Democrazia, se il popolo non conta più nulla di Angelo Cannatà da: micromega.net

Quanto conta il popolo nella nostra democrazia? Molto sul piano teorico (“La sovranità appartiene al popolo”, non si poteva dir meglio); sul piano pratico, invece, nella politica e nei giochi di Palazzo, nulla, il popolo non conta nulla. Questa orribile dicotomia mostra – più di ogni cosa – la crisi in cui viviamo.

Il popolo non conta nulla 1. Perché diritti, bisogni, proteste – e i Movimenti che li rappresentano – sono tacciati di populismo e ghettizzati nell’irrilevanza: nell’universo politico delle oligarchie che affossano il Paese non c’è posto per il demos. 2. Perché dopo la vittoria del 4 dicembre – per dirla in breve – resta al governo chi ha perso e ha provato (maldestramente) a riformare la Costituzione. 3. Perché, nonostante milioni di cittadini vogliano pronunciarsi sul Jobs Act, otto membri politicizzati della Consulta glielo impediscono: qualcuno può giurare, per dire, che Amato – l’amico di Craxi – non abbia espresso un voto politico dietro lo schermo (ipocrita) del neutralismo giuridico?

A questo siamo. La Repubblica fondata sul lavoro non consente ai cittadini di pronunciarsi sulla legge che nega i diritti del lavoro. Perché? Perché la Consulta fa politica con le sentenze. Bisogna dirlo, gridarlo dai tetti. Una seconda sconfitta – questa volta sull’articolo 18 – avrebbe demolito definitivamente ogni pretesa di Renzi alla guida del Paese. Il referendum andava fermato o depotenziato: chi doveva capire ha capito e votato – nell’organismo “impolitico” – secondo i desideri della politica: della maggioranza governativa, s’intende. E i cittadini? I cahier de doléances? Proteste, referendum vinti, mobilitazioni, referendum richiesti (con milioni di voti) non contano nulla. Il popolo – teoricamente sovrano – è ignorato. E impoverito: la disoccupazione cresce (vedi dati Istat), “l’occupazione crolla sotto i 50 anni e salgono i voucher”. Camusso ha ragione: “Non c’è libertà nel lavoro senza diritti”. Di più: non c’è democrazia reale senza attenzione ai bisogni primari dei cittadini: le persone non sono numeri.

È una sentenza ingiusta, quella della Consulta, arrivata mentre il popolo è offeso anche su altri versanti: le banche, a cominciare da Montepaschi, sono state spolpate da imprenditori rapaci (che hanno abusato di Orazio: “Fai quattrini, onestamente, se puoi, e se no, come ti capita”). C’è da stupirsi se qualcuno s’incazza? Mi meraviglio piuttosto della capacità di sopportazione degli italiani. Decisivi i 5Stelle: altro che Movimento anti sistema! Contengono la protesta nei binari della legalità. La sinistra renziana, ormai, è aliena rispetto al mondo operaio: può dirsi di sinistra un partito che salva Montepaschi ma non riesce a tutelare i diritti dei lavoratori né dalle truffe bancarie né dagli illegittimi licenziamenti del Capitale?

È il nodo politico dei nostri giorni: la sinistra di governo – com’è stata ridotta – non rappresenta più l’universo del lavoro. Il M5S è percepito come il nuovo (diritti, partecipazione, democrazia diretta) ma deve evitare errori grossolani in politica estera: le giravolte dal gruppo anti all’iper europeista. Non presti il fianco a chi parla di “Setta dell’Altrove”. Non è così. Il Movimento è affidabile e combatte in Italia battaglie di civiltà, ma lo scivolone di Bruxelles c’è stato. Bisogna riconoscerlo e ripartire: con la consapevolezza che le vere “sette” nel nostro Paese hanno spolpato Montepaschi (vogliamo la lista dei grandi debitori); influenzato la Consulta sul Jobs act; costruito governi anomali; demonizzato il popolo: il M5S ha il consenso necessario per spazzare via tutto questo.

Non disperda le sue energie con scivoloni assurdi e cerchi alleanze nella società civile: ha bisogno di una classe dirigente preparata. Basta con la richiesta di denaro ai transfughi (ci sono sempre stati in tutti i partiti), il Movimento si pensi, adesso, come forza di governo. Nulla fa più paura, alla varie massonerie che ammorbano il Paese, della normalità politica conquistata/conquistabile dai pentastallati. “La moderazione – a un certo punto – diventa la tattica preferibile”.

