Comunicato stampa: presidente Smuraglia auguri al Presidente della Repubblica

Signor Presidente, siamo lietissimi che sia stato eletto un Presidente così rappresentativo dei valori fondamentali in cui fermamente crediamo. Le auguriamo sinceramente buon lavoro, nell’interesse della collettività nazionale e della giustizia sociale. Le assicuriamo che nell’impegno per i diritti, per la Costituzione e per la democrazia, contro la corruzione, contro la criminalità organizzata e contro ogni forma di razzismo, di neofascismo e di violenza, Ella troverà sempre al Suo fianco la nostra Associazione, fedele ai valori della Resistenza e della Costituzione repubblicana.
Con sinceri rallegramenti e vivissima, rispettosa cordialità,
Prof. Carlo Smuraglia, Presidente Associazione Nazionale Partigiani d’Italia
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CATANIA -GIORNATA DELLA MEMORIA ANPI -CGIL ORGANIZZANO LO SPETTACOLO TEATRALE “IL CANTO DEI DEPORTATI”

CANTO DEI DEPORTATI – spettacolo teatrale con Bufo Giulio –
organizzato dall’ANPI di Catania

“Canto dei deportati” è l’ ultimo lavoro teatrale di Giulio Bufo, nel quale condivide la scena con l’attrice Maria Filograsso, nonché regista di questa piéce teatrale, liberamente tratta dagli articoli e dalle testimonianze
raccolte nella rivista “Triangolo Rosso” dell’ ANED (“Associazione Nazionale Esuli e
deportati”).

Lo spettacolo è un omaggio attento e poetico alla resistenza umana partigiana ed alla memoria dei genocidi perpetrati dai nazifascisti nei confronti di dissidenti politici, zingari, ebrei, omosessuali, migranti, disabili, religiosi, ma con un occhio attento ai genocidi dei
giorni nostri; si propone l’obiettivo di non lasciare lo spettatore a fermarsi sui ricordi della “Memoria”, ma attraverso la sua attualizzazione a comprendere lo sterminio anche del pensiero indipendente soffocato e represso dal potere.

In scena un incontro casuale, conseguenza della fuga per la salvezza, tra un dissidente politico ed una donna, una zingara, un incontro che diventa uno scambio di confidenze, un scendere in animi spaventati, arrabbiati, indignati ed in fuga, un incontro di culture differenti, uno scambio di cartoline della memoria, un attesa di un destino che potrebbe toccargli di vivere come quello di tanti altri.
La “Memoria” con le parole dei due protagonisti scivola su una riflessione sull’oggi, su quanto le diversità, etniche, culturali, sessuali siano una ricchezza ed un immenso valore aggiunto all’umanità.
Se la “Memoria” è un dovere, fondamentale diventa la riflessione su quanto ci sia ancora da fare come comprendere e combattere ciò che soffoca la società toccando ogni corda dell’esistere.

Uno spettacolo in cui non si ride, uno spettacolo in cui ci si potrebbe commuovere e provare rabbia verso le vessazioni dell’oggi esattamente come quelle di ieri, uno spettacolo elegante e pacato che non rinuncia mai alla rabbia del proprio messaggio e per cui a tratti gridato.
In scena un Giulio Bufo trattenuto e composto, accompagnato dalla professionalità di Maria Filograsso, circondati da atmosfere soffuse e calde frutto della regia di Maria Filograsso. A cornice e completamento dello spettacolo, a formare un unicum con il testo, ci sono canzoni storiche antimilitariste ed antifasciste come “Gorizia tu sei maledetta” o, la stessa, “Canto dei Deportati” e canzoni della tradizione Yiddish e GitanaIMG_1114 IMG_1115 IMG_1123 IMG_1129 IMG_1139 IMG_1153 IMG_1164 IMG_1171 IMG_1177 IMG_1179 IMG_1182 IMG_1190 IMG_1194

