Preoccupazione dell’Anpi per le riforme da: comitato anpi nazionale

Preoccupazione dell’Anpi per le riforme

10 luglio 2015

Il Comitato nazionale dell’ANPI esprime “viva preoccupazione per la riduzione degli spazi di democrazia e dell’effettività dei diritti”.

Questo il testo del documento diffuso oggi.

Il Comitato nazionale, nella riunione del 30 giugno 2015, ha preso in esame la situazione delle “riforme“ in Italia, decidendo di esprimere – al termine del dibattito – viva preoccupazione per l’andamento delle cose e per il rischio che gli spazi di democrazia, anziché ampliarsi, finiscano per ridursi, così come di alcuni diritti possa essere ridotta l’effettività; e ciò in un Paese che attraversa ancora una difficile situazione di crisi, non solo economica, ma anche politica e morale.

Sulla legge elettorale, il giudizio dell’ANPI è sempre stato severo e tale resta anche dopo la definitiva approvazione (con la fiducia). La legge, così come è stata approvata, anche a prescindere dalla anomalia dell’entrata in vigore differita al luglio 2016, non appare conforme né al dettato costituzionale né agli interessi di un Paese democratico.

Resta ancora un premio di maggioranza eccessivo e resta la possibilità che, dopo un ballottaggio, esso venga attribuito ad un partito che ha riscosso complessivamente troppo pochi voti per meritare un premio. Resta il problema dei “nominati” anziché eletti, con la possibilità per costoro, di candidarsi in più circoscrizioni. Resta la discussione se sia davvero preferibile assegnare il premio ad una lista anziché ad una coalizione; resta, il fatto che una effettiva, reale e piena rappresentanza non risulta in alcun modo garantita, così come non è garantito un vero esercizio della sovranità popolare.

Questa legge non è utile al Paese e non corrisponde all’interesse dei cittadini. È possibile che sia chiamata ad esprimersi la Corte Costituzionale; oppure che siano gli stessi cittadini a manifestare, nelle forme più opportune, il loro dissenso.

L’ANPI continua a ritenere che questa legge rappresenti un vulnus al sistema democratico, sicuramente da eliminare con sostanziali cambiamenti.

La riforma del Senato.

L’ANPI continua a ritenere che si tratti della sostanziale abolizione di uno dei rami del Parlamento, con cui si elimina un contropotere, essenziale per l’equilibrio previsto dal legislatore costituente. Vi erano modi assai più semplici e meno invasivi per correggere alcuni effetti del cosiddetto bicameralismo perfetto. Si è invece battuta un’altra strada, grave e pericolosa.

Non è solo questione di elezione diretta, pur fondamentale; è anche questione di contenuti, cioè di poteri. Così come sono stati configurati, essi sono troppi per un organismo sostanzialmente delegittimato e contemporaneamente troppo pochi rispetto a quello che occorrerebbe, per ottenere quell’essenziale equilibrio di poteri che è alla base della volontà espressa dalla Costituzione. Oltretutto, se davvero si vuol ridurre il numero dei parlamentari (ma per ragioni di funzionalità e non per venire incontro alla pressione dell’antipolitica) lo si faccia per entrambe le Camere. Tanto più che un Senato di 100 componenti non potrebbe avere un peso determinante anche nell’ipotesi di lavori congiunti con la Camera, così come questa resterebbe strutturata.

L’ANPI confida che si possa ancora correggere quella anomalia giuridico-istituzionale che si va costruendo; ed auspica che il Senato faccia fino in fondo il suo dovere di difesa dei princìpi e dei valori costituzionali.

La riforma della scuola.

Non è concepibile una riforma della scuola effettuata a tamburo battente, con una fretta ingiustificata e contro gran parte del mondo della scuola. L’ANPI ribadisce: che la scuola da rafforzare in primis è quella pubblica, senza escamotage per aggirare i divieti costituzionali; che la scuola non può essere elitaria e differenziata in base a criteri diversi dal merito e dalla qualità; che la scuola ha bisogno di collaborazione e di partecipazione di tutti (studenti, insegnanti, famiglie) e non di centri autoritari, dotati di poteri discrezionali; che la scuola deve rispondere principalmente al suo ruolo ed alla sua missione vera, che è quella di creare, “cittadini” consapevoli ed attivi; che la scuola ha bisogno di valorizzazione delle professionalità, di organici completati e di personale inserito validamente e razionalmente nel quadro generale dell’insegnamento. Una scuola adeguata ai tempi, non può limitare l’insegnamento della storia a poche nozioni, ristrette nel tempo; ma deve aiutare a conoscere il passato, anche il più recente, per capire meglio il presente ed affrontare consapevolmente il futuro; deve, soprattutto, recare un contributo decisivo per indirizzare i giovani verso una cittadinanza attiva.

Solo da una grande ed approfondita discussione pubblica (che del resto era stata promessa, senza poi esito) e da una riflessione collettiva e partecipata, potrebbe nascere una riforma in grado di risolvere gli annosi problemi che tutt’ora affliggono la scuola e la rendono non idonea ad affrontare le grandi sfide del mondo contemporaneo. Allo stato, mancano tutti i presupposti perché si possa parlare di una vera riforma della scuola.

