Fonte: The post internazionale (Tpi)Autore: redazione Turchia, le Nazioni Unite denunciato la morte di duemila persone e la violazione dei diritti umani nella zona sudorientale

Le Nazioni Unite hanno denunciato in un rapporto la morte di circa duemila persone nella regione sudorientale della Turchia da luglio 2015 a dicembre 2016 e gravi violazioni di diritti umani nel corso delle operazioni governative di sicurezza nella zona.
Nei documenti si fa riferimento anche a 500mila sfollati soprattutto di etnia curda. Dalle immagini satellitari diffuse si può poi avere un’idea del grado di distruzione della regione. Gli ispettori dell’Onu hanno documentato uccisioni, torture e sparizioni, soprattutto durante il coprifuoco.

Il governo turco non ha consentito agli investigatori di avere accesso nel paese e ha rigettato le accuse. “Le autorità turche hanno contestato la veridicità dei rilievi fatti nel rapporto”, ha dichiarato l’alto commissario delle Nazioni Unite Zeid Ra’ad al Hussein.
Secondo l’organizzazione, ancora più grave è l’assenza di un’indagine interna avviata dalla Turchia per fare chiarezza su migliaia di morti sospette. L’Onu riporta che 800 delle vittime appartenevano alle forze di sicurezza e altri 1.200 avevano compiuto azioni violente contro lo stato.
Nel rapporto, tra i tanti episodi, si fa riferimento alla detenzione di 189 persone nella città di Cizre nel 2016 senza viveri e ai resti carbonizzati di una donna consegnati alla sua famiglia dopo la morte.

Fonte: il manifestoAutore: Antonio Sciotto Fca, Marchionne sceglie Trump. Nuvole nere su Pomigliano

 

A pochi giorni dalla maxi operazione Peugeot-Opel – che ha dato origine al secondo player europeo dopo Volkswagen – i concorrenti reagiscono, e in particolare si fa sentire Fca: l’ad Sergio Marchionne dal Salone dell’auto di Ginevra disegna un nuovo futuro per lo stabilimento di Pomigliano, annunciando che dal 2019-2020 perderà la Panda (sembra a favore della Polonia) ma probabilmente arriverà una Maserati o un’Alfa Romeo come rimpiazzo. Rassicurazioni che non tranquillizzano la Fiom – che chiede un confronto urgente – mentre Fim e Uilm apprezzano e sostengono la strategia del manager.IL FUTURO INDUSTRIALE di Fca – gruppo che tra gli altri controlla il marchio Fiat – è a questo punto complesso: da un lato l’esigenza di rispondere, soprattutto in Europa, al nuovo soggetto nato dalle nozze di Psa-Peugeot e Opel, dall’altro il dialogo con il presidente degli Usa Donald Trump dopo anni di rapporti proficui con il suo predecessore, Obama. Marchionne, pragmatico ad dei due mondi, non fa mai questione di collocamento politico e si prepara anzi a spostare alcune produzioni dal Messico agli Stati Uniti per venire incontro all’America first del neo inquilino della Casa Bianca.

RIGUARDO ALLA PARTITA con i concorrenti, soprattutto nel Vecchio continente, Marchionne ammette che «l’integrazione tra Psa e Opel farà pressione sul gruppo Volkswagen per quanto riguarda il suo posizionamento nel mercato europeo». «Volkswagen è leader in Europa e adesso Peugeot con Opel la incalzerà perché sarà seconda alle sue spalle. Subito dopo c’è anche Renault», ha osservato l’ad. E sulla possibilità che questo possa facilitare colloqui tra Fca e il gruppo Vw, Marchionne ha risposto: «Ovviamente sì, la casa tedesca con Fca potrebbe rafforzare il suo primato in Europa. Non ho alcun dubbio che Volkswagen a un certo momento si presenti da noi per parlare».

SUL FRONTE USA , Marchionne ha confermato di voler assecondare Trump nel suo intento di proteggere e incrementare l’occupazione negli Usa, anche a discapito di quella in Messico: «Non mi voglio addentrare in discussioni politiche su Trump – ha spiegato – cerco di essere obiettivo e di valutare in quale modo portare avanti le attività di Fca negli Stati Uniti». «Riporteremo dal Messico alcune attività, questo lo otterrà, ma è una cosa che riguarda il mercato americano e l’occupazione americana», ha aggiunto. «Da Trump si può imparare qualcosa, magari con un tono diverso. Si può avere un rapporto più diretto con l’industria, più collaborazione».

NON È MAI tramontata l’ipotesi di una alleanza con il colosso statunitense Gm, che è e resta una porta «impossibile da chiudere perché non si è mai aperta: ho bussato e non ho avuto risposta», ha spiegato Marchionne . «La mia idea sulla fusione con Gm rimane la stessa – ha precisato – anche se ora (dopo la cessione di Opel a Psa-Peugeot da parte di Gm, ndr) le sinergie sono un po’ cambiate e quindi è meno desiderabile. Abbiamo perso il 20% delle sinergie che potevano esistere con la fusione. Comunque non cambia niente».

TUTTO QUESTO SUL fronte degli scenari internazionali: ma in Italia le preoccupazioni si addensano su Pomigliano, perché non è ancora chiaro cosa potrebbe seguire all’addio della Panda, annunciato ieri. Timori espressi dalla Cgil, con Susanna Camusso, e dalla Fiom. Mentre Marco Bentivogli, segretario Fim Cisl, plaude all’«upgrade della produzione per Pomigliano, con la conferma di un’auto di fascia superiore della gamma Alfa Romeo».

E se la Uilm, ugualmente positiva verso l’ad di Fca, chiede però, a questo punto, di «chiarire quali modelli porterà nel sito campano», è la Fiom, con il responsabile auto Michele De Palma, a sollecitare «un confronto urgente con tutti i sindacati in Italia», e insieme «l’intervento del governo, che non può continuare a tacere sulle politiche industriali e occupazionali che riguardano Fca».

«LA PANDA ANDRÀ altrove, ma non ora, intorno al 2019-2020. Lo stabilimento di Pomigliano ha la capacità di fare altre auto», aveva spiegato in mattinata Marchionne (e molti hanno pensato a una produzione che sarà tutta polacca), per poi aggiungere che nel sito campano arriverà un modello Alfa Romeo o Maserati per rimpiazzare la Panda: tra i modelli previsti dal piano industriale ci sono due suv, uno sopra e uno sotto lo Stelvio, il più grande andrà a Mirafiori e il più piccolo a Pomigliano. I sindacati adesso attendono dati e conferme.

