Ricordare e onorare il partigiano comunista Walter Fillak da: resistenze.org


Eros Barone *

04/04/2016

Riprendiamo, in occasione dell’anniversario dell’uccisione per mano nazista il 5 febbraio 1945

La memoria non è solo una scelta, ma è anche un dovere, talché i caduti della Resistenza, che è stata innanzitutto lotta armata contro il nazifascismo, vanno non solo ricordati, ma anche onorati. Sottolineare, pertanto, la militanza comunista di Walter Fillak non è un gesto settario, ma è in primo luogo una necessità storiografica, perché significa porre al centro della ricostruzione storica della Resistenza la classe operaia e il suo partito, il PCI, senza il cui fondamentale apporto la Resistenza, a partire dagli scioperi che ebbero luogo tra il marzo e il luglio del 1943, non sarebbe nemmeno iniziata o si sarebbe svolta in modo assai differente da come si è svolta.

A questo proposito, è importante considerare che dopo l’8 settembre del 1943 le città operaie del triangolo industriale potevano contare su qualche migliaio di comunisti. Così, a Milano erano circa duemila i militanti attivi e organizzati, a Torino erano un migliaio, a Genova erano almeno 1400 per la provincia, oltre a 450 di un gruppo guidato da Gaetano Perillo, che venivano anch’essi inquadrati nell’organizzazione comunista. A partire dall’armistizio l’azione dei comunisti si sviluppò in due tempi: collegamento con le formazioni di ribelli che si erano costituite sulla montagna e organizzazione delle lotte operaie, tra ottobre e dicembre del 1943. Come è noto, le uniche avanguardie dell’antifascismo che avevano maturato, nel corso dei lunghi anni della clandestinità e nel vivo della partecipazione alla guerra di Spagna, la coscienza della necessità della lotta armata, erano quella comunista e quella azionista: così, all’origine di una banda armata si trovava sempre un quadro di partito, fosse esso un ‘civile’ oppure un ufficiale del regio esercito, che aveva compiuto la scelta dell’antifascismo. In Liguria, rispettivamente sui monti di Chiavari e nel circondario di Sassello, vi erano due gruppi: quello di Favale, nucleo generatore della famosa banda Cichero, guidato da un comunista ex garibaldino di Spagna, “Marzo” Canepa, e quello, costituito da una dozzina di uomini, che si trovava a pian Castagna.

Qui emerge un dato di grande interesse: di questi dodici nove erano prigionieri di guerra alleati evasi e chi li organizzava era uno studente comunista, torinese di origine ma genovese di adozione, quel Walter Fillak, amico di Giacomo Buranello e, come questi, studente di ingegneria e attivo nei GAP, che diverrà uno degli eroi della Resistenza. Fillak non era un partigiano prodotto dall’8 settembre: egli aveva due precedenti altamente significativi, l’espulsione dal regio liceo scientifico “Cassini” di Genova per attività antifascista nel 1938 e l’arresto per attività sovversiva nel 1938. Sennonché le circostanze testé ricordate permettono di porre in risalto la dimensione internazionale della Resistenza italiana: non solo russi, inglesi, polacchi e disertori cechi saranno tra i più intrepidi partigiani, ma accanto a questi vi saranno ufficiali italiani che in Russia, nei Balcani o in Francia, avevano dovuto fare la guerra ai partigiani e avevano così imparato le leggi della guerriglia. Per converso, non bisogna dimenticare che rilevante fu il contributo degli italiani al ‘maquis’: 5000, di cui 2000 caduti.

Nel contesto della lotta armata contro il nazifascismo si incontravano due figure ideal-tipiche: da un lato, il comunista legato al Partito; dall’altro, il giovane, il soldato, l’ufficiale, lo studente, che si sentiva comunista o antifascista e cercava il collegamento con il Partito. In questa fase, peraltro, l’iniziativa individuale aveva un grande peso e il capo partigiano era anche uomo d’avventura, caratterizzato dal coraggio fisico e dal carisma. Stupenda è poi l’amicizia che, fin dai banchi di scuola, legò tra loro Giacomo Buranello e Walter Fillak, e fece delle loro esistenze due mirabili “vite parallele”: l’uno comandante dei GAP di Genova, al cui fianco, nelle pericolose missioni dei GAP, vi era quasi sempre l’inseparabile amico; l’altro commissario politico di una brigata partigiana operante nella Val d’Aosta: entrambi caduti, entrambi medaglie d’oro alla memoria. A questo proposito, Ugo Pecchioli, dirigente di primo piano del Partito comunista e capo partigiano, nella commemorazione di Walter Fillak tenuta nel 1975 nella cittadina di Cuorgnè, dove Walter Fillak fu impiccato, ebbe a ricordare che in quella Val d’Aosta in cui Fillak si era recato a organizzare i garibaldini, 3000 partigiani fronteggiavano 5000 tedeschi.

Orbene, che cosa merita di essere sottolineato nella breve ma intensissima vita di Walter Fillak? La risposta è: “un ideale chiaro e potente”, come ha ben detto nel suo intervento la compagna Paola Vada, rappresentante della Sezione ANPI di Sampierdarena. «Il comunismo, grande ideale che appassiona e fa diventare migliori gli uomini, che entusiasma i giovani», come ebbe a dire in una sua testimonianza il partigiano “Nando” della 76ª Brigata Garibaldi). Del resto, ricordare Walter Fillak, la sua formazione, la sua militanza comunista e partigiana, il suo sacrificio, non avrebbe senso se ci si limitasse alla semplice commemorazione senza riflettere sugli ideali comunisti che animarono la sua come l’azione di tanti altri valorosi combattenti caduti nella Resistenza. Né sarebbe intellettualmente onesto sottacere le contraddizioni che esistevano fra le diverse (e a volte avverse) componenti del movimento partigiano, così come nel rapporto tra questo e il PCI (si pensi alla straordinaria esperienza di guerriglia urbana rappresentata dai GAP e alla taccia di estremismo settario attribuita a Buranello e allo stesso Fillak, sulla quale ritornerò nella conclusione di questo intervento): contraddizioni in cui si rispecchiava il contrasto esistente all’interno del PCI tra la linea togliattiana e quella secchiana, tra l’esigenza dell’unità delle forze antifasciste, ivi comprese quelle facenti capo alla monarchia e ad una frazione della borghesia, e la prospettiva rivoluzionaria del proletariato comunista.

