IMPRESENTABILI AL VOTO.

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Pepe Mujica, cent’anni di moltitudine Fonte: Il ManifestoAutore: Geraldina Colotti

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Avrebbe dovuto essere una visita pri­vata: alla ricerca dei suoi tra­scorsi liguri a Favaro, dove sono nati i nonni. Ma l’agenda dell’ex pre­si­dente uru­gua­yano José Alberto Mujica Cor­dano si è riem­pita subito. E “Pepe” ha avuto ben pochi momenti per godersi l’alternanza di sole e piog­gia di que­sti ultimi giorni, insieme alla moglie Lucia Topo­lan­sky. Una cop­pia inos­si­da­bile di diri­genti poli­tici dai tra­scorsi guer­ri­glieri, rima­sti insieme dai tempi in cui i Tupa­ma­ros ispi­ra­vano il cuore dei gio­vani, nel Nove­cento delle grandi speranze.

Il Movi­mento di libe­ra­zione nazio­nale Tupa­ma­ros è stato un’organizzazione di guer­ri­glia urbana di orien­ta­mento marxista-leninista che ha agito in Uru­guay tra gli anni ’60 e ’70. Fon­da­tori e diri­genti — da Raul Sen­dic a Mujica, a Topo­lan­sky a Mau­ri­cio Rosen­cof — hanno pagato con lun­ghi anni di car­cere, ostaggi del regime mili­tare che ha oppresso il paese a par­tire dal golpe del 1973, e che ha con­cluso il suo ciclo nel 1984, con l’elezione del mode­rato Julio Maria Sanguinetti.

A Livorno, Pepe ha rice­vuto la cit­ta­di­nanza ono­ra­ria dal sin­daco pen­ta­stel­lato Filippo Noga­rin: «Per­ché la sua atti­vità tesa alla pro­mo­zione e all’affermazione dei prin­cipi della demo­cra­zia e dello svi­luppo eco­no­mico non è mai stata scissa dall’attenzione verso i più deboli, e per lo stile umile che ha saputo man­te­nere rico­prendo la mas­sima carica dello stato».

Mujica devolve infatti il 90% del pro­prio sti­pen­dio ai poveri e vive in modo fru­gale. Lui ha rin­gra­ziato la città dicen­dosi «cit­ta­dino del mondo» e ha offerto uno dei suoi discorsi diretti e pro­fondi che arri­vano al noc­ciolo senza affi­darsi al gergo.

Lo abbiamo incon­trato a Roma, nella resi­denza dell’ambasciatore dell’Uruguay in Ita­lia, insieme a Lucia Topo­lan­sky e a Cri­stina Guar­nieri, della casa edi­trice Eir, infa­ti­ca­bile orga­niz­za­trice dei suoi incon­tri a Roma.

Che idea si è fatto di que­sta Europa, dell’Italia, della Spa­gna in odore di cam­bia­menti e della Gre­cia ricat­tata dai poteri forti?

All’origine vi sono pro­blemi che tra­scen­dono le sca­denze elet­to­rali. I pro­blemi dell’Europa riflet­tono le con­trad­di­zioni di que­sto sistema che col­pi­sce i set­tori più deboli. C’è una crisi della domanda per­ché la gente con­ti­nua a con­su­mare una infi­nità di cose inu­tili, e al con­tempo una enorme fetta di mondo pieno di povertà che non abbiamo il corag­gio di incor­po­rare: il mondo ricco non ha suf­fi­ciente gene­ro­sità soli­dale per incor­po­rarla nella civi­liz­za­zione. Spre­chiamo un’infinità di pre­ziose risorse per­ché il mondo ricco possa con­su­mare cose inu­tili o fri­vole. E invece non diamo acqua, scuole, case ai più poveri. E anzi respin­giamo i bar­coni che arri­vano nel Medi­ter­ra­neo, o magari pen­siamo di affon­darli, impe­diamo il pas­sag­gio dei migranti mes­si­cani alla fron­tiera nor­da­me­ri­cana. Li invi­tiamo a par­te­ci­pare a una civi­liz­za­zione che poi non gli dà il posto pro­messo. E’ come se ti dices­sero: vedi quanto è bello? Ma non è per tutti.… Allo stesso tempo sca­te­niamo pro­blemi su scala pla­ne­ta­ria per­ché non pos­siamo gover­narci: ci governa il mer­cato. Il mondo è glo­ba­liz­zato ma non ha un governo mon­diale all’altezza dell’intelligenza scien­ti­fica rag­giunta, che con­sen­ti­rebbe un’organizzazione gene­rale e una equa distri­bu­zione delle risorse. Siamo in preda a un caos che sta por­tando al limite la natura: per via di una ecces­siva con­cen­tra­zione della ric­chezza. Ti sem­bra pos­si­bile che un mani­polo di bei tomi detenga quel che serve al 40% dell’umanità?

E in che dire­zione ci si dovrebbe muo­vere per inver­tire la tendenza?

Dob­biamo impa­rare a muo­verci per il governo della spe­cie e non solo in base agli inte­ressi dei paesi, dei sin­goli stati, con la con­sa­pe­vo­lezza che siamo respon­sa­bili di un pia­neta, di una bar­chetta che sta andando alla deriva nell’universo. Biso­gna avere chiaro che non gover­nano le per­sone, ma gli inte­ressi del grande capi­tale finan­zia­rio e i suoi ricatti. Abbiamo un’arma più vicina del Palazzo d’Inverno su cui agire, qual­cosa di più vicino e potente: le nostre menti e le nostre coscienze. C’è una rivo­lu­zione pos­si­bile nella testa di ognuno per costruire una nuova uma­nità. Dob­biamo agire per­ché ognuno sia cosciente che il mer­cato ci toglie la libertà. Non cam­biamo il mondo se non cam­biamo noi stessi. Per tanto tempo abbiamo seguito una linea trac­ciata: abbiamo pen­sato che bastasse pren­dere il potere, cam­biare i rap­porti di pro­prietà e di distri­bu­zione per cam­biare l’umanità. Invece, quel che è suc­cesso in Unione sovie­tica ha dimo­strato che le cose sono molto più com­pli­cate. Oggi dob­biamo pun­tare di più sulla cul­tura. Non dob­biamo agire per coman­dare ma per­ché le per­sone diven­tino padrone di loro stesse.

L’America latina sta cam­biando in fretta, e sulla base di governi socia­li­sti o pro­gres­si­sti che spo­stano i rap­porti di potere a favore delle classi popolari.

… Sta cam­biando un poco, ci vuole tempo. Dob­biamo svi­lup­pare intel­li­genza nella gente, i ritorni indie­tro sono sem­pre pos­si­bili, l’interventismo esterno è sem­pre latente. Le basi mili­tari Usa sono sem­pre attive in Ame­rica latina. Obama è un pre­si­dente pri­gio­niero, ostag­gio del com­plesso militare-industriale. Non gli hanno per­messo di fare niente. I nostri amici, negli Stati uniti, pur­troppo non si tro­vano nelle fab­bri­che, ma nelle uni­ver­sità, è così dai tempi del Viet­nam. Il meglio degli Sati uniti si trova nel mondo intel­let­tuale, il peg­gio nelle ban­che e sui ban­chi del par­la­mento, ma non biso­gna fare di ogni erba un fascio.

Lei ha deciso di pren­dersi alcuni pri­gio­nieri di Guan­ta­namo, men­tre con­ti­nua l’avanzata dell’Isis.

Sai com’è, no? Solo chi è stato tanto tempo in car­cere come noi può capire… Oggi invece si pensa di risol­vere i pro­blemi dell’umanità e i pro­pri costruendo più car­ceri, chie­dendo più car­cere e più bombe. Noi, un pic­colo paese, abbiamo indi­cato che si può pren­dere un’altra strada. A cosa sta por­tanto la bal­ca­niz­za­zione del mondo? Hai visto come hanno ridotto la Libia: una bar­ba­rie. Io non voglio difen­dere Ghed­dafi, ma almeno prima c’era uno stato ordi­nato, ora c’è un disa­stro… Sono stato negli Stati uniti. C’è gente in car­cere da 34 anni senza mai aver ver­sato una goc­cia di san­gue, solo per aver riven­di­cato l’indipendenza del pro­prio paese come il por­to­ri­cano Oscar Lopez. Ma agli Stati uniti inte­ressa di più la libertà di un altro Lopez…

Il gol­pi­sta venezuelano?

Pre­ci­sa­mente…

A pro­po­sito di peri­coli e di ritorni indie­tro. Lei ha dichia­rato a suo tempo: «Abbiamo biso­gno del Mer­co­sur come del pane». Ora, invece, il suo suc­ces­sore, Tabaré Vaz­quez dice che biso­gna «fles­si­bi­liz­zare» il Mer­co­sur. Sta striz­zando l’occhio alle alleanze pro­po­ste dagli Usa? In diverse occa­sioni lei non ha lesi­nato cri­ti­che alla nuova gestione.