Sergio Mattarella Presidente della Repubblica

index31 Gennaio 2015 Sergio Mattarella  eletto Presidente della Repubblica

Auguri Presidente e Buon Lavoro

A un passo dalla guerra Fonte: il manifesto | Autore: Michele Giorgio

29est2libano

Il 18 gen­naio, quando gli eli­cot­teri israe­liani sgan­cia­rono mis­sili con­tro un con­vo­glio di auto­mezzi nella Siria meri­dio­nale, non lon­tano da Qunei­tra, ucci­dendo 12 per­sone tra le quali sei alti uffi­ciali del movi­men­tio sciita liba­nese Hez­bol­lah e un impor­tante gene­rale ira­niano dei Pasda­ran, un gior­na­li­sta israe­liano molto noto, Yossi Mel­man, spe­cia­liz­zato in intel­li­gence, sol­levò forti dubbi sull’opportunità di quell’attacco. «Hez­bol­lah si ven­di­cherà», avvertì Mel­man. Ieri è giunta quella ven­detta, pro­prio lungo il con­fine tra Libano e Israele, smen­tendo i tanti, incluso chi scrive, che ten­de­vano ad esclu­dere una rap­pre­sa­glia in tempi stretti e sulla fron­tiera. Intorno alle 11.30 ora locale, ieri i guer­ri­glieri sciiti, all’altezza delle Fat­to­rie di Sheba, vicino al vil­lag­gio di Gha­jar, hanno spa­rato razzi anti­carro cen­trando un vei­colo pieno di mili­tari israe­liani: due i morti e sette i feriti. La riven­di­ca­zione è giunta poco dopo dalla “Bri­gata Mar­tiri di Qunei­tra”, nata pro­prio per met­tere in atto la ven­detta di Hez­bol­lah. Qual­che ora prima l’aviazione israe­liana aveva di nuovo col­pito in Siria una posta­zione di arti­glie­ria dell’esercito gover­na­tivo, in ritor­sione per i due razzi che mar­tedì erano caduti nel Golan siriano sotto occu­pa­zione israeliana.

Imme­diata la rea­zione di Israele che ha mar­tel­lato con l’artiglieria il Libano del sud, col­pendo però anche le truppe di inter­po­si­zione dell’Onu e ucci­dendo un mili­tare spa­gnolo del con­tin­gente Uni­fil (attual­mente a guida ita­liana). Il mini­stro degli esteri Lie­ber­man ha fatto le con­do­glianze alla Spa­gna ma Madrid esige un’inchiesta «imme­diata, esau­stiva e com­pleta» affi­data all’Onu sulla morte del casco blu, Soria Toledo, 34 anni. «Non ci tre­merà la voce nell’esigere che ogni respon­sa­bi­lità venga inda­gata», ha avver­tito il mini­stro José Manuel Garcia.

