in ricordo di Beppe Montana. da Wikipedia

 

Nato ad Agrigento nel 1951, figlio di un funzionario del Banco di Sicilia, si trasferì poi a Catania dove crebbe. Ottenne la laurea in Giurisprudenza e successivamente vinse il concorso per entrare nella Polizia[1].

Entrò a far parte della squadra mobile di Palermo ed in seno a questa fu posto alla testa della neonata sezione “Catturandi”, che si occupa della ricerca dei latitanti. In questa veste ottenne risultati di rilievo, scoprendo nel 1983 l’arsenale di Michele Greco ed assicurando alle patrie galere nel 1984 Tommaso Spadaro (amico d’infanzia di Giovanni Falcone), divenuto boss delcontrabbando di sigarette e del traffico di droga. Aveva collaborato al “maxi blitz di San Michele” del pool antimafia, eseguendo parte dei 475 mandati di cattura. Con il pool avrebbe continuato a lavorare a stretto contatto fino all’ultimo suo giorno, consolidando con quella struttura un rapporto nato con il giudice Rocco Chinnici, impegnato in prima linea nella “sfida” con la Cosa Nostra.

Proprio dopo l’uccisione di Chinnici, Montana aveva dichiarato:

« A Palermo siamo poco più d’una decina a costituire un reale pericolo per la mafia. E i loro killer ci conoscono tutti. Siamo bersagli facili, purtroppo. E se i mafiosi decidono di ammazzarci possono farlo senza difficoltà. »
(Beppe Montana[2])

Tre giorni prima della morte di Montana, il 25 luglio 1985 la Catturandi aveva arrestato otto uomini di Michele Greco, che si era sottratto alla cattura.

Un altro Greco, Pino, detto “Scarpuzzedda”, era a capo di una cosca che insieme a quella dei Prestifilippo controllava il territorio della zona di Ciaculli in cui si nascondeva il latitante Salvatore Montalto. Montana conosceva bene il soggetto perché stava provando a far costituire Scarpuzzedda e cercava anche di convincere la sua amante, Mimma Miceli, a consegnarlo alla giustizia[5]. L’agente Calogero Zucchetto, infiltrato nelle mafie di Ciaculli, fu ucciso nel 1983 da Greco perché stava quasi per metter le mani sul Montalto; fra i mafiosi, non si sa con quanta fondatezza, si diffuse subito la voce che Montana ed il suo superiore Ninni Cassarà avrebbero ordinato ai loro uomini che Greco e Prestifilippo non sarebbero stati da prender vivi. Montana fu piuttosto l’ideatore ed il principale animatore del comitato in memoria di Zucchetto, in materia di legalità. Lunga ed intensa fu la collaborazione, accompagnata da un rapporto umano profondo, con Cassarà, che sarebbe stato ucciso nove giorni dopo di lui. Di diverso tenore fu invece la “collaborazione” con un altro funzionario, Ignazio D’Antone, sospettato di collusioni con la criminalità organizzata ed in particolare con il boss Pietro Vernengo, fratello di quell’Antonio il cui arresto era stata la prima grande operazione di Montana[8].

Montana era anche dirigente della locale sezione del Sindacato Autonomo di Polizia.

Fra le indagini seguite da Montana, anche quella sulla vicenda del Palermo calcio, che condusse in carcere il presidente Salvatore Matta accompagnatovi da diversi faldoni di intercettazioni telefoniche che ne indicavano una gestione finanziaria a dir poco disinvolta.

L’assassinio

Il 28 luglio 1985, il giorno prima di andare in ferie, venne ucciso a colpi di pistola (una 357 Magnum ed una calibro 38 con proiettili ad espansione) mentre era con la fidanzata a Porticello, frazione del comune di Santa Flavia, nei pressi del porto dove era ormeggiato il suo motoscafo.

Dal giorno della sua uccisione iniziò un’estate che vide la città di Palermo immersa nel sangue delle vittime della mafia: in soli dieci giorni vennero assassinati tre investigatori della squadra mobile di Palermo, particolarmente esposta perché, secondo un gran numero di fonti unanimi a partire dallo stesso Cassarà, lasciata sola.