Brevi considerazioni sulle recenti proteste di massa contro il governo da: resistenze.org


Partito Comunista Rumeno – XXI Secolo (PCR-XXI) | pcr.info.ro
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Amici,

In Romania, sotto le vesti di una missione anti-corruzione, è stata creata una polizia politica il cui obiettivo era la neutralizzazione del sentimento nazionale rumeno.
Una situazione simile è avvenuta in Messico, paese che si stava avvicinando al fallimento ed è stata salvato dagli Stati Uniti. Ma i messicani non sapevano quale sarebbe stato il prezzo di questo aiuto.

Per molti giorni i messicani scesero nelle strade battendo con i cucchiai i piatti vuoti. Le manifestazioni non cessarono fino a quando il presidente non prese per lo Stato messicano lo sfruttamento del petrolio. Poi seguì un periodo di grande crisi economica in Messico. L’interesse bancario per i prestiti statali era salito alle stelle. Il governo fu costretto a ridurre drasticamente la spesa statale. Si pensò inoltre di stampare moneta senza copertura economica, per poter coprire le spese statali strettamente necessarie.

L’inflazione era galoppante. Il governo chiese l’aiuto del governo degli Stati Uniti. Gli USA erano interessati a chiudere la crisi, perché l’immigrazione messicana negli stati nordamericani aveva raggiunto livelli senza precedenti. Ma l’aiuto degli Stati Uniti era condizionato: il Messico doveva passare sotto il controllo del FMI e, di conseguenza, i prestiti a buon mercato sarebbero potuti riprendere. Il FMI sollecitò operazioni di privatizzazione.

L’aiuto degli Stati Uniti è stato condizionato nel seguente modo: gli organi inquirenti dello stato messicano sarebbero dovuti essere subordinati ai servizi di intelligence e questi ultimi forzati ad applicare le prescrizioni dell’FBI, che pubblicamente sarebbero state motivate come un tentativo di smantellare i cartelli della droga, ma che invece avevano il nascosto proposito di seguire lo stato d’animo della popolazione affinché non si riavviasse l’ondata nazionalista con le richieste di nazionalizzazione.

La Romania, come ex paese socialista che per 25 anni ha praticato un comunismo nazionale, è stata valutata dopo il 1989 come un paese dal forte potenziale nazionalista. Per far si che questo potenziale rimanga sospeso, inattivo, senza espressione pubblica, nel 2005 gli USA (attraverso la CIA) hanno convinto il presidente Traian Basescu ad accettare la ricetta FBI per il Messico. La messa in pratica è dovuta al Consiglio di Difesa Supremo del Paese (CSAT) con la formazione di gruppi di ricerca e decisione congiunti della Direzione Nazionale Anticorruzione (DNA) e del Servizio informazioni rumeno (SRI).

Sotto la maschera di una grande campagna contro la corruzione, in segreto, sono stati predisposti tutti gli ingredienti di una nuova polizia politica, la cui missione fondamentale è stata la neutralizzazione dei germi del sentimento nazionale. La missione è compiuta. Oggi, in Unione Europea, la Romania è la meno esposta ai movimenti euroscettici o nazionalisti. Purtroppo, questa missione è stata sfruttata anche per gli scontri politici, lasciando dietro di sé molti abusi giudiziari.

L’avvento al potere in Romania, dopo le elezioni dell’11 dicembre 2016, del Partito Social Democratico, considerato dagli avversari un partito post-comunista, ha deluso coloro che avevano creduto alla retorica elettorale dei leader socialdemocratici sulla sovranità nelle decisioni macroeconomiche, sul Fondo di sviluppo sovrano, sulla politica fiscale e altre intenzioni che definiscono l’essenza delle dottrine di sinistra.

Dopo il decreto governativo n.13 sulla modifica del codice penale per la messa in conformità con le decisioni della Corte Costituzionale, il presidente Johannis ha affermato che tale decreto sostiene alcuni personaggi politici che ricevono direttive dalla DNA.

Purtroppo il presidente Iohannis, che vuole porsi come paladino contro la corruzione e i corrotti del nostro paese, è uno dei primi politici corrotti, avendogli la magistratura imposto finora il sequestro di due case acquistate con mezzi illegali e bloccato la costruzione di altre cinque. Non ha mai pensato di dimettersi dalla carica, usando la sua immunità e incoraggiando la giustizia politica (DNA + SRI) a prendere nuovi provvedimenti contro gli avversari politici del Partito Social Democratico e ALDE, che hanno vinto le elezioni.

Per sostenere la sua posizione nei confronti del governo, Iohannis ha usato la sua protesta contro il decreto del governo per chiedere ai suoi sostenitori di scendere nelle strade in tutto il paese. Egli ha personalmente partecipato alla prima dimostrazione non autorizzata a Bucarest, per incoraggiare i manifestanti. Durante la recente visita a Malta ha riconosciuto di “aver fiducia nei suoi uomini, che sono nelle strade del paese…”.

Gli uomini di Johannis che protestano davanti al Palazzo del Governo romeno, in Piazza della Vittoria e in alcune altre città del paese sono formati da membri dei partiti di opposizione, dai soci e dipendenti delle multinazionali da queste mandati a protestare perché insoddisfatte della politica economica del governo, che riduce il loro profitto imponendo l’aumento dei salari e perché costrette a pagare alcune tasse, e dalla gente mobilitata e pagata dalla rete di organizzazioni non governative di Soros.

La posizione del presidente Johannis è una conseguenza del fatto che non ha mai rinunciato all’obiettivo di formare “il suo governo”, diverso da quello del governo del Partito Social Democratico che ha vinto le elezioni con un programma di riduzione fiscale, aumento di salari e pensioni, investimenti nell’industria e nell’agricoltura, nella sanità e nelle autostrade. Queste misure sono state inserite dal governo nel bilancio 2017 e approvate dal Parlamento all’inizio di questo mese.

Dopo l’emanazione del decreto governativo n.13, influenzata dalla posizione del presidente, la Direzione nazionale anticorruzione (DNA) ha avviato indagini su circa 40 persone del mondo televisivo che criticavano la magistratura. Allo stesso tempo ha deciso di controllare il Primo ministro e il Ministro della Giustizia per l’adozione del decreto che modifica il codice penale. Con questa misura la Romania è l’unico paese dell’Europa in cui la magistratura controlla e agisce per l’annullamento delle decisioni politiche di un governo legale.

Dopo il ritiro del decreto governativo n.13 da parte del governo, perché fosse approvato dal Parlamento, con l’obiettivo di fermare le dimostrazioni, il presidente Johannis invece di agire nel suo ruolo di mediatore ha incoraggiato i dimostranti a rovesciare il governo.

