Vi aspettiamo in tanti, numerosi, numerosissimi e coloratissimi per il corteo del Catania Pride. Portate amici, genitori, zii, vicini di casa, cani, gatti, Catania Pride 2 Luglio Catania concentramento: 17.30 in Piazza Cavour Percorso: Piazza Cavour, Via Etnea, Via San Giuliano, conclusione in Piazza Teatro Massimo

Ringrazio l’ARCIGAY Catania per aver voluto che fossi la Madrina del Catania Pride
Personalmente è un onore partecipare sia come Madrina ma anche come presidente ANPI Provinciale Catania
In un momento come quello che stiamo attraversando dove l’odio, il razzismo, l’omofobia e il femminicidio sembra che stiano imperando è necessario non rinchiudersi ma scendere in piazza.
Non è con la paura che si combatte la violenza, l’odio ma reagendo con l’amore, far capire ai cittadini che amare il prossimo tuo come te stesso non è solo un comandamento ma è l’amore fra gli esseri umani.
Invito tutte e tutti a partecipare
Santina Sconza
presidente ANPI Provinciale Catania 13497986_1119132281483220_1486028776062204329_o
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Fonte: rifondazione.it Voto sul referendum inglese sulla brexit al Parlamento Europeo

Riguardo la #Brexit, il gruppo Gue-Ngl ha presentato la mozione di seguito riportata.
Il gruppo parlamentare della Sinistra Unitaria Europea, nel quale la delegazione italiana è guidata da Eleonora Forenza, ha votato la mozione di maggioranza (popolari, socialisti, liberali e verdi) in quanto non conteneva il minimo riferimento alla necessità di cambiare questa Europa.

La mozione del gruppo Gue-Ngl:

Il Parlamento europeo,

– visto l’articolo 123, paragrafo 2, del suo regolamento,

A. considerando che il popolo di uno Stato membro ha preso la decisione storica di uscire dall’Unione europea a seguito di un referendum;

B. considerando l’esito del referendum in cui il popolo britannico ha chiaramente votato a favore della Brexit; considerando altresì che le crescenti critiche nei confronti dell’UE non solo non possono essere ignorate, ma dovrebbero essere affrontate mediante un’agenda di riforma di ampia portata, che garantisca trasparenza, apertura e democratizzazione, nonché una più forte partecipazione dei cittadini;

C. considerando che l’esito del referendum dimostra che le crescenti disuguaglianze sociali ed economiche fra gli Stati membri e in seno ad essi rappresentano una delle principali minacce alla stabilità e alla coesione dell’UE;

D. considerando che l’articolo 50 del trattato sull’Unione europea (TUE) prevede che uno Stato membro possa recedere dall’Unione;

E. considerando che l’intesa raggiunta in occasione del Consiglio europeo del febbraio 2016 tra David Cameron, a nome del governo britannico, e l’Unione europea, è ormai nulla;

1. rispetta la decisione del popolo britannico, che dovrebbe essere vista come uno stimolo a costruire un’altra Europa;

2. chiede che l’articolo 50 TUE sia immediatamente applicato;

3. ricorda che l’articolo 50 TUE prevede che il Parlamento dia la sua approvazione e chiede che tale istituzione sia coinvolta in tutte le fasi dei negoziati riguardanti l’accordo di recesso;

4. rammenta che tutte le decisioni riguardanti le relazioni future tra l’UE e il Regno Unito, dopo l’uscita di quest’ultimo, devono essere il risultato di un processo democratico e coinvolgere sia il Parlamento europeo che i parlamenti nazionali;

5. sottolinea che l’esito del referendum dimostra che è necessaria un’altra Europa, la quale dovrà essere costruita con l’accordo dei cittadini, che si aspettano decisioni concrete su questioni sociali quali l’occupazione, la trasparenza e il welfare, e il rifiuto delle misure di austerità;

6. sottolinea che l’esito del referendum e la decisione del popolo britannico dimostrano chiaramente che l’UE sta attraversando una profonda crisi, che è il risultato delle politiche neoliberali e di austerità, e dell’erosione della democrazia; ritiene pertanto che per l’UE sia giunto il momento di affrontare i problemi reali dei cittadini per il tramite di un profondo cambiamento di politica atto a soddisfare le loro aspettative;

7. ribadisce la difesa di valori quali la democrazia, la pace, la tolleranza, il progresso e la solidarietà, nonché la cooperazione fra i popoli; condanna le forze nazionaliste di destra in ascesa ed evidenzia il fatto che la via da seguire deve essere quella di un’Europa che si assume maggiori responsabilità quanto all’accoglienza dei rifugiati, anziché chiudere le proprie frontiere a coloro che fuggono guerre e conflitti;

8. osserva che i cittadini dell’Irlanda del Nord hanno scelto di rimanere nell’UE; è del parere che il governo britannico abbia perso ogni mandato a rappresentare gli interessi dei cittadini dell’Irlanda del Nord in relazione all’UE;

9. ritiene che vi sia l’esigenza democratica di tenere un referendum sull’unità irlandese, quale previsto dall’Accordo del Venerdì santo;

10. invita l’UE a continuare a sostenere il processo di pace in Irlanda;

11. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio e alla Commissione nonché ai governi e ai parlamenti degli Stati membri.

