“I nostri figli hanno dunque ucciso i nostri fratelli”. La lettera di quattro insegnanti francesi sui fatti di Parigi Autore: redazione da: controlacrisi.org

Dal sito http://www.haine.org abbiamo preso questa lettera di quattro professori francesi sui fatti di Parigi. Il titolo originale della lettera è: “Siamo anche i padri dei tre assassini: erano orfani, cresciuti in orfanatrofio sotto la tutela della nazione, figli di Francia”. Nelle loro parole si esprime la ragione repubblicana, egualitaria, fraterna e solidale. Queste parole toccano anche noi, nella tragedia di violenza, morti e scomparse che in questi anni infausti ci coinvolge.

“Siamo professori del Dipartimento della Senna Saint Denis. Intellettuali, studiosi, adulti, libertari, abbiamo imparato a prescindere da Dio e a detestare il potere ed il suo godimento perverso. Non abbiamo altro padrone che il sapere. Questo discorso ci rassicura, grazie alla sua coerenza presunta razionale ed il nostro status sociale lo legittima. Quelli di Charlie Hebdo ci facevano ridere; condividevamo i loro valori. Pertanto, anche noi siamo stati oggetto di questo attentato. Anche se nessuno di noi ha mai avuto il coraggio di tanta insolenza, siamo feriti. Per questo, siamo Charlie.

Ma facciamo lo sforzo di cambiare punto di vista e cerchiamo di vederci come ci vedono i nostri alunni. Siamo ben vestiti, ben pettinati, comodamente calzati o, in ogni caso, chiaramente al di là di queste contingenze materiali, il che fa sì che non bramiamo quegli oggetti di consumo che fanno sognare i nostri alunni: se non li possediamo, forse è perché abbiamo i mezzi che ce lo consentirebbero.
Andiamo in vacanza, viviamo in mezzo ai libri, frequentiamo persone educate e raffinate, eleganti e colte. Consideriamo come un fatto acquisito che “La Libertà che guida il popolo” (celebre quadro de Eugène Delacroix, 1830) e Candido di Voltaire siano parte del patrimonio dell’umanità. Ci diranno che l’universale è tale di diritto, non di fatto e che moltissimi abitanti del pianeta non conoscono Voltaire? Che banda di ignoranti… È tempo che entrino nella Storia: il discorso di Dakar glielo ha già spiegato (discorso del presidente francese Nicolas Sarkozy all’Università di Dakar, Senegal, luglio 2007, nel quale dichiarò che il dramma dell’Africa è che l’uomo africano non è entrato a sufficienza nella Storia). Quanto a coloro che vengono in Francia da altre parti e vivono fra noi, che tacciano e si adeguino.

Se i crimini perpetrati da questi assassini sono abominevoli, ad essere terribile è che essi parlino francese e con l’accento dei giovani delle banlieue. Questi due assassini sono come i nostri alunni. Il trauma, per noi, è anche sentire queste voci, questo accento, queste parole. Ecco cosa ci ha fatti sentire responsabili. Ovviamente, non noi personalmente: ecco cosa diranno i nostri amici, che ammirano il nostro impegno quotidiano. Ma che nessuno venga a dirci che, con tutto quello che facciamo, noi siamo esenti da questa responsabilità.

Noi, vale a dire i funzionari di uno Stato che non assolve ai suoi obblighi; noi, i professori di una scuola che ha lasciato quei due e tanti altri al margine della via dei valori repubblicani; noi, cittadini francesi che ci lamentiamo costantemente per l’aumento delle tasse; noi, contribuenti che approfittiamo ogni volta che è possibile delle esenzioni fiscali; noi, che abbiamo permesso che l’individuo prevalga sul collettivo; noi, che non facciamo politica o deridiamo coloro che la fanno: noi siamo responsabili di questa situazione.

Quelli di Charlie Hebdo erano nostri fratelli: noi li piangiamo come tali. I loro assassini erano orfani, cresciuti in orfanatrofi sotto tutela della nazione, figli di Francia. I nostri figli hanno dunque ucciso i nostri fratelli. Tragedia. In qualsiasi cultura, questo fatto provoca un sentimento mai citato in questi ultimi giorni: la vergogna.
Allora, noi diciamo la nostra vergogna. Vergogna e collera: ecco una situazione psicologica molto più scomoda che dolore e collera. Se si provano dolore e collera è possibile accusare qualcun altro; ma che fare quando ci si vergogna e si è in collera con gli assassini, ma anche con sé stessi?

Nessuno, nei media, parla di questa vergogna. Nessuno pare volersene prendere la responsabilità. Quella di uno Stato che lascia che degli imbecilli e degli psicotici marciscano in carcere e si trasformino in giocattoli di perversi manipolatori, quella di una scuola alla quale si tolgono i mezzi di sostentamento, quella di una politica urbanistica che parcheggia gli schiavi (i senza documenti, coloro che non hanno il certificato elettorale, i senza nome, i senza denti) nelle cloache delle banlieue. La responsabilità di una classe politica che non ha mai compreso che la virtù s’insegna solo con l’esempio.