Salvatore Marino

Un testimone dell’attentato segnalò il modello ed i primi numeri di targa di quella che secondo lui fu l’auto d’appoggio dell’agguato. Le indagini presso la motorizzazione civile[10] portarono verso Salvatore Marino, un calciatore venticinquenne appartenente ad una famiglia di pescatori

. Fu condotto in questura e nel corso dell’interrogatorio emersero contraddizioni e smentite.

Marino si trovava sul luogo dell’assassinio di Montana proprio in quel giorno, sostenne di essere stato a Palermo e fu smentito dai testimoni che chiamò a conferma. Dalla perquisizione nella sua casa emersero 34 milioni di lire che Marino sostenne avere ricevuto dalla squadra di calcio mentre i dirigenti della squadra smentirono. Nella sua abitazione fu rinvenuta una maglietta sporca di sangue[13]. Gli inquirenti furono quindi indotti a ritenerlo quantomeno favoreggiatore dei sicari.

Presi, secondo il giudice istruttore, da “isteria collettiva”lo torturarono sino ad ucciderlo. Il ragazzo venne portato in ospedale quando ormai non c’era più nulla da fare. I giornali pubblicarono la fotografia del suo cadavere in obitorio scattata da Letizia Battaglia[13]. Familiari e amici portarono la bara bianca di Salvatore Marino in giro per mezza città al grido di “Poliziotti assassini”[15][13].

Il 5 agosto 1985, verso sera, fu diffusa la notizia che l’allora ministro dell’interno Oscar Luigi Scalfaro aveva rimosso il capo della squadra mobile Francesco Pellegrino, il capitano dei carabinieri Gennaro Scala ed il dirigente della sezione anti-rapine Giuseppe Russo[13]. Tutti i poliziotti rimossi finirono in carcere con capo d’accusa omicidio colposo[13]. Il giorno dopo fu ucciso Cassarà.

Nel 1994, in occasione di un processo, il pentito di mafia Francesco Marino Mannoia (arrestato dallo stesso Montana pochi giorni prima dell’agguato di Porticello) dichiarò che per l’uccisione di Montana, come per quella di Cassarà, un ruolo fondamentale sarebbe stato svolto da un poliziotto corrotto, una “talpa” operante all’interno della stessa squadra mobile. Anzi all’interno della stessa sezione Catturandi. Nella questura già definita “covo di talpe” da Falcone[16].

Rivelazioni importanti in argomento il pentito le aveva già prodotte nel 1989, quando tra l’altro aveva indicato che a sparare, sarebbero stati il fratello del Mannoia medesimo, Agostino, con Pino Greco “scarpuzzedda” e Mario Prestifilippo, mentre Salvatore Marino avrebbe partecipato all’agguato in veste di fiancheggiatore.

Nel corso della testimonianza del 1994 Mannoia disse che la decisione di uccidere Montana, l’unico poliziotto che “osava invadere il territorio di Ciaculli”, sarebbe maturata a causa della già accennata voce circolata secondo la quale Montana e Cassarà avrebbero “impartito l’ordine di uccidere, prima della cattura, Pino Greco, Prestifilippo e Lucchese”.

Alla presenza di talpe nella mobile aveva già alluso anche Laura Cassarà, vedova del vicequestore ucciso, durante una testimonianza ad un processo del 1993; nell’occasione aveva aggiunto che anche lei ed il marito avrebbero dovuto essere in compagnia di Montana a Porticello il giorno dell’omicidio, ma non vi andarono per un imprevisto.

A Giuseppe “Beppe” Montana è dedicata la piazza di Porticello (Santa Flavia) in cui fu ucciso. Diverse altre località hanno intitolato strade o piazze al commissario ucciso, non di rado usando ufficialmente il diminutivo “Beppe” in luogo del nome anagrafico. A Bagheria l’intitolazione di una piazza è stata anche l’occasione per interrompere un’incredibile “intitolazione abusiva” ad un personaggio dai foschi contorni ed in odore di mafia.

Medaglia d'oro al valor civile - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d’oro al valor civile
«Sprezzante dei pericoli cui si esponeva nell’operare contro la feroce organizzazione mafiosa, svolgeva in prima persona e con spirito d’iniziativa non comune, un intenso e complesso lavoro investigativo che portava all’identificazione e all’arresto di numerosi fuorilegge.
Sorpreso in un agguato, veniva mortalmente colpito da due assassini, decedendo all’istante.
Testimonianza di attaccamento al dovere spinto fino all’estremo sacrificio della vita
.»
— Palermo, 28 luglio 1985.

