Catania 30 novembre 2014 -Festa del tesseramento ANPI e solidarietà al p.m. Nino Di Matteo e la sua scorta

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CATANIA: 30 novembre 2014 tesseramento ANPI P. Stesicoro ore 9.00 -13.00

Staino per l'ANPI

Prima Pagina Donne (17-23 novembre 2014) da: ndnoidonne

Alessandra Moretti e ladylike, Samantha Cristoforetti verso la stazione spaziale,Le donne e la sentenza che assolve l’Eternit,i drammi della cronaca che vedono le donne non solo vittime e poi..la condanna a morte di Asia Bibi in Pakistan fino a..

inserito da Paola Ortensi

Prima Pagina Donne 45 (17-23 novembre 2014)

Una settimana questa dove le notizie, ovvero le vicende al femminile sono piuttosto significative. Mi dispiace un po’ che in verità prenda più spazio la miriade di commenti sulle considerazioni di Alessandra Moretti deputata, dirigente del PD e in lizza per le primarie, come candidata alla presidenza della Regione Veneto, piuttosto che la notizia che Samantha Cristoforetti, ingegnera aereospaziale, sia la prima donna in Europa che per sei mesi vivrà insieme ad altri astronauti nella stazione spaziale. Mentre scriviamo è appena partita DALLA CITTA’ DELLE STELLE (cosmodromo) in Kazakistan. Alessandra Moretti, come è noto ai più, con un’intervista in video al Corriere Della sera ha scatenato un dibattito inesorabile sul concetto di “ladylike” ovvero donna che piace o si piace; parola che si può star certe che ci perseguiterà. Le considerazioni della Moretti sull’essere bella, brava, intelligente, curata, brillante, capace anche in cucina e frequentatrice di luoghi di cura della bellezza hanno scatenato commenti e giudizi i più vari. Non metto in dubbio, per carità, il suo diritto a presentarsi come le piace. Non si deve stupire però di tanti commenti anche per il sottile giudizio sulle donne del passato del PD etc; e non è utile che dica che era un colloquio semi personale. Si deve ricordare che quando si è donne e uomini pubblici e rappresentanti dello Stato, della politica, dei partiti tutto è pubblico quando lo si dice fuori dalle mura domestiche (se sono affettuosamente vissute). Forse la vicenda Moretti, che ha trovato troppi uomini impegnati anche malamente a interloquire ed anche in modo offensivo, è divenuta contraltare alle lacrime di Livia Turco tornata in TV. La Turco già nel passato quando era Ministra e dirigente riconosciuta del PD in più occasioni ha mostrato questa sua sensibilità e caratteristica emotiva che la porta ad esprimere, spesso, col pianto la sua emozione, ma per i contenuti del suo intervento protesi a chiedere a Renzi di considerare tutti coloro che non si iscrivono perché non si ritrovano oggi in quel PD per cui in passato hanno dato tanto ed altro ha rischiato, dai commenti divulgati, di essere considerata una nostalgica sconfitta e questo per chi la conosce non è un giudizio condivisibile. Comunque la preghiamo in futuro di sforzarsi di mostrare l’altro volto del suo carattere e del suo impegno: determinato e che guarda al futuro.

Prima di passare ad altro un augurio a Samantha e a quelle sue scarpe da ginnastica rosa ricevute come dono inaspettato e gentile dai colleghi per entrare nella sala simulatore, in preparazione del viaggio nello spazio, e che fatto il giro dell’informazione l’hanno costretta molto gentilmente anche suo malgrado a misurarsi con l’essere riconosciuta e ammirata anche come donna. Una realtà che sembra non avesse considerato. Donne dunque che come individui singoli emergono e fanno parlare di sé in rapporto al ruolo forte che ricoprono ma che non devono o forse non dovrebbero in nessun modo togliere righe e parole alle molte donne che in seguito alla sentenza sulla ”Eternit” di Casale Monferrato che ha dichiarato come le colpe siano cadute in prescrizione in quanto le morti (tremila morti di mesotelioma pleurico) sono avvenute a fabbrica chiusa, hanno urlato la loro indignazione per una scelta che ha assolto l’ultimo erede proprietario della fabbrica aperta nel 1906 in più sedi in Italia.

