campi pena ritorsioni e feroci rappresaglie, Nino Bixio ribadiva:

“Gli assassini e i ladri di Bronte sono stati puniti e a chi tenta altre vie crede di farsi giustizia da sé, guai agli istigatori e ai sovvertitori dell’ordine pubblico. Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge lo vuole”.

Proclami e avvisi tendenti ad rassicurare baroni, latifondisti, proprietari terrieri e soprattutto gli inglesi che, con Garibaldi e Bixio, non c’era alcun pericolo di rivolte sociali. La rivoluzione garibaldina aveva mostrato il suo volto. Gli interessi della borghesia, dei latifondisti, degli inglesi che facevano affari in Sicilia e di quei settentrionali che in nome di Vittorio Emanuele in futuro li avrebbero fatti erano salvi e salvaguardati dalle camicie rosse.

E dire che a questi personaggi, come Nino Bixio e Giuseppe Garibaldi, i siciliani con un masochismo degno di miglior causa, hanno dedicato una infinità di via strade, piazze, scuole, monumenti e quant’altro a significativa memoria che da sempre siamo affetti dalla sindrome di Stoccolma, ossia quella di innamoraci dei nostri carnefici.

E’ ora di finirla. Prendendo  coscienza e consapevolezza della nostra vera storia, è giunto il momento di buttare giù lapidi, e disarcionare dai monumenti questi personaggi che, dipinti come falsi eroi, ci hanno depredato della nostra economia, della nostra storia, della nostra cultura e della nostra identità. I tribunali della storia che per fortuna sicuramente non sono quelli dei processi sommari di Bronte alla fine certamente condanneranno per i loro crimini questi personaggi: anticipiamo sin da ora  le sentenze e buttiamoli giù dai loro piedistalli.

Per quanto riguarda infine Gerolamo Bixio detto Nino, pochi sanno che, alla fine la giustizia divina, per le sue malefatte, più di quella degli uomini, gli presentò un conto salato, facendolo morire tra atroci dolori, sofferenze e tormenti in preda alla febbre gialla ed al colera a bordo della sua nave (s’era dato ai commerci con l’Oriente) il 16 dicembre del 1873, a Banda Aceh, nell’isola di Sumatra, a quel tempo colonia olandese.

Il suo corpo infetto chiuso in una cassa metallica fu sepolto nell’isola di Pulo Tuan che nella lingua locale significa isola del Signore. Successivamente tre indigeni, credendo di trovare qualche tesoro, disseppellirono la cassa denudarono il cadavere e poi lo riseppellirono vicino ad un torrente. Due di loro, infettati dal colera morirono nel breve giro di 48 ore. Anche da morto Bixio era riuscito a fare delle vittime. Roba da Guinnes dei primati.

I pochi resti del suo corpo ed alcune ossa, grazie al terzo indigeno sopravvissuto alla maledizione, vennero ritrovati nel giugno del 1876. Il 10 maggio del 1877 quello che rimaneva dei resti del massacratore di Bronte veniva cremato nel consolato italiano di Singapore. Il 29 Settembre di quello stesso anno le ceneri giunsero a Genova e seppellite nel cimitero di Staglieno.

L’avvocato Nicolò Lombardo e le altre vittime di Bronte, per loro buona pace, si può dire che per la morte atroce del loro aguzzino e per ciò che ne conseguì, erano state vendicate, alla fine, dalla Giustizia divina.

 

Avvertiamo i nostri lettori che abbiamo iniziato a raccontare la Controstoria dell’impresa dei Mille. Qui troverete la prima di nove puntate.

Vi consigliamo di legge anche questo articolo:

Soli i Siciliani possono salvare la Sicilia!

 

10 agosto 2016

Pietrogrado, quel febbraio 1917 di rabbia e fuoco: e la rivolta diventò rivoluzione di EZIO MAURO da: larepubblica.it

Pietrogrado, quel febbraio 1917 di rabbia e fuoco: e la rivolta diventò rivoluzione

Cronache di una rivoluzione /3 – Le operaie, i cosacchi e il primo Soviet: così a Pietrogrado nasce il nuovo mondo

SAN PIETROBURGO – Sembrava un febbraio qualsiasi, solo più freddo e affamato, quando le ragazze e le vecchie operaie uscirono alle sei di sera dal portone della filatura di cotone “Krasnaja Nit”, Filo Rosso. Undici minuti dopo tramontava un sole che non c’era, quel mercoledì, allargando il gelo dei meno 20 sulle fabbriche di Vyborg e portando su Pietrogrado il buio inconsapevole dell’ultima notte prima del naufragio che avrebbe affondato il mondo fino ad allora conosciuto.

Si può attraversare quel portone anche oggi, come se fosse una macchina del tempo aperta sulla storia grandiosa e terribile del 1917. Entro nello stanzone d’ingresso insieme con gli ingegneri programmatori di un’azienda informatica che ha affittato il secondo piano della vecchia fabbrica, passo tra i fumi e il vapore scaricati sull’asfalto che sembrano avvolgere il secolo e confonderlo.

Cerco proprio qui l’iskra, la scintilla che ha acceso l’incendio del Febbraio, divampato da questo cortile di filatoio in tutta la Russia, cent’anni fa. Quel giorno, le ragazze avevano ancora in testa il fazzoletto del lavoro, le donne anziane alzavano lo scialle di lana fin sul capo e tiravano fuori dai cappotti la borsa del “non si sa mai” con cui erano uscite di casa al mattino, sperando di riempirla al ritorno con qualcosa da mangiare, qualsiasi cosa. Poiché in Russia la coda chiama coda, è un allarme e una calamita, molte si fermarono al primo assembramento davanti a un negozio di alimentari e verdura, dov’erano finite le patate e qualcuno chiedeva alla folla in attesa se almeno era ricomparso lo zucchero

Ezio Mauro racconta la rivoluzione russa. Terza puntata: febbraio, Pietrogrado brucia

 

Quasi tutte andarono più avanti, cercando nel grande viale il forno più vicino, perché in fabbrica si era sparsa la voce che il generale Chabalov, comandante della regione, il mattino dopo avrebbe fatto scattare il razionamento del pane e della farina. Ore in coda al buio sul marciapiede, nel gelo, tra le voci più incontrollabili, come quella del burro salito a 4,3 rubli al chilo vicino al giardino Botanico, dello sciacallo sgozzato sulla Ligovskaja perché vendeva un litro di petrolio a 5 rubli, del pane nero di segale che prima costava 17 kopeki al chilo e proprio quel pomeriggio era comparso a qualsiasi prezzo solo nel quartiere Vasilevsky, per sparire subito, come dovunque in città.

La rabbia, il timore e la fatica di quella notte entreranno in fabbrica, il mattino dopo. Le donne che portano il peso del lavoro, della famiglia e del cibo che manca si ricordano che il 23 febbraio russo corrisponde all’8 marzo del calendario occidentale, il giorno della loro festa rovesciata in disgrazia. Decidono che non ne possono più dopo un giorno e una notte passati a inseguire il fantasma del pane russo, con la crosta scura e screpolata di farina che nei racconti di Nina Berberova ricorda il volto rugoso delle vecchie. Staccano gli impianti, chiamano allo sciopero gli uomini delle officine Putilov che da settimane chiedono un aumento di salario che non arriva. Escono sulla strada, girano l’angolo e quando sboccano sul Prospekt Sampsonievskij non sanno che proprio lì – a pochi metri da dove oggi c’è la concessionaria Bentley – si stanno affacciando sulla prima ora della rivoluzione.

Pietrogrado, quel febbraio 1917 di rabbia e fuoco: e la rivolta diventò rivoluzione

Il giorno del destino fu scelto per caso, senza sapere che sarebbe stato l’ultimo giovedì dell’impero. Le donne puntavano soltanto a raggiungere il centro, non a entrare nella storia. Pensavano di arrivare sul Nevskij per sfilare con la loro protesta davanti ai negozi di lusso e ai palazzi principeschi, salire fino alla cattedrale di Kazan per dire a Dio e allo Zar che volevano il pane, com’era scritto sugli striscioni improvvisati in cui si riconosceva un’intera città eccitata da un caos ipnotico e tutto un Paese stremato da una guerra che aveva mobilitato 12 milioni di uomini per perderne 1 milione e 800 mila in un solo anno. Dovunque, alle operaie in strada si aggiungono gli studenti, gli uomini delle fonderie di Vyborg senza lavoro per la serrata, le madri di famiglia che reclamano cibo, i passanti infuriati con gli speculatori.

La paura spinge la polizia a sbarrare i negozi man mano che si avvicina la protesta ma invece di svuotarsi, il cuore della capitale si riempie. I dimostranti diventano migliaia, urlano contro il governo, camminano tra gli applausi ma quando lasciano il quartiere operaio per entrare in centro, trovano il ponte Litejnyj chiuso con le barriere dei gendarmi e i “faraoni” – i poliziotti – schierati con la baionetta innestata. Soprattutto, vedono i cosacchi, le truppe zariste scelte per ogni repressione, alti sui loro cavalli del Don, con in testa la nera papakha in pelle d’agnello e soprattutto con le cartucciere minacciose cucite a tracolla sui caftani rossi.

Una vicenda storica durata trecento anni rimane per un lungo momento incerta tra il compiersi e il disfarsi, e non c’era luogo più adatto per questa sospensione della storia che un ponte di Pietrogrado, la città protesa “come un’aquila” sulla Russia – diceva Pietro il Grande – anch’essa ponte tra Mosca e l’Europa.

Quando il corteo avanza, suona la tromba militare sul Litejnyj che scavalca la Neva ghiacciata. Ma nonostante l’ordine i cosacchi non caricano, non alzano i frustini sulle donne in sciopero: si limitano a spingere i cavalli in mezzo alla folla che si apre e subito si richiude alle loro spalle, continua a camminare, arriva fino alla Duma e davanti al parlamento si ferma, quasi come se la rivoluzione sapesse che cosa voleva e cosa cercava, prima ancora di essere battezzata e riconosciuta.

LA PRIMA PUNTATA Rasputin, il diavolo santo che annunciò la fine dello Zar

Ezio Mauro racconta la rivoluzione russa. Prima puntata: Rasputin

In realtà il potere aveva un piano di contrasto, definito nei dettagli. Il gelo che paralizza i trasporti e blocca i rifornimenti, il malcontento nelle officine per gli arresti a fine gennaio di tutto il Gruppo Operaio per “associazione criminale mirante a creare una repubblica socialista”, la paura per le infiltrazioni dei bolscevichi nell’esercito, inquietano il governo del principe Golizyn e spingono lo Zar a dare poteri speciali al generale Chabalov aumentando la guarnigione fino a 160mila unità. Con il ministro degli Interni Protopopov che in quei giorni indossa addirittura l’uniforme di Capo della Gendarmeria e cova il piano segreto di soffiare sul fuoco della rabbia operaia per suscitare torbidi, soffocarli nel sangue e poi approfittare della crisi per arrivare ad una pace separata con la Germania.

Ma la ribellione di Pietrogrado prende un’altra strada, imprevedibile come i due sentimenti spontanei che si fronteggiano sui ponti della città. Non ci sono infatti due organizzazioni a confronto, con l’esercito da un lato e il mondo delle fabbriche dall’altro, ma due pezzi di popolo l’uno senza più appartenenza e l’altro ancora senza ideologia. Le operaie hanno deciso da sole di protestare in strada, scavalcando le formazioni rivoluzionarie che si troveranno a inseguire la rivolta dopo i primi giorni, non a guidarla: e i soldati sono in gran parte riservisti o giovani allievi che non hanno alcun addestramento anti-sommossa, temono di essere spediti al fronte, sanno presidiare un ponte ma non vogliono caricare la folla.

La guerra e la lontananza della Corte, intanto, hanno logorato l’autorità di un sovrano freddo e distante fino a sembrare insensibile, consumando anche il giuramento militare di fedeltà all’Imperatore, soprattutto in una città vacillante dove tutto scorre nel moto dei canali e solo la pietra è immobile. Il sacro legame tra la Corona e la Russia si disgiunge nel sacrilegio, quando il potere lascia il popolo nella paura ancestrale della fame.

Providenie, la provvidenza russa, fa il resto, e il mattino dopo – il 24 – è un venerdì pieno di sole col termometro che si alza e assemblee spontanee nelle mille fabbriche della città, dove gli operai non entrano nemmeno nei reparti. Centocinquantamila si rimettono in marcia verso il centro di Pietrogrado, di nuovo con le donne in testa. Gli uomini hanno in mano spranghe di ferro, cacciaviti, chiavi inglesi, gli slogan diventano politici, chiedono libertà, qualcuno urla contro la guerra.

A qualche decina di metri dal teatro Mariinskij, dove pochi giorni prima per salutare la missione alleata guidata da Lord Milner era risuonato per l’ultima volta l’inno imperiale, adesso molti cantano la Marsigliese che fa il suo ingresso in Russia, la terra del potere assoluto: “Rinunciamo al vecchio mondo, gettiamo la sua polvere ai nostri piedi, non adoriamo più il sacro vitello d’oro “.