Lettera del presidente ANPI Smuraglia per non chiudere il tribunale militare di Verona

A.N.P.I.
ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI D’ITALIA
COMITATO NAZIONALE

Prot. 116
Milano 25 luglio 2012

All’On. Presidente del Senato

Ai Presidenti delle Commissioni Bilancio
e Questioni istituzionali del Senato

Ai Presidenti dei Gruppi

All’On. Presidente del Consiglio
al Ministro degli Interni
al Ministro della Difesa
al Ministro della Giustizia

Mi è giunta notizia che nel provvedimento relativo alla “Spending Review” è stato
presentato un emendamento per l’abolizione di alcuni Tribunali militari, fra cui quello di Verona. A
nome mio personale e di tutta l’Associazione Naz. Partigiani d’Italia, mi permetto di fare presente
che il Tribunale di Verona sta trattando – in fase conclusiva – alcuni processi relativi alle stragi
nazifasciste del 43-45, con estremo ritardo (non dovuto al Tribunale, che invece è attivissimo),
mentre sono ancora in corso alcune istruttorie relative ad altre stragi.

Abolire il tribunale di Verona, adesso, significherebbe costringere a ricominciare tutto da
capo e bloccherebbe le istruttorie più avanzate. E questo sarebbe iniquo, considerando che se si
trattano a questo punto, a 68 anni di distanza dei fatti, questi processi per orribili stragi è perché
centinaia di fascicoli rimasero chiusi e inaccessibili per anni, in quello che è stato definito
“l’armadio della vergogna”. Di quel fatto, il nostro Stato reca una responsabilità oggettiva (oltre a
quelle soggettive ormai note); si assumerebbe una grande ed ulteriore responsabilità se ponesse
sostanzialmente fine all’attesa di tanti familiari di vittime e di tanti cittadini, che, appunto, da molti
anni aspettano giustizia e verità.

Il problema dell’organizzazione della giustizia militare esiste, ma non si può immaginare
nulla di peggio del pensare di risolverlo adesso, nella situazione sopradescritta, con un
emendamento nel corso di un provvedimento di natura strettamente economica.

Credo che si debba fare, anche per ragioni di umanità, ogni sforzo per impedire che si rechi
un vero vulnus alla memoria delle vittime e alle attese di tanti cittadini.

Chiedo al Governo di intervenire perché l’emendamento non sia accolto, al Parlamento
perché rinvii la questione dei Tribunali militari ad altro momento più opportuno, agli stessi
proponenti perché ritirino l’emendamento in questione, comunque ai parlamentari perché – in caso
di insistenza – non l’approvino.

L’ANPI auspica vivamente che si comprenda il senso della presente e le preoccupazioni che
la giustificano e ci si comporti di conseguenza, compiendo un’operazione, ripeto, di giustizia e di
umanità.

Con i migliori saluti.

Il Presidente nazionale dell’ANPI

Carlo Smuraglia

MASCALUCIA mercoledì 1 agosto ore 19.00 S. Messa per i caduti dell’agosto 1943

Vent’anni. Falcone, Borsellino, le stragi e le guerre di Antonio Mazzeo

 

 

 

 

 