Intellettuali, pensatori, universitari, artisti, giornalisti: abbiamo visto morire uomini che erano dei nostri. Coloro che li hanno ammazzati sono figli di Francia. Apriamo, allora, gli occhi sulla situazione, per comprendere come ci siamo arrivati, per agire e costruire una società laica e colta, più giusta, più libera, più uguale, più fraterna.
“Noi siamo Charlie”, lo possiamo portare su una spilla al bavero. Ma ribadire la solidarietà alle vittime non ci esenterà dalla responsabilità collettiva di questo assassinio. Siamo anche i padri dei tre assassini”.

Catherine Robert, Isabelle Richer, Valérie Louys y Damien Boussard

trad. it. GORRI

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Venezia, ex direttore del Male: quando il potere ipocrita urla ”Je suis Charlie” da: l’urlo quotidiano

Il catanese che ha guidato la redazione dello storico settimanale satirico: ”Il fatto che Luttazzi non si sia più visto in Tv la dice lunga sulle imposizioni da parte di chi governava allora, e di chi ancora condiziona la vita pubblica italiana”. E aggiunge: ”D’altra parte la catena dei capi di Stato alla marcia di Parigi contro il terrorismo, fa comprendere il livello di ipocrisia quando di parla di libertà di espressione”

di Luciano Mirone

17 gennaio 2015

E’ stato il direttore del ”Male”, il ”Charlie Hebdo” italiano ai tempi degli anni di piombo. Il catanese Lillo Venezia è stato il secondo giornalista del dopoguerra, dopo Giovannino Guareschi, a finire nel carcere romano di Regina Coeli, sia pure per pochi giorni, con l’accusa di vilipendio alla religione cattolica e a un Capo di uno Stato estero (in questo caso il Papa). Con il settimanale satirico che ha diretto,  (fondato da Pino Zac, Vincino e Vauro Senesi) Venezia ha ha accumulato oltre duecento querele, con le accuse più svariate, dalla diffamazione all’oscenità. “Il Male” nacque fra gli anni Settanta e Ottanta, in un periodo drammatico per il nostro Paese, un periodo in cui le parole più usate dai giornali erano terrorismo, scontro ideologico, compromesso storico, Dc, Pci, Andreotti, Cossiga, Papa Wojtyla, Aldo Moro, Brigate rosse. Quel giornale irriverente, irriguardoso e beffardo, sia nei confronti del potere, sia nei confronti delle Br, rivoluzionò il modo di fare satira e in poco tempo diventò il punto di riferimento di migliaia di giovani “contro”, dagli studenti che occupavano le scuole e le Università, agli “indiani metropolitani”. Nato nel 1977, “Il Male” cessò le pubblicazioni nell’82. Aveva una tiratura media di 100 mila copie, che in certi periodi arrivavano a 160 mila. Costava 500 lire. Era il “Charlie Hebdo” del Belpaese ai tempi degli “anni di piombo”. Dopo la chiusura, Lillo tornò a Catania e assieme a Giuseppe Fava (ucciso dalla mafia il 5 gennaio 1984) fondò “I Siciliani”, ma questa è un’altra storia.

Lillo, cosa pensi del massacro di Parigi?

“Una condanna totale ma per un gesto criminale ed efferato contro le libertà di espressione, ma anche contro qualcosa che non ci è stato raccontato per intero. Penso che dietro questo attentato solo apparentemente c’è una motivazione religiosa causata dalle vignette blasfeme sull’Islam e su Maometto, ma sostanzialmente qualcosa di più: quello che si sta verificando in Medio Oriente tra l’Iraq, la Siria, la Turchia, e il fatto che si stia componendo uno Stato islamico di natura integralista rispetto alla religione dell’Islam, mi fa pensare che ci sono in ballo parecchi interessi economici. Uno Stato islamico nato da poco, che può disporre di due miliardi di dollari, mi porta a ritenere che abbia alle spalle qualcuno che lo finanzia per creare panico, soprattutto in Occidente. Non dimentichiamo che in quella zona c’è un interesse particolare per un grande giacimento di petrolio e di gas che va dal mare di Gaza alle coste di Cipro, e lì molti hanno puntato i loro interessi, compresi Putin e Israele. Le guerre in Iraq e in Afghanistan hanno fatto da detonatori rispetto a queste cose”.

Qual è secondo te la situazione della satira italiana, considerate le censure televisive a comici come Sabina Guzzanti e a Daniele Luttazzi che hanno fatto della satira politica la loro principale modalità di espressione?

“Sono degli episodi gravissimi. Il fatto che Luttazzi non si sia più visto in Tv la dice lunga sulle imposizioni da parte di chi governava allora, e di chi ancora condiziona la vita pubblica italiana. D’altra parte la catena dei capi di Stato alla marcia di Parigi contro il terrorismo, fa comprendere il livello di ipocrisia quando di parla di libertà di espressione e di satira. C’era il premier ungherese, il rappresentante del governo ucraino, lo stesso Benjamin Netanyahu, il presidente del Gabon. Non mi pare che in questi Paesi ci sia una grande libertà di espressione e di satira. In mezzo a tutti questi, il nostro Renzi non sfigurava affatto”.