…Penso di no, che non si saranno ritorni indie­tro. Il fatto è che oggi il Mer­co­sur è un po’ pro­vato, non avanza, non fa le cose che si era pre­fisso. Soprat­tutto, Bra­sile a Argen­tina non hanno tro­vato un’intesa, quindi ora abbiamo il pro­blema di diver­si­fi­care le rela­zioni. La pre­senza della Cina è sem­pre più forte, da diversi anni que­sto ha por­tato risul­tati posi­tivi, ma dob­biamo fare atten­zione, prima par­la­vamo di dipen­denze, di debito, il pro­blema della sovra­nità va visto da diverse prospettive.

Tutti, in Ame­rica latina, la vogliono come media­tore dei con­flitti: il governo colom­biano e la guer­ri­glia mar­xi­sta, la Boli­via nel con­ten­zioso con il Cile. E lei accetta. ..

La guerra preme dap­per­tutto, i con­flitti facil­mente emer­gono, lo svi­luppo delle nuove tec­no­lo­gie com­plica lo sce­na­rio. Eppure sap­piamo di essere inter­di­pen­denti, il pro­gresso e la tec­nica non pos­sono ipo­te­care la con­vi­venza, il vivere in con­sessi umani. Dob­biamo impa­rare a vivere con le dif­fe­renze, tro­vare un altro modo di comu­ni­care, siamo di fronte a un altro mondo in cui gli stati nazione e le forme tra­di­zio­nali della poli­tica non rie­scono a dare rispo­ste ade­guate. Si sono sca­te­nate forze di cui non tro­viamo più le bri­glie, a par­tire da quelle del capi­tale finan­zia­rio e degli “avvol­toi” che si avven­tano sulle prede quando cer­cano la pro­pria sovra­nità. Però mi fa più paura quel che non suc­cede di quel che suc­cede… Per esem­pio, c’è molta gio­ventù disoc­cu­pata, che ora si sta ras­se­gnando a vivere col red­dito minimo, che si sta addor­men­tando… e non lotta.

Moni Ovadia: Zingari, giudei, buo­ni­sti e cattivisti Fonte: il manifestoAutore: Moni Ovadia

A Roma, un’auto sulla quale viag­gia­vano, stando a quanto rife­rito dalla stampa, tre per­sone della comu­nità rom, non ha rispet­tato l’alt della poli­zia ed è fug­gita a velo­cità folle tra­vol­gendo e ucci­dendo un donna filip­pina e ferendo, anche gra­ve­mente, altre otto per­sone che si tro­va­vano sul suo cammino.

Come era pre­ve­di­bile si è sca­te­nata la usuale canea raz­zi­sta con­tro i rom in quanto tali gui­data dal lea­der della Lega Nord, Mat­teo Sal­vini e da tutta la galas­sia nera dei nazifascisti.

Il tutto con­dito dall’inevitabile fol­klore media­tico. Ieri mat­tina, il gior­na­li­sta di Libero Piero Gia­ca­lone, nel corso della tra­smis­sione di attua­lità poli­tica de La 7, con pun­tuale chia­rezza, ha inqua­drato la que­stione nei ter­mini della lega­lità affer­mando un valore impre­scin­di­bile delle civiltà demo­cra­ti­che, ovvero che tutti i cit­ta­dini e gli esseri umani in gene­rale, davanti alla legge, sono uguali. Gia­ca­lone ha pro­se­guito il suo ragio­na­mento con sapi­dità iro­nica pren­dendo a ber­sa­glio due cate­go­rie di per­sone con­trap­po­ste: «buo­ni­sti» e «cat­ti­vi­sti» i quali, a suo parere, si limi­tano a reci­tare le loro parti in com­me­dia. Ora, appar­te­nendo io alla cate­go­ria dei primi, pro­verò a rin­tuz­zare, almeno in parte, la pur legit­tima stig­ma­tiz­za­zione iro­nica di Giacalone.

Se è pur vero che fra i buo­ni­sti si incon­trano talora per­sone super­fi­ciali inclini a gene­rici embras­sons nous, coloro che ven­gono spesso defi­niti con sprezzo « buo­ni­sti » sono in linea di prin­ci­pio esseri umani che si pon­gono il pro­blema dell’altro, delle mino­ranze e si riten­gono respon­sa­bili del «volto altrui», per dirla con il filo­sofo Levi­nass, o met­tono in pra­tica il det­tato evan­ge­lico: «Ciò che fai allo stra­niero lo fai a me». Del resto, la que­stione dell’accoglienza dell’altro è la madre di tutte le que­stioni, quella la cui man­cata solu­zione è causa di ogni vio­lenza e di tutte le infa­mie che deva­stano la con­vi­venza delle comu­nità umane.

Nel mio caso, appar­tengo ad una ulte­riore fat­ti­spe­cie, sono un ex «altro» entrato nel salotto dei pri­vi­le­giati. Io sono ebreo e so che signi­fica essere gra­vato da pre­giu­dizi, calun­niato, per­se­gui­tato, deriso, mas­sa­crato e sterminato.

Oggi, molti cat­ti­vi­sti vi diranno che l’ebreo non è come il rom. Oggi ve lo dicono, ma in pas­sato i «per­fidi giu­dei» erano trat­tati allo stesso modo, con una sola dif­fe­renza che i rom non rice­ve­vano l’accusa di essere dei­cidi, in quanto cri­stiani o mus­sul­mani. Cre­dete che l’antisemitismo abbia perso aggres­si­vità a causa dell’orrore pro­vo­cato dalla Shoà? Non è così, anche rom e sinti hanno subito lo stesso destino. La vera ragione è che oggi esi­ste uno stato ebraico ( la defi­ni­zione è di Teo­dor Her­zel, suo Ideo­logo, das Juden Staat ) con un eser­cito, un governo e ser­vizi segreti che sanno essere molto «cattivisti».

Per rom e sinti non c’è nes­suno Stato che parli e agi­sca, nes­suno li difende da posi­zioni di forza e gli attac­chi raz­zi­sti con­tro di loro sono solo azioni di vigliac­chi. È raz­zi­sta chiun­que attri­bui­sca reati di indi­vi­dui all’intera comu­nità. Ma io, che appar­tengo simul­ta­nea­mente anche ad un altra cate­go­ria, i set­tan­tenni, ho buona memo­ria. E che c’entra con l’argomento in discus­sione? C’entra!

Ricordo quando sui muri della pro­spera «Pada­nia», della sua capi­tale «morale» c’erano le infami scritte raz­zi­ste «via i meri­dio­nali dalle nostre città!», «non si affitta ai ter­roni!». Mi ricordo dell’eco di Mar­ci­nelle quando i nostri ita­liani più poveri, trat­tati come bestie in quanto ita­liani, veni­vano ven­duti come schiavi da miniera per­ché tutta l’Italia avesse car­bone. Mi ricordo delle scritte «vie­tato agli ita­liani e ai cani» nel civile Nord Europa.

Allora gli zin­gari era­vamo noi. Sal­vini se lo ricorda?

Ma cosa volete che si ricordi un popu­li­sta dema­gogo alla ricerca di voti? A lui, a quelli come lui, i voti non ser­vono per fare poli­tica, ma per fare un mestiere, quello del nazio­na­li­sta da pic­cola patria, come i Kara­d­zic, gli Arkan, i Mla­dic e i loro omo­lo­ghi croati, gli ster­mi­na­tori della ex Jugo­sla­via. Un mestiere molto red­di­ti­zio che si nutre di odio, appro­fitta della paura dei più fra­gili, garan­ti­sce posti nei par­la­menti e gra­ti­fi­cante visi­bi­lità mediatica.

C’è un solo nome per chi appro­fitta di un fatto effe­rato — com­messo que­sta volta da rom, ma decine e decine di altre volte da ita­liani, padani com­presi — per semi­nare odio: sciacallo.

Il tumore che minaccia l’Europa da: www.resistenze.org – osservatorio – europa – politica e società – 24-05-15 – n. 545

 

Higinio Polo, La vecchia talpa | rebelion.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

04/05/2015

Un anno dopo la caduta del presidente Yanukovich e il trionfo del colpo di stato a Kiev, l’Ucraina continua ad essere coinvolta in una guerra civile che Poroshenko aveva promesso di vincere in un mese. È difficile trovare uno scenario in cui l’irresponsabilità occidentale sia così grande come in Ucraina. In un anno, i responsabili della diplomazia europea e statunitense sono passati dallo spingere le proteste e dal finanziare i gruppi di teppisti e provocatori, cui distribuivano biscotti a Maidan, come fatto da Victoria Nuland, assistente segretario del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, al contemplare impassibili una guerra civile che ha già causato migliaia di morti nell’est del paese e che può evolvere in una guerra europea di maggiore portata se non si consoliderà la via diplomatica fissata negli accordi di Minsk.