Di fronte a una massa così imponente, dove spuntano le prime bandiere rosse, il potere organizza uno sbarramento rinforzato. Non si passa. Ma la spontaneità della protesta sfugge alle mappe militari. Uomini e donne scendono sul letto della Neva gelata, camminano sul fiume e si radunano in piazza Znamenskaja, di fronte alla stazione, da dove invadono le strade in tutte le direzioni. I soldati controllano la folla, parlano con le ragazze, non puntano le armi. Arriva la notizia che sono stati saccheggiati negozi, bloccati tram, rovesciate carrozze. La polizia a cavallo sguaina le sciabole, c’è qualche ferito, ma la giornata finisce tra comizi e arringhe improvvisate di un popolo di sudditi che trova la parola prima ancora della libertà, con i cosacchi che passano a due a due sui cavalli e accettano di bere dalla bottiglia offerta dai ribelli, circondati da cartelli che dicono “Basta col governo”, “Via Protopopov” e addirittura “Viva la Repubblica”.

Ormai la folla sta diventando un organismo collettivo, con decisioni comuni e un solo istinto. Quando scende il buio si ritrae, forse per timore di un attacco. E con la notte riappaiono i fantasmi, in una città senza elettricità ma comunque elettrica e già infuocata, senza trasporti ma riversata in strada, dove tutto sta accadendo e non si sa cosa sia. Tornano le paure, s’inseguono le voci. Dicono che gli infiltrati dell’Okhrana – la polizia segreta – vogliono disordini sanguinosi, raccontano di spie tedesche che manovrano per la pace, rivelano che bande di ladri camuffati da agenti organizzano false perquisizioni per sequestrare cibo e gioielli. Danno notizia di un assalto a un deposito di liquori a Vasilevskij Ostrov, del furto di mantelli nel guardaroba di un teatro del popolo, dell’assalto degli operai alla fabbrica del Litejnyj 3, dove hanno saccheggiato quel che hanno trovato.

LA SECONDA PUNTATA I demoni di Pietrogrado: gli ultimi giorni

Ezio Mauro racconta la rivoluzione russa. Seconda puntata: Pietrogrado, gli ultimi giorni

Poi, le leggende figlie di un’atmosfera surreale, come se si percepisse uno squarcio nell’epoca, un’incognita della storia in cui tutto può succedere perché nulla è impossibile e l’incredibile diventa il quotidiano. Ecco le croci bianche che qualcuno disegna di notte sui muri di qualche casa, come se volesse segnalare quelle famiglie. Ecco le “automobili nere” che compaiono senza targa e con le luci spente in via Povarskaja dove tre pistole escono dai finestrini per sparare nel buio, o in via Vozdvizhenka dove viene colpito un poliziotto e ferito lo studente Shapovalz. Poi si dileguano e corrono fino all’alba nelle chiacchiere e nell’insonnia di Pietrogrado.

Incredibilmente, l’Imperatore non crede alla febbre che brucia la capitale, anche se tutto intorno a lui barcolla. Sedici granduchi chiedono all’ex comandante in capo dell’esercito, Nikolaj Nikolaevic, di mettersi alla guida di un golpe, ma lui rifiuta. I rapporti di polizia sono sempre più allarmanti: “La rabbia cresce, gli umori inquietanti dei rivoluzionari clandestini arrivano al proletariato con la propaganda. Dopo le manifestazioni spontanee vedremo eccessi inesorabili, fino alla terribile rivoluzione “. Nella reggia di Zarskoe Selo tredici giorni prima del caos arriva il presidente della Duma, Mikhail Rodzjanko, con un appello disperato che sembra un ultimatum: “Bisogna cambiare tutto, le persone e il sistema di governo. È urgentissimo, non si può rimandare”. Ma si accorge che lo Zar sta pensando di sciogliere la Duma (tanto che consegna al governo un ukaz già firmato, con la data in bianco) e capisce che tutto è finito: “Non passeranno tre settimane che scoppierà una rivoluzione tale da spazzare via ogni cosa. E voi non potrete più regnare”.

Come se fosse il sovrano solitario di un regno impalpabile e parallelo, proprio a poche ore dall’inizio della fine lo Zar parte per il quartier generale di Mogilev, lasciando una capitale che sta divorando l’impero. “Hai un aspetto così stanco, così esaurito, Dio ti ha mandato una croce veramente terribile – gli dice il biglietto che trova in treno firmato da Alix, la Zarina – . Fa’ sentire il tuo pugno, l’amore non basta, devono imparare a temerti, mio piccolo Sole”. “Stai tranquilla – risponderà Nikolaj – non lo dimentico, ma non è necessario mostrare continuamente i denti a tutti”. È il 23 febbraio, quel giovedì fatale, e il diario dello Zar testimonia quel giorno la distanza non solo fisica, ma emotiva, culturale, politica, sentimentale dall’epicentro del cataclisma: “È stata una fredda giornata di sole…”.

Soltanto il giorno dopo Nikolaj II saprà della rivolta, derubricata dal telegramma della Zarina: “Mio preziosissimo amore, ieri ci sono stati dei disordini. Sull’isola Vasilevskij e sul Nevskij Prospekt dei poveri diavoli hanno assaltato un forno del pane. Hanno completamente raso al suolo il negozio di Filippov e contro di loro sono stati chiamati i cosacchi”. Ancora un giorno, e un nuovo telegramma: “Mio caro, scioperi e disordini sono solo delle provocazioni. Si tratta solamente di teppisti, ragazzini e ragazzine che corrono gridando di non avere pane per creare agitazione, e di operai che impediscono ad altri di lavorare. Comunque se la Duma si comporterà bene, tutto pas- serà e tornerà la calma”.

Quel giorno, sabato 25, a Piter i “disordini” mutano in rivoluzione, i “ragazzini” diventano insorti, le “provocazioni” si trasformano in politica, i “poveri diavoli” si accorgono all’improvviso che possono conquistare il potere, e incredibilmente lo vogliono. “Siamo davanti a una sollevazione popolare “, dice il governatore della città, Balk. L’operaio Kajurov, che guida il Comitato di Vyborg, vede arrivare i bolschevichi, i socialrivoluzionari, e sente cambiare di tono gli slogan urlati da 240 mila dimostranti: “No alla guerra”, “Abbasso l’autocrazia “, “Via lo Zar”.

Presto la città è paralizzata, diventa puro paesaggio di quel che accadrà. Verso mezzogiorno per interrompere i comizi davanti alla cattedrale di Kazan la polizia apre il fuoco, ferisce un operaio, la folla risponde lanciando bottiglie, pezzi di ghiaccio, granate. Al ponte il capo della Polizia Salfeev spinge il cavallo a caricare la massa che avanza ma viene disarcionato, gettato a terra, colpito alla testa con un bastone finché gli sparano al petto. I cosacchi guardano senza intervenire. Gli operai corrono da loro, si calano il berretto, li chiamano “fratelli”, le donne urlano di togliere le baionette dai fucili. Tutti portano notizie confuse. Un corteo sta assaltando i negozi sul Gostinyj Dvor, dove un drappello di dragoni spara e abbatte tredici persone. In piazza Znamenskaja avviene la svolta: quando la polizia a cavallo punta le pistole, una sciabolata taglia di netto la testa a un “faraone”: i cosacchi sono passati con gli insorti, la sommossa è ormai rivoluzione.

Nella notte, un telegramma dello Zar a Chabalov ordina di “soffocare la rivolta entro domani”. Ma al mattino di domenica, il 26, quando Protopopov porta un’icona sacra alla Duma chiedendo aiuto al cielo, è troppo tardi. La polizia prima dell’alba ha provato ad arrestare quasi cento attivisti rivoluzionari e tutto il Comitato bolscevico, ma la guida del movimento è ormai in mano agli operai di Vyborg. Quando arrivano verso il centro, trovano picchetti, sbarramenti, blindati, e soprattutto grappoli di mitragliatrici sulle scalinate, sui tetti, per controllare il Prospekt Nevskij e le vie di accesso.

È chiaro che ormai lo scontro è militare. Il nemico è la polizia, ma la partita è in mano all’esercito. Cosa faranno i soldati? La folla avanza, i gendarmi aprono il fuoco sul Prospekt Vladimir, lungo il Gostinyj Dvor, in piazza Znamenskaja, ci sono almeno 40 morti e decine di feriti. La folla va davanti alle caserme dei reggimenti che hanno sparato, il Pavlovskij, il Volynskij. In migliaia urlano verso le finestre, tra il suono delle ambulanze di una città impazzita, mentre scende la notte sul quarto giorno. Una notte inverosimile, con la borghesia e i Gran Principi che riempiono il teatro Mariinskij per la prima (e ultima) di Maskarad, il “Ballo in maschera” di Lermontov, dove in scena si mette a morte la dorata nobiltà imperiale, che dai palchi applaude la profezia in musica, circondata da una piazza deserta e livida nel buio.

Quando gli operai arrivano nel quartiere militare, il lunedì mattina, le caserme si stanno già ammutinando. Prima si ribella la Quarta Compagnia del reggimento Pavlovskij, alle sette del mattino gli allievi del Volynskij uccidono il comandante, poi tocca al Litovsky e al Preobrazhensky saccheggiare l’armeria e portare fucili e pistole Browning agli insorti. La notizia della diserzione di massa corre per tutta Pietrogrado. Salta l’Arsenale, escono 40mila fucili. Si spara dovunque, colpi in strada, per aria, dalle finestre, contro i cecchini appostati sui campanili di via Sergievskaja. Brucia il Tribunale, s’incendia la sede della polizia segreta, salgono le bandiere rosse sul palazzo dei principi Jusupov e su quello del Granduca Kirill. Senza ufficiali – in fuga – le truppe seguono la folla che spalanca le prigioni tra gli applausi, poi la sopravanzano e la guidano verso l’unico e ultimo centro di autorità ancora in piedi: la Duma a palazzo Tauride.

Diventata rivoluzione, la rivolta quasi chiede di essere guidata, e al suo quinto giorno cerca il cuore politico della Russia. Lo trova, esangue e moribondo, oltre le sei colonne doriche di Tauride, il palazzo favoloso del principe Potëmkin, favorito di Caterina II. Ciò che resta della Duma, con lo scioglimento sospeso, sta boccheggiando in queste stanze, incapace anche di decidere una seduta pubblica d’emergenza. Il presidente Rodzjanko cerca ancora di convincere lo Zar, con due telegrammi disperati: “La capitale è in mano all’anarchia – scrive il 26 – il governo paralizzato, le polizie si sparano tra di loro, è necessario un nuovo governo con la fiducia, ogni ritardo significa la morte. Prego Iddio perché in quest’ora la responsabilità non ricada sul Sovrano”. Inutilmente. Il giorno dopo l’ultimo messaggio all’Imperatore: “La situazione peggiora, bisogna adottare misure urgenti, domani è troppo tardi. È giunta l’ora estrema in cui si decide il destino della patria e della dinastia”. Silenzio. Nell’ala grande del palazzo finalmente il Consiglio degli Anziani decide di far nascere un Comitato Provvisorio con pieni poteri, embrione di un primo timoroso governo non scelto dallo Zar, con tutti i partiti meno l’estrema destra, e fa entrare i soldati ribelli a presidiare la Duma dall’interno.

Ma intanto due dirigenti menscevichi appena liberati dalla prigione Kresty si incontrano a Tauride con i deputati del “Blocco Progressista”. Si fanno dare le chiavi della sala 13 e dell’ufficio 12, e qui nasce quella notte il Comitato Esecutivo del Soviet Operaio di Pietroburgo. Per un testa-coda della storia, il Soviet prende forma in un palazzo simbolo dell’assolutismo, dove il Principe si mostrò alla grande festa dell’aprile 1791 col vestito ricoperto di diamanti e una coiffure talmente addobbata che veniva sorretta dall’aiutante di campo. Ma adesso, nella Sala Caterina c’era di tutto. Soldati, armi, viveri, munizioni, cappotti, bende, medicinali, scarpe, divise, bombe a mano, mitragliatrici, persino una macchina da cucire. Curiosi, cittadini, operai, soprattutto soldati.

Nello stesso palazzo si fronteggiano così i due nuovi poteri. Il Soviet, che controlla la guarnigione di Pietrogrado e chiede obbedienza a tutto l’esercito, cosciente della sua crescente autorità rivoluzionaria, e la Duma, che ha in mano la rete ferroviaria, quella telegrafica e l’esecutivo, ma sembra spaventata dalla sua stessa inedita autonomia post-zarista. A Tauride, in una confusione indescrivibile, arriva la notizia che anche il villaggio imperiale di Zarskoe Selo si schiera con la rivoluzione, e che la bandiera dello Zar è stata ammainata dal Palazzo d’Inverno, e al suo posto è salito un drappo rosso. Applausi, urla, pianti, spari in aria nel giardino d’inverno. Provo a rintracciare l’eco di queste voci, il fragore del 1917 sotto la cupola del palazzo, tra le 36 colonne che reggono l’enormità della sala Caterina. Non c’è più niente, solo i lampadari giganteschi costruiti in cartapesta dorata per sostenere quelle dimensioni senza peso, e le finestre da cui la folla si affacciava per vedere l’ultimo atto della rivoluzione, cent’anni fa.