(16 gennaio 2017)

Spataro: “La riforma Renzi? Come quella di Berlusconi” da: micromega


Dopo le barricate per bloccare la riforma del 2006, il noto magistrato è attivo ora nella campagna per il NO e invita tutti a leggere la riforma confrontandola con l’attuale Costituzione: “Chi ha realmente a cuore il bilanciamento costituzionale dei poteri dello Stato, allora, comprenderà le ragioni di un impegno per opporsi alla demolizione di principi e valori irrinunciabili per la nostra storia, per la tutela piena dei diritti dei cittadini e per ogni democrazia”.

intervista a Armando Spataro di Giacomo Russo Spena

Già nel 2006 è stato protagonista della campagna referendaria per bloccare la riforma costituzionale di Berlusconi, Armando Spataro – procuratore della Repubblica e uno dei magistrati più attivi nella lotta in Italia contro il terrorismo e l’infiltrazione della ‘ndrangheta al Nord – è nuovamente sulle barricate, ora, per contrastare il disegno renziano: “Le due riforme hanno l’identica caratteristica di fondo, cioè il fine di attribuire al capo del partito di maggioranza la carica di presidente del Consiglio e la possibilità di governare il Parlamento, tendenzialmente ridotto ad un ruolo di ratifica delle sue decisioni”. Nello stesso momento Spataro invita alla pacatezza del dibattito non intravedendo rischi per la nostra democrazia e ribadendo la necessità di far conoscere ai cittadini i contenuti della riforma: “Consiglio sempre di rispettare e cercare di comprendere il pensiero di tutti, anche di chi sostiene il SÌ”.

Lei ha apertamente dichiarato di votare per il No al referendum del 4 dicembre. Non considera inopportuno, legittimo ma inopportuno, che i magistrati si schierino in un referendum di natura costituzionale? Non si tradisce così la terzietà?

La Costituzione non equivale ad un manifesto di partito sicché tutti possono e devono impegnarsi nella direzione che reputano migliore. I magistrati, in particolare, possono farlo come tutti i cittadini, pur dovendo rispettare specifiche norme deontologiche e disciplinari: di qui la necessità di prudenza nella selezione delle occasioni in cui intervenire. Sento inoltre la necessità di un impegno personale sia a causa dello sbilanciamento evidente dell’informazione sul referendum, che per la “divisività” che caratterizza questa riforma, nonostante la Costituzione debba unire e non dividere il Paese.

Si è schierato per il NO anche alla riforma del 2006 di Silvio Berlusconi. Vede somiglianze tra le due riforme?

Beh, è sufficiente richiamare all’attenzione l’intervista al Foglio di Renzi (“Il referendum si vince a destra”) del 29 settembre scorso ed anche un documento diffuso nel sito “BastaUnSì” in cui venivano poste in evidenza le somiglianze – rispetto a questa riforma – di alcuni passaggi del programma di Berlusconi per le elezioni del 2013.

Nella partita referendaria come giudica la presa di posizione dell’ex presidente Giorgio Napolitano? Ha giocato un ruolo fondamentale nella partita?

Napolitano ha sostenuto senza riserve la necessità di una riforma costituzionale. Con lui non condivido l’esternazione secondo la quale se questa riforma non passasse, “non se ne faranno altre per 30 anni”: basta pensare a quelle approvate dopo la bocciatura della riforma berlusconiana del 2006 per non condividere la visione del futuro ed il tipo di preveggenza che quell’affermazione contiene. Però – va aggiunto – ha ben fatto a consigliare a Renzi di spersonalizzare la campagna referendaria.

È sbagliato quindi considerare il referendum un voto sul governo? E nel caso di vittoria del NO, cosa succederà?

Si vota sulla Costituzione, non su Renzi. E il 4 dicembre non sarà affatto un referendum sul governo: è dovere dei “non politici” che discutono di questa riforma quello di spiegare che la sua sorte è estranea al nostro impegno. In altre parole, mi è del tutto indifferente quel che accadrà alla maggioranza di governo ed al suo leader. Se sosteniamo il contrario, si rischia di cedere ad una provocazione e si offrono ragioni di propaganda al “Fronte del SÌ”.

In questo referendum è a rischio la nostra democrazia, come paventa qualcuno? Esiste il rischio di una svolta oligarchica in caso di vittoria del SI’?

Non penso, occorrono serenità e ragionevolezza. Tanto che non apprezzo neppure le affermazioni di chi sostiene che dietro questa riforma vi sia la massoneria o che essa richiami il piano-Gelli. Si diffondono in tal modo argomenti inutili e secondo me anche privi di fondamento. Diverso – evidentemente – è il richiamo alle aspettative del mercato finanziario internazionale, non a caso diffusamente favorevole al SÌ. A me pare doveroso e sufficiente, comunque, affermare e tentare di dimostrare che questa riforma sbilancia il rapporto tra i poteri dello Stato, esaltando – in nome della mitica “governabilità” – le competenze dell’esecutivo e penalizzando quelle del Parlamento. Mi basta – e ne avanza pure – per sentirmi preoccupato.

