Donne “in esubero”. “Non si tratta solo di un licenziamento. Ti vogliono umiliare”Fonte: http://francescoiaco.blogspot.it | Autore: francesco jacovone

“E’ innegabile che siano le donne, quelle che più di tutti stanno pagando la crisi, quelle che hanno subito e continuano a subire i maggiori attacchi ai diritti faticosamente conquistati, al sessismo nel lavoro e alla discriminazione di genere. Si potrebbero raccontare migliaia di storie di donne, farne un mosaico rappresentativo della società in cui viviamo. L’ aspetto più drammatico di questa situazione è il profondo senso di solitudine che attanaglia le donne, la disoccupazione rosa non fa notizia, e come spesso accade le donne finiscono sui tabloid e per questioni molto diverse, che aggravano il senso di frustrazione generale. In questo mosaico di donne invisibili e discriminate, possiamo parlare delle donne di Alitalia, che sono tra le prime ad aver assaporato, in una delle più grandi aziende industriali del paese, cosa rappresenti essere donna nel mondo del lavoro. “ Comincia così la chiacchierata con Susi, una sindacalista USB di Alitalia ma ancor prima una persona che stimo, con una sensibilità fuori dal comune.“Appartengo a quelle 10.000 persone che nel 2008 sono state licenziate dalla vecchia compagnia di bandiera, un piccolo paese, di lavoratori e precari, uomini e donne, ma anche famiglie e speranze. Licenziati, senza nessun criterio oggettivo di legge, considerati come ” materiale umano ” da utilizzare secondo necessità, nella più grande privatizzazione della storia recente del nostro paese.Molti tra questi lavoratori erano genitori di disabili e madri sole. Cosi come i sindacalisti scomodi.”

Insomma, una storia fatta di uomini e donne, una vertenza che nasconde dietro ogni singolo posto di lavoro una storia fatta di sangue e carne. Una vertenza di quelle che tracciano un solco, che determinano un cambiamento radicale nelle relazioni industriali di tutto il paese e che incidono nella vita di tutti i lavoratori, nessuno escluso.

Susi prosegue nel suo racconto, con passione e rabbia: “Da coloro che sono stati espulsi dal mondo del lavoro perché pensionabili e molti, soprattutto donne, non lo sono più, a coloro che sono stati lasciati a casa senza nessuna prospettiva perché discriminati. Ai precari, i nuovi schiavi invisibili. Solo chi ci è passato sa che cosa si provi ad alzarsi una mattina e perdere tutto. Il lavoro, il futuro, l’identità. Essere accompagnati alla porta, perché da quel momento non servi più all’azienda per cui hai lavorato per dieci venti, trent’anni. Magari dopo anni come precario.

Che cosa voglia dire essere un uomo o una donna di quaranta, cinquant’anni e avere la preoccupazione di non riuscire più a rientrare nel mondo del lavoro perché troppo giovani per andare in pensione, e troppo vecchi per trovare lavoro. E come si senta un padre di famiglia nel guardare il proprio figlio sapendo di non essere più in grado di provvedere al suo futuro. Si è fatta molta critica sulle proteste di chi sta perdendo il lavoro o sugli ammortizzatori sociali che nel trasporto aereo sono considerati da privilegiati. Peccato che, molto spesso chi ci finisce entra in un purgatorio prima di essere definitivamente disoccupato. Mentre al posto di chi è in cassa o mobilità c’è un precario o uno sfruttato, semmai con contratto estero sottopagato.

Quello che accade oggi in questo settore, dalle compagnie aeree, agli handlers, alle manutenzioni, alle attività commerciali, sia un sistema fatto di discriminazioni, abusi, indifferenza, in cui i lavoratori sono lasciati soli, non solo dall’azienda, ma dalle istituzioni e da una parte del sindacato molto più impegnato a non disturbare il conduttore che farsi garante del sacrosanto diritto al lavoro. E’ il risultato delle grandi privatizzazioni in cui a fronte degli interessi di pochi si sta minando la tenuta stessa della società.

Sei anni fa il fallimento di Alitalia ha rappresentato una grande campagna elettorale insieme alla mondezza di Napoli. Oggi tutte le aziende di questo settore sono in una crisi di sistema senza precedenti. I fiumi di denaro speso per gli ammortizzatori sociali e il dispendio economico di risorse della collettività, sono una bestemmia per la società stessa. Soprattutto, se pensiamo che molto spesso gli amministratori delegati dopo aver fatto fallire le società, escono con premi da capogiro.

Quella di questo settore è una storia, fatta di bad company e good company , di salvataggi di banche e distruzioni di migliaia di posti di lavoro. La storia di aziende, che erano e sono le persone che ne portano l’immagine nel mondo. Una storia fatta, di ricordi e di passione, ma anche di dolore, personale e collettivo. E’ giusto raccontare questi anni bui perché, la memoria ci restituisca la dignità perchè dietro ogni posto di lavoro c’è sangue e carne. E’ urgente rimboccarsi le maniche perché quello che è accaduto a migliaia di persone non deve accadere mai più.”

Quello che accade oggi in Alitalia non è che il completamento di un “lavoro” iniziato qualche anno fa, il compimento di un nuovo modello di relazioni industriali che non fa prigionieri, spietato e violento che non riguarda soltanto l’Alitalia, non riguarda soltanto Susi. Riguarda tutti noi e tutti noi possiamo rileggerci la nostra storia personale…

Annunci

Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia : libro Una storia non ancora finita