Fonte: help consumatori “L’unica possibilità di salvare le coste italiane è dare vita ad aree protette”. I dati choc di Legambiente

Qual è il futuro delle coste italiane? Negli ultimi decenni al ritmo di 8 km all’anno, il 51% dei nostri litorali sono stati trasformati da palazzi, alberghi e ville. Un terzo delle spiagge è interessato da fenomeni erosivi. Nel 2014 sono state accertate 14.542 infrazioni (40 al giorno, 2 ogni km) tra reati inerenti al mare e alla costa. Questa la foto delle coste italiane analizzate a 360 gradi dal Rapporto Ambiente Italia 2016 di Legambiente, presentato ieri a Roma.

Con ben 16 contributi di esperti, il Rapporto fornisce una fotografia dettagliata dello stato delle nostre coste che sono al centro di uno dei mari più delicati del pianeta per ragioni ambientali ma anche culturali e commerciali, banco di prova imprescindibile rispetto ai cambiamenti climatici, sui quali pesano le conseguenze di politiche miopi e inefficienze storiche. L’habitat marino è costantemente messo alla prova dall’inquinamento, con il 25% degli scarichi cittadini ancora non depurati (40% in alcune località) e ben 1.022 agglomerati in procedura di infrazione europea. Il 45% dei prelievi realizzati da Goletta Verde nel 2015 è risultato inquinato, mentre la plastica continua a colonizzare spiagge e fondali marini. Solo il 19% della costa (1.235 chilometri) è sottoposta a vincoli di tutela.
“Le coste sono uno straordinario patrimonio del nostro Paese che dobbiamo liberare dalla pressione di cemento e inquinamento – ha dichiarato Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente e curatore insieme a Sebastiano Venneri e Giorgio Zampetti del volume – Il Rapporto Ambiente Italia presenta una fotografia di questi impatti con dati davvero inquietanti e studi che dimostrano come sia possibile invertire questa situazione attraverso un cambio delle politiche. Proprio la sfida che i cambiamenti climatici pongono alle aree costiere del Mediterraneo, con impatti significativi sugli ecosistemi, sulla linea di costa e sulle aree urbane, deve portare a una nuova e più incisiva visione degli interventi. Occorre rafforzare la resilienza dei territori ai cambiamenti climatici e spingere verso la riqualificazione e valorizzazione diffusa del patrimonio costiero”.
Tra le minacce incombenti il fenomeno dell’erosione costiera, che oggi interessa in maniera più o meno diffusa tutte le regioni italiane, come racconta nel suo contributo Enzo Pranzini. Oggi più di un terzo delle nostre spiagge è in erosione e il futuro sembra ancora più arduo per l’innalzamento del livello del mare e l’intensificarsi dei fenomeni climatici estremi, cui attualmente non stiamo dando risposte adeguate. In molti casi, per rispondere all’emergenza locale, si è intervenuti con la costruzione di scogliere aderenti alla costa che hanno, di fatto, solo spostato il problema, col risultato che oggi abbiamo interi tratti di costa coperti da scogliere artificiali, che non permettendo il ricambio idrico e la sedimentazione delle sabbie, contribuiscono al progressivo abbassamento dei fondali e ai possibili crolli cui si tenta di rispondere con strutture sempre più massicce e impattanti. Inoltre, queste difese artificiali provocano correnti pericolose che possono causare annegamenti. Di recente si è passati a utilizzare la tecnica del ripascimento dei litorali che sembra aver avuto maggiore efficacia ma che ha costi economici superiori.
D’altra parte, spiega Michele Manigrasso parlando di consumo di suolo, in Italia, il 51% delle coste è stato trasformato dall’urbanizzazione. Legambiente ha realizzato una analisi di dettaglio dei 6.477 chilometri di costa da Ventimiglia a Trieste e delle due isole maggiori, senza considerare quindi le numerose isole minori: 3.291 chilometri sono stati trasformati in modo irreversibile, nello specifico 719,4 chilometri sono occupati da industrie, porti e infrastrutture, 918,3 sono stati colonizzati dai centri urbani. Un altro dato preoccupante riguarda la diffusione di insediamenti a bassa densità, con ville e villette, che interessa1.653,3 chilometri, pari al 25% dell’intera linea di costa. Tra le regioni, la Sicilia ha il primato assoluto di km di costa caratterizzati da urbanizzazione meno densa ma diffusa (350 km), seguita da Calabria e Puglia; la Sardegna è invece la regione più virtuosa per quantità di paesaggi naturali e agricoli ancora integri e comunque è la regione meno urbanizzata d’Italia. E’ davvero preoccupante sottolineare come dal 1988 ad oggi, malgrado fosse in vigore la legge Galasso che avrebbe dovuto tutelare le aree entro i 300 metridalle coste, sono stati trasformati da case e palazzi ulteriori 220 chilometri di coste, con una media di 8 km all’anno, cioè 25 metri al giorno. Tra le regioni più devastate la Sicilia con 65 km, il Lazio con 41 e la Campania con 29. Nelle aree costiere, secondo i dai Istat, nel decennio 2001 – 2011 sono sorti 18mila nuovi edifici. Ben 700 edifici per chilometro quadrato sia in Sicilia che in Puglia, 600 inCalabria ma anche 232 per chilometro quadrato in Veneto, 308 inFriuli Venezia Giulia e 300 in Toscana, Basilicata e Sardegna.