Qui venivano a sottomettersi in quei giorni i battaglioni imperiali ribelli, ad uno ad uno, qui venivano a costituirsi i ministri del governo zarista, uno dopo l’altro. Qui si presentò il deputato Miljukov, capo del partito dei Cadetti, alle tre del pomeriggio: “Solo pochi giorni fa il governo russo sembrava onnipotente, ora giace nel fango, per la più corta e la meno sanguinosa tra tutte le rivoluzioni della storia. Sostituiremo un nuovo potere democratico all’antico potere caduto. Nessuno ci ha scelti, se non la rivoluzione. Quando sarà il momento ce ne andremo grati.

Quanto alla dinastia, l’antico despota rinuncerà benevolmente al trono oppure sarà rovesciato”. Nella sala vuota, adesso, stanno montando un set televisivo, una ballerina prova da sola con la musica dello Schiaccianoci che esce dal telefono, immortale, e sembra dire che tutto è stato soltanto una parentesi, anche quel Febbraio di fame, di rabbia, di ferro e di fuoco.
3. Continua.

Rosa Luxemburg, la rosa rossa del socialismo.. Josefina L. Martìnez (*) | lahaine.org da: resistenze.org


Traduzione da ciptagarelli.jimdo.com

17/01/2017

Mehring disse una volta che la Luxemburg era “la più geniale discepola di Karl Marx”. Brillante teorica marxista e acuta polemista, come agitatrice di massa riusciva a commuovere le grandi masse operaie.

Una delle sue parole d’ordine preferite era “primo, l’azione”; era dotata di una forza di volontà trascinatrice. Una donna che ruppe con tutti gli stereotipi che all’epoca ci si aspettava da lei, che visse intensamente la sua vita personale e politica.

Era molto piccola quando la sua famiglia traslocò dal paese di Zamosc a Varsavia, dove passerà la sua infanzia. Rozalia soffre di una malattia all’anca, mal diagnosticata, che la lascia convalescente per un anno a le produce una lieve zoppia che durerà per tuta la sua vita. Appartenente ad una famiglia di commercianti, sente nella propria carne il peso della discriminazione, come ebrea e come polacca nella Polonia russificata.

L’attività militante di Rosa comincia a 15 anni, quando si unisce al movimento socialista. Secondo il suo biografo P. Nettl aveva quell’età quando vari dirigenti socialisti furono condannati a morire sulla forca, cosa che colpì profondamente la giovane studentessa: “Nel suo ultimo anno di scuola era conosciuta come politicamente attiva e la si giudicava indisciplinata. Di conseguenza non le dettero la medaglia d’oro accademica, che le spettava per i suoi meriti studenteschi. Ma l’alunna più meritevole agli esami finali non era un problema solo nelle aule; allora era già, con sicurezza, un membro regolare delle cellule clandestine del Partito Rivoluzionario del Proletariato“.

Avvisata di essere nel mirino della polizia, Rosa intraprende la fuga clandestina a Zurigo, dove diventa una dirigente del movimento socialista polacco in esilio. Lì conosce Leo Jogiches, che sarà l’amante e il più caro amico di Rosa per molti anni, e suo compagno fino alla fine.

Dopo essersi laureata in Scienze Politiche –cosa allora inusuale per una donna – decide di trasferirsi in Germania per entrare nell’SPD, il centro politico della Seconda Internazionale. Lì conosce Clara Zetkin, con la quale instaura un’amicizia che durerà tutta la vita.

La battaglia per le idee

A Berlino dal 1898 Rosa si propone di misurare le sue armi teoriche con uno dei protagonisti della vecchia guardia socialista, Eduard Bernstein, che aveva iniziato una revisione profonda del marxismo. Secondo lui il capitalismo era riuscito a superare le sue crisi e la socialdemocrazia poteva raccogliere vittorie nel quadro di una democrazia parlamentare che sembrava ampliarsi sempre più, senza rivoluzione né lotte di classe.

Al “dibattito Bernstein” parteciparono molte penne, ma fu Rosa Luxemburg chi produsse la critica più acuta nell’opuscolo “Riforma o Rivoluzione”.

La Rivoluzione Russa del 1905, la prima grande esplosione sociale in Europa dopo la sconfitta della Comune di Parigi, venne percepita come una boccata di aria fresca dalla Luxemburg. Essa scrisse articoli e partecipò a molti comizi come portavoce dell’esperienza russa in Germania, finché riuscì a tornare clandestinamente a Varsavia per partecipare direttamente agli avvenimenti. E’ il “momento in cui l’evoluzione si trasforma in rivoluzione” scrive Rosa. “Stiamo vedendo la Rivoluzione Russa e saremmo degli asini se non imparassimo da essa“.

La Rivoluzione del 1905 aprì importanti dibattiti che dividero la socialdemocrazia. Su questa questione Rosa Luxemburg aveva la stessa posizione di Trotsky e di Lenin contro i menscevichi, difendendo l’idea che la classe lavoratrice doveva avere un ruolo da protagonista nella futura Rivoluzione Russa, contro la borghesia liberale.

Il dibattito sullo sciopero politico di massa attraversò la socialdemocrazia europea negli anni seguenti. L’ala più conservatrice dei dirigenti sindacali in Germania negava la necessità dello sciopero generale mentre il “centro” del partito lo considerava come uno strumento unicamente difensivo, valido per difendere il diritto al suffragio universale.

Rosa critica il conservatorismo e il gradualismo di quella posizione nel suo opuscolo “Sciopero di massa, partito e sindacati”, scritto in Finlandia nel 1906. Il dibattito si riapre nel 1910, quando la Luxemburg polemizza direttamente con il suo precedente alleato, Karl Kautsky.

Socialismo o regressione alla barbarie

L’agitazione contro la 1° Guerra Mondiale è un momento cruciale nella sua vita, una battaglia contro la defezione storica della socialdemocrazia tedesca che appoggia la propria borghesia, contro gli impegni assunti da tutti i Congressi socialisti internazionali.

Nella sua biografia, Paul Frölich segnala che, quando Rosa viene a sapere della votazione del blocco dei deputati della SPD, per un attimo cade in una profonda disperazione. Ma, come donna d’azione quale era, risponde rapidamente. Lo stesso giorno in cui si votano i crediti di guerra, nella sua casa si riuniscono Mehring, Karski e altri militanti. Clara Zetkin invia il suo appoggio e poco dopo si aggiunge Liebcknecht.Insieme pubblicano la rivista L’Internazionale e fondano il gruppo Spartacus.

Nel 1969 Rosa Luxemburg pubblica “L’opuscolo di Junius“, scritto durante la permanenza in una delle tante prigioni che sono diventate la sua residenza quasi permanente.

In questo lavoro esprime una critica implacabile alla socialdemocrazia e la necessità di una nuova Internazionale. Riprendendo una frase di Engels, la Luxemburg afferma che, se non si avanza verso il socialismo, resta solo la barbarie. “In questo momento è sufficiente guardarci attorno per capire cosa significa la regressione alla barbarie nella società capitalista. Questa guerra mondiale è una regressione alla barbarie“. Nel maggio 1916, Spartacus organizza la manifestazione del 1° maggio contro la guerra, dove Liebcknecht viene arrestato; ma la sua condanna al carcere provoca mobilitazioni di massa. Si annuncia un tempo nuovo.

1917: osare la rivoluzione

La rivoluzione russa del 1917 trovò in Rosa Luxemburg un fermo difensore. Senza smettere di esprimere le sue differenze e le critiche sul diritto all’autodeterminazione o sulla relazione tra l’assemblea costituente e i meccanismi della democrazia operaia – su quest’ultima questione cambierà posizione dopo essere uscita dal carcere nel 1918 – la Luxemburg scrive che “i bolscevichi hanno rappresentato tutto l’onore e la capacità rivoluzionaria di cui mancava la socialdemocrazia occidentale. La loro insurrezione di Ottobre non solo ha davvero salvato la Rivoluzione Russa, ma ha salvato anche l’onore del socialismo internazionale“.

Quando la scossa della rivoluzione russa colpisce direttamente la Germania nel 1918 con il sorgere dei consigli operai, la caduta del Kaiser e la proclamazione della repubblica, Rosa aspetta impaziente la possibilità di partecipare direttamente a questo grande momento della storia.

Il governo finisce nelle mani dei dirigenti della socialdemocrazia più conservatrice, Noske e Ebert, dirigenti del PSD – questo partito si era scisso con la rottura dei socialdemocratici indipendenti, il USPD.

Nel novembre di quell’anno il governo socialdemocratico raggiunge un accordo con lo Stato maggiore militare e con i Freikorps per liquidare la rivolta degli operai e delle organizzazioni rivoluzionarie.

Rosa e i suoi compagni, forndatori della Lega di Spartaco, nucleo iniziale del Partito Comunista Tedesco dal dicembre 1918, vengono duramente perseguitati.

Il 15 gennaio un gruppo di soldati arresta Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg alle nove di sera. Rosa “riempì una valigetta e prese alcuni libri“, pensando si trattasse di un altro periodo di carcere. Avvertito dell’arresto, il governo di Nolke lasciò Rosa e Karl nelle mani degli infuriati Freikorps – corpo paramilitare di ex veterani dell’esercito del Kaiser. Venne organizzata una messa in scena: essi furono fatti uscire dall’Hotel Eden ma, appena usciti dalla porta dell’hotel, furono colpiti alla testa coi calci dei fucili, trascinati per terra e uccisi.

Il corpo di Rosa fu gettato nelle scure acque del fiume dal ponte di Landwehr. Fu ritrovato tre mesi dopo.

Un anno prima, in una lettera dalla prigione inviata a Sofia Liebknecht la vigilia del 24 dicembre 1917, Rosa scriveva con un profondo ottimismo sulla vita: “E’ il mio terzo natale dietro le sbarre, ma non farne una tragedia. Io sono tranquilla e serena come sempre . (…)  Sto qui sdraiata, quieta e sola, avvolta nei vari panni neri delle tenebre, della noia, della prigionia in inverno (…) Io credo che il segreto non sia altro che la vita stessa: la profonda penombra della notte è così bella e morbida come il velluto, se una sa guardarla“.

Clara Zetkin, forse la persona che meglio la conosceva, scrisse sulla sua grande amica e compagna Rosa Luxemburg, condividendo quell’ottimismo, dopo la sua morte: “Nello spirito di Rosa Luxemburg l’ideale socialista era una passione soggiogante che trascinava tutto; una passione, ugualmente, del cervello e del cuore, che la divorava e la spingeva a creare. L’unica ambizione grande e pura di questa donna senza pari, l’opera di tutta la sua vita, fu di preparare la rivoluzione che doveva portare al socialismo. Il poter vivere la rivoluzione e prendere parte alle sue battaglie era per lei la suprema gioia (…). Rosa ha messo al servizio del socialismo tutto quello che era, tutto ciò che valeva, la sua persona e la sua vita. L’offerta della sua vita all’idea non l’ha fatta solo il giorno della sua morte; l’aveva già data pezzo per pezzo, in ogni minuto della sua esistenza di lotta e di lavoro. Per questo poteva legittimamente esigere lo stesso dagli altri, che dessero tutto, compresa la vita, per il socialismo. Rosa Luxemburg simbolizza la spada e la fiamma della rivoluzione, e il suo nome resterà scritto nei secoli come quello di una delle più grandiose e insigni figure del socialismo internazionale“.

(*)  Storica e giornalista spagnola.

(traduzione di Daniela Trollio Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”)

27 gennaio Giornata della Memoria

 

I sopravvissuti all’olocausto sono rimasti in pochi
Sarà compito nostro tenere viva la Memoria

Liliana Segre (Milano, 10 settembre 1930) è una reduce dell’olocausto italiana, sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti e testimone di essi.

Biografia da: Wikipedia

Nata a Milano in una famiglia ebraica, Liliana Segre visse insieme a suo padre, Alberto Segre, e ai nonni paterni, Giuseppe Segre e Olga Loevvy.[1] La madre, Lucia Foligno, era morta quando lei non aveva ancora compiuto un anno. Di famiglia laica, la consapevolezza di essere ebrea giunge a Liliana attraverso il dramma delle leggi razziali fasciste del 1938, in seguito alle quali viene espulsa dalla scuola.

Dopo l’intensificazione della persecuzione degli ebrei italiani suo padre la nascose da amici utilizzando documenti falsi. Il 10 dicembre 1943 cercò, assieme al padre e due cugini, di fuggire in Svizzera, ma furono respinti dalle autorità svizzere. Il giorno dopo la Segre venne arrestata a Selvetta di Viggiù in Provincia di Varese; a quel momento aveva soltanto 13 anni. Dopo sei giorni nel carcere a Varese fu trasferita a Como e alla fine a Milano, dove fu detenuta per quaranta giorni.

Il 30 gennaio 1944 venne deportata dal Binario 21 della stazione di Milano Centrale al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, che raggiunse sette giorni dopo. È subito separata dal padre, che non rivedrà mai più, morto ad Auschwitz il 27 aprile 1944. Nel giugno del 1944 anche i suoi nonni paterni, arrestati a Inverigo (Como) il 18 maggio 1944, furono deportati e uccisi al loro arrivo ad Auschwitz il 30 giugno.[1]

Alla selezione Liliana Segre riceve il numero di matricola 75190 tatuato sull’avambraccio. Fu impiegata nel lavoro forzato nella fabbrica di munizioni Union, che apparteneva alla Siemens, lavoro che svolse per circa un anno. Durante la sua prigionia subì ancora tre altre selezioni. Alla fine di gennaio del 1945 affrontò la marcia della morte verso la Germania dopo l’evacuazione del campo.