Aderente all’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia “Ferruccio Parri”
13019 Varallo – via D’Adda, 6 – tel. 0163-520050163-52005; fax  0163-562289
istituto@storia900bivc.it
Nell’occasione del 69° anniversario della Liberazione e del 70° anniversario della Resistenza, l’Istituto pubblica il volume a cura di Monica Schettino Una storia non ancora finita. Memorie di Anna Marengo (pp. 125, euro 12), in collaborazione con il Comitato della Regione Piemonte per l’affermazione dei valori della Resistenza e dei principi della Costituzione repubblicana, la Città di Fossano, l’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Cuneo e l’Anpi provinciale di Vercelli. Il volume sarà presentato a Vercelli, mercoledì 30 aprile 2014, nel Salone sociale dell’Associazione generale Lavoratori per Mutuo soccorso e Istruzione, via Francesco Borgogna, 38, alle ore 17.30 (seguirà comunicazione specifica).
Il volume propone le memorie di Anna Marengo, finora inedite, conservate in dattiloscritto nell’Archivio dell’Istituto, che ripercorrono le vicende biografiche dell’autrice dall’infanzia, in una Fossano che ormai non esiste più, fino alla tragica vicenda dell’arresto, alla partecipazione attiva alla lotta partigiana nella brigata di Pietro Camana “Primula”, passando attraverso gli anni della formazione universitaria e dell’attività politica e professionale all’ospedale di Vercelli. Alle riflessioni e ai ricordi della scrittrice si sovrappongono eventi decisivi della storia del Novecento: la guerra di Spagna, l’avvento del fascismo, l’8 settembre, l’attività politica e i movimenti femministi del dopoguerra. La narrazione scorre veloce, semplice e appassionata, sempre calibrata tra le riflessioni sul presente e sul ruolo degli uomini, e delle donne, nella storia. Non mancano prese di posizione radicali e “illuminate” su temi scottanti come quelli dell’aborto e del marxismo e, infine, dello spettro della guerra che si credeva sconfitta, ma che si affaccia ancora oggi nella vita delle nazioni e di fronte alla quale pochi hanno il coraggio di denunciare le proprie responsabilità.
L’Archivio fotografico Luciano Giachetti – Fotocronisti Baita di Vercelli, in coedizione con l’Istituto, pubblica il volume a cura di Piero Ambrosio, Primavera di libertà. Immagini della liberazione di Vercelli. Aprile-maggio 1945. Vol. I (pp. 76, euro 10), che raccoglie le immagini scattate durante i giorni della liberazione di Vercelli da Luciano Giachetti e Adriano Ferraris, i partigiani “Lucien” e “Musik”.
Rientrare in città, assumerne il controllo e imporre la propria legge, prima dell’arrivo del governo militare alleato, doveva far sentire ai giovani partigiani vercellesi un’emozione particolare: spinti ad abbandonare case e famiglie per non doversi arruolare nell’esercito repubblicano e continuare la guerra di Hitler, costretti a sospendere i propri progetti esistenziali e intraprendere la via delle montagne, in ambienti sconosciuti e percepiti tradizionalmente come ostili a chi proviene dalla pianura, avevano conosciuto la morte nei compagni caduti, la sofferta precarietà di una guerra senza certezze né conforti.
Ora potevano tornare, insieme a quelli con cui avevano condiviso mesi di lotta clandestina. Le strade verso Vercelli tra il 25 e il 26 aprile erano percorse dalle lunghe file delle squadre partigiane che provenivano dalle montagne biellesi, dalla Valsessera alla Serra; lungo il percorso volti sorridenti di donne, anziani, bambini che percepivano l’imminenza del ritorno alla vita pacifica.
Le immagini ci parlano di una primavera della storia del nostro Paese dopo l’inverno della guerra e quei lunghi cortei trasmettono l’idea di un popolo che si è messo in marcia verso il traguardo della libertà dall’invasore straniero e dalla dittatura fascista.

Obama, Putin e la Storia dalla parte sbagliata Fonte: www.gennarocarotenuto.it | Autore: Gennaro Carotenuto

ObamaPutin

Gli speechwriter inventano belle frasi per i politici: «Mosca è dalla parte sbagliata della Storia» hanno fatto dire all’Obama cool che cerca anche in una crisi potenzialmente bellica come quella della Crimea di esercitare un po’ di soft power. Belle frasi, anche intelligenti, che hanno il difetto di far riflettere su di un mondo nel quale principi per secoli basilari come autodeterminazione e nazionalità sembrano avviarsi alla loro “fine della Storia” senza che sia chiaro come possano essere sostituiti.

Ispira timore e anche repulsione un espansionismo russo che sa per metà di cannoniere e d’impero zarista e per l’altra di paesi fratelli da salvare come nel ’68 a Praga. Ovunque siano le ragioni e i torti, e qualche ragione Mosca ce l’ha, è solo la forza l’argomento che mette in campo. Anche per il Cremlino, non da oggi, il principio nazionale è un verso che si modula secondo convenienza, carezzevole verso i crimei, inumano verso i caucasici sterminati nella sostanziale indifferenza del mondo, che li vede attraverso il prisma falsato della guerra al terrorismo come tutti barbuti.

Viene da dire che magari Obama avesse ragione e che sia solo la Russia ad andare nel verso sbagliato della Storia. Viene da dire che magari fosse tutto così semplice e che i confini dell’Ucraina, come stabiliti e riconosciuti appena nel 1991, siano davvero così sacri e inviolabili da valer la pena morire per Sinferopoli. Purtroppo il nostro passato recente si è incaricato di dire che mentre la dissoluzione dell’impero sovietico fu più pacifica di ogni previsione, proprio quelli che avevano predetto «la fine della Storia», e se ne mettevano al centro col loro dio protestante, alla Storia stavano torcendo il braccio. Hanno usato a loro beneficio vecchie cannoniere e nuovi droni, provocato guerre civili, riportato nazioni intere (cit.) «all’età della pietra», imposto satrapi colorati e buoni, magari dalle bionde trecce, al posto di satrapi cattivi o presunti tali. Non sono solo gli Stati Uniti, anche la Germania può intendersi con la Russia. Come un tempo fecero con la Polonia anche oggi possono aver reciproca convenienza a spartirsi l’Ucraina. Anche della Yugoslavia a Berlino interessava solo la metà settentrionale, disinteressandosi alle conseguenze che portarono anni di sangue. Hanno già frammentato paesi in piccole patrie insostenibili. È una nazione il Kosovo? Esiste ancora un Iraq? Sarebbe [stata] nazione quel pezzo di Bolivia che volevano separare dagli indigeni andini di Evo Morales che, per Donald Rumsfeld, erano anch’essi tutti terroristi?

Vent’anni fa potevamo illuderci che tutto fosse in ordine, magari un ordine che non ci piaceva, ma in ordine. E da italiani, occidentali sia pur periferici, potevamo illuderci di esserne al centro e che questo ci favorisse. L’Europa, non per una fatalità ma perché strangolata nel suo percorso verso un’unione politica dalle esigenze euro-atlantiche dell’epoca Bush-Blair, non è, non esiste. Intanto, il soft power degli USA poco può dove, come in Crimea, non può essere accompagnato dal bastone di Teddy Roosevelt. Non c’è nessun nuovo ordine mondiale, tanto meno con al centro l’Occidente. Vogliono espellere la Russia dal G8. Gli stessi proponenti sanno che è un’arma spuntata cacciare Mosca da un organismo che gli stessi grandi giornali dell’establishment mondiale considerano contare ormai poco, come tutto ciò che ancora rivendica una centralità occidentale. Meglio il G20, meglio i Brics, dei quali la Russia è nerbo, meglio perfino l’ONU. Ciò ammesso e non concesso che tutti questi autorevoli consessi, figli dell’idea di diplomazia invalsa dal 1648 ai giorni nostri, e che vedeva al centro stati sulla via di divenire nazioni, decidano oggi più del consiglio di amministrazione di alcune banche d’affari. Il destino manifesto del «nuovo secolo americano», si è rivelato incarnato -a qualunque cultura e latitudine- nel solo dominio della ricchezza, non già del dollaro, sempre più mera unità di conto, ma sì della finanza. Tutto ciò può non piacere ma è pur sempre una parvenza di ordine a-democratico. Si può perfino far finta di votare e si può perfino rinunciare al progresso e alla giustizia sociale (a patto di non esserne completamente esclusi) come destino lineare dell’umanità in cambio di un minimo di sicurezza.