Si riduce il numero di senatori, si risparmiano soldi e sprechi e, soprattutto, si semplifica l’iter legislativo superando il bicameralismo paritario, oltre alla cancellazione del Cnel… Cosa non la convince della riforma?

La riduzione del numero dei Senatori – è stato dimostrato dalla ragioneria di Stato – non riduce affatto i costi nella misura pubblicizzata, sempre ammesso che – quando si parla di funzioni fondamentali dello Stato – quella del risparmio sia una finalità decisiva. Ma la riduzione in sé del numero dei senatori (100) a fronte di quello dei deputati (630) conferma ancora lo sbilanciamento di cui ho parlato, specie ove si considerino un paio di ulteriori rilievi: il Senato non perde affatto tutte le sue competenze di natura legislativa in materie che esulano da quelle di interesse regionale, ma in tal modo, visti i diversi numeri dei componenti, soccombe di fronte alla Camera. Inoltre, l’iter legislativo – ormai è noto a tutti – non è affatto semplificato ma si complica, tanto che gli studiosi ne hanno individuati almeno otto diversi (alcuni dieci) con grande confusione. Le due camere potrebbero entrare persino in conflitto tra loro ed i conflitti dovrebbero essere risolti dai due rispettivi presidenti. Come ciò avverrà in caso di dissenso non è dato di capire.

Al referendum però non si voterà sulla legge elettorale e l’Italicum potrebbe essere modificato in Parlamento…

E’ vero che non voteremo sull’Italicum ma il “combinato disposto” (termine efficace per significare le ricadute della legge stessa sul futuro assetto costituzionale) è gravido di pericolose conseguenze, come ammettono anche coloro che, nel partito di maggioranza, chiedono ormai di cambiare la legge, nonostante fosse stata approvata a seguito di mozione di fiducia. L’Italicum consegna al partito di maggioranza relativa al ballottaggio 340 seggi, senza una soglia minima di consenso richiesto e sganciando in larga parte gli eletti dalle preferenze dei cittadini. La legge elettorale del Senato è invece ancora un mistero: sarà approvata dalle future due camere ma la previsione secondo cui, oltre i cinque designati dal Capo dello Stato, i senatori – 21 sindaci e 74 consiglieri regionali – saranno eletti dai consigli regionali “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi” è ancora oggetto persino di interrogativi di natura lessicale. Altro che semplificazione dell’iter legislativo o superamento del bicameralismo perfetto! Se poi passiamo al rapporto tra Parlamento e Governo e a quello tra Stato e Regioni, o alle ricadute sulla elezione del Capo dello Stato, dei membri della Consulta (non si comprende perché separatamente tre debbano essere eletti dalla Camera e due dal Senato, nonostante la citata sproporzione numerica dei rispettivi componenti) e di quelli del CSM, ancora una volta ci troviamo a dovere constatare una criticabile nozione di governabilità nel senso già indicato ed una spinta alla centralizzazione, in capo allo Stato, di competenze che devono logicamente essere regionali. Per non parlare del “Senato mutante” visto che il mandato dei senatori – comunque quasi impossibile da esercitare con la doverosa attenzione ove si consideri la duplicità dei loro ruoli politici – viene meno quando decadono i consigli regionali che li hanno eletti o quando cessano di essere sindaci.

La Costituzione si può modificare ed è migliorabile oppure dovrà rimanere così vita natural durante?

Certo che si può modificare e migliorarla, come è infatti è avvenuto varie volte da quando è stata approvata (dicembre del 1947). Ma un governo costituente, come è chiaro, non può esistere se non si sforza di trovare un vasto consenso in Parlamento, attraverso la elaborazione di principi e di procedure di loro valorizzazione che devono essere chiare anche ai cittadini.

Qualche sera fa, in televisione, c’è stato un confronto tra Renzi e De Mita. Per il fronte del SI’ è l’emblema del nuovo contro il vecchio, del cambiamento contro la conservazione. E, in effetti, De Mita non mi sembra un grande sponsor per il NO, non trova?

Di fronte alla Costituzione ed al rischio di un suo stravolgimento è dovuto l’impegno di tutti, senza distinzione. E va tra l’altro considerato che conta soprattutto il contenuto del pensiero (e quello di molti personaggi dalla lunga storia politica personale non è affatto secondario), non la modalità del messaggio rapido e fulminante che le regole della comunicazione moderna ci impongono. Aggiungo pure che mi sono trovato a parlare in vari eventi, durante gli ultimi 30 giorni, con politici ed accademici impegnati per il NO, di diverse generazioni ed estrazioni politiche. Ma – discutendo – ho apprezzato il loro pensiero e l’ho detto pubblicamente.