In questo senso, è opportuno, per chiarire questo aspetto politico-ideologico che non fu per nulla marginale nella Resistenza, riportare la lettera indirizzata dall’ing. Ferruccio Fillak ad Agostino Novella, che ho scoperto consultando presso l’ILSREC (Istituto ligure per la Storia della Resistenza e dell’età contemporanea)  il fascicolo contenente la documentazione su Walter Fillak.

Ing. Ferruccio Fillak
Milano 10/I/46
Via Reina 5  

Caro compagno A. Novella

Circa un mese fa, trovandomi a Genova, mi capitò sott’occhio il rapporto della Federazione Genovese al Congresso Provinciale.

In seguito a tale lettura venni a cercarti due volte desiderando parlarti, ma eri occupato in seduta. Speravo di trovarti in altra occasione; senonché non capitai più a Genova, e neppure prevedo prossimo un mio viaggio in cotesta città. Perciò ti scrivo.

Mi colpì la parte (pag. 8) che riguarda il movimento nel periodo in cui funzionò il Comitato composto da Buranello, da mio figlio Walter, ecc. A parte altre considerazioni, osservo che si è voluto minimizzare l’attività di quei Giovani, non solo, ma quello che è peggio, è stata posta in una falsa luce. Sono certo che tu non hai colpa alcuna di questa deformazione della verità. Mi rivolgo a te come Segretario Federale affinché tu richiami i tuoi collaboratori ad un senso di maggiore responsabilità quando trattano argomenti che si riflettono sul patrimonio morale e spirituale del Partito. Perché, te lo assicuro, chi ha conosciuto mio Figlio è rimasto molto male leggendo la relazione. Non so se tu sai le vicende di Walter, come è morto, e certamente non sai quanti giovani si sono ispirati al Suo entusiasmo per la causa del Popolo lavoratore, non sai tutto il lavorio che Esso fece per spargere il seme comunista in seno alla massa tipicamente borghese degli studenti e altrove. In proposito potrebbero esserti più precisi, Galeazzo, Catanzaro, Codignola, Lazzaretti, ecc., per limitarmi agli studenti comunisti di Genova. Dovunque capitava diventava il centro propulsore di un’attività comunista concreta e fattiva. Infatti numerosi sono stati i giovani che si affiancarono a Lui sulla via della lotta e molti lo hanno preceduto o seguito nel supremo sacrificio. Sarà stato forse questo il suo estremismo?

Abbi pazienza, senza volerlo ho deviato.

L’azione di Buranello, Walter e Compagni è stata superiore ad ogni critica per ciò che concerne spirito, organizzazione e risultato. L’addebito di faciloneria e di estremismo nel Loro lavoro e il soffermarsi su questi lati negativi, senza peraltro precisare le circostanze, mi sembrano argomenti di pessima fattura. Non servono neppure come autocritica, ma non voglio tediarti con una dimostrazione, tanto è evidente questa mia affermazione. Servono unicamente a screditarci presso coloro i quali cominciavano a ricredersi dell’opinione, purtroppo ancora tanto diffusa causa certe nostre deficienze, che Comunismo significa soffocamento dei valori spirituali. Circa l’imprudenza, per cui nel 1942 furono arrestati, mi pare siano da deprecare anzitutto le diffidenze e i dubbi di alcuni vecchi elementi, i quali in tal modo indussero i Giovani a conservare gli incartamenti per poter dimostrare in qualunque momento la regolarità e serietà della loro amministrazione. Ci fosse stato da parte dei suddetti anziani uno spirito più aderente alla realtà e, diciamolo pure, un po’ meno di prevenzione, Buranello e Compagni forse non sarebbero stati arrestati o, comunque, il loro arresto avrebbe avuto limitate conseguenze. Del resto vorrei sapere chi mai non ha sbagliato nel corso di iniziative politiche e cospirative, e come è possibile evitare i pericoli quando si agisce. I pericoli sono in proporzione dei rischi. Solo chi non arrischia non corre pericoli.

Per abbreviare, concludo che nella relazione il lavoro di Buranello, Figuccio, Walter, ecc. doveva figurare in ben altro modo. Il prestigio del Partito ne avrebbe guadagnato.

Non ti parlo con risentimento, ma non ti posso nascondere un po’ di amarezza se penso che Essi hanno amato il loro Ideale più della vita. Ti unisco a questo proposito copie dei tre biglietti che mio Figlio scrisse prima di morire. Credeva di venire fucilato invece lo impiccarono. Fu il 5 Febbraio 1945, ore 15, a Cuorgnè (Aosta)

Saluti fraterni.

Si tratta, come risulta con estrema evidenza, di una rivendicazione, nobile non meno che implacabile, dell’onore comunista di Walter Fillak e di Giacomo Buranello – “Essi hanno amato il loro Ideale più della vita”, scrive l’ing. Ferruccio Fillak con tacitiana concisione – di fronte alle critiche di settarismo ed estremismo mosse nei loro confronti. A questo riguardo e a titolo di conclusione provvisoria, merita allora di essere riproposto, per il suo significato laicamente materialistico e per la luce che getta su quella che lo storico Claudio Pavone ha definito “moralità nella Resistenza”, quanto scrive Giovanni Pirelli nella prefazione all’antologia che raccoglie le testimonianze dei condannati a morte della Resistenza europea, testimonianze fra cui vi è quella di Walter Fillak: «Il senso della vita sta nella gioia non nel dolore e nel lutto. Se in date circostanze è giusto assumere rischi, affrontare pericoli, se può essere inevitabile ammazzare o farsi ammazzare, non parliamone mai come di cose belle, esemplari o invidiabili. Parliamone come di gravi necessità a cui l’uomo cosciente non può sottrarsi. Sacrificarsi ha senso, comunque, ad una sola condizione: che ci si sacrifichi perché venga una società umana dove il sacrificarsi non avrà più senso».