La cosa che più spaventa è che quello che è in crisi fino a perdere di senso, in Europa e in Africa ma anche in Asia, è quel principio di nazionalità sul quale abbiamo creduto di costruire tutta la nostra modernità negli ultimi due secoli. A volte le separazioni appaiono indolori, come tra Praga e Bratislava, altre volte drammatiche, ma davvero pensate che dividere la Scozia da Londra o lasciare Sebastopoli con Kiev sia soluzione a qualcosa? Sia giusto o sbagliato?

La risacca della dissoluzione neoliberale dei tessuti sociali che tenevano insieme le nazioni lascia sul bagnasciuga i residui di un mondo che non c’è più, di legami disfatti e ricostruiti altrove, di identità sempre più liquide e artificiali. Non solo in Africa, non solo negli ex-imperi coloniali sono troppi i confini segnati sulla sabbia. E anche dove le frontiere appaiono ancora ben definite da fiumi, coste, catene montuose, lingue e religioni, le linee delle migrazioni e quelle energetiche, quelle delle autostrade dell’informazione e dell’influenza culturale ed economica, testimoniano quanto poco tempo resti a quelli che sembravano principi inviolabili.

Ieri si poteva ancora vivere e morire per la Patria sul Carso o sulla Somme. Oggi questa appare sempre più una convenzione. Il mondo post-napoleonico della nazionalizzazione delle masse è ancora vivo, ma continua a esplodere in mille crisi regionali e perfino mondiali dove la nazionalità è al più un pretesto per giustificare o aborrire. Lo Stato nazione stesso è un malato terminale. Paesi come gli Stati Uniti o il Brasile, che fanno di identità cangianti e in evoluzione la loro essenza, costruzioni dissolte dalla storia come l’Impero austro-ungarico o quello ottomano con i suoi mille contrappesi, progetti arditi come l’integrazione latinoamericana immaginata da Kirchner e Chávez, la nostra Europa politica sognata dagli Spinelli e tradita dai banchieri, sarebbero esperienze meglio attrezzate a governare il nostro presente degli attuali stati nazionali, prigioni di popoli che non sono più tali e non sono ancora altro. Lo sapessi davvero, caro Obama, qual è il lato giusto della Storia.

Minacce alle Femen: “Vi taglieremo i seni. Li mangeranno i nostri cani”. Un’attivista: “Non ci fermeremo!”| Autore: isabella borghese da: controlacrisi.org

Ci ha lasciati esterrefatti la notizia del 2 aprile che riguarda l’internazione della giovane diciannovenne delle Femen, Amina Tyler. Ma a questa disumana ingiustizia la reazione esterna è stata altrettanto chiara e forte.
Tre attiviste del gruppo hanno manifestato a Milano davanti al consolato tunisino a Milano. Una protesta che è stata proclamata a livello internazionale: in Francia 15 attiviste che erano riunite davanti all’ambasciata tunisina sono state arrestate: avevano incitato donne a inviare foto a seno nudo. Numero anche le minacce rovolte a loro sulla pagina internet.

E anche l’Italia risponde a questo dramma umano con l’idea di creare un gruppo Femen nel nostro paese. “Stiamo organizzando il movimento e ci sono ancora cose da sbrigare a livello logistico – raccontano due delle ragazze italiane che hanno partecipato al presidio davanti all’ambasciata – Di noi c’è bisogno anche qui: siamo attiviste femministe che lottano per l’uguaglianza tra donne e uomini, vogliamo la fine di ogni cultura patriarcale, siamo contro le dittature, la religione e lo sfruttamento sessuale. In Italia c’è un bel po’ di lavoro da fare”.

Le tre italiane sono Giorgia, Elvire e Tiziana le tre protagoniste della manifestazione che conoscevano Amina e con cui stavano programmando un’azione in Tunisia.
“Stavamo preparando un’azione delle nostre, in topless, da fare in Tunisia con lei –  dichiara Elvire – Lei avrebbe voluto farla da sola ma noi le abbiamo detto di aspettare. Lei ha deciso, nel frattempo, di pubblicare la sua foto a seno nudo coperto dalla scritta “il mio corpo mi appartiene e non è di nessuno” ma la situazione da lì è degenerata. Per cinque giorni non abbiamo più saputo nulla di lei. Poi ci siamo messe in contatto con due giornalisti che l’hanno intervistata e che ci hanno detto che è segregata in casa e non sta bene: il cugino l’ha picchiata e i genitori le danno tranquillanti per non farla reagire. Non la mandano nemmeno a scuola. Dicono che è pazza e che si fatta manipolare da persone esterne. Ma non è vero: è lei che è venuta da noi”.

Le Femen attraverso vari contatti locali si stanno muovendo affinché Amina venga liberata e possa così espatriare.
“Non siamo però ancora riuscite a parlare con lei. Ci hanno detto che lei forse non vuole andarsene ma restare in Tunisia e lottare da lì per la libertà delle donne arabe – continua Elvire – E’ la prima volta che una ragazza araba viene sequestrata dopo un’azione. Ci sono delle Femen che avevano fatto manifestazioni in Tunisia ma mai a seno scoperto. Noi siamo qui perché ci rendiamo conto che la situazione è difficile e vogliamo lottare per lei. Lei non è sola e deve essere liberata”.

Ma le Femen non hanno paura e proseguono con il loro credo e la loro attività.

“Ma noi non ci facciamo intimidire – ribadisce Elvire. – Anzi, le nostre azioni diventeranno sempre più radicali proprio a causa delle reazioni violente dell’Islam nei confronti del corpo femminile. Un comportamento come quella che c’è stato contro Amina è una dichiarazione di guerra”.

Andremo a votare grazie a loro!

