Germania, le ragioni della svolta da: il manifesto

Germania, le ragioni della svolta

Può cam­biare tutto nel giro di poche set­ti­mane o addi­rit­tura di pochi giorni? La stampa euro­pea fa mostra di cre­derci. L’egemonia tede­sca sull’Europa sem­bra essersi tra­sfor­mata d’incanto in una lumi­nosa guida morale. I «valori della cul­tura euro­pea» met­tono in ombra quelli della borsa, la respon­sa­bi­lità sto­rica prende il soprav­vento su quella con­ta­bile, dall’ultimo rifu­giato siriano fino alla can­cel­liera Mer­kel tutti insieme into­nano l’«Inno alla Gioia». Per qual­cuno la «pal­lida madre» avrebbe addi­rit­tura rispol­ve­rato lo spi­rito di Hoel­der­lin e Heine. L’esagerazione è il pane quo­ti­diano dei media. Eppure qual­cosa di nuovo è accaduto.

Ber­lino, sia pure con molti distin­guo di cui non è ancora chiara l’entità, ha rimesso in que­stione una delle sue crea­ture più care: quell’accordo di Dublino che costrin­geva i richie­denti asilo a rima­nere nel primo paese di approdo. Ha chia­mato a un grande sforzo nazio­nale per fron­teg­giare l’emergenza dei pro­fu­ghi, ha dichia­rato di voler inve­stire sei miliardi dei suoi pre­ziosi risparmi per la siste­ma­zione e l’integrazione dei nuovi arri­vati, indi­rizza l’Unione euro­pea verso poli­ti­che respon­sa­bili di aper­tura e di accoglienza.

Que­sta cor­re­zione di rotta è stata deter­mi­nata da quat­tro fat­tori ben più razio­nali che emotivi.

Il primo, deci­sivo, è la con­sa­pe­vo­lezza che la pres­sione migra­to­ria era ormai inar­re­sta­bile. Il governo di Ber­lino ha dovuto infine pren­dere atto che non esi­ste bar­riera mate­riale o legi­sla­tiva in grado di argi­nare la mol­ti­tu­dine in movimento.

Si tratta, dun­que, di una vit­to­ria dei migranti, otte­nuta a caris­simo prezzo, di un risul­tato della loro straor­di­na­ria determinazione.

Le fron­tiere non sono state sem­pli­ce­mente aperte dalla bene­vo­lenza dei «padroni di casa», ma tra­volte da decine di migliaia di per­sone che eser­ci­ta­vano, prima che qual­cuno glielo avesse rico­no­sciuto, il loro «diritto di fuga» e riven­di­ca­vano la libertà di movi­mento. Inol­tre biso­gnava fare in fretta poi­ché tutto poteva acca­dere in quell’Ungheria dai tratti sem­pre più mar­ca­ta­mente fasci­sti che l’Europa tol­lera nel suo seno. Aprire la fron­tiera più che una scelta è stata una necessità.

Il secondo ele­mento è la sco­perta che i sen­ti­menti xeno­fobi e raz­zi­sti non sono affatto mag­gio­ri­tari e nean­che così ampia­mente dif­fusi come si cre­deva. La straor­di­na­ria mobi­li­ta­zione spon­ta­nea a soste­gno dei rifu­giati da Vienna a Monaco a Ber­lino ha dis­si­pato le ombre dis­se­mi­nate in Ger­ma­nia dai patrioti anti­sla­mici di Pegida (ridotti a spa­ruti grup­pu­scoli asse­diati in ogni città tede­sca) e dai nazio­na­li­sti solo un po’ meno impre­sen­ta­bili di Alter­na­tive fuer Deu­tschland.

Di con­se­guenza il timore che l’apertura agli stra­nieri dovesse com­por­tare un cospi­cuo costo elet­to­rale a favore della destra è stato for­te­mente ridi­men­sio­nato. Alla fine potrebbe addi­rit­tura tra­dursi in un gua­da­gno per la Cdu di Angela Merkel.

Il terzo fat­tore era la neces­sità di restau­rare l’immagine della Ger­ma­nia in Europa, gran­de­mente dan­neg­giata dalla gestione della crisi greca. Il paese non doveva più essere iden­ti­fi­cato con il volto arci­gno della Bun­de­sbank. Tut­ta­via, nel sot­to­li­neare più volte il fatto che la Ger­ma­nia è un paese forte e sano, Angela Mer­kel lascia inten­dere che solo l’esercizio ordi­na­rio del rigore per­mette l’esercizio straor­di­na­rio della solidarietà.

Severa o sol­le­cita che sia, la lea­der­ship con­ti­nua risie­dere a Ber­lino. In ogni modo l’operazione di imma­gine, a giu­di­care dagli osanna che si levano in mezza Europa e tra le file più foto­gra­fate dei pro­fu­ghi, è per­fet­ta­mente riu­scita. Senza peral­tro dovere ricor­rere ai pro­clami bel­lici di Lon­dra e di Parigi.