Tuttavia, l’assenza degli Stati Uniti ai negoziati e il loro persistente desiderio di alimentare gli scontri procedendo ad armare il governo di Kiev e a fornire assistenza alle sue truppe per propagare una guerra che potrebbe coinvolgere la Nato, hanno aperto una pericolosa ferita in Europa. Obama, il Pentagono e il Dipartimento di Stato discutono sulla portata del loro coinvolgimento nella guerra, perché, nei fatti, già vi partecipano indirettamente avendo inviato consulenti, spie e mercenari. Victoria Nuland, inoltre, non ha avuto remore a incontrare Andrij Parubij, il dirigente neonazista che ha organizzato Maidan a Kiev con la complicità della Cia nordamericana e della Aw [Agencja Wywiadu] polacca e che più tardi è diventato capo del Consiglio di sicurezza nazionale del governo sorto dal colpo di stato. Abituati alla manipolazione e alla propaganda, Washington e il quartier generale della Nato a Bruxelles, assistiti da un esercito di giornalisti senza scrupoli, hanno sollevato una gigantesca montagna di menzogne, che riporta alla mente altre guerre come quelle della Jugoslavia e dell’Iraq, sapendo che la memoria dell’opinione pubblica è debole e che alcune bugie ne coprono altre. Perché l’incendio dell’Ucraina ha una logica che acquista un senso quando si tiene conto delle guerre iniziate dagli Stati Uniti nel corso degli ultimi anni in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, Yemen.

Sotto Yanukovich, la corruzione dilagante era moneta corrente e strangolava il paese, ma tutti i passi compiuti finora, dal compiacente, con Washington, governo di Poroshenko e Yatseniuk, sono andati nella direzione del disastro. L’Ucraina retta da Poroshenko è oggi un paese grottesco dove comandano i capitalisti della nuova oligarchia creata, come ieri, a partire dal furto, ma anche i teppisti e gli assassini, i comandanti dei gruppi armati di strema destra che non esitano a sbarazzarsi di qualsiasi persona, i ladri delle risorse del paese e gente che non sembra essere sana di mente. Non è un’esagerazione: basta guardare i personaggi che frequentano il Parlamento e i ministeri, armati, accompagnati da picchiatori fascisti che non esitano a tirar fuori bombe a mano dalle tasche. Sebbene divisi in fazioni, condividono con solidarietà il fatto di essere i beneficiari del colpo di stato e i protetti degli Stati Uniti. Yakseniuk (complice e socio di Igor Kolomoyskyi, uno dei principali capitalisti ucraini e organizzatore dei battaglioni fascisti) è uno degli uomini di Washington a Kiev. Poroshenko oscilla tra l’avvicinamento a Berlino e la sottomissione agli Stati Uniti e come Turchinov e il resto dei governanti, sguazzano entrambi nella corruzione e nell’incompetenza che ha affondato l’economia del paese, mentre lanciano richieste di aiuto a Washington e Berlino e cercano di convincere il mondo che la Russia è un pericolo. E’ significativo che tutti utilizzino una retorica patriottica che si rifà ai tempi di Stepan Bandera, nascondano i fatti di Volin e Babi Yar e si disinteressino dei simboli e della lotta contro il nazismo durante la Seconda guerra mondiale. Non esitano nemmeno a servirsi delle più grossolane bugie, fornendo, ad esempio, a Washington fotografie scattate nella guerra in Georgia nel 2008… come prove dell’invasione russa in Ucraina, lasciando il senatore degli Stati Uniti Jim Inhofe in una posizione imbarazzante.

Durante l’anno trascorso dal colpo di stato, la corruzione non solo non è stata bloccata, bensì è aumentata, aiutata dal caos della guerra e ad essa partecipano tutti i dirigenti di Kiev: è addirittura la stampa ucraina a scrivere che Poroshenko ha fatto enormi profitti con le sue aziende e che non ha esitato a mentire e ad approfittare delle strutture statali per arricchirsi ancora di più. Così, l’economia ucraina, che già attraversava una grave crisi, è stata praticamente distrutta: molte fabbriche hanno smesso di funzionare. E’ abituale che non si paghino i salari in molte aziende, che le pensioni siano miserabili e le condizioni di vita sempre più dure, ma il governo golpista sa che forse non avrà un’altra opportunità come quella attuale e i suoi membri rubano a man bassa. E la guerra e la paura silenziano molte bocche.

Poroshenko ha riconosciuto che furono le sue forze a rompere la prima tregua di Minsk, consigliato senza dubbio dai servizi segreti nordamericani, confidando in una rapida sconfitta dei ribelli del Donbass, ma l’aiuto russo con armamento e rifornimenti alle milizie ha sventato l’offensiva e forzato Poroshenko a firmare gli accordi di Minsk II. Se durante la guerra fredda i confini tra destra e sinistra, tra sostenitori e oppositori degli Stati Uniti erano chiari, oggi la situazione è più confusa. Nel Donbass sono accorsi volontari provenienti da molti paesi, benché in numero ridotto, per aiutare le milizie. Dai comunisti e dai sostenitori di sinistra fino ai nazionalisti e ai membri di estrema destra, da tradizionalisti cosacchi ai sostenitori della solidarietà pan-slava che vedono nella Russia la sorella maggiore, anche se è evidente che il riferimento antifascista e antimperialista è dominante tra le forze ribelli, così come la simbologia fascista e nazista è molto presente nella Guardia Nazionale ucraina e nelle truppe che combattono con Kiev, integrate anche da mercenari e avventurieri fascisti. Così, il gruppo neonazista russo Restrukt (Ristrutturazione) supporta il partito fascista ucraino Pravii Serktor, circostanza che ha portato alcuni membri dei servizi di sicurezza ucraini ad accusare il Fsb (Servizio di sicurezza federale) russo di infiltrare membri di questa organizzazione (insospettabili e che sono stati comperati) nel battaglione Azov (creato dal governo golpista di Kiev e finanziato dall’oligarca Igor Kolomoisky) al fine di ottenere informazioni. Si tratta di uno tra tanti esempi, simile a quanto stanno facendo i servizi segreti occidentali.

Una parte del nazionalismo russo supporta, in funzione pan-russa, i ribelli del Donbass. In questa galassia si trovano gruppi neonazisti, mentre gruppi di estrema destra simpatizzano anche con i gruppi fascisti di Maidan a Kiev, e alcuni gruppi ceceni, con motivazioni opposte, lottano con entrambe fazioni. Allo stesso modo, gruppi di serbi sono accorsi per sostenere i ribelli dell’Ucraina orientale rifugiandosi nell’identità slava, che ritengono sia minacciata dall’Occidente, come essi stessi constatarono nelle guerre jugoslave e addirittura sono accorsi gruppi di destra ungheresi che sognano di “recuperare” territori rumeni e ucraini per creare una Grande Ungheria… che necessita dell’imprescindibile requisito della partizione dell’attuale Ucraina. Tuttavia, questi gruppi conservatori sono molto minoritari tra i miliziani del Donbass. Anche alcuni gruppi russi parlano di “scontro imperialista” tra Washington e Mosca per chiedere una rigorosa neutralità. Per rendere la situazione più confusa, la lunga mano dei servizi segreti, la Cia, il Mossad, il Bnd tedesco, l’Aw polacca e altri, hanno reso possibile il transito di mercenari dal Medio Oriente all’Ucraina e di gruppi islamici della periferia russa, mentre il Fsb russo cerca di non far arrivare i combattenti jihadisti tele-diretti dalla Cia in Ucraina e nella stessa Russia.