Più in generale, il fronte del NO come può ribaltare la propaganda renziana dell’essere un voto di “conservazione” e contro il cambiamento?

Non credo che dobbiamo cedere alle logiche propagandistiche fondate anche sull’accusa di conservatorismo rivolte al Fronte del NO. Continuo ad avere fiducia, forse ingenuamente, nella capacità e volontà dei cittadini italiani di conoscere e capire. Per questo invito tutti a leggere la riforma confrontandola con la Costituzione come approvata nel dicembre 1947 e con il testo vigente. Chi ha realmente a cuore il bilanciamento costituzionale dei poteri dello Stato, allora, comprenderà le ragioni di un impegno per opporsi alla demolizione di principi e valori irrinunciabili per la nostra storia, per la tutela piena dei diritti dei cittadini e per ogni democrazia.

(3 novembre 2016)

Le ragioni del NO. Lettera aperta agli studenti sul referendum costituzionale da: micromega


di Angelo Cannatà

“Caro Prof, studio medicina e non seguo più la politica come negli anni del liceo. Mi mancano i dibattiti in classe. Sul referendum costituzionale non ho le idee chiare, lei – immagino – voterà No, può dirmi perché noi giovani dovremmo votare contro il cambiamento, contro la riforma? Un promemoria, di quelli che… “è impossibile non capire”, come dicevamo chiudendo le conversazioni a scuola. Con affetto. Giorgio.”

Caro Giorgio, grazie per i ricordi e l’affetto. La materia è complessa ed è davvero difficile riportare sulla pagina – con la chiarezza che giustamente esigi – le ragioni che mi spingono a votare No. Ci provo. Fondamentale – lo ricorderai? – è capire da che parte stia la libertà. Lo dicevamo in classe, occorre schierarsi per la libertà, sempre, in tutte le forme in cui si manifesti/appaia/venga espressa. Mi sembra di poter dire che abolire l’elezione dei senatori sia la soppressione di un diritto: gli articoli 55 e 57 che parlano di senato non elettivo e tolgono ai cittadini la libertà di scegliere i rappresentanti sono un’aberrazione: le regioni italiane non sono i Land tedeschi.

Ma non si tratta solo di questo. È il concetto di sovranità popolare che viene messo in crisi dall’impianto generale della riforma. Ti invito a riflettere sull’articolo 71: frena, crea difficoltà, aumenta il numero delle firme necessarie per le leggi d’iniziativa popolare; per la Costituzione più bella del mondo – quella in vigore, conquistata dai Partigiani – bastano cinquantamila firme, Renzi ha stabilito che dovranno essere il triplo (centocinquantamila), pena la sconfitta dell’iniziativa referendaria: aumenta o diminuisce la sovranità popolare? Parlane con i tuoi amici, sono in gioco idee importanti. Riguardano la vita di tutti noi.

La verità è che la riforma della Costituzione ha il fine – non dichiarato, certo – di rafforzare l’esecutivo. Non penso solo al citatissimo combinato disposto con l’Italicum, immagino tu sappia, non mi dilungo. Penso all’articolo 72 che prevede una corsia preferenziale per i ddl più importanti del governo (“Il Governo può chiedere alla Camera… che un disegno di legge sia iscritto con priorità all’ordine del giorno…”), significa – se ci pensi – che il governo controllerà/determinerà l’agenda del Parlamento. Non va bene.

Dunque: riduzione dei diritti e della libertà di scelta; riduzione della sovranità popolare; aumento di potere dell’esecutivo: è questa la verità della riforma Renzi. Mi chiedi perché votare No. Quanto detto basterebbe, ma c’è dell’altro.

Non dico dell’incomprensibilità dell’articolo 70. Non voglio farne una questione di forma. Parlo della sostanza: il Senato potrà votare un’infinità di leggi complicando il bicameralismo che si dice di voler abrogare; insomma, caro Giorgio, aumenta la litigiosità costituzionale: lo stesso articolo 70 prevede una misura per risolvere le questioni di competenza, i nuovi “costituzionalisti” hanno avuto il sospetto – in un momento di lucidità – che l’articolo non semplifichi affatto le procedure.

Infine. Quante volte abbiamo parlato al liceo degli amministratori locali. Bene, gran parte di loro – corrotti, collusi, inquisiti – eviteranno l’arresto (capisci?) grazie all’immunità parlamentare concessa a sindaci e consiglieri regionali nominati senatori. Ti sembra giusto? I più impresentabili faranno di tutto per diventare senatori. Potrei continuare, ma problemi essenziali sono già emersi. Hai materia per riflettere. Dovete promuovere in ogni sede, con i tuoi amici, dibattiti sulla riforma.