Alla tematica del lavoro – sul quale peraltro l’ANPI si è più volte espressa – sarà dedicata una riflessione specifica, in relazione alla sua particolare rilevanza (art. 1 della Costituzione) e complessità.

In ogni caso, una stagione di riforme è possibile e necessaria. Ma essa può essere realizzata solo con la più ampia partecipazione dei cittadini, con effettivi confronti con le organizzazioni sindacali e con le rappresentanze di categoria, nell’ambito di una rigorosa volontà di dare finalmente attuazione alla Costituzione repubblicana, soprattutto nella parte inerente ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici e dei cittadini e delle cittadine nel loro complesso.

Pubblico impiego in attesa della Consulta sul blocco dei contratti da settanta mesi Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Secondo l’Istat, ci vogliono in media oltre 4 anni di attesa del rinnovo per i lavoratori con il contratto scaduto, 49,1 mesi ad aprile, in deciso aumento rispetto al 2014 (28,3). Considerando solo il settore privato l’attesa è di 31,6 mesi. Ad alzare di parecchio la media è il settore pubblico in cui i mesi sono più di 70. In attesa di rinnovo ci sono 38 contratti (di cui 15 appartenenti alla pubblica amministrazione) relativi a circa 5,4 milioni di dipendenti (di cui circa 2,9 nella p.a.). La quota dei dipendenti in attesa di rinnovo è del 41,8% nel totale dell’economia e, restringendo l’analisi al solo settore privato, del 24,8%, in decisa diminuzione sia rispetto al mese precedente (44,4%) sia rispetto ad aprile 2014 (50,3%).

I sindacati del pubblico impiego, intanto, vanno in pressing sul Governo, forti di una scadenza ormai prossima, quella del 23 giungo, quando la Corte Costituzionale deciderà sul blocco della contrattazione che ormai prosegue da “sei anni”, denunciano le categorie di Cgil, Cisl e Uil. Il blocco ha consentito risparmi dell’ordine di un punto di Pil (16 miliardi). Dopo l’affaire pensione, che a saldo ha consentito allo Stato di prendersi un altro punto di Pil, si accendono i fari sulla Consulta e sulle ripercussioni che il suo giudizio potrebbe avere sulla finanza pubblica. Il ministro della P.A, Marianna Madia, nei giorni scorsi ha già gettato acqua sul fuoco, spiegando che c’è già una sentenza della Corte, secondo cui lo stop agli aumenti salariali è stato dichiarato legittimo purch‚ temporaneo. Ma è proprio la durata del blocco a essere messa sotto accusa dai sindacati, che chiedono all’esecutivo di non aspettare la sentenza e di “riaprire la contrattazione prima”.

Intanto, annunciano, non staranno a guardare e per il mese di giugmo sono in programma “tre grandi assemblee” che coinvolgeranno tutto il Paese, dal Nord al Sud. Insomma verrà data “continuità alla mobilitazione”. Soprattutto i sindacati stanno lavorando per mettere a punto una piattaforma unitaria, il 5 giugno è in calendario un incontro, così da presentarsi con rivendicazioni comuni davanti al datore di lavoro, lo Stato. Certo la pronuncia della Consulta non lascerà indifferenti, comunque vada a finire.
La Uil stima come di certo per le tasche del travet il blocco sia costato caro, con una perdita del “potere d’acquisto del 10,5% tra il 2010 e il 2014”. Ad avere fatto scattare l’operazione è stato uno dei ricorsi presentati dalla Confsal Unas, sigla che rappresenta i dipendenti dei ministeri.

Pensioni, l’elemosina di Renzi rispedita al mittente da Gallori e dagli altri pensionati dei sindacati di base. “Il 16 giugno saremo a Roma” Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