E i nostri mari continuano a essere minacciati dai problemi di inquinamento, per i ritardi nella depurazione di troppe città, non solo costiere, che fanno scappare i turisti. La maladepurazione riguarda il 25% dei cittadini italiani. Dato confermato purtroppo anche da due sentenze di condanna della commissione europea (nel 2012 e 2014) e da una procedura aperta nel 2015 per il mancato rispetto della direttiva 91/271sulla depurazione degli scarichi civili. Sono ben 1.022 (il 32% del totale), gli agglomerati coinvolti dai procedimenti europei: 81% di quelli Campani, il 73% della Sicilia, il 62% della Calabria. Problema non proprio ininfluente, visto che le sanzioni costeranno 476 milioni di euro l’anno dal gennaio 2016 a completamento delle opere. In positivo, le regioni più virtuose per depurazione sono il Veneto con “solo” il 17% dei comuni coinvolti, la Toscana col 18% e il Friuli Venezia Giulia col 24%. Anche le analisi delle acque condotte da Goletta verde nel 2015 sono risultate inquinate nel 45% dei casi. Complessivamente leinfrazioni accertate ai danni delle coste e del mare nel solo 2014 sono state 14.542, pari a 40 al giorno, 2 ogni chilometro di costa, con 18mila persone denunciate e ben 4.777 sequestri effettuati. Le infrazioni inerenti specificatamente all’inquinamento sono state 4.545, il 31% del dato nazionale, con 7mila persone denunciate o arrestate e 2.741 sequestri. Uno dei fenomeni più preoccupanti di inquinamento del mare è la quantità di rifiuti presenti, e in particolare di plastica galleggiante. Legambiente ha realizzato un’attività di monitoraggi della beach litter, con Goletta Verde che viene raccontata nel volume, e che dimostra come serva una strategia per ridurre i rifiuti portati dai fiumi e quelli prodotti dalle attività presenti nel Mediterraneo.
“Per il futuro delle aree costiere – ha dichiarato Rossella Muroni, presidente nazionale di Legambiente – abbiamo la possibilità di ispirarci e scegliere un modello che si è già rivelato di successo. Quello delle aree protette e dei territori che hanno scelto di puntare su uno sviluppo qualitativo e che stanno vedendo i frutti positivi anche in termini di crescita del turismo. Come il sistema di 32 aree protette nazionali, che sono un esempio virtuoso di gestione delle aree costiere di cui essere orgogliosi. O come i Comuni che ogni anno Legambiente premia con le cinque vele, che dimostrano come la strada più lungimirante sia oggi quella che coniuga la tutela del territorio con la valorizzazione e recupero del patrimonio edilizio esistente. Per dare una spinta a questa prospettiva occorre però che ci siano regole chiare, senza dimenticare che il nostro Paese deve anche muovere le ruspe per demolire le migliaia di case abusive che deturpano le nostre coste e avviare operazioni di riqualificazione in aree che potranno, in questo modo, avere un futuro turistico fuori dal degrado”.

15 fatti sul collasso dell’economia USA che il mainstream non vuole farti conoscere da: resistenze.org

Michael Snyder  | theeconomiccollapseblog.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

15/06/2016

Stiamo per conoscere la prova inconfutabile che l’economia USA è in rallentamento da un bel po’ di tempo. Ed è vitale che prestiamo attenzione ai fatti, perché in tutta Internet troverete molte e molte persone che esprimono  opinioni su cosa sta accadendo all’economia. E naturalmente i media mainstream cercano sempre di mettere le cose in modo che Barack Obama ed Hillary Clinton ne vengano fuori bene, perché quelli che lavorano nei media mainstream sono molto più liberisti della popolazione americana nel suo complesso. E’ vero che anch’io ho la mia opinione, ma come avvocato ho imparato che le opinioni non significano nulla finché non sono corroborate dai fatti. Pertanto lasciatemi per cortesia qualche minuto per condividere con voi le prove che dimostrano chiaramente che siamo entrati in una grande recessione economica. I 15 fatti che seguono riguardano l’economia USA che sta implodendo e sono fatti che i media mainstream non vogliono farvi sapere…

1. La produzione industriale è in declino da oltre nove mesi di fila. Non abbiamo mai visto accadere questo nella storia degli USA al di fuori dei periodi di recessione.