402959_10200216710573225_45476767_n

A.N.P.I. ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI D’ITALIA COMITATO NAZIONALE 1 DOCUMENTO APPROVATO DAL GRUPPO DI LAVORO DELL’ANPI NAZIONALE SULLE STRAGI NAZIFASCISTE DEL PERIODO ’43 – ’45 (*) e fatto proprio dalla Segreteria Nazionale dell’ANPI

Il gruppo di lavoro è stato costituito nel mese di giugno 2011, per affrontare l’intera
questione delle stragi nazifasciste del periodo 1943 – 1945, mediante alcune iniziative
immediate e la stesura di un progetto di lavoro che impegnasse l’Anpi, assieme ad altre
istituzioni, fino a quando su quel terribile periodo storico e sugli effetti delle efferatezze
compiute durante esso, non fossero raggiunte verità e giustizia.
Il gruppo ha lavorato intensamente, ed è ora in grado,  dopo la seduta conclusiva di
questa prima fase (31.5.12) di rendere conto di quanto è riuscito da un lato a realizzare e
dall’altro a progettare.
1. Il gruppo ha indicato l’opportunità che l’ANPI si costituisca parte civile nei processi ancora
in fase di avvio davanti ai Tribunali Militari di Verona e Roma, non tanto per conseguire indennizzi,
quanto per contribuire all’accertamento della verità e per sottolineare, anche col suo intervento
diretto nei processi, una rilevante questione di principio, condensata nella formula di ricerca di
“verità e giustizia”.
L’ANPI ha provveduto in tal senso, autorizzando il Presidente, che ha la rappresentanza
legale dell’Associazione, ad intervenire nei predetti procedimenti. In effetti, la costituzione di parte
civile è stata effettuata nei procedimenti sulla strage di Borgo Ticino (Novara) e di Casteldelci
(Rimini) davanti al Tribunale Militare di Verona, nonché nel procedimento relativo all’eccidio di
Cefalonia, in fase di avvio davanti al Tribunale Militare di Roma. I procedimenti sono stati già
avviati e presto si passerà alla fase dibattimentale.
2. Il gruppo ha valutato attentamente lo stato delle conoscenze per quanto riguarda le stragi del
periodo già ricordato, rilevando peraltro che  notevoli risultati sono stati già raggiunti, in sede
giudiziaria e in sede di ricerca storica per quanto riguarda gli eccidi avvenuti lungo la linea gotica
ed oltre, verso il nord (procedimenti penali celebrati soprattutto davanti al Tribunale di Verona, ma
anche in altre sedi, come risulta dal quadro  delineato nel volume di Buzzelli, De Paolis e