“Diciamo subito a Renzi che vogliamo tutto e subito, non per i soldi, ma per i diritti costituzionali a cui nessuno può rinunciare”, i pensionati sono pronti a dare battaglia contro l’elemosina di Renzi al posto del risarcimento. Naturalmente non si tratta dei pensionati di Cgil,Cisl, Uil e Ugl,già costretti al mugugno dopo la disponibilità dimostrata dai vertici, ma di tutti quei pensionati con un passato nei sindacati di base. Per loro parla Ezio Gallori, storico leader dei macchinisti, che ora è responsabile della rivista “Le Lotte dei Pensionati” e da lì porta avanti la sua battaglia. “Diremo ai pensionati di non accettare questa misera “mancia” (lorda) – scrive in un comunicato Gallori – e di dar luogo invece a nuovi ricorsi, alle class action che stiamo preparando, ma soprattutto cercheremo di suonare le campane a tutti i pensionati e i lavoratori, per risalire la china dalle 8 riforme pensionistiche subite per riportare le pensioni a quel diritto costituzionale e a quelle modalità previste dagli articoli 36 e 38 della Costituzione. Le notizie già annunciate da Renzi, dopo la sentenza della Corte Costituzionale, ci fanno sentire derubati per la seconda volta”. Gallori ricorda come le pensioni non potevano essere bloccate “fu una cosa da noi denunciata immediatamente dopo l’approvazione della legge Fornero, ma ora, e ci sono voluti tre anni, la Corte Costituzionale ha doverosamente annullato l’articolo 24 voluto dai “professori” (anche Monti), che non conoscevano l’articolo 36 e 38 della Costituzione”.
Gallori critica anche la Consulta. “A parte alcune debolezze contenute nella stessa sentenza, dobbiamo constatare che ben sei giudici hanno contraddetto valutazioni e chiarissimi giudizi espressioni da decine di altre sentenze della stessa Corte”. E non si risparmia il pensiorino cattivello. “Ciò ci fa pensare che con le nuove nomine dell’era Renzi, la stessa Corte assumerà e interpreterà la Costituzione in chiave molto più moderna… Ma fino ad oggi ogni sentenza della Corte è stata onorata, anche quella (n°116/2013) che riteneva illegittimo il contributo di solidarietà dato alle pensioni d’oro, per il quale furono restituite migliaia e migliaia di euro in pochi mesi, mentre pare, almeno per noi, con pensioni più modeste, che non sarà più così”, aggiunge.
Insomma, i pensionati sanno bene che su questi nodi ci sono decine e decine di sentenze e moniti della Corte, verso il legislatore di turno, sollecitando modifiche ai sistemi di perequazione annuale. “Se oggi le pensioni sono diminuite del 38% rispetto al costo della vita e si sono discostate eccessivamente dai salari, denunciano i pensionati, significa che le cose non funzionano come la Corte e la Costituzione prevedono”. “La battaglia delle pensioni contro Renzi e Boeri è solo iniziata ed ha come obiettivo finale il rispetto della “meritata” pensione, come diritto irrinunciabile per i pensionati di ieri, di oggi e di domani!”,conclude Gallori.

Intanto lunedì 25 a Pistoia nascerà il CNLpu (Comitato di Lotta Nazionale pensionati uniti) per le pensioni, per preparare il 16 giugno una grande manifestazione a Roma, con cui continuare la nostra lotta!

“Con la scusa del terrorismo ci tolgono i diritti”. Rodotà denuncia la deriva europea Fonte: L’Espresso Autore: Antonio Rossano

È dal giugno del 2013, quando Il The Washington Post ed il The Guardian pubblicarono le rivelazioni di Edward Snowden sulle attività di intercettazione e sorveglianza a tappeto messe in atto dalla Nsa, che il termine “sorveglianza di massa” è entrato nella discussione pubblica e nella consapevolezza collettiva.

Se da un lato è proprio di questi ultimi giorni la notizia che una Corte Federale di New York ha dichiarato “illegali” queste attività di sorveglianza, dall’altro, proprio in Europa, dopo gli attentati terroristici di Parigi, i governi di Francia e Spagna, sostenuti dai rispettivi parlamenti, hanno avviato un’attività di legiferazione mirata a censurare la libertà di espressione e ad attivare meccanismi giuridici e tecnologici volti a controllare massivamente i cittadini e le loro comunicazioni.

Con grave pericolo per la democrazia di quei paesi. Ma anche con il timore che quella che sta diventando una vera e propria deriva autoritaria, possa espandersi ad altri paesi del vecchio continente o comunque minarne l’integrità e la fragile unità istituzionale.

Per Stefano Rodotà è un momento di importante verifica della tenuta delle istituzioni ed ordinamenti europei da cui potrebbe nascere, sul piano della democrazia, un’Europa a due velocità.

Professor Rodotà, in Francia e Spagna la democrazia e la libertà di espressione sembrano a rischio. Cosa sta accadendo nel cuore dell’Europa?

Sta accadendo, e non è la prima volta, che utilizzando come argomento, o meglio, come pretesto, fatti riguardanti il terrorismo o la criminalità organizzata si dice “l’unico modo per tutelare la sicurezza è quello di diminuire le garanzie e di aumentare le possibilità di controllo che le tecnologie rendono sempre più possibile”. E questo è sempre avvenuto, è avvenuto in particolare dopo l’11 settembre, vicenda che ho vissuto in prima persona perché all’epoca presiedevo i garanti europei e ho avuto una serie di contatti continui con gli Stati Uniti che chiedevano un’infinità di informazioni da parte dell’Europa, cui abbiamo in parte resistito. Questa volta si tratta di una spinta molto interna. Però mi consenta di fare una notazione perché in questi anni si è parlato infinite volte di “morte della privacy”: questa è una vecchia storia, perché già negli anni ’90 l’amministratore delegato di Sun Microsistems Scott McNealy diceva , riferendosi alla potenza della tecnologia: “Voi avete zero privacy, rassegnatevi”. La verità è che il rischio non viene dalla tecnologia, viene dalla politica, dalla pretesa di una politica autoritaria di usare tutte le occasioni per poter aumentare il controllo sui cittadini. Controllo di massa, non controllo mirato. Politica in senso lato. Perché sono i governi, le agenzie governative di sicurezza che in questo modo cercano di impadronirsi della maggior quantità di potere possibile.