Se sono cessati i combattimenti in Ucraina grazie a Minsk II, la guerra di propaganda continua. La fantasia dei devoti della Nato recita così: il sogno imperiale di Putin, come dimostra l’annessione della Crimea, rivendica sfere d’influenza esclusive in Europa e ha provocato la più grave crisi dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica. In questo mantra è incluso il ruolo di Putin come aggressore nella guerra, nell’abbattimento dell’aereo malese, nella violazione dei confini dell’Ucraina, nel dispiegamento di truppe russe nel Donbass e nella violazione del diritto internazionale. Non importa che non abbiano dimostrato nessuna di queste accuse, anche se non c’è dubbio che le milizie dell’est non sarebbero state in grado di resistere senza l’aiuto russo in armi, rifornimenti e provviste. Nella gigantesca campagna di propaganda occidentale non mancano nemmeno gli sforzi perché nessuno ricordi l’incoraggiamento nordamericano ed europeo per rovesciare un governo, quello di Yanukovich, eletto dal popolo ucraino in elezioni che né gli Stati Uniti, né l’Unione Europea hanno ritenuto illegittime; ed è stato nascosto il sostegno occidentale alla violenza scatenata dalle bande fasciste (decine di poliziotti sono stati uccisi da colpi di pistola al Maidan, ad esempio), mentre si diffondeva la bontà di un presunto “movimento per la pace”, che voleva “unirsi all’Europa”, così come rimane in ombra il fatto che, nei mesi precedenti la caduta di Yanukovich, era stato organizzato l’addestramento militare di gruppi di mercenari e fascisti in Polonia per inviarli poi al Maidan di Kiev. Non viene neanche fatto, naturalmente, alcun riferimento alla progressiva espansione della Nato in Europa orientale, alla guerra provocatoria della Georgia, allo scudo antimissilistico, al tentativo di incorporare l’Ucraina e la Georgia nella Nato, al colpo di stato a Kiev. Le argomentazioni di Washington sono palesemente inconsistenti, come lo è la successiva sua ipocrita indignazione per l’aiuto russo alle milizie, poiché se Putin avesse avviato il conflitto, non si capirebbe la crisi ucraina. Per quale motivo l’avrebbe creata Mosca se il governo Yanukovich manteneva buoni rapporti con la Russia? E, dopo il colpo di stato filo-occidentale, poteva Mosca lasciare al suo destino il popolo ribellatosi a Kiev perché fosse schiacciato dal governo golpista? Ma per gli esperti nordamericani nel lancio di massicce campagne pubblicitarie, il colpo di stato di Kiev si e trasformato in “rivoluzione della dignità” e i loro clienti ucraini lo ricordano ogni giorno sulla stampa. Un anno dopo la caduta del governo di Yanukovich, rimangono senza chiarimento gli omicidi commessi dai misteriosi cecchini che hanno causato una strage a Maidan e che sono stati la scintilla per il rovesciamento del governo. Né il governo golpista di Kiev né gli Stati Uniti hanno mostrato il minimo interesse per tale inchiesta, mentre gli oligarchi si spartiscono il bottino e il territorio: Igor Kolomoisky, uno dei milionari più corrotti di Ucraina, finanziatore di gruppi nazisti, un personaggio che è arrivato a utilizzare gruppi di teppisti per imporre i suoi desideri, che compra giudici e ottiene sentenze o, se necessario, le falsifica, è oggi governatore di Dnepropetrovsk. Il procuratore generale Viktor Shokin, che trascura la lotta alla corruzione e alla criminalità, che disdegna di indagare sui cecchini di Maidan nei giorni del colpo di stato contro Yanukovich e non ha alcuna intenzione di chiarire il terrificante massacro nella casa dei sindacati di Odessa, lavora invece per mettere fuori legge il Partito comunista, l’unica forza politica che cerca di limitare il potere dei corrotti uomini d’affari-ladri. Perché il Partito comunista è anche l’unico partito che denuncia il fascismo in Ucraina, sostenendo lo scioglimento delle bande paramilitari naziste e chiedendo, invano, la tutela dei monumenti e dei simboli della lotta contro i nazisti durante la Seconda guerra mondiale.

Gli Stati Uniti sono divisi tra un maggiore coinvolgimento nella guerra e la spedizione di armi. Influenti fondazioni private e settori del Pentagono e del governo sono inclini all’invio di armi, benché consapevoli che questo non convertirà l’esercito ucraino in una forza in grado di vincere la guerra civile e che potrebbe crearsi una difficile situazione con Mosca. Tuttavia, altri settori dell’amministrazione Usa, pur accettando i rischi dello sfidare la Russia, un paese dotato di un enorme arsenale nucleare, puntano sull’armare Kiev, fiduciosi che una guerra di logoramento finirà con danneggiare l’economia russa e che, eventualmente, potrebbe affondare Putin, o almeno rendere irrealizzabile lo sforzo di ricomposizione dell’Unione eurasiatica progettato da Mosca. Tutto questo, a Washington, in mezzo a discussioni assurde sul fatto se si debbano inviare in Ucraina armi “offensive” o “difensive”, quando la verità è che una escalation nella guerra avrebbe una soluzione difficile e che la tentazione di annullare la Russia e legare di più l’Unione europea attraverso una guerra continentale è molto presente nelle strategie del Pentagono e della Casa Bianca. Dello stato delle cose a Washington possono dare un’idea i commenti di un analista del Csis (Centro di studi strategici e internazionali), il più importante “laboratorio d’idee” della capitale nordamericana le per questioni di politica estera. Andrew C. Kuchins, direttore del programma per la Russia e l’Eurasia del Csis, presentava l’assassinato Boris Nemtsov come un patriota e demonizzava Putin, dicendo che il discorso del presidente russo al parlamento nell’aprile 2014 potrebbe indicare il “punto di flessione della Russia verso uno stato fascista”. Ovviamente, per quelli che la pensano così, sarebbe più che giustificato l’intervento militare aperto in Ucraina, benché con attori interposti, mercenari o soldati che siano dei paesi più aggressivi, come Polonia o gli stati baltici. Dopo tutto, si possono sempre argomentare i pericoli di un “attacco russo imminente” o pretesti similari a quelli che hanno portato all’aggressione nordamericana in Iraq.

Lo strano omicidio di Boris Nemtsov (che, oggi, sarebbe stato un personaggio irrilevante in Russia) potrebbe avere implicazioni legate alla crisi ucraina e non può escludersi la lunga mano della Nuland e dei circoli russofobi del governo degli Stati Uniti, soprattutto davanti all’evidenza che la scomparsa di Nemtsov non va a beneficio precisamente di Putin. Convertito il presidente russo in un litigioso spaventapasseri, Washington non vuole riconoscere la propria responsabilità nell’aumento della tensione internazionale. Dobbiamo ricordare che Putin ha iniziato la sua presidenza cercando di adattarsi a un mondo unipolare diretto dagli Stati Uniti, chiedendo il rispetto e il riconoscimento degli interessi russi. Il palese disprezzo verso il presidente russo, l’evidenza che gli Stati Uniti continuano a speculare e incoraggiare un’ipotetica spartizione della Russia, come hanno fatto con l’Unione Sovietica, hanno fatto suonare tutti gli allarmi a Mosca e portato Putin, ancora sotto la presidenza di George W. Bush, al discorso del febbraio 2007 a Monaco di Baviera, nel quale denunciava l’espansionismo nordamericano e la violazione di tutti gli accordi firmati o taciti, tra Mosca e Washington dopo la sparizione dell’Unione Sovietica. Da allora e nonostante i gesti teatrali come quello del tasto “reset” offerto da Hillary Clinton (che non si è concretato in alcun cambiamento nella politica estera Usa), gli Stati Uniti hanno continuato ad avvicinare il loro dispositivo militare ai confini russi.

Francia e Germania si sono spese nella ricerca di una soluzione politica in Ucraina, ma il loro margine di manovra è limitato, perché nei loro governi predominano degli obblighi in quanto membri della Nato e Washington, con il quartier generale alleato a Bruxelles hanno elaborato un discorso che, in sostanza, è stato imposto a tutti i membri ed è stato adottato anche da Parigi e Berlino, che sebbene seguano a malincuore il discorso bellicista, sono costretti a imporre sanzioni economiche a Mosca e a discutere su ipotesi più pericolose, non scartando l’invio di armamenti e di forze militari, benché per il momento tale possibilità venga discussa in segreto. Intrappolati dalla loro stessa propaganda, i paesi della Nato non sono in grado di accettare il fatto che la crisi ucraina è scoppiata non per delle “proteste cittadine” (tra l’altro istigate e finanziate in gran parte dai paesi occidentali), bensì per il sostegno ad un colpo di stato e ad un cambiamento di regime che pretende di integrare l’Ucraina in un’alleanza militare apertamente ostile a Mosca. Se ti mostri aggressivo con gli altri, non puoi sperare di essere accolto a braccia aperte.

Né l’Unione europea, né tanto meno gli Stati Uniti vogliono riconoscere che il tentativo di incorporare l’Ucraina nella Nato è una vera e propria provocazione contro la Russia (qualcuno riesce ad immaginare l’ipotesi che il Messico o il Canada si uniscano ad un’alleanza militare aggressiva contro Washington?) che, oltre che inutile, ha portato a una guerra civile, ha distrutto l’economia ucraina, ha aperto un pericoloso fronte in Europa e minato la possibilità a medio termine di una convivenza amichevole e pacifica nel continente. Che la guerra ucraina sia stata il risultato di un calcolo o una conseguenza imprevista del colpo di stato non attenua la responsabilità degli Stati Uniti. La guerra che l’avventurismo della politica estera nordamericana ha acceso si presenta ora come responsabilità esclusiva di Mosca e come la prova del pericoloso “espansionismo” russo, ma si dimentica che, dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia, il destino manifesto della Nato non è stato di iniziare il proprio smantellamento, bensì quello un’espansione accelerata verso i confini russi che l’ha portata a stabilirsi in otto paesi (Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, Bulgaria) e al tentativo di farlo con la Georgia e l’Ucraina, senza dimenticare le sue basi in alcune delle vecchie repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. Questo è stato il vero espansionismo militare degli ultimi due decenni. Perché Washington non vuole capire che la sicurezza deve essere un principio condiviso e che portare la presenza militare della Nato ai confini russi non è solo una provocazione, ma anche la rottura degli instabili equilibri internazionali.