Il quarto fat­tore è la con­sa­pe­vo­lezza del fatto che, debi­ta­mente gover­nata, l’immigrazione, se a breve ter­mine rap­pre­senta un costo, sul lungo periodo costi­tui­sce una for­mi­da­bile risorsa, soprat­tutto per un modello eco­no­mico come quello tede­sco. Si tratta allora di met­tere a punto gli stru­menti e i fil­tri neces­sari a que­sto governo e dun­que un diritto di asilo euro­peo secondo schemi fun­zio­nali alla poli­tica migra­to­ria della Bundesrepublik.

Il lavoro è appena comin­ciato e c’è intanto da fare i conti con i nazio­na­li­smi più o meno xeno­fobi dell’Est euro­peo lun­ga­mente coc­co­lati da Ber­lino. Ma, soprat­tutto, ci sono da sta­bi­lire i cri­teri di ammis­sione e di esclu­sione. In un primo momento sem­brava che le porte della Ger­ma­nia si doves­sero aprire ai soli siriani. Una discri­mi­na­zione rispetto ad altre aree di con­flitto armato non ammessa dalla Costi­tu­zione tedesca.

Tut­ta­via non è ancora chiaro chi avrà diritto allo sta­tus di rifugiato.

Di certo non chi pro­viene dai paesi bal­ca­nici (Alba­nia, Ser­bia, Kosovo, Bosnia) dichia­rati sicuri. Il cri­te­rio è sem­plice: una volta dichia­rato un paese «sicuro» il rim­pa­trio sarà imme­diato. Ma que­sta defi­ni­zione si pre­sta alle più arbi­tra­rie e inte­res­sate sem­pli­fi­ca­zioni. Tanto più che in molti paesi la «sicu­rezza» garan­tita alla mag­gio­ranza, spesso non lo è altret­tanto per le minoranze.

C’è da scom­met­tere che, se que­sto sarà il discri­mine, il mondo si sco­prirà pre­sto molto più sicuro di quanto non immaginasse.

E, tut­ta­via, una dispo­ni­bi­lità al cam­bia­mento, al rin­no­va­mento delle società euro­pee con il con­tri­buto dei migranti sem­bra essersi ormai dif­fuso tra i cit­ta­dini del Vec­chio Con­ti­nente e trova una qual­che eco per­fino nelle parole della Can­cel­liera alquanto ine­briata dal suo stesso, inat­teso, suc­cesso di pubblico.

Una brec­cia è stata aperta su entrambi i lati della fron­tiera, una brec­cia che inve­ste l’intero spa­zio pub­blico euro­peo e che, su que­sta scala, deve essere allargata.

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La cancellazione della Storia www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – linguaggio e comunicazione – 12-05-15 – n. 543

 


Manlio Dinucci | ilmanifesto.info

L’arte della guerra

11/05/2015

Il settantesimo anniversario della vittoria sul nazismo, il 9 maggio a Mosca, è stato boicottato su pressione di Washington da tutti i governanti della Ue, salvo il presidente greco, e messo in ombra dai media occidentali, in un grottesco tentativo di cancellare la Storia. Non privo di risultati: in Germania, Francia e Gran Bretagna risulta che l’87% dei giovani ignora il ruolo dell’Urss nella liberazione dell’Europa dal nazismo. Ruolo che fu determinante per la vittoria della coalizione antinazista.

Attaccata l’Urss il 22 giugno 1941 con 5,5 milioni di soldati, 3.500 carrarmati e 5.000 aerei, la Germania nazista concentrò in territorio sovietico 201 divisioni, cioè il 75% di tutte le sue truppe, cui si aggiungevano 37 divisioni dei satelliti (tra cui l’Italia). L’Urss chiese ripetutamente agli alleati di aprire un secondo fronte in Europa ma Stati Uniti e Gran Bretagna lo ritardarono, mirando a scaricare la potenza nazista sull’Urss per indebolirla e avere così una posizione dominante al termine della guerra.

Il secondo fronte fu aperto con lo sbarco anglo-statunitense in Normandia nel giugno 1944, quando ormai l’Armata Rossa e i partigiani sovietici avevano sconfitto le truppe tedesche assestando il colpo decisivo alla Germania nazista. Il prezzo pagato dall’Unione Sovietica fu altissimo: circa 27 milioni di morti, per oltre la metà civili, corrispondenti al 15% della popolazione (in rapporto allo 0,3% degli Usa in tutta la Seconda guerra mondiale); circa 5 milioni di deportati in Germania; oltre 1.700 città e grossi abitati, 70mila piccoli villaggi, 30mila fabbriche distrutte. Questa pagina fondamentale della storia europea e mondiale si tenta oggi di cancellare, mistificando anche gli eventi successivi. La guerra fredda, che divise di nuovo l’Europa subito dopo la Seconda guerra mondiale, non fu provocata da un atteggiamento aggressivo dell’Urss, ma dal piano di Washington di imporre il dominio statunitense su un’Europa in gran parte distrutta.