C’è un “pericolo democrazia”?

Questo momento rappresenta un passaggio istituzionale importante, vi è una prepotenza governativa, rispetto alla quale i parlamenti non se la sentono di resistere: tanto in Spagna quanto in Francia, in sostanza c’è una accettazione sia della maggioranza che dell’opposizione. In Francia addirittura l’iniziativa è di un governo socialista, anche se sappiamo chi è Manuel Valls e perché è stato scelto. Tutto questo sta spostando l’attenzione e le garanzie nella direzione degli organismi di controllo giurisdizionali, cioè gli organismi che vegliano sulla legittimità di queste leggi dal punto di vista del rispetto delle garanzie costituzionali. Che sono le Corti Costituzionali in Europa e negli Stati Uniti le Corti Federali. Non vorrei che si dicesse “Eh cari miei voi la privacy l’avete già perduta perché la tecnologia in ogni momento vi segue e vi controlla”, perché la verità è che l’attentato ai diritti fondamentali legati alle informazioni viene dalla politica e questo è il punto. Non è la tecnologia.

La motivazione che viene proposta dai governi è sempre di voler individuare i criminali, non spiare i cittadini e con la tecnologia è possibile farlo…

Non tutto ciò che è tecnologicamente possibile è politicamente ammissibile e giuridicamente accettabile. C’è un momento in cui la politica si deve assumere le sue responsabilità e non può dire “ma la tecnologia già rende disponibile tutto questo”. La legge spagnola e la legge francese mettono radicalmente in discussione la libertà di manifestazione del pensiero. Finora commettere un reato nell’accesso ad un sito era previsto solo per la pedopornografia. Adesso in Spagna è previsto “l’indottrinamento passivo”: il semplice fatto che io vada su un certo sito può essere reato. D’altro canto, nella norma francese in discussione si è introdotta la possibilità di mettere in rete strumenti che consentono di seguire continuamente l’attività delle persone. Nella legge francese si usa addirittura l’espressione “boîtes noires” per definire dei congegni che riducono le persone ad oggetti, utilizzando un apparato tecnologico per verificarne minuto per minuto, il comportamento. E qui c’è una trasformazione stessa del senso della persona, della sua autonomia, del suo vivere libero. La Germania ha stabilito che non è possibile farlo, esiste una privacy dell’apparato tecnologico che si utilizza, estendendo l’idea di privacy dalla persona alla strumentazione di cui si serve. Inoltre, relativamente alla possibilità di entrare all’interno dell’apparato tecnologico dell’utente, che è una delle ipotesi al vaglio del legislatore, la Corte costituzionale tedesca recentemente ed ancor più recentemente la Corte Suprema degli Stati Uniti hanno affermato che non è legittimo. Se la Francia porta avanti questa discussione e la Germania resta ferma sui principi enunciati dalla sua Corte Costituzionale allora avremo nuovamente un’Europa a due velocità, dove i cittadini francesi perdono velocità, perdendo diritti.

Ma ormai forniamo, consapevolmente o meno, i nostri dati ovunque, in rete. Non è già andata perduta la nostra privacy?

Io so che se uso la carta di credito in quel momento sono localizzato, viene individuato che tipo di transazione viene effettuata e quindi si sa qualcosa sui miei gusti, sulle mie disponibilità finanziarie e così via. Però questo argomento non giustifica il fatto che poi, la conseguenziale raccolta delle informazioni implichi che chiunque se ne possa impadronire impunemente. Anzi il problema di uno stato democratico è quello di rendere compatibile la tecnologia con la democrazia. È questo il punto. Uno stato che dice di voler mantenere il suo carattere democratico non dice “visto che ho una tecnologia disponibile la uso in ogni caso”. Il problema ulteriore è che si sta determinando un’alleanza di fatto tra soggetti che trattano i dati per ragioni economiche e agenzie di sicurezza che li trattano per finalità di controllo. Perché, dopo l’11 settembre in particolare, l’accesso ai dati raccolti dalle grandi società da parte dei servizi di intelligence c’era e c’è stato solo l’accenno a qualche timida reazione, ad esempio, da parte di Google. Sappiamo che in quel momento si sedettero allo stesso tavolo gli “Over the Top” (intendendo con questo termine le grandi multinazionali dell’ICT – ndr) ed i responsabili delle agenzie di sicurezza.