Le accuse e gli allarmi, sempre senza prove, lanciati contro la Russia dal nordamericano Philip M. Breedlove, comandante delle forze Nato in Europa, o la visita segreta a Kiev nel mese di gennaio 2015 del generale James R. Clapper, direttore della National Intelligence Usa, tra le altre cose, riflettono la visione dei falchi di Washington. Il segretario alla Difesa Chuck Hagel e il capo dello Stato Maggiore, il generale Martin Dempsey, sostengono anche l’invio di armi a Kiev e gli allarmi lanciati dal duro Zbigniew Brzezinski su di un ipotetico attacco della Russia verso i paesi baltici, vanno nella stessa direzione: vogliono inviare armi in Ucraina, avvelenare la situazione e rendere irreversibile una guerra europea, forse mondiale, e lo si può fare in diversi modi, perché i falchi di Washington non si fanno troppi scrupoli: non molto tempo fa, il generale Wesley Clark fece una dichiarazione alla Cnn sui nuovi islamisti che sgozzano in favore delle telecamere: “Abbiamo creato lo Stato Islamico con il finanziamento dei nostri alleati”.

La recente dichiarazione del Partito Comunista Ucraino, la principale forza di opposizione, ora perseguitata e ridotta, si è chiusa con un proclama preoccupante diretto agli ucraini e agli europei: dite no alla guerra e al fascismo. Perché questo è il rischio, il tumore che minaccia l’Ucraina e l’Europa. Ci sono altri problemi per l’Europa, ovviamente, in aggiunta alla grave crisi economica e alle crepe nella zona euro: dall’imprevista ribellione greca, che Bruxelles intende sottomettere; fino alla risposta dei poteri reali davanti all’ipotetico emergere di un movimento di opposizione che, anche se confusamente, attacchi in diversi paesi la costruzione neoliberista dell’Unione europea; passando per il rafforzamento dell’estrema destra, che non preoccupa tanto per il suo modello sociale, quanto perché può far indietreggiare le formazioni conservatrici oggi dominanti; o anche le insidie dell’inaffidabile partner britannico, testa di ponte nordamericana in Europa, insieme alle rivendicazioni dei governi polacco e baltici; e, infine, ai resti del terrorismo che la stessa Europa e gli Stati Uniti hanno contribuito a creare. Ma nessuno di questi problemi è così grave come la guerra in Ucraina e la possibilità che si estenda al resto del continente, se non si consolida la via diplomatica. Il pragmatismo di Angela Merkel, che ha dato impulso agli accordi di Minsk, ha una duplice interpretazione: da una parte, sa che non si può vincere la Russia in una guerra globale e, di conseguenza, si muove lungo la via della diplomazia; dall’altra parte, benché voglia mettere in ginocchio Mosca, sa che la vittoria non sarebbe tedesca, bensì statunitense e questo spinge Berlino a cercare l’equilibrio tra l’obbligata sottomissione a Washington (e alla Nato), l’interesse proprio per la stabilità europea e le immancabili diffidenze tedesche verso il grande paese slavo, che si rifiuta di accettare la supremazia occidentale. Da parte sua, gli Stati Uniti vogliono una Russia debole e non rinunciano alla sua frammentazione, che consentirebbe il controllo nordamericano sui giacimenti di idrocarburi e, in questo scenario, non è un caso che gli Stati Uniti non partecipino alla soluzione pacifica della crisi in Ucraina: una guerra aperta sottoporrebbe Mosca a una dura prova, le impedirebbe la ricostruzione dei legami tra le antiche repubbliche sovietiche e bloccherebbe il suo ammodernamento economico. Al tempo stesso, per l’Unione europea, l’estensione della guerra ucraina sarebbe un nuovo chiodo piantato nella bara dell’impotenza strategica e della sottomissione nella quale Washington vuole rinchiudere Bruxelles. Un confronto tra la Russia e l’Unione europea in Ucraina sarebbe una ferita aperta e sanguinante nel continente e l’ipotesi migliore per gli Usa per rafforzare il proprio potere attraverso la Nato, mettendo nell’angolo la Russia e preparandosi così alla grande battaglia dei prossimi decenni, quella con la Cina.

I barbari a Palmyra da: www.resistenze.org – osservatorio – mondo – politica e società – 26-05-15 – n. 545

 


La farsa della lotta all’ISIS e l’ipocrisia dell’Occidente.

Vincenzo Brandi | vocedelgamadi@yahoogroups.com

24/05/2015

Palmyra (o Tadmor per gli Arabi) è una magica città monumentale posta in un’oasi di palme al centro del deserto siriano, passaggio obbligato fin da tempi antichissimi delle carovane che transitavano tra la Mesopotamia (oggi Iraq) e la Siria. Quando l’ho visitata pochi anni fa sono rimasto affascinato, come capita a tutti i visitatori, dai resti dei grandi colonnati dell’antica città romana, dell’elegante teatro, dall’imponenza degli edifici costruiti nel grandioso stile siro-romano che si può ammirare anche a Baalbeck in Libano, dal castello di epoca islamica, attribuito a Saladino, che sorge su una collina vicina.

Ora il sito archeologico è stato occupato dalle bande criminali dello Stato Islamico (ISIS per gli Occidentali, Daesh per gli Arabi), formate da fanatici e mercenari affluiti in Siria ed Iraq da più di 80 paesi con la complicità della Turchia, dell’Arabia Saudita e di altri paesi limitrofi. Queste bande, nella loro furia iconoclasta verso tutte le grandi civiltà pre-islamiche, hanno già distrutto i grandi siti archeologici assiri del nord della Mesopotamia come Niniveh e Nimrud. Ora anche il sito archeologico di Palmyra si trova nello stesso pericolo, mentre nell’attigua città moderna imperversano gli assassini che massacrano funzionari governativi, le famiglie sostenitrici del governo o appartenenti a minoranze religiose, e decapitano i soldati governativi presi prigionieri che avevano tentato disperatamente di difendere la città.

Ora da parte di tutti i media occidentali vengono versate lacrime di coccodrillo sulla triste sorte di Palmyra sopraffatta dai barbari. Ma è proprio la sciagurata politica occidentale verso la Siria, che consiste nel mettere come primo obiettivo di ogni azione politica o militare la caduta del governo Assad, ad aver causato questo disastro, ed il fatto mi indigna profondamente. Da anni gli Stati Uniti perseguono la politica di una completa ristrutturazione del mondo arabo-islamico che prevede la disgregazione degli stati laici nazionali come la Siria, l’Iraq o la Libia (e 40 anni fa l’Afghanistan socialista). I loro piani trovano alleati come la Turchia islamica di Erdogan ed il Qatar , legati alla Fratellanza Musulmana, o l’Arabia Saudita, dominata dalla setta estremista wahabita, che vuole eliminare tutti gli stati alleati dell’Iran sciita . E’ evidente che l’esercito siriano, che difende accanitamente da più di 4 anni il territorio nazionale dagli attacchi concentrici, finanziati da Arabia Saudita, Qatar, Stati Uniti e altre petro-monarchie semifeudali, e provenienti dal territorio turco o da quello giordano, si trova in difficoltà a dover lottare su innumerevoli fronti. In molti casi le armi statunitensi o di altri paesi occidentali non vengono fornite direttamente alle formazioni più estremiste come Daesh o Al Sham (formazione armata direttamente dalla Turchia), o Al Nusra (ramo siriano di Al Queda) ma vengono fornite ai combattenti “moderati” dell’FSA (Esercito Libero Siriano) addestrati in Turchia e Giordania. Ma di solito, dopo essersi infiltrati in Siria, questi combattenti passano rapidamente ad Al Nusra, che ha in gran parte occupato le province di Idlib e Deraa/Golan poste rispettivamente al confine con la Turchia e a quello con Giordania e Israele, o direttamente a Daesh.

Per quanto riguarda Daesh, dopo la grande avanzata di questa formazione in Iraq con la conquista di Mosul, seconda città del paese, si è formata una variopinta coalizione che dovrebbe fare la “guerra all’ISIS”. Di questa strana coalizione fanno parte paesi i cui servizi segreti e i cui gruppi dirigenti hanno chiaramente finanziato Daesh, come l’Arabia Saudita, ma anche gli Stati Uniti il cui candidato repubblicano alla presidenza Mc Cain è stato immortalato in video che lo ritraggono mentre parla amichevolmente con il “califfo” dell’ISIS Al Baghdadi (già “prigioniero” dell’esercito americano in Iraq e poi opportunamente “riciclato”) e il responsabile militare dell’FSA, generale Idriss.

La “guerra all’ISIS” si è quindi dimostrata un farsa, un inganno per le opinioni pubbliche occidentali sempre più ignoranti e credulone. Daesh continua ad avanzare in Siria e in Iraq. L’intera provincia strategica irachena di Anbar è nelle mani di Daesh, che, dopo aver occupato il capoluogo Ramadi, minaccia direttamente Baghdad. La coalizione guidata da Stati Uniti ed Arabia frena l’azione delle milizie sciite filogovernative, sostenute da “consiglieri” iraniani, che sarebbero le uniche in grado di fermare l’avanzata di Daesh. Lo scopo degli USA è quello di mantenere in uno stato di perenne debolezza il governo di Baghdad considerato troppo filo-iraniano e confermare la divisione di fatto dell’Iraq in tre tronconi ottenuta con la caduta di Saddam Hussein.