Cosa ricorda dell’esperienza del ”Male”, che era un po’ il nostro Charlie Hbedo?

“Mi ero appena trasferito da Catania per lavorare nella redazione romana del quotidiano ‘Lotta continua’. Avevo 27 anni, mi occupavo di argomenti impegnati. Da qualche mese, nella stessa tipografia, si stampava ‘Il Male’, che in quel momento aveva bisogno di un giornalista iscritto all’Albo. Conobbi lì Vincino, Pino Zac (reduce dall’esperienza nel giornale parigino ‘Le Canard enchaîné’) e Vauro: ‘Faresti il direttore responsabile?’. Risposi subito di sì”.

Come fu l’impatto con questo giornale?

“Scioccante. La sede era nel quartiere romano di Monteverde. Quando arrivai, Pino Zac stava inscenando la benedizione ‘Urbi ed Orbi’ del Papa dal balcone della redazione, con una piccola ressa di curiosi riunitisi al piano terra. Arrivarono giornalisti, telecamere, fotografi, perfino la Digos. Poco tempo prima a Villa Borghese avevano inaugurato il mezzobusto di Andreotti assieme a Roberto Benigni. In redazione ebbi l’emozione di conoscere lo staff di vignettisti e scrittori, fra cui Sergio Saviane, Vincenzo Sparagna, Angese, Andrea Pazienza, Riccardo Mannelli, Jacopo Fo, Alain Denis, Jiga Melik”.

Chi prendevate in giro?

“Soprattutto il potere democristiano. Che non querelò mai. Il giorno del rapimento Moro facemmo la copertina con l’immagine dello statista democristiano e la frase: ‘Scusate, ma vesto Marzotto’. Un modo per sdrammatizzare e per prendere in giro le Br, fatto molto frequente allora”.

“Il Male” fece clamore anche per i famosi falsi.

“Un’iniziativa senza precedenti. Riproducevamo perfettamente le testate dei più importanti quotidiani italiani e facevamo dei falsi scoop attraverso delle edizioni speciali. La gente ci cascava. Nel ’78 la Nazionale di calcio fu eliminata dall’Olanda ai mondiali in Argentina. Si disse che i nostri avversari erano dopati. Uscimmo con un falso ‘Corriere dello sport’. Prima pagina a caratteri cubitali: ‘Annullati i mondiali’. Successe il finimondo, la gente scese in piazza a festeggiare, le redazioni impazzirono, Tosatti (direttore del ‘Corriere dello sport’) si incazzò. Qualche tempo dopo confezionammo un’altra notizia pazzesca: ‘Ugo Tognazzi nuovo capo delle Br’. L’attore, che era d’accordo con noi, il giorno dopo dichiarò alla stampa: ‘Rivendico il diritto alla cazzata”.

Usciste anche con dei falsi del “Giornale di Sicilia” e de “La Sicilia”.

“Sul ‘Giornale di Sicilia’ mettemmo la notizia dell’arresto di Vito Ciancimino (una cosa impossibile per quei tempi). Su ‘La Sicilia’ facemmo un titolo a nove colonne: ‘Gheddafi si compra Catania per 240mila miliardi’. Prima della pubblicazione intervistammo i catanesi: ‘Che ne pensate?’. ‘Se porta i soldi, viva Gheddafi”.

E il numero con la bustina di “dieci grammi di droga gratis”?

“Un’altra bufala. Era una bustina di pepe”.

La querela più clamorosa?

“Il sequestro del giornale prima che arrivasse in edicola. C’erano gruppi di integralisti cattolici, soprattutto del Veneto, che prima dell’uscita del giornale, si presentavano nelle varie Procure o caserme dei Carabinieri, chiedendo il sequestro preventivo. Davano per scontato che in copertina ci fosse il Papa o qualche frase blasfema contro il Vaticano. L’Ordine del Lazio propose la mia espulsione, me la cavai con un richiamo dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia. Devo ringraziare l’avvocato Nino Marazzita che ci aiutò gratis”.

Qual era il clima all’interno della redazione?

“Nei primi cinque giorni della settimana c’era un bailamme incredibile, discussioni, riunioni, come-facciamo-la-copertina? Il venerdì pomeriggio, come per magia, si faceva il giornale. Il lunedì, immancabilmente, si andava in edicola”.

Perché chiuse “Il Male”?

“Molti vignettisti cominciarono ad essere ingaggiati dalle grandi testate come ‘Repubblica’, l’’Espresso’, il Corriere della Sera’, venne meno l’entusiasmo che era il motore di quella iniziativa. Nel 2013 Vauro e Vincino hanno rifatto il giornale, con me direttore. Si vendeva abbastanza bene. Una copia costava 3 Euro. Poi gli editori hanno ritenuto di non investire più e abbiamo chiuso”.