Liliana venne liberata il primo maggio 1945 al campo di Malchow, un sottocampo del campo di concentramento di Ravensbrück. Dei 776 bambini italiani di età inferiore ai 14 anni che furono deportati al Campo di concentramento di Auschwitz, Liliana è tra i soli 25 sopravvissuti.[2]

Dopo lo sterminio nazista vive con i nonni materni, di origini marchigiane, unici superstiti della sua famiglia. Nel 1948 conosce Alfredo Belli Paci, cattolico, anch’egli reduce dai campi di concentramento nazisti per essersi rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale. I due si sposano nel 1951 e hanno tre figli.

Della sua esperienza, per molto tempo, Liliana non ha mai voluto parlare pubblicamente. Ha deciso di interrompere questo silenzio nei primi anni ’90 e da allora si è resa disponibile a partecipare a decine e decine di assemblee scolastiche e convegni di ogni tipo per raccontare ai giovani la propria storia anche a nome dei milioni di altri che l’hanno con lei condivisa e che non sono mai stati in grado di comunicarla.[3]

Nel 2004 è, con Goti Herskovits Bauer e Giuliana Fiorentino Tedeschi, una delle tre donne ex-deportate intervistate da Daniela Padoan nel volume Come una rana d’inverno. Conversazioni con tre donne sopravvissute ad Auschwitz (Bompiani, Milano).

Nel 2005 la sua vicenda è ripercorsa con maggiori dettagli in un libro-intervista di Emanuela Zuccalà: Sopravvissuta ad Auschwitz. Liliana Segre fra le ultime testimoni della Shoah (Milano: Paoline Editoriale Libri).

Nel 2009 la sua voce è inclusa nel progetto di raccolta dei “racconti di chi è sopravvissuto”, una ricerca condotta tra il 1995 e il 2008 da Marcello Pezzetti per conto del Centro di documentazione ebraica contemporanea che ha portato alla raccolta delle testimonianze di quasi tutti i sopravvissuti italiani dai campi di concentramento allora ancora viventi.[4]

Sempre nel 2009 partecipa al film/documentario di Moni Ovadia, diretto da Felice Cappa, che si ispira al poema del poeta di origine russa Yitzhak Katzenelson “Il canto del popolo ebraico massacrato”.

Il 27 novembre 2008 l’Università di Trieste le ha assegnato la laurea honoris causa in Giurisprudenza.[5] Il 15 dicembre 2010 L’Università degli Studi di Verona le ha assegnato la laurea honoris causa in Scienze pedagogiche.

Etiopia al bivio Capitolo 2 – La dittatura di Menghistu da: resistenze.org

 

Capitolo 1: L’impero di Sélassié [Prima parteSeconda parteTerza parte]

Mohamed Hassan, Grégoire Lalieu | investigaction.net
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

10/10/2016

Al di là dei miti, l’impero di Hailé Sélassié nascondeva una realtà terribile per la maggior parte degli etiopi. Guidati da un grande movimento popolare, giovani ufficiali dell’esercito rovesciavano l’imperatore nel 1974. Menghistu diventa il nuovo uomo forte dell’Etiopia, ma si mostra incapace di rispondere alle aspirazioni del popolo. Come ha fatto la rivoluzione a far scivolare il paese nella dittatura militare? Perché gli etiopi furono condannati alla miseria che ebbe il suo apice con la drammatica carestia del 1984? Perché, mentre Michael Jackson e le star del mondo intero raccoglievano fondi per le vittime, Bernard-Henri Lévy e Glucksmann non volevano aiutare l’Etiopia? In questa seconda parte della nostra intervista, Mohamed Hassan esplora le contraddizioni della dittatura militare del Derg. Rivela anche le origini del TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè, ndt), quell’organizzazione politica che ha rimpiazzato Menghistu e che si aggrappa al potere da oltre venti anni. Domenica 9 ottobre, mentre la rivolta tuona ovunque nel paese, il TPLF ha dichiarato lo stato di emergenza.

Prima parte

Seconda parte

Terza parte

Gli Eritrei non erano i soli a combattere Menghistu. Come era organizzata l’opposizione in Etiopia?

Il Derg non era riuscito a concretizzare l’uguaglianza delle nazionalità in Etiopia. Così i movimenti di resistenza si erano sviluppati un po’ ovunque nel paese, su basi etniche. C’era il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè (TPLF), il Fronte di Liberazione Oromo (OLF), … e anche il Fronte di Liberazione Afar… Tutti questi gruppi conducevano una lotta armata contro il potere centrale per ottenere l’indipendenza della loro regione. Ma nessuno era in grado da solo di prendere le redini dell’esercito del Derg. Diversi fattori facevano muovere l’ago della bilancia.

Innanzitutto, Menghistu era diventato completamente dipendente dall’aiuto militare sovietico. Durante gli anni 80, l’URSS era impegnata in Afghanistan e la questione etiope non era prioritaria. L’Unione Sovietica inoltre era anche minata da una serie di problemi interni. Gorbaciov lanciava la Perestroika nel 1985 per tentare di risolvere la situazione. Ma queste riforme non impedivano il collasso del blocco sovietico. Alla fine degli anni 80 dunque, la dittatura militare del Derg vedeva il suo principale sostegno, evaporare. Nel marzo 1989 del resto, soldati dell’esercito etiope tentarono di rovesciare Menghistu. Fra le rivendicazioni, si trovava ancora una volta l’apertura dei negoziati con gli Eritrei. Le diverse offensive lanciate da Menghistu non avevano permesso di sconfiggere la resistenza del FLPE e i soldati etiopi erano esauriti a causa del conflitto. Menghistu riuscì a reprimere il tentativo di colpo di stato, ma ne uscì indebolito. Come Gorbaciov, lanciò riforme per prolungare la vita di un regime ormai senza fiato. Dopo avere nazionalizzato tutto, Menghistu cominciò a liberalizzare tutto.

Quale impatto ebbero le riforme?

Nessuno. Il regime era già condannato quando il Derg lanciò le riforme. Il colpo di grazia venne da una vasta offensiva del TPLF lanciata dal Tigrè nel 1991. In un certo modo, questo movimento ha fatto causa comune con gli Eritrei del FLPE per rovesciare Menghistu. Erano vicini e i quadri delle due organizzazioni condividevano radici comuni. Il Derg non aveva del resto prestato molta attenzione all’insurrezione del TPLF, pensando che non sarebbe sopravvissuto a una sconfitta del FLPE. Ma gli Eritrei hanno sconfitto l’esercito di Menghistu sulla loro terra, aprendo una via maestra al TPLF in Etiopia.

Tuttavia, la relazione tra questi due movimenti di resistenza non è sempre stata rose e fiori. Ciò si spiega con la mentalità molto ristretta dei dirigenti del TPLF. Non sono mai stati capaci di risolvere le loro contraddizioni interne con la discussione, ma funzionavano a colpi di stato all’interno del partito. I quadri fondatori sono stati del resto allontanati da una generazione più giovane che includeva un certo Meles Zenawi. Di tendenza marxista-leninista, il TPLF seguiva allora la linea di Mao. Quando i giovani presero la direzione del movimento, un britannico fece conoscere loro un libro di un gruppo filo-albanese e hanno iniziato così a seguire la linea di Enver Hoxha. In un congresso clamoroso nel 1985, i quadri del TPLF condannarono così Mao. Ai loro occhi, era un revisionista. Zenawi e la sua banda misero nello stesso cesto la Cina, l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti, tutte potenze imperialiste! Ciò denunciava un’ignoranza profonda della natura dell’imperialismo e la vacuità della loro analisi politica. È stato Lenin che meglio ne ha descritto la natura, mostrando come il capitalismo conduce all’imperialismo e alle grandi potenze capitaliste che cercano di dividersi il mondo per esportare i capitali che le loro economie devono necessariamente accumulare. Anche se l’Unione Sovietica ha potuto commettere errori nella sua politica estera, sostenendo Menghistu in particolare, metterla allo stesso livello degli Stati Uniti è indice di una debolezza teorica.

Quale era la visione del TPLF?

Per loro, lo sciovinismo Amhara aveva generato tale odio tra le varie nazionalità dell’Etiopia e il solo mezzo per il Tigré per accedere alla democrazia, era quello di ottenere l’indipendenza della loro regione. Delegati del Partito Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRP) erano presenti al congresso del 1985. Ricordate, questo movimento aveva partecipato alle manifestazioni per far cadere Sélassié. Ma rifiutava di affidare il potere ai soldati, tanto che il Derg lo aveva duramente represso. Proseguì la lotta armata durante gli anni della dittatura di Menghistu con forze molto limitate. Rappresentato al congresso del TPLF del 1985, l’EPRP si oppose a questo movimento del Tigré, che pretendeva di incarnare l’avanguardia della resistenza a Menghistu. “Siete un’organizzazione etnica e chiedete l’indipendenza della vostra regione, aveva dichiarato in sostanza il delegato dell’EPRP. Come potete di conseguenza essere l’avanguardia della resistenza etiope? Non rappresentiamo un gruppo etnico, ci battiamo per tutti gli etiopi. Spetta a voi aderire alla nostra lotta”.

Ma i giovani quadri del TPLF non ascoltavano. La loro visione ristretta è del resto stata oggetto di discordia con gli Eritrei del FLPE. Avendo vissuto numerosi tentativi d’ingerenza durante la loro lotta per l’indipendenza, gli Eritrei non avevano l’abitudine di interferire negli affari delle altre organizzazioni. Tuttavia fecero un’eccezione nel 1985, dopo il congresso del TPLF, pubblicando un lungo documento sull’indipendenza dell’Eritrea e dei movimenti democratici etiopi. Il testo ritornava sulla creazione dell’Etiopia, analizzava le varie contraddizioni che attraversavano questo paese ed articolava un inventario delle organizzazioni attive nella resistenza. Il FLPE era d’accordo sul fatto che ci fosse un problema serio di nazionalità in Etiopia. Ma riteneva che questa sfida avrebbe potuto essere raccolta attraverso la lotta di classe, in un’Etiopia democratica.

Il TPLF non era d’accordo su questo?

Ancora una volta, non ha voluto ascoltare. Il TPLF aveva anche elaborato un documento, “Le nostre differenze con il FLPE”, nel quale chiedeva come gli Eritrei potessero dire ai Tigré che dovevano fare. Per il TPLF, era un’intrusione inammissibile. In fondo i leader Tigré erano convinti che in Etiopia il problema delle nazionalità prevalesse su quello dell’economia e delle classi sociali. Per loro, le varie etnie non potevano vivere insieme. Sono dunque rimasti aggrappati all’indipendenza della loro regione e hanno preso le distanze dai loro compagni di Eritrea.

Ma è un’offensiva del TPLF sulla capitale Addis-Abeba che ha causato la fuga di Menghistu nel 1991. Perché il Tigré è finalmente uscito dalla loro regione?

Durante gli anni 80, mentre il Derg concentrava i suoi sforzi sulla Eritrea, il TPLF è diventato militarmente più forte. Si è anche costituita una base sociale importante nel Tigré. Ma ha anche capito che l’indipendenza della regione non sarebbe stata possibile senza la caduta di Menghistu. Il tenente colonnello avrebbe immediatamente dichiarato guerra a questa repubblica indipendente dal Tigré. Zenawi e la sua cricca hanno dunque avuto l’idea di prendere Addis-Abeba per poter in seguito organizzare un referendum che avrebbe accordato l’indipendenza alla loro regione.
Tuttavia, per riuscire a prendere la capitale, il TPLF doveva riconciliarsi con gli Eritrei e coordinare la lotta armata. Occorrevano loro anche alleati in Etiopia e il loro sguardo è logicamente andato alla principale etnia del paese, gli Oromo. Il TPLF non aveva buoni rapporti con Fronte di Liberazione Oromo (OLF). Le loro reciproche analisi divergevano troppo. Il Tigré ha dunque creato il suo movimento Oromo. L’Organizzazione Democratica del Popolo Oromo (OPDO), composta da soldati Oromo del Derg che il TPLF aveva fatto prigionieri. Il TPLF poteva anche contare su vecchi membri dell’EPRP che avevano fondato un nuovo partito, il Movimento Democratico del Popolo Etiope (EPDM), vicino al Tigré. Con queste varie organizzazioni, Zenawi andava a fondare una coalizione, il Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRDF).

Questo EPRD è la coalizione che ha conquistato il 100% dei seggi in occasione delle elezioni legislative del 2015?

Esattamente. Questa coalizione occupa il potere dalla caduta di Menghistu nel 1991. Ma dietro quest’organizzazione, tira le fila il TPLF. In realtà, mentre la caduta del Derg era imminente, Zenawi si è rivolto verso Addis-Abeba. Ma per prendere la capitale, non poteva presentarsi come un ribelle del Tigré Gli occorreva un abito da sposa. Quest’abito era l’EPRDF. Un dittatore cadeva nuovamente in Etiopia. Ma i problemi del paese erano lungi dall’essere risolti.