-Al governo italiano che, succubo degli USA e della NATO, ha sposato queste politiche e partecipa alla distruzione di Libia, Siria, Iraq e di altri stati nazionali laici;

-agli altri governi occidentali che, alleati delle peggiori monarchie arabe reazionarie, contribuiscono al fallimento di ogni politica nazionale-laica che porti questi paesi verso la modernità e favoriscono oggettivamente l’avanzata di Daesh e delle altre formazioni jihadiste, noi diciamo “VERGOGNA”.

Ma diciamo “VERGOGNA” anche alle opinioni pubbliche occidentali spesso ostaggio di propagande governative, e di saggisti e giornalisti chiusi nella loro fasulla ideologia liberale, per cui “noi” siamo i paesi “civili”, fonte di ogni libertà, mentre quei paesi dell’Asia, dell’Africa o dell’America Latina, che cercano faticosamente una loro via verso uno sviluppo economico e culturale indipendente, che è alla base di ogni stile decente di vita, vengono spesso arbitrariamente indicati come “dittature” e quasi come caricature di stati. Ci siamo dimenticati, noi Occidentali, di aver gestito per secoli il traffico degli schiavi, di aver sfruttato ferocemente il resto del mondo con le colonie e gli imperi, di aver imposto ai Cinesi con due guerre nell’800 di acquistare il nostro oppio, di aver creato il Fascismo e il Nazismo, di sostenere l’oppressione sionista in Palestina, degli orrori di Abu Ghraib e Guantanamo, delle leggi liberticide come il Patriot Act che rendono tutti i cittadini americani meno liberi con la scusa della lotta al terrorismo (che in realtà noi stessi finanziamo).

Diciamo “VERGOGNA” anche quei gruppetti sedicenti ultrarivoluzionari, ultrademocratici, o “trozkisti”, che continuano a sostenere che in Siria è in corso una grande rivoluzione democratica e che lo stesso avevano sostenuto per la Libia fino alla completa distruzione del paese, fornendo così giustificazioni agli interventi armati esterni ed alla destabilizzazione di quei paesi.

Y’en a marre e Balai citoyen: i nuovi “tirailleur” dell’imperialismo in Africa da:www.resistenze.org – pensiero resistente – imperialismo – 21-05-15 – n. 545

 

Fodé Roland Diagne | michelcollon.info
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

13/05/2015

L’opinione pubblica democratica, patriottica, antimperialista panafricana e senegalese ha appreso con stupore l’operazione mercenaria dei movimenti Y’en a marre [Siamo stufi marci, ndt] del Senegal e Balai citoyen [Ramazza civica, ndt] del Burkina Faso nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc). Le autorità del paese di Lumumba, Mulélé e Kabila hanno espulso i giovani missionari dell’Africa occidentale annunciando di aver recuperato “materiale, denaro e armi finalizzati a destabilizzare la Rdc” e di averli “arrestati per poterli processare”.

I giovani “tirailleur” [corpo della fanteria coloniale francese, ndt] senegalesi e burkinabé affermano di agire per la “democratizzazione” dell’Africa e di “lottare” contro i “dittatori” che si aggrappano al potere trafficando con le “istituzioni e le costituzioni” per “frodare le elezioni”.

Ma cosa nascondono realmente questi begli slogan sulla “democrazia” e la “lotta contro la dittatura”? L’esportazione della “democrazia” attraverso le Ong non ricorda forse l’esportazione della “civiltà”, che fu uno dei principali leitmotiv della conquista coloniale subita dai popoli?

Questi mercenari di oggi, non sono delle semplici copie dei vecchi missionari che segnavano la strada ai “tirailleur”, le truppe d’assalto agli ordini dei Faidherbe, dei Galliéni, dei Bugeaud per fare a pezzi gli immensi territori che andranno a formare gli imperi coloniali occidentali? Y’en a marre e Balai citoyen non sono essi dei “tirailleur” che integrano le truppe d’assalto imperialiste di oggi, come Daesh e Boko Haram, al servizio della franciafrica, dell’eurafrica e dell’usafrica?

Prima di Y’en a marre e Balai citoyen, le “rivoluzioni colorate”

Romania, Repubblica Democratica Tedesca, Serbia, Georgia, Ucraina, ecc., sono stati banchi di prova sperimentali per rovesciare quei poteri qualificati come “dittature” e installare le nuove tirannie “democratiche”, liberali, borghesi, sottomesse agli interessi imperialistici.

Questa strategia è stata recentemente estesa alle rivolte popolari in Nord Africa e in Medio Oriente, note come “primavera araba”.

La questione rimane la stessa: come deviare la collera popolare contro i regimi dittatoriali liberali corrotti, verso quelli “democratici” liberali corrotti.

Questo schema, il cui scopo è quello di preservare il controllo dell’imperialismo sul paese in questione, utilizza il ferro e il fuoco per evitare che si eserciti la sovranità nazionale e popolare, ovvero i fanatismi religiosi e le dittature militari che condividono il programma unico liberale e la sottomissione ai dettami liberali del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale e dell’Organizzazione mondiale del commercio e l’implosione degli Stati nazione, come nel caso dell’ex Jugoslavia e del Sudan.

Va ricordato che fu Mitterrand che, a La Baule, nel 1990, avvertendo il sorgere dei movimenti popolari in Africa, diede il calcio d’inizio alle “conferenze nazionali”, dichiarando: “Se ci sono proteste in un particolare Stato, che i dirigenti di questo paese discutano con i loro cittadini. Quando parlo di democrazia, quando traccio un percorso, quando dico che questo è l’unico modo per raggiungere un punto di equilibrio, quando sorge la necessità di una maggiore libertà, mi viene naturale pensare ad uno modello preciso: sistema rappresentativo, elezioni libere, sistema multipartitico, libertà di stampa, indipendenza della magistratura, rifiuto della censura… Ecco il modello a nostra disposizione”.

Queste “conferenze nazionali” hanno permesso di riciclare il sistema semi-coloniale trasformando le dittature militari e/o civili in sistemi multipartitici senza intaccare le basi economiche e sociali dell’oppressione secolare dei popoli dell’Africa.

Quindi è stata la volta di Obama affermare di recente che: “l’Africa non ha bisogno di uomini forti, ma istituzioni forti”.

Questa formula è diventata l’alfa e l’omega di una certa élite africana lobotomizzata, che si sta volgendo sempre di più verso l’imperialismo Usa. Infatti la contrapposizione tra “uomini forti” e “istituzioni forti” è un imbroglio colossale.

Non c’è e non ci può essere nessuna muraglia cinese tra questi due concetti. Vi è tra loro un legame dialettico, giacché si influenzano reciprocamente sulla base degli interessi e degli obiettivi delle classi che rappresentano gli “uomini” e le “istituzioni”.

Quali “istituzioni forti” hanno gli Stati Uniti, quando un cittadino su due semplicemente non vota più e il bipartitismo borghese vieta di fatto qualsiasi candidatura al di fuori dei due partiti capitalisti dei “repubblicani e democratici”? Quali “istituzioni forti” ci sono in Francia, quando il “No” del popolo al trattato costituzionale [europeo] viene eluso con l’adozione da parte del parlamento del Trattato di Lisbona?

E’ questa la trappola in cui sono caduti quelli di Y’en a marre quando, a conclusione dell’udienza accordata da Obama al Gorée Institute [Senegal] il 28 giugno 2013, il loro portavoce Fadel Barro, come ipnotizzato, disse che: “Il presidente Obama è stato molto attento al nostro discorso sui giovani. L’incontro è durato più a lungo di quanto era stato originariamente previsto. Ha preso alcuni impegni (quali?), ma preferisco non entrare nei dettagli perché sarà resa pubblica a breve una dichiarazione ufficiale di questo incontro. Per quanto riguarda Y’en a marre, Obama ci ha detto di essere forti: «Be strong!»”. [qui]

Obama ha chiesto di essere “forti”, in un’intervista durante la quale secondo Y’en a marre “si è molto discusso di governance e democrazia, ma anche di imprenditoria giovanile, dell’importanza di uno sviluppo che passa dalla terra, che fornisca ai giovani dei motivi per rimanere a casa loro” (idem).

Il Gorée Institute è la “organizzazione pan-africana della società civile aperta alla promozione della democrazia, lo sviluppo e la cultura in Africa” che accoglie le raccomandazioni dell’imperialismo Usa, prova dell’utilità di un’abbondanza di Ong in Africa, come Usaid, Peace Corps [Corpi di pace], ecc.