Attualmente assistiamo ad una lotta fra coloro che vogliono mantenere lo stato attuale delle cose, sostenuti direttamente dal presidente Klaus Johannis, che organizzano dimostrazioni davanti al governo rumeno e in altre città del paese, ed i sostenitori del governo socialdemocratico, eletto con oltre il 50% dei voti nelle elezioni dell’11 dicembre 2016, che protestano davanti alla Presidenza chiedendo al presidente di rispettare il voto popolare e lasciare che il governo metta in pratica il suo programma per la riduzione sostanziale delle tasse, per l’aumento dei salari e delle pensioni, e chiedono inoltre la desecretazione delle decisioni dello CSAT per presentare all’opinione pubblica come in segreto le squadre miste di DNA e SRI stiano attualmente agendo come polizia politica.

Come esempio di politica antinazionale smascherata di recente, con provvedimenti da polizia politica diretti dall’estero, può essere menzionato il divieto imposto a tutti i governi al potere negli ultimi 27 anni di completare il tratto autostradale Piteşti – Sibiu (incluso nel IV corridoio europeo) di circa 100 km o la bretella Comarnic – Brasov di circa 40 km, assolutamente e strettamente necessarie per collegare via autostrada la capitale Bucarest e la zona sud del paese, con la Transilvania e i paesi europei occidentali.

Il Partito Comunista Rumeno – XXI Secolo (PCR-XXI) ritiene che per dare corso ad un vero potere politico nel paese, l’attuale governo socialdemocratico dovrebbe fondere la Procura generale con il DNA, come in tutto il mondo civile, rimuovere la SRI dalla Magistratura e smascherare ed emarginare i magistrati che operano come agenti coperti. I rappresentanti dei mass-media dovrebbero esigere che gli agenti coperti della stampa siano presi direttamente nel quadro dei servizi, come portavoce. La giustizia, come anche la stampa, non devono più essere considerati “campo tattico” dai servizi. Un passo immediato deve essere l’abolizione dalla Romania delle Organizzazioni non governative di Soros o creare un quadro giuridico che non permetta a queste organizzazioni di essere finanziate dall’estero.

Il Partito Comunista Rumeno – XXI Secolo (PCR-XXI) chiede al governo socialdemocratico di approvare in parlamento il decreto n.13, smantellare lo stato di polizia esistente e dare corso in modo efficace al programma economico validato legalmente delle elezioni dell’11 dicembre 2016.

Il Partito Comunista Rumeno – XXI Secolo (PCR-XXI) come promotore dell’interesse nazionale a livello interno e internazionale, sostiene tutte le iniziative che hanno come obiettivo finale la realizzazione di un Programma nazionale per lo sviluppo economico e sociale, a medio-lungo termine, accettato e rispettato da tutte le forze politiche e sociali della Romania. Allo stato attuale, l’interesse nazionale del nostro popolo consiste nella crescita dei salari nel nostro paese, perché se questo governo non riuscirà quest’anno ad aumentare abbastanza gli stipendi in Romania, il nostro paese rimarrà per molto tempo un paese con una manodopera a buon mercato per i paesi dell’Europa occidentale. Per questo motivo attualmente più di 4 milioni di romeni lavorano all’estero in conseguenza della perdita di posti di lavoro e dei salari molto bassi.

Nel caso in cui il presidente Johannis, sostenuto dalla polizia politica romena, dalle multinazionali, dalle Ong di Soros e dall’establishment europeo riuscisse a rovesciare il governo socialdemocratico, legalmente eletto, la fiducia nel voto diminuirà drasticamente in Romania e anche in tutta Europa, con la prospettiva di nuove elezioni da tenersi quest’anno e nel prossimo futuro.

Per il Partito Social Democratico c’è lo stesso pericolo di perdere la fiducia popolare se non riuscirà a mettere in pratica per intero il suo programma economico e sociale premiato dal voto dell’11 dicembre 2016.

Con amicizia e solidarietà
Constantin Cretu
Presidente

PS: Si prega di notare che negli ultimi 27 anni i governi rumeni sono stati tutti sotto la dittatura dell’UE e delle multinazionali. Alle elezioni dell’11 dicembre 2016 è stata la prima volta che un partito, in quel caso il Partito Social Democratico, ha presentato un programma economico e sociale concreto, votato da oltre il 56% degli elettori.

Fino ad ora questo Governo ha aumentato le pensioni e gli stipendi e ha ridotto le tasse, attraverso il bilancio approvato dal Parlamento. Questa è la ragione per cui un gran numero di persone stanno attualmente dimostrando di fronte alla Presidenza per difendere l’aumento delle loro pensioni e stipendi.

Il PCR-XXI non ha alcun motivo, allo stato attuale, per criticare l’azione del governo con l’eccezione della questione del decreto governativo n° 13 senza averlo presentato in Parlamento (ma secondo la legge ha il diritto di fare questo tipo di decreti). Il Presidente Johannis e i suoi sostenitori non hanno riconosciuto il carattere urgente del decreto e per fermare le dimostrazioni il governo ha abrogato il decreto portandolo in Parlamento per l’approvazione.

Se in futuro non rispetteranno gli impegni presi li criticheremo.

Le dimostrazioni che vedete di fronte al palazzo del governo romeno sono organizzate da forze con esperienza nella manipolazione delle masse. Come spiegare la presenza di persone con luci di tre diversi colori rappresentanti visivamente l’esatta proporzione di voti ottenuti dal PSD, USR (Unione Salva Romania) e PNL Partito Nazionale Liberale che sono state esibite questa sera? Per chi vuole capire è chiaro che tutto è ben diretto da gente con esperienza.

Fonte: il manifestoAutore: Marina Catucci Trump: «Sanzioni all’ Iran». E «lady tortura» diventa vice capo della Cia

NEW YORK. Il Dipartimento del Tesoro statunitense ha annunciato nuove sanzioni contro l’Iran, a seguito di un test con missili balistici che ha spinto l’amministrazione di Donald Trump ad accusare l’Iran di violare un accordo internazionale sulle armi. Le sanzioni prendono di mira 13 individui e 12 società, le prime accusate di contribuire alla proliferazione di armamenti di distruzione di massa e gli altri per presunti legami con il terrorismo.NEI GIORNI SCORSI la Casa Bianca aveva messo sotto osservazione l’Iran sui test balistici, il direttore dell’unità del Tesoro incaricato alle sanzioni, John Smith, ha detto che le sanzioni non violano l’accordo nucleare internazionale raggiunto con l’Iran nel 2015, dove si richiede all’Iran di ridimensionare il programma nucleare in cambio della revoca di alcune sanzioni economiche, ma sono parte degli sforzi degli Usa per contrastare l’ «attività iraniana maligna all’estero». Subito la risposta di Tehran con un tweet del ministro degli esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif: «L’Iran è indifferente alle minacce provenienti dall’estero, perché la sicurezza deriva dal suo stesso popolo. Non riusciremo mai a cominciare una guerra, useremo le nostre armi solo per difenderci. E quelli che si lamentano possono fare forse la stessa affermazione?».