1
Il gruppo di lavoro è costituito da Enzo Fimiani, Luciano Guerzoni, Luigi Marino, Edmondo Montali, Toni
Rovatti, Massimo Rendina, Claudio Silingardi, Carlo Smuraglia, Valerio Strinati; ed è stato ed è coordinato da Luigi
Marino. 2
Speranzoni “La ricostruzione giudiziaria dei crimini nazifascisti in Italia”, Torino, 2012), da studi
e ricerche effettuati nell’università di Pisa e da vari Istituti di storia della Resistenza, con la finalità
di realizzare un “atlante” ragionato dalle stragi, veramente completo ed esaustivo.
I numerosi dati raccolti richiedono ulteriori completamenti, come si vedrà appresso; mentre,
bisogna dire che, per quanto riguarda il centro-sud, il livello delle conoscenze è assai minore,
perché le ricerche storiche sono spesso limitate a singole vicende o a particolari territori, mancando
invece un quadro complessivo ed esaustivo di tutto quanto avvenuto, anche in questa grande area ed
in particolare delle stragi commesse dal settembre 1943 dai nazisti in fuga fino a quando si
attestarono sulla linea Gotica. Manca altresì, ancora, un raffronto tra le modalità, in parte diverse
delle stragi e degli eccidi effettuati rispettivamente nel centro-nord, in aree in cui operavano anche
gruppi o brigate partigiane, e al centro-sud, dove l’accanimento contro cittadini inermi e
popolazioni civili non aveva trovato neppure la (inesistente e infondata) “giustificazione” della
necessità di difendersi e di compiere rappresaglie.
Questo lavoro di riflessione ha evidenziato  la necessità di estendere e approfondire le
ricerche, investendo l’intero territorio italiano e mirando a raggiungere un risultato almeno di
conoscenza piena del fenomeno gravissimo di quella che è stata definita giustamente “la guerra
contro i civili”.
A questo fine, mentre sono stati sollecitati istituti e organismi periferici dell’ANPI ad
acquisire tutto il materiale possibile anche relativamente alle efferatezze meno conosciute, si è
ravvisata la necessità di realizzare un coordinamento e una centralizzazione delle ricerche storiche.
Da ciò, i contatti assunti dal Presidente  nazionale dell’ANPI (e componente del gruppo
stragi) col Presidente dell’Istituto per la storia del movimento di liberazione in Italia,  per
raggiungere un’intesa fra Associazione nazionale partigiani d’Italia e Istituto. per la realizzazione di
un progetto unitario.
Acquisita la piena disponibilità del Presidente Onida, è stato realizzato un accordo fra i due
organismi per perseguire gli obiettivi di coordinamento e completamento delle ricerche ai fini della
realizzazione di una mappatura completa di tutte le stragi e di tutti gli eccidi compiuti nel periodo
ricordato, dai nazifascisti, tenendo conto che è storicamente dimostrato che se alcuni reparti
tedeschi si sono particolarmente distinti in atti di autentica barbarie, gruppi e reparti di fascisti della
cosiddetta repubblica di Salò non sono stati da meno, spesso partecipando direttamente, o dando
sostegno oppure ancora fornendo le indicazioni e i suggerimenti anche nominativi necessari per le
operazioni naziste di persecuzione dei civili; offrendo, insomma, un contributo importante alle
barbarie troppo spesso sottovalutate e considerate di minor rilievo.
L’accordo è destinato ad operare nel lungo  periodo, facilitato peraltro dalla piena
disponibilità di quanti (a cominciare dal prof. Pezzino) hanno già lavorato approfonditamente sulla
materia, a contribuire e partecipare al proseguo del lavoro fino al suo compimento.
Naturalmente, un lavoro di così ampio respiro richiederà un coordinamento, a cui
provvederà essenzialmente l’Istituto nazionale, con gli Istituti storici interessati. Richiederà inoltre
disponibilità di fondi, attualmente assai limitati data la scarsità di risorse di cui dispongono sia
l’ISMLI sia l’ANPI. La necessaria ricerca dei finanziamenti potrà trovare sbocchi concreti non solo
in un apporto effettivo del Ministero della Pubblica istruzione, ma anche in un eventuale contributo
da parte della Germania (tema al quale sarà dedicato un apposito paragrafo).  3
3. È stata presa in esame la documentazione disponibile e particolarmente quella acquisita dalla
“Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi ai
crimini nazifascisti” istituita con legge 15.5.2003  n. 107, e conclusa per fine legislatura, col
deposito di due relazioni, una di maggioranza e una di minoranza, trasmesse alla Presidenza della
Camera il 9 febbraio 2006, ma mai discusse in Parlamento. Il lavoro svolto dalla Commissione (che
era stato preceduto da un’indagine del Consiglio superiore della Magistratura militare e da
un’inchiesta svolta dalla Commissione giustizia della Camera) fu assai importante e produsse alcuni
risultati comuni su alcuni punti, nonostante la diversità di opinioni su altri aspetti; soprattutto
condusse all’acquisizione di un materiale documentale veramente imponente, solo in parte
accessibile anche a seguito delle  numerose “segretazioni” disposte nel corso dei lavori.
Peraltro, il lavoro della Commissione rischia di essere del tutto vanificato per varie ragioni:
prima di tutto le relazioni non sono state discusse in Parlamento e dunque non c’è stato un
pronunciamento parlamentare; in secondo luogo, le voluminose relazioni  sono ormai pressoché
introvabili, sicché ne occorrerebbe quanto meno una ristampa; infine, come già accennato, ci sono
parti comunque coperte dal segreto e occorrerebbe un provvedimento, o parlamentare o legislativo,
per “liberarle” e renderle accessibili a tutti. Da ciò la richiesta di rendere accessibili tutti i fondi
archivistici quale che sia la sede del deposito, disponendo il riordino e l’apertura di tutti i fondi al
fine di una piena  conoscenza  ed approfondimento di momenti cruciali della storia nazionale e
dunque non solo del tragico triennio ’43 – ’45 ma anche di quanto accaduto prima e dopo
l’inchiesta parlamentare.
4. Sempre in tema di documentazione, è apparso ed appare necessario anche il ricupero
dell’importantissimo materiale acquisito in sede giudiziaria, sia per i procedimenti già definiti sia
per quelli ancora in corso, ma in fase dibattimentale, sia infine per quelli archiviati o comunque non
iniziati formalmente, nonostante la raccolta di ampio materiale di documentazione. Materiale che
dovrebbe essere raccolto con i mezzi moderni di  cui ormai si dispone, informatizzato ed ammesso
alla divulgazione, attraverso la collocazione  in un sito appositamente dedicato. Esistono già
esperienze positive in questo senso per la raccolta  di materiale acquisito nel corso di diversi
procedimenti (ad esempio, quelli relativi alla strage di Brescia); esperienze che possono utilmente
essere ripetute sul piano della conoscenza, al fine di una sperimentazione ben più ampia anche nel
campo delle stragi nazifasciste.
5. E’ stato effettuato un intenso lavoro diretto a ottenere che delle stragi e di tutto quanto
accaduto si occupi, in modo approfondito, il Parlamento, dando così un indirizzo preciso anche ai
fini della ricerca della verità, della giustizia e delle responsabilità.
È nota infatti la vicenda che ormai va sotto il nome di “armadio della vergogna” (sulla quale
si veda l’ampio lavoro compiuto da Franco Giustolisi, raccolto nel volume “L’armadio della
vergona”. Nutrimenti 2004). Nel 1994, nel corso delle indagini sulla tragedia delle fosse Arbeatine,
si verificò un sorprendente ritrovamento negli archivi della Procura generale militare di Roma:  un
migliaio di fascicoli, ai  quali nessuno aveva messo mano per  lungo tempo, dei quali circa 695
dovevano poi essere trasmessi alle singole Procure militari competenti per  territorio, in quanto
contenenti notizie di reato e gli altri, invece, ritenuti privi di interesse ai fini di indagini processuali.
Fascicoli che, peraltro e contrariamente a quanto affermato da alcune  parti sono state sempre
governati con attenzione e vigilati, con comportamenti certamente non limitati alla semplice
negligenza e con evidenti responsabilità non riconducibili soltanto a comportamenti di singoli
soggetti.
Tant’è che perfino nell’ambito dei suddetti 595 fascicoli, ben 273 non furono inviati
concretamente alla Procura competente, neppure quando l’Armadio fu scoperto; per cui la 4
Commissione parlamentare d’inchiesta presentò specifica denuncia, al riguardo, ala Magistratura di
Roma.
Risultò, come è noto, che il Procuratore Generale dell’epoca aveva disposto (sui 695
fascicoli) un’archiviazione provvisoria: un provvedimento assolutamente irregolare e ritenuto
generalmente illegittimo (v. da ultimo, il volume già citato su “La ricostruzione giudiziaria dei
crimini nazifascisti in Italia”, pag. 112). Di questa gravissima vicenda ci si occupò in sedi diverse e
precisamente in sede parlamentare con la costituzione della Commissione Parlamentare di inchiesta
di cui si è già detto e con le due relazioni conclusive di cui si è fatto cenno; e in sede giudiziaria,
mediante la Commissione d’inchiesta costituita nel 1996, attraverso l’organo di autogoverno della
magistratura militare. Mentre  quest’ultima concluse rilevando  soprattutto un comportamento
“fortemente negligente” di alcuni magistrati militari, in sede parlamentare si rilevarono anche le
connessioni con direttive di ordine politico. Peraltro, come si è detto, è rimasto a tutt’oggi non
esplorato il campo delle vere e complessive responsabilità; che è un fatto in sé gravissimo ma anche
assai deprecabile per le conseguenze e gli effetti, che si protraggono fino ai nostri giorni. Di fatto,
una quantità di processi, si è potuta mettere in moto soltanto molti anni dopo i fatti, con tutte le
difficoltà connesse logicamente al decorso del  tempo ai fini della raccolta di documenti e
testimonianze. Questo lavoro, a giudizio del gruppo, dev’essere condotto a compimento, per ragioni
di verità e di giustizia e perfino per ragioni umane. In effetti, se un Presidente della Repubblica
tedesca è venuto in Italia ed ha chiesto scusa alle vittime della strage di Marzabotto  e dintorni ed ai