*) Intervento pronunciato dal prof. Eros Barone, Presidente del Circolo Culturale Proletario di Genova, in occasione della celebrazione di Walter Fillak svoltasi il 4 aprile 2016 presso l’ARCI “La Ciclistica” sito a Genova-Sampierdarena in via Walter Fillak, 98r

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Storia. L’inferno nascosto di Dora, il lager nazista più segreto da. avvenire.it


Lucia Bellaspiga martedì 24 gennaio 2017
In un documentario la storia delle gallerie nelle viscere dei monti Harz, dove 60mila internati lavorarono al progetto dei missili V2, senza vedere la luce per anni. Tra loro 1500 italiani
Una delle gallerie scavate con i picconi dove gli schiavi lavoravano e vivevano (Light History)

Una delle gallerie scavate con i picconi dove gli schiavi lavoravano e vivevano (Light History)

Ha il dolce nome di una donna, ma il suo ventre è sotto terra e partorisce solo uomini morti. Dora, quattro lettere che stanno per Deutsche Organisation Reichs Arbeit, il campo di lavori forzati più segreto e più duro dell’intera Germania nazista. Come tutti gli inferni, diramava i suoi gironi sotto terra, in mefitiche gallerie buie e gigantesche, dove 60mila internati tra l’agosto del 1943 e l’aprile del 1945 lavoravano e persino vivevano, senza mai rivedere la luce. «New York e Londra spariranno presto dalla faccia della terra», aveva promesso Himmler e il segreto era là sotto, nelle viscere di Dora, dove i sepolti vivi avrebbero costruito le ‘V2’, missili teleguidati a lunga gittata, un miracolo della scienza… «Nessuno sapeva dell’esistenza di Mittelbau Dora, le persone sparivano nel nulla e nemmeno i familiari conoscevano la loro fine», racconta Raffella Cortese, autrice insieme a Mary Mirka Milo del documentario Inferno Mittelbau Dora, che Rai Storia manderà in onda il 27 gennaio alle 19 nella Giornata della Memoria. «E ancora oggi di Dora non si parla mai, sparita nell’oblio, cancellata dai libri di storia». Esperta in stragi fin dai tempi in cui ha firmato le puntate Rai di Mixer e La storia siamo noi, dalle Brigate Rosse ai Nar, da Piazza Fontana alla strage di Bologna, Cortese non poteva non lasciarsi attrarre dall’abisso nero di Dora.

Per oltre un anno le due autrici hanno scavato in archivi e ricordi, incontrato sopravvissuti: «A Mittelbau Dora i prigionieri arrivavano dagli altri campi, soprattutto da Buchenwald», sostituiti man mano che morivano. Erano in gran parte russi, polacchi e francesi, ma dopo l’8 settembre 1943 anche gli italiani divennero nemici e 1.500 nostri militari finirono internati a Dora come ‘oppositori politici’, contrassegnati con un triangolo rosso. Tra questi Guido Bianchedi, classe 1920, lucido protagonista del documentario. Soldato di leva, arrestato a Lubiana dai tedeschi, da Buchenwald fu presto deportato a Dora: «Una sera ci caricarono su un camion. Un’ora e mezza dopo aprirono la sponda posteriore e ci fecero scendere, c’era fango fino alle ginocchia…». Carne da macello destinata a scavare con picconi le gallerie per le mostruose V2, alte come un palazzo di cinque piani.

Era stato lo stesso Hitler a ordinare la ricollocazione sotterranea degli impianti di produzione, dopo i rovinosi bombardamenti degli Alleati, e la scelta del luogo era caduta sulle grotte dei monti Harz, nel cuore della Germania, mentre di Himmler era l’idea di usare i prigionieri dei campi di concentramento: «Era un lavoro massacrante e senza mai sosta. Nelle gallerie sempre più in profondo mancava ossigeno, fame e sete ci torturavano, sono riuscito a lavarmi dopo due anni, la testa brulicava di pidocchi fino a sanguinare. Laggiù, sempre al buio, anche vivevamo», se così si può dire. Uno dei tunnel conteneva i ‘letti’ a castello alti 9 metri e larghi 12, per diecimila schiavi. È il nipote di un altro internato, Mario Quadalti, a riassumere i racconti dell’omonimo zio, arruolato alpino a 21 anni e dopo l’8 settembre arrestato a Cuneo: «La fame era tale che là sotto si erano costruiti una bilancina per misurare le molliche che toccavano all’uno o all’altro».

A Mittelbau Dora non si faceva l’appello quotidiano per la conta, «tanto dove andavi?», spiega Bianchedi. Nemmeno i morti uscivano, accatastati nei tunnel. In uno o due mesi il fisico cedeva, o cedeva la mente: «Si cercava il modo per non impazzire – continua Bianchedi – io mi immaginavo un dialogo intimo con mio padre, che mi diceva sempre ‘Guido, abbi pazienza’ e io risorgevo. Era duro parlare con lui e non sentire la sua voce». La mente scientifica era l’ingegner Wernher von Braun, a 20 anni già genio della missilistica, a 25 a capo di diecimila tra scienziati, tecnici e operai. La V2 era la sua creatura, costosissima (l’equivalente di 300mila euro ciascun missile), l’asso nella manica dopo la sconfitta subìta a Stalingrado nel gennaio del ’43: ‘l’arma della vendetta’, la Vergeltung Waffe (da qui la V del nome). Tra tentativi di lancio, numerosi fallimenti e continue modifiche, all’inizio del ’44 erano già stati prodotti 5.000 missili e nel ventre di Dora le catene di montaggio si facevano più disumane. Nel settembre 1944 le V2 si schiantano davvero su Londra distruggendo la città e la psi- che dei suoi abitanti: è la prima volta che un bombardamento piomba dal cielo in assenza di aerei. Ma, come vedremo, è anche l’inizio dell’era spaziale…