Se la tragedia ovviamente riguarda uomini, donne, intere famiglie di due figure femminili fortemente significative voglio parlare. Si tratta di: Romana Blasotti Pavesi, simbolo della lotta contro l’Eternit. Ha 85 anni e avendo perso con la terribile malattia il marito, una figlia, una sorella, una nipote e una cugina, dopo avere urlato la sua delusione, rabbia e stanchezza ha dichiarato che comunque bisogna andare avanti anche per garantire giustizia a chi continua a morire. L’ultima vittima è stata solo un mese fa: una giovane di solo 28 anni, Jessica Canevaro, nata quando l’Eternit stava chiudendo. La sua morte dimostrerebbe come il disastro ambientale è incredibile pensare si potesse considerare andato in prescrizione, come da sentenza, alla chiusura della fabbrica. Il dramma di queste famiglie di lavoratori merita risposte adeguate, in primis dallo Stato in termini di giustizia e c’è da pensare anche in termini di un lavoro sano e disponibile.

Lavoro divenuto l’argomento principale sia del governo che, seppur in termini antagonistici, del sindacato che come sappiamo conferma come CGIL e UIL lo sciopero generale per il 12 dicembre. Si astiene la CISL. Susanna Cammusso continua il suo forte attacco a Renzi e ai contenuti del suo governo. Mentre in Italia grandi questioni politiche e sociali s’impongono e “divorano” l’informazione; la spicciola vita quotidiana continua a segnare storie preoccupanti di cui donne sono protagoniste talvolta anche negative. Una madre spara 7 colpi per eliminare il compagno della figlia, attualmente gravissimo, che a lei non piace per età e condizione familiare, un’infermiera è accusata di aver eliminato molti pazienti e di farsi degli autoscatti mentre rideva, intanto continua il mistero della donna sparita a Sora e Nency, la figlia di una donna uccisa dal marito, uccisosi poi a sua volta poco più di un anno fa, anche a nome dei suoi fratellini denuncia la solitudine e l’abbandono in cui ci si può ritrovare dopo avvenimenti terribili come è capitato a lei, oggi orfana di tanta tragedia e che comunque non rinuncia a sognare di fare il magistrato proprio per dare il suo contributo a “costruire” giustizia.

Per non rinunciare come d’abitudine ad uno sguardo oltre confine, agli orrori aggiungiamo la morte per mano del fidanzato di Miss Honduras, alla speranza affidiamo un risultato positivo dell’appello del marito di ASIA BIBI perchè sia salvata dalla pena di morte a cui è condannata in Pakistan. Asia Bibi, cristiana, è stata condannata per blasfemia per aver preso un bicchier d’acqua al pozzo del villaggio e aver litigato e bestemmiato, fatto che nega assolutamente. Per finire scelgo, fra le tante che non riesco a citare, una piccola grande notizia che ci invita ad andare avanti sempre e comunque con positività e direi anche fantasia. A Roma un concorso (il rammendo delle periferie) pensato da Renzo Piano e dedicato alle periferie appunto, da svolgersi con un tema, all’esame di stato 2014 ha visto assegnato il premio a una giovane Moldava/Italiana: Vladlena che vive alla Borghesiana da quando aveva 13 anni. Lei in un albero di ciliegio che ha visto crescere vicino ai cassonetti e che ammira in fiore a primavera ha affidato le sue speranze per il futuro del quartiere, definendolo il suo Colosseo. L’evento è stato anche l’occasione di estendere il dibattito al malessere delle periferie di cui gli episodi ultimi di Tor Sapienza sono stati esemplari. Guardiamo, infine, al prossimo martedì 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza alle donne, come un’occasione di confronto costruttivo e di nuove idee utili per combattere la violenza contro le donne e contro tutti .

| 23 Novembre 2014

CATANIA 30 novembre 2014: SIT-IN BOMB JAMMER PER NINO DI MATTEO E LA SCORTA. ORE 9.00-13.00

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NEL 70° ANNO DELLA RESISTENZA DURANTE LA FESTA DEL TESSERAMENTO ANPI CATANIA.

L’ANPI  OSPITERA’ IL SIT-IN IN SOLIDARIETA’ AL P.M. NINO DI MATTEO E LA SUA SCORTA.