loro familiari, da parte italiana non è venuta nessuna scusa per tutto ciò che attiene alla vicenda di
cui si tratta; né alcuno si è fatto carico dei suoi disastrosi effetti concreti. È tempo, ritiene il gruppo
di lavoro, che si concluda questa pagina, con una riparazione piena e totale e con una altrettanto
piena assunzione di responsabilità.
Di fatto, in qualche modo, alle citate carenze, ha potuto supplire la buona volontà di alcuni
Magistrati della magistratura militare; soprattutto rilevante è stata, anche se per forza di cose, non
sempre decisiva dato il decorso del tempo, la svolta compiuta anche attraverso nuovi metodi
investigativi a partire dal 2003 (per più ampie e diffuse notizie, vedere ancora il citato volume di
Buzzelli, De Paolis e Speranzoni, particolarmente pag. 124 e ss.).
Questi aspetti, fortemente positivi, non hanno potuto però da soli riparare allo sfregio che
dalle citate vicende è stato recato anche alla memoria collettiva; da ciò l’urgente e assoluta necessità
della già ricordata riparazione.
6. Gli sforzi compiuti da parte di diversi magistrati militari, con esiti largamente positivi e
significativi, rischiano peraltro di andare vanificati, al di là delle più importanti affermazioni di
principio, per la mancata esecuzione dei provvedimenti adottati in sede giurisdizionale.
Non risulta neppure se il Ministero degli esteri e quello della giustizia abbiano dato corso
alle richieste, pur formulate dai Tribunali militari più volte, di favorire – mediante opportuni
interventi presso le corrispondenti autorità tedesche – l’esecuzione dei provvedimenti di carattere
penale e di quelli civilistici contro singoli, non essendo più possibile, come si dirà oltre, portare
avanti ancora richieste e dar corso a iniziative di esecuzione nei confronti del Governo tedesco in
quanto civilmente responsabile, a seguito di quanto deciso di recente dalla Corte dell’Aja sulla
immunità degli Stati nei confronti di richieste e procedimenti giudiziari provenienti da altri Paesi.
Su questo piano, dunque, c’è ancora molto da fare; e in particolare è doverosa la richiesta ai citati
Ministeri competenti, di fare tutto quanto necessario perché sia resa giustizia almeno nei confronti
dei singoli responsabili. 5
Di recente, si sono ricevute alcune assicurazioni al riguardo, ma è chiaro che non di questo si
tratta, ma di impegni e interventi molto fermi e precisi.
7. Tutto quanto si è detto nei paragrafi precedenti rende improrogabile un serio intervento del
Parlamento, che discuta, rifletta, indirizzi, per raggiungere quegli obiettivi di verità e giustizia di cui
più volte si è parlato.
Si è dunque deciso di prendere contatto con gruppi parlamentari e con Parlamentari
comunque al corrente dei problemi che stiamo trattando, per l’assunzione di iniziative parlamentari.
Il gruppo di lavoro è arrivato anche a predisporre bozze di strumenti parlamentari, che potessero
servire come base di partenza per le iniziative parlamentari, tenendo conto di tutto il lavoro già
comunque compiuto in questa sede.
L’esito dei contatti è stato positivo, tant’è che in data 31 maggio 2012 è stata presentata al
Senato un’ampia interpellanza, sottoscritta da tutti i componenti di un gruppo parlamentare (Partito
democratico) ed aperta all’adesione di qualunque parlamentare, quale che ne sia il gruppo di
appartenenza, che concordi col suo contenuto. Di tale interpellanza, si ritiene opportuno allegare in
questa sede trattandosi di un’iniziativa frutto di un lavoro comune, tutta la parte “dispositiva” (o
meglio di richiesta) (All.to 1), non senza precisare che analoghi  contatti si stanno svolgendo alla
Camera per ottenere che anche in quella sede venga presentata una simile interpellanza.
È del tutto evidente peraltro, che in questa particolare fase della vita politica e di quella
parlamentare, non sarà facile ottenere la pronta trattazione e l’approfondita trattazione che si
ravvisano come necessarie per tutte le ragioni già esposte.
Occorre quindi avviare una forte campagna del Paese, su tutta la tematica delle stragi, per
elevare il tasso di conoscenza, d’interesse e di  sensibilità attorno ad essa (si parla di circa
quindicimila morti) ed ottenere che da  un rinnovato e diffuso impegno di conoscenza e
sensibilizzazione derivi un impulso  anche per l’iniziativa  parlamentare. È sempre in vista di tale
necessità che il gruppo di lavoro ha ravvisato non solo la finalità e l’opportunità di una campagna di
informazione e sensibilizzazione, ma anche quella  di una eventuale promozione di un’ulteriore
iniziativa che serva di stimolo al Parlamento e precisamente di una petizione popolare, da mettere in
campo rapidamente e con gli stessi obiettivi. Il testo della eventuale petizione popolare viene
allegato al presente documento, per opportuna conoscenza, anche se ovviamente si tratta di uno
strumento che per sua natura non può che essere sintetico e molto specifico (All.to 2).
8. Si è dovuta affrontare peraltro anche un’altra tematica di estrema importanza ed interesse,
sempre connessa alla vicenda delle stragi nazifasciste.
Dovrebbe essere noto che in alcuni procedimenti giudiziari, negli scorsi anni, fu deciso di
chiamare in causa come responsabile civile anche il Governo tedesco; alcuni Tribunali emisero
sentenze di condanna a risarcimenti e indennizzi non solo nei confronti dei singoli soggetti, ma
anche nei confronti del responsabile civile. Scelta che fu avallata anche da alcune importantissime
decisioni della Suprema Corte di Cassazione, che affermò il principio che di fronte a “crimini
contro l’umanità” la sovranità degli Stati e le varie forme di relativa immunità dovessero cedere il
passo, ammettendosi quindi la risarcibilità per i danni e l’eventuale riparazione anche a carico dei
Governi in quanto responsabili civili (Ordinanza 14201 del 29.5.2008  delle Sezioni Unite civili;
sentenza 5004/04 delle Sezioni Unite penali ed altre). La Germania  fece ricorso alla Corte dell’Aja
contro queste decisioni e la Corte, con sentenza del 3 febbraio 2012, ha sostanzialmente accolto il
ricorso, riaffermando l’assolutezza  del principio della intangibilità  della sovranità degli Stati da
parte di altre giurisdizioni, anche contro le più avanzate e moderne tendenze, che distinguono tra le 6
efferatezze connesse comunque ad ogni guerra ed i crimini contro i diritti umani e soprattutto nei
confronti di civili, e ritengono che di questi ultimi gli Stati possano essere chiamati a  rispondere
sotto il profilo civilistico.
La sentenza della Corte dell’Aja è stata da più parti criticata, per la rigida chiusura ad ogni
processo di avanzamento dei principi di fondo che regolano il rapporto fra gli Stati, soprattutto a
fronte dei casi di quella che è stata più volte definita la “guerra contro i civili”. Ma essa ormai fa
stato, almeno fino a quando non vi sarà una diversa maturazione negli stessi membri della comunità
internazionale; e non si può che prenderne atto, non senza rilevare  però che la stessa decisione
contiene chiare aperture per possibili soluzioni da raggiungere attraverso accordi fra gli Stati.
In questo senso, dunque, ci sono stati alcuni incontri tra le Associazioni interessate
particolarmente a questi aspetti, fra cui l’ANPI, e il Ministero degli esteri; incontri che hanno
permesso di seguire l’iter di quella strada indicata come possibile dalla stessa Corte dell’Aja.
Sembra che, allo stato, vi siano molte difficoltà, da parte della Germania a procedere a risarcimenti
individuali;  aggiori disponibilità sembrerebbero esserci, ma finora non c’è nulla di concreto, per
forme di “risarcimenti indiretti” o di “riparazione”. Ma è una strada tutta da percorre e per ora –
forse anche indipendentemente dalla buona volontà del nostro Ministero degli esteri – piuttosto in
salita.
La linea che qui si indica, d’intesa con le altre Associazioni interessate alla materia, è chiara:
– In linea di principio, gli ingenti danni alle persone e cose debbono essere risarciti;
– Occorre, in ogni caso, una piena ed esplicita assunzione di responsabilità, da parte della
Germania, in ordine a tutti gli atti di barbarie compiuti dal proprio esercito o parti di esso, in tutto il
territorio italiano dal ’43 al ’45;
– È imprescindibile l’adozione di una linea di “riparazione”,
2
secondo i più moderni concetti e
le più note esperienze intendendosi, per tale, atti concreti, come  il contributo ad iniziative già
esistenti finalizzate alla memoria, l’erogazione dei fondi con destinazioni specifiche in favore dei
Comuni più colpiti; la creazione di una “fondazione” a Roma con la compartecipazione della
Germania, per il coordinamento di tutte le azioni e le iniziative utili al consolidamento della
memoria e alla ricerca della giustizia e della verità (fondazione che ben potrebbe collegarsi
all’iniziativa riferita nel paragrafo 2) e relativa alle intese tra l’ANPI e l’Istituto per la storia del
movimento di liberazione in Italia); l’adozione di misure riparatorie di vario genere che servano alla
conoscenza e alla memoria, con l’utilizzo di monumenti e simili in Italia e in Germania, ed anche
con l’uso della multimedialità, per la completezza della conoscenza e della informazione. Per un
esempio recente di possibili soluzioni riparative, va ricordata la legge adottata dal Canada il 28.4.10
finalizzata a “riconoscere le ingiustizie commesse nei confronti di persone di origine italiana
considerate come “nemico”, nonché a prevedere “indennizzi” convenienti per il finanziamento di
progetti per l’educazione del pubblico”. Ovviamente, la situazione è ben  diversa rispetto alle
atrocità commesse in Italia da rappresentanti dell’esercito tedesco; ma è da segnalare quanto meno
la significativa volontà di indennizzare e riparare.
In sostanza, dunque, ciò che è necessario è che il Governo italiano si impegni a fondo nella
trattativa con la Germania, per ottenere non dei modesti “premi di consolazione”, ma atti effettivi e