Difficile immaginare lo sguardo allucinato di Bianchedi il 12 aprile 1945, quando nelle gallerie vide i fari di tre camionette, «Non era possibile! Si fermarono davanti a me e dissero ‘von Braun, von Braun’, volevano solo lui, poi uscirono di corsa». In superficie l’evacuazione era iniziata da giorni e l’umanità del sottosuolo manco lo sapeva. Come zombie, in 500 riemersero alla luce e furono curati dagli americani, ma per più di metà fu troppo tardi. Tra questi anche Mario Quadalti, morto il 18 maggio 1945. È ancora il nipote a mostrare la sua ultima lettera al comandante americano: «Chiedo a voi di far trasportare questo mio scheletrito corpo nella mia Patria, onde possa prima di dar l’addio a questa valle di lacrime baciare il bianco capo della mia piangente Mamma». Troppo tardi anche per questo: è tuttora sepolto fuori Dora. Il 12 maggio 1945 von Braun, con i suoi piani di costruzione delle V2, si consegna agli americani e con tutti i suoi ingegneri passa al servizio degli Usa, asilo garantito e crimini di guerra cancellati. Di Mittelbau Dora si ‘dimenticano’ anche i processi di Norimberga e nel 1969 l’uomo arriva sulla Luna spinto dal razzo Saturno 5: l’evoluzione della V2. «In quelle gallerie mi chiedevo solo: perché? Che male ho fatto io? Per conto di chi stavo scontando quelle pene? Sono pieno di domande e non ho risposte », sorride Guido Bianchedi nel documentario. È morto tre mesi fa, senza trovarle.

Mengele, il medico nazista, e gli angeli della morte oggi di Luciano Armeli Iapichino da:linformazione.eu

Ci sono crimini nel vecchio libro della storia dell’uomo, annidati nella coscienza di ognuno, che, oltre i giorni della memoria, della ricorrenza e delle celebrazioni, varcano i confini della latenza e dell’inconscio, ritornano sotto forma di pensieri funesti e inquietano la quotidianità del vivere e l’apparente serenità dell’anima. E ci sono nomi che pronunciarli implica un immediato corredo d’immagini talmente crude da mettere a dura prova lo stomaco, il concetto di umanità e quello di incredulità.

Uno di questi è quello di Josef Mengele, l’Angelo della morte di Auschwitz.

Mengele, all’interno del sistema criminale votato alla Soluzione finale, ha incarnato la banalità del male, la “malvagità pura”, il custode del vaso di Pandora delle atrocità più inenarrabili, una sorta di Anticristo umanizzato talmente spettrale da gettare nel panico gli ufficiali nazisti in sua presenza all’interno del campo.

Mengele era il Lager. Era la selezione. Era quella voce del destino, “Links” (a sinistra) e “Rechts” (a destra), che sulla banchina decideva della vita e della gassificazione dei deportati. Era l’iniezione di fenolo, l’immediata esecuzione alla tempia, la cinica sperimentazione, la dissezione sui cadaveri ancora caldi poggiati su un tavolo di gelido marmo dopo la dose di Evipan e Cloroformio al cuore.

Mengele era la morte!

Il mito della razza ariana lo indusse a eseguire le più orribili sperimentazioni, al prezzo di atroci sofferenze, non solo su esseri umani adulti, sani, malati e nani, ma anche sui bambini e in particolare sui gemelli. Iniettava, ad esempio, negli occhi delle piccole vittime il colore blu di metilene al fine di convertirli dal castano; praticava, altresì, senza anestesia l’orchiectomia, l’asportazione dei testicoli, e inoculava nelle schiene delle donne dei veleni al fine di verificare i processi di sterilizzazione.

La cruda sperimentazione di Mengele, che amava collezionare feti, ossa e calcoli biliari, lascia solo immaginare il dramma psicologico di quelle povere cavie, sole e nude all’interno di quei freddi blocchi, defraudati dei sogni, dell’infanzia e dei genitori, in attesa di sevizie prive di una qualsiasi forma anestetica e della morte che paradossalmente correva a liberarli.

Nel perverso ingranaggio del male azionato dalla follia nazista all’interno dei campi di concentramento, un’altra roncola in camice si aggirava a mietere vite umane: il dott. Eduard Wirths. Anche lui ebbe un ruolo decisivo nella selezione e nella cinica e spietata sperimentazione ai danni degli internati.

A differenza di Mengele, morto in Brasile nel 1979, Wirths s’impiccò come molti altri medici nazisti per evitare la morte certa per mano degli alleati e soprattutto il peso dell’umiliante sentenza della sua coscienza. Era lui che strappava letteralmente i figli dalle madri, recidendo una seconda volta e per sempre quel “cordone ombelicale” imposto da Dio, con una buona dose d’impassibilità e sotto l’egida della volontà sterminatrice del Fuhrer.

Le mostruosità perpetrate da questi ufficiali nazisti, con altre indicibili crudeltà messe in atto dal Terzo Reich, fanno di Mengele e dei suoi colleghi l’emblema per eccellenza del fanatismo legato a una sorta di nazi-scienza, macellai tra le belve e antitesi umanizzata del giuramento di Ippocrate.

La Storia è colma di esempi in cui l’intelligenza umana, lo studio specialistico e la cultura si sono messi al servizio dei genocidi o della volontà del male per assurde teorizzazioni o ideologie criminali; la scienza al servizio della morte; la biologia quale arma di soppressione di massa; la professione medica al pari di quella dei monatti.

Boia travestiti da dottori.

Sembra un paradosso, un ossimoro dell’esistenza, un guasto nei meccanismi di selezione tra vittime e carnefici: è stato così! E’ stata Storia! E continua a esserlo!

Angeli della morte in camice bianco hanno messo in atto, nel secolo scorso, nelle stanze di tortura ubicate a varie latitudini, azioni talmente criminali da oltrepassare i limiti del pensiero.

Scrive il dott. Robert Jay Lifton dell’Università di Harvard: “I nazisti non furono certamente gli unici a coinvolgere i medici nel male”. E ricorda “il ruolo svolto dagli psichiatri sovietici nella diagnosi dei dissenzienti come malati di mente, e nel farli internare in ospedali psichiatrici; quello dei medici in Cile nel ruolo di torturatori; quello dei medici giapponesi che praticarono la vivisezione ai prigionieri di guerra”; lo studioso americano segnala, altresì, casi in Sudafrica, negli Stati Uniti (con riferimento alle attività della Cia), in Russia e addirittura i medici turchi e la loro presunta complicità nel genocidio armeno.