Un viaggio lungo. Lacerante. Prima l’Istria e Rijeka, poi Zagabria e infine uno stop a Lubiana. Un’orgia di nuove bandiere e canti nazionalisti, i sacchi di sabbia sotto le vetrate di market e negozi, le schegge dei mortai lasciate impresse sui muri. A futura memoria. Una libertà già pagata a caro prezzo, famiglie divise, spezzate e l’angoscia di una guerra che da lì a qualche mese avrebbe devastato la Bosnia con Mostar e Sarajevo. Rientravo a Trieste con la consapevolezza di un’innocenza ormai perduta. Sì, c’era stato lo shock della guerra in Iraq qualche mese prima, ma Baghdad e Bassora erano comunque lontane. La Jugoslavia, anzi la ex Jugoslavia, era invece aldilà dell’Adriatico e l’estate prima ci avevo trascorso ancora una splendida vacanza. Sentivo che ci sarei tornato, forse presto, ma che non ne avrei più assaporato le acque dolci e salate. Sul binario, ad attendermi, c’era Gianfranco. Per essere luglio inoltrato, i colori del cielo mi sembravano troppo accesi e nitidi. Anche il suo volto era strano, tirato. Teneva più di un giornale sotto il braccio. “Ciao Antonio, andato bene il viaggio?” Iniziai a raccontare disordinatamente per liberarmi dall’oppressione delle morti che mi avevano accompagnato instancabili nella neonata Croazia. Avevo l’impressione che Gianfranco non mi ascoltasse, o che lo facesse con noia. Eppure era stato lui che mi aveva proposto la missione suggerendomi contatti e indirizzi. Gli parlai di Alina, giovane pacifista “jugoslava” in una Zagabria a tinte scure, dove migliaia di altri suoi coetanei facevano a gara per indossare i simboli dei deliri ustascia. E del fratello in carcere a Milano, corriere di droga per conto di chissà chi e per cosa, vicenda sin troppo ambigua, contraddittoria. Alina era stata reticente. Pareva a tratti che volesse confidarmi ben altre verità, i suoi dubbi, i suoi timori. Ma le uscirono solo mezze frasi. E allusioni. Dissi a Gianfranco di sospettare che il ragazzo potesse essere l’ingenua pedina di un giro internazionale di neofascisti e spacciatori. No, non mi sembrava proprio che gli interessasse. Poi si fermò. Fu diretto, brutale. “Senti Antonio, c’è stata ieri una tragedia. In Sicilia. La mafia… Hanno ammazzato Borsellino e la sua scorta…”.

Immagini in bianco e nero, l’immenso cratere sull’autostrada, nuvole di fumo, polvere e catrame, sirene, lampeggianti, auto in corsa, occhi sbarrati. Disgusto, orrore, rabbia, impotenza. Gli sputi e le monetine sui fantasmi della prima repubblica, pallidi nelle loro uniformi da funerale d’ordinanza. Neanche due mesi e tutto mi sembrava già sfuocato, lontano. Molto più vivo il corteo tra i vicoli di Taranto vecchia, in marcia contro l’ennesimo progetto di militarizzazione del Sud, l’ampliamento del porto per garantire l’attracco a portaerei e sottomarini a capacità nucleare. Il primo conflitto del Golfo ci aveva estenuati, sconfitti. E così a Taranto ci ritrovammo in pochi. Ma comunque contenti di esserci. Insieme. Ancora e nonostante tutto. Siamo fuori dalle antiche mura, nella piazza che ospita il palco per il comizio finale. Ma l’evento tarda ad iniziare. Un silenzio sospetto, irreale. Poi i sussurri e dopo ancora un tira e molla di notizie frammentate e contorte. A Palermo. No a Punta Raisi. Il giudice Falcone. Forse c’è anche la moglie. Un boato. Vicino all’aeroporto. Pare siano ancora vivi. No, solo la moglie. Sono morti anche l’autista e i poliziotti. Un attentato? Sì un attentato. Il corteo si sfilaccia. Si arrotolano gli striscioni contro la Nato e i signori delle guerre. “Sì, compagni, la radio ha appena confermato che il giudice Falcone e la sua scorta sono stati assassinati”. Di corsa in un bar a vedere la tv. La Sicilia come Baghdad, Beirut, Mogadiscio. In Iraq e in Libano c’eravamo già stati. Per la Somalia saremmo partiti a giorni. Sulla scia di avventurieri, gladiatori e piazzisti d’armi. Guerra costante, guerra permanente. Guerra preventiva. L’esercito ad ogni angolo di strada, ma le strade non saranno quelle delle vecchie e nuove colonie d’oltremare. I Vespri Siciliani, invenzione di un neoministro e due sottosegretari siciliani alla difesa, l’occupazione del territorio per far finta di fare la guerra alla mafia. Un carosello d’impotenza e d’arroganza. Inutile, diseducativo e costoso. Siciliani i generali e i comandanti, siciliani i capi dei servizi ancora più deviati. A impugnare a destra mitra e fucili e a sinistra il ramoscello d’ulivo. Per trattare la resa dello Stato davanti ai feroci boss di Cosa nostra e Cosa loro.