Prima Pagina Donne ( 5 -11 gennaio 2014) da: ndnoidonne

Il femminile che si evidenzia nella strage di Charlie Hebdo e nell’orrore di Boko Haram

inserito da Paola Ortensi

Prima Pagina Donne 2 (5 -11 gennaio 2014)

In una settimana tradita nel suo festoso inizio “dedicato“ alla Befana ed evoluta nella tragedia dell’attacco del terrorismo islamico, incarnato per l’occasione dai fratelli Kouachi, a Parigi, al giornale satirico Charlie Hebdo con tutti i morti che questo ha significato, come oramai tutti sanno. Per la grandezza dell’attacco portato simbolicamente ai vignettisti satirici del giornale accusati di un uso blasfemo della satira, ma con ben altri e ampi risvolti che esaltano la volontà di terroristi affiliati all’ISIS di fare gli interessi del Califfato contro l’Occidente, avevo pensato di saltare il mio commento di PPD, ritenendolo inadeguato ad inserirsi nella situazione, per la complessità di valutazioni che comporta sull’Islam, sul rapporto storicizzato fra occidente e questa orrenda guerra. Poi col passare delle ore e dei giorni vissuti con il fiato sospeso ho pensato che non potevo seppur brevemente non sottolineare come in questa tragedia della democrazia, e sconfitta della politica, per cui non a caso nella giornata di domenica abbiamo assistito ad una manifestazione imponente dove si è calcolata la presenza di forse due milioni di persone. Una marcia senza precedenti in difesa della libertà che si è svolta a Parigi, aperta da un inedito gruppo di 40 forse 50 Capi di Stato non solo europei, ovviamente con Hollande in testa, i ruoli e i protagonismi femminili fossero almeno da evidenziare. In verità ancor più pressante per indurmi a scrivere è stata l’emozione, la rabbia e il dolore di quanto contemporaneamente alla Francia è avvenuto in Nigeria con l’uso da parte di Boko Haram prima di una e dopo 24 ore di due bambine (attorno ai 10 anni) fatte esplodere come martiri nel mercato di una città del Nord della Nigeria, con la scia di morte che questo ha comportato. La violenza perpetrata contro delle bambine innocenti usate come bombe umane presumibilmente incantandole con promesse di cose meravigliose o sulla terra o in cielo suggerisce un dolore e una rabbia insopportabile. E allora ecco un elenco di protagonismi femminili che abbiamo incrociato in questi giorni che ritengo stimoli a riflettere nella contraddizione dei ruoli e delle funzioni avute. Quel che annoto lo vorrei poi collocare all’ombra di quella statua di Marianna che nella Place de la Republique di Parigi è divenuto il luogo simbolico della reazione alla violenza e all’affermazione della libertà, appunto. Innanzitutto allora le bimbe nigeriane, sicuramente ingannate illudendole che se avessero seguito i consigli suggeriti avrebbero conquistata la libertà forse dalla povertà, dalla fame, da tutto quanto può opprimere una creatura, una bambina in difficoltà e forse piena di sogni e desideri. Ma è la strage che ci porta per mano alla vignettista denominata Coco costretta, di ritorno dall’asilo, ad aprire la porta della redazione di Charlie Hebdo dove si è compiuta la strage, e che per tutta la vita forse si domanderà perché lei no e contemporaneamente come ripagare i suoi compagni del miracolo di essere rimasta viva; e a Marin Le Pen che non è stata ritenuta gradita, di fatto invitandola a non partecipare alla manifestazione, compiendo ritengo un errore che escludendola da quell’incredibile “unione“ di protagonisti della politica mondiale anche su fronti diversi e conflittuali come Netanyahu e Abu Mazen ha di fatto evidenziata una contraddizione sgradevole. Continuando e tornando ai fatti :l’orrore della strage è ancora da elaborare , quando una poliziotta viene uccisa in un altro punto di Parigi e inizialmente si pensa sia “un’altra storia”. Qualche ora dopo la connessione appare in tutta la sua violenza. Ad uccidere la poliziotta è stato Amedy Coulibaly l’uomo che in una strategia precisa ha tenuto l’assedio al supermercato kosher dove sono stati tenuti in ostaggio con 4 morti gli ebrei che erano presenti all’interno. Amedy, ucciso nell’assalto delle forze speciali, è stato poi identificato come il compagno della terrorista Hayat Boumedienne ritenuta protagonista anche lei della premeditazione dell’orribile evento, ricercata intensamente fino a ritenere che sia uscita dalla Francia e riparatasi in Siria giorni prima dopo aver partecipato all’organizzazione della strage. Ed è proprio il ruolo di Hayat, ritenuta implacabile e temuta anche per il futuro, e che presumibilmente ha rappresentato il famoso “casus belli” si è aperto un diffuso dibattito sulla stampa sul protagonismo femminile di questa inaspettata e inedita guerra a cui il terrorismo islamico sta portando una parte del mondo, sviluppando tra l’altro odi e incomprensioni inedite tra chi con pericolosa superficialità fa di tutta un erba un fascio e accusa l’Islam nella sua complessità. A tale proposito voglio ricordare che di religione islamica era il poliziotto che ha tentato di fermare i fratelli attentatori, e musulmano il commesso che ha salvato un gruppo di ebrei chiudendoli nel refrigeratore a cui è riuscito a staccare la corrente. La realtà che abbiamo vissuto e che nonostante l’imponente reazione di Parigi, ma dico dell’Europa e non solo, sappiamo come non metta il punto e a capo ai rischi che corre la pace e l’equilibrio a cui questo nuovo terrorismo islamico ci sottopone, richiede una riflessione che ci coinvolge tutte /i che porti al modo più utile e serio di vivere la nostra cittadinanza.
L’aver deciso di scrivere mi porta a non saltare due notizie che pur nella loro immensa differenza mi appaiono degne di nota e approfondimento. La morte di Anita Ekberg. Simbolo stesso della Dolce Vita di Fellini e quindi di un epoca, la Ekberg per chi voglia vedere ha di fatto avuto una vita triste e incompiuta piena di difficoltà da lei più volte denunciate in parte, forse, frutto anche dell’essere prigioniera del ruolo che le aveva dato fama e oggi l’immortalità nella storia del cinema. Come leggere poi l’invito ieri di papa Francesco nel corso del battesimo di 30 bimbi, alle loro mamme di allattare se pensavano che i loro figli /e avessero fame? Chi non ricorda che forse un mese fa in un grande albergo di Londra una mamma fu invitata a rivestirsi e desistere dall’allattare perché rischiava di essere imbarazzante?

