AUGURI A TUTTI: Santina Sconza e il comitato provinciale Anpi augura buon anno regalando a tutti il più bel discorso Discorso sulla Costituzione di Piero Calamandrei, 26 gennaio 1955

5 gennaio 2014 -parole e musica per ricordare Pippo Fava presso GAPA

AUGURI RESISTENTI_ BUON ANNO_2014 sarà l’anno della sinistra

Unione dei comuni, la critica dei Cobas ad alcune esperienze in Toscana Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

L’Unione dei comuni è sostanzialmente un ente territoriale normato da leggi e “spinto” dalla legge di Stabilità. Una grande macchina amministrativa che da una parte cancella tradizioni secolari e, dall’altra, sforna privatizzazioni e tagli del personale. Su questo i Cobas di Pisa hanno elaborato un loro punto di vista che “legge” il processo in alcuni comuni della Toscana dal punto di vista dei lavoratori.

A che punto è la situazione?
Se lo chiedono tanti lavoratori e lavoratrici dipendenti dai comuni più piccoli destinati a Unioni tra più comuni, spesso frutto anche di processi di fusione con tanto di referendum che ha visto i sindacati confederali silenti, attivi fautori delle fusioni tramite ampie alleanze bipartisan (dal Pd al Pdl) A questa santa alleanza si sono sottratti solo comunisti e Cobas che in Toscana hanno avviato prima una campagna contro la fusione dei comuni, poi stanno aprendo vertenze locali a sostegno dei lavoratori. Vorremmo soffermarci su 2 aspetti salienti: – le fusioni vengono presentate come riduzione dei costi della politica e per questo motivo tra i fautori troviamo anche il 5 stelle. Le fusioni in realtà cancellano servizi destinandoli alle privatizzazioni come accaduto nel comune di Lari (Pi). Una proposta per ridurre i costi della politica noi l’abbiamo: abroghiamo l’art 90 del testo unico enti locali che permette di assumere personale con rapporto fiduciario per l’intero mandato. Fatti due conti ci sono migliaia di lavoratori \trici alle dipendenze della politica, assunti per i programmi dei sindaci non per accrescere servizi. Se solo la metà di loro non fosse assunta destinando l’altro 50% ai servizi comunali avremmo due risultati apprezzabili: maggoori servizi e meno spesa per la politica. magari si potrebbero stabilizzare parte dei precari ai quali gli Enti locali non rinnovano i contratti.

 

Le fusioni sono favorite da 5 anni di non applicazione dei patti di stabilità
Qui il ragionamento deve essere diverso: i patti di stabilità strangolano i Comuni e andrebbero rivisti anche da un’ottica moderata escludendo dai tetti le spese per l’istruzione, la gestione del territorio, la sanità. Perchè nessuno prende l’iniziativa? Le fusioni determinano non solo la cancellazione di servizi tramite accorpamenti (e di posti di lavoro in prospettiva perchè le piante organiche saranno al ribasso) ma stravolgono quel rapporto democratico tra cittadini e amministratori decidendo di gestire gli enti locali come una sorta di spa

 

Potete fare esempi concreti?
Intanto guardiamoci gli atti e senza prestare grande aspettative nella Giustizia inviamo ove ci siano gli stremi esposti come abbiamo fatto a Lari. Vediamo i lavoratori di Lari che da società in house stanno per passare a una società prvata con contratto che da autonomie locali passa al multiservizi. Questo accade dopo che in campagna elettorale il Pd ha parlato della fusione dei comuni come modello di sviluppo dei servizi, salvo poi, nel giro di due o 3 settimane, privatizzare parte del comune con tanto di cessione di ramo di azienda. I sindacati confederali hanno preso in giro i lavoratori perchè In Prefettura sospendendo o stato di agitazione hanno rinunciato anche allo sciopero (visto che a ridosso del Natale scatta il periodo in cui gli scioperi sono vietati dall’infame legge) disattendendo gli impegni assunti con i lavoratori

 

Altri esempi?
Parliamo poi dei comandati da tempo all’ Unione della Valdera operanti nei servizi di refezione, trasporto scolastico, e polizia locale. Gli accordi stipulati anni fa per il loro passaggio in comando all’ Unione riconoscevano il diritto a poter scegliere se rimanere nel proprio comune o essere trasferiti in via definitiva all’ Unione Valdera. Oggi, pare che non sia più così. Ma allora chi ha abrogato questi accordi contrattati fra la parte pubblica e quella sindacale? Non sarà stato lo stesso sindacato confederale che li ha firmati dimostrando di non capire più che a dover essere tutelati sono i lavoratori e le lavoratrici e non i Comuni con il loro sistema di potere? Visto cosa hanno fatto CGIL, CISL, Uil sul contratto decentrato dell’ Unione Valdera, ormai è evidente che “non sanno quello che fanno” e tutto può essere accaduto, soprattutto perchè il personale interessato al trasferimento è disinformato e abbandonato al suo destino! Tutti gli accordi che tutelavano i comandati sembrano rimessi in discussione. Pare, perché fra Comuni e Unione Valdera assistiamo ad un continuo rimpallarsi di responsabilità e chiacchiere tipiche del “renzismo” dilagante.