2. I fallimenti negli USA sono aumentati sulla base annua per sette mesi di fila e sono ora oltre il 51% in più da settembre.

3. Il tasso di criminalità sui mutui commerciali ed industriali è in aumento sin da gennaio 2015.

4. Il totale degli scambi commerciali negli USA è andato stabilmente scendendo fin dalla metà del 2014. No, non ho detto 2015. Il totale degli scambi commerciali è oggi in declino da quasi due anni e abbiamo appena saputo che è sceso ancora…

Il totale degli scambi in USA ha fatto in aprile quello che sta facendo da luglio del 2014: è crollato: -2,9% dall’anno scorso fino agli 1,28 miliardi di miliardi di dollari che l’ufficio statistiche (Censues Bureau) ha riportato mercoledì. Questi sono stati gli scambi di aprile 2013!

5. Gli ordinativi delle imprese USA stanno crollando da 18 mesi di fila.

6. L’indice di cassa delle spedizioni via nave è in caduta su base annua da 15 mesi consecutivi.

7. La produzione USA di carbone è scesa ai più bassi livelli da 35 anni a questa parte.

8. Goldman Sachs ha il suo indicatore interno dell’economia USA ed è sceso al livello più basso fin dall’ultima recessione.

9. Gli “indici di recessione” di JP Morgan sono saliti al livello più alto mai visto dall’ultima recessione.

10. il gettito fiscale federale e quello statale di solito iniziano a scendere nel momento in cui si entra in una nuova recessione, ed è precisamente ciò che sta accadendo adesso.

11. L’indice delle condizioni del mercato del lavoro della Federal Reserve è in caduta da cinque mesi di fila.

12. Le cifre dell’occupazione che il governo ha diffuso per l’ultimo mese sono state le peggiori mai viste negli ultimi sei anni.

13. Secondo Challenger, Gray & Christmas, le richieste di cassa integrazione per le principali imprese sono in aumento del 24 % in più quest’anno di quanto lo erano nello stesso periodo dell’anno scorso.

14. Le offerte di lavoro on-line sul sito del network d’affari LinkedIn sono in costante calo da febbraio, dopo 73 mesi che erano in stabile crescita.

15. Il numero dei lavoratori temporanei negli USA raggiunse il picco e scese precipitosamente prima che iniziasse la recessione del 2001. La stessa identica cosa successe un attimo prima dell’inizio della recessione del 2008. Così, vi sorprenderebbe venire a sapere che il numero dei lavoratori temporanei ha avuto il picco in dicembre e da allora è  drammaticamente sceso?

Solo ieri abbiamo appreso che due delle nostre più grandi società licenzieranno sempre più lavoratori. Bank of America, che è in possesso del nostro denaro più di ogni altra banca del paese, ha annunciato tagli per ulteriori 8000 lavoratori.

Si prevede che Bank of America ridurrà il personale nel proprio settore del credito al consumo di 8000 posti.

La banca al dettaglio più grande della nazione per depositi ha già ridotto il personale nel suo settore di credito al consumo da più di 100.000 nel 2009 a circa 68.400 alla fine del primo quarto del 2016, ha detto Thong Nguyen, Presidente dei servizi bancari al dettaglio di Bank of America e coamministratore del credito al consumo alla Morgan Stanley Financials Conference di martedì.

E Wal-Mart ha annunciato che sta eliminando i ruoli contabili nell’amministrazione in circa 500 punti vendita.

Wal-Mart sta cercando di tagliare ruoli contabili in amministrazione in 500 negozi nel tentativo di diventare più efficiente.

I tagli avverranno prevalentemente nei negozi dell’ovest e coinvolgeranno lavoratori della contabilità e delle spedizioni, ha detto il portavoce Kory Lundberg. Al loro posto, le funzioni di contabilità verranno deviate alla sede centrale di Walmart, a Bentonville, Ark. La cassa dei negozi verrà contabilizzata dai computer.

Giorno per giorno sentiamo di tagli ed esuberi come questi qui. E allora perché questo accadrebbe se l’economia degli USA fosse veramente in ripresa?

Anche con i dati del PIL manipolati come lo sono in questi giorni, Barack Obama si avvia ad essere l’unico Presidente in tutta la Storia degli Stati Uniti che non ha avuto un singolo anno in cui l’economia sia cresciuta di almeno il 3 per cento. La verità è che la nostra economia si è impantanata già dalla fine dell’ultima recessione ed ora è chiaramente iniziato un nuovo ciclo recessivo.