La ven­detta di Hez­bo­lah scat­terà altrove, si diceva e scri­veva fino a qual­che giorno fa, per non dare a Israele un motivo per inne­scare una nuova offen­siva deva­stante con­tro il Libano, come quella dell’estate del 2006. Pesava anche la con­si­de­ra­zione dell’impegno di migliaia di uomini del movi­mento sciita in Siria, dove com­bat­tono dalla parte dell’esercito gover­na­tivo con­tro i jiha­di­sti dello Stato Isla­mico e del Fronte al Nusra (al Qaeda). E invece i lea­der del movi­mento sciita, dopo i aerei israe­liani subiti negli ultimi anni senza rea­gire, ha voluto sfi­dare aper­ta­mente Israele, inviando un mes­sag­gio molto chiaro: la guerra non ci spa­venta e farà molto male anche a Israele. Ieri, men­tre a Bei­rut migliaia di soste­ni­tori della resi­stenza sciita festeg­gia­vano con fuo­chi d’artificio, scan­dendo slo­gan a soste­gno del lea­der di Hez­bol­lah, Has­san Nasral­lah, il pre­mier israe­liano Neta­nyahu era riu­nito con il mini­stro della difesa Moshe Yaa­lon, il capo di stato mag­giore Benny Gantz e il capo del ser­vi­zio di sicu­rezza Yoram Cohen allo scopo di deci­dere se inne­scare o evi­tare un con­flitto che potrebbe coin­vol­gere anche la Siria e l’Iran. Le dichia­ra­zioni di Neta­nyahu non lascia­vano ieri molto spa­zio alle inter­pre­ta­zioni. «I respon­sa­bili dell’attacco paghe­ranno un prezzo ele­vato. Da tempo l’Iran cerca, con l’aiuto degli Hez­bol­lah, di creare sul Golan un fronte ter­ro­ri­stico con­tro di noi. Il governo liba­nese e il regime di Bashar Assad hanno pure respon­sa­bi­lità per le con­se­guenze degli attac­chi che par­tono dal loro ter­ri­to­rio con­tro di noi», ha ammo­nito Neta­nyahu che in pre­ce­denza aveva detto «a quanti cer­cano di sfi­darci al con­fine nord sug­ge­ri­sco di guar­dare a Gaza». Un rife­ri­mento evi­dente alle immense distru­zioni e agli oltre 2 mila pale­sti­nesi uccisi dall’offensiva “Mar­gine Pro­tet­tivo” della scorsa estate. Da parte loro i liba­nesi ricor­dano ancora i bom­bar­da­menti isrea­liani che quasi nove anni fa tra­sfor­ma­rono in un ammasso di mace­rie large por­zioni di Hart Harek e Bir al Abed, i quar­tieri meri­dio­nali di Bei­rut popo­lati da sciiti e roc­ca­forte di Hez­bol­lah, e non pochi vil­laggi del sud del Paese. Ora però gli arse­nali del movi­mento sciita inclu­dono, a nove anni di distanza, mis­sili e razzi più potenti e con una git­tata che può coprire l’intero ter­ri­to­rio israe­liano. Sce­gliere la guerra per Neta­nyahu vor­rebbe dire met­tere in peri­colo non cen­ti­naia di migliaia di abi­tanti della Gali­lea come nel 2006 ma milioni di israe­liani, tutta la popo­la­zione. E il primo mini­stro, impe­gnato nella cam­pa­gna elet­to­rale, sa che que­sto potrebbe travolgerlo.

Allo stesso tempo, pro­prio per­chè è in cam­pa­gna elet­to­rale, Neta­nyahu forse deci­derà di sca­te­nare la nuova guerra con­tro il Libano per sot­trarsi a un’accusa di debo­lezza che potreb­bero lan­ciar­gli con­tro i suoi rivali dall’estrema destra e dal cen­tro. Il super­falco Lie­ber­man, che spinse con forza lo scorso luglio per attac­care Gaza, ha esor­tato ieri Israele a rispon­dere all’agguato sulla fron­tiera «con forza e in maniera spro­por­zio­nata, pro­prio come fareb­bero — a suo avviso — la Cina o gli Usa in cir­co­stanze simili». Da parte sua il lea­der labu­ri­sta Isaac Her­zog, sfi­dante prin­ci­pale di Neta­nyahu nel voto del pros­simo marzo, ha affer­mato che «Nella lotta al ter­ro­ri­smo non ci sono com­pro­messi, non c’è coa­li­zione ne’ oppo­si­zione». Ieri sera si atten­deva la rea­zione anche di Barack Obama, tran­si­tato per il Golfo qual­che ora prima per ren­dere omag­gio a re Abdal­lah dell’Arabia sau­dita morto la scorsa set­ti­mana. Il pre­si­dente Usa darà il via libera alla cam­pa­gna mili­tare israe­liana con­tro il Libano come fece lo scorso luglio per quella con­tro Gaza?