(continua)

 

Etiopia al bivio Capitolo 2 – La dittatura di Mènghistu da: www.resistenze.org

Capitolo 1: L’impero di Sélassié [Prima parteSeconda parteTerza parte]

Mohamed Hassan, Grégoire Lalieu | investigaction.net
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

10/10/2016

Prima parte

Al di là dei miti, l’impero di Hailé Sélassié nascondeva una realtà terribile per la maggior parte degli etiopi. Guidati da un grande movimento popolare, giovani ufficiali dell’esercito rovesciavano l’imperatore nel 1974. Mènghistu diventa il nuovo uomo forte dell’Etiopia, ma si mostra incapace di rispondere alle aspirazioni del popolo. Come ha fatto la rivoluzione a far scivolare il paese nella dittatura militare? Perché gli etiopi furono condannati alla miseria che ebbe il suo apice con la drammatica carestia del 1984? Perché, mentre Michael Jackson e le star del mondo intero raccoglievano fondi per le vittime, Bernard-Henri Lévy e Glucksmann non volevano aiutare l’Etiopia? In questa seconda parte della nostra intervista, Mohamed Hassan esplora le contraddizioni della dittatura militare del Derg. Rivela anche le origini del TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè, ndt), quell’organizzazione politica che ha rimpiazzato Mènghistu e che si aggrappa al potere da oltre venti anni. Domenica 9 ottobre, mentre la rivolta tuona ovunque nel paese, il TPLF ha dichiarato lo Stato di emergenza.

Di fronte alla rivolta crescente, Hailé Sélassié avvia le riforme e nomina un giovane primo ministro. Questi cambiamenti non hanno semplificato le cose. Perché?

Gli etiopi non erano più creduloni. I ministri non potevano più agire da fusibile, questa tecnica era già stata usata. E le ultime riforme avviate dall’imperatore e dal suo giovane primo ministro come polvere negli occhi, non potevano mascherare l’inevitabile realtà: l’Etiopia non si era mai realmente modernizzata. La sua economia non era ancora uscita dal Medioevo, ma si era nella seconda metà del XX secolo… L’aristocrazia viveva sempre sulle spalle dei contadini mentre l’industria impiegava soltanto 60.000 persone circa e forniva soltanto il 15% del PIL. Il 70% degli investimenti veniva dall’estero. Contemporaneamente ci fu un’esplosione della popolazione nelle grandi città. Tra gli anni 50 e 70, il numero di abitanti di Addis-Abeba era passato da 300.000 a 700.000, anche altre città della provincia raddoppiarono di grandezza. Ma l’economia non aveva seguito questa tendenza, tanto che il tasso di disoccupazione urbana poteva raggiungere il 50%. (1)

Quando Sélassié rese la stampa e il dibattito più liberi, non riuscì a fermare il gioco. Al contrario, le tensioni si inasprirono ulteriormente. Gli Etiopi potevano dire tutto il male che pensavano dell’imperatore e del suo regime feudale. In questo contesto emersero due partiti civili, con radici nel movimento studentesco. I più giovani erano raccolti nel Partito Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRP), mentre la vecchia generazione militava nel Movimento Socialista Panetiopico (MEISON). Le due formazioni condividevano le stesse idee sull’uguaglianza delle nazionalità. Erano anche convinte che occorresse guadagnare il sostegno dei contadini con una riforma agraria. Sarebbe allora stato finalmente possibile costituire una base sociale importante per condurre una rivoluzione nazionale democratica.

Se l’EPRP e il MEISON condividevano le stesse idee e lo stesso piano di battaglia, perché non unirono le loro forze?

I due partiti erano in disaccordo sul ruolo dell’esercito. Per i giovani dell’EPRP, soprattutto quelli piccolo-borghesi venuti dalle città, la rivoluzione avrebbe potuto essere condotta soltanto in uno Stato democratico in cui il potere era affidato ai civili. Tuttavia la vecchia guardia del MEISON riteneva che occorresse appoggiarsi all’esercito, sfruttando le contraddizioni di classe che attraversavano quest’istituzione meglio organizzata. Il MEISON voleva così sostenere le rivendicazioni dei piccoli ufficiali per rovesciare il governo. Questo partito aveva di fatto adottato le teorie del dirigente sovietico Nikita Chruščёv. Sosteneva che in Africa l’intellighènzia rivoluzionaria e gli ufficiali rivoluzionari avrebbero potuto costruire uno Stato socialista se avessero unito le loro forze.

Il MEISON aveva fatto una buona scelta? Sono molti gli ufficiali dell’esercito che rovesciaranno l’imperatore.

Purtroppo, non era così semplice. Tanto l’EPRP, che il MEISON si attestavano sulle loro posizioni. Anziché proseguire le discussioni e tentare di sviluppare un nuovo approccio che avrebbe potuto soddisfare tutti sulla base delle numerose convergenze, i membri dei due partiti hanno cominciato a uccidersi. Letteralmente! Fu una lotta atroce. Quasi 1.200 giovani rivoluzionari persero la vita a causa di questo conflitto tra i due partiti, che erano ancora solo dei movimenti guidati da piccolo-borghesi. L’EPRP e il MEISON aspiravano a diventare partiti di massa sviluppando una base sociale fra i contadini e gli operai. Ma fallirono a causa dei loro dissensi.

Gli ufficiali rivoluzionari hanno approfittato di questa situazione per prendere il potere e insediare il Derg, che significa “comitato militare” in riferimento ai comitati di soldati che erano stati inviati presso l’imperatore. Il nuovo uomo forte dell’Etiopia era il tenente colonnello Mènghistu Hailè Mariàm. Inizialmente ha sostenuto la repressione dei membri del MEISON che erano ostili a un’alleanza tra civili e soldati. Ma si è in seguito rivolto anche contro i quadri del EPRP che avevano sostenuto gli ufficiali rivoluzionari. Mènghistu non intendeva condividere il potere. Organizzò così una grande operazione d’alfabetizzazione delle campagne. Gli studenti dovevano essere gli ambasciatori della rivoluzione etiope presso i contadini. Dovevano insegnare loro a leggere e scrivere, ma anche predicare la buona parola rivoluzionaria nelle campagne. In realtà, quest’operazione mirava soprattutto ad allontanare gli studenti dalla capitale affinché non contestassero il nuovo potere. La CELU (Confederazione dei sindacati etiopi, ndt), principale sindacato etiopico, aveva militato al fianco del movimento studentesco per fare cadere Sélassié. Quando Mènghistu volle allontanare questi giovani rivoluzionari, il sindacato protestò convocando uno sciopero generale. Invano. Il tenente colonnello fece immediatamente fermare i principali dirigenti della CELU.

Quali cambiamenti ha portato il Derg in Etiopia?

Gli ufficiali del Derg si rivendicavano marxisti sul modello dei principali movimenti rivoluzionari del paese all’epoca. Arrivato al potere, il Derg ha dunque lanciato una grande ondata di nazionalizzazioni. Le principali industrie cadevano così nelle mani dello Stato. Partenariati con il privato erano consentiti per alcuni settori come la ricerca mineraria e l’edilizia. Infine, alcune parti dell’economia restavano completamente private, come il trasporto e la piccola manifattura.
Ma la sfida principale era sull’agricoltura. Il Derg iniziò un cambiamento radicale applicando lo slogan dei comunisti cinesi che aveva risuonato durante le manifestazioni etiopi: la terra a quelli che la coltivano. Concretamente, Mènghistu lanciava nel 1975 una grande riforma agraria. Le terre erano dichiarate di proprietà dello Stato senza alcun compenso ai proprietari terrieri. Cooperative di contadini furono organizzate e le terre distribuite a quelli che non ne avevano, con un limite di dimensione per lo sfruttamento. La vendita e l’affitto di terreni furono vietati. La riforma agraria ebbe un grande impatto soprattutto nel sud del paese dove lo sfruttamento dei contadini era molto più duro. Espropriando i grandi proprietari terrieri, la riforma agraria permise anche di minare le fondamenta del vecchio regime, quindi di consolidare il potere del Derg.

Queste riforme hanno permesso di migliorare le condizioni di vita degli etiopi?

Non proprio. L’analisi del Derg non era del tutto errata e rispondeva in parte alle aspirazioni popolari. Ma la mancanza di abilità del governo, il suo autoritarismo, la sua ignoranza in fatto di particolarità etiopi e la mancanza di dialogo, hanno reso l’applicazione delle riforme, sterile. Prendiamo l’esempio della riforma agraria. Era assolutamente necessaria e l’idea di attribuire le terre ai contadini era eccellente. Ma poco tempo dopo la sua entrata in vigore, il Derg rivedeva il sistema di tassazione, con spese per l’utilizzo dei terreni agricoli e una tassa sui redditi. Inizialmente molto bassi, i tassi andavano gradualmente ad aumentare. I contadini erano inoltre obbligati a vendere la loro produzione a un’agenzia pubblica, con prezzi fissati dallo Stato.

Dopo l’aristocrazia del vecchio regime e i suoi ricchi proprietari terrieri, i contadini caddero sotto una nuova forma di sfruttamento?

In realtà, mentre l’agricoltura rappresentava il principale settore economico, il Derg desiderava aumentare i redditi agricoli per generare un surplus che avrebbero permesso allo Stato di acquistare ciò che gli mancava. Avrebbe potuto così investire nello sviluppo di altri settori economici e modernizzare il paese. Ma le tasse, così come furono applicate, hanno avuto un effetto controproducente. I contadini producevano meno e consumavano maggiormente i frutti della loro fatica, poiché non avevano alcuna motivazione a rimettere allo Stato la grande parte del loro lavoro. Questo sentimento dei contadini era accentuato dai molti funzionari e organismi pubblici che prendevano posto nella catena. Erano percepiti come parassiti. La produzione agricola dunque non decollò come il Derg sperava. E Mènghistu era furioso: “Produrre solo ciò che è necessario per la propria famiglia, rifiutare di mettere le colture sul mercato fino a che i prezzi aumentano, produrre volontariamente meno per fare salire i prezzi, tutto ciò è una manifestazione di atteggiamenti individualisti e antisocialisti.” (2)

I movimenti rivoluzionari affermavano che occorreva guadagnare il sostegno dei contadini per sviluppare un partito di massa. Mènghistu ha fallito?

Sì, è stato un fallimento. I contadini si erano liberati dei parassiti del vecchio regime, ma vedevano sbarcare nuovi intermediari. Questa è stata la mia percezione. “Pensate forse che siamo pigri, sintetizzava un coltivatore di caffè. Non lo siamo. Guardate come lavoriamo e siamo pronti a lavorare ancora di più. Ma più produciamo, più l’appetito di quelli che vivono a nostre spese aumenta” (3). Il governo aveva organizzato delle associazioni di contadini controllate da funzionari. In alcune regioni, erano diventate i vertici della contestazione. I contadini vi facevano le loro rivendicazioni. Richiedevano l’eliminazione degli intermediari inutili nella filiera agricola e un migliore controllo della loro produzione. Mènghistu non li ha ascoltati, ha replicato con l’arresto degli agitatori. Con la repressione dei sindacati e degli studenti, quest’episodio mostra bene come il Derg si sia stabilito con la dittatura militare, anziché sostenersi sulle masse.

Lungi dal soddisfare le aspettative del governo sulla produzione, i problemi del settore agricolo sono sfociati nel dramma con la carestia del 1984. Una delle peggiori in Etiopia. Secondo le principali stime, avrebbe causato quasi 500.000 vittime.

Mènghistu non aveva più scuse di Sélassié. La siccità è un fattore naturale, non la carestia. Ero in Belgio all’epoca. Mi ricordo che le persone raccoglievano prodotti alimentari all’uscita di un supermercato per inviarli in Etiopia. Ho parlato con loro e nel loro carrello, avevo trovato prodotti che venivano… dall’Etiopia! Infatti, questo grande paese dispone di molte risorse e ha tutte le capacità per nutrire la sua popolazione. Ma molti ostacoli si sono sempre posti sul cammino della sicurezza alimentare. La topografia del paese innanzitutto. L’Etiopia è attraversata da montagne ripide, alle quali rispondono valli profonde. Numerosi esploratori hanno testimoniato la complessità dei paesaggi etiopi. Le strade e altri mezzi di comunicazione sono dunque difficili da predisporre, cosa che ha un impatto serio sul commercio, l’agricoltura e lo sviluppo dei servizi per la popolazione.

Ma quest’ostacolo non è impossibile da superare. Purtroppo, i regimi che si sono succeduti non sono stati all’altezza di raccogliere la sfida. Era impossibile nell’Etiopia feudale di Sélassié. Non è stato possibile sotto la dittatura militare del Derg. Mènghistu è andato dritto, senza sufficientemente riflettere, né dialogare. Ha voluto applicare teorie marxiste utilizzate altrove, senza tenere conto delle specificità etiopiche. Ma il marxismo non ha le istruzioni per l’uso, che occorre seguire alla lettera per riuscire. È una griglia d’analisi, un attrezzo da adattare al luogo e all’epoca. E come per qualsiasi attrezzo, è più importante il modo di usarlo. Con un martello, posso costruire una casa o rompere il cranio del mio vicino. Il problema non è dunque il martello, ma quello che lo tiene.