E sapete chi altri lo hanno capito, questo?

Gli investitori stranieri.

Lo scorso mese, gli investitori stranieri si sono liberati dei titoli di debito USA con la velocità più alta che sia mai stata registrata…

Gli investitori stranieri hanno venduto una quota record di titoli ed obbligazioni del Tesoro USA per il mese di aprile, secondo i dati del Dipartimento del Tesoro degli USA di mercoledì, così come gli stessi investitori hanno fissato il prezzo di pochi punti superiore a quello della Federal Reserve di quest’anno.

Gli stranieri hanno venduto 74,6 miliardi di dollari del debito del Tesoro USA nel mese, dopo averne acquistato 23,6 miliardi in Marzo. Lo squilibrio in uscita di aprile è stato il più grande da quando il Dipartimento del Tesoro degli USA ha iniziato a registrare le transazioni sul debito nel gennaio 1978.

Non c’è più da discutere – la prossima crisi economica è già qui. A questo punto, ciò è così ovvio che anche George Soros sta febbrilmente vendendo titoli ed acquistando oro.

Potremmo discutere se l’economia USA abbia iniziato la fase recessiva nell’ultimo 2015, nel primo 2015 o nell’ultimo 2014, ed è un bene che si facciano tali discussioni.

Ma alla fine della fiera, ciò chè è molto più importante e quello che ci troveremo davanti. Fortunatamente, la nostra recessione è stata fino ad ora abbastanza graduale, e speriamo che si mantenga così il più a lungo possibile.

In molti altri posti del mondo, le cose sono già in conclamata modalità panico. Fino ad ora, il Venezuela era stato una delle nazioni più ricche del sudamerica, ma ora la gente ha iniziato letteralmente a cacciare cani e gatti per mangiarli.

In assenza di un grande evento riconoscibile e imprevedibile di qualche sorta, non vedremo ciò che sta succedendo negli Stati Uniti ancora per un po’, ma senza dubbio stiamo correndo a tutto vapore verso una grande depressione economica.

Sfortunatamente per tutti noi, non c’è nulla che qualsivoglia nostro politico sia in grado di fare per fermarlo.

Comunicato stampa del CC del KKE sul risultato del referendum in Gran Bretagna sull’uscita dalla UE da: resistenze.org

Partito Comunista di Grecia (KKE) | kke.gr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

24/06/2016

Il risultato del referendum nel Regno Unito dimostra il crescente malcontento della classe operaia e delle forze popolari verso l’UE e le sue politiche antipopolari. Tuttavia queste forze devono svincolarsi dalle scelte di specifiche sezioni della borghesia e delle loro forze politiche, acquisendo caratteristiche radicali e anticapitaliste. Il risultato registra la disillusione delle aspettative alimentate da tutti i partiti borghesi, come in Grecia, in sinergia coi meccanismi dell’UE, ossia che i popoli possano vivere in prosperità all’interno dell’UE.

Il fatto che la questione del ritiro di un paese dall’UE sia stata posta in modo così spinto – e in un paese delle dimensioni della Gran Bretagna – è dovuto da un lato alle contraddizioni interne all’UE e all’ineguaglianza delle sue economie e dall’altro allo scontro in atto tra i centri imperialisti, per la recrudescenza della recessione economica. Questi fattori rafforzano il cosiddetto euroscetticismo, le tendenze separatiste e altre tendenze che cercano un cambiamento nella forma di gestione politica dell’UE e dell’eurozona.

I vettori reazionari dell’euroscetticismo, sono i partiti nazionalisti, razzisti e fascisti, come il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito di Farage (UKIP), il Fronte Nazionale di Lepen in Francia, la “Alternativa per la Germania” e formazioni simili in Austria, Ungheria e in Grecia, per esempio la formazione fascista Alba Dorata, Unità nazionale di Karatzaferis e altri. Ma l'”euroscetticismo” è espresso anche da partiti che utilizzano l’etichetta di sinistra, criticano o rifiutano l’UE e l’euro, sostengono una valuta nazionale e cercano altre alleanze imperialiste, con una strategia che opera nel quadro del capitalismo.

Queste contraddizioni e antagonismi permeano le classi borghesi di ogni stato membro dell’UE. I processi economici e politici in corso, sia in Gran Bretagna che nell’UE, i negoziati relativi alla posizione della borghesia inglese il giorno dopo, possono portare a nuovi temporanei accordi tra l’UE e il Regno Unito. Quello che è certo è che fino a quando la proprietà capitalistica dei mezzi di produzione e il potere borghese restano in piedi, qualsiasi sviluppo sarà accompagnato da nuovi dolorosi sacrifici per la classe operaia e le forze popolari.