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Anche qui parlano i fatti storici. Appena un mese dopo il bombardamento nucleare di Hiroshima e Nagasaki, nel settembre 1945, al Pentagono già calcolavano che occorrevano oltre 200 bombe nucleari per attaccare l’Urss.

Nel 1946, quando il discorso di Churchill sulla «cortina di ferro» apriva ufficialmente la guerra fredda, gli Usa avevano 11 bombe nucleari, che nel 1949 salivano a 235, mentre l’Urss ancora non ne possedeva. Ma in quell’anno l’Urss effettuò la prima esplosione sperimentale, cominciando a costruire il proprio arsenale nucleare.

In quello stesso anno venne fondata a Washington la Nato, in funzione antisovietica, sei anni prima del Patto di Varsavia costituito nel 1955.

Terminata la guerra fredda, in seguito al dissolvimento nel 1991 del Patto di Varsavia e della stessa Unione Sovietica, su spinta di Washington la Nato si è estesa fin dentro il territorio dell’ex Urss. E quando la Russia, ripresasi dalla crisi, ha riacquistato un ruolo internazionale stringendo crescenti rapporti economici con la Ue, il putsch in Ucraina, sotto regia Usa/Nato, ha riportato l’Europa a un clima da guerra fredda.

Boicottando sulla scia degli Usa il settantesimo anniversario della vittoria sul nazismo, l’Europa occidentale (quella dei governi) cancella la storia della sua stessa Resistenza, che tradisce sostenendo i nazisti andati al governo a Kiev. Sottovaluta la capacità della Russia di reagire, quando viene messa alle corde.

Si illude di poter continuare a dettare legge, quando la presenza a Mosca dei massimi rappresentanti dei Brics, a partire dalla Cina, e di tanti altri paesi conferma che il dominio imperiale dell’Occidente è sulla via del tramonto.

Il prezzo economico della vittoria sovietica nella Grande Guerra Patriottica da: www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – storia – 09-05-15 – n. 543

 

Valentin Katasonov | strategic-culture.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

06/05/2015

L’Occidente sconfessa imperterrito l’importante contributo dell’URSS nella sconfitta della Germania nazista e dei paesi satelliti. Ma non esiste prova documentale che possa corroborare qualsiasi speculazione a riguardo: basti pensare al prezzo economico sostenuto dal popolo dell’Unione Sovietica per la vittoria.

Il danno finanziario causato dalla guerra all’Unione Sovietica ha raggiunto livelli astronomici. Il 2 novembre 1942, il Presidium del Soviet Supremo dell’URSS emanava un decreto che istituiva la Commissione statale straordinaria per identificare e valutare i crimini perpetrati dagli invasori nazisti e dai loro complici, e il danno inflitto ai cittadini, alle fattorie collettive, alle organizzazioni sociali, alle imprese statali e alle istituzioni dell’Unione Sovietica durante la Grande Guerra Patriottica. Dopo la guerra, la Commissione pubblicò le seguenti statistiche: gli invasori nazisti e i loro complici avevano raso al suolo 1.710 città e oltre 70.000 villaggi, privando circa 25 milioni di persone di un riparo. Avevano distrutto circa 32.000 fabbriche, 84.000 scuole e altre istituzioni educative, demolito e saccheggiato 98.000 fattorie collettive. Inoltre avevano distrutto 4.100 stazioni, 36.000 infrastrutture per la comunicazione, 6.000 ospedali, 33.000 ambulatori e centri di cura, 82.000 scuole primarie e secondarie, 1.520 scuole specializzate superiori, 334 istituti di istruzione superiore, 43.000 biblioteche, 427 musei e 167 teatri. Nel settore agricolo si erano appropriati o avevano ammazzato 7 milioni di cavalli, 17 milioni di capi di bestiame, decine di milioni di suini, ovini, caprini e pollame. Le infrastrutture di trasporto del paese furono danneggiate per 65.000 chilometri di linee ferroviarie e 13.000 ponti ferroviari furono gravemente danneggiati, rubate oltre 15.800 locomotive a vapore e a benzina, 428.000 vagoni ferroviari e 1.400 navi.

Le imprese tedesche come Friedrich Krupp AG, Reichswerke Hermann Göring, Siemens-Schuckert, e IG Farbenindustrie saccheggiarono i territori occupati dell’Unione Sovietica.

I danni materiali inflitti all’Unione Sovietica dagli invasori nazisti sono stati pari a circa il 30% della ricchezza nazionale del Paese. Questo dato è salito al 67% nelle zone sotto occupazione. La relazione straordinaria della Commissione di Stato è stata presentata al processo di Norimberga nel 1946. Nella tabella seguente è evidenziata una sintesi delle perdite materiali dirette.

Entità dei danni materiali diretti subiti dall’Unione Sovietica a causa della guerra del 1941-1945.