Elsa Cayat, di Charlie Hebdo, sopravvive nelle sue lucide opere di genere da: noidonne

Elsa Cayat, di Charlie Hebdo, sopravvive nelle sue lucide opere di genere

Psicologa colta, e vivace analista delle dinamiche di coppia, Elsa Cayat (1960 – Parigi, 7 gennaio 2015), vittima del terrorismo islamico, rivive nelle sue opere sulla sessualità di coppia e sulle differenze fra i due generi.

inserito da Marta Mariani

4 milioni di francesi uniti contro il terrorismo. Una fiumana di determinazione, di solidarietà. Una moltitudine di cordoglio, di estremo dolore, certo, ma senza paura: «Terroriste t’es foutu, / la France est dans la rue!» (Terrorista, sei fottuto / la Francia è scesa in piazza!). Nell’ultimo week-end, quella che da “Le Figaro” è stata definita una “marea umana” ha sguinzagliato tutto il suo disprezzo verso il fanatismo islamico, e soprattutto, verso il terrorismo, incarnando con il suo “je suis Charlie” le 12 vittime della redazione Charlie Hebdo. Le vittime, uccise dal fuoco dei kalashnikov aperto al grido di “Allah akbar!”, erano soprattutto giornalisti, oltre a un addetto alla portineria e ad un poliziotto in sorveglianza. Una donna, fra le vittime – Elsa Cayat, psicoanalista e scrittrice – curava la rubrica bisettimanale “Charlie Divan”. E’ per omaggiare il suo lavoro e il suo contributo all’informazione francese che diamo spazio, qui, alle sue opere di genere.

Elsa Cayat, infatti, era un’analista delle relazioni fra uomini e donne, un’indagatrice delle dinamiche di coppia, una studiosa della psicologia dei generi. Nel 1998, la Cayat aveva pubblicato, con Jaques Grancher Edition, un volume di psicologia dal titolo “Un homme + un femme = quoi?” (“Un uomo + una donna = che cosa?”). In questo libro, la psicologa scongiurava l’approdo della coppia a mero “quadretto formale di celibi e nubili che semplicemente coabitano” in un’unione “non più intima ma prettamente sociale”. Così, con uno sguardo certamente ironico e pronto a sorridere di molte disillusioni, la Cayat osservava come si possono paradossalmente celare, dietro un grande amore, l’odio e il risentimento.

L’occhio sbarazzino della Cayat sopravvive ancora nella sua più recente pubblicazione – Albin Michel 2007 – redatta a quattro mani con il giornalista Antonio Fischetti, “Le désir et la putain: Les enjeux cachés de la sexualité masculine” (“Il desiderio e la puttana: La celata posta in gioco della sessualità maschile”). La Cayat vi analizzava la centralità del sesso per gli esseri umani, il significato simbolico della penetrazione, vi si domandava se le parole fossero oggetti dotati di carica libidica, se tutte le donne non fossero, per gli uomini, che una variazione sul tema della “madre” o della “puttana”. Cayat e Fischetti vi dibattevano, infine, di prostituzione, per coprire a parole tutto il divario che intercorre fra desiderio, carnalità e “intima comprensione sessuale” fra i generi.