(continua)

Note:

1. Gérard Prunier, L’Ethiopie contemporaine, Editions Karthala, 2007

2. John Markakis, Ethiopia. The Last Two Frontiers, James Currey, 2011

 

Nel 60° anniversario degli eventi controrivoluzionari in Ungheria del 1956 da: www.resistenze.org

 

Partito Comunista di Grecia (KKE) | kke.gr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

26/10/2016

Nel seguito estratti della pubblicazione del CC della KNE “La verità e le menzogne sul Socialismo” (Synchroni Epohi 2012) in relazione agli eventi controrivoluzionari che hanno avuto luogo in Ungheria nel 1956.

“5. Gli eventi controrivoluzionari nei paesi dell’Europa orientale

“Nell’autunno 1956 l’Ungheria annunciò il suo ritiro dal Patto di Varsavia, ma le truppe sovietiche invasero il paese e soppressero la rivolta”.

“Nel 1968 il tentativo cecoslovacco di prendere le distanze da Mosca venne contrastato dall’invasione del paese da parte degli Stati membri del Patto di Varsavia”.

(Manuale di storia di 3° superiore)

L’esperienza storica dell’edificazione del socialismo in Unione Sovietica e nelle democrazie popolari d’Europa ha confermato che la lotta di classe continua durante la costruzione del socialismo, il che significa che una controrivoluzione è possibile. I tentativi di rovesciare il potere operaio in un certo numero di paesi europei (il tentato colpo di stato controrivoluzionario nella DDR nel 1953, i tentativi controrivoluzionari in Ungheria nel 1956, in Cecoslovacchia nel 1968 e in Polonia nel 1980-81) non sono stati altro che tentativi delle classi borghesi sconfitte di questi paesi di riprendere il potere. Questi sforzi, come vedremo in seguito, sono stati fortemente sostenuti dall’imperialismo internazionale in vari modi.

Naturalmente, un ruolo catalizzatore in relazione alla comparsa delle azioni controrivoluzionarie di cui sopra, venne svolto dalle forze opportuniste predominanti negli organismi di Partito e di Stato. Queste leadership non solo indebolirono la vigilanza verso l’attività dell’imperialismo e sottovalutarono l’acuirsi della lotta di classe, ma nel processo i partiti stessi divennero veicoli controrivoluzionari, perfino guidando forze popolari alla controrivoluzione e sostenendo azioni controrivoluzionarie (ad esempio Nagy in Ungheria, Dubcek in Cecoslovacchia).

Tutte queste azioni controrivoluzionarie vengono presentate dalla propaganda imperialista come rivolte per la “democrazia” e contro la “repressione”, mentre il comportamento dell’Unione Sovietica e degli altri paesi socialisti è stigmatizzato come una “invasione”.

Ciò che è scritto nei libri di testo scolastici è emblematico e trova corrispondenza nella stampa borghese in occasione degli “anniversari” degli eventi. L’interpretazione che viene data dalla propaganda imperialista agli eventi è accettata anche dall’opportunismo.

Ma che cosa è realmente accaduto? Occorre esaminare come si sono sviluppati e sono stati organizzati gli eventi controrivoluzionari in Ungheria e Cecoslovacchia.

I controrivoluzionari hanno organizzato una caccia all’uomo su larga scala diretta principalmente contro i membri e i quadri del Partito dei lavoratori ungherese. Il 30 ottobre 1956 ad esempio, secondo la Associated Press, 130 funzionari di Partito sono stati sequestrati e sono stati impiccati a testa in giù o picchiati a morte.

Il tentativo controrivoluzionario in Ungheria

Tra il 13 e il 16 giugno 1953, la direzione del partito guidato da Mathias Rakosi, Segretario Generale del CC e Primo ministro, rese visita all’URSS su invito della leadership sovietica. Dopo questa visita, l’Ufficio Politico del Partito decise di includere tra i quadri del partito, Imre Nagy. Il 2 luglio, Nagy, che sosteneva il sistema multipartitico borghese, venne nominato Primo ministro.

Questi sviluppi acuirono la lotta interna del Partito. Nel 1955, Nagy venne rimosso dagli incarichi di Partito e di Stato e successivamente espulso dal Partito. Nel dicembre del ’55 venne fondato il circolo di scrittori anticomunisti “Petofi”. M. Rakosi, Segretario generale del CC del Partito popolare dei lavoratori ungherese, nella sessione plenaria del CC del maggio 1956 stigmatizzava come “sbagliata e dannosa” la posizione di Stalin relativa all’intensificazione della lotta di classe sotto il potere dei lavoratori. Due mesi dopo, Rakosi fu sollevato dalle sue funzioni. Il 13 ottobre 1956, Nagy venne reintegrato nei ranghi del Partito. Se ne deduce chiaramente che nella direzione del Partito era in atto un’aspra lotta, con la conseguente confusione e incertezza sulla linea rivoluzionaria. Sembra vi fossero diverse tensioni opportuniste all’interno del Partito, la più aperta quella guidata da Nagy e la centrista da Rakosi. Il Partito non solo rivelò debolezza nel trattare la controrivoluzione, ma questo processo venne assistito dall’emergere dell’opportunismo nei suoi ranghi.

Gli eventi controrivoluzionari iniziarono il 23 ottobre 1956, con l’organizzazione di una grande manifestazione controrivoluzionaria animata da slogan fuorvianti come il “socialismo con i colori ungheresi”, chiedendo la promozione di Nagy alla guida del governo.

Allo stesso tempo, venne scatenata una grande ondata di terrorismo e omicidi contro i comunisti, in particolare a Budapest. La direzione del Partito di fronte alla situazione dichiarando lo stato di emergenza nel paese, chiese l’aiuto delle truppe sovietiche e convenne che Nagy assumesse la presidenza del governo.

Quando Nagy entrò in carica, apri i confini con l’Austria e permise l’infiltrazione nel paese di migliaia di controrivoluzionari e elementi fascisti e reazionari che avevano lasciato il paese. L’equipaggiamento dei controrivoluzionari fu effettuata con ponti aerei Vienna-Budapest, principalmente a opera di velivoli statunitensi.

L’attacco contro il potere dei lavoratori si intensifica

La mattina del 25 ottobre, gli organi incaricati dell’ordine pubblico, con l’assistenza di forze militari della provincia che non erano state corrose dalla controrivoluzione, dichiararono uno stretto coprifuoco a Budapest per facilitare la soppressione dei gruppi controrivoluzionari armati. Questa misura venne sospesa da Nagy che procedeva con i negoziati con i controrivoluzionari. Allo stesso tempo, minacciava il Ministero della Difesa che, se avessero attaccato la “Korvin” Arcade, dove erano raccolte le più importanti forze controrivoluzionarie, si sarebbe dimesso.

Allo stesso tempo, il governo Nagy che aveva promesso armi alle guardie rivoluzionarie dei lavoratori stabilite in diverse fabbriche e negli uffici del Partito, le consegnò ai controrivoluzionari. Nagy non poteva porsi apertamente come nemico del socialismo. Come si evince da documenti dei Servizi di Informazione Nazionale Ungherese: “… Imre Nagy nel suo annuncio radiofonico del 25 ottobre osservava che l’intervento delle truppe sovietiche nel combattimento era richiesto dagli interessi vitali del nostro regime socialista. (…) Anche Imre Nagy non poteva presentarsi in questo frangente come diverso da un incrollabile sostenitore del potere popolare socialista, come un amico dell’Unione Sovietica, come un nemico inconciliabile degli oppositori controrivoluzionari. (…) Se Imre Nagy, il 23 ottobre avesse assunto una posizione aperta contro il Patto di Varsavia e in favore della neutralità secondo il modello d’Austria, non ci sarebbe stata alcuna discussione sulla sua nomina alla Presidenza del Consiglio dei Ministri”. 71

L’attività sovversiva dell’imperialismo

La declassificazione di documenti segreti dagli archivi delle potenze imperialiste ci permette di avere una “immagine” dell’attività sovversiva che i servizi segreti dell’imperialismo internazionale svolsero in vari modi. Indicative di questa attività sono le seguenti indicazioni fornite nella relazione del Consiglio di Sicurezza Nazionale: “La politica degli Stati Uniti nei confronti dei ‘satelliti’ sovietici in Europa orientale, approvata dal Presidente degli Stati Uniti D. Eisenhower, nel luglio del ’56”: “Al fine di promuovere la costituzione di governi eletti liberamente nei paesi ‘satelliti’ come mezzo di disorganizzazione, e non come fine in sé, occorre tenersi pronti per ogni evenienza, di nascosto e sotto la guida adeguata, per aiutare i nazionalisti in ogni modo in cui sia possibile l’indipendenza dalla dominazione sovietica e dove la consistenza degli Stati Uniti e del ‘mondo libero’ non sia messa in pericolo da tale dominazione”. (Vedi: National Security Council Report NSC 5608/1,”US Policy towards the Soviet Satellites in Eastern Europe”, July 18, 1956).

Il 30 ottobre le truppe sovietiche si ritirarono dal paese, su richiesta di Nagy. Quindi le forze controrivoluzionarie continuarono l’offensiva ancora più selvaggiamente. “Il terrorismo controrivoluzionario dilagava per le strade di Budapest: i comunisti e i progressisti venivano uccisi. Migliaia di militanti del partito, presidenti di associazioni di agricoltori, presidenti dei consigli, i sostenitori del socialismo venivano imprigionati in tutto il paese e preparato il macello. Nell’arena politica ricomparvero capitalisti, proprietari terrieri, banchieri, principi e conti. Fecero la loro apparizione in Parlamento e in soli due giorni fondarono 28 partiti controrivoluzionari” 72.

I fascisti e i sostenitori dei nazisti erano apertamente coinvolti negli eventi controrivoluzionari. Il corrispondente del quotidiano Veli Autsontag della Germania dell’Est, scrisse su uno dei controrivoluzionari: “La prima cosa che notai era la medaglia tedesca della Croce di Ferro” 73, mentre il quotidiano francese France-Soir scriveva che “gli elementi più reazionari e fascisti” hanno avuto un ruolo di primo piano negli eventi, 74.

L’annuncio del governo Nagy del ritiro dal Patto di Varsavia e della “neutralità” del paese dal 1° novembre diede un tale slancio ai controrivoluzionari che indusse il corrispondente della Reuters a scrivere: “Da ieri c’è una caccia all’uomo nelle strade di Budapest”, le persone “vengono cacciate e macellate come animali, appese ai pali della luce e ai balconi. In tutto il paese ci sono scene che ci ricordano il ritorno dei ‘bianchi’ in Ungheria nel 1919.” 75.

Il ruolo dell’imperialismo internazionale

Il coinvolgimento delle potenze imperialiste nella “rivolta ungherese” è dimostrata da ciò che un ufficiale britannico dichiarò 40 anni più tardi, senza rivelare la sua identità: “Nel 1954, reclutavamo agenti ai confini ungheresi, che conducevamo nella zona dell’Austria sotto il controllo britannico. Li portavamo in montagna e gli davamo addestramento militare… Poi, li formavamo all’uso di esplosivi e armi, quindi li portavamo indietro… li addestravamo per la rivolta”. 76

La Pravda aveva scritto in un articolo: “I giornali borghesi occidentali scrivono con sufficiente sincerità che la reazione sta preparando gli eventi ungheresi da tempo e con zelo, sia internamente che dall’estero; fin dall’inizio si poteva vedere in tutto ciò la mano esperta dei cospiratori. Il capo delle spie americane, Allen Dulles, ha dichiarato apertamente di ‘sapere’ ciò che sarebbe accaduto in Ungheria”. 77

Gli imperialisti per tutta la durata della controrivoluzione attraverso la stazione radio Free Europe, finanziata e guidata dal governo degli Stati Uniti, invitavano gli ungheresi a “ribellarsi”. Con le loro trasmissioni, chiamavano il sabotaggio, chiedevano di sostenere i controrivoluzionari con cibo e rifornimenti, appoggiare le loro azioni. Trasmettevano che gli Stati Uniti avrebbero inviato aiuti militari. La stazione radio, secondo quanto scrisse Henry Kissinger, fece appello agli ungheresi a “rimanere impegnati nella loro rivoluzione e di non accettare alcun compromesso (…) Combattenti per la libertà, non appendete le armi al chiodo!” 78

I piani degli Stati Uniti vengono rivelati anche dalla raccomandazione di J. Dulles in occasione della riunione del Consiglio di sicurezza nazionale, il 31 ottobre 1956 inerente alla politica degli Stati Uniti in Ungheria e Polonia, mentre era in corso la controrivoluzione. Disse dell’Ungheria: “(…) 22. Aiuti umanitari immediati per il popolo ungherese (…) 23. Se un governo almeno indipendente arriva al potere, così come in Polonia: a) Essere pronti a fornire (…) l’assistenza economica e tecnica in quantità ragionevole, sufficiente per dare agli ungheresi una soluzione alternativa alla totale dipendenza da Mosca. (…) d) Prendere misure appropriate per riorientare il commercio ungherese verso l’Occidente”. 79

La sconfitta della controrivoluzione grazie alla classe operaia ungherese e all’Armata Rossa

Come è stato detto, i comunisti coerenti, gli operai e i contadini avevano formato guardie rivoluzionarie e cercarono di affrontare i gruppi controrivoluzionari. Ma, solo in alcune zone riuscirono ad armarsi e sconfiggere il terrore. Infine, il 3 novembre, venne formato da quadri del Partito nella città di Szolnok un governo rivoluzionario degli operai e dei contadini che invitò l’Unione Sovietica a contribuire a sopprimere la controrivoluzione. L’URSS rispose alla richiesta, svolgendo il proprio dovere internazionalista, e il 4 novembre, i comunisti ungheresi e le avanguardie operaie, con l’aiuto dell’Armata Rossa, prevalsero sulle forze controrivoluzionarie”.