2
Sulla cosidetta “giustizia riparativa” denominata anche come “giustizia di transizione”, v. fra l’altro – E. Fronza. Introduzione al
diritto penale internazionale – Milano – 20120, p. 13 – 16; S. Buzzelli “Giudicare senza necessariamente punire”, nel volume più volte
ricordato, pag. 26 ss.; testo del BILL c. 302 della House of Commons of Canada approvato il 28.4.10. 7
concreti di riconoscimento delle responsabilità, di disponibilità per risarcimenti diretti e indiretti, e
per forme di “riparazione” concrete e tangibili,  che abbiamo una particolare significatività nei
confronti delle attese delle popolazioni e dei cittadini interessati.
3
L’ANPI e le altre Associazioni interessate vigileranno perché si arrivi a soluzioni concrete e
accettabili, che rechino un effettivo contributo alla giustizia ed alla verità.
Le responsabilità della Repubblica  federale della Germania non esauriscono peraltro il
campo dei doveri e degli obblighi riparatori, che riguardano anche lo Stato italiano (Parlamento e
Governo), al quale vanno attribuite responsabilità politiche generali, per tutto quanto accaduto dopo
le stragi e nell’intero dopoguerra, e responsabilità specifiche, per l’occultamento e l’illegale
governo dei fascicoli di cui si è già detto e per l’attività che in generale fu svolta, in varie forme, per
impedire il corso della giustizia.
Restando fermo che le azioni riparatorie della Germania e dello Stato italiano potrebbero
anche confluire, per alcuni aspetti, in iniziative comuni.
9. Occorre, infine, non arrendersi di fronte alla decisione della Corte dell’Aja e restare fedeli ai
princìpi enunziati così puntualmente dalla stessa Corte di Cassazione con le citate sentenze del 2004
e 2008. Bisogna, cioè, dare un fattivo contributo, sul piano dell’orientamento e delle idee perché
avanzi e si rafforzi – a livello nazionale e internazionale – il movimento per l’affermazione di un
preciso limite alla sovranità ed alla immunità degli Stati: quello della inestensibilità delle regole
della prassi internazionale, in materia, in relazione a fatti di tal gravità da non poter essere
considerati come atti di guerra, ma come “guerra ai civili” e “crimini contro l’umanità” e comunque
fatti che attengano a veri e propri misfatti barbarici. La sentenza dell’Aja afferma che solo alcuni
Stati sono sensibili all’introduzione di questi limiti, mentre gli altri propendono per l’immunità in
ogni caso nei confronti di qualsiasi iniziativa giurisdizionale di altri Paesi; ebbene, bisogna che
cresca il novero di coloro che  davvero credono nell’esigenza di rispetto dei  diritti umani  e non
tollerano che essi possano essere impunemente violati e calpestati, anche in periodo di guerra. È ben
vero, che come è stato giustamente rilevato, questo si inserisce nel dato di fatto che è ancora troppo
limitato e ritardato lo sviluppo di  una vera e propria cultura della pace (v. volume ulteriormente
citato, p. 139); ma stiamo parlando di barbarie  e di atrocità spesso inimmaginabili, sempre
perpetrate contro civili inermi; e dunque è davvero doveroso che se ne tenga conto anche nel
contesto dei rapporti tra Stati, perché la tutela dei diritti umani deve essere garantita al di là di ogni
possibile limite.
10. Il gruppo di lavoro non considera esaurito il suo compito con la serie di iniziative già
adottate e con le proposte e le richieste formulate e più sopra sintetizzate. C’è ancora molta strada
da percorrere e il cammino non sarà facile, ma non si potrà essere soddisfatti fin quando i due
obiettivi più volte richiamati (verità e giustizia) non saranno stati raggiunti.  Certo non occorre
precisare ancora, dopo quanto si è detto, che la parola giustizia va intesa in senso ampio e dunque
non solo giurisdizionale, ma anche come funzionale alla ricostruzione storica, considerando inoltre
la cosiddetta “giustizia riparativa” nel più ampio senso che emerge da quanto rilevato; e tutto, nel
quadro della ricerca e dell’affermazione della verità.