Il risultato del referendum in Gran Bretagna espone le altre forze politiche greche, che nel corso degli anni passati benedivano la partecipazione della Grecia nell’Unione europea, presentandola come un processo irreversibile o seminando l’illusione circa la necessità di ancora “più Europa della democrazia e della giustizia”. Espone anche quelle forze che considerano la valuta nazionale come la panacea che porterà alla prosperità. La Gran Bretagna con la sua sterlina ha adottato le stesse misure antioperaie e antipopolari degli altri paesi della zona euro. E continuerà a prendere le stesse misure al di fuori dell’UE, in quanto è essenziale per la competitività e redditività dei suoi monopoli.

È certo che nei prossimi giorni le voci e le “lacrime” si moltiplicheranno, sia da parte del governo SYRIZA-ANEL che da parte degli altri partiti borghesi sulla “necessità di una nuova fondazione dell’Unione Europea”, sul fatto che la “UE ha perso la sua strada e c’è bisogno di tornare alle sue radici”, ecc. Tuttavia, l’Unione Europea sin dalla sua creazione è stata ed è un’alleanza reazionaria delle classi borghesi dell’Europa capitalista, con l’obiettivo di spremere il sudore dei lavoratori e derubare gli altri popoli del mondo, nel quadro della concorrenza con gli altri centri imperialisti. Non è stato e non sarà un accordo permanente, così come le alleanze simili del passato non sono state permanenti. L’ineguaglianza e la concorrenza capitalista, i mutamenti nei rapporti di forza, prima o poi portano le contraddizioni alla superficie, contraddizioni che non si potranno più colmare con compromessi temporanei e fragili. Allo stesso tempo sul terreno del capitalismo giungeranno a buon fine nuovi fenomeni e processi per nuove alleanze reazionarie.

Gli interessi del popolo greco, del popolo britannico, di tutti i popoli d’Europa non devono porsi sotto una “falsa bandiera”. Non devono schierarsi sotto le bandiere della borghesia e delle sue varie sezioni, che determinano le loro scelte e le loro alleanze internazionali in base ai loro interessi e sulla base del massimo sfruttamento possibile dei lavoratori. La condanna necessaria dell’alleanza predatoria del capitale, l’Unione europea, la lotta per il disimpegno di ogni paese da essa, per essere efficaci, devono essere collegate al rovesciamento del potere del capitale da parte del potere operaio e popolare. L’alleanza sociale della classe operaia e degli altri strati popolari, il raggruppamento e il rafforzamento del movimento comunista internazionale sono precondizioni per aprire la strada per questa prospettiva di speranza.

Dichiarazione dell’Ufficio stampa del CC del KKE

Si segue la pista Isis Aeroporto di Istanbul, terroristi sparano sulla folla e si fanno esplodere: 36 morti e 147 feriti da: rainews.it

 Decine di morti e feriti all’aeroporto Ataturk di Istanbul dove un commando di 3 (forse 7) persone ha aperto il fuoco sulla folla al terminal internazionale. Poi 3 di loro si sono fatti saltare in aria al parcheggio dei taxi Tweet Prime immagini dall’aeroporto Ataturk di Istanbul In 13 anni sono stati 17 gli attentati più importanti che hanno colpito la Turchia Attentato aeroporto di Istanbul: l’arrivo dei feriti in ospedale Istanbul, attentato aeroporto Ataturk: le drammatiche immagini dei primi soccorsi Turchia, attacco all’aeroporto: il momento delle esplosioni ripreso dalle telecamere di sorveglianza 29 giugno 2016 Almeno 3 terroristi (forse sette) armati di kalashnikov hanno aperto il fuoco intorno alle 22 locali ai controlli di sicurezza nella zona degli arrivi dell’aeroporto Ataturk, provocando 37 morti e 147 feriti. Poco dopo, si sono fatti saltare in aria durante uno scontro a fuoco con la polizia al parcheggio dei taxi. Allo stato attuale però l’unica certezza, purtroppo, riguarda il numero delle vittime perchè la dinamica degli avvenimenti è ancora poco chiara. Secondo fonti della polizia il commando sarebbe stato composto da 7 persone, di cui altre 3 sarebbero in fuga e 1 arrestata. Lo scalo è rimasto chiuso per diverse ore sia ai voli in partenza che a quelli in arrivo, dirottati su altri aeroporti. Come indica il sito web dell’aeroporto, stamattina è ripresa l’attività, anche se con modalità ridotte rispetto al normale. Le esplosioni udite nello scalo sono state almeno 3. Sul posto decine di ambulanze. Alcuni testimoni raccontano di scene drammatiche con feriti portati via anche in taxi. Non si hanno ancora notizie sull’identità delle persone coinvolte. L’aeroporto Ataturk ha un doppio sistema di controlli di sicurezza, il primo dei quali all’ingresso dello scalo, ancor prima di arrivare ai banchi di accettazione. E’ lì che è avvenuto almeno uno degli attacchi, mentre spari sono stati uditi anche in un parcheggio vicino. L’azione terroristica è stata confermata direttamente dal ministro della Giustizia turco, Bekir Bozdag. Il primo ministro turco Binali Yildirim afferma che finora tutte le indicazioni suggeriscono che ci sia la mano dell’Isis dietro all’attacco all’aeroporto. Yildirim spiega che gli aggressori sono arrivati all’aeroporto in taxi e si sono fatti esplodere dopo aver aperto il fuoco. Alla domanda se un quarto aggressore possa essere fuggito, ha detto che le autorità non hanno tale valutazione ma stanno prendendo in considerazione ogni possibilità. Il premier turco ha aggiunto che tra le vittime ci sono alcuni stranieri e che molti tra i feriti hanno lesioni lievi, ma altri sono in gravi condizioni. Yildirim fa notare infine come l’attacco arrivi mentre la Turchia sta avendo successo nella lotta al terrorismo e sta cercando di normalizzare i rapporti con i paesi vicini come la Russia e Israele. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha condannato l’attacco, ricordando che è avvenuto durante il mese sacro islamico del Ramadan. Messaggi di solidarietà sono giunti alla Turchia da tutto il mondo. Il segretario generale delle Nazioni unite Ban Ki-moon ha condannato “l’attacco terroristico” di ieri sera all’aeroporto Ataturk di Istanbul, chiedendo che i responsabili siano identificati e portati davanti alla giustizia. Un messaggio di vicinanza e cordoglio è arrivato dal primo ministro Renzi:”Voglio esprimere solidarietà e vicinanza al popolo turco. Quel che sta avvenendo a Istanbul conferma la necessità di una risposta forte e coesa al terrorismo. Esprimo a nome del governo e del popolo italiano solidarietà al popolo turco”. – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Aeroporto-di-Istanbul-terroristi-sparano-sulla-folla-e-si-fanno-esplodere-36-morti-e-147-feriti-48eaab7f-b076-480c-ac58-2757e5372e5c.html