Tipo di perdita Stime quantitative delle perdite causate da distruzione, danneggiamenti e furti
Patrimonio manifatturiero
Tranciatrici per metalli (pezzi) 175,000
Presse (pezzi) 34,000
Frese carbone (pezzi) 2,700
Martelli pneumatici (pezzi) 15,000
Impianti elettrici (kW di potenza) 5 milioni
Altiforni (unità) 62
Forni Martin (unità) 213
Macchine tessili (pezzi) 45,000
Fusi per filatoi (pezzi) 3 milioni
Risorse agricole
Cavalli (capi) 7 milioni
Vacche (capi) 17 milioni
Maiali (capi) 20 milioni
Capre e pecore (capi) 27 milioni
Trattori (unità singole) 137,000
Combinati (unità) 49,000
Seminatrici (unità) 46,000
Trebbiatrici (unità) 35,000
Stalle (unità) 285,000
Terreni coltivabili (ettari) 505,000
Vigne (ettari) 153,000
Trasporti e comunicazioni
Linee ferroviarie (in chilometri) 65,000
Locomotive (unità) 15,800
Vagoni ferroviari (unità) 428,000
Ponti ferroviari (unità) 13,000
Chiatte fluviali (unità) 8,3000
Telegrafi e linee telefoniche (in chilometri) 2,078
Alloggi
Alloggi urbani (singoli edifici) 1,209
Abitazioni rurali (singoli edifici) 3.5 million

Fonte: Nikolai Voznesensky. Voennaya Ekonomika SSSR v Period Otechestvennoi Voiny. – Moscow: Gospolitizdat, 1948.

Questi numeri non riflettono tutti i danni subiti. Essi mostrano solo le perdite derivanti dalla distruzione diretta di beni di proprietà di cittadini sovietici, fattorie collettive, organizzazioni sociali, imprese statali e istituzioni. Non comprendono le perdite quali i costi finanziari per il governo nazionale a causa della sospensione parziale o totale del lavoro nelle imprese di stato, nelle fattorie collettive, di privati cittadini, né il costo dei prodotti e delle forniture confiscati dalle forze di occupazione tedesche, le spese militari sostenute dall’URSS, né le perdite finanziarie che seguirono alla stasi nello sviluppo economico generale del paese a causa delle operazioni nemiche tra il 1941 e il 1945. La tabella che segue rende conto dei danni economici aggiuntivi subiti.

Il costo sulla produzione manifatturiera e agricola sovietica a causa dell’occupazione e della distruzione delle industrie nei territori occupati (fino alla fine della guerra).

Tipo di prodotto Ammontare della perdita*
1. Carbone 307 milioni di tonnellate
2. Elettricità 72 miliardi kWh
3. Acciaio 38 milioni di tonnellate
4. Allumio 136,000 di tonnellate
5. Trance per metalli 90,000 unità
6. Zucchero 63 milioni di quintali
7. Grano 11 billion di pudi
8. Patate 1.922 milioni di quintali
9. Carne 68 milioni di quintali
10. Latte 567 milioni di quintali

* Le perdite sono stimate in termini di carenza di produzione. Il livello annuale di produzione nel 1940 è stato utilizzato come base per i calcoli.
Fonte: Nikolai Voznesensky. Voennaya Ekonomika SSSR v Period Otechestvennoi Voiny. – Moscow: Gospolitizdat, 1948.

Già prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, era chiaro che era l’Unione Sovietica a portare il peso maggiore del suo onere economico. Dopo la guerra, sono stati fatti vari calcoli e stime, servite come conferma di questo fatto ovvio. L’economista tedesco-occidentale Bernhard Endrucks ha condotto una valutazione comparativa della spesa pubblica per scopi militari durante la guerra dai maggiori belligeranti in campo. L’economista francese A. Claude ha prodotto stime comparative delle perdite economiche dirette (distruzione e furto della proprietà) subite dai maggiori belligeranti in campo. Abbiamo riassunto queste stime nella seguente tabella.

Spese militari dello Stato e danni economici diretti subiti dai maggiori belligeranti in campo durante la Seconda Guerra Mondiale (in miliardi di dollari).

Spese militari dello Stato* Danni economici diretti ** Totale perdita economica ****
(1) (2) (3) = (1) + (2)
USSR 357 128 485
Germania 272 48 320
Gran Bretagna 120*** 6.8 126.8
Francia 15 21.5 36.5
USA 275 275
Italia 94 94
Giappone 56 56
Polonia 20 20
Totale 1,189 224.3 1,413.3

* Ai prezzi correnti
** Ai prezzi del 1938
*** Insieme al Canada
**** Il potere d’acquisto del dollaro nel 1938 è stato superiore a quello durante gli anni della guerra 1939-1945. Pertanto, questo totale sarà un po’ sopravvalutato rispetto al 1938, ma un po’ sottovalutato al prezzo odierno. Detto questo, riteniamo che questa somma fornisca un’immagine fedele delle perdite aggregate che questi paesi hanno sperimentato. Fonte: Istoriya Mirovoi Ekonomiki/ Edited by Georgy Polyak and Anna Markova – Moscow: YUNITI, 2002, pgs. 307-315.