SEMPRE IERI IL PORTAVOCE della Casa Bianca, Sean Spicer, ha informato che si stanno rivedendo – com’era prevedibile visto che il Senato non aveva mai ratificato le aperture di Obama – le politiche americane su Cuba. Ma ce una sanzione davvero sorprendenti dopo tanti annunci di «luna di miele» con Putin.

PERCHÉ ALL’ONU la nuova ambasciatrice americana Nikki Haley ha aperto le sue considerazioni al consiglio di sicurezza definendo «spiacevole» il fatto che la sua prima apparizione fosse dedicata alla «condanna delle azioni aggressive» della Russia. «Gli Stati uniti sono al fianco del popolo dell’Ucraina che ha sofferto per oltre tre anni sotto l’occupazione russa e l’intervento militare – ha detto Haley – Finché la Russia e i separatisti che sostiene non rispetteranno la sovranità e l’integrità territoriale, questa crisi continuerà. La Crimea è una parte dell’Ucraina. Le nostre sanzioni collegate alla Crimea resteranno in vigore finché la Russia non restituirà il controllo della penisola all’Ucraina».

LA SERIE DI SANZIONI arriva a ridosso della controversa nomina del numero due della Cia, Gina Haspel, nota per aver diretto un black site in Thailandia, uno dei centri di tortura, uno dei programmi più contestati, chiuso da Obama. La nuova Casa bianca sulla questione torture è spaccata: per Trump sarebbe bene reintrodurle, ma il capo della Cia, Pompeo, inizialmente favorevole, durante l’audizione di conferma del suo incarico davanti alle pressioni della senatrice Feinstein su un’eventuale decisione presidenziale di riapplicare i metodi di tortura rispose negativamente; da sempre contro la tortura invece c’è il capo del Pentagono, James Mattis.

Ora la nomina di Haspel potrebbe essere un segnale della volontà di modificare i protocolli di interrogatorio. La scorsa settimana il leak di una bozza di ordine esecutivo per rimettere in operatività i metodi di tortura era stata passata alla stampa, in una delle tante fughe di notizie che sta caratterizzando questa fase dell’amministrazione. Non fuga di notizie ma una menzogna invece quella di Kellyanne Conway, consulente del presidente, tra le promotrici del MuslimBan che vede già ben 100mila i visti cancellati secondo i dati emersi da un ricorso presentato da cittadini di origine yemenita in Virginia. E pensare che nei primi giorni Trump tranquillizzava che il provvedimento avrebbe riguardato solo 109 casi.

KELLYANNE CONWAY ha motivato il MuslimBan con una strage «compiuta» da due rifugiati iracheni in Kentucky (la Strage di Bowling Green, ha detto), sostenendo che «non si conosce l’evento perché non coperto dalla stampa». In realtà la strage non è mai avvenuta; come riportato poi ieri da tutti i media Usa, si sarebbe trattato di due cittadini iracheni che vivevano a Bowling Green, arrestati nel 2011 e condannati per aver cercato di mandare armi e denaro ad Al Qaeda in Iraq.

NON SI SA INVECE quale «strage» abbia spinto la Camera Usa a cancellare la norma dell’amministrazione Obama che garantiva controlli per l’acquisto di armi da parte di persone con disturbi mentali; o a rivedere la legge voluta da Obama per frenare abusi e speculazioni della finanza d’assalto di Wall Street.

Fonte: il manifestoAutore: Luigi Manconi Memorandum Libia. Il diritto d’asilo è scomparso

«Cooperare per individuare soluzioni urgenti alla questione dei migranti clandestini che attraversano la Libia per recarsi in Europa via mare, attraverso la predisposizione dei campi di accoglienza temporanei in Libia, sotto l’esclusivo controllo del Ministero dell’Interno libico, in attesa del rimpatrio o del rientro volontario nei paesi di origine»: questo è l’obiettivo indicato. E a tal fine si dovrà lavorare perché «al tempo stesso i paesi di origine accettino i propri cittadini» e sottoscrivano «con questi paesi accordi in merito». Bastano queste parole del Memorandum firmato l’altro ieri dal presidente del consiglio italiano Gentiloni e dal premier libico Fayez al Serraj (che, ricordiamoci, governa su una parte sola di quel territorio) a prefigurare scenari non rassicuranti su quanto potrebbe accadere a partire dalle prossime settimane.Seppure trascuriamo per un attimo l’ovvio scetticismo circa la realizzabilità di accordi di cooperazione nel contesto libico attuale, totalmente precario e privo della benché minima prospettiva di stabilizzazione in tempi brevi, si deve comunque entrare nel merito del contenuto del Memorandum.

Il quadro che quelle parole evocano non richiede uno sforzo d’immaginazione, ma piuttosto un esercizio di memoria, dal momento che il futuro prevedibile è stato anticipato da quanto già accaduto nell’ultimo decennio. Conosciamo le condizioni dei centri temporanei in Libia dai racconti di quanti sono sopravvissuti, nonostante i trattamenti disumani e le sopraffazioni subite a Sebah, nel Sud, o a Sciuscia, al confine con la Tunisia. E conosciamo nei dettagli più dolorosi quanto accade ora in Libia, su un territorio fuori dal controllo di qualsiasi governo, alle migliaia di persone eritree, somale, nigeriane, sudanesi, gambiane e di molti altri paesi africani, prima che raggiungano i barconi diretti verso le nostre coste. Racconti crudeli, che si susseguono tutti uguali da mesi e da anni e che rappresentano, da soli, la premessa ineludibile che impone di considerare inaccettabile, oltre che inattuabile, un accordo col governo libico per il controllo e la gestione dei flussi migratori.
Valutazioni condivise da Unhcr e da Oim, nonostante il loro coinvolgimento nel piano della Commissione europea discusso ieri nel corso del vertice di Malta.

Le due organizzazioni internazionali sostengono che è prematuro e rischioso pensare a dei centri sul modello hotspot nella Libia attuale e che si devono creare, innanzitutto, corridoi umanitari sicuri e servizi ricettivi appropriati dove il governo libico possa «registrare i nuovi arrivi, sostenere il ritorno volontario, esaminare le richieste di asilo e offrire soluzioni ai rifugiati». Ed è sicuramente questo l’aspetto più delicato: una strategia tutta finalizzata a bloccare l’immigrazione cosiddetta «clandestina» non lascia spazio alla tutela dei diritti e alla protezione internazionale.