Calcio e Nazionali, il gender pay gap riguarda anche loro da: ndnoidonne

E’ tempo di Europei, di calcio mercato e inevitabilmente di cifre, ma è passata inosservata la notizia che la nazionale di calcio femminile degli Stati Uniti ha vinto i Mondiali e ha guadagnato una cifra milionaria ben al di sotto di…

inserito da Silvia S. G. Palandri

Calcio e Nazionali, il gender pay- gap riguarda anche loro
Silvia S. G. Palandri

In periodo di Campionato Europeo di calcio, di calcio mercato e di relativi numeri e cifre, non ha trovato spazio, tra le reti delle squadre nazionali, la notizia che la Nazionale di calcio femminile statunitense ha ottenuto una proposta di legge arrivata fino al Senato americano con la quale richiede parità salariale con i suoi colleghi.
La Nazionale di calcio femminile degli Stati Uniti infatti ha vinto i Mondiali e per questo ha ricevuto un premio di ben 2 milioni di dollari che però messo a confronto con i 30 milioni vinti dalla Nazionale tedesca nel 2014 per la stessa vittoria mondiale fa risaltare una disparità eclatante che ha portato la Nazionale di calcio femminile a protestare apertamente per questo trattamento di palese disuguaglianza. Le giocatrici stesse hanno stimato di guadagnare ben il 25% in meno rispetto ai loro colleghi.
La senatrice Patty Murray ha così deciso di supportare la loro protesta e con altri venti senatori ha presentato una risoluzione che è stata largamente approvata. La Risoluzione tuttavia non ha alcun effetto legale ma solo una valenza di pressione pubblica sugli enti governativi del calcio tanto che un altro senatore, Patrick Lealhy, ha pensato di presentare direttamente alla FIFA un’altra petizione che però è stata duramente osteggiata ritenendo più urgenti e necessarie altre questioni per il Paese. Ma questa risoluzione non è la sola proposta sull’equità salariale a giacere dimenticata, infatti anche il “Paycheck Fainess Act” che apporterebbe ulteriori garanzie alla parità retributiva a livello federale, aggiornando la “Equal Pay Act” del 1963, è per ora fermo al Senato così che è ancora in vigore la legge di epoca “kennediana”.

L’ unica legge recente approvata sull’equità salariale è stata quella del 2009, la “Lilly Ledbetter Fair Pay Act” firmata dal Presidente Obama all’inizio del suo primo mandato. Con questa legge si è voluto marcare una realtà di disequilibrio esistente tra i salari maschili e quelli femminili cercando di sancire per legge la parità salariale a parità di mansione. Questo provvedimento legislativo porta il nome della cittadina americana, Lilly Ledbetter, che una volta in pensione si è resa conto di percepire una somma inferiore ben al 40% rispetto ai suoi colleghi e che dopo una battaglia legale contro la sua ex azienda non ha visto riconosciute le sue istanze, perdendo la causa.