Esattamente il 30% della somma di tutte le spese militari dello Stato dei sette maggiori belligeranti durante la Seconda Guerra Mondiale può essere attribuito all’URSS. La spesa statale combinata degli alleati (URSS, USA, Gran Bretagna e Francia) su obiettivi militari è stata pari a 767.000 milioni dollari. L’URSS ha finanziato il 46,5% di tutte le spese militari sostenute dalle quattro potenze alleate.

Su un totale di danni economici diretti subiti dai cinque belligeranti, il 56% può essere attribuito all’URSS. Va notato che i danni economici diretti inflitti sull’URSS sono stati di 2,7 volte superiori rispetto ai danni similari subiti dalla Germania. Questa non dovrebbe essere una sorpresa: il Terzo Reich ha imposto una politica di terra bruciata in Oriente.

L’URSS ha portato il peso del 53% di tutte le spese militari e dei danni economici diretti subiti dai quattro paesi vincitori (URSS, USA, Gran Bretagna e Francia). Stalin era nel giusto quando suggeriva alla Conferenza di Yalta che la metà di tutte le riparazioni di guerra tedesche avrebbero dovuto esser pagate all’Unione Sovietica.

L’URSS ha subito perdite economiche complessive maggiori del 50% rispetto alla Germania. L’Unione Sovietica ha pagato il prezzo più alto di tutti i belligeranti in campo durante la Seconda Guerra Mondiale.

(1) I dati citati in questo articolo sono stati presi dal libro di Nikolai Voznesensky, Voennaya Ekonomika SSSR v Period Otechestvennoi Voiny. Moscow: Gospolitizdat, 1948. L’autore, Nikolai Alekseevich Voznesensky (1903-1950) è stato il presidente del Comitato del Gosplan dell’URSS tra il 1938 e il 1949.

La Grecia insiste con il risarcimento dei danni di guerra dalla Germania. “Pronti al sequestro dei beni” autore Fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 

Il ministro della Giustizia greco si è detto pronto a firmare una sentenza della Corte Suprema che consentirà al governo di sequestrare beni tedeschi come parziale risarcimento per i crimini commessi nel paese dai nazisti. Riferendosi ad una decisione pronunciata nel 2000 dalla massima istanza giuridica del paese, Nikos Paraskevopoulos ha ricordato che il provvedimento sosteneva il diritto dei sopravvissuti della città di Distomo – dove nel 1944 le forze naziste uccisero oltre 218 persone – a chiedere un risarcimento.”La legge – ha ricordato il responsabile della Giustizia – stabilisce che per attuare il provvedimento è necessario un ordine del ministro. Ritengo che tale permesso debba essere dato e sono pronto a farlo”, ha aggiunto, nel corso di un’intervista all’emittente Ant1. Ieri il parlamento ellenico aveva deciso di creare una commissione incaricata di chiedere il pagamento dei danni di guerra alla Germania. Intanto, il premier greco Alexis Tsipras accusa la Germania di usare trucchi legali per evitare di pagare le riparazioni di guerra, legate all’occupazione nazista della Grecia. Il premier fa anche sapere che porterà la questione in Parlamento per studiare il da farsi. “Dopo la riunificazione tedesca del 1990 – spiega Tsipras in Parlamento – si erano create le condizioni legali e politiche per risolvere la questione. Ma da allora i governanti tedeschi hanno scelto la linea del silenzio, trucchi legali e rinvii”. “Mi domando – aggiunge il premier – poiche’ in questi giorni c’e’ un gran parlare a livello europeo di questioni morali: questa posizione e’ morale?”. Il governo greco non ha mai ufficialmente quantificato i danni di guerra da chiedere alla Germania, mentre Berlino sostiene di aver onorato i suoi obblighi dopo il pagamento di 115 milioni di vecchi marchi del 1960, pari a 59 milioni di euro. Secondo Tsipras il pagamento del 1960 copre solo i rimborsi alle vittime dell’occupazione nazista e non le distruzioni subite dalla Grecia durante l’occupazione tedesca. Il precedente governo di Antonis Samaras aveva stimato intorno ai 162 miliardi di euro l’ammontare delle riparazioni che Berlino avrebbe dovuto pagare ad Atene. Secondo Tsipras la richiesta di Atene e’ un “obbligo storico”, mentre la Germania si considera esentata dal pagamento dei danni di guerra.
Il nodo da sciogliere e’ il patto di Londra del 1953 nel quale Berlino e altri 21 paesi siglarono un’intesa sui debiti contratti dalla Germania durante la Prima e la Seconda guerra mondiale. La prima decisione riguardo’ i debiti contratti fino al 1933, pari a 32 miliardi, la meta’ dei quali venne cancellata e l’altra meta’ pagata a condizioni molto favorevoli. Per i debiti legati ai danni della Seconda mondiale si decise invece di rimandare la faccenda a dopo la riunificazione tedesca.
Nel 1990 pero’ il cancelliere Helmut Kohl si oppose al pagamento delle riparazioni, spiegando che si trattava di richieste insostenibili, che avrebbero portato la Germania alla bancarotta. Gli Stati Uniti appoggiarono questa posizione. A partire dagli anni Sessanta Berlino ha stabilito degli accordi di compensazione volontari con alcuni paesi per i danni causati dal nazismo e nell’ottobre 2001 Berlino ha finito di rimborsare i debiti imposti dal trattato di Londra del 1953.