E questa tipologia di sadismo umano, frutto dei perversi meccanismi della mente, in campo medico e paramedico, ha varcato, purtroppo, anche le soglie di questo Millennio, flagellando la spensierata quotidianità di vittime innocenti assurte, loro malgrado, agli onori della cronaca.

Come non ricordare, nel nostro Paese, il disprezzo della vita perpetrato dalla clinica degli orrori Santa Rita di Milano qualche anno fa? Una élite scientifica, costituita da primario, chirurghi, anestesisti e infermieri al servizio della morte, al fine di incassare i rimborsi del Sistema Sanitario Nazionale. Immotivate mutilazioni su degenti in piena salute o, nel peggiore dei casi e in barba a ogni forma di etica professionale o, semplicemente, barbarica, compiute anche ai malati in stadio terminale; seni e polmoni asportati ai fini contributivi. Scenario simile all’ospedale di Lugo (Ravenna) dove l’infermiera Daniela Poggiali si è resa artefice, secondo la condanna di I grado, di un diabolico piano criminale ai danni di anziani e conoscenti. Non un ultimo, in ordine di tempo, si ricordino le morti sospette all’ospedale di Saronno presumibilmente, secondo le accuse, causate dall’azione criminale di un medico e un’infermiera, amanti spietati.

Episodi, tutti, che richiamano a una malefica eloquenza: gli aguzzini vestiti di bianco, come surrogati dei loro colleghi nazisti teletrasportati ai giorni nostri, per devianza psichica o lucida razionalità, continuano a incarnare, nel migliore dei modi, la professione di carnefici.

Le corsie d’ospedale, tempio del male evocato da queste diaboliche presenze, si sono trasformate in moderne camere a gas con i posti letto assurti a loculi, in cui familiari apprensivi hanno abbandonato, loro malgrado, genitori e parenti a una sorte assurda e crudele.

Crimini contro l’umanità che se da un lato minano il sacrosanto diritto alla vita, dall’altro deplorano, ancora peggio, il rischio di ammalarsi.

Una verità, portata a spalla lungo la linea del tempo da iene sataniche, appare in tutta la sua indissolubile, aberrante crudeltà: la coscienza dell’uomo, di qualunque periodo storico e condizione socio-culturale, sembra sottomettersi alle ideologie perverse, ai sentimenti deviati e alla logica scellerata del dio Denaro.

A vincere, pertanto, saranno soltanto lo spettro di un vuoto etico di ritorno e la negazione di ogni elementare principio di responsabilità.

Luciano Armeli Iapichino

Addio Tina Anselmi, la donna che fece tremare i piccoli uomini del potere da: l’espresso

Persona di eccezionale coraggio e di straordinaria normalità, si è scontrata contro i poteri occulti che negli anni Settanta avevano invaso le istituzioni. Per l’ex partigiana una sfida più rischiosa di quella con il fascismo

di Marco Damilano

01 novembre 2016

Addio Tina Anselmi, la donna che fece tremare i piccoli uomini del potere

Non l’avevano mai dimenticata. I vertici del Paese, colpevolmente, sì. Loro, Licio Gelli e i suoi amici, no. Non la dimenticavano e la odiavano come la loro peggiore nemica. Lo si capì nel 2004 quando il ministero delle Pari Opportunità commissionò a Pialuisa Bianco un dizionario biografico delle donne italiane. Alla voce Anselmi Tina si leggevano parole come queste: « Moralismo giacobino, istinto punitivo… I 120 volumi degli atti della Commissione, che stroncò Licio Gelli e i suoi amici, gli interminabili fogli dell’Anselmi’s list, infatti, cacciavano streghe e acchiappavano fantasmi». E ancora: «improbabile guerriera. Furbizia contadina». Così un governo aveva ben pensato di ricordare la prima donna ad aver occupato l’incarico di ministro in Italia. Ad aver commissionato il testo era stata la responsabile delle Pari Opportunità Stefania Prestigiacomo. Il presidente del Consiglio era quel Silvio Berlusconi che faceva parte degli «amici di Gelli», tessera numero 1816 della loggia massonica P2, gruppo 17, settore editoria.

Non avevano mai dimenticato lei e i quasi tre anni, dall’ottobre 1981 al maggio 1984, in cui Tina Anselmi aveva presieduto la Commissione parlamentare di inchiesta sulla P2. Una sfilata ininterrotta di ministri, generali, ambasciatori, segretari di partito, direttori di giornale, banchieri, magistrati. Si giustificavano: «Enrico Manca: nel 1980 il 4 aprile entro come ministro del Commercio estero nel governo Cossiga. A fine aprile conosco Gelli a un ricevimento all’ambasciata argentina. Visita di Maurizio Costanzo, che disse di essere massone, e a nome di Gelli mi chiese se ero disponibile a aderire alla massoneria. Quando mi vidi negli elenchi di Gelli telefonai a Costanzo, ma questi mi confermò di aver telefonato a Gelli la non disponibilità…». «Bisignani (Luigi) pagato da Gelli, è ancora in rapporto con Gelli…». Apparivano untuosi, viscidi come il loro capo, di fronte a quella donna che li interrogava.

vedi anche:

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Addio Tina Anselmi, partigiana e riformista

Non fu solo la prima donna a diventare ministro, ma soprattutto una grande artefice del welfare italiano. Cercò di fare luce sula P2 e anche per questo poi fu emarginata. Aveva tutte le doti per diventare presidente, ma quando ci fu la possibilità il centrosinistra non ebbe il coraggio di mandarla al Quirinale e le preferì Napolitano