Sarà stato per evitare questo effetto sorpresa che in Germania, dove le donne guadagnano il 22% in meno rispetto ai colleghi, la Ministra alle politiche familiari, per gli anziani, le donne e i giovani, Manuela Schwesig ha presentato lo scorso anno un disegno di legge preliminare per risolvere il pay-gap che avrebbe dovuto dare i suoi effetti già nel 2016 se non si fosse arenato in Parlamento osteggiato dalle numerose critiche di fattibilità sia a livello economico per le aziende sia per la conseguente paura per i livelli occupazionali femminili; per alcuni infatti questa uguaglianza scoraggerebbe le aziende nell’assumere le donne.
Questa legge propone tra l’altro, come strumento di garanzia di parità salariale, la pubblicazione online degli stipendi dei relativi colleghi, non a livello nominale ma per categoria, così che ognuno può confrontare e verificare l’adeguatezza della propria remunerazione.
Nel resto d’Europa la situazione per le donne è altrettanto poco remunerativa visto la media del divario salariale che si attesta al 16.4% e dove in Spagna una donna guadagna il 17% in meno di un collega o in Francia il 15% e riceve una busta paga più leggera del 20% in Ungheria, del 30% in Estonia, del 19.4% in Finlandia e del 23.4% in Austria.
La situazione si presenta simile anche in paesi fuori dall’Unione Europea come la Svizzera dove a Febbraio scorso è stata attivata la campagna “Equal Pay Day” con l’intento di far reinserire nella programmazione legislativa 2016-2019, la legge per l’equità salariale che è sancita dall’art.8 della Costituzione Elvetica e che invece il Consiglio Nazionale ha stralciato dal Programma di Legislatura triennale.
La legge per la parità salariale tra uomini e donne prevedeva misure concrete che, a detta dei promotori della campagna, avrebbero permesso di superare lo squilibro di retribuzione che nel paese elvetico è pari al 18.4%.

In Italia la situazione non è diversa dal resto d’Europa se la stima percentuale dei salari femminili, calcolata per ore lavorative, secondo uno studio dell’Unione Europea è pari al 6.7% in meno rispetto agli stipendi maschili. E nel Calcio? Il Calcio e tutti gli sport italici vengono regolati dal CONI e dalle sue Federazioni che ad oggi non hanno modificato le regole per le quali gli sport femminili risultano estromessi dal professionismo in base ad una legge del 1981, la n. 91 del 23 Marzo, che definisce i requisiti dell’atleta professionista, i quali sono materia esclusiva delle Federazioni. Così le donne sono e rimangono delle “dilettanti”.
L’Associazione Nazionale Atlete, ASSIST, nell’incontro annuale tenutosi a livello nazionale ha voluto rendere nota questa palese situazione di disuguaglianza e discriminazione che affligge le donne non solo sul piano economico ma che incide a livello di considerazione sociale e di valutazione prestazionale.
La protesta delle atlete è stata recepita dal ddl n. 1996 “Idem-Fedeli” del 2015 per volontà della Vice-Presidente del Senato Valeria Fedeli e della Senatrice Josefa Idem e che volge al pieno riconoscimento professionale delle atlete italiane.
Il ddl “Modifiche alla Legge 23 marzo 1981 n. 91, per la promozione dell’equilibrio di genere nei rapporti tra società e sportivi professionisti” è stato presentato nel Luglio dello scorso anno e dopo la lettura in Senato, seguita alla presentazione, è a tutt’oggi in attesa di discussione.
La FIGC, Federazione Italiana Gioco Calcio, da parte sua sta tentando una riabilitazione del ruolo e delle abilità femminili. Di fatto i club di calcio femminile rientrano nella Lega Nazionale Dilettanti, LDN, tuttavia per la stagione 2015-2016 le società professionistiche di Serie A e Serie B maschili sono tenute a tesserare almeno 20 ragazze under 21 per aumentare la possibilità che le donne possano competere nelle varie categorie a seconda dell’età. Si è inoltre data la possibilità di cedere il titolo sportivo per invogliare i club professionisti ad interessarsi al calcio femminile anche nei livelli più avanzati.
Questi accorgimenti sono stati previsti nell’ambito delle Linee Programmatiche per lo Sviluppo del Calcio Femminile. Nel frattempo, forse anche grazie a queste decisioni, come primo effetto, c’è stato un contratto di sponsorizzazione per una centrocampista, Aurora Galli, con una nota marca di scarpe e prodotti sportivi italiana che per la prima volta ha scelto come sponsor una calciatrice.
Un assist favorevole dalla FIGC quindi al Calcio Femminile che dovrebbe dare i suoi risultati nel tempo ma che può portare a vincere la partita più importante, quella della parità in ogni campo, economico e professionale.