Grecia, pronta a giorni la commissione parlamentare sui crediti di guerra con la Germania Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Il presidente del Parlamento greco, Zoe Constandopulu, ha annunciato che nei prossimi giorni formera’ una commissione parlamentare per esigere dalla Germania la restituzione del prelievo forzoso operato dai nazisti durante il conflitto e le riparazioni della II Guerra Mondiale ad esattamente 70 anni dalla sua fine. Secondo stime si tratterebbe di una somma tra i 7 ed i 10 miliardi di euro. La Germania ritiene la questione venne chiusa definitivamente quando saldò la parte rimanente del debito di guerra nel 1990 e firmò il trattato con le potenze alleate vincitrici che rese possibile la riunificazione tra l’Est e l’Ovest. Atene ricorda pero’ che quel trattato venne sottoscritto solo da Russia (all’epoca ancora Urss), Francia, Gran Bretagna e Usa ma non dalla Grecia.
Secondo il settimanale tedesco Der Spiegel, anche se il governo di Angela Merkel ritiene che il caso sia chiuso, le pretese di Atene non sarebbero illegittime. Dal punto di vista giuridico, scrive, la questione “non è ancora chiara”: Atene non ha mai fatto ricorso alla Corte di giustizia internazionale. E dal punto di vista storico, la Germania dovrebbe fare i conti con la circostanza che Helmut Kohl liquidò le richieste greche “barando”.
La ricostruzione dei fatti avviene grazie a documenti 1989-90, di cui il settimanale ha preso visione. All’epoca il cancelliere cristiano-democratico e il suo ministro degli Esteri liberale, Hans-Dietrich Genscher avrebbero “tenuto i greci lontani dal tavolo” delle trattative sulla riunificazione tedesca, usando poi escamotage diplomatici per non sedersi di nuovo a fare i conti. Un passo indietro porta al 1945, quando la Grecia – secondo lo storico Hagen Fleischer, tra i paesi più danneggiati dai tedeschi (100 mila morti di fame, 50 mila ebrei deportati e gasati, 100 mila edifici distrutti, come quasi tutti i ponti ferroviari, e l’affondamento delle navi commerciali) – chiese 14 miliardi di dollari di danni di guerra alla Germania.
Sotto la pressione degli Usa, la cifra fu dimezzata. Ma invece dei 7 miliardi dovuti, i tedeschi pagarono per un ammontare di 25 milioni, mentre francesi inglesi e sovietici si assicuravano versamenti di diversi miliardi. Nel 1953, ricorda ancora Spiegel, Atene firmò, come gli altri paesi vincitori, l’accordo sul debito di Londra, nel quale i tedeschi si impegnarono a verificare le richieste quando si fosse raggiunto “un accordo di pace o qualcosa di simile”. Nel 1965 fu Ludwig Erhard a promettere che le riparazioni sarebbero state pagate quando si fosse arrivati alla riunificazione. Affermazione che, secondo il governo tedesco, non comparirebbe in alcun documento ufficiale, ma che fu raccolta da un ministro ellenico e sarebbe stata in linea con quanto deciso a Londra. Nel 1989 Kohl e Genscher temono che si giunga a una conferenza di pace, con i 53 paesi ex nemici durante la guerra che battono cassa. Il governo definisce “inaccettabile” il tema delle riparazioni, sostenendo che la Germania ha perso 1/4 del suo territorio e ha già pagato più di ogni Paese sconfitto della storia moderna. Le trattative sulla riunificazione, come noto, si sono svolte con un numero ristretto di paesi (Gran Bretagna, Francia, Usa, Unione sovietica). Solo i sovietici mantengono la questione aperta e la rivendicazione greca rimane ancora sul tavolo: i crediti imposti dal Reich tedesco alla banca centrale ellenica e i danni di 4 anni di occupazione, (rivendicati ora da Tsipras).

Alexis il rosso rilancia: “Vogliamo i debiti di guerra”. E Varoufakis attacca Renzi. Grexit tema al G20 | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

“Manterremo le promesse elettorali”. Alexis Tsipras oggi ha parlato di fronte al Parlamento della Grecia per quello che può essere considerato il discorso sul programma di Governo. Anche se il deficit supera il 180% e la prima scadenza di pagamento bussa ormai alle porte (poco poiù di 4 miliardi alla fine di marzo), Alexis il rosso va dritto per la sua strada. E alla vigilia della prima vera prova importante, il faccia a faccia con l’Eurogruppo (preceduto dal G20 di Istanbul dove è tra i temi emergenti), continua a mantenere la posizione di chiusura totale verso la Troika, anche se offre la possibilità di un “programma-ponte”.