PAX CHRISTI SARA’ PRESENTE CON UN SUO BANCHETTO.

La storia proibita di Mario Mori dal Sid alle aule dei tribunali da: l’ora quotidiano

INCHIESTA. La carriera del generale, nei documenti che la Corte d’appello di Palermo ha scartato riaprendo l’istruttoria dibattimentale nel processo per la mancata cattura di Provenzano. Il promettente debutto del giovane capitano nel Sid nel ’72 e l’allontanamento improvviso nel ’75. L’ex 007 Maletti dal Sudafrica: “Era vicino all’estrema destra”

di Giuseppe Pipitone

23 novembre 2014

Questa è una storia che non doveva essere raccontata, che doveva rimanere segreta, dimenticata  nei rivoli di un passato vecchio di quarant’anni, custodita negli archivi polverosi dei servizi segreti. Una storia che conosciamo soltanto perché i pm  Antonino Di Matteo e Roberto Tartaglia hanno preteso di entrare negli archivi dell’Aisi, l’agenzia informazioni per la sicurezza interna, acquisendo il fascicolo personale di Mario Mori, l’ex generale del Ros, imputato nel processo sulla Trattativa Stato – mafia. Quei documenti, che ricostruiscono il segmento iniziale della carriera del generale, rimarranno però fuori dal processo d’appello in corso a Palermo per la mancata cattura di Bernardo Provenzano: in primo grado l’ex generale è stato assolto. “Mori ha sempre mantenuto il modus operandi tipico di un appartenente a strutture segrete, perseguendo finalità occulte” ha detto  il pg Roberto Scarpinato chiedendo la riapertura della fase dibattimentale del procedimento. Una richiesta accolta in parte, dato che il presidente della corte Salvatore Di Vitale ha deciso di tenere fuori dal processo i documenti che ricostruiscono la carriera di Mori al Sid, il servizio informazioni della difesa, l’antenato del Sismi. Ecco cosa raccontano le carte sequestrate negli archivi dell’Aisi e in possesso dei pm di Palermo.

La P2, Gelli e i rapporti con Pecorelli nei verbali dell’ex 007 Venturi

Prima dell’arresto di Totò Riina, prima della mancata perquisizione del covo del capo dei capi, prima della carriera nell’antiterrorismo al seguito di Carlo Alberto Dalla Chiesa, Mori era infatti un giovane e brillante capitano dei carabinieri, che nel 1972 viene chiamato a lavorare nei servizi da Federico Marzollo, il capocentro del Sid a Roma. All’epoca il direttore del Sid è il generale Vito Miceli, iscritto alla P2, poi coinvolto nell’inchiesta sul Golpe Borghese. “Mori venne mandato a lavorare nel mio ufficio ma rispondeva soltanto a Marzollo stesso: era il suo pupillo” ha raccontato ai pm Mauro Venturi, capo della segreteria raggruppamento centri di controspionaggio a Roma negli anni ’70. L’ex 007, deceduto poche settimane fa, agli inquirenti ha raccontato anche altro. Come i rapporti che Mori avrebbe intrattenuto con Mino Pecorelli, il direttore di Op, il periodico Osservatore Politico, considerato vicino ai servizi, poi assassinato nel 1979. “Mori – sostiene Venturi – aveva un vizio per gli anonimi: si recava presso l’agenzia di Mino Pecorelli per scriverli”. Le peculiarità del futuro generale però non si fermano qui: ”Mori – prosegue Venturi – eseguiva intercettazioni abusive sui suoi superiori”. E secondo l’ex collega 007 ci sarebbe anche un fil rouge che collegherebbe l’allora giovane 007 a Licio Gelli.  “Mori – dice – cercava di convincermi ad iscrivermi alla P2, dicendo che non era una loggia come le altre del passato. Mi disse che in quel momento storico Licio Gelli era intenzionato come non mai ad affiliare personale del Sid. Mi propose di andare a trovare Gelli, dicendomi che io da toscano gli sarei stato simpatico. Visto che io ero titubante, mi disse che gli appartenenti al Sid per garanzia sarebbero stati iscritti in liste riservate”.