Nel Memorandum siglato l’altro ieri a Roma la parola asilo non compare: e non c’è alcun riferimento a quanti, all’interno dei flussi che partono dalle coste libiche, fuggono perché in pericolo di vita, perseguitati e bisognosi di soccorso e tutela.

La questione migratoria non può essere affrontata dall’Italia e dai paesi europei se non partendo dai principi di diritto internazionale su cui si basano le nostre democrazie. Abdicare a quei principi vuol dire rinunciare di fatto alla propria storia e mettere in discussione l’intero sistema di valori a cui si ispirano gli stati di diritto. L’orizzonte non può essere così angusto: davvero per bloccare i flussi che da qui a poche settimane riprenderanno ancora più intensi siamo pronti a rinchiudere centinaia di migliaia di persone nei campi libici? E’ davvero sufficiente impegnare dei fondi per finanziare paesi africani che sappiamo essere instabili e fragili, quando non apertamente dispotici o totalitari? Basta puntare solo sulla cooperazione in materia di sicurezza e controllo della frontiera, mettendo in secondo piano lo sviluppo economico e democratico di quei paesi?
Dieci anni fa, a contestare un accordo con la Libia non troppo dissimile, fu un piccolo pugno di parlamentari (i radicali, Savino Pezzotta, Furio Colombo, e pochi altri). Possiamo sperare che quegli anni siano bastati a veder moltiplicato quel numero allora così esiguo?

Fonte: il manifestoAutore: manlio dinucci Muri e spese militari crescono

Autorevoli voci della sinistra europea si sono unite alla protesta anti-Trump «No Ban No Wall», in corso negli Stati uniti, dimenticando il muro franco-britannico di Calais in funzione anti-migranti, tacendo sul fatto che all’origine dell’esodo di rifugiati ci sono le guerre a cui hanno partecipato i paesi europei della Nato. Si ignora il fatto che negli Usa il bando blocca l’ingresso di persone provenienti da quei paesi – Iraq, Libia, Siria, Somalia, Sudan, Yemen, Iran – contro cui gli Stati uniti hanno condotto per oltre 25 anni guerre aperte e coperte: persone alle quali sono stati finora concessi i visti d’ingresso fondamentalmente non per ragioni umanitarie, ma per formare negli Stati uniti comunità di immigrati (sul modello di quella dei fuoriusciti cubani anti-castristi) funzionali alle strategie Usa di destabilizzazione nei loro paesi di origine.I primi ad essere bloccati e a intentare una class action contro il bando sono un contractor e un interprete iracheni, che hanno collaborato a lungo con gli occupanti statunitensi del proprio paese.

Mentre l’attenzione politico-mediatica europea si focalizza su ciò che avviene oltreatlantico, si perde di vista ciò che avviene in Europa. Il quadro è desolante. Il presidente Hollande, vedendo la Francia scavalcata dalla Gran Bretagna che riacquista il ruolo di più stretto alleato degli Usa, si scandalizza per l’appoggio di Trump alla Brexit chiedendo che l’Unione europea (ignorata dalla stessa Francia nella sua politica estera) faccia sentire la sua voce. Voce di fatto inesistente quella di una Unione europea di cui 22 dei 28 membri fanno parte della Nato, riconosciuta dalla Ue quale «fondamento della difesa collettiva», sotto la guida del Comandante supremo alleato in Europa nominato dal presidente degli Stati uniti (quindi ora da Donald Trump).

La cancelliera Angela Merkel, mentre esprime il suo «rincrescimento» per la politica della Casa Bianca verso i rifugiati, nel colloquio telefonico con Trump lo invita al G-20 che si tiene in luglio ad Amburgo. «Il presidente e la cancelliera – informa la Casa Bianca – concordano sulla fondamentale importanza della Nato per assicurare la pace e stabilità».

La Nato, dunque, non è «obsoleta» come aveva detto Trump. I due governanti «riconoscono che la nostra comune difesa richiede appropriati investimenti militari».

Più esplicita la premier britannica Theresa May che, ricevuta da Trump, si impegna a «incoraggiare i leader europei miei colleghi ad attuare l’impegno di spendere il 2% del Pil per la difesa, così che il carico sia più equamente ripartito». Secondo i dati ufficiali del 2016, solo cinque paesi Nato hanno un livello di spesa per la «difesa» pari o superiore al 2% del Pil: Stati uniti (3,6%), Grecia, Gran Bretagna, Estonia, Polonia.

L’Italia spende per la «difesa», secondo la Nato, l’1,1% del Pil, ma sta facendo progressi: nel 2016 ha aumentato la spesa di oltre il 10% rispetto al 2015. Secondo i dati ufficiali della Nato relativi al 2016, la spesa italiana per la «difesa» ammonta a 55 milioni di euro al giorno.

La spesa militare effettiva è in realtà molto più alta, dato che il bilancio della «difesa» non comprende il costo delle missioni militari all’estero, né quello di importanti armamenti, tipo le navi da guerra finanziate con miliardi di euro dalla Legge di stabilità e dal Ministero dello sviluppo economico. L’Italia si è comunque impegnata a portare la spesa per la «difesa» al 2% del Pil, ossia a circa 100 milioni di euro al giorno. Di questo non si occupa la sinistra istituzionale, mentre aspetta che Trump, in un momento libero, telefoni anche a Gentiloni.

Autore: redazione Verità per Giuglio Regeni, la lettera di sei parlamentari europei: “Verità, per quanto scomoda possa essere” da: controlacrisi.org

In occasione del 25 gennaio, primo anniversario della sparizione di Giulio Regeni al Cairo, i parlamentari europei Barbara Spinelli, Sergio Cofferati, Eleonora Forenza, Curzio Maltese, Elly Schlein e Pier Antonio Panzeri hanno inviato alla famiglia Regeni e ad Amnesty International Italia questo messaggio:

“Nel giorno dell’anniversario della scomparsa di Giulio Regeni al Cairo, desideriamo esprimere la nostra vicinanza alla famiglia di Giulio e ai molti attivisti che si stanno mobilitando per chiedere ancora una volta, con forza, la verità sulla sua morte.
Sosteniamo la necessità che si continui a ricercare la verità, per quanto scomoda possa essere: quella che ci dica chi ha ordinato, chi ha eseguito, chi ha coperto e chi ha finora reso impunite la tortura e l’uccisione di Giulio.
Ricordiamo all’Unione europea e ai suoi Stati membri che non è possibile, date le condizioni attuali dei diritti umani all’interno del paese, normalizzare completamente i rapporti con l’Egitto. Ci troviamo infatti di fronte al rischio che, dopo mesi di depistaggi e insabbiamenti, ci si possa accontentare di una verità di comodo che chiuda la vicenda al solo fine di favorire il ripristino di normali relazioni tra Italia ed Egitto. Una verità di comodo di cui accontentarsi per stanchezza o per la constatazione che è impossibile ottenere di più. Questo non deve accadere”.
Il messaggio è stato inviato per conoscenza anche al ministro dell’Interno Marco Minniti e al ministro degli Affari esteri Angelino Alfano