Pertinente il commento del sito informativo Leral dopo l’interruzione del safari Y’en a marriste a Kinshasa. “Sapevamo che Y’en a marre gode del sostegno finanziario di organizzazioni non governative e fondazioni internazionali. Ma non sapevamo che il paese di Obama, attraverso il Dipartimento di Stato, considera questi giovani senegalesi come delle potenti leve per ridisegnare la carta dell’Africa”.

Così apprendiamo che il ruolo di reclutatore a questa bassa e molto remunerata bisogna è dell’ambasciatore Usa di origine congolese in Burkina Faso. Il suo pedigree ufficiale la dice lunga sulla sua missione di fabbricatore di “rivoluzioni colorate” in salsa africana:

“Il Dr. S. Tulinabo Mushingi è stato confermato Ambasciatore straordinario e plenipotenziario degli Stati Uniti d’America in Burkina Faso dal Senato americano e dal Presidente Barack Obama, rispettivamente il 9 e il 25 luglio 2013. L’ambasciatore Mushingi, diplomatico di carriera del Senior Foreign Service, ha servito come Vice segretario esecutivo e Direttore esecutivo della Segreteria esecutiva di Stato nel 2011-2013. L’ambasciatore Mushingi è stato anche Primo consigliere presso l’ambasciata Usa in Etiopia, dove è stato coinvolto attivamente nella promozione della politica statunitense nel Corno d’Africa, conducendo inoltre le attività delle varie agenzie governative e sovrintendendo alla gestione delle risorse di questa missione, che rappresenta la terza più grande presenza del governo Usa in Africa, e fornendo supporto alla rappresentanza americana presso l’Unione africana.

“Dal 2006 al 2009, l’ambasciatore Mushingi ha servito come consigliere dell’Ambasciata degli Stati Uniti in Tanzania. Dal 2003 al 2006, è stato addetto della Segreteria esecutiva con incarico di accompagnatore dei segretari Armitage e Zoellick all’estero. Mushingi ha ricoperto inoltre vari incarichi all’estero: Kuala Lumpur, Malesia; Maputo, Mozambico; Lusaka, Zambia; Casablanca, Marocco; presso il Dipartimento di Stato a Washington DC, il Bureau of Intelligence and Research; il Bureau of International Organization Affairs e il Bureau of Human Resources.

“Ha ricevuto diversi premi, tra cui due Superior Honor Award dal Segretario Clinton e dal Vice segretario Armitage e un altro per la sua notevole leadership nel corso della visita di quattro giorni del Presidente Bush in Tanzania, che fu un successo.

“Durante la sua permanenza presso il Foreign Service Institute, 1989-1991, il dottor Mushingi riuscì ad attuare misure concrete per diversificare il corpo docente di una delle più grandi sezioni di lingua straniera dell’istituto che forma il Corpo diplomatico degli Stati Uniti.

“L’ambasciatore Mushingi ha lavorato per i Peace Corps statunitensi in Papua Nuova Guinea, nella Repubblica Democratica del Congo, in Niger e nella Repubblica Centrafricana. Per molti anni, è stato visiting professor al Dartmouth College e professore alla Howard University”.

Di fronte a questa orchestrazione provocatoria, Lambert Mendé, ministro della Comunicazione e portavoce del governo della Rdc ha energicamente annunciato i provvedimenti assunti:

“Abbiamo deciso di espellerli dal nostro territorio. Non hanno il diritto di venire fare politica qui (…) Hanno sostenuto di essere venuti qui per agire in direzione di un cambiamento di regime di un paese che non è il loro.

“Conformemente alla legge, li espelliamo dal nostro territorio. Non dobbiamo dare spiegazioni a tale proposito. Sono molti i problemi a questo riguardo e molti i soldi che circolano. Sono stati aperti dei conti sotto falsa identità…

“E’ stata creata anche una falsa società per invitare i tre senegalesi e burkinabé. Abbiamo trovato una letteratura piuttosto preoccupante sul ritorno degli jihadisti. Abbiamo trovato delle divise militari. Tutto questo richiede che coloro che sono alla base di questa iniziativa siano portati in giudizio ” (RFI).

Perché la Repubblica Democratica del Congo?

La Rdc è, da sempre, uno di quei paesi africani che subiscono un trattamento speciale da parte di tutti gli imperialisti. Dopo i massacri e i genocidi del colonialismo belga, il paese è stato regolato con l’assassinio di Lumumba e poi di Mulele e con l’insediamento di Mobutu al potere, il secondo più grande assassino del popolo congolese.

Lo Zaire divenne la base avanzata arretrata della filo-neo-coloniale Unita [Unione nazionale per l’indipendenza totale dell’Angola] contro il Mpla [Movimento popolare di liberazione dell’Angola], portatore di un progetto indipendentista radicale, solidale con lo Swapo [Organizzazione del popolo dell’Africa del sud-ovest] della Namibia e il sudafricano e anti-apartheid Anc [Congresso nazionale africano] . Qui dobbiamo ricordare il fondamentale atto di internazionalismo della “piccola” Cuba che, insieme ai combattenti del Mpla, inflisse la storica sconfitta di Cuito Cuanavale alle truppe razziste sudafricane sostenute dall’imperialismo statunitense ed europeo, costringendo Pretoria a rilasciare Mandela e a negoziare il principio di una testa, un voto.

Mobutu, come Houphouet, Senghor, Bongo, Eyadema Ahidjo, ecc, sono stati i pilastri del sistema neo-coloniale imposto col sangue dall’imperialismo per controllare l’Africa. Erano inoltre gli alleati del sionismo in Africa.

L. D. Kabila, che aveva mantenuto un focolaio di resistenza nella regione del Kivu (“Ehobora”), visitato una volta da Che Guevara, forgerà nel 1996 un’alleanza nazionale e panafricana per spezzare la trappola delle chiacchiere inefficaci e fuorvianti della “conferenza nazionale”, imposta da Mitterrand nel 1990 prima di rovesciare presidente “leopardo” Mobutu.

L’abbandono della via rivoluzionaria e panafricana da parte del Ruanda, prima alleato di L.D. Kabila, si tradusse nel tentativo sventato di colpo di stato contro Kabila e nell’occupazione militare del Congo orientale da parte di milizie armate. Questa guerra di occupazione territoriale imposta alla Rdc e che prosegue, ha fatto più di 5 milioni di morti, mentre le ricchezze del Congo orientale continuano ad essere saccheggiate dalle multinazionali degli imperialisti Usa e Ue.

L.D. Kabila fu assassinato, ma il nuovo potere congolese non cadde e Joseph Kabila prese il posto del padre, facendo concessioni agli imperialisti. Tuttavia, questo compromesso, che significò un cedimento alla speculazione imperialista occidentale, è stato accompagnato da un’apertura verso altri partner economici, tra cui i Brics.

Parallelamente, emergono progetti economici strategici panafricani con Angola, Zimbabwe, Sudafrica, Namibia, Guinea Equatoriale, Mozambico, ecc., compresi quelli di una difesa militare patriottica e panafricana. L’asse che costituisce la Sadc [Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale] prende poco a poco la via di un allentamento della stretta mortale neo-coloniale delle potenze imperialiste Usa ed Ue.

Malgrado le politiche liberali adottate da Kabila figlio, è evidente che gli imperialisti stanno cercando di sbarazzarsi del suo regime proprio perché la Cina e gli altri paesi emergenti sono diventati e/o sono in procinto di diventare i principali partner economici e commerciali della Rdc e della Sadc.

Non è raro sentire in questi paesi la seguente frase: “la cooperazione con i Brics, in particolare con la Cina, ha raggiunto in pochi anni ciò che secoli di dominio coloniale occidentale non hanno realizzato, in particolare in termini investimento nelle infrastrutture”.

Di fronte a questa concorrenza, gli imperialisti hanno rimesso in scena dei dinosauri come Tshesekedi, ex ministro di Mobutu, e altri apolidi che hanno mangiato al tavolo di Mobutu, senza dimenticare di acquisire elementi della “diaspora” congolese in Europa per diffamare J. Kabila, confondendolo con i capi di stato neo-coloniali della rete francafricana, eurafricana e usafricana.

Tutto questo bel mondo alza la voce, attaccando talvolta fisicamente le autorità congolesi nei paesi europei, al fine di portare la Rdc esattamente nella sfera del dominio incontrastato degli imperialisti Usa e Ue.

Quando la guerra nell’est e la sottomissione imperialista della cosiddetta “opposizione” congolese stanno per fallire, Y’en a marre e Balai citoyen vengono chiamati dagli imperialisti per destabilizzare e rovesciare il governo di Kabila. Tutto ciò allo scopo di ingannare i popoli dell’Africa e i militanti panafricanisti.

Cabral, Sankara, Nkrumah, Um Nyobé, Cheik Anta Diop come icone inoffensive

Y’en a marre e Balai citoyen hanno spesso in bocca o sulle loro magliette queste figure storiche della lotta anticoloniale e antimperialista in Africa. Li presentano come fonte di ispirazione e loro riferimento.