Il dottor Amici, Ghiron e i rapporti coi neri 

L’ex 007 Venturi è stato interrogato dai pm palermitani dopo l’acquisizione del fascicolo personale di Mori negli archivi dei servizi. Un fascicolo che gli inquirenti hanno potuto ricostruire nel dettaglio, dopo avere scoperto che il generale, negli anni ’70, utilizzava una falsa identità con tanto di patente di guida, intestata al dottor Giancarlo Amici: negli archivi degli apparati, alcuni documenti erano protocollati solo con quel criptonimo, senza alcun riferimento alle vere generalità di Mori. Una falsa identità era nelle disponibilità anche di Gianfranco Ghiron, fonte fiduciaria di Mori, nome in codice “Crocetta”, vicino agli ambienti della destra eversiva, fratello di Giorgio Ghiron, che anni dopo diventerà l’avvocato di Vito Ciancimino. Ed è proprio da un verbale reso da Gianfranco Ghiron a Brescia nel 1975 che gli inquirenti trovano traccia di una triangolazione tra Mori, Gelli e lo stesso Miceli. Durante quell’interrogatorio, Ghiron mostra agli inquirenti bresciani una lettera, datata 5 novembre 1974, firmata da un tale Piero, criptonimo di Amedeo Vecchiotti, estremista nero che in quegli anni era una fonte dei servizi. “La settimana prossima – si legge nell’appunto recuperato dai pm – Licio Gerli (probabile refuso per Gelli n.d.a.) scapperà all’estero tra la Francia e l’Argentina: la prego di avvisare il dott. Amici (ovvero il criptonimo Mori n.d.a.). Ciò perché se la partenza di Gerli danneggia Mister Vito (inteso Miceli n.d.a) lo fermino, oppure se è meglio che se ne vada lo lascino andare”.

Il gruppo dei sei, l’ostracismo forzato e il processo Borghese

Tra i documenti top secret recuperati dagli inquirenti c’è anche una relazione, redatta dalla fonte dei servizi Gian Sorrentino negli anni ’70, che rivela l’esistenza di un gruppo organico e attivo all’interno del Sid, nato per ostacolare le indagini del reparto D, ovvero il controspionaggio, sulla destra eversiva. Di quel gruppo  avrebbero fatto parte sei persone, tra cui Marzollo, Ghiron e lo stesso Mori. Messo a conoscenza di quella relazione dai pm di Palermo volati in Sudafrica per interrogarlo, Gianadelio Maletti, l’ex capo del reparto D del Sid negli anni ’70, ha dichiarato di non averla mai vista e di non essere mai stato a conoscenza dell’esistenza di quel gruppo segreto. “Le inclinazioni politiche di Mori, però, mi erano chiare” ha detto Maletti, riferendosi alla vicinanza del generale con l’estrema destra.  Nell’archivio dell‘Aisi, infatti, gli inquirenti hanno trovato un appunto redatto dallo stesso Maletti nel 1975. Contiene la richiesta indirizzata al direttore del Sid Mario Casardi (che aveva preso il posto di Miceli) per allontanare dai servizi Mori e tenerlo lontano dalla capitale. Una richiesta inedita, perché accompagnata appunto da quel divieto a prestare servizio nella capitale: perché a Mori viene interdetto persino di prestare servizio a Roma? Casardi accetta la richiesta di Maletti, e anche l’Arma dei carabinieri segue l’ordine del Sid: nel 1975 Mori viene quindi spostato al nucleo radiomobile di Napoli. Poi nel 1978, tre anni dopo l’ostracismo, l’Arma prova di nuovo a spostarlo a Roma. Prima, però, in maniera abbastanza irrituale, chiede il parere del Sid. Che risponde con un appunto in cui spiega che Mori non potrà rientrare in servizio nella capitale prima della fine del processo sul Golpe Borghese. Per quale motivo? Rimane un mistero. All’epoca il processo sul golpe organizzato e mai attuato dal principe Junio Valerio Borghese inglobava anche l’inchiesta sulla Rosa dei Venti, aperta dal pm di Padova Giovanni Tamburino e poi  “scippata” dalla Cassazione e affidata al pubblico ministero romano Claudio Vitalone. Uno degli ultimi atti compiuti da Tamburino prima dello ”scippo” è proprio la richiesta al Sid di una fototessera di Mario Mori. Che arriverà a Padova quando l’inchiesta sarà ormai approdata a Roma. Alla fine del processo sul golpe Borghese tutti gli imputati usciranno assolti nel luglio del 1978. Pochi mesi prima Mori è già tornato a lavorare a Roma, dove va a comandare la sezione antiterrorismo del reparto operativo. Il primo giorno di servizio è il 16 marzo del 1978, quando in via Fani le Br rapiscono Aldo Moro, massacrando la scorta.