 

Nessuno ha il coraggio di uscire allo scoperto e di dire cosa intendono fare con chiarezza assumendosi responsabilità ed esponendosi alle azioni conseguenti.Le Amministrazioni Pubbliche si esprimono con gli atti, e non a discorsi, e allora è possibile che non ci sia alcun atto a pochi giorni alla fine dell’ anno? Anzi alcuni comuni, per adeguarsi alle modifiche del nuovo Statuto dell’ Unione Valdera in ordine alle funzioni attribuite, hanno nel frattempo riconfermato i comandi senza assumere decisioni sul trasferimento definitivo all’Unione. Della serie, nell’ incertezza meglio attendere! Oppure si deciderà con qualche atto allo scoccare della mezzanotte per mettere tutti di fronte al fatto compiuto? L’ Unione Valdera non è ovviamente la stessa cosa di una societò privata, la distinzione è necessaria ma in queste Unioni si pensa ormai prevalentemente alle funzioni di vertice a discapito del personale dei più bassi livelli esecutivi e amministrativi che all’occorrenza potrà essere esternalizzato e ceduto come ramo di azienda soprattutto con l’avento di Renzi alla guida del Pd . Del resto è già iniziata la migrazione verso le sponde Renziane e il loro elemento caratterizzante è proprio l’attacco ai lavoratori previo smantellamento della pubblica amministrazione. Il sindacalismo confederale è sempre più lontano dai bisogni di lavoratrici e lavoratori e sempre più vicino agli interessi della politica che indirettamente li sovvenziona, basti vedere il silenzio in queste ore decisive, un ruolo non conflittuale e perfino privo di elementi critici . Noi invece di fronte ai tentativi di “autoritarismo padronale” dei datori di lavoro pubblici e dei Sindaci ,rispondiamo in un modo solo: rivendicando i diritti e sostenendo le vertenze, a partire dai luoghi di lavoro a partire dai territori.

Israele, la mission impossible di Kerry mentre a Gaza è emergenza umanitaria | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

Israele, con la sua “escalation militare contro Gaza”, sta tentando di far fallire i tentativi di pace del segretario di Stato statunitense John Kerry. Le dichiarazioni dell’ambasciatore palestinese a Roma, Mai Alkaila, a commento dei bombardamenti israeliani nei giorni scorsi sulla Striscia, in cui e’ rimasta uccisa anche una bimba palestinese di tre anni sono solo un tassello della complessa situazione in MO a pochi giorni dall’inizio della nuova missione nella regione di Kerry.
Si tratterà del suo decimo viaggio in Israele e Cisgiordania dal marzo 2013. Israele ce la sta mettendo tutta per spostare il più avanti possibile militarmente la situazione a suo favore. E così mentre poche ore fa ha liberato 26 prigionieri palestinesi, come previsto dalla road map, dall’altra va avanti il processo di annessione della valle del Giordano, che tra l’altro ha spaccato il governo israeliano. Senza contare le continue vessazioni verso la popolazione palestinese di Gaza, senza energia elettrica a causa del blocco ai varchi.

“La pressione delle lobby su Kerry”
La rappresentante diplomatica palestinese ha definito la mediazione di Kerry “imparziale e coraggiosa” in quanto mira a stabilire due Stati, uno israeliano e l’altro palestinese. “Il segretario di Stato Usa – ha sottolineato Mai Alkaila- sta subendo pressioni immense sia da parte di Israele che della lobby ebraica statunitense, ma finora ha mantenuto una linea di neutralita’ tra le due parti che noi palestinesi apprezziamo molto”. Se le foto e i servizi giornalistici di Natale si sono concentrati per lo piu’ su una Gerusalemme imbiancata dalla neve, c’e’ un’altra realta’, tutt’altro che idilliaca, rimasta in ombra.Un disperato appello per la campagna di solidarietà
Alkaila lancia un disperato appello per raccogliere aiuti – attraverso movimenti, strutture di base, singoli cittadini italiani – da destinare alla popolazione della Striscia, in piena catastrofe non solo per l’embargo israeliano, l’escalation militare delle ultime ore ma, sopratutto, per un’ondata di maltempo che ha colpito la regione, con una forza mai vista negli ultimi 70 anni. “Ci rivolgiamo alla solidarieta’ degli italiani, per impedire che si consumi un’ennesima ragedia”, ha spiegato ai giornalisti l’ambasciatrice palestinese, illustrando l’iniziativa “Una coperta per Gaza”.