 

21 ottobre 1928-16 dicembre 1969, a mio padre una canzone che non avrei mai voluto sentire. Ma le idee non muoiono e oggi la dedico ai Compagni Anarchici uccisi sulla strada della libertà

Etiopia al bivio da: www.resistenze.org

 

Capitolo 1 – L’Impero di Sélassié
Mohamed Hassan, Gregory Lalieu | investigaction.net
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare29/09/2016

Da oltre un anno i manifestanti sfidano il governo etiope sotto il fuoco della polizia, senza che la cronaca susciti l’interesse dei governi occidentali, sempre pronti a promuovere la democrazia in tutto il mondo. “L’Etiopia sta bruciando”, avverte Mohamed Hassan. Per il nostro esperto del Corno d’Africa, ex diplomatico etiope, i giorni del governo sono contati. La caduta del regime è, nel bene e nel male, un’opportunità per vedere gli etiopi costruire un vero stato democratico. Ma il paese potrebbe anche implodere in scontri inter-etnici. L’Etiopia è a un bivio. Dopo aver attraversato il Medio Oriente e l’Africa Orientale in Stratégie du chaos e Jihad made in USA, Mohamed Hassan ci porta nel suo paese, l’Etiopia. Questa prima parte si occupa dell’Impero di Hailé Sélassié. Quale realtà nascondeva il mito del “re dei re”? Come ha fatto l’unico paese africano non colonizzato a diventare la caricatura di una neo-colonia? Perché Mohamed Hassan ha voluto cambiare nome quando era bambino? Torniamo su di un impero che ha alimentato molte fantasie…

Prima parte

Seconda parte

Il sostegno degli europei era comunque debole. Nel 1896, l’Italia tenta di conquistare l’Etiopia, ma subisce una severa sconfitta ad Adua. Come spiegare le pretese italiane e la vittoria di Ménélik II?

In Africa, Francia e Gran Bretagna si erano ritagliate le fette più grandi della torta coloniale. Questa situazione alimenterà la frustrazione di tedeschi e italiani che culminerà nelle due guerre mondiali.

Arrivata tardi nella corsa al continente nero, l’Italia dovette accontentarsi delle briciole. Parigi aveva conquistato Gibuti. Con l’appoggio dei britannici, che desideravano contenere le pretese francesi sul Corno d’Africa, l’Italia si era accaparrata la Somalia. Roma tentò in seguito di estendere la sua influenza all’Etiopia, siglando un trattato ambiguo con Menelik II, appena incoronato re dei re. L’imperatore cercava il riconoscimento italiano della sua autorità. In cambio, Roma avrebbe dovuto ottenere l’Eritrea, questo vasto lembo di terra a est dell’Impero, lungo il Mar Rosso.

Ma secondo la versione italiana del trattato stipulato tra le due parti, l’Etiopia sarebbe diventata un protettorato italiano, cosa non accennata nella versione Amhara del documento. Scoppiò così un conflitto tra Roma e Menelik II, e gli italiani tentarono di forzare le cose. Pensando di avere facilmente la meglio sull’imperatore Menelik II, sbarcò in Etiopia, sotto il comando del generale Baratieri, un corpo di spedizione di 20.000 soldati ben equipaggiati. Questo mentre Menelik II lanciava un accorato appello: “I nemici sono ormai arrivati da noi, per rovinare il paese e cambiare la nostra religione […]. Con l’aiuto di Dio, non gli consegnerò il mio paese. Oggi, tu che sei forte, dammi la tua forza, e tu che sei debole, aiutami con le tue preghiere”. Migliaia di contadini portarono come armi ciò che avevano per rimpolpare le truppe di Ménélik. L’imperatore riuscì così ad aumentare l’esercito di 100.000 uomini, potendo contare su armi da fuoco moderne che gli avevano consegnato precedentemente gli europei, in particolare gli italiani! La battaglia scoppiò ad Adua, nelle prime ore del 1° marzo 1896. L’esercito etiope fece un sol boccone degli invasori. Pochi giorni dopo, Roma chiedeva ufficialmente la pace, rinunciando ai suoi piani di conquista. La battaglia di Adua ebbe un’enorme ripercussione. Un esercito europeo era stato nettamente fermato da un impero africano indipendente!

L’impero di Menelik II era potente fino a questo punto?

Il suo appello per formare un grande esercito aveva incontrato un successo inaspettato. Ménélik II disponeva inoltre di armi da fuoco europee. Per di più, l’Italia aveva in gran parte sottovalutato le forze etiopi. Ma l’impero restava debole, in quanto il processo di centralizzazione perseguito da Menelik II aveva i suoi limiti. Non era riuscito a costruire un vero e proprio Stato-nazione come in Europa. Tale Stato può svilupparsi solo sotto il capitalismo. Francia, Italia e Germania, ad esempio, si sono sviluppati sotto l’impulso di borghesie capitaliste che erano penalizzate dal frazionamento territoriale dei diversi regni feudali. L’unificazione in uno Stato nazionale ha permesso loro di togliere frontiere e dazi doganali assurdi. I borghesi si sono così aperti mercati più grandi, hanno potuto accumulare capitali, le economie si sono sviluppate e i paesi si sono modernizzati.

Perché questo non ha funzionato nell’Etiopia di Ménélik II?

L’Etiopia era ferma allo stadio feudale. L’aristocrazia, l’esercito e il clero approfittavano del lavoro dei contadini. Non ci sono stati processi di unificazione come nei paesi europei. L’imperatore ha conquistato le province attorno ad Addis-Abeba con la forza. In questo Stato predominato dallo sciovinismo Amhara, la maggior parte degli etiopi non aveva alcun diritto. Stabilire un’amministrazione centrale che potesse funzionare efficacemente anche in province remote della capitale era dunque estremamente difficile.

Gli Amhara e i Tigré d’Abissinia furono inviati nel resto del paese per potenziare quest’amministrazione. Erano, in un certo qual modo, coloni cristiani in terre musulmane. Li chiamavano i neftegna. E, come rileva lo storico John Markakis, questo sistema doveva inevitabilmente comportare dei problemi in seguito: “Il particolarismo dell’identità abissina è stato accentuato da un monopolio del potere politico, del privilegio economico e dello status sociale superiore. Tutti gli Abissini stabiliti si nelle regioni montuose della periferia sono diventati proprietari terrieri su terre espropriate e hanno sfruttato il lavoro dei contadini indigeni. Il rapporto che li legava era quello di padrone e schiavo, di proprietario e locatario , di esattore di imposte e contribuente. Questa congiuntura ha condotto ad un esito potenzialmente esplosivo che ci m ise so lo alcuni decenni per giungere alla piena maturità”. (4)

Questo impero feudale ha tuttavia attirato l’interesse degli Stati Uniti, che nel 1903 hanno stabilito in Etiopia il loro primo consolato d’Africa. Fino al 1970, all’Etiopia andrà il 60% degli aiuti USA a tutto il continente. Come spiegare questo interesse di Washington?

All’inizio del XX secolo, mentre tutta l’Africa era dominata dall’Europa, il console generale degli Stati Uniti a Marsiglia, Robert Peet Skinner, osservava le navi provenienti dal continente nero attraccare piene zeppe di una ampia varietà di prodotti. Queste imbarcazioni davano al diplomatico un’idea degli interessi vantaggioso che attiravano l’Europa verso il continente africano. Skinner si impegnò parecchio affinché la Casa Bianca prestasse un po’ più d’attenzione a quest’Africa che gli Stati Uniti avevano finora trascurato. Per il console, l’Etiopia era la porta d’ingresso. Era il solo paese a non essere stato colonizzato e il suo imperatore era propenso a commerciare con le potenze straniere.

E’ a quel tempo che gli Stati Uniti cominciano a mutare atteggiamento. Prima di essere assassinato, il presidente William McKinley aveva dichiarato che “l’isolazionismo non è più possibile, né auspicabile”. Dopo lunghi sforzi per essere autorizzati a entrare in contatto con l’Etiopia, “un paese destinato a giocare un ruolo importante nel futuro dell’Africa”, Skinner ottenne dal presidente Roosevelt l’incarico di guidare una delegazione presso Ménélik II. Prima di stabilire delle vere relazioni diplomatiche, gli Stati Uniti e l’Etiopia conclusero un trattato commerciale. Skinner sottolineò il fatto che la sua missione in Etiopia era in amicizia, senza pretese territoriali. Menelik II ne apprezzò l’approccio. Per l’Imperatore, le altre nazioni venivano in Africa come il figlio va dal padre chiedendo: “Padre, vuoi fare testamento e lasciarmi qualcosa?”. [5]

Il primo contatto di Skinner doveva servire agli Stati Uniti come linea guida negli anni successivi. Mentre il Vecchio continente si disfava durante la Prima guerra mondiale, il presidente Woodrow Wilson cercò di trarre vantaggio dalla situazione per guadagnare terreno nella riserva di caccia degli Europei. La strategia USA consisteva nell’indebolire quegli imperi coloniali che avevano permesso all’Europa di superare tutti i suoi concorrenti. Come Skinner in Etiopia, la Casa Bianca affermava che gli Stati Uniti volessero un impero coloniale e non avessero nessuna intenzione di conquistare l’Africa. Anzi, cominciarono a promuovere il diritto all’autodeterminazione e incoraggiarono la decolonizzazione del continente nero.

Sul modello dei grandi rivoluzionari africani, gli Stati Uniti sostenevano dunque le aspirazioni dei popoli oppressi dal colonialismo?

Non realmente. Wilson voleva semplicemente indebolire i suoi concorrenti europei mentre gli Stati Uniti, giovane potenza in ascesa, non avevano ancora avuto l’opportunità di costruirsi un vasto impero coloniale. Per promuovere la decolonizzazione, Washington faceva dei bei discorsi sulla condizione degli africani. Era parecchio ipocrita, poiché negli Stati Uniti, i neri non avevano alcun diritto e lavoravano in condizioni molto difficili.

Un aneddoto che riflette bene questa ipocrisia [6]: il primo articolo del trattato concluso nel 1903 tra gli Stati Uniti e l’Etiopia prevedeva che i cittadini di entrambe le potenze contrattuali avrebbero potuto viaggiare e fare affari in entrambi i paesi. Cinque anni più tardi, i commercianti etiopi sbarcarono a Wall Street, ma dovettero immediatamente confrontarsi con la segregazione quando tentarono di radunarsi in chiesa. Quale fu la loro sorpresa quando gli venne detto che dovevano sedersi sui banchi riservati ai neri, in fondo all’edificio! Vedete, il diritto all’autodeterminazione, secondo Woodrow Wilson, era il diritto degli Stati Uniti di venire in Africa a fare affari. L’uguaglianza dei popoli lo interessava molto poco. Ma in termini di affari, gli Stati Uniti avrebbero trovato l’uomo ideale in Etiopia, la loro porta d’accesso all’Africa. Dopo la morte di Menelik e un breve periodo di transizione, un certo Tafarì Maconnèn succedeva all’imperatore. Era un giovane arrivista, pieno di sé, circondato da consulenti stranieri e incapace di sviluppare una visione per il suo paese… Il cliente ideale per l’imperialismo statunitense.

Come divenne imperatore Tafarì Maconnèn?

Alla morte di Menelik II, gli succedette suo nipote Iasù. Ma la nobiltà etiope rimproverava al nuovo imperatore le sue affinità con i musulmani. Aveva inoltre il difetto di essere troppo poco conciliante con gli europei. Iasù fu quindi allontanato in favore di Zauditù, una figlia di Menelik II. Il nipote dell’imperatrice, Tafarì Maconnèn, fu nominato reggente e approfittò della sua posizione per sfruttare a proprio vantaggio il dibattito che, nell’ambito dell’elite etiope, opponeva i conservatori ai modernisti. Maconnèn indebolisce i primi e guadagna i favori dei secondi, in particolare grazie alla pubblicazione della rivista Luce e Pace. Questa pubblicazione doveva presentare il reggente nei panni di un modernista innamorato del progresso. Da qui Maconnèn attaccava la nobiltà, criticava l’Etiopia feudale e perorava un sistema d’istruzione all’europea. Luce e Pace è stata un’arma formidabile che ha permesso al reggente di rendere stabile la sua popolarità. Allo stesso modo, Maconnèn aveva ottenuto l’ammissione dell’Etiopia alla Società delle Nazioni, precorritrice dell’ONU. E’ stata una grande vittoria diplomatica da attribuire al reggente. Questa ammissione doveva consacrare il particolarismo etiope, mentre tutta l’Africa era stata colonizzata.