Roma, destra e leghisti ancora insieme nella protesta razzista all’Infernetto Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Il caso del centro di accoglienza immigrati assaltato a Tor Sapienza si sposta all’Infernetto, estremo sud della città prima del mare, e oggi in piazza sono scese alcune decine di abitanti e alcuni manipoli di ultradestra. Un sit in razzista in cui erano più consiglieri comunali e rappresentanti politici, e relativi codazzi, che cittadini. L’unica cosa che si è capita è il “No” al trasferimento di una parte dei migranti nel quartiere. Un sit-in di Forza Nuova si era svolto davanti a X Municipio di Roma, alla stazione Vecchia di Ostia, con la parola d’ordine ‘Prima gli italiani’. In via Salorno all’Infernetto, invece, davanti alla struttura dove si trovano i minori trasferiti da Tor Sapienza, ha manifestato CasaPound con l’europarlamentare leghista Mario Borghezio, appoggiato dal movimento alle ultime elezioni. “Qui c’è gente pronta ad intervenire – ha detto l’esponente della Lega Mario Borghezio -, ci sono braccia, cuori, bandiere e aste più pesanti di queste pronte a difendere il territorio”.

Ieri Borghezio – che alle ultime Europee ha fatto campagna nelle periferie romane – era stato contestato al corteo dell’Eur contro la prostituzione e pregato di mettersi in coda. Tra i manifestanti anche esponenti del centrodestra, come il deputato di Fratelli d’Italia Fabio Rampelli, l’ex vicesindaco del Pdl Sveva Belviso – ora leader di Altra Destra – e Luciano Ciocchetti di Forza Italia. Un avvicinamento tra il centrodestra e il Carroccio dimostrato pure dall’attivismo di Marco Pomarici, ex presidente Pdl dell’Assemblea capitolina e ora consigliere comunale a Roma della ‘Lega dei Popoli con Salvini’. Ha annunciato la costituzione del gruppo anche ad Anzio e Albano, in provincia di Roma.
“Qui oggi in piazza ci sono gli italiani stanchi che non si arrendono – sottolinea Simone Di Stefano, già candidato alle scorse
regionali con Casapound -. Non accettiamo di essere continuamente additati come razzisti, siamo solo incazzati”. “Alcuni italiani non si arrendono”, si legge sul grosso striscione tricolore, mentre i manifestanti hanno urlato slogan come “Difendiamo la nazione, non vogliamo immigrazione” e “Il centro accoglienza non lo vogliamo”.

Forza Nuova ieri ha fatto parlare di sé per il manichino impiccato trovato sul cavalcavia adiacente la stazione di Lido Nord, a Ostia. “Il blitz di Forza Nuova a Ostia è un gesto ignobile che va condannato con fermezza da tutti. Si tratta di pura istigazione all’odio e al razzismo, che non affronta in alcun modo i temi dell’immigrazione e dell’integrazione. Sono certo che nessun cittadino dell’Infernetto si senta rappresentato da chi strumentalizza situazioni di disagio per veicolare contenuti razzisti inaccettabili.”, ha dichiarato il vicesindaco di Roma Capitale Luigi Nieri.

Parla Juan Fernandez: «Dal nostro movimento, una pedagogia della pace» | Fonte: Il Manifesto | Autore: Geraldina Colotti

Colombia. Parla Juan Fernandez, membro della commissione internazionale del Congreso de los pueblos«La Colom­bia si è abi­tuata alla guerra, ci vuole il tempo per dif­fon­dere una peda­go­gia della pace». Così dice al[/ACM_2] mani­fe­sto Juan Fer­nan­dez, mem­bro della Com­mis­sione inter­na­zio­nale del Con­greso de los pue­blos, uno dei due più impor­tanti movi­menti popo­lari, insieme a Mar­cia Patriot­tica. Lo abbiamo incon­trato a Roma, durante l’incontro di soli­da­rietà inter­na­zio­nale orga­niz­zato dall’Associazione Italia-Nicaragua.