Quasi tutti questi eroi sono martiri uccisi dagli stessi che li finanziano e dietro la maschera del “turista” politico, possibilmente “patriottico e democratico”, le celebrazioni degli Y’en a marristes li rendono icone innocue, come fa la pubblicità delle multinazionali predatrici con la figura del Che.

Alcuni di loro sono consapevoli di collaborare con gli imperialisti, ma non tutti e sicuramente non lo sono le decine e centinaia di migliaia o addirittura milioni di giovani che sono stati i principali attori delle giornate storiche del 23 giugno in Senegal e del 30-31 ottobre in Burkina Faso.

Che cosa sanno veramente delle teorie e delle pratiche delle rivoluzioni africane incarnate da Cabral, Sankara, Um Nyobé, Osendé Afana, F.R. Moumié, Nkrumah, Cheikh Anta Diop, Victor Diatta, Lamine Arfan Senghor, Thiémoko Garan Kouyaté, dai veterani del Pai [Parti Africain de l’Indépendance, partito comunista fondato in Senegal nel 1957, ndt] che non hanno mai rinnegato?

Sanno che questi eroi e martiri sono stati liquidati dagli imperialisti con la complicità diretta o indiretta di africani che fungevano da ingranaggi umani della schiavitù di cui i popoli africani sono vittime ancora oggi? Sono davvero pronti a mettersi in teoria e in pratica alla scuola di chi non vuole diventare un’icona inoffensiva strumentalizzata da fantocci al servizio degli imperialisti?

I grandi rivoluzionari africani hanno forgiato teorie e pratiche con cui l’Africa e i popoli africani hanno conquistato l’indipendenza e la sovranità nazionale e popolare. Questo è ciò che hanno lasciato in eredità alle nuove generazioni di oggi, le quali devono, come disse F. Fanon, compiere il loro dovere e proseguire l’opera di emancipazione.

La scappatella neo-coloniale nella Repubblica Democratica del Congo da parte di Y’en a marre e Balai citoyen deve far riflettere ogni giovane impegnato nella mobilitazione cittadina promossa da questi movimenti legati alle Ong ed enfatizzati mediaticamente dalla stampa imperialista.

La gioventù africana deve liberarsi dai diktat del pensiero unico liberale, declinato nella forma ingannevole della promozione della “imprenditorialità privata” e delle “istituzioni forti”.

Infatti, solo gli uomini e le donne “forti” forgiano delle “istituzioni forti”, come lo sono un partito popolare e uno Stato organizzati al servizio del popolo, vale a dire che la maggioranza operaia, contadina e dei lavoratori dei settori informali possono operare, inquadrando e controllando la borghesia nazionalista, per spianare la strada alla liberazione e pianificare lo sviluppo nazionale e pan-africano dell’Africa.

WikiLeaks rivela i piani dell’Europa per la guerra in Libia Fonte: il manifestoAutore: Luca Fazio

Il titolo del dos­sier (rive­lato in Ita­lia dal set­ti­ma­nale L’Espresso ) è tutto un pro­gramma: “Piano appro­vato dai capi della difesa euro­pea per l’intervento mili­tare con­tro le navi dei rifu­giati in Libia e nel Medi­ter­ra­neo”. L’obiettivo dichia­rato è col­pire gli sca­fi­sti per bloc­care i viaggi dei pro­fu­ghi, ma sono pre­vi­ste anche azioni di terra e non si esclude l’allargamento dell’operazione mili­tare anche alle riserve petro­li­fere. Si chiama inva­sione di uno stato sovrano (con tutte le com­pli­ca­zioni del “caso” libico). “L’Unione euro­pea — com­menta Wiki­Leaks — schie­rerà la forza mili­tare con­tro infra­strut­ture civili in Libia per fer­mare il flusso di migranti. Dati i pas­sati attac­chi in Libia da parte di vari paesi euro­pei appar­te­nenti alla Nato, e date le pro­vate riserve di petro­lio della Libia, il piano può por­tare ad altro impe­gno mili­tare in Libia ”. In totale spre­gio dei par­la­menti euro­pei — e dell’articolo 11 della Costi­tu­zione italiana.

Il docu­mento riser­vato, al di là dell’esito cata­stro­fico di ogni guerra più o meno dichia­rata, rivela tutta l’incapacità dell’Europa di com­pren­dere il feno­meno dell’immigrazione anche dopo anni di inin­ter­rotto flusso di esseri umani nel Medi­ter­ra­neo. Tra gli obiet­tivi della mis­sione, infatti, si ammette anche la neces­sità di “una suf­fi­ciente com­pren­sione dei modelli di busi­ness del traf­fico, del finan­zia­mento, delle rotte, dei posti di imbarco, delle capa­cità e delle iden­tità (dei migranti)”. Come dire che a un mese dell’attacco si bran­cola ancora nel buio. Tra le carte si ammet­tono con una certa leg­ge­rezza anche gli inter­venti a terra: “L’uso della forza deve essere ammesso, spe­cial­mente durante le atti­vità come l’imbarco, e quando si opera sulla terra o in pros­si­mità di coste non sicure o durante l’interazione con imbar­ca­zioni non adatte alla navigazione”.

Altri det­ta­gli, messi nero su bianco, sug­ge­ri­scono sce­nari disa­strosi già messi in conto dai mili­tari euro­pei: “La pre­senza di forze ostili, come estre­mi­sti o ter­ro­ri­sti come lo Stato Isla­mico”. E ancora: “La minac­cia che sca­tu­ri­sce dalla gestione di un grande volume di migranti deve essere presa in con­si­de­ra­zione”. Una tale mis­sione richie­derà “regole di ingag­gio robu­ste e rico­no­sciute per l’uso della forza”. Non si esclu­dono inter­venti per libe­rare “ostaggi” cat­tu­rati dagli sca­fi­sti. Sono pre­oc­cu­pa­zioni che dise­gnano sce­nari da auten­ti­che bat­ta­glie di terra. Con impli­ca­zioni poli­ti­che molto rischiose: “E’ neces­sa­rio cali­brare l’attività mili­tare con grande atten­zione, par­ti­co­lar­mente nelle acque libi­che o a terra, per evi­tare di desta­bi­liz­zare il pro­cesso poli­tico con danni col­la­te­rali, col­pendo atti­vità eco­no­mi­che legit­time, o creando la per­ce­zione di aver scelto una parte”.

Nel car­teg­gio segreto non manca il capi­tolo più spi­noso. Come gestire una guerra evi­tando l’effetto col­la­te­rale più sgra­de­vole per tutti i poli­tici che indos­sano l’elmetto: più che i morti, pre­oc­cupa la cat­tiva “repu­ta­zione” degli assas­sini. “Il Comi­tato Mili­tare dell’Unione Euro­pea — si legge — cono­sce il rischio che ne può deri­vare alla repu­ta­zione dell’Unione euro­pea, rischio col­le­gato a qual­siasi tra­sgres­sione per­ce­pita dall’opinione pub­blica in seguito alla cat­tiva com­pren­sione dei com­piti e degli obiet­tivi, o il poten­ziale impatto nega­tivo nel caso in cui la per­dita di vite umane fosse attri­buita, cor­ret­ta­mente o scor­ret­ta­mente, all’azione o all’inazione della mis­sione euro­pea”. Quindi si con­si­dera “essen­ziale fin dall’inizio una stra­te­gia media­tica per enfa­tiz­zare gli scopi dell’operazione e per faci­li­tare la gestione delle aspet­ta­tive”. Gior­na­li­sti avvi­sati, mezzi arruo­lati. Non dovrebbe esserci alcun pro­blema, invece, per otte­nere l’avvallo della comu­nità inter­na­zio­nale: i mili­tari indi­cano Unione Afri­cana, Onu, Nato, Lega Araba, Egitto e Tuni­sia come part­ner della nuova guerra.

E il par­la­mento ita­liano? Non è men­zio­nato nel docu­mento dell’Eumc, ma anche in que­sto caso per i mili­tari non dovreb­bero esserci pro­blemi. Solo M5S e Sel hanno qual­cosa da ecce­pire. “Le rive­la­zioni dif­fuse da Wiki­Leaks — dicono i depu­tati pen­ta­stel­lati delle com­mis­sioni Esteri e Difesa — dimo­strano che la mis­sione anti sca­fi­sti dell’Ue in Libia si risol­verà in un vero e pro­prio inter­vento mili­tare. In sostanza Mat­teo Renzi e i suoi sodali Alfano, Gen­ti­loni e Pinotti ci stanno tra­sci­nando in una nuova guerra, senza aver prima infor­mato prima det­ta­glia­ta­mente il par­la­mento”. Per il capo­gruppo di Sel a Mon­te­ci­to­rio, Arturo Scotto, “invece di pen­sare a come bom­bar­dare qual­cuno Renzi si impe­gni affin­ché l’Europa la smetta con gli egoi­smi nazio­nali e si fac­cia carico del raf­for­za­mento della capa­cità di sal­va­tag­gio di per­sone in mare, sulla scorta di quanto fatto con Mare Nostrum”