Dopo il referendum, ovvero: la “rivolta” della Sicilia da: larepubblicapalermo.it di Umberto Santino

Umberto Santino

Che in Sicilia dovesse vincere il No non era difficile profezia, se si tiene conto della frequenti discese di Renzi nell’isola, indice di una preoccupazione più volte manifestata. Ma che ci dovesse essere una tale affluenza alle urne, dopo aver superato nelle scorse elezioni regionali il record delle astensioni, e uno scarto così grosso tra il No e il Sì nessuno se l’aspettava.

L’immagine consegnata dalla Sicilia negli ultimi anni non è proprio di grande vitalità. Non sono mancate proteste e manifestazioni, di operai licenziati, disoccupati cronici, senzatetto, insegnanti e studenti, voti di protesta come quello per i grillini all’elezione regionale, ma la disastrosa gestione della presidenza della regione ha fatto da sonnifero per gran parte della popolazione. Crocetta ha dilapidato il prestigio accumulato come sindaco antimafia, ha poi abbandonato il Parlamento europeo, dimostrando che anche per lui le istituzioni sono una porta girevole, e ha fatto il governatore, coniugando atteggiamenti da caudillo sudamericano, penose esibizioni ed eccessi patologici di autostima. I grillini (meriteranno questa denominazione finché non si scrolleranno di dosso la dipendenza da un guru asceso al cielo e dal comico predicatore dei vaffa) si sono decurtati lo stipendio, hanno fatto l’opposizione, ma si sono ultimamente esibiti in un vecchio avanspettacolo: il silenzio davanti ai Pm, il rifiuto di sottoporsi alla prova grafica da parte degli sprovveduti collezionisti di firme false, hanno mostrato che non sono diversi dagli altri su cui hanno scagliato i loro strali, cercando di seppellirli sotto palate di “Onestà onesta”.

L’attuale governatore, che ha votato sì per tenersi buoni i nemici renziani, non ha nessuna intenzione di dimettersi, di dichiarare fallimento, ma pare che sia questione di tempo. I grillini scalpitano, sia a livello nazionale che regionale, e pensano di avere la vittoria in tasca. Non sono lontani dal vero, ma un conto è presidiare le barricate dell’opposizione, un altro governare. Virginia Raggi ha stravinto le elezioni amministrative a Roma ma annaspa penosamente, dimostrando di non essere all’altezza. Si dirà che amministrare Roma è compito da far tremare i polsi a chiunque, ci sono troppi problemi e troppi rifiuti, non solo sulle strade, ma gli elettori che hanno tributato un plebiscito alla giovane signora, si sono ben presto accorti che le loro speranze poggiano su spalle troppo gracili. Figurarsi se bisogna governare una regione come la Sicilia e un Paese come l’Italia.