Emergenza umanitaria
A Gaza, le piogge e le nevicate dei giorni scorsi hanno fatto saltare il precario sistema fognario, allagando cittadine e villaggi, travolgendo case, scuole, infrastrutture mai del tutto riparate dopo l’operazione “Piombo Fuso” del 2008-2009: acque pulite si sono mischiate alle acque nere, con il risultato che non vi e’ piu’ un rubinetto di acqua potabile nella Striscia, dove vivono un milione e 800 mila palestinesi. In tutto cio’, ha denunciato l’ambasciatrice palestinese, Israele non solo ha continuato a mantenere un embargo totale che impedisce persino il transito di medicinali, ma ha persino aperto le sue due dighe, attraverso cui passano gli scarichi dello Stato israeliano verso il Mediterraneo, contribuendo a mandare in tilt tutto il sistema di smaltimento e inondando di melma putrida Gaza. La situazione e’ al di fuori di ogni controllo, ha rimarcato l’ambasciatrice, la quale ha invocato “una mobilitazione internazionale” per la gente della Striscia, rimasta in gran parte senza un tetto, cibo, acqua potabile, riscaldamento. “Piu’ della meta’ della popolazione di Gaza, vive tra l’altro nei campi profughi, ovvero in tende o abitazioni di fortuna”, ha ricordato Alkalia.
In questo quadro, l’unica centrale elettrica della Striscia sta per cessare le proprie attivita’ per una grave penuria di combustibile dovuta alla chiusura del valico di Kerem Shalom con Israele. L’erogazione della corrente elettrica sara’ ulteriormente tagliata, a solo 6 ore al giorno, con la prospettiva di bloccarsi del tutto, entro, al massimo, una settimana, ha avvertito l’ambasciatrice.
“Una coperta per Gaza” mira a raccogliere fondi che verranno gestiti per fronteggiare le emergenze piu’ drammatiche e sostenere le famiglie di Gaza, specie i bambini. Le donazioni (20 euro a coperta) andranno indirizzate a “Una coperta per Gaza”/ Missione diplomatica palestinese/Iban: IT 36 E 02008 05211 000021004086.

La Svizzera: Torino-Lione inutile, non ci sono più merci | Fonte: libreidee.org

L’ultima barzelletta sulla Torino-Lione la raccontano gli svizzeri, solitamente noti per la loro austera serietà. E infatti non si scherza neanche stavolta: perché all’appello non mancano i binari, ma le merci. In valle di Susa, si apprende, transita appena un decimo del carico che già ora potrebbe essere tranquillamente trasportato. Attenzione: a essere semi-deserta è la linea ferroviaria attuale, la Torino-Modane, appena riammodernata. Inappellabile la sentenza dei numeri: il traffico alpino Italia-Francia è letteralmente crollato. Anziché nuove linee, servirebbero treni da far circolare sulla ferrovia che già esiste. E invece – questa è la “barzelletta” – il governo italiano pensa sempre di costruire ex novo il più costoso e inutile dei doppioni, la famigerata linea Tav a cui la valle di Susa si oppone da vent’anni con incrollabile determinazione, confortata dai più autorevoli esperti dell’università italiana. Tutti concordi: la super-linea Torino-Lione (il doppione) sarebbe devastante per l’ambiente, pericolosa per la salute e letale per il debito pubblico, dato che costerebbe almeno 26 miliardi di euro. Ma soprattutto: la grande opera più contestata d’Italia sarebbe completamente inutile.L’ennesima conferma ufficiale viene dall’ultimo rapporto dell’Uft, l’ufficio federale dei trasporti elvetico. Si tratta della raccolta totale dei dati delle merci – su strada e su ferrovia – che attraversano annualmente tutti i valichi alpini, da Ventimiglia fino a Wechsel, a sud di Vienna. Da giugno 2002, questo studio è seguito anche dall’Osservatorio del traffico merci nella Regione Alpina dell’Unione Europea. Su tutti i valichi italo-francesi (Ventimiglia, Monginevro, Moncenisio, Fréjus e Monte Bianco) sono passati complessivamente 22,4 milioni di tonnellate di merci, sia su strada che su ferrovia, rispetto al totale di 190 milioni dell’intero arco alpino. Quanto alla valle di Susa, lo stesso osservatorio tecnico istituito dal governo italiano ha stabilito in 32,1 milioni di tonnellate annue la capacità della attuale ferrovia a doppio binario, la linea “storica” che già collega Torino a Lione attraverso Modane. La valutazione risale al 2007, ma ora la linea è stata ulteriormente ammodernata: nel traforo del Fréjus possono transitare treni con a bordo Tir e grandi container. Il “problema”? Presto detto: nell’ultimo anno, in valle di Susa sono transitate appena14 milioni di tonnellate di merci. E di queste, solo 3,4 su ferrovia.