Cos’è il Con­greso de los pueblos?

È un movi­mento sociale e poli­tico nato quat­tro anni fa in Colom­bia che trae ori­gine dalle lotte della Minga social y comu­ni­ta­ria e che è cre­sciuto man mano attra­verso le mobi­li­ta­zioni nel 2004, nel 2006, fino a che, nel 2010, diverse orga­niz­za­zioni si sono unite per dar vita al Con­greso. Un’organizzazione com­po­sta soprat­tutto da indi­geni e con­ta­dini, ma anche da sin­da­ca­li­sti, da comu­nità afro­di­scen­denti e da movi­menti urbani. È com­ple­ta­mente oriz­zon­tale, un pro­cesso più lento ma più sicuro. Ha quat­tro por­ta­voce a livello nazio­nale e uno per ogni tema: di genere, con­ta­dino, indi­geno… Ven­gono eletti in un’assemblea annuale e con­fer­mati ogni sei mesi. La com­mis­sione inter­na­zio­nale dipende da quella poli­tica, il mas­simo organo del Con­greso, poi ci sono la com­mis­sione sui diritti umani e quella sul tema della pace.

Quali sono le posi­zioni del Con­gresso rispetto alle due cin­quan­ten­nali guer­ri­glie colom­biane, Eln e Farc?

Siamo un movi­mento sociale e fun­zio­niamo su man­dato pro­ve­niente da un con­gresso nazio­nale. Vi sono stati due con­gressi, uno su terra e ter­ri­to­rio dal quale abbiamo tratto le diret­tive e le moda­lità di fun­zio­na­mento nei ter­ri­tori e un secondo che si è svolto a Bogotà a cui hanno par­te­ci­pato 25.000 per­sone che ha deli­be­rato sul tema della pace, prio­ri­ta­rio oggi in Colom­bia. Uno spa­zio che sta cre­scendo e che incon­tra la mobi­li­ta­zione di altre orga­niz­za­zioni popo­lari. Molte con­flui­scono nel Frente Amplio che si è costi­tuito durante le ele­zioni. Noi non abbiamo ancora deciso se farne parte per­ché il Frente è nato nella con­giun­tura poli­tica elet­to­rale per appog­giare la rie­le­zione del pre­si­dente neo­li­be­ri­sta Manuel San­tos e abbiamo paura che que­sto possa limi­tare o sof­fo­care le mobi­li­ta­zioni popo­lari. In ogni caso siamo con­sa­pe­voli che non dob­biamo tra­scu­rare la par­te­ci­pa­zione a uno spa­zio poli­tico più grande e ne stiamo discutendo.

Ai tavoli di pace le orga­niz­za­zioni di guer­ri­glia hanno insi­stito per­ché vi fosse una par­te­ci­pa­zione dei movi­menti sociali. A che punto stanno le cose?

La que­stione è stata ripe­tu­ta­mente posta, ma il governo non ha voluto cedere, finora hanno potuto par­te­ci­pare solo asso­cia­zioni delle vittime.

In Colom­bia c’è anche il movi­mento Mar­cia patriot­tica, quali sono i vostri rapporti?

In Colom­bia, nel 2013 e nel 2014 vi sono stati due grandi scio­peri, soprat­tutto con­ta­dini e popo­lari, il primo nell’agosto-settembre dell’anno pas­sato. E che è stato dura­mente represso: 14 morti e oltre 200 dete­nuti. Da allora tutte le orga­niz­za­zioni hanno comin­ciato a porsi il pro­blema dell’unità, a lavo­rare insieme e a dicem­bre hanno orga­niz­zato un grande incon­tro. Da lì è arri­vato un accordo fir­mato a marzo a Bogotà che si chiama la Cum­bre in cui 12 orga­niz­za­zioni si sono unite, tra que­ste noi, Mar­cia patriot­tica, movi­menti cri­stiani, l’Unione nazio­nale indi­geni (Unic), tutti i set­tori che ave­vano orga­niz­zato gli scio­peri, e che hanno da lì nego­ziato uniti con il governo: a mag­gio giu­gno di quest’anno e poi dopo le ele­zioni, in un incon­tro il 13 otto­bre. Con Mar­cia patriot­tica abbiamo ottimi rap­porti e lo stesso obiet­tivo – il socia­li­smo – ma anche per­corsi diversi.