Il segnale che viene dal voto al referendum suscita attese e risuscita speranze. Se non vuole essere un fuoco di paglia occasionale, acceso da una sacrosanta volontà di bloccare una riforma ridicola e mandare a casa un giovanotto non eletto da nessuno, che ha stomacato per i suoi atteggiamenti da aspirante ducetto, bisognerà contare su questa levata di scudi per costruire sulla sua base un’alternativa credibile, che non può essere certo fondata su uno schieramento che comprende pure i neofascisti (a proposito, la Costituzione, all’articolo XII della disposizioni transitorie e finali, vieta la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del partito fascista, un altro dei tanti articoli rimasti sulla carta). I grillini dovrebbero lasciare le penne di un movimento eterodiretto, arroccato nei riti ultraminoritari del web, e diventare qualcosa che somigli a un partito. Si dica quel che si vuole, ma se la democrazia, diceva Churchill, è la peggiore forma di governo, ad esclusione di tutte le altre, i partiti, o comunque associazioni strutturate, organizzate democraticamente, con un programma credibile e persone in grado di realizzarlo, non un club di improvvisatori e chierichetti, non possono non essere l’ossatura della democrazia.. Le sinistre dovrebbero rifondarsi, non a parole come nella disastrosa esperienza bertinottiana, legandosi strettamente a tutte le forme di disagio prodotte dalle dinamiche della globalizzazione, organizzando e rappresentando disoccupati, precari e lavoratori in nero, ridando una prospettiva di futuro possibile ai giovani. O imboccano questa strada o giocano a sparire. Non so cosa accadrà nel Pd, dopo la batosta che archivia o ridimensiona drasticamente il giglio magico. Si avrà soltanto una resa di conti, con il dissenso ringalluzzito, o una virata decisa verso una riedizione della socialdemocrazia, come in altri paesi? Con Renzi è stato un partito di centro che guarda a destra, con una minoranza debole e divisa; ora dovrà decidere se impantanarsi in una rissa permanente o darsi una fisionomia e una leadership capace di far convivere anime diverse, accomunate dal rigetto del neoliberismo e dei suoi dogmi, proclamati da un’Europa di controllori di patti di stabilità che impediscono qualsiasi politica di sviluppo. Niente a che vedere con il manifesto di Ventotene, ipocritamente riesumato da fedelissimi del mercato, convenuti su una nave di guerra, davanti a un mare su cui si consuma la quotidiana tragedia dei migranti. Se la Costituzione è stata salvata dal sabotaggio di dilettanti presuntuosi, in veste di padri e madri costituenti, ora è giunto il tempo in cui i suoi principi fondamentali, inapplicati dopo la rottura del patto tra culture diverse, consumatosi nel maggio del 1947 per scongiurare il pericolo comunista, diventino progetto politico e programma operativo. “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”, dice l’articolo uno della Costituzione. La democrazia non esiste se non è partecipazione effettiva, potere diffuso e il lavoro non può essere orfano di diritti, massacrato dalla precarietà e negato da una disoccupazione crescente, perdurando l’attuale stato di cose. Che questo cambio di rotta possa cominciare da una Sicilia emarginata dalle politiche correnti, può sembrare velleitario, ma più che una speranza è una scommessa.

 

Pubblicato su Repubblica Palermo dell’8 dicembre 2016, con il titolo: La scommessa della Sicilia dopo la vittoria del No.

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Naufragio al largo di Lampedusa, i morti sono 239 da: larepubblica.it

Il bilancio è stato possibile grazie ai racconti dei sopravvisuti arrivati sull’isola. Almeno un centinaio i dispersi. Due feriti gravi trasferiti in elicottero a Palermo. La sindaca Nicolini: “E’ un genocidio, subito i corridoi umanitari”

di GIORGIO RUTA

I sopravvissuti confermano le preoccupazioni: potrebbero essere 239 le vittime del naufragio di ieri, a 25 miglia a Nord della costa libica. I 29 superstiti sono arrivati nella notte a Lampedusa e ai soccorritori hanno raccontato che sull’imbarcazione, partita dalle vicinanze di Tripoli, ci sarebbero state circa 300 persone. Al momento le salme recuperate sono 12. Tra i sopravvissuti, in prevalenza provenienti dalla Guinea, anche una persona con gravi ustioni. I 239 migranti morti in due nuovi naufragi al largo delle coste della Libia sono stati confermati da Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr, agenzia dell’Onu per i rifugiati, citando due sopravvissuti arrivati sull’isola di Lampedusa. I dispersi sarebbero almeno un centinaio. Il gommone su cui viaggiavano i migranti si sarebbe capovolto, a causa del mare forza quattro. Sul posto, ieri, sono intervenute 5 navi, tra cui una di Save the Children, coordinate dalla centrale operativa della Guardia costiera di Roma.

Sono stati trasferiti con l’elisoccorso a Palermo due dei 29 sopravvissuti al naufragio di ieri davanti alle coste libiche, giunti in nottata a Lampedusa. Uno dei feriti ha gravi ustioni, un altro ha avuto attacchi epilettici ed è stato intubato prima del trasferimento. “stanotte – dice il dottor Pietro Bartòlo, responsabile del poliambulatorio dell’isola, c’era una donna che mostrava la foto di un bimbo che viaggiava con lei e che è tra i dispersi. Una scena straziante”. “Non è più possibile assistere a queste tragedie senza pensare di cambiare metodo e strategia sul fenomeno dei migranti. Sappiamo che per quanto efficiente possa essere la macchina dei soccorsi, la gente continua a morire con una frequenza insopportabile”.