«I numeri parlano chiaro», commenta Luca Giunti, attivista No-Tav e referente tecnico per la Comunità Montana valsusina: «Il traffico globale tra Italia e Francia avrebbe potuto tranquillamente essere ospitato soltanto sull’attuale ferrovia, e senza neppure riuscire a saturarla completamente. Invece, sulla direttrice della val Susa è transitato appena un decimo delle merci trasportabili». E il confronto con i rapporti degli anni precedenti, tutti disponibili sul sito svizzero, conferma un trend in continua diminuzione sul versante occidentale delle Alpi, iniziato ben prima della crisi del 2008, mentre a crescere è il trasporto transalpino verso Svizzera e Austria. Motivo: «Italia e Francia hanno economie mature, interessate soltanto da scambi commerciali di sostituzione, mentre il percorso nord-sud collega il centro e l’est Europa con i mercati orientali in espansione». Per contro, la frontiera di Ventimiglia ha accolto, da sola e quasi interamente su strada, 17,4 milioni di tonnellate, 3 in più di quelle piemontesi. «Laggiù la ferrovia ha stretti vincoli e andrebbe ammodernata, con spese e disagi tutto sommato contenuti perché si lavorerebbe a livello del mare e senza dover traforare le montagne. Inspiegabilmente, invece, quel passaggio è trascurato da ogni politica».

Anziché potenziare il valico di Ventimiglia, il governo italiano insiste – contro ogni ragionevolezza – nel voler realizzare ad ogni costo il “doppione” valsusino: cioè il progetto «più difficile, più costoso e lapalissianamente più inutile». Decine di miliardi di euro, con benefici attesi soltanto per il lontanissimo 2070, «ma solo se le mostruose previsioni di incremento dei traffici saranno rispettate: ed evidentemente non lo sono!». Ne tiene conto sicuramente la Francia, che ha già escluso la Torino-Lione della sua agenda lavori: l’opera verrà ripresa in considerazione, eventualmente, solo dopo il 2030. In Italia è aperto solo il mini-cantiere di Chiomonte: da quella galleria però non transiterà mai nessun treno, perché quello in via di realizzazione è solo un piccolo tunnel geognostico. Terminato il quale, il buon senso consiglierebbe di fermarsi, tanto più che – a valle di Susa – la stessa progettazione operativa della futura linea, verso Torino, è praticamente ancora inesistente. «Quando si prenderà finalmente atto che il progetto della Torino-Lione è vecchio, inutile ed esoso?», conclude Giunti. «Quando, semplicemente, si rispetteranno i documenti ufficiali e gli atti governativi?». Parlano chiaro persino quelli italiani: le iniziali previsioni di incremento si sono rivelate pura fantascienza, messe a confronto con la realtà. Già oggi, conferma la Svizzera, in valle di Susa il traffico potrebbe crescere del 900%. E senza bisogno di nuove ferrovie.

L’Italia del lavoro è in ginocchio Fonte: rassegna

Stipendi bloccati, disoccupazione al galoppo, sempre più poveri e pensioni basse. E’ questa l’Italia del lavoro che emerge dal Rapporto sulla Coesione Sociale del 2013 stilato da Inps, Istat e Ministero del Lavoro.

Giovani disoccupati . Il tasso di disoccupazione nel 2012 ha raggiunto il 10,7%, con un incremento di 2,3 punti percentuali rispetto al 2011 (4 punti percentuali in più rispetto al 2008). Il tasso di disoccupazione giovanile supera il 35%, con un balzo in avanti rispetto al 2011 di oltre 6 punti percentuali (14 punti dal 2008), e i disoccupati sono 2 milioni 744 mila, 636 mila in più rispetto al 2011. Il tasso di disoccupazione della popolazione straniera si attesta nel 2012 al 14,1% (+2 punti percentuali rispetto al 2011). I valori più alti si registrano al Nord dove il tasso raggiunge il 14,4% (16,3% per la componente femminile).