Una donna contro i poteri occulti che negli anni Settanta avevano invaso le istituzioni come cellule tumorali che avvelenano un corpo sano. Di eccezionale coraggio. E di straordinaria normalità. «Tina, nome di battaglia Gabriella, anni diciasette, giovane, come tante, nella Resistenza. Non ho mai pensato che noi ragazze e ragazzi che scegliemmo di batterci contro il nazifascismo fossimo eccezionali, ed è questo che vorrei raccontare: la nostra normalità….». Comincia così la sua autobiografia, “Storia di una passione politica” (Sperling & Kupfer), curata da Anna Vinci e pubblicata dieci anni fa. Una ragazzona del profondo Veneto, campionessa di giavellotto e pallacanestro a livello regionale, «in un tempo in cui lo sport era un’attività prevalentemente maschile», a 17 anni era entrata nella Resistenza dopo un colloquio con un’amica che aveva il fidanzato partigiano, «una ragazzina passata direttamente dalla vita in famiglia alla lotta armata». Aveva scelto il nome Gabriella come l’arcangelo Gabriele, il messaggero dell’annunciazione: staffetta partigiana, cento chilometri al giorno in bicicletta, la fame e la paura.

vedi anche:

Non aveva mai dismesso l’abito della resistente. Neppure quando, dopo la guerra, aveva cominciato a praticare un altro sport tutto maschile, la politica. Militante dell’Azione cattolica, amica e discepola di Aldo Moro, l’unica ammessa dalla famiglia in casa durante i 55 giorni del sequestro del leader dc, eletta deputata nel 1968, prima donna a essere nominata ministro, nel 1976, a 49 anni, nel terzo governo Andreotti, ministro del Lavoro e poi ministro della Sanità. Una donna in politica che portava uno spirito inedito nelle stanze del governo: spiritosa, anti-retorica, il contrario esatto di certi successivi modelli narcisisti e tutti auto-riferiti, una che di sé scriveva, con semplicità: «La ventata di leggerezza che nella mia infanzia ha spazzato tante volte via la malinconia mi accompagnerà fino alla fine, e avrà sempre per me l’odore del cocomero di nonna Maria e del panetto con l’uva di nonno Ferruccio». Ingenua, eppure consapevole di tutte le sottigliezze della politica. Esponente di quella generazione che aveva ricostruito l’Italia e che alla politica attribuiva primato e nobiltà, non in nome di una parte ma di tutti.

Quando nel 1981 il Parlamento votò l’istituzione di una commissione di inchiesta sulla loggia di Gelli sembrava destinata a una luminosa seconda parte della carriera politica nelle istituzioni: presidente della Camera o del Senato. Invece il suo sì alla richiesta di guidare la commissione, arrivata da Nilde Iotti presidente della Camera, le cambiò la vita.

L’incontro e lo scontro con il volto oscuro del potere. Quella coltre di mistero, fango, sporcizia, ricatto che inquinava, e inquina ancora, la vita pubblica italiana. Per l’ex partigiana una sfida più rischiosa di quella con il fascismo perché più sottile, con le parti in gioco non dichiarate. La Anselmi ha raccontato giorno per giorno quegli anni nelle pagine di diario pubblicate da Chiarelettere nel 2011. La pedinarono («esco da Palazzo San Macuto e mi accorgo di essere pedinata fino a casa da un uomo di statura piuttosto bassa, robusta, dell’età di quaranta, quarantacinque anni», annota all’una e un quarto di notte l’8 febbraio 1983), indagarono su di lei («Il giorno 7 gennaio 1985 sono venuti da me Lo Presti di Treviso e un suo collaboratore. Si sono dichiarati di professione agenti investigativi privati. Mi hanno raccontato di essere stati incaricati di indagare su di me, sui miei beni, sui miei parenti, per avere elementi contro di me. Hanno rifiutato di collaborare»), fu lasciata sola dagli uomini del suo partito, la Democrazia cristiana. «Lei ritiene di non poter fare nulla per impedire che materiale giudiziario venga sfruttato contro di me. Lei aveva tutti gli strumenti per bloccare un’operazione infame. Non li vuole usare», le scriveva Flaminio Piccoli, presidente della Dc.

Dai socialisti: «Formica (Psi) mi ha detto ieri che la commissione P2 va chiusa e basta». E dall’opposizione comunista: «Non mi pare che il Pci voglia andare fino in fondo. Il gruppo pare abbandonato a se stesso. La stessa richiesta loro di non approfondire il filone servizi segreti fa pensare che temano delle verità che emergono dal periodo della solidarietà. Ipotesi: ruolo di Andreotti che li ha traditi? O coinvolgimento di qualche loro uomo?». «Nulla si può escludere, neppure che Tina Anselmi sia una calunniatrice», scrisse infine Gelli al presidente della Repubblica eletto nel 1985, Francesco Cossiga.

In tanti pensavano a lei per il Quirinale, in realtà. E poi nel 1992, quando il suo nome risuonò più volte nell’aula di Montecitorio durante le votazioni per il presidente della Repubblica e il settimanale di Michele Serra “Cuore” l’aveva candidata ufficialmente, e non c’era nessun intento satirico. E invece dopo la commissione la sua carriera politica di fatto terminò. Come aveva previsto un suo grande amico, partigiano come lei, Sandro Pertini. «Con Pertini parlano spesso del mio coraggio. Sanno che sono sola in questo compito», appuntava il 20 settembre 1983. E il 10 maggio 1984, alla chiusura dei lavori: «Visita a Pertini. Mi ringrazia per quello che ho fatto per il paese e per l’Italia. Mi conferma la sua stima e la sua amicizia, per il coraggio che ho. Annota che nel Palazzo non si avrà la volontà di andare a fondo e di accogliere la mia relazione».

«Se la loggia P2 è stata politica sommersa, essa è contro tutti noi che sediamo in questo emiciclo. Questo è il sistema democratico che in questi quaranta anni abbiamo voluto e costruito con il nostro quotidiano impegno: non può esservi posto per nicchie nascoste o burattinai di sorta», aveva concluso il suo compito il 9 gennaio 1986, presentando nell’aula della Camera il lavoro della commissione. Sono passati trent’anni, non è andato via questo odore di stantio che si avverte in molti, troppi passaggi politici e economici. Ma neppure passerà il ricordo di Tina Anselmi. La ragazza della Repubblica che non hai smesso di sorridere nei momenti più difficili. La donna che fece tremare i piccoli uomini del potere. È lei, non i traditori dello Stato che lo hanno usurpato, a meritare a pieno diritto il titolo di patriota.