Guerre e mafia. Mafia e guerre. E la scoperta, progressiva, inarrestabile, che il non luogo in cui sono nato e cresciuto, la città del mito-ponte sullo Stretto, era da più di vent’anni crocevia di poteri occulti, fucina  e laboratorio di strategie e politiche liberticide e neoliberiste. Ex ordinovisti addestrati ad armeggiare esplosivi e detonatori; trafficanti di uranio, missili, elicotteri e carri armati; frammassoni commercialisti e finanzieri; politici gelliani di comprovata fede nordatlantica; cupole militari e dell’Arma dei Carabinieri. I rappresentanti di vertice d’una borghesia senza scrupoli e mafiosa. Spietati sacerdoti e custodi del contropotere. Vent’anni a disseminare bombe e morti nelle città d’Italia, annientando intellettuali, giornalisti, sognatori, gli utopisti di una democrazia che fosse finalmente sostanziale. Impedendo con i bagni di sangue che la fantasia e l’uguaglianza conquistassero il potere. Nella vicina Barcellona Pozzo di Gotto, i vampiri assetati d’affari a preparare il telecomando e il tritolo per il martirio di Capaci. A festeggiare poi con bottiglie di champagne l’immane bang e mediare i papelli per la trattativa con i futuri partner politici ed economici. Insinuandosi nel cuore del complesso militare industriale, italiano e straniero, perché i proventi di droga fossero reinvestiti in armi e i proventi delle armi in droga. Moltiplicando all’infinito fatturati, conflitti e vittime. L’Italia non sarebbe più rimasta la stessa. Le stragi di Palermo, Roma, Firenze e Milano hanno spianato la strada all’individualismo e all’egoismo, isolando e atomizzando donne e uomini, cancellando lo stato sociale e le socialità. Sono stati violati i diritti soggettivi e negate le libertà. E abbiamo per sempre ripudiato la pace. Dopo la Somalia ci siamo lanciati a bombardare i Balcani, poi abbiamo rioccupato l’Albania e il Kosovo, infine in volo ad incendiare irrimediabilmente Afghanistan, Iraq, Pakistan, Libia. La seconda repubblica sorta sulle ceneri di Tangentopoli e via d’Amelio è stata consacrata agli amplessi mortali e ai bunga bunga dei mandanti a viso coperto dell’uragano stragista. Vent’anni serviti ad accrescere squilibri e differenze, dilapidare risorse pubbliche e naturali, privatizzare l’acqua e l’istruzione, sprecare l’energia, consumare territori. Per riscoprirsi assai più poveri di padri e nonni, orfani di giustizia e legalità. La memoria di quei giorni però non è andata perduta. Resta la stessa indignazione di allora e la tenue speranza che un altro paese sia ancora possibile.

 

Pubblicato in Vent’anni (a cura di Daniela Gambino ed Ettore Zanca), Coppola editore, Trapani, 2012.

 

APPELLO DI ARCIGAY CATANIA AGLI ELETTORI, AI MILITANTI, AI DIRIGENTI DEL PARTITO DEMOCRATICO DI CATANIA

 

 

 

 

Alla luce delle relazioni intercorse con il Partito Democratico catanese e i suoi dirigenti, in considerazione della loro costante e apprezzata presenza al Catania Pride 2012 e delle dichiarazioni dagli stessi rese in occasione del predetto evento, questo Comitato Provinciale Arcigay Catania, rivolge loro il seguente appello, in linea con l’operato di altri comitati Arcigay:

 

Le recenti dichiarazioni di Rosi Bindi, Presidente del Partito Democratico, sul tema dell’accesso al matrimonio civile per le coppie formate da persone dello stesso sesso offrono un ulteriore tassello di riflessione su un tema assai più generale, quello del posizionamento strategico politico del maggiore partito di centro sinistra all’interno del dibattito sul tema dei diritti e del riconoscimento della dignità e dell’uguaglianza delle persone lgbt nel nostro paese.