Ma oltre la questione giuridica vi è la necessità di una maggiore consapevolezza degli utenti, che si rendano conto anche di cosa accade, di come sono gestiti i propri dati che capiscano l’uso che ne viene fatto…

Assolutamente d’accordo. C’è un grande problema culturale. È un problema che investe il sistema dell’istruzione ed il sistema dei media. Molte delle sentenze che ho citato, infatti, provengono da richieste di semplici cittadini o di associazioni che hanno portato davanti alle corti questi comportamenti. Quindi non c’è dubbio che oggi il problema, in largo senso, della “consapevolezza civile” è un problema fondamentale. I cittadini non sanno ad esempio, che possono rivolgersi persino al ministero dell’Interno per sapere se vi sono trattamenti in corso sul proprio conto. Addirittura in Italia, tramite il Garante, il cittadino in alcuni casi può accedere ai dati trattati dai servizi di intelligence che lo riguardano.

Italicum: peggio del Porcellum da: www.resistenze.org – osservatorio – italia – politica e società – 06-05-15 – n. 542

 


Fabrizio Casari | altrenotizie.org

04/05/2015

Con l’approvazione dell’Italicum da parte del Senato, si chiude l’iter legislativo per l’approvazione di un mostro tentacolare, che in un colpo chiude con il Senato elettivo e con parte della rappresentanza popolare della Camera dei Deputati. E’ una porcata, quella di Renzi, ispirata dall’ansia di potere che ormai l’attanaglia a livelli patologici. Ma soprattutto è un sonoro “me ne frego” rivolto alla Corte Costituzionale che aveva dichiarato incostituzionale il Porcellum proprio in ordine al mancato esercizio della rappresentanza dei cittadini (vedi preferenze). Impostazione che ora l’Italicum conferma e peggiora, dal momento che nega comunque le preferenze e, nei suoi effetti, trasforma un primo ministro in un duce.

Vediamo come. L’Italicum, che riscrive anche le circoscrizioni elettorali moltiplicandole, si regge su tre pilastri: la soglia di maggioranza, i capilista bloccati, la fine del Senato elettivo. L’aspetto più importante, che determina un’alterazione incostituzionale del potere legislativo e di quello esecutivo, è rappresentato dal premio di maggioranza, cui si accede in prima battuta se si ottiene il 40% dei voti. Già questo sarebbe inaccettabile, dal momento che si chiama premio di maggioranza proprio perché dovrebbe andare a chi ha la maggioranza, e non a chi ha il 40% che, a prova di matematica, maggioranza non è.

Ma il quadro è ancor più grave, perché nel caso in cui nessuna lista raggiungesse il 40%, il premio (il 55% dei seggi) non verrebbe escluso, ma invece assegnato al vincitore del ballottaggio tra le prime due liste, solo riducendolo del 2%. Non importa con quali percentuali potrebbe concludersi il ballottaggio, comunque il vincitore godrebbe del premio di maggioranza. La lista che ottenesse la maggioranza al secondo turno, quali che siano i numeri, anche solo il 20% dei voti ad esempio, avrà comunque il 53% dei seggi in Parlamento. Per meglio comprendere la porcata appena votata, giova ricordare che nel 1953 la Legge truffa venne affossata, benchè prevedesse almeno il 50% più uno come condizione per far scattare il premio.

Non bastasse l’oltraggio al criterio della rappresentanza, i capilista (100 deputati) saranno bloccati e non sottoponibili al voto di preferenza, riducendo così fortemente la volontà dei cittadini di scegliere i loro rappresentanti. Per quanto riguarda la formazione delle liste è poi fin troppo facile intendere come quei cento saranno gli scudieri affidabili del nuovo ducetto. Potranno essere candidati in 10 diversi collegi, con la possibilità quindi di opzioni multiple, da esercitare a seconda di chi è il numero due in lista.

Si tenga conto che con un premio di maggioranza che permette numeri assoluti in un Parlamento formato dai fedelissimi dell’Esecutivo, il Primo Ministro non solo azzererebbe le opposizioni, ma determinerebbe con un piccolissimo sforzo la scelta del Presidente della Repubblica e dei giudici della Corte Costituzionale, ovvero il garante della Costituzione e l’organismo istituzionale a questo deputati. Ovvero chi, promulgandole o esaminandole, devono decidere la costituzionalità o meno delle leggi che il Parlamento vota.

Per eliminare poi il rischio di un doppio passaggio legislativo, ecco che il Senato viene tolto dai poteri elettivi dei cittadini per passare a quelli dei partiti. Abolire il Senato come organo legislativo corrisponde ad un disegno autoritario, che spinge sull’acceleratore della riduzione della dialettica politica in funzione di una maggiore agilità della struttura di comando. La sua funzione prevista è meramente decorativa. Più che lo snellimento dei processi legislativi (che normalmente giacciono molto più tempo alla Camera, sia detto) questa riforma del Senato manifesta piuttosto l’intenzione di limitare i poteri di controllo e d’intervento legislativo sugli atti di governo e sulle deliberazioni della Camera.

Che un Parlamento delegittimato dalla sentenza della Consulta voti una legge incostituzionale è il paradosso di un sistema politico ormai avviato verso la vocazione autoritaria. Che Renzi ne sia il massimo esponente non stupisce: il personaggio è un brutto arnese del sottobosco della politica democristiana che ha potuto passeggiare sui resti di un partito distrutto da chi lo aveva preceduto. Dunque a confermare che Renzi sia abile fare quello che non dice e a dire quello che poi non fa, basti vedere come questa legge elettorale sia la negazione completa di quanto aveva affermato nel suo programma alle primarie del PD.