Mar­cia Patriot­tica si pre­senta alle ammi­ni­stra­tive, e voi?

Il Con­gresso per ora non ha can­di­dati. Biso­gna però dire che c’è già un sena­tore che fa rife­ri­mento a noi, Alberto Castilla. Il Con­gresso non avalla uffi­cial­mente nes­sun can­di­dato né spazi poli­tici tra­di­zio­nali per­ché le sue ori­gini sono al di fuori delle isti­tu­zioni e da noi anche solo par­lare di movi­mento poli­tico richiama un per­corso elet­to­rale e viene rifiu­tato, sarebbe come negare quel che pensa la base. Però tutti sanno da dove viene Castilla, un diri­gente con­ta­dino, uno dei fon­da­tori del Con­gresso del popolo molto cono­sciuto e apprezzato.

Che pensa della cat­tura del gene­rale Dario Alzate da parte delle Forze armate rivo­lu­zio­na­rie colom­biane? Per­sino San­tos ha fatto notare che un gene­rale della sua leva­tura non poteva adden­trarsi senza armi e in abiti civili nelle zone con­trol­late dalla guerriglia

C’è un set­tore di estrema destra con­vinto che la guerra possa finire solo con la distru­zione dell’altro e che biso­gna fare come gli Usa in Viet­nam: terra bru­ciata. Un set­tore legato a Uribe, che non a caso ha annun­ciato il seque­stro molto prima del governo. Cre­diamo che que­sti set­tori di cui fanno parte anche grossi pezzi dell’esercito vogliano inter­rom­pere il dia­logo. Un gene­rale sa come ci si com­porta in zona di guerra. E uno come lui, con i suoi tra­scorsi, era senz’altro un pri­gio­niero di guerra molto ambito. I com­pa­gni delle Farc hanno però dato una grande dimo­stra­zione di pace pro­po­nendo di libe­rarlo per non inter­rom­pere il dia­logo. Il Con­greso e gran parte della società chiede un ces­sate il fuoco bilaterale.

Tutte le volte che la guer­ri­glia ha otte­nuto un accordo e ha par­te­ci­pato alla vita poli­tica è poi finita in tra­ge­dia, con un mas­sa­cro come nel caso della Union Patrio­tica. Quali garan­zie pos­sono nascere invece oggi dai tavoli di pace?

Non cre­diamo vi siano garan­zie per i movi­menti sociali all’interno della poli­tica tra­di­zio­nale, al mas­simo si può tro­vare un accordo sul con­flitto armato e si deve tro­vare. Noi pen­siamo che una volta tro­vato l’accordo arriva il periodo del post-accordo: un periodo di forte mobi­li­ta­zione sociale per arri­vare a cam­bia­menti strut­tu­rali che nes­suno farà per decreto: ci vor­ranno altri 10–15 anni di mobi­li­ta­zioni popo­lari prima di vedere dav­vero una svolta. Mar­cia Patriot­tica spinge per arri­vare a un’Assemblea costi­tuente, ma qui noi non siamo d’accordo: non cre­diamo che esi­stano le con­di­zioni in un paese in cui abbiamo solo 5 depu­tati di sini­stra. Ci vuole un pro­cesso di edu­ca­zione. La Colom­bia è un paese in guerra da cinquant’anni. Per un con­ta­dino, un indi­geno, è nor­male far parte della guer­ri­glia, pra­ti­care il sacro­santo diritto alla rivolta con­tro la vio­lenza dello stato. Uno stato che con­trolla tutto: i mezzi di pro­du­zione, la strut­tura mili­tare. Par­lare ora di Costi­tuente mi sem­bra pre­ma­turo e rischioso. Per que­sto il Con­gresso ha deciso di ini­ziare il per­corso per una peda­go­gia della pace. Ma per met­terla in pra­tica ci vorrà molto tempo. Sem­pre­ché non ci ammaz­zino e ci fac­ciano scomparire.