Insomma, la Cayat, – che avrebbe potuto ancora regalarci perle di sapienza sulla vita di coppia e sull’amore – nel suo più luminoso guizzo dello spirito, possiamo leggerla nell’intervista edita su Psychologies.com, che così comincia: «Come è possibile voler fondare la propria vita su qualcuno che sia altro da se stesso? Questo è il nucleo di qualsiasi problema sull’amore. Il punto, infatti, non è cercare di fondare la propria vita sulla vita di un altro. Il punto è di assicurarsi la propria vita e di rimettere al centro il Sé, per potersi aprire all’altro… Da qualche parte dentro di noi noi vorremmo poggiarci e riposare sull’altro perché crediamo che tutti i problemi provengano da una mancanza d’amore. Pensiamo che l’amore sia la soluzione ad ogni carenza, e dunque, che l’altro possa guarirci da ogni male. Ma questo è falso. Non soltanto l’altro non può supplire alle nostre carenze, ma i problemi personali spunteranno fuori nella misura stessa dell’intensità amorosa. Per poter risolvere i nostri problemi, dobbiamo analizzarci interiormente e ricentrarci sul nostro Sé, sul nostro io…»

| 12 Gennaio 2015

Pubblicato su “Repubblica Palermo” del 9 gennaio 2014, con il titolo: Quando Charlie Hebdo prese in giro la mafia, i suoi segreti e gli uomini d’onore.

Charlie Hebdo, la mafia, il Centro Impastato e Peppino

di Umberto Santino, Presidente Centro Siciliano di Documentazione Giuseppe Impastato

“De la chute du mur de Berlin à la chute de Toto Riina”: questo era il titolo di un servizio pubblicato nelle pagine centrali di Charlie Hebdo del 20 marzo 1996, firmato da Phil (Philippe Val), il giornalista, e da Riss ( Laurent Sourrisseau), il vignettista. Un lungo articolo, tanto puntuale e rigoroso quanto pungente e spiritoso, com’era la cifra del settimanale parigino, irriverente e trasgressivo. Erano venuti al Centro Impastato e avevamo parlato del nostro lavoro, di Peppino Impastato, della mafia e della lotta contro di essa. E avevamo capito subito che parlavamo la stessa lingua, lontana da ogni retorica e venata di ironia e di autoironia. Avevo parlato degli stereotipi, allora come ora, circolanti sulla mafia. Delle dichiarazioni di Buscetta che avevano ricostruito l’organigramma di Cosa nostra e avevano portato all’arresto di capi e gregari, ma pretendevano di imporre l’idea di una mafia buona, la sua e quella dei suoi amici, e di una mafia cattiva, degenere e tralignata, quella dei corleonesi, che avrebbero trasformato la mafia in una fabbrica a ciclo continuo di stragi e di omicidi. Lo sottolineava Val, riportando le mie parole: la mafia fin dall’inizio era stata violenta; la ricostruzione secondo cui c’era stata una “mafia tradizionale” in competizione per l’onore e solo negli anni ’70 si sarebbe formata una “mafia imprenditrice” in competizione per la ricchezza, era una storiella fondata sull’ignoranza della storia reale. Il fatto nuovo era che con il traffico di droga l’accumulazione illegale era cresciuta a dismisura e lì andava cercata la ragione della nuova stagione di guerra all’interno e all’esterno. Difficilmente un giornalista, soprattutto se si occupa di mafia, ascolta con attenzione (molti sanno già cosa scriveranno e fanno finta di ascoltare e di prendere appunti), soprattutto quando si accorge che le cose di cui si sta parlando sono diverse da quelle che ha scritto e godono di ampio credito nei circuiti mediatici che contano, appaltati al supermafiologo di turno. Le frasi tra virgolette del servizio di Val riportano proprio quello che avevo detto, non banalizzano né distorcono. Sembra ovvio, ma è una rarità.

charlie peppino

Dopo l’incontro al Centro i due redattori di Charlie Hebdo sono andati a Capaci, a trovare il sindaco Pietro Puccio, e hanno parlato con lui delle condizioni di vita nella provincia siciliana. Con un tasso di disoccupazione troppo alto e un’economia legale troppo debole per poter fronteggiare lo straripamento dell’economia illegale. Con un’assemblea regionale fatta di inquisiti e con tentativi di cambiamento che già allora apparivano precari e difficili. Da Capaci a Cinisi il passo è breve e a Cinisi c’è l’incontro con la memoria di Peppino Impastato, già preannunciato durante la visita al Centro. Il fratello Giovanni racconta, per l’ennesima volta, una storia che allora era conosciuta a pochi, lontana dagli schermi cinematografici e televisivi. E nel racconto delle attività di Peppino, figlio di un mafioso e nipote del capomafia, non potevano non esserci il circolo Musica e Cultura, un centro sociale ante litteram, e soprattutto Radio Aut. E Onda pazza, con gli sbeffeggiamenti dei mafiosi e dei plenipotenziari del paese: l’irrisione come igiene culturale, che spalanca santuari, viola segreti, devasta il rispetto e fa dei cosiddetti “uomini d’onore” delle macchiette ridicole. A Cinisi, nei lontani anni ’70, Peppino e il suo gruppo potevano pensare che una risata avrebbe seppellito la mafia, spianato la “montagna di merda”, anche se erano ben consapevoli del fascino del denaro e della forza di legami destinati a perdurare anche nel mutare del contesto. E due giornalisti parigini ritrovavano nella lontana Sicilia un precedente e una sorta di giovane antenato. Come loro, lucido e dissacrante, impietoso e blasfemo.