Si dirà d’altra parte che quasi tutto ciò che promise è stato negato con forza, dal rifiuto del consociativismo al famoso “Enrico stai sereno” rivolto a Letta mentre lo pugnalava alle spalle così come aveva fatto prima con Prodi, fino all’affermazione per la quale le riforme elettorali andavano fatte con un consenso bipartisan mentre ora si mette la fiducia senza avere nemmeno il consenso di tutto il suo partito. Ma la coerenza è un inutile sofisma per l’arrivista di Pontassieve, perché la vera posta in gioco è trasformare in un duce un premier. Renzi del resto, non risente di problemi di decenza e senso delle proporzioni, vista la sua propensione a governare il paese con piglio autoritario senza essere mai stato eletto dai cittadini.

I cantori del renzismo sostengono che questa legge risolve il problema della governabilità, dimenticandosi però che la governabilità è una subordinata rispetto alla rappresentatività che è invece la principale. Le elezioni sono fatte per dare la parola al popolo, non per togliergliela. Una legge elettorale, che pure deve tenere insieme rappresentatività e governabilità, non può vedere il prevalere della seconda sulla prima. Ogni legge elettorale decente, del resto, ha insito il principio della governabilità in quello della rappresentanza, non viceversa. Una legge che invece afferma il primato della governabilità su quello della rappresentanza, prefigura un oggettivo sistema autoritario.

Nonostante gli appelli dei costituzionalisti per fermare questa legge, che rappresenta in profondità un’alterazione dell’equilibrio tra i tre poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario) e che, con la riduzione dei contrappesi eleva oltre ogni decenza i pesi, difficilmente Mattarella troverà uno scatto d’orgoglio rifiutandosi di firmare una legge che in primo luogo lui, per competenze giuridiche, sa essere incostituzionale. Rimandare la legge alle Camere comporterebbe l’assunzione di un ruolo politico diretto del Presidente che il giurista siciliano, almeno per ora, non pare intenzionato a perseguire. Non ci sono allora strade diverse se non il referendum per abrogare questo sistema elettorale che nemmeno in una repubblica delle banane potrebbero trovare legittimo.

Le responsabilità di quanto approvato sono in buona misura anche della cosiddetta opposizione, dai Cinque Stelle alla minoranza interna del PD, che avrebbero potuto abbandonare il minuetto delle ridicole tecniche parlamentari per imporre sempre il voto segreto. Ma la minaccia del bulletto di andare al voto ha profilato negli onorevoli oppositori, M5S compresi, il panico per un eventuale uscita anticipata de Montecitorio con tutto quel che ne consegue. Hanno dunque parlato molto e agito poco. Sarà bene che i cittadini che si mobiliteranno per chiedere alla Consulta di bocciare l’Italicum, risentano di energie da vendere e memoria da conservare.

CATANIA: 25 Aprile 1945 – 25 Aprile 2015 La cittadinanza è invitata a partecipare al grande corteo popolare che si svolgerà il 25 Aprile 2015 con partenza alle ore 9.30 in Piazza Stesicoro.

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25 Aprile 1945 – 25 Aprile 2015

Per una nuova Resistenza

Per difendere ed applicare la Costituzione

Per l’occupazione ed il lavoro

Per ripudiare la guerra

Nel 2015 ricorrono il 70° anniversario della Liberazione dal nazifascismo ed il 100° anniversario dell’”inutile massacro” (come è stato definito da Benedetto XV°) della I° guerra mondiale, che è stata dichiarata contro la volontà popolare, dei socialisti, di larga parte del mondo cattolico, degli operai e dei contadini. Si è trattato di un colpo di Stato favorito dalla monarchia, che ha precipitato l’Italia nell’orrore della guerra: Si aprirono così le porte all’avvento del fascismo, strumento del grande capitale e dei ceti medi in crisi.

Con la violenza delle squadre fasciste e dello Stato furono cancellate le organizzazioni operaie e le libertà di tutti, con la lotta partigiana è stato possibile costruire, attraverso la Costituzione repubblicana, un possibile riscatto degli strati popolari e la possibilità di una democrazia avanzata e partecipata.

Solo così abbiamo potuto battere l’obiettivo delle classi dominanti di cancellare le conquiste dei lavoratori ed il valore dell’antifascismo. Abbiamo eccidi, da Portella della Ginestra ai morti di Reggio Emilia, di Catania e Palermo, complotti e repressioni selvagge.

Tutto questo sembra ora ad un punto di svolta. Per legge ordinaria è stato violato l’articolo 1 della Costituzione con la cancellazione dello statuto dei lavoratori, l’articolo 33 che vieta il finanziamento pubblico delle scuole private e sbeffeggiato l’articolo 11 con gli interventi militari in Serbia, Iraq, Afghanistan ed in Libia.