Tsipras, in sostanza, chiede agli altri 18 membri nuovi fondi, ma senza negoziarli con la Troika, fino a giugno, abbandonando la dottrina “dell’austerita’ che si e’ rivelata disastrosa”. Il premier greco ha detto che vuole rispettare il Patto di Stabilita’ (sottoscritto dai Paesi membri dell’Ue nel 1997 sul controllo delle rispettive politiche di bilancio che rafforzava il trattato di Maastricht del 1992, ma superato dal Fiscal Compact, ndr) sottolineando che “l’asuterita’ non fa parte del trattato”.

“Vogliamo dire chiaramente a tutti che non negoziamo la nostra sovranita’ nazionale, non negoziamo il mandato (ricevuto) dal popolo”, ha aggiunto Tsipras, riferendosi al voto dato a Syriza che e’ stato un chiaro segnale di rifiuto dell’austerita’ e di cambio di politica.”Per questo il nuovo governo non ha diritto di chiedere una proroga di questo programma, che vaale 240 miliaardi, ma solo un programma ponte durante il quale concludere un negoziato per definire insieme un programma di crescita”, ha detto il premier ellenico. La Grecia vuole un nuovo ‘contratto’ con l’Ue, quindi, che “rispettera’ le regole dell’Eurozona ma non includera’ misure irrealizzabili che siano un altro volto dell’austerita’”.

Nel suo discorso programmatico al Parlamento di Atene, il premier greco Alexis Tsipras poi ha rimesso avanti la questione delle “riparazioni di guerra della Germania”, che, ha detto, “e’ un obbligo storico chiedere”. Il riferimento e’ al 50% debito che venne abbonato nel 1953 alla Germania Federale per i danni dovuti dalla Germania Nazista (e solo in parte ancor quelli del trattato di Versailles della i guerra mondiale) da tutti i Paesi, inclusa la Grecia. La Grecia ha “un obbligo morale davanti al nostro popolo, quello di reclamare il prestito, che il III Reich obbligo’ l’allora bana centrale ellenica a versare, e le riparazioni per l’occupazione” tedesca durata 4 anni. Va detto che mentre per le riparazioni fu imposto un forfait valido per tutti i paesi, per il primo la Grecia non ebbe alcuna compensazione.

Intanto Atene, dopo che Roma e Parigi si sono sostanzialmente fatte da parte cedendo la leadership nelle trattative ad Angela Merkel, manda una frecciata rivolta al governo Renzi. “Funzionari italiani mi hanno detto che non possono dire la verità. Anche l’Italia è a rischio bancarotta ma teme ritorsioni da parte della Germania”, dice il ministro delle Finanze Yanis Varoufakis dopo il tour europeo che l’ha portato anche a Roma.
Sul fronte globale, a favore della Grecia in questo momento giocano alcuni fattori importanti come la crisi Ucraina e il G20 di Istanbul, dove Usa e Gran Bretagna da domani andranno in pressing sull’Eurozona perché trovi una soluzione ed eviti una nuova fase d’instabilità dalle ripercussioni potenzialmente globali.

Alla Casa Bianca non è piaciuta affatto l’apertura di Mosca ad Atene sul fronte finanziario. “Incoraggeremo le due parti a trovare un percorso comune. E’ importante che la Grecia e l’Ue lavorino insieme”, dice un funzionario americano senior anticipando i colloqui del G20. E anche Londra torna a farsi sentire, con il ministro delle Finanze George Osborne che punta il dito sulla stallo nei negoziati europei con Atene a causa del quale Londra starebbe preparando un piano di contingenza e a Istanbul “incoraggerà i partner a risolvere la crisi”.

“Non aiuteremo Tsipras cantando solo Bella Ciao”. Intervento di Giorgio Cremaschi | Autore: giorgio cremaschi da: controlacrisi.org

Se il nuovo governo greco comincerà subito a tenere fede al suo programma elettorale stabilendo il salario minimo a 750 euro mensili, la Germania del governo Merkel-SPD chiuderà la porta ad ogni trattativa sul debito. Infatti con le “riforme” tedesche che han fatto da modello a tutto il continente, i milioni di lavoratori precari impegnati nei minijobs prenderebbero di meno di un lavoratore greco. È vero che ci sono le integrazioni dello stato sociale, ma è altrettanto vero che la coerenza del nuovo governo greco aprirebbe un fronte con una Germania anche sui tagli al welfare.