Tina Anselmi, il ricordo di Smuraglia: “Impossibile non amarla” da: larepubblica.it

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Tina Anselmi, il ricordo di Smuraglia: "Impossibile non amarla"
Il presidente dell’Anpi Carlo Smuraglia (agf)

Il presidente dell’Anpi ricorda la democristiana amata dalla sinistra: “Era spinta dal suo desiderio di vita, dalla volontà di rendere il mondo un posto migliore”

di SILVIA BIGNAMI

BOLOGNA – “Non si poteva non amare Tina Anselmi. In tutto ciò che fece, fu sempre spinta dalle stesse motivazioni che la convinsero a diventare staffetta partigiana. Quelle ragioni le spiegò lei stessa in una delle pagine più belle che io abbia mai letto, sulla Resistenza. Lei disse che ‘quello che la spingeva era il desiderio di vita e di costruire un mondo migliore'”. Carlo Smuraglia, presidente dell’Anpi, ricorda Tina Anselmi, morta la scorsa notte a 89 anni. Prima donna ministro. “Giudicata e scelta per le sue qualità e non per il fatto di essere donna”. “Capace di essere femminile” e allo stesso tempo di “guidare con straordinaria fermezza una commissione delicatissima come quella sulla P2. Senza scoraggiarsi mai. Nemmeno quando attorno a lei tanti si chiedevano, con scetticismo, chi fosse mai questa Anselmi, e cosa volesse davvero”.

Smuraglia, lei la conosceva?
“Non l’ho conosciuta in modo approfondito, ma l’ho riconosciuta sempre come una donna straordinaria, sotto ogni profilo. Da partigiana, col nome di Gabriella, diede una descrizione del perchè entrò nella Resistenza che mi è rimasta impressa per sempre. ‘Lo feci per desiderio di vita’, disse. Anche se disprezzava le armi, si disse pronta a morire con le armi in pugno, per la libertà. Il racconto che Tina fece di quegli anni mi ha sempre colpito, sotto molti aspetti, anche umani”.

In che senso?
“Lei era una ragazzina in quegli anni. Un’adolescente. Tendiamo a pensare ai partigiani sulle montagne, vestiti come capita, non interessati ai fatti della vita. Ma lei raccontando quella esperienza disse una volta: ‘Eravamo ragazzi, e talvolta noi donne non disdegnavamo una gonna più sbarazzina. Certo, tenevamo le scarpe basse, ma le calze erano colorate’. Quanta umanità c’è in questo ricordo”.

Anselmi fu anche la prima donna ministro della Repubblica.
“Sì, fu ministro del Lavoro e della Sanità. Non ministeri di secondo piano. Con lei è nata la riforma nazionale della Sanità. E fu scelta per le sue competenze, non per il fatto di essere donna, quando una scelta di questo tipo non era affatto scontata. E per gli stessi motivi fu scelta per guidare la commissione sulla loggia massonica P2. Un ruolo molto delicato, per il quale soprattutto in quel periodo si sarebbe potuto pensare di nominare un uomo. Fu scelta lei per la sua capacità di essere al di sopra delle parti, per la fermezza, la determinazione. E lei fu all’altezza delle attese, nonostante gli scetticismi”.

Ci fu scetticismo, su quella scelta?
“Molti, attorno a lei, ma anche sui giornali, parlavano sottovoce. Si chiedevano: ‘Ma chi è questa Anselmi? Cosa vuole davvero?’. Si trattava di una donna, e molti dubitavano: ‘Mah, chi lo sa…’. Lei a queste voci di sottofondo rispondeva: ‘Mi è stato dato un incarico e devo cercare di ristabilire la verità dei fatti’. Ha lavorato sempre con fermezza, lamentandosi solo dei mezzi insufficienti a quell’indagine, che impedirono forse di scavare fino in fondo nella storia della P2. Si scoprirono molte cose, ma lei disse sempre che avrebbe voluto andare ancora più a fondo”.

Non si lasciò scoraggiare.
“No, mai, questo è il suo insegnamento, anche oggi. Perchè tutti dovremmo essere giudicati dalle nostre qualità e competenze. A prescindere dal sesso. Questa è la vera parità. Questa  è la parità che rappresenterebbe la piena realizzazione dell’articolo 3 della nostra Costituzione”.

La parità si raggiungerà quando non avremo più bisogno delle quote rosa?
“Sì, esattamente. E Tina Anselmi fu una anticipatrice, in questo senso”.

Anselmi era anche

democristiana, eppure fu molto amata dalla sinistra. Perchè, secondo lei?
“Perchè era capace di essere aperta. Al sociale, ai problemi del lavoro, dei più deboli. Ma infondo perchè in tutta la sua esperienza politica continuò a essere animata dalle stesse ragioni per cui decise di entrare nella Resistenza: il desiderio di vita. Questo si poteva avvertire, in lei. Questa autenticità, questa passione. Non si poteva non amarla”.

Addio al premio Nobel per la Pace Elie Wiesel. Raccontò l’orrore dell’Olocausto E’ morto il premio Nobel, Elie Wiesel. da: rainews.it

wieselmorteNato in Romania era sopravvissuto all’Olocausto, aveva 87 anni.  Eliezer “Elie” Wiesel era nato il 30 settembre del 1928 in Romania a Sighet. A 15 anni era stato deportato insieme alla famiglia nel campo profughi di Auschwitz dove morirono la madre e la più piccola delle sue tre sorelle. Fu trasferito da un campo di concentramento all’altro e a Buchenwald perse il padre. Dopo la guerra si trasferì in Francia dove cominciò a collaborare con diversi giornali israeliani tra cui Yediot Ahronot. Autore di decine di saggi e novelle (scrisse 57 libri) e attivista dei diritti umani, Wiesel è conosciuto in tutto il mondo per la promozione dell’educazione e della memoria della Shoah. Il suo libro di memorie “Notte” basato sulla sua esperienza nel campo di sterminio di Auschwitz è uno dei racconti più importanti sull’Olocausto. Quando gli fu assegnato il Nobel nel 1986 fu definito “messaggero per l’umanità” e il suo lavoro per la causa della pace un potente messaggio di “pace, di espiazione e di dignità umana” alla stessa umanità. “Elie Wiesel era una delle grandi voci morali dei nostri tempi e, per molti versi, la coscienza del mondo”. Così lo ha ricordato il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Dopo avere ricevuto la notizia della sua morte, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu lo ha subito omaggiato come un “raggio di luce e un esempio di umanità che crede nella bontà dell’uomo”. Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai. (dal libro “La notte” di Elie Wiesel) – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Addio-al-premio-Nobel-per-la-Pace-Elie-Wiesel-e4bd6898-fc95-424e-92d4-86032128a728.html