Le mani violente del Pd sulla banche popolari. Quegli inquietanti precedenti nel periodo fascista Autore: gianni tasselli da: controlacrisi.org

Tanti anni di tentativi infruttuosi di assalto alle banche popolari e alle banche cooperative oggi coloro che dovrebbero difenderle le
distruggono. Il Partito Democratico smentisce ancora una volta se stesso abolendo per decreto il principio “una testa un voto”. Neanche il governo Berlusconi osò tanto quando si trattò di discutere la legge voluta da D’Alema per trasformare le cooperative in Società per Azioni.
La leggerezza con cui Matteo Renzi tratta il tema dietro sollecitazione dei neoliberisti della UE produce l’ennesimo mostro giuridico. Infatti un decreto che va a cambiare ( sulla base del principio delle leggi fatte ad personam per papà B. ), parti sostanziali del Testo Unico Bancario, imponendo a realtà cooperative di mettersi sul mercato borsistico previa trasformazione in SpA di fatto impone la dittatura del neoliberismo a qualunque operatore economico che voglia mantenere caratteri di democrazia economica.
Per converso sarebbe come se un altro governo decidesse di trasformare per legge Banca Intesa o Unicredit in cooperative, a prescindere dalla volontà dei soci. Si tratta di una operazione arbitraria e indebita. C’è un secondo fine in questa manovra, oltre a quello di favorire qualcuno: il fine di appropriarsi di patrimoni a carattere sociale per renderli disponibili ai finanzieri amici, che, una volta ridotti i soci all’impotenza, comprerebbero tutto a prezzi stracciati. In pratica il solito furto agevolato da leggi ad hoc, o meglio, da decreti governativi di dubbia legittimità.
La legge elettorale è in stretta connessione con questo attacco alla cooperazione cattolica. L’attacco al principio “una testa un voto” ha un preciso precedente storico nel RDL n.64 del 24 gennaio 1924. All’indomani dell’approvazione della Legge Acerbo (la legge elettorale voluta dal fascismo) le violenze fasciste ai danni delle cooperative cattoliche in Lombardia e in Sicilia, con la collusione dei Prefetti che scioglievano le cooperative, miravano a fascistizzare le banche cattoliche e le casse rurali. Ieri la legge Acerbo, oggi l’Italicum, ieri le violenze e le sopraffazioni prefettizie, oggi il decreto Renzi. Occorre una battaglia parlamentare, necessariamente trasversale, che cancelli il provvedimento. Occorre che si prepari immediatamente un ricorso alla Corte Costituzionale da parte dei soci delle Banche Popolari e Cooperative, dato che qualunque ricorso al Presidente della Repubblica oggi non troverebbe udienza (e anche questo non è casuale). Il significativo posizionamento antidemocratico del PD su qualunque legge, compresa quella elettorale, o provvedimento disallineato rispetto al “verbo” neoliberista, se non fermato, lascia intravvedere un prossimo attacco alla possibilità, per le grandi imprese, di avere natura cooperativa riuscendo, di fatto, a marginalizzare questa forma di impresa nelle nicchie meno appetibili del sistema economico e ciò solo a causa della loro natura democratica.