Pensionati sotto 1000 euro . Quasi un pensionato su due (46,3%) ha un reddito da pensione inferiore a mille euro, il 38,6% ne percepisce uno fra mille e duemila euro, solo il 15,1% dei pensionati ha un reddito superiore a duemila euro. Dal 2010 al 2012 il numero di pensionati diminuisce mediamente dello 0,68%, mentre l’importo annuo medio aumenta del 5,4%. Al 31 dicembre 2012 i pensionati sono 16 milioni 594mila; di questi, il 75% percepisce solo pensioni di tipo Invalidità, Vecchiaia e Superstiti (Ivs), il restante 25% riceve pensioni di tipo indennitario e assistenziale, eventualmente cumulate con pensioni Ivs.

Italiani poveri . Nel 2012 si trovava in condizione di povertà relativa il 12,7% delle famiglie residenti in Italia (+1,6 punti percentuali sul 2011) e il 15,8% degli individui (+2,2 punti): sono i valori massimi dagli inizi della serie storica, del 1997. La povertà assoluta colpisce invece il 6,8% delle famiglie e l’8% degli individui. I poveri in senso assoluto sono raddoppiati dal 2005 e triplicati nelle regioni del Nord (dal 2,5% al 6,4%). Nel corso degli anni, la condizione d povertà è peggiorata per le famiglie numerose, con figli, soprattutto se minori, residenti nel Mezzogiorno e per le famiglie con membri aggregati, in cui convivono più generazioni. Fra queste ultime una famiglia su tre è relativamente povera e una su cinque lo è in senso assoluto. Un minore ogni cinque vive in una famiglia in condizione di povertà relativa e uno ogni dieci in una famiglia in condizione di povertà assoluta, quest’ultimo valore è più che raddoppiato dal 2005. Segni di miglioramento si registrano invece per la condizione di povertà relativa fra gli anziani.

Stipendi bloccati . Sempre lo scorso anno, la retribuzione mensile netta è risultata di 1.304 euro per i lavoratori italiani e di 968 euro per gli stranieri. Rispetto al 2011, il salario netto mensile è rimasto quasi stabile per gli italiani (4 euro in più) mentre risulta in calo di 18 euro per gli stranieri, il valore più basso dal 2008. In media, la retribuzione degli uomini italiani è più elevata (1.432 euro) di quella corrisposta alle connazionali (1.146 euro). Il divario retributivo di genere è più accentuato per la popolazione straniera, con gli uomini che percepiscono in media 1.120 euro e le donne soltanto 793. I lavoratori sovra istruiti (cioè in possesso di un titolo di studio più elevato rispetto a quello prevalentemente associato alla professione svolta) sono il 19% circa dei lavoratori italiani mentre la quota supera il 40% fra i lavoratori stranieri e raggiunge il 49% fra le occupate straniere.

Occupati . Nel 2012 gli occupati sono 22 milioni 899 mila, 69 mila in meno rispetto alla media del 2011. Il tasso di occupazione della popolazione 20-64 è pressochè stabile da qualche anno (61% nel 2012, 61,2% nel 2011), ma è sceso di due punti percentuali dal 2008. Il calo più vistoso è quello registrato dal tasso di occupazione per la classe di età 15-24, che dal 2008 ha perso 5,8 punti percentuali, passando dal 24,4 al 18,6%. Gli occupati a tempo determinato sono 2 milioni 375mila, il 13,8% dei lavoratori dipendenti. Si tratta in gran parte di giovani e donne. Gli occupati part-time sono invece 3 milioni 906 mila, il 17,1% dell’occupazione complessiva. In quest’ultimo caso prevale nettamente la componente femminile.

Niente posto fisso . Negli ultimi anni si è ridotta la capacità dell’università di attrarre giovani: il tasso di passaggio (ovvero il rapporto percentuale tra immatricolati all’università e diplomati di scuola secondaria superiore dell’anno scolastico precedente) è sceso al 58,2% nell’anno accademico 2011/2012 dal 73% del 2003/2004, anno di avvio della Riforma dei cicli accademici. Per i giovani, il posto fisso è ormai un miraggio: “Il numero medio di lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato nel 2013 è diminuito rispetto all’anno precedente (-1,3%). Il fenomeno ha riguardato soprattutto i lavoratori gli under30, diminuiti del 9,4%”.