Dietro l’idea di cambiamento si nasconde l’inganno. Ricordi i sofisti? Facevano apparire vero il falso. Vendevano parole. Oggi chiamerebbero “Buona scuola”, un’istituzione che cade a pezzi; flessibilità, il diritto di licenziare; governabilità, l’elemosina di qualche bonus. Sulla riforma della Costituzione tuttavia è in atto l’inganno più grande: “siete contro il cambiamento” – dicono – “per la conservazione e l’immobilità”. Quante volte ti ho detto che prima di cambiare direzione bisogna sapere dove si va? Ricordalo ai tuoi amici. Non ogni cambiamento va verso il meglio.

I Padri costituenti uscivano da una guerra e pensavano davvero al bene comune. Oggi, solo interessi particolari: “questa riforma attua le indicazioni della più importante banca d’affari americana, la JP Morgan” (MicroMega). La politica al servizio dell’economia. Storia vecchia, dirai. Vero. Ma oggi si combina con nuove vergogne da smascherare. Una soprattutto – l’inganno supremo – la promessa di cambiare l’Italicum: “Un progetto di riforma sarà sottoposto alla direzione del Pd” e portato “in Parlamento con l’impegno del Premier per l’attuazione della nuova legge.” Capisci, Giorgio, dovremmo credere (ancora) all’impegno del Premier. Non dimenticare Burke: “Quanto più grande il potere, tanto più grande l’abuso.” Fidarsi di Renzi? No, grazie, abbiamo avuto infinite prove di quanto sia maestro dell’inganno. Un caro saluto. Angelo Cannatà

(24 ottobre 2016)

Referendum sulla costituzione: cosa ci ha insegnato Dossetti di Giovanni Nicolini

Dossetti a messa – Sariano di Trecenta (1995) – © credit http://www.dossetti.eu

BOLOGNA – In questo grave momento per le sorti del nostro paese, per la mia adesione alla Regola di don Giuseppe Dossetti, che fu giurista e padre costituente, ritengo che non si possa dimenticare che egli spese le ultime energie della sua vita per la difesa della Costituzione, fondamento di unità e di giustizia di tutto il nostro popolo. È quindi per me doveroso lasciarci guidare dal suo insegnamento.

Egli fortemente combatté la riforma berlusconiana e per mostrare quanto la sua posizione di allora sia del tutto attuale e applicabile alla riforma di oggi basta rileggere alcune sue affermazioni.

1. Senza ombra di dubbio Dossetti avrebbe combattuto questa riforma prima di tutto perché operazione illegittima e pericolosa: un parlamento eletto con legge dichiarata incostituzionale che si arroga il compito di cambiare un’ampia parte della Costituzione (47 articoli, pari a 1/3 della Costituzione) con stretta maggioranza politica.

In occasione della festa della liberazione del 1994 così scriveva al sindaco di Bologna:

Si tratta di impedire a una maggioranza che non ha ricevuto alcun mandato al riguardo, di mutare la nostra Costituzione: si arrogherebbe un compito che solo una nuova Assemblea Costituente, programmaticamente eletta per questo, e a sistema proporzionale, potrebbe assolvere come veramente rappresentativa di tutto il nostro popolo. Altrimenti sarebbe un autentico colpo di stato (Bazzano, 25 aprile 1994)

2. In secondo luogo perché ne risulterebbe una Costituzione di parte. I padri costituenti parlavano di “Casa comune”.  La costituzione del ‘48 fu scritta insieme e fu votata a larghissima maggioranza, 88%, da quanti erano avversari politici. La riforma di oggi invece divide gli italiani: se prevalesse il sì, metà degli italiani non si riconoscerebbero nel nuovo testo della Costituzione.

Ricordando i lavori dell’Assemblea Costituente Dossetti osservava:

È qui il luogo di ricordare che questa base di largo consenso – nonostante i dibattiti assai vivaci lungo il corso di tutti i lavori e gli antagonismi che dividevano allora il paese – portò a una votazione finale del testo della Costituzione che raggiunse quasi il 90% dei componenti dell’Assemblea costituente (Le radici della Costituzione, Monteveglio 16 settembre 1994).

3. Infine non si tratta di discutere se c’è qualcosa di buono nel progetto di riforma ma di difendersi dalla manipolazione del consenso.