La falsa accusa di Trump a Obama Manlio Dinucci | ilmanifesto.info

24/01/2017

Di fronte all’accusa del neoeletto presidente Trump all’amministrazione Obama, perché avrebbe ottenuto poco o niente dagli alleati in cambio della «difesa» che gli Stati uniti assicurano loro, è sceso in campo il New York Times. Ha pubblicato il 16 gennaio una documentazione, basata su dati ufficiali, per dimostrare quanto abbia fatto l’amministrazione Obama per «difendere gli interessi Usa all’estero». Sono stati stipulati con oltre 30 paesi trattati che «contribuiscono a portare stabilità nelle regioni economicamente e politicamente più importanti per gli Stati uniti». A tal fine gli Usa hanno permanentemente dislocati oltremare più di 210 mila militari, soprattutto in zone di «conflitto attivo».

In Europa mantengono circa 80 mila militari, più la Sesta Flotta di stanza in Italia, per «difendere gli alleati Nato» e quale «deterrente contro la Russia». In cambio hanno ottenuto l’impegno degli alleati Nato di «difendere gli Stati uniti» e la possibilità di mantenere proprie basi militari vicine a Russia, Medioriente e Africa, il cui costo è coperto per il 34% dagli alleati. Ciò permette agli Usa di avere la Ue quale maggiore partner commerciale. In Medioriente, gli Stati uniti mantengono 28 mila militari nelle monarchie del Golfo, più la Quinta Flotta di stanza nel Bahrain, per «difendere il libero flusso di petrolio e gas e, allo stesso tempo, gli alleati contro l’Iran».

In cambio hanno ottenuto l’accesso al 34% delle esportazioni mondiali di petrolio e al 16% di quelle di gas naturale, e la possibilità di mantenere proprie basi militari contro l’Iran, il cui costo è coperto per il 60% dalle monarchie del Golfo. In Asia orientale, gli Stati uniti mantengono oltre 28 mila militari nella Corea del Sud e 45 mila in Giappone, più la Settima Flotta di stanza a Yokosuka, per «contrastare l’influenza della Cina e sostenere gli alleati contro la Corea del Nord» In cambio hanno ottenuto la possibilità di mantenere proprie «basi militari vicino alla Cina e alla Corea del Nord», il cui costo è coperto dagli alleati nella misura del 40% in Corea del Sud e del 75% in Giappone. Ciò permette agli Usa di avere il Giappone e la Corea del Sud quali importanti partner commerciali.

In Asia sud-orientale, gli Stati uniti mantengono un numero variabile di militari, nell’ordine di diverse migliaia, per sostenere Thailandia e Filippine unitamente all’Australia nel Pacifico.

In tale quadro rientrano «le esercitazioni militari per la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale», da cui passa il 30% del commercio marittimo mondiale. In cambio gli Stati uniti hanno ottenuto la possibilità di «proteggere» un commercio marittimo del valore di oltre 5 mila miliardi di dollari annui. Allo stesso tempo hanno ottenuto «una regione più amica degli Stati uniti e più in grado di unirsi contro la Cina».

Viene dimenticato in questo elenco il fatto che il Pentagono, durante l’amministrazione Obama, ha cominciato a schierare contro la Cina, a bordo di navi da guerra, il sistema Aegis analogo a quello già schierato in Europa contro la Russia, in grado di lanciare non solo missili anti-missile, ma anche missili da crociera armabili con testate nucleari. È dunque infondata la critica di Trump a Obama, il quale ha dimostrato con i fatti ciò che afferma nel suo ultimo messaggio sullo Stato dell’Unione: «L’America è la più forte nazione sulla Terra.

Spendiamo per il militare più di quanto spendono le successive otto nazioni combinate. Le nostre truppe costituiscono la migliore forza combattente nella storia del mondo». Questa è l’eredità lasciata dal presidente «buono». Che cosa farà ora quello «cattivo»?

Marcia delle donne, milioni in piazza contro Trump. Gli slogan: “Bullo e razzista, siamo più forti della paura” di Roberto Festa da: ilfattoquotidiano.it

Circa 500mila persone hanno intasato la capitale, altri due milioni stimati in altre città, dagli Usa all’Europa. La manifestazione ideata da una pensionata delle Hawaii diventa un modo per contarsi il giorno dopo l’insediamento del più controverso presidente degli Stati Uniti negli ultimi anni. Dalle limitazioni all’aborto, all’immigrazione, alla controriforma sanitaria, la protesta ha abbracciato tutti i temi dell’opposizione. Intervengono anche Michael Moore e Scarlett Johansson. Madonna “tagliata” dai network causa volgarità
E’ stata la contro-inaugurazione. O meglio, è stata la vera inaugurazione di quattro anni che per l’America si presentano difficili, conflittuali, pieni di incognite. Migliaia di persone – almeno 500 mila secondo le prime stime – si sono riversate per le strade di Washington D.C. Altre migliaia hanno manifestato in decine di città americane – la folla più numerosa a Boston, New York, Chicago e Los Angeles – e in molte capitali del mondo: Sidney, Berlino, Londra, Parigi, Cape Town, Nairobi; in Italia Roma, Milano e Firenze. La “Women’s March on Washington” è stata, alla fine, qualcosa di più di una semplice espressione di protesta verso il nuovo presidente. E’ stato un modo per contarsi, per far sapere alla Casa Bianca e alla politica che una buona parte di questo Paese – la maggioranza – non approva e non accetta il corso che stanno prendendo le cose.

Washington è apparsa bloccata già al mattino presto. La metropolitana non ha retto all’impatto della folla arrivata un po’ da tutti gli Stati Uniti: dalla Florida e dall’Alaska, dalla California e dal Tennessee, dalle Hawaii e dal Texas; anche dal Messico e dal Canada. Diverse fermate della metro sono state chiuse; in migliaia hanno camminato, per chilometri, nelle strade attorno al Campidoglio, al Washington Monument, al National Mall e alla Casa Bianca. Il concentramento della manifestazione doveva essere all’incrocio tra Independence Avenue e la Third Street, ma ben presto ogni riferimento è saltato e la folla si è allargata a macchia d’olio per tutto il centro, cantando, ballando, urlando slogan.