Insomma la coerenza di Tsipras sarebbe insostenibile per una classe dirigente tedesca che da anni impone terribili sacrifici al proprio mondo del lavoro spiegando che gli altri stanno tutti peggio. Gli operai tedeschi, che hanno subìto una delle peggiori compressioni salariali d’Europa, si chiederebbero a che pro, visto che le cicale greche ricominciano a frinire. È per il timore del contagio sociale, della ripresa, magari persino conflittuale, dei salari e della richiesta di welfare che si dirà no alla Grecia e non per la questione debito. Il debito pubblico della Grecia ruota attorno a 350 miliardi di euro, quello interno alla UE dovrebbe essere circa attorno ai due terzi di quella cifra. Abbuonarne la metà significherebbe per la UE rinunciare a poco più di 100 miliardi. È una cifra enorme naturalmente, ma dal 2008 governi europei, BCE e sistema finanziario hanno speso 3000 miliardi per sostenere le banche. E altri 1000 verrano spesi nel Quantitative Easing, presentato come un sostegno agli Stati che in realtà finanzia ancora gli istituti bancari acquirenti di titoli di stato.

Cosa sono allora 100 miliardi di abbuono del debito ad una Grecia che comunque non potrebbe pagarli, di fronte ai 4000 miliardi concessi al sistema bancario e finanziario? Niente sul piano delle dimensioni della cifra, tutto sul piano del suo significato. Come dicono accreditate indiscrezioni, una dilazione dei pagamenti più che trentennale sarebbe già stata concessa dalla Troika nel novembre scorso, ma naturalmente in cambio della impegno a continuare le politiche liberiste di questi anni. Il problema dunque è la continuità o la rottura con quelle politiche, e qui Syriza e la TroiKa si scontreranno.

Quello che sta succedendo in Grecia e in Spagna è qualcosa di diverso dalla storia europee delle sinistre. La politica dell’austerità sta portando tutta l’Europa meridionale verso quello che una volta si chiamava terzo mondo. Le prime risposte vere son quindi legate a questa nuova terribile realtà. Le socialdemocrazie si sono immolate sull’altare del rigore e le sinistre comuniste son troppo piccole e divise per contare. Si apre così lo spazio per forze alternative diverse da quelle del passato. In fondo il successo del M5S aveva inizialmente questo segno, anche se sinora a quel movimento è mancata una vera spinta sociale e la sua politica è rimasta ancorata al terreno della cosiddetta lotta per l’onestà.

Invece Syriza e Podemos somigliano sempre di più alle formazioni populiste di sinistra che governano gran parte dell’America Latina e con questa impronta affrontano la crisi europea e il Fiscal compact, vedremo .
Quel che è certo è che le cose stanno cambiando, ma non da noi. Siamo stati facili profeti ad anticipare il salto sul cavallo greco di tutto il mondo politico italiano, oramai campione di trasformismo in Europa. C’ è ovviamente anche un calcolo parassitario non solo elettorale. Se la Grecia ottiene qualcosa , si spera che qualcosa tocchi anche a noi. Così tutti a fare gli Tsipras con le vongole, dimenticando ovviamente la sostanza del programma del nuovo governo greco . Che tradotto in Italiano significherebbe misure immediate come la cancellazione del JOBSACT, della legge FORNERO sulle pensioni, del pareggio di bilancio costituzionalizzato . E a seguire la fine delle privatizzazioni, dei tagli alla Sanità e alla scuola pubblica, del patto di stabilità per gli enti locali.

Attenzione, questi non dovrebbero essere gli obiettivi strategici di un governo che promette tanto, ma le azioni dei famosi primi cento giorni. Poi dovrebbe seguire la messa in discussione della politica del debiti e del debito stesso, che da quando nel 2011 Giorgio Napolitano indicò come vincolo per le politiche di austerità è passato da 1900 a 2150 miliardi. Si tratta di rompere con tutte le politiche seguite non solo dalla destra, ma dal centrosinistra in questi anni. Come si fa allora a stare con la Grecia mentre ci si allea con il PD di Renzi in tutte le regioni più importanti.? Mi fermo qui perché è assolutamente ovvio che se non si rompe con i partiti dell’austerità, il sostegno alla Grecia non c’è.

Anche sul piano sindacale son tutti felici per le elezioni greche. Ricordo però le tante volte che in Cgil si è usata la Grecia come esempio di una resistenza vana. 14 scioperi generali e in quel paese non è cambiato nulla, si diceva quando si lasciavano passare la pensione a 68 anni e le altre riforme di Monti . E in nome della flessibilita CGILCISLUIL son arrivate a concordare il lavoro gratuito per migliaia di giovani precari che dovranno far funzionare l’Expo. È quindi inutile usare il marchio greco per coprire politiche e gruppi dirigenti responsabili o complici del nostro disastro sociale. La sola cosa seria che si deve fare in casa nostra per sostenere la Grecia contro la Troika è praticare la stessa rottura .
Non son in grado di sapere se Tsipras sarà coerente, ma per aiutare lui ad esserlo bisogna fare in modo che non sia solo Bella Ciao l’unico legame utile all’Italia .