Un governo, eletto da un Parlamento dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale, opera per una profonda demolizione del dettato costituzionale, nella direzione di un’inaudita concentrazione dei poteri in ristrette oligarchie.

Occorre, nella ignavia di un Parlamento che accetta la sua eutanasia, organizzare una grande risposta popolare anche attraverso l’uso dello strumento referendario.

LA COSTITUZIONE NON SI TOCCA!

La demolizione delle strutture repubblicane, i progetti sulla forma dello Stato e del governo che sono in discussione rispondono al bisogno della finanza internazionale di spezzare il residuo potere delle coalizioni popolari e sindacali, dei lavoratori dipendenti ed autonomi, dei precari e dei senza lavoro.

Occorre difendere il salario, il controllo dei tempi di produzione e la pensione, tutto quello che è stato costruito con le lotte (dalla sanità alla scuola).

A questo il 25 aprile chiama e con questo chiama la memoria degli uomini e delle donne che per la Liberazione sono morti, quelli massacrati nelle due guerre mondiali, non solo quelli che giacciono nei cimiteri militari ma anche e soprattutto quelli che alla guerra cercarono di opporsi o di sfuggirne, i disertori, quelli fucilati nelle trincee dai regi carabinieri guidati da generali macellai.

La cittadinanza è invitata a partecipare al grande corteo popolare che si svolgerà il 25 Aprile 2015 con partenza alle ore 9.30 in Piazza Stesicoro.

ANPI COMITATO PROVINCIALE DI CATANIA

La rottamazione della democrazia Fonte: Micromega | Autore: Domenico Gallo

 

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“Per liquidare i popoli si comincia con il privarli della memoria. Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia. E qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di un’altra cultura, inventa per loro un’altra storia. Dopo di che il popolo s’incomincia lentamente a dimenticare quello che è e quello che è stato. E il mondo intorno a lui lo dimentica ancora più in fretta!”.

Queste parole dello scrittore ceco Milan Kundera si attagliano in modo particolare al nostro Paese, dove da oltre 20 anni è in corso un processo di liquidazione della memoria che in questo tempo contorto si è trasformato in un vero e proprio uragano e si appresta a cogliere la sua vittoria definitiva attraverso una incisiva controriforma della democrazia costituzionale attuata mediante l’interazione fra la riforma elettorale e la revisione della Costituzione.

Nelle Costituzioni c’è la memoria storica dei popoli. Nella Costituzione italiana c’è la memoria del risorgimento e della Repubblica romana, c’è la memoria delle conquiste liberali, c’è la memoria delle contraddizioni e dei limiti dello Stato monarchico che portarono all’avvento del fascismo, c’è la memoria delle nefandezze del fascismo, che sono state ripudiate, c’è la testimonianza viva della passione e delle speranze della lotta di liberazione, che incarnano il lascito della Resistenza.

“Dietro ogni articolo di questa Costituzione, – diceva Calamandrei nel famoso discorso agli studenti il 25/1/1955 – o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, cha hanno dato la vita perché libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta”.

Mettere mano alla Costituzione significa confrontarsi con quel patrimonio di beni pubblici repubblicani che ci è stato tramandato dalle generazioni passate, come testamento di centomila morti, perché noi lo curassimo, lo mettessimo a frutto e lo consegnassimo, a nostra volta, alle generazioni future. Ebbene, in quel patrimonio, la giustizia, l’eguaglianza, la dignità umana non sono solo rivendicate, ma sono istituite e garantite attraverso una trama istituzionale che le rende resistenti alle insidie e alle sfide del tempo.

Se i principi fondamentali della Costituzione sono antitetici rispetto a quelli proclamati o praticati dal fascismo, tuttavia è l’architettura del sistema istituzionale che fa la differenza ed impedisce che, ove mai giungano al governo forze politiche caratterizzate da cultura o aspirazioni antidemocratiche (è proprio quello che si è verificato nel corso degli ultimi vent’anni in Italia), queste forze possano realizzare una trasformazione autoritaria delle istituzioni, aggredendo il pluralismo istituzionale o l’eguaglianza e i diritti fondamentali.

La Costituzione ha insediato la libertà che ci è stata donata dalla Resistenza, rendendo impossibile ogni forma di “dittatura della maggioranza”. Proprio per questo negli ultimi venti anni da un vasto arco di forze politiche la Costituzione è stata vissuta come un impaccio, come una serie di fastidiosi vincoli, di cui sbarazzarsi per restaurare l’onnipotenza della politica.

Quale sia il modello di ordinamento a cui puntano le forze politiche che, ormai da un ventennio si avvicendano al Governo del Paese, ce l’ha detto Silvio Berlusconi con la consueta franchezza che lo contraddistingue. Qualche anno fa, nel corso di un dibattito pubblico alla presentazione di un libro di Bruno Vespa sui precedenti Presidenti del Consiglio, Berlusconi dichiarò testualmente: “Tra tutti gli uomini di cui si parla in questo libro, c’è un solo uomo di potere, ed è Mussolini. Tutti gli altri, poteri, non ne hanno, hanno solo guai. Credo che se non cambiamo l’architettura della Repubblica non avremo mai un premier in grado di decidere, di dare modernità e sviluppo al Paese” (Corriere della Sera, 12 dicembre 2007).