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Il servizio si concludeva con un’immagine di Palermo di sera, con le strade affollate di ragazze in minigonna, e un accenno a quanto accadeva in un contesto più ampio: Andreotti sotto processo, Berlusconi lanciato sul palcoscenico politico con un partito-azienda, che ricicla il lessico calcistico e si presenta come il nuovo interlocutore della mafia. Il futuro, che oggi guardiamo come déjà vu, è già cominciato. Nel servizio campeggiavano i disegni di Riss: i volti di Peppino e di Puccio, alcune vignette su Riina, la carta delle famiglie mafiose della provincia di Palermo, uno scorcio del corso di Cinisi, con le frecce che indicano la casa di Badalamenti e quella della famiglia Impastato, a molto meno di cento passi, e al centro la riproduzione di una fotografica in cui si vedono, appoggiati a uno scheletro di alberello, i maggiorenti di Cinisi nei primi anni ’60, con una didascalia che li indica con nome e cognome: il sindaco Leonardo Pandolfo, il capomafia Cesare Manzella, Luigi Impastato, padre di Peppino, Masi Impastato, il nuovo boss Gaetano Badalamenti, Sarino Badalamenti. L’icona della mafia istituzionalizzata.

Riss è rimasto ferito nella strage di ieri, il direttore, Stéphane Charbonnier, Charb, è stato ucciso e con lui sono morti Georges Wolinski, Jean Cabut, Tignous, il meglio della satira mondiale. Una strage con dodici morti, frutto, previsto e prevedibile, di un fanatismo religioso che si nutre di intolleranza e di stupidità. Charlie Hebdo continuerà, ma lo sappiamo: purtroppo una risata non riuscirà a seppellire tanta idiozia e tanta viltà.

L’ambiguità delle piazze francesi fonte: www.sbilanciamoci.info

L’ambiguità delle piazze francesi

di Rossana Rossanda

Non si possono portare avanti due politiche opposte – l’accarezzare vecchie e ingiustificabili tendenze coloniali e la difesa dei valori repubblicani – come ha fatto il governo socialista francese, nel tentativo di mettere in campo un diversivo allo scontento popolare in tema di diritti dei lavoratori e di politica economica

Le sole parole equilibrate nel diluvio di dichiarazioni di orrore e di angoscia anche della stampa italiana per l’assassinio dei disegnatori e del direttore di “Charlie Hebdo” le ha scritte Massimo Cacciari, riportando la questione alla sua dimensione temporale e politica. La grande emozione e protesta che ha subito riempito in modo spontaneo le piazze francesi non è mancata infatti di qualche ambiguità. Si è potuto manifestare legittimamente, e quasi accogliendo l’invito del presidente Holland, il rifiuto del fondamentalismo e la difesa della repubblica e il “no” ai problemi posti dalla grande immigrazione musulmana in Europa.

Facilitata in Francia dal troppo coltivato richiamo alla colonizzazione francese in Africa del Nord e nel Medio Oriente. Da molti decenni si è dimenticato che un accordo fra un alto funzionario inglese, Sykes, e uno francese, Picot, disegnò la spartizione dell’impero ottomano fra Francia e Gran Bretagna. La Gran Bretagna poi ha prevalso e ancora più recentemente hanno prevalso le politiche degli Stati Uniti. Ma le recenti scelte di Holland di intervento nel corno d’Africa e nell’Africa centrale hanno, senza volerlo, ripristinato l’immagine di una gloria coloniale che dà fiato a Marine Le Pen. Ugualmente le parole del presidente Holland subito dopo l’attentato, richiamando tutto il paese all’unità contro il terrorismo, sono parse legittimare la richiesta del Fronte nazionale di partecipare alla grande manifestazione ufficiale antifondamentalista di domenica prossima, che lo ha messo non poco in imbarazzo davanti allo slancio con il quale Marine Le Pen ha annunciato la sua partecipazione. Non si possono infatti portare avanti due politiche opposte – l’accarezzare vecchie e ingiustificabili tendenze coloniali e la difesa dei valori repubblicani – come ha fatto il governo socialista, nel tentativo di mettere in campo un diversivo allo scontento popolare in tema di diritti dei lavoratori e di politica economica.

Lo slogan “Je suis Charlie” manifestava efficacemente un appoggio a un giornale niente affatto di grandissima diffusione, che in generale non fa complimenti al Fronte Nazionale. Si può del resto discutere di un tema già volgarizzato in Italia come l’immunità politica della satira, oggi difesa apparentemente da tutti. Le famose vignette danesi contro Maometto sono state amplificate da Charlie Hebdo in un’accentuazione dell’ateismo fin troppo augurabile ma da non identificare col disprezzo di tutti i credenti: “Nel cesso tutte le religioni”, aveva scritto e pubblicato in prima pagina quel giornale. Alla incapacità della sinistra di portare argomenti laici alla ribalta dell’opinione pubblica, e di rispondere al richiamo oggi esercitato specie da alcuni monoteismi e dal buddismo, sia pure assai diversi, ha corrisposto l’indulgenza a forme facili di caricatura, che sicuramente hanno offeso i milioni di musulmani in Europa. Basti pensare a quale accoglienza avrebbero avuto se quelle vignette si fossero nominativamente applicate a Gesù Cristo. Non penso che sia utile lasciare ai caricaturisti un compito che per loro natura, volendo irridere a tutte le fedi, non possono esercitare: è come se gettassero un fiammifero in un barile di benzina. È proprio la debolezza della sinistra del dopo il 1989 a produrre questa rinascita in forza delle religioni.