Esprimendo la sua preoccupazione, Dossetti diceva: Ora la mia preoccupazione fondamentale è che si addivenga a referendum, abilmente manipolati, con più proposte congiunte, alcune accettabili e altre del tutto inaccettabili, e che la gente totalmente impreparata e per giunta ingannata dai media, non possa saper distinguere e finisca col dare un voto favorevole complessivo sull’onda del consenso indiscriminato a un grande seduttore: il che appunto trasformerebbe un mezzo di cosiddetta democrazia diretta in un mezzo emotivo e irresponsabile di plebiscito (Lettera ai Comitati per la difesa della Costituzione, Oliveto 23 maggio 1994).

Giovanni Nicolini

Fonte: huffington postAutore: tomaso montanari “Riforma costituzionale, il diavolo si nasconde nel dettaglio. Numeri bizzarri per eleggere il capo dello Stato”. Intervento di Tomaso Montanari

Una delle tante aberrazioni della “riforma” che Renzi e i suoi alleati vogliono imporci per obbedire all’ordine impartito nel 2013 dalla JP Morgan Chase & Co.
«Vogliamo una democrazia che decide», sostiene il fronte del Sì. «Anche noi! Ma decidere non vuol dire comandare, o dominare: avete costruito una dittatura della maggioranza, un sistema in cui chi vince prende tutto. Un sistema in cui non esistono più garanti terzi», ribattiamo dal fronte del No. È stato questo il leitmotiv del mio confronto con Luciano Violante, arbitrato venerdì scorso da Enrico Mentana. Un punto cruciale del dibattito ha riguardato l’elezione del presidente della Repubblica. Come il vecchio, il nuovo articolo 83 prevede che: «Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri». Solo che – se vincesse il Sì – il Parlamento sarebbe così composto: 630 membri della Camera (come ora: si sono ben guardati dal limitarne il numero, alla faccia della retorica del risparmio!), 95 senatori nominati dai consigli regionali (iddio sa come), fino a 5 senatori nominati dal presidente della Repubblica (durano sette anni, e dunque il loro numero al momento del voto è imprevedibile: dipende quando saranno stati nominati) e i senatori di diritto e a vita in quanto ex presidenti della Repubblica.
Immaginiamo dunque l’elezione del successore di Mattarella, e consideriamo il corpo elettorale più ampio possibile (augurando lunghissima vita a Giorgio Napolitano): 630+95+5+2, cioè 732 elettori.Dobbiamo subito dire che, a legislazione attuale (dunque ad Italicum vigente), il partito di maggioranza avrà (per legge) 340 seggi alla Camera, e, diciamo, una maggioranza di 60 senatori (qua il dato è, per forza di cose, empirico: ma è una ragionevole proiezione del peso attuale del Pd): dunque un pacchetto di 400 voti.
«Ebbene, nei primi tre scrutini (come ora) per eleggere il Capo dello Stato ci vorranno i due terzi: 488. Il partito di maggioranza dovrebbe trovarne 88: il che implica un’alleanza politica di una certa ampiezza. Già, però, dal quarto al sesto scrutinio il quorum per l’elezione presidenziale scende ai tre quinti dei componenti: 440. E qua cominciano i problemi, perché basta una piccola ‘aggiunta’ (esempio non troppo astratto: un drappello di volenterosi verdiniani) per fare schiavo colui che dovrebbe essere il massimo garante di tutti.

«Ma la vera e propria crisi democratica si manifesta con ciò che viene previsto dal settimo scrutinio: quando basteranno i tre quinti dei votanti. Si tratta di un inedito quorum mobile: ma fino a che punto potrà abbassarsi? L’unico limite è quello imposto dall’articolo 64 della Costituzione (non toccato dalla riforma), che impone il numero legale: perché il presidente possa venire eletto è necessario che siano presenti la metà più uno dei componenti, cioè 367 elettori. Ora, i tre quinti di 367 è pari a 221: e dunque la nuova Costituzione prevede che dalla settima votazione il Capo dello Stato si elegga con una maggioranza minima di 221 voti, cioè con una maggioranza che è tutta nella disponibilità del singolo partito che avrà vinto le elezioni (340 deputati), anche se al Senato non dovesse avere nemmeno un seggio!
«Di fronte all’evidenza dei numeri, Violante ha risposto che si tratta di un’eventualità remotissima, perché alle elezioni presidenziali tutti sono presenti. Benissimo: ma allora perché la nuova Costituzione dovrebbe prevedere una simile stranezza? Come è ovvio, le Costituzioni dovrebbero evitare le trappole, non configurarne di bizzarre. Mentre qua si aprono scenari bizantini complicatissimi, fatti di giochi incrociati di assenze e presenze: una geometria dalle mille varianti che consegna un margine enorme alla peggiore politica, quella da corridoio parlamentare. A questo punto Violante ha ammesso che la ratio di questa bizzarra norma è evitare uno stallo nell’elezione presidenziale, perché questo potrebbe creare un danno all’immagine del Paese.
E così – dopo mille infingimenti, mille tentativi di negare l’evidenza – è finalmente emersa la verità. Che è questa: gli autori della riforma preferiscono consegnare la massima magistratura dello Stato all’arbitrio di un singolo partito, piuttosto che permettere che la sua elezione duri qualche giorno (perché di questo si tratta). E basterà ricordare che Sandro Pertini fu eletto al sedicesimo scrutinio per far capire come possa invece valer la pena di aspettare un po’. Se vince il Sì, il Presidente della Repubblica potrà dunque essere eletto solo dalla maggioranza creata a tavolino dall’Italicum. Sarà improbabile, ma è possibile: anzi, è esplicitamente previsto.
Ora, questo particolare cruciale rivela moltissimo dello spirito della riforma su cui siamo chiamati a votare. Una riforma che baratta decisionismo con democrazia, e che aumenta il potere della maggioranza senza aumentare le garanzie delle minoranze. È qui il suo carattere totalitario: letteralmente totalitario, nel senso che chi vince si prende tutto, e a chi perde non rimane alcuna tutela.