Questi vari episodi di grande risonanza hanno condotto Tafarì Maconnèn fino al trono imperiale nel 1930. Ha poi adottato il nome di Hailé Sélassié. Ma molto rapidamente, le idee moderniste che erano servite alla propaganda del giovane reggente sono state cancellate dall’autoritarismo del nuovo imperatore. Si è bene assistito ad alcune riforme, ma erano soprattutto di facciata. Ad esempio, per il primo anniversario della sua incoronazione, Sélassié fece adottare una costituzione che instaurava il bicameralismo. Ma le due camere parlamentari non erano formate con elezioni dirette e detenevano pochissimo potere. Nei fatti, tutte le decisioni erano concentrate nelle mani dell’imperatore.

Ma Sélassié aveva un governo, con dei ministri…

Erano dei semplici valletti che avevano un ruolo fantoccio. Ponendosi al di sopra della mischia, Sélassié si prendeva la paternità delle buone notizie e imputava i fallimenti al governo, che rimaneggiava regolarmente secondo le circostanze. Anche la costruzione di un esercito moderno era un’illusione. L’imperatore vi era giunto con l’aiuto degli europei, poi degli Stati Uniti. Doveva essere un grande passo per l’Etiopia. In realtà, l’incontro delle differenti milizie sotto gli auspici di un esercito nazionale, aveva permesso soprattutto a Sélassié di mettere in difficoltà i vecchi re che avrebbero potuto contestare il potere centrale. Alcuni di loro furono comprati e convertiti in governatori del nuovo impero. Altri vennero ridotti allo stato di impotenza.

Questo nuovo esercito, moderno e nazionale, sarà notevolmente meno efficace dei combattenti riuniti da Ménélik II. Dopo la disfatta di Adua, gli italiani tornarono alla carica nel 1935 e riuscirono a conquistare l’Etiopia. Perché questo secondo tentativo? E come hanno sconfitto Sélassié?

Gli italiani non hanno più commesso lo stesso errore. All’epoca, era al potere Mussolini. Aveva sviluppato tutta la sua propaganda fascista sull’odio dei neri e la sua ambizione di restaurare il potere dell’Impero romano. Per fare ciò, l’Italia non poteva accontentarsi delle sue posizioni in Somalia, in Eritrea o in Libia. Le occorreva conquistare l’Etiopia, vendicare l’insulto di Adua e salvare l’onore dell’uomo bianco. Contrariamente ai suoi predecessori, Mussolini non ha sottovalutato le forze dell’avversario. Per l’assalto all’Etiopia, Roma non ha lesinato sui mezzi e ha fatto prevalere la sua superiorità negli armamenti moderni. L’aviazione ha giocato così un ruolo determinante, bombardando un esercito etiope incapace di rispondere. L’Italia è anche ricorsa massicciamente ai gas asfissianti vietati dalle convenzioni internazionali in vigore all’epoca.

L’Etiopia aveva fatto il suo ingresso nella Società delle Nazioni. Il suo status non avrebbe dovuto proteggerla da un’invasione coloniale?

Potendo constatare solamente la disfatta delle sue truppe, Sélassié andò in esilio a Londra. Tentò di difendere la sua causa sulla scena internazionale, ma senza successo. Alcuni gli serberanno rancore per questa fuga, particolarmente i signori della guerra che non hanno mai abbassato le armi fino alla liberazione del paese. Quale differenza coi predecessori di Sélassié! Ménélik II aveva preso parte alla battaglia e aveva battuto gli italiani. Prima di lui, Tewodoros aveva preferito mettere fine ai suoi giorni rintanato nel suo castello che un corpo di spedizione britannico aveva preso d’assalto con successo. Sélassié ha lasciato il suo paese. Alla tribuna della Società delle Nazioni, ha denunciato l’aggressione italiana e la violazione del diritto internazionale. Invano. Perché all’epoca, Francia e Gran Bretagna temevano di vedere l’Italia allearsi con la Germania. Così, a Mussolini venne lasciata strada libera e tutto fu poi convalidato dalla Società delle Nazioni che, il 15 luglio 1936, aumentava le sanzioni contro l’Italia. Questo semaforo verde all’invasione fu approvato da quarantanove voti contro uno, quello dell’Etiopia. Sud Africa, Cile, Panama e Venezuela si erano astenuti.

Errore di calcolo della Francia e della Gran Bretagna. Mussolini finì per unirsi a Hitler…

Esatto. Ma è stata una grande notizia per Sélassié. Umiliato e messo in disparte, l’imperatore improvvisamente assumeva un interesse particolare per i britannici che dovevano riprendere l’Etiopia agli italiani. “Sulla scena diplomatica in generale e più particolarmente allo sguardo degli Stati Uniti, era essenziale presentare la disfatta degli italiani in Etiopia come una liberazione del territorio dall’ascesa fascista e non unicamente come un’espansione coloniale britannica, cosa che donava un ruolo indispensabile all’imperatore” [7], fa notare lo storico Christophe Clapham.

Mussolini sconfitto, i britannici rimisero dunque Sélassié sul suo trono. Senza guadagnarsi la riconoscenza dell’imperatore. Difatti, la Seconda guerra mondiale ha visto l’equilibrio delle forze spostarsi a favore degli Stati Uniti. L’Europa era stata devastata dal conflitto. Intervenuto tardivamente, lo Zio Sam aveva potuto togliere le castagne dal fuoco approfittando dell’indebolimento dei suoi rivali e del cedimento degli imperi coloniali. Sélassié aveva annusato il vento girare e si era avvicinato agli Stati Uniti, a scapito di Londra che tuttavia lo aveva rimesso in sella.

Torniamo all’invasione italiana. Tuo padre era un resistente somalo, oppositore di Selassié. Ma quando Mussolini ha attaccato l’Etiopia, si è unito alle truppe dell’imperatore. Perché ha combattuto al fianco del suo nemico? Perché non ha approfittato di questa situazione propizia alla caduta di Sélassié?

Bisogna sapere che la Somalia storicamente è stata divisa come una torta dalle potenze coloniali. In qualche modo, la Somalia sta al Corno dell’Africa come il Kurdistan sta al Medio Oriente, perché oggi in diversi paesi della regione le comunità somale aspirano ad essere unite in uno solo e unico Stato.

La Gran Bretagna aveva offerto una parte della torta a Sélassié. Ecco perché si trova ancora oggi un’importante concentrazione somala nel sud dell’Etiopia. All’epoca, questo territorio era una base militare. Le risorse venivano saccheggiate dall’occupante e la popolazione non aveva nessun diritto. Mio padre si opponeva a tutto ciò. Ciò gli è valso un passaggio nelle carceri etiopi. Mio padre se è così trovato in grossa contraddizione con Sélassié e in generale con questo impero fantoccio che aveva colonizzato nel sangue popoli interi per imporre la sua autorità e la sua cultura.

Tuttavia, quando gli italiani hanno attaccato, mio padre ha raggiunto le truppe del resistente somalo Omar Samatar. Hanno combattuto questo esercito coloniale che voleva la caduta del loro nemico, Sélassié. Infatti, puntare per opportunismo sull’invasione italiana per sbarazzarsi dell’imperatore etiope sarebbe stato un errore di calcolo. Mio padre sapeva che non c’era niente da aspettarsi da Sélassié e che ci sarebbe stato bisogno di battersi per strappare i propri diritti. Ma questa contraddizione riguardava i popoli del Corno dell’Africa e non avrebbe potuto essere risolta da soli. In più, per quanto formale fosse, l’indipendenza dell’Etiopia era acquisita e riconosciuta ufficialmente. Di conseguenza, l’invasione italiana, anche se avrebbe dovuto condurre alla caduta di Sélassié, avrebbe segnato un ritorno al passato e avrebbe di fatto solo peggiorato la situazione. Mio padre ha riassunto le cose a suo modo: “Il nemico che viene da lontano è più pericoloso del mio idiota di vicino “.

Dopo la Seconda guerra mondiale, Sélassié guarda dunque agli Stati Uniti. Quali sono le loro relazioni?

In Africa, l’Etiopia ha prefigurato il sistema delle neo-colonie volute da Washington. Gli Stati Uniti hanno fatto jackpot con la Seconda guerra mondiale. Hanno approfittato dell’indebolimento dei loro rivali europei per assumere la leadership. Ma non potevano essere il seguito logico delle vecchie metropoli imponendosi come nuova potenza coloniale. Perché Washington aveva perorato la causa dei movimenti di liberazione e il colonialismo appariva molto chiaramente come un sistema in agonia.

Gli Stati Uniti erano pronti a fare una croce sopra le materie prime del terzo mondo dunque?

Certo che no. Hanno puntato sui dirigenti locali che erano ufficialmente a capo di Stati indipendenti, ma le cui economie erano spalancate alle multinazionali. In altre parole, il saccheggio delle risorse è continuato, ma sotto un’altra forma. Il panafricanista del Ghana, Kwame Nkrhumah, analizzerà molto bene questa evoluzione nel suo libro Il neocolonialismo, ultimo stadio dell’imperialismo: “L’essenza del neocolonialismo è che lo S tato che vi è sottoposto è teoricamente indipendente, possiede tutte le caratteristiche della sovranità sul piano internazionale. Ma in realtà la sua economia e di conseguenza le sue politiche, sono manipolate dall’esterno” [8]. L’Etiopia era pertanto un modello di questo tipo, indipendente sulla carta, ma sottomessa sul piano economico e politico.

I popoli dell’Africa che avevano conosciuto il colonialismo, non dovevano essere felici di passare da un sistema di saccheggio a un altro. Come garantire l’efficacia del neocolonialismo?

Bisognava mantenere queste marionette che permettevano alle multinazionali di saccheggiare le risorse dell’Africa e che si arricchivano personalmente. L’Occidente ha fornito così un sostegno fondamentale a tutta una serie di dittatori corrotti, eliminando peraltro quelli che resistevano al neocolonialismo. Thomas Sankara, Patrice Lumumba, Amilcar Cabral, Mehdi Ben Barka…Tutti hanno fatto le spese dell’appetito omicida dell’imperialismo.

Sélassié si schierò dalla parte dei clienti buoni. Gli Stati Uniti l’hanno sostenuto particolarmente, favorendo l’insediamento della sede dell’Organizzazione dell’Unità Africana ad Addis-Abeba. Hanno contribuito a costruire un mito intorno all’imperatore etiope. Sélassié pretendeva di essere il discendente della regina di Saba e del re Salomone. Il suo paese aveva molto della monarchia assoluta. Il potere, totalmente concentrato nelle sue mani, trovava legittimità in un’ispirazione quasi divina. Il volto dell’imperatore appariva ovunque, dalle monete ai ritratti appesi ai muri dell’amministrazione, passando dai libri di testo scolastici. Sélassié ha fatto costruire molte scuole, è vero. Ma al posto di formare degli spiriti illuminati ci lavava i cervelli e formava le future élite dell’amministrazione, totalmente devote all’imperatore.

Il re Tafarì Maconnèn, il Ras Tafari, è stato anche oggetto di culto religioso. Da dove viene il movimento dei rastafariani?

Il rastafarianesimo è nato in Giamaica, influenzato da differenti forme di religioni africane e dalle chiese battiste degli Stati Uniti. Si ritrovano nella Bibbia parecchi passaggi che menzionano l’Africa e più particolarmente l’Etiopia. Questo paese sarà quindi per i rastafariani come una terra promessa.

Questa convinzione è stata ulteriormente accentuata da un discorso “profetico” del leader pan-africanista Marcus Garvey. Di origine giamaicana, Garvey era a capo della Universal Negro Improvement Association, che contava parecchi milioni di membri negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Le sue tesi hanno avuto molto successo. Esaltavano la superiorità dei neri sui bianchi ed esortavano i discendenti degli schiavi a tornare in Africa. Garvey faceva spesso riferimento all’Etiopia. E nel 1921, ha fatto questa dichiarazione che avrà considerevole effetto sui rastafariani: “Guardate verso l’Africa, dove un re nero sarà incoronato e condurrà il popolo nero alla liberazione”. Nove anni più tardi, Tafarì Maconnèn, saliva sul trono imperiale d’Etiopia e diventava Hailé Selassié, Re dei re, leone di Giuda, difensore della fede cristiana, potenza della Trinità, eletto del Signore. Garvey prese allora l’aspetto del profeta agli occhi dei rastafariani e Sélassié divenne una specie di messia.

(continua)

Note

4. John Markakis, Ethiopia. The Last Two Frontiers, James Currey, 2011
5. Getachew Metaferia, Ethiopia and the United States: History, Diplomacy and Analysis, Algora Publishing, 2009
6. Voir Getachew Metaferia, ibid.
7. Gérard Prunier, L’Éthiopie contemporaine, CFEE-Karthala, 2007. p119
8. Kwame Nkrumah, Le néocolonialisme, dernier stade de l’impérialisme, Ed. Présence Africaine, 2009