“Basta con queste stragi, rischiamo un genocidio vero e proprio. Bisogna subito avviare i corridoi umanitari, altrimenti non finiremo mai di contare morti”. Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, reduce dall’incontro alla Casa Bianca dove è andata con il premier Matteo Renzi, è appena tornata dall’hotspot di Lampedusa e dalla Guardia medica, dove sono ricoverati alcuni dei 29 superstiti dell’ultima strage in mare. I migranti si trovavano su due gommoni, su uno c’erano 138 persone e sul secondo 140, i morti sono complessivamente, secondo il racconto dei superstiti almeno 249. Tra loro un bambino di due anni.

“E’ una strage continua – dice Nicolini – Ho incontrato alcuni superstiti che sono ancora sconvolti da quanto accaduto.

Delle donne hanno anche subito delle violenze fisiche”. “Servono strumenti legislativi adeguati – dice Giusi Nicolini – E poi pensiamo a queste persone che arrivano a Goro e vengono rifiutati. Incredibile”.

Bloccata con la violenza la manifestazione anti-Renzi. Ignazio Buttitta: “Ci hanno preso a manganellate” da: inuovivespri.it

Nel nostro Paese c’è ancora la libertà di dissentire? Qualche ora fa, a Palermo, in via Maqueda, un corteo pacifico di studenti e docenti universitari che avrebbe voluto recarsi davanti il Teatro Massimo – dove è in corso l’inaugurazione dell’anno accademico con Renzi – è stato preso a manganellate e disperso. Sembra incredibile, ma è successo anche questo! Cosa succederebbe se Renzi vincesse il referendum del 4 dicembre?

E bravo Renzi! E bravo Fabrizio Micari! E bravo Leoluca Orlando! E bravi i responsabili dell’ordine pubblico di Palermo!

Gli studenti universitari della città avrebbero voluto presentarsi, stamattina, in Piazza Massimo, per manifestare pacificamente contro di voi che ormai rappresentate solo voi stessi e il vostro potere marcio. Ma la polizia li ha caricati prendendoli a colpi di manganello.

“Sono sdegnato, siamo stati presi a manganellate”, ci dice il professore Ignazio Buttutta, docente di Antropologia culturale dell’università di Palermo. Assieme a lui era presente un altro docente, il professore Enzo Guarrasi.

“Gli studenti – con alcuni docenti universitari – stavano percorrendo la via Maqueda. Erano ‘armati’ di un solo striscione”.

Ma è evidente che gli uomini della forze dell’ordine avevano ordini precisi: attaccare, manganellare e disperdere la manifestazione.

QUI POTETE VEDERE IL VIDEO DELLA CARICA

QUI POTETE VEDERE LA VIDEO TESTIMONIANZA DEL PROF BUTTITTA

Che dire davanti ad aggressioni di chiaro stampo fascista contro studenti e docenti universitari inermi?

Solo qualche considerazione.

Signori, è bene che ne prendiamo atto: Renzi – il ministro degli Interni, il siciliano Angelino Alfano – il rettore dell’università di Palermo, Fabrizio Micari, il sindaco Leoluca Orlando, insomma i manovratori di questa giornata officiale, non debbono essere disturbati.

Per fare in modo che n on vengano disturbati, non esitano a utilizzare il manganello (tra qualche giorno arriverà anche l’olio di ricino?).

Riflettiamo: abbiamo solo un’arma per combattere i prepotenti: il voto.

Pensate: Renzi non ha vinto il referendum – che darebbe a lui un potere assoluto sull’Italia – e già fa manganellare studenti e docenti universitari in via ‘preventiva’.