Col tramonto di Berlusconi non è tramontata la sua concezione delle istituzioni e la politica ha continuato a perseguire l’obiettivo di demolire l’architettura dei poteri pubblici come configurata dalla Costituzione, cioè il pluralismo istituzionale ed il sistema dei pesi e contrappesi, per concentrare i poteri supremi di direzione della politica nazionale nelle mani di un unico decisore politico. Oggi si è messa in moto una grande macchina mediatica che vuole farci accettare l’idea che l’abolizione del Senato o la sua trasformazione in una sorta di Conferenza Stato-Regioni sia un grande risultato per la democrazia italiana e che le elezioni siano una sorta di lotteria popolare che serve per investire un capo politico del potere di governare e legiferare senza limite alcuno. Dobbiamo dirlo chiaro e forte!

Se finora abbiamo conservato la libertà, se il percorso politico verso la dittatura della maggioranza non è riuscito a quelle forze politiche che avevano come modello l’architettura istituzionale realizzata da Mussolini, questo è avvenuto perché hanno resistito le garanzie che saggiamente i Padri costituenti hanno posto a presidio della libertà.

Ha resistito la Corte Costituzionale, ha resistito, salvo che negli ultimi anni, la garanzia politica incarnata dal ruolo del Presidente della Repubblica, ha resistito il sistema dell’indipendenza della magistratura che ha svolto una funzione di argine agli abusi dei leaders politici, ha resistito, malgrado le distorsioni a cui è stato sottoposto, il pluralismo nell’informazione, mentre il sistema del bicameralismo, pur in presenza di un Parlamento nel quale è stata annichilita la rappresentanza, ha consentito di rallentare e rendere più meditata la decisione politica, dando la possibilità alla società civile di interloquire con i suoi rappresentanti istituzionali per correggere le scelte più inaccettabili.

Proprio l’esperienza storica di questi ultimi anni ci ha insegnato che, se non vi fosse stato il bicameralismo, sarebbero divenuti legge progetti folli, approvati da un ramo del Parlamento, come l’espulsione di migliaia di fanciulli dalle scuole italiane, come il c.d. “processo breve” che consegnava la resa dello Stato alla mafia, o la c.d. legge bavaglio, che disarmava la polizia e la magistratura dei mezzi di investigazione moderni, aprendo la strada all’impunità.

Dopo che la Corte Costituzionale ha dato il massimo contributo possibile alla difesa della democrazia nel nostro paese, cancellando gli istituti più ingiuriosi (per i diritti politici dei cittadini) del porcellum, viene riproposta una nuova legge elettorale che va in direzione ostinatamente contraria alla Costituzione italiana e alla coraggiosa sentenza della Corte Costituzionale ed è perfino peggiorativa del porcellum perché recupera una innovazione introdotta da una legge del 1923, il premio di maggioranza alla lista più votata, che consentì ad un unico partito di controllare insieme il Parlamento ed il Governo, realizzando il massimo della governabilità con i risultati che tutti noi conosciamo.

L’impostazione antitotalitaria della Costituzione del 1948 nasce dalle dure lezioni della storia ed è dissennato considerarla obsoleta, solo perche le esperienze totalitarie del 900 sono tramontate. Consegnare il controllo del parlamento e del governo nelle mani di un unico partito o di un unico capo politico, ci consente di conservare la libertà solo a patto che sia virtuoso il soggetto politico a cui conferiamo tali prerogative. Ma l’esperienza della nostra storia recente dovrebbe farci dubitare della virtuosità dei soggetti politici in campo. Abbiamo dimenticato che soltanto qualche anno fa a un ministro della difesa, intervenendo alla cerimonia dell’8 settembre, in ricordo dei caduti per la difesa della città di Roma, gli scappò di fare l’elegio dei combattenti della Repubblica di Salò? Abbiamo dimenticato che soltanto pochi giorni fa un leader politico che, come avveniva in Germania negli anni 30 del secolo scorso, ha trovato negli stranieri il capro espiatorio della crisi, ha riunito le sue truppe, fra un tripudio di croci celtiche e di saluti romani?

Per quale motivo noi dobbiamo rimuovere le valvole di sicurezza che tutelano l’edificio della democrazia e consegnare le chiavi della nostra libertà nelle mani del soggetto politico minoritario che riceverà l’investitura popolare?

Come ha scritto Gustavo Zagrebelsky, noi: “sommessamente ma tenacemente continuiamo a pensare, con i nostri Costituenti, che la buona politica richieda più, non meno, democrazia, cioè più partecipazione e meno oligarchia, più aperture e meno chiusure ai bisogni sociali: i bisogni di chi meno conta nella società e perciò più ha diritto di contare nelle istituzioni”.

Toglieteci tutto, ma non la democrazia!