*responsabile movimento coop per il Prc

Jean Jaurès Una vita per la pace di Antonio Pastore da: anpi .info catania

Jean_Jaurès,_1904,_by_Nadar

La figura del leader socialista francese Jean Jaurès non ha trovato il rilievo che merita nelle svariate iniziative che hanno commemorato lo scoppio della Grande Guerra; eppure Jean Jaurès ha sacrificato la propria vita per la causa della pace nel nobile sforzo di impedire che l’Europa intera sprofondasse nell’immane disastro che l’avrebbe segnata per sempre. Nella fotografia scattata nel 1904 dal celebre fotografo francese Nadar, Jaurès ha 45 anni, (era nato, infatti, a Castres , nel dipartimento del Tarn, Francia meridionale il 3 settembre 1858). Il viso incorniciato da una folta barba, dai lineamenti squadrati che sembrano tagliati con l’accetta, è quello di un vero figlio del Midi francese, di una tempra esuberante e ribelle, nato negli stessi luoghi dove due secoli addietro l’eresia albigese aveva osato sfidare il potere costituito della Chiesa e della monarchia feudale. Proprio nei centri della rivolta albigese, ad Albi, nel locale liceo ed a Tolosa nell’università, Jaurès insegnò filosofia, dopo avere percorso una brillantissima carriera scolastica e frequentato le migliori scuole di Francia, quali il liceo Louis- le – Grand e l’Ecole normale supèrieure, dove si era laureato nel 1881. Il temperamento entusiasta ed appassionato di Jaurès , nemico di ogni ingiustizia, lo portò ben presto, dalle originarie posizioni repubblicane ad abbracciare il socialismo, appoggiando lo sciopero che i minatori di Carmaux avevano proclamato per protestare contro il licenziamento di un loro compagno di fede socialista , Calvignac. Nel 1893 Jaurès venne eletto per la seconda volta deputato socialista per il collegio di Albi, dopo esserlo stato, tra le fila repubblicane , nel 1885 per il dipartimento di Tarn. Ben presto le doti intellettuali e morali ne fecero il leader indiscusso del socialismo francese; come direttore del quotidiano La Petite Republique difese appassionatamente il Capitano Alfred Dreyfus , al centro dell’omonimo caso che sconvolse la vita della Terza Repubblica e propugnò l’alleanza con l’ala più avanzata della democrazia borghese rappresentata dai radicali e dai radicali-socialisti. Tale alleanza portò per la prima volta in Europa un ministro socialista, Alexandre Millerand , a partecipare ad un governo di coalizione presieduto dal radicale Waldeck- Rousseau , il cui programma era quanto di più avanzato si potesse realizzare allora in Europa. L’appoggio dato da Jaurès ai governi di Waldeck-Rosseau e di Emile Combes permise così il varo di una legislazione decisamente progressista sia in materia sociale che dei diritti civili e segnò per sempre la società francese in senso laico e liberale quale ancora oggi la conosciamo. Jaurès riuscì poi a ricucire i rapporti con l’ala più intransigente del socialismo francese, guidata da Jiules Guesde che aveva criticato il blocco, come era stato definito, con i radicali borghesi ed i radicalsocialisti. La riconciliazione fu suggellata dal congresso di Rouen nel marzo 1905 da cui nacque il PSU ( Parti Socialiste Unifiè) , con un programma decisamente collettivista e socialista. L’impegno di Jaurès, da sempre indirizzato in senso internazionalista e pacifista, fu messo sempre di più alla prova dalle nubi di guerra che si addensavano, fitte e minacciose, sui cieli d’Europa, spinte dal vento del bellicismo ed dell’esasperato nazionalismo; come egli amava ripetere il capitalismo reca in sé la guerra come i nembi la tempesta ed in ciò il suo pacifismo, inteso come fratellanza dei lavoratori di tutta Europa e del mondo intero, era indissolubilmente legato all’ideale di una società di liberi ed eguali in senso socialista e si differenziava nettamente da quello, pur nobile ed apprezzabile , di estrazione democratico-borghese. Dopo l’attentato di Sarajevo, Jaurès , comprese bene quale immane disastro si stesse preparando per l’Europa ed il mondo intero e cercò di scongiurarlo con tutte le sue forze, proponendo lo sciopero generale dei lavoratori per fermare la guerra. Purtroppo i partiti socialisti della II Internazionale, primo fra tutti quello socialdemocratico tedesco che costituiva un modello per tutti gli altri movimenti socialisti grazie alla sua forza, alla sua disciplina ed alla sua organizzazione, non fecero quasi nulla per fermare il conflitto, anteponendo il patriottismo nazionale alle ragioni dell’internazionalismo proletario. In realtà la cultura politica socialista , nonostante la fraseologia rivoluzionaria e marxista, restava sostanzialmente succube dell’egemonia culturale delle classi dominanti per cui, alla prova dei fatti, la coscienza delle masse proletarie non era tale da contrapporsi agli ideali patriottici della borghesia, sia di natura democratica che nazionalista. L’esempio più vistoso fu, per l’appunto, quello dei socialdemocratici tedeschi i cui deputati Reichstag, compreso il futuro capo rivoluzionario spartachista Karl Liebknecht votarono in massa per i crediti di guerra. Indicativa è la spiegazione che ne diede un quotidiano tedesco di orientamento socialista: se avesse vinto la Gran Bretagna patria mondiale del capitalismo e dell’imperialismo, la causa socialista sarebbe stata irrimediabilmente perduta mentre la vittoria della Germania che annoverava il partito socialista più forte al mando, avrebbe condotto inevitabilmente al trionfo della causa del proletariato…… Jaurès fu uno dei pochi a non perdere la testa ed a sostenere che la causa del socialismo non poteva prescindere dalla pace tra i popoli e che le ragioni dell’internazionalismo proletario dovevano prevalere su quelle del patriottismo nazionale. Come racconta Luciano Canfora nel suo bel libro “1914”, fu proprio al ritorno dal suo viaggio a Berlino dove aveva incontrato il socialdemocratico tedesco Hase che Jaurès venne assassinato la sera del 31 luglio 1914 mentre si trovava in un caffè parigino, dallo studente nazionalista Raoul Villain. Il giorno successivo la Francia mobilitava contro la Germania e dopo una settimana il conflitto europeo divampava come un’immane incendio. Il grande macello dei popoli era iniziato e, come disse il Ministro degli Esteri inglese Edward Grey le luci si erano spente nel cielo d’Europa: non si sarebbero mai più riaccese come prima.
Antonino Pastore