3
Come è noto, fu istituita a suo tempo una Commissione  italo-tedesca per la ricostruzione storica della vicenda
di cui ci stiamo occupando e lo sviluppo di una “comune cultura della memoria”. La Commissione sta per  completare i
suoi lavori e sembra anche orientata a formulare alcune proposte, tra cui – secondo notizie di stampa – la creazione di
luoghi che ricordano le sofferenze subìte  dagli internati militari italiani, l’istituzione di una Fondazione italo-tedesca di
storia contemporanea, la creazione di un “memoriale” a Padova o a Roma (Corriere della Sera, 26.3.2012). Come si
vede si tratterebbe di ben poco rispetto alle attese e, a nostro avviso, anche di quanto oggettivamente dovuto. 8
***
IN ESTREMA E CONCLUSIVA SINTESI, l’obiettivo del raggiungimento di una completa
verità e giustizia sulle stragi tra il ’43 – ’45 è realizzabile attraverso le seguenti iniziative (alcune
già avviate ed altre da intraprendere):
1. Presenza dell’ANPI, come parte civile, in tutti  i procedimenti in corso davanti ai Tribunali
militari.
2. Completamento della mappa-atlante di tutte le stragi compiute dai nazifascisti sul territorio
italiano, nel suindicato periodo, attraverso:
a) la continuazione e il compimento dei lavori di ricerca già  avviati da Istituti storici,
ricercatori e studiosi;
b) la raccolta e la messa a disposizione di tutta la documentazione già acquisita in sede
parlamentare, liberata da ogni vincolo o segreto;
c) la raccolta, anche mediante informatizzazione di tutto il materiale acquisito in sede
giudiziaria nei processi definiti, in quelli ancora in corso e in quelli archiviati o comunque mai
avviati; con conseguente messa a disposizione di istituti storici, ricercatori, studiosi e cittadini;
d) realizzazione e completamento delle intese tra ANPI e l’Istituto per la storia del movimento
di liberazione in Italia, per ottenere un quadro completo ed esaustivo della tremenda pagina delle
stragi;
e) ricupero della piena accessibilità dei lavori e dei documenti  della Commissione
parlamentare d’inchiesta, e discussione in sede parlamentare sui risultati del lavoro compiuto dalla
Commissione e condensato nelle due relazioni conclusive;
3. Richiesta di assunzione di responsabilità da parte del Governo italiano per tutte le vicende
relative al cosiddetto “armadio della vergogna” con accertamenti definitivi anche della
responsabilità dei singoli e delle responsabilità politiche per i ritardi determinati dall’occultamento
dei fascicoli presso la Procura generale militare di Roma.
4. Sollecita trattazione, in Parlamento, delle interpellanze presentate al Senato il 31 maggio e di
altre interpellanze sul tema; individuazione delle modalità più opportune per una completa
trattazione delle varie questioni connesse alle stragi e al dopo  stragi, in sede di dibattito
parlamentare (v. all. 1).
5. Promozione di una petizione popolare, con acquisizione di firme e sollecita trattazione in
Parlamento (v. all. 2).
6. Promozione di una forte e diffusa campagna, nel Paese, per la conoscenza di quanto
accaduto, per le valutazioni del caso, per ottenere sensibilizzazione adeguata e pressioni sul
Parlamento per un dibattito finalmente  e completamente chiarificatore.
7. Richiesta al Governo e in particolare ai Ministri degli esteri e della giustizia, di adottare tutte
le possibili iniziative per favorire l’esecuzione, anche in Germania, delle sentenze esecutive già
emesse dai Tribunali militari italiani, intendendo per esecuzione sia quella inerente alle disposizioni
penali sia quella attinente alle statuizioni civili. 9
8. Attivare ogni sforzo presso il Ministero degli esteri e il Governo nel suo complesso, affinchè
la trattativa ipotizzata nella stessa sentenza della Corte dell’Aja proceda su binari spediti e
soddisfacenti, sulle seguenti linee:
– Riconoscimento pieno della responsabilità.
– Risarcimento dei danni subiti da vittime civili e dai loro familiari a seguito delle stragi.
– Iniziative di risarcimento in forma indiretta, mediante contribuzione da parte della Germania
ai Comuni interessati per la predisposizione di servizi in favore delle popolazioni colpite e per il
consolidamento della memoria.
– Iniziative di “giustizia riparativa” col concorso del Governo della Repubblica federale
tedesca nelle tante forme già sperimentate in altri Paesi (Polonia, Canada, ecc.). ormai note ma
certamente non esaustive della dimostrazione di una reale volontà riparatrice anche sotto il profilo
dell’ammissione di responsabilità e di contributo alla verità.
– Creazione, in Italia, di una Fondazione italo-tedesca per coordinare le iniziative di ricerca e
ricostruzione storica ed eventualmente anche le iniziative di “giustizia riparativa”.
– Iniziative nei confronti del Governo italiano perché riconosca a sua volta la responsabilità
per i ritardi determinati dall’occultamento di un migliaio di fascicoli, accerti la responsabilità di
singoli soggetti e quelle politiche, assumendo  atteggiamenti e comportamenti di giustizia, verità e
responsabilità nei confronti delle migliaia di vittime e loro familiari, che attendono da tempo che
qualche organismo responsabile formuli almeno le scuse e il rammarico per quanto accaduto.
9. Iniziative, anche sul piano politico-culturale per diffondere ed estendere – in Europa e nel
mondo – l’idea che la immunità degli Stati deve  trovare necessariamente un limite di fronte a
“crimini contro l’umanità” e/o “guerra contro i civili”.
10. Ampia diffusione del presente documento ai fini di una più completa conoscenza della
terribile vicenda delle stragi e di una partecipazione consapevole dei cittadini, dei Governi, del
Parlamento, di tutte le istituzioni, alle iniziative miranti alla chiusura in modo soddisfacente di una
pagina che rappresenta ancora un lato troppo oscuro e drammatico della storia recente del nostro
Paese.
Roma, 12 giugno 2012
Allegati:
1. Stralcio dell’interpellanza depositata in Senato il 31.5.12;
2. Bozza di petizione popolare;
Il gruppo di lavoro: Carlo Smuraglia, Luigi Marino, Enzo Fimiani, Luciano Guerzoni,
Edmondo Montali, Massimo Rendina, Toni Rovatti, Claudio Silingardi, Valerio
S

martedì 19 febbraio Biancavilla Sala Congressi presentazione del libro di Consuelo Lanaia “Padre Nostro”

149908_10200654708916686_858279338_n