Accanto all’arroganza maggioritaria, la cialtroneria della scrittura: non si è fin qui notato che – a rigore – per il regolamento della Camera (quello che vige nelle sedute comuni dei due rami del Parlamento) il numero legale è distinto dal quorum richiesto per le votazioni di natura elettiva. Tra i presenti che rendono valida la seduta potrebbero essercene alcuni (o anche moltissimi) che non rispondono alla chiama, e non partecipano alla votazione: in pura teoria per eleggere il presidente della Repubblica basterebbero 3 voti su 5 votanti, purché ci siano 367 presenti a garantire il numero legale. Non accadrà mai? È molto probabile. Ma diventa davvero colossale l’arbitrio dei signori del voto parlamentare, che potranno agitare la minaccia di colpi di mano, fare uscire ed entrare dall’aula interi gruppi, pescare nel torbido: con i famosi 101 franchi tiratori che impallinarono la presidenza Prodi abbiamo imparato quanto l’elezione dell’inquilino del Quirinale possa essere velenosa e opaca.
Appare dunque plasticamente evidente come la riforma costituzionale che stiamo per votare sia stata scritta con sciatteria, ignoranza, inettitudine. Oltre che con colossale arroganza.
Il diavolo si nasconde nel dettaglio, ammesso che l’elezione del Capo dello Stato sia un dettaglio. E il 4 dicembre non vogliamo andare all’inferno.

Lo Stato condannato a pagare da: ilsecoloxix.it

«Vide troppa violenza al G8». Risarcimento record

Matteo Indice

Genova – Il rumore delle manganellate sui corpi, le urla di chi veniva massacrato, la vista del sangue «dappertutto». E più avanti le torture, subite e viste, nella caserma in cui fu trasferita insieme ad altri. Tutto questo ha prodotto uno «scardinamento della tenuta psicologica». E oltre quindici anni dal G8 di Genova 2001, una manifestante tedesca ottiene poco meno di 200 mila euro per i soprusi che le furono inferti, ma soprattutto che osservò; prima alla scuola Diaz, il luogo in cui decine di noglobal erano stati sorpresi nel sonno a pestati senza motivo, e poi nella caserma di Bolzaneto dove li avevano seviziati e umiliati e torturati.

Il pronunciamento del giudice genovese Paola Bozzo Costa riguarda la tedesca Tanja W. (assistita dai legali Antonluca Crovetto e Carlo Malossi) e rappresenta il più alto risarcimento finora stabilito in sede civile per le violenze commesse dagli agenti.

«Il collegio dei periti – precisa il magistrato – ha potuto accertare che Tanja ha riportato postumi permanenti. E che gli stessi sono derivati non tanto dalle percosse di cui la parte ha riferito nel dibattimento del processo Diaz, quanto soprattutto dalle gravi violenze alle quali ha direttamente assistito, rimanendo sconvolta». I riflessi sono stati disarmanti: «I periti hanno riscontrato “fenomeni di reattività a stimoli che ricordano il trauma”, quando si trova a contatto con persone in divisa e quando qualcuno “le si avvicina troppo”… Gli stessi consulenti hanno accertato che è affetta dal Dps (disturbo post-traumatico da stress) insorto a causa della sequela di fatti violenti» iniziati alla Diaz e proseguiti a Bolzaneto.

Fu una violenza studiata e sistemica, se ancora ci fosse bisogno di chiarirlo, sebbene certe cose siano viste da alcuni con maggiore chiarezza quando ormai rappresentano un motivo di studio più storico che giudiziario: «Non si può parlare d’i iniziative criminose dei singoli agenti, realizzate a esclusivo fine egoistico e per un tornaconto personale, perché è evidente dalle deposizioni dei funzionari che si versava in una situazione di deriva violenta, e non giustificata da un’azione di polizia».