Molti, donne e uomini, indossavano il pussy hat, berretto rosa simbolo dei diritti delle donne. Quasi tutti innalzavano cartelli con un’incredibile varietà di slogan e sigle. Tra questi: “Il mio corpo. La Mia scelta. Il mio Paese”. “Love is Power”. “Non mi faccio afferrare per la vagina”. “Combatti come una ragazza”. “La mia volontà è più forte del tuo odio”. “Trump, ti sopravviveremo”. “Attenzione agli uomini che fanno di se stessi un monumento”. “Siamo più forti della paura”.”Bullo. Razzista. Ignorante. Egomaniaco. Misogino. Pallone gonfiato. Trump non è il mio presidente”. “La sanità è un diritto, non un privilegio”. “Un’America grande non è razzista, sessista, xenofobica”. “Rispetto. Dignità. Giustizia per tutti”. “Putin ha vinto. L’America ha perso”.

L’idea della manifestazione è partita da un’avvocatessa in pensione delle Hawaii, ma è presto diventata qualcosa di più vasto e complesso. Se il tema dei diritti riproduttivi e delle donne è rimasto il cuore della protesta – Trump ha detto di essere personalmente contrario all’aborto e in campagna elettorale ha chiesto di abolire la Roe v Wade, in modo che l’interruzione di gravidanza torni di competenza degli Stati -, la marcia delle donne ha finito per allargarsi a tante sigle, gruppi, settori della società e della politica americana. Hanno sfilato gruppi ambientalisti, anti-razzisti, omosessuali e transgender, i sindacati, le associazioni che si battono per la riforma giudiziaria, contro la povertà, per l’istruzione pubblica, per la libertà di stampa. Soprattutto, hanno sfilato migliaia di persone senza sigle e senza un passato o un presente di militanza politica: famiglie, scolaresche, migranti, coppie omosessuali, neri, ispanici, uomini e donne che hanno mostrato la propria cartella sanitaria e chiesto che la loro assistanza sanitaria non venga cancellata.

Sul palco, prima della partenza del corteo, si sono succeduti una serie di speaker. Ha parlato Michael Moore, che ha chiesto ai manifestanti di “telefonare al Congresso ogni giorno. Ogni giorno. Ed ecco il numero: 202-225-3121”, ha scandito, con la folla che ripeteva i numeri. Moore, riprendendo una frase del discorso dell’Inaugurazione di Trump, ha detto: “Noi siamo qui per mettere fine alla carneficina di Trump”. Hanno parlato attrici come Scarlett Johansson (che si è lanciata in una difesa appassionata di Planned Parenthood, l’associazione che difende i diritti riproduttivi delle donne) e Ashley Judd, che ha intonato una sorta di rap che ha infiammato la folla: “Percepisco Hitler tra queste strade. Dei baffi scambiati per un toupé, un nazista rinominato… ma io non sono così nasty, cattiva, come il razzismo, la supremazia bianca, la misoginia, l’ignoranza”. Nasty è stato l’epiteto lanciato da Donald Trump contro Hillary Clinton durante un dibattito televisivo.

I network collegati in diretta hanno invece tagliato il collegamento con Madonna, che si è lanciata in volgarità dopo aver affermato: “E’ l’inizio della nostra storia: la rivoluzione parte da qui. Noi non abbiamo paura”.

Hanno parlato politici come la senatrice della California Kamala Harris, che ha detto: “Siamo in un momento fondamentale della nostra storia, come quando i miei genitori si incontrarono a Berkeley negli anni Sessanta”. Ha parlato una femminista come Gloria Steinem, che ha raccontato di aver parlato con chi ha marciato a Berlino: “Ci hanno mandato un messaggio: i muri non sono mai una buona cosa”, aggiungendo poi: “Trump dice di essere a favore del popolo… Io ho conosciuto il popolo e tu, presidente, non fai parte di loro”. Ha parlato anche una senatrice dell’Illinois, Tammy Duckworth, che ha perso entrambe la gambe in Iraq. “Non ho versato il mio sangue per questo Paese, non ho dato parti del mio corpo perché la Costituzione venga fatta a pezzi”.

Alla fine la folla è stata così numerosa, così difficile da controllare nel suo snodarsi, che il corteo si è rotto in tanti rivoli diversi attorno a Constitution Avenue. In molti si sono comunque diretti verso la Casa Bianca. Altri hanno riempito caffè, alberghi, si sono seduti sui marciapiedi, nei parchi, guardando il fiume di persone sfilare e continuando a urlare slogan e a cantare. E’ sembrato, alla fine, come se la rabbia e lo sdegno accumulati da una parte considente d’America verso il presidente eletto siano improvvisamente esplosi in una sorta di grido collettivo e liberatorio. Tra l’altro, proprio nelle ore in cui la gente sfilava, Trump prendeva le sue prime decisioni: in particolare, un ordine esecutivo che mira a “sollevare le agenzie federali del peso dell’Obamacare”.

In migliaia gli hanno dunque risposto che questa politica non è gradita. Mentre su Washington scendeva la sera, mentre si concludeva il secondo giorno di presidenza di Donald Trump, una cosa è risultata chiara. Siamo soltanto all’inizio di quattro anni tra i più duri e combattivi della storia americana.

Trump, il discorso populista e xenofobo segna la fine di un’epoca. E l’inizio del nazionalismo economico di Roberto festa da: ilfattoquotidiano.it

Con l’ascesa alla Casa Bianca del miliardario newyorkese finisce la visione dell’America garante dell’ordine mondiale. Il vecchio isolazionismo, che risale al periodo coloniale e che tra alterne vicende riemerge fino agli anni Trenta del Novecento, torna a essere un pilastro della politica estera americana
Un discorso intriso di pesante nazionalismo, di isolazionismo e protezionismo, con accenti esplicitamente xenofobici, rivolto anzitutto al suo popolo, a chi l’ha seguito durante tutta la campagna elettorale e che l’ha votato. Il discorso dell’Inaugurazione di Donald Trump non è stato una sorpresa quanto ai temi. Trump ha ribadito punto per punto i principi che hanno segnato la sua ascesa politica e la sua vittoria. “America First” è stato lo slogan rilanciato più volte nei circa quindici minuti del discorso.L’America di Trump sarà quella che protegge i suoi confini, le sue industrie e il suo commercio. L’America di Trump sarà quella che decide le proprie alleanze e strategie internazionali sulla base dell’interesse americano – in questo la politica estera diventa davvero una variabile del business. C’è stato, ma tiepido, il richiamo all’unità, alla necessità che il Paese superi le sue divisioni. Ma c’è stato, ancora più forte, un tema tradizionale della campagna elettorale di Trump: quello della polemica contro l’establishment, contro la politica “che ha protetto se stessa e non i cittadini di questo Paese”.