“Non aiuteremo Tsipras cantando solo Bella Ciao”. Intervento di Giorgio Cremaschi | Autore: giorgio cremaschi da: controlacrisi.org

Se il nuovo governo greco comincerà subito a tenere fede al suo programma elettorale stabilendo il salario minimo a 750 euro mensili, la Germania del governo Merkel-SPD chiuderà la porta ad ogni trattativa sul debito. Infatti con le “riforme” tedesche che han fatto da modello a tutto il continente, i milioni di lavoratori precari impegnati nei minijobs prenderebbero di meno di un lavoratore greco. È vero che ci sono le integrazioni dello stato sociale, ma è altrettanto vero che la coerenza del nuovo governo greco aprirebbe un fronte con una Germania anche sui tagli al welfare.

Insomma la coerenza di Tsipras sarebbe insostenibile per una classe dirigente tedesca che da anni impone terribili sacrifici al proprio mondo del lavoro spiegando che gli altri stanno tutti peggio. Gli operai tedeschi, che hanno subìto una delle peggiori compressioni salariali d’Europa, si chiederebbero a che pro, visto che le cicale greche ricominciano a frinire. È per il timore del contagio sociale, della ripresa, magari persino conflittuale, dei salari e della richiesta di welfare che si dirà no alla Grecia e non per la questione debito. Il debito pubblico della Grecia ruota attorno a 350 miliardi di euro, quello interno alla UE dovrebbe essere circa attorno ai due terzi di quella cifra. Abbuonarne la metà significherebbe per la UE rinunciare a poco più di 100 miliardi. È una cifra enorme naturalmente, ma dal 2008 governi europei, BCE e sistema finanziario hanno speso 3000 miliardi per sostenere le banche. E altri 1000 verrano spesi nel Quantitative Easing, presentato come un sostegno agli Stati che in realtà finanzia ancora gli istituti bancari acquirenti di titoli di stato.