Vittoria Giunti, la storia della prima sindaca in Sicilia «Guidò le donne nei cortei contro gabelloti mafiosi» da: meridionews.it

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ANDREA GENTILE 23 GIUGNO 2016

COSTUME E SOCIETÀ – Di origini toscane, nel 1956 diventa prima cittadina di Santa Elisabetta, in provincia di Agrigento. Combattente per natura, introduce il bilancio partecipativo. Il suo impegno la accompagna fino alla morte. A ripercorrerne le tappe della vita è il giornalista Gaetano Alessi, autore di una sua biografia

Quella di Vittoria Giunti è una storia d’altri tempi, lontana dalla politica e dalle polemiche attuali. Mentre parte del Paese si interroga se chiamare sindaco o sindaca Chiara Appendino e Virginia Raggi, prime cittadine donne di Torino e Roma, Vittoria Giunti si farebbe, sulla questione, una sonora risata. Esempio di militanza, resistenza, buona politica era «perché rappresentava tutti», racconta il giornalista Gaetano Alessi, autore di una sua biografia.

Vittoria Giunti diventa prima cittadina di Santa Elisabetta, in provincia di Agrigento, nel 1956. Due anni dopo che il borgo viene dichiarato Comune. È stata la prima donna a guidare un paese in Sicilia, la terza in tutta Italia. Nelll’anno in cui, per la prima volta, le donne di Sant’Elisabetta hanno potuto votare.

Anni di aspre lotte contadine, per la liberazione e la distribuzione delle terre, in cui perdono la vita sindacalisti e braccianti. Con i la povertà si faceva sentire e il giogo mafioso pure. Le lotte si registrano anche nei feudi dell’entroterra agrigentino: «Vittoria Giunti guidò le donne che aprivano i cortei, affinché i gabelloti mafiosi non potessero usare violenza nella vera guerra civile siciliana, in cui si contarono più di duemila morti – spiega Alessi -. Fece una lotta casa per casa, nelle strade, nei luoghi d’incontro della comunità».

A Santa Elisabetta, sotto la guida di Vittoria Giunti, prende vita una vera democrazia popolare, con l’adozione del bilancio partecipativo che permette «ai cittadini di controllare direttamente le opere», spiega Alessi. Che sottolinea come con lei «alla mafia vennero a mancare i bisogni del popolo, usati da essa come forma di schiavitù». La prima cittadina è stata una combattente, e in tal senso la rivendicazione contadina rappresenta solo una delle lotte che l’hanno vista protagonista.

Giunti nasce nel 1917, in una facoltosa famiglia borghese toscana. Durante la Resistenza conosce Salvatore Di Benedetto, anch’egli militante comunista, poi sindaco di Raffadali per quasi trent’anni. Nel 1945, Di Benedetto rimane ferito da un’esplosione e sfigurato. Ricoverato in ospedale, all’infermiera dà un biglietto con scritto solo Vittoria Giunti, che viene poco dopo inviata dai vertici del Partito Comunista per proteggerlo. In quel periodo di sofferenza nasce il legame che lì accompagnerà per la vita. Seguendo il marito, infatti, Giunti matura l’idea di vivere in Sicilia. «Ricca com’era, avrebbe avuto tutto l’interesse ad abbracciare il fascismo. E invece lottò, e preferì venire in Sicilia a odorare la puzza delle case contadine», continua Alessi.

A Firenze era stata assistente di matematica all’Università. «Una mente altissima», sottolinea il giornalista. Con frequentazioni tra le più brillanti del periodo, come il circolo dei ragazzi di via Panisperna. «Avrebbe voluto ritornare ad insegnare, ma capì le condizioni della Sicilia», spiega Alessi. Rimanere nell’isola diventa così una scelta d’amore e di lotta, «figlia di una consapevole rinuncia a tutto».

Conclusa l’esperienza da sindaco, Giunta sparisce dalla scena pubblica: «Ripeteva sempre che in prima fila si stava per le botte, e che la cosa più grande della sua vita era stata servire in una comunità tra pari», commenta Alessi, che l’ha conosciuta direttamente raccogliendone la testimonianza. «Non la conoscevamo, si era quasi fatta dimenticare. Avevamo 17 anni, quando la incontrammo per la prima volta», ricorda. L’ultima stagione di lotta, tuttavia, doveva ancora venire. «Ci chiamò quando Cuffaro (originario di Raffadali, ndrdivenne presidente della Regione. Ci offrì la sua intervista, fondammo il giornale per resistere al potere mafioso». Anche quelli anni difficili, in cui AdEst, rivista locale d’inchiesta, prova a raccontare le malefatte della politica, in un’area che diventa base del dominio e del consenso elettorale dei cuffariani. «Fu lei ad incentivarci – commenta ancora Alessi -. Anche quando rasero al suolo due volte la sede, lei aprì casa sua, dove ci riunivamo».

Un impegno che non si è fermato neanche in punto di morte. «Il 27 maggio 2006, quando Rita Borsellino venne sconfitta alle elezioni regionali, eravamo demotivati. Lei era a letto, vicina a spegnersi. Ci convocò e ci disse: resisto io, voi dovete farlo anche», ricorda commosso il giornalista. L’esperienza di AdEstcontinua anche dopo la morte di Vittoria Giunti, avvenuta il 2 giugno. «Siamo andati avanti fino alla condanna definitiva di Cuffaro, abbiamo resistito solo perché abbiamo avuto Vittoria».