E’ tornato, nelle parole di Trump, il paesaggio di un’America devastata – dalle gang, dal crimine, dalla droga. “La carneficina americana”, l’ha chiamata Trump. Non c’è mai stato, nel corso del discorso, un richiamo diretto al valore della democrazia. Non c’è stata alcuna visione del ruolo degli Stati Uniti nel mondo – se non l’accenno a “sradicare il terrorismo islamico”. L’America di Trump è quella che si protegge, che persegue il proprio interesse, che compra e che vende. Le parole di Trump segnano probabilmente la fine di un’epoca – iniziata almeno con la fine della seconda guerra mondiale – e l’inizio di un’era completamente nuova per il Paese.

Ma vediamo, punto per punto, alcuni temi presenti nel discorso d’Inaugurazione del nuovo presidente.

Economia – Il nazionalismo economico di Trump è apparso nella sua forma più chiara. Trump ha denunciato la “carneficina americana”, che significa non soltanto un Paese devastato da eroina e criminalità ma anche dalla delocalizzazione dei posti di lavoro, da “industrie arruginite disperse come tombe di morti”. “America First” sarà la filosofia del nuovo presidente, che promette di riportare il lavoro, la prosperità, la sicurezza di vita persa con la globalizzazione e la deindustrializzazione. Nessun accenno, ovviamente, è stato fatto nel discorso alla squadra di governo che Trump ha assemblato e che contiene diversi miliardari e rappresentanti dell’industria petrolifera e della finanza. Nell’ultima parte del discorso, Trump è tornato sulla questione del “forgotten man”, l’americano dimenticato dalla politica e che lui promette di riportare al centro della politica. “Seguiremo due semplici regole – ha spiegato Trump – compra americano e assumi americano”.

Politica estera – E’ stato il capitolo più trascurato da Trump – e la mancanza di una vera visione internazionale è già il segno di dove può andare questa amministrazione. L’unica specifica promessa del 45° presidente degli Stati Uniti è stata quella di “sradicare il terrorismo islamico dalla faccia della Terra”. Il solo messaggio al resto del mondo è stato sostanzialmente un avvertimento: l’America avrà la precedenza su tutto, dopo un periodo in cui gli Stati Uniti “hanno difeso i confini delle altre nazioni” e sovvenzionato i loro eserciti. Quell’era è finita, ha spiegato Trump. La differenza di visione con il ruolo globale degli Stati Uniti disegnato da Barack Obama nel 2008 – quando l’allora giovane presidente rinnovò il patto di solidarietà con gli alleati ma si rivolse anche agli antichi nemici come l’Iran, promettendo di “tendere la mano nel caso gli altri siano disposti ad allargare il pugno” – non avrebbe potuto essere più forte. Si tratta con ogni probabilità del maggior ribaltamento in tema di politica estera dai tempi della seconda guerra mondiale. La visione dell’America garante dell’ordine mondiale finisce con l’ascesa alla Casa Bianca di Trump. Il vecchio isolazionismo, che risale al periodo coloniale e che, tra alterne vicende riemerge fino agli anni Trenta del Novecento, torna a essere un pilastro della politica estera americana.

Immigrazione – Legato al tema dell’ “America First”, c’è stato sicuramente quello dell’immigrazione. Immigration è stata una parola-chiave lanciata da Trump ai suoi sostenitori (insieme a trade e jobs). Trump ha fatto riferimento alla protezione dei confini per tre volte nel corso del suo discorso; un segnale dell’enfasi che il nuovo presidente intende mettere sul tema. “Noi abbiamo difeso i confini delle altre nazioni, rifiutando di difendere i nostri”, ha spiegato Trump (cosa non perfettamente vera: l’amministrazione Obama ha deportato i migranti irregolari in numero molto maggiore rispetto alle precedenti amministrazioni). In un’allusione nemmeno troppo velata al Messico, Trump ha detto: “Proteggeremo i nostri confini dalle devastazioni degli altri Paesi”. Oltre alla difesa dei confini, Trump in campagna elettorale ha promesso di sospendere i piani di accoglienza per i rifugiati siriani. Le parole pronunciate durante il discorso di Inaugurazione fanno pensare che i provvedimenti di esplusione, deportazione e sospensione dell’accoglienza saranno tra i primi presi dal nostro presidente.

Rivolta anti-Washington – Con il tema dell’ “America First”, quello della retorica contro la politica di Washington è stato sicuramente il più presente nel discorso. La retorica di Trump non si è rivolta soltanto contro il mondo, responsabile di aver impoverito gli Stati Uniti. Molta di questa retorica si è diretta proprio contro l’establishment politico. “Le loro vittorie non sono state le vostre vittorie” – ha detto Trump -. “Mentre loro celebravano nella nostra capitale, c’era poco da celebrare per le famiglie in difficoltà in tutto il territorio nazionale”. La visione distopica di un’America travolta da crimine, disoccupazione, paura, si sostanzia nella visione di Trump in una sorta di colpa originaria e ineliminabile delle élite di questo Paese. Il populismo di Trump – che peraltro si riallaccia a una tradizione antica quanto la Rivoluzione americana e che ritorna in diversi momenti della storia americana, dalla “Nonpartisan League” di Lynn Frazier all’anticomunismo feroce di Joseph McCarthy – biasima le classi dirigenti politiche e finanziarie, alleate nello sfruttamento dell’uomo comune, entità a-storica segnata da una comune appartenenza razziale, etnica, sociale. “Non accetteremo più politici che sono solo parole e nessuna azione”, ha spiegato Trump.

In generale, il discorso è stato segnato da un tono duro, rabbioso. Se l’obiettivo era quello di riunire un’America spezzata, si può certamente dire che Trump non l’ha raggiunto. E forse nemmeno cercato. Abraham Lincoln, nel 1861, parlò, per riunire gli americani, dei “migliori angeli della nostra natura”. Un secolo dopo John F. Kennedy si impegnò a “sostenere in ogni modo i nostri amici”. Nel 2008 Obama si appellò “all’America senza colori, né rossa né blu”. I propositi di Trump sono apparsi nel discorso di Inaugurazione ben più bellicosi ed esclusivi, lontani da ogni appello alla riconciliazione e alla pacificazione. “Sanguineremo dello stesso sangue rosso dei nostri patrioti”.

Gli avversari politici, Washington, il mondo, sono avvertiti.