La descrizione non si discosta da quello che i processi hanno già ampiamente dimostrato, insieme a dettagliate ricostruzioni giornalistiche, a libri e al film “Diaz” del regista Daniele Vicari. «Le condotte incriminate hanno generato atti di perquisizione e di arresto illeciti, con violazione di diritti della persona a protezione costituzionale quali il domicilio, la libertà, l’onore, l’immagine e la reputazione».

Il complesso compito di dirigere da: www.resistenze.org

 

A cura di Unidad y Lucha | unidadylucha.es
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

03/10/2016

Estratto da: Álvaro Cunhal, Il Partito con Pareti di Vetro, 1980

Il lavoro di direzione è, per sua natura, sue funzioni e sue competenze, la tipologia di attività di partito di più responsabilità e complessità.

Chi dirige, a qualsiasi livello, che sia centrale, regionale o qualunque altro, deve decidere, orientare, dare direttive e indicazioni, distribuire e attribuire compiti. Deve esaminare le realtà, le situazioni concrete e i problemi e trovare risposta ad essi. Deve pianificare e programmare il lavoro. Deve accompagnare necessariamente il lavoro delle organizzazioni o dei rispettivi settori e intervenire per assicurare il giusto orientamento, per stimolare l’attività, per controllare l’esecuzione, per condurre alla realizzazione dei compiti assegnati.

Il lavoro di direzione include così grandi responsabilità, molteplici competenze e ampi poteri. È essenziale che il suo esercizio sia conforme ai principi organici del Partito e in particolare, al rispetto della democrazia interna e alla concezione del lavoro collettivo.

Dirigere non significa obbligare, né comandare, né dare ordini, né imporre. È, innanzitutto, conoscere, indicare, spiegare, aiutare, convincere, dinamizzare. Sono pessime caratteristiche per un dirigente lo spirito autoritario, il piacere del comando, l’idea della superiorità rispetto ai meno responsabili, l’abitudine a decidere da solo, la sufficienza, la vanità, lo schematismo e la rigidità nell’esigere l’applicazione delle istruzioni.

Una qualità essenziale in un dirigente comunista è la coscienza che si deve sempre imparare, sempre arricchire la propria esperienza, sempre saper ascoltare le organizzazioni e i militanti che dirige.

E quando si parla di ascoltare, non ci si riferisce solo al gesto formale dell’ascoltare, di protocollo e accondiscendente. Non si tratta di ricevere passivamente e registrare per dovere quello che dicono gli altri. Si tratta di conoscere, di sfruttare e apprendere con l’informazione, l’opinione e l’esperienza degli altri. Si tratta eventualmente di modificare o rettificare l’opinione propria in funzione di tale informazione, opinione ed esperienza.

L’esperienza di ogni dirigente individualmente considerato è di gran valore. Ma l’esperienza dei dirigenti deve sapere fondere l’esperienza propria con l’assimilazione dell’esperienza del Partito.

Da ciò se ne deduce che un dirigente dà un contributo più ricco, positivo e creativo, quanto più basa la sua opinione sulla comprensione dell’opinione degli altri e sull’assimilazione dell’esperienza collettiva e quanto più riesce a far si che il suo pensiero traduca, esprima e sintetizzi collettivamente il pensiero elaborato. Non solo del suo organismo, bensì della sua organizzazione e del Partito in generale.

È pericoloso per una direzione e per i dirigenti, a qualunque livello, vivere e pensare come un circuito chiuso e separato.

Quando ciò succede, l’angolo visuale diventa limitato e ristretto. Compare la tendenza ad attribuire alla rispettiva organizzazione, o a tutto il Partito, o alle masse l’opinione di quel circolo ristretto. Diminuisce la capacità di imparare e conoscere il vero sentire e le vere aspirazioni e disposizioni del Partito e delle masse.

È indispensabile, per un corretto lavoro di direzione, lo stretto contatto con l’organizzazione, coi militanti e, sempre che sia possibile, coi lavoratori democratici senza partito.

Bisogna evitare tutto ciò che tende ad allontanare i dirigenti dalla base del Partito. Bisogna stimolare tutto quanto avvicini e leghi in un sforzo congiunto, tutte le organizzazioni e i militanti, inclusi i dirigenti.

I dirigenti hanno un’importante ruolo nell’attività, nello sviluppo e nel successo dei rispettivi partiti. In tal senso, si può dire che i dirigenti fanno i partiti. Nel PCP, anche il Partito fa i dirigenti.