Per quanto riguarda quella musulmana, come non chiedersi perché il suo fondamentalismo – che pareva essere escluso da una organizzazione non piramidale delle sue chiese – sia scoppiato in queste forme mortifere, particolarmente oggi. Maometto esiste dal Settimo secolo e da allora in poi l’atteggiamento dell’impero ottomano, per esempio nei confronti degli ebrei, è stato di gran lunga più tollerante e tendente all’assimilazione di quello della chiesa cattolica, che ha voluto le crociate e lo ha investito di maledizioni e improperi, senza che questi portassero a nessuna Jihad, anzi, il famoso “feroce Saladino” era un interessante pacifista. L’estremismo dell’ammazzare tutti i non fedeli al profeta appartiene ai nostri giorni, ed è molto più serio cercarne le origini nelle forme coloniali e non coloniali adottate dall’Occidente che in un passo o l’altro del Corano.

Un fenomeno non meno importante riguarda il fascino che forme estreme di milizia, che arrivano fino al mettere in conto la propria morte per “martirio”, abbiano sui giovanissimi occidentali che raggiungono la Siria o altri luoghi dove possono arruolarsi con i maestri del fondamentalismo. La tanto conclamata fine delle ideologie sembra aver lasciato in piedi soltanto l’assolutismo di alcune minoranze musulmane, come appunto la Jihad e in modo particolare il recente Daesh, cioè lo Stato islamico rappresentato dal cosiddetto Califfato di al Baghdadi.

Da noi già appare la voglia di condannare i rappers che sembrano ispirarsene: errore dal quale bisognerà guardarsi. Insomma, il fascino dell’islamismo radicale corrisponde alla stupidità con la quale la cultura predominante in Occidente sembra trattare il bisogno di un “senso” non riducibile ai soldi che gli aspetti ideologici della globalizzazione hanno tentato di offuscare dalle parti nostre. Grande problema del nostro tempo che è inutile esorcizzare.

fonte: http://www.sbilanciamoci.info

Gli ex deportati al fianco di chi si batte contro la barbarie della “guerra di religione” da: ANED

Fondazione Memoria della Deportazione

Gli ex deportati al fianco di chi si batte contro la barbarie della “guerra di religione”

All’indomani dell’attentato terroristico di Parigi l’ANED ha diffuso questa presa di posizione

L”Associazione Nazionale Ex Deportati nei Campi nazisti si associa allo sdegno che ha percorso il mondo intero dopo il criminale assalto alla redazione del settimanale francese Charlie Hebdo,  e aderisce alle manifestazioni e ai presidi che sono stati organizzati anche per i prossimi giorni in moltissime città italiane.
L’attacco terrisristico di Parigi, che ha provocato 12 vittime, ha voluto colpire l’Europa intera, cercando di coinvolgerla in una tragica guerra “di religione” che viene contrabbandata da tutti gli estremisti e da tutte le destre europee come uno “scontro di civiltà”. Questo episodio drammatico del resto non è neppure l’ultimo di una lunga serie di attentati e di azioni criminali in Francia e in altri paesi, sovente di smatrice antisemita, che sono proseguiti anche all’indomani dell’assalto armato al settimanale parigino.
Gli ex deportati nei campi nazisti e i loro familiari hanno ben presente che jihadisti NON rappresentano i musulmani di tutto il mondo e che le generalizzazioni provocano solo dolori e lutti.
L’ANED condanna fermamente la logica terroristica di contrapposizione irrazionale che i fanatici della Jihad vogliono introdurre in Europa e tra l’Europa e i Paesi arabi. Nello stesso tempo condanniamo le gravissime proposte di reintroduzione della pena di morte avanzate da Marine Le Pen in Francia e le prese di posizione xenofobe e razziste di Matteo Salvini in casa nostra.
In queste ore drammatiche il nostro punto di riferimento resta il solenne “Giuramento di Mauthausen“, fatto proprio dai deportati di tutta Europa all’indomani della Liberazione:

Così come con gli sforzi comuni di tutti i popoli il mondo ha saputo liberarsi dalla minaccia della prepotenza hitleriana, dobbiamo considerare la libertà conseguita con la lotta come un bene comune di tutti i popoli. La pace e la libertà sono garanti della felicità dei popoli, e la ricostruzione del mondo su nuove basi di giustizia sociale e nazionale è la sola via per la collaborazione pacifica tra stati e popoli.”

Il mondo è uscito 70 anni fa, con un costo immenso di vite umane, dall’abisso di barbarie in cui venne trascinato dal nazifascismo: il nostro imegno resta quello di batterci in difesa dei valori della libertà, della pace, della depocrazia e della fratellanza tra i popoli.