Ad oggi migliaia di persone gay e lesbiche italiane costituiscono già nuclei familiari (anche con figli), ma viene loro impedito di regolamentare il proprio rapporto. Il riconoscimento pubblico della dignità della loro affettività, un’assenza di regime patrimoniale di coppia concordato, l’eredità, la previdenza sociale e la reversibilità della pensione, le tutele e garanzie per il partner debole in caso di separazione, il riconoscimento del rapporto di coniugio per il partner extracomunitario sposato all’estero, la parità con le altre coppie nelle graduatorie occupazionali e nei concorsi pubblici, i diritti sul lavoro come congedi parentali e lavorativi, la costituzione di imprese familiari, l’assistenza ospedaliera e quella per il partner detenuto; le decisioni relative alla salute in caso di incapacità, la successione nel contratto d’affitto e il diritto di permanenza dell’abitazione comune nel caso di morte del partner contraente, gli sconti famiglia e così via, sono solo alcuni aspetti che vengono orrendamente negati alle persone omosessuali che vivono già la propria dimensione di famiglia. Una dimensione, però, che si ferma sul piano privato, intimo, privata di dignità pubblica e delle tutele riconosciute dal nostro ordinamento giuridico.

Un documento, come quello votato dall’Assemblea nazionale del PD e sostenuto dal suo Presidente, offende la dignità delle persone lgbt e quella di tutti quanti. Un diritto, come quello al matrimonio civile, è un diritto di civiltà collettivo, che risiede in una prospettiva più generale: cosa vogliamo rappresentare? Chi vuole rappresentare il Partito Democratico? Che tipo di società vuole costruire il maggiore partito del centro sinistra? A partire da quali fondamenta?

Un documento che balbetta e che si affida all’anacronistica visione del riconoscimento di “diritti individuali”, ignorando il riconoscimento del diritto di sposarsi e di formare una famiglia, tutelata dalla leggi vigenti, per le persone dello stesso sesso, è destinato a segnare una frattura spaventosa nel processo di costruzione di un percorso democratico, progressista e avanzato sul piano dei diritti.

Il movimento lgbt italiano, dopo quarant’anni di storia, non è più disposto a scendere a compromessi, a mediare al ribasso, a contrattare documenti o posizioni arcaiche palesemente discriminatorie e non è più disposto a sostenere partiti che pongono la questione dei diritti subordinata ad altre tematiche sociali. Una società fondata sui privilegi e sulla discriminazione è destinata a soccombere e a sgretolarsi, proprio perché a partire dal riconoscimento della parità e dell’uguaglianza di fronte al diritto è possibile raggiungere obiettivi e costruire consenso. Il Partito Democratico non è solo Rosi Bindi, non è solo Fioroni, il Partito Democratico possiede anche una larga base critica, territoriale, la quale conduce, lontano dai riflettori, battaglie di contrasto al fenomeno dell’omofobia e che ragiona sui diritti, assieme al movimento lgbt.

 

Occorre una forte presa di posizione, occorre un segnale deciso.

 

La base dirigente locale è chiamata ad un posizionamento senza indugi, senza ambiguità. Anche di opposizione ad una visione lontana anni luce dai processi democratici che altri paesi e partiti europei stanno mettendo in atto, in tema di diritti.

Dal basso occorre ricostruire nuove metodologie, nuovi approcci e determinare un nuovo posizionamento della classe dirigente nazionale, anche utilizzando quelle forme assembleari, che un tempo rappresentavano il cuore pulsante della politica.

Questo è un appello che il Comitato provinciale catanese di Arcigay fa alla classe dirigente politica del Pd di Catania. Arcigay chiede chiarezza, come associazione che interloquisce con la politica e con i partiti, in qualità di associazione che proprio qui a Catania e nella sua provincia raccoglie migliaia e migliaia di iscritti.

Urge una riflessione seria, urge un dibattito locale e provinciale di confronto e di costruzione di prospettive autentiche. Il Comitato provinciale Arcigay Catania invita il Partito Democratico di Catania a discutere in un’assemblea la sua posizione, sollecitando una presa di distanza dal documento proposto e votato in sede nazionale e invita i dirigenti locali a definire una propria visione, chiara e ferma, sul tema del matrimonio civile tra persone dello stesso sesso.