Cosa sono allora 100 miliardi di abbuono del debito ad una Grecia che comunque non potrebbe pagarli, di fronte ai 4000 miliardi concessi al sistema bancario e finanziario? Niente sul piano delle dimensioni della cifra, tutto sul piano del suo significato. Come dicono accreditate indiscrezioni, una dilazione dei pagamenti più che trentennale sarebbe già stata concessa dalla Troika nel novembre scorso, ma naturalmente in cambio della impegno a continuare le politiche liberiste di questi anni. Il problema dunque è la continuità o la rottura con quelle politiche, e qui Syriza e la TroiKa si scontreranno.

Quello che sta succedendo in Grecia e in Spagna è qualcosa di diverso dalla storia europee delle sinistre. La politica dell’austerità sta portando tutta l’Europa meridionale verso quello che una volta si chiamava terzo mondo. Le prime risposte vere son quindi legate a questa nuova terribile realtà. Le socialdemocrazie si sono immolate sull’altare del rigore e le sinistre comuniste son troppo piccole e divise per contare. Si apre così lo spazio per forze alternative diverse da quelle del passato. In fondo il successo del M5S aveva inizialmente questo segno, anche se sinora a quel movimento è mancata una vera spinta sociale e la sua politica è rimasta ancorata al terreno della cosiddetta lotta per l’onestà.

Invece Syriza e Podemos somigliano sempre di più alle formazioni populiste di sinistra che governano gran parte dell’America Latina e con questa impronta affrontano la crisi europea e il Fiscal compact, vedremo .
Quel che è certo è che le cose stanno cambiando, ma non da noi. Siamo stati facili profeti ad anticipare il salto sul cavallo greco di tutto il mondo politico italiano, oramai campione di trasformismo in Europa. C’ è ovviamente anche un calcolo parassitario non solo elettorale. Se la Grecia ottiene qualcosa , si spera che qualcosa tocchi anche a noi. Così tutti a fare gli Tsipras con le vongole, dimenticando ovviamente la sostanza del programma del nuovo governo greco . Che tradotto in Italiano significherebbe misure immediate come la cancellazione del JOBSACT, della legge FORNERO sulle pensioni, del pareggio di bilancio costituzionalizzato . E a seguire la fine delle privatizzazioni, dei tagli alla Sanità e alla scuola pubblica, del patto di stabilità per gli enti locali.

Attenzione, questi non dovrebbero essere gli obiettivi strategici di un governo che promette tanto, ma le azioni dei famosi primi cento giorni. Poi dovrebbe seguire la messa in discussione della politica del debiti e del debito stesso, che da quando nel 2011 Giorgio Napolitano indicò come vincolo per le politiche di austerità è passato da 1900 a 2150 miliardi. Si tratta di rompere con tutte le politiche seguite non solo dalla destra, ma dal centrosinistra in questi anni. Come si fa allora a stare con la Grecia mentre ci si allea con il PD di Renzi in tutte le regioni più importanti.? Mi fermo qui perché è assolutamente ovvio che se non si rompe con i partiti dell’austerità, il sostegno alla Grecia non c’è.

Anche sul piano sindacale son tutti felici per le elezioni greche. Ricordo però le tante volte che in Cgil si è usata la Grecia come esempio di una resistenza vana. 14 scioperi generali e in quel paese non è cambiato nulla, si diceva quando si lasciavano passare la pensione a 68 anni e le altre riforme di Monti . E in nome della flessibilita CGILCISLUIL son arrivate a concordare il lavoro gratuito per migliaia di giovani precari che dovranno far funzionare l’Expo. È quindi inutile usare il marchio greco per coprire politiche e gruppi dirigenti responsabili o complici del nostro disastro sociale. La sola cosa seria che si deve fare in casa nostra per sostenere la Grecia contro la Troika è praticare la stessa rottura .
Non son in grado di sapere se Tsipras sarà coerente, ma per aiutare lui ad esserlo bisogna fare in modo che non sia solo Bella Ciao l’unico legame utile all’Italia .