 

Comitato Provinciale Arcigay Catania

Il 25 luglio ANPI Nazionale e Istituto Alcide Cervi insieme per una grande campagna di contrasto al neofascismo e di rilancio dell’antifascismo

 

 

 

 

Benché in Italia esista un gruppo consistente, diffuso e coerente di veri, sinceri e impegnati antifascisti, non c’è dubbio che il Paese avrebbe bisogno di una forte iniezione di antifascismo, capace di diffonderlo fra i cittadini e di farlo penetrare nella cittadella delle istituzioni, come condizione essenziale per il consolidamento della democrazia

Inizia così un documento attraverso il quale l’ANPI Nazionale e l’Istituto Alcide Cervi lanceranno il 25 luglio – in occasione della tradizionale “pastasciuttata” a ricordo di quella con cui 69 anni fa si festeggiò a Casa Cervi la caduta del fascismo – una grande campagna nazionale di contrasto al fenomeno del neofascismo che in Italia, ma non solo, sta vivendo una fase di forte crescita, radicamento e intensificazione di atti di violenza spesso con la protezione e l’incoraggiamento anche di pubblici amministratori.

Il fatto che un Comune come quello di Roma – prosegue il documento – possa mostrare aperta simpatia verso i movimenti neofascisti, così come il fatto che troppi prefetti e questori restino inerti (oppure si attestino, come si è detto, sull’ordine pubblico) a fronte di manifestazioni che dovrebbero ripugnare alla coscienza civile di tutti, sono rivelatori di una permeabilità assai pericolosa per istituzioni che – per definizione – dovrebbero essere democratiche”.

Non mancano le responsabilità del Governo e di parte delle forze dell’ordine:

Ma c’è di più: è una singolare “dimenticanza” quella di un Governo (quello attuale) che, ripartendo i contributi annuali in favore di Associazioni combattentistiche, li assegna (e in misura ridotta) soltanto alle Associazioni d’arma, ma nulla prevede, per il 2012, per le altre Associazioni e in particolare per quelle partigiane, con provvedimenti che sanno di vera e autentica discriminazione. Ma c’è dell’altro. Noi siamo convinti che gran parte degli appartenenti alle forze dell’ordine è rispettosa delle norme costituzionali e dei doveri connessi alla loro funzione; ma non possiamo non constatare che ancora troppi sono gli episodi di violenza ingiustificata e arbitraria, da quelli  collettivi (per tutti, l’esempio del G8 di Genova) a quelli individuali (episodi anche recenti, di cui si è diffusamente occupata la stampa, come i pestaggi di cittadini inermi e gli “anomali” trattamenti riservati ad alcuni arrestati). Questo dimostra che è ancora insufficiente il livello di democratizzazione e di formazione all’interno di Corpi che dovrebbero essere sempre e concretamente impegnati nella difesa della democrazia e della convivenza civile”.

Cosa fare, dunque? ANPI e Istituto Cervi non hanno dubbi:

Occorre delineare un programma non solo di difesa democratica, ma anche di sviluppo dell’antifascismo e della cultura dei valori e dei princìpi costituzionali. Un programma – politico e culturale – che riguardi tutti, senza esclusioni e senza eccezioni, e che sia fortemente impegnato e partecipato. Occorrono prese di posizione delle associazioni e delle istituzioni, dichiarazioni di non gradimento da parte di pubbliche autorità, elettive e non, interventi degli organi preposti all’ordine pubblico soprattutto sotto il profilo della non compatibilità di tali manifestazioni con i princìpi costituzionali visti nel loro complesso.

Regioni e Comuni devono considerare, nei loro programmi di attività, il contributo della ricerca storica per la conoscenza del fascismo e della Resistenza, il rispetto delle festività più significative sul piano dei valori (come il 25 aprile e il 2 giugno) e scendere in campo in prima persona contro ogni tentativo di negare o svalorizzare i significati ad esse collegati.

Alla Magistratura, si richiede di essere attenta ai fenomeni più volte descritti ed al loro significato, e di essere pronta a intervenire contro ogni eccesso, tenendo presente che vi sono alcune leggi (come la cosiddetta legge Scelba) ormai di difficile applicazione ed altre invece (come la legge n. 205 del 1993, cosiddetta “Mancino”), che offrono potenzialità di intervento veramente notevoli anche a fronte di manifestazioni apertamente fasciste (potenzialità esattamente colte dalla stessa Corte di Cassazione con due sentenze che meritano di essere ricordate, fra le altre per la loro esplicita chiarezza nell’individuare lo stretto  collegamento tra fascismo e razzismo: la sentenza n. 12026/2007 del 10 luglio 2007 e la sentenza 235/09 del 4.3.09).

Certo, non è solo con la repressione che si contrastano i fenomeni più volte ricordati; tuttavia – quando ne ricorrono i presupposti – le leggi vanno applicate e fatte rispettare con convinzione, se non altro perché anche questo costituisce un significativo segnale dell’indirizzo a cui lo Stato intende attenersi”.

 

Una sfida a tutto campo, dunque, che l’ANPI e l’Istituto Cervi lanceranno il 25 luglio chiamando a raccolta Associazioni, Sindacati, Partiti e tutti quei cittadini che hanno a cuore il futuro della democrazia.

 

 

Interverranno:

il Presidente Nazionale ANPI Carlo Smuraglia

la Presidente dell’Istituto Alcide Cervi Rossella Cantoni

 

 

“Normale” una trattativa Stato-mafia? Riflessioni del Presidente Nazionale ANPI Carlo Smuraglia

 

 

La vicenda della “trattativa” tra Stato e mafia sta assumendo proporzioni sempre più rilevanti, in un dibattito in cui non mancano anche posizioni del tutto strumentali. Non intendo entrare nel merito delle controversie di ordine costituzionale che vede contrapposto il Quirinale alla Procura di Palermo, anche se è evidente che si tratta di un fatto assolutamente eccezionale: ma deciderà la Corte Costituzionale, del cui giudizio ci fidiamo.
Volevo invece trarre spunto da una recente trasmissione televisiva cui hanno partecipato personaggi di notevole rilievo.

Nel corso di essa, si è detto, da parte di alcuni, che non c’è stata trattativa con lo Stato, ma trattative e rapporti tra mafiosi ed uomini dello Stato, compresi
ufficiali dei Carabinieri.
E lo si è detto come se si trattasse di una cosa “normale”. Ed è questo che induce a qualche riflessione, anche perché giorni fa ho letto su un giornale di sinistra, in un articolo di cui non ricordo l’autore, che, tutto sommato, una trattativa Statomafia non è cosa da strapparsi le vesti.

E siccome ora sento che invece le trattative ci sarebbero state tra singoli soggetti delle due parti, ed anche questo mi è parso che non suscitasse particolare stupore, allora qualche considerazione si impone, anche sul concetto di “normalità”.

Se abbiamo tutti protestato quando un Ministro della Repubblica ha dichiarato,
tempo fa, che con la mafia bisogna “convivere”, è assurdo che oggi ci sia ancora
chi considera “normale” una trattativa.
Non si tratta con la criminalità organizzata, ma la si combatte con convinzione,
con fermezza e senza cedimenti.

Il procedimento penale in corso ci dirà se davvero una trattativa c’è stata o no; in ogni caso, sarebbe grave lasciare passare l’idea che – al di là delle responsabilità penali – una “trattativa”, si possa considerare non solo lecita, ma addirittura “normale”.

Altrettanto grave è il discorso se si fa riferimento ai contatti, ai rapporti, alle trattative che alcuni singoli personaggi, anche delle istituzioni e/o delle Forze
dell’ordine, avrebbero intrattenuto con capi mafiosi. Quali che fossero le intenzioni, la tesi della “normalità” di simili comportamenti dev’essere respinta con forza.
Le guardie non possono trattare con i ladri, ma solo cercare di scoprirli e mandarli in carcere.

Questo vale a maggior ragione per ciò che attiene alla criminalità organizzata, uno dei più gravi mali di cui soffre il nostro Paese, ormai non più solo al sud, ma su tutto il territorio nazionale.

Chiediamo ai cittadini di impegnarsi nella lotta contro la criminalità organizzata, di denunciare gli abusi, di uscire allo scoperto contro i soprusi; e intanto ci sarebbe stato o ci sarebbe chi sta “trattando” con quelli che dobbiamo sconfiggere e per i quali invochiamo la giustizia penale?

Sarebbe davvero una contraddizione pazzesca e inaccettabile. Anche in questo caso, non sappiamo se cose del genere, pubblicamente denunciate in televisione, siano realmente avvenute e chi ne sarebbero i protagonisti.

Ma dobbiamo dire con fermezza che si tratta di metodi inaccettabili ed
inammissibili, sotto ogni profilo, non solo giuridico.

Su queste cose, insomma, bisogna avere le idee molto chiare; altrimenti passano messaggi più pericolosi perfino di quello della ineluttabilità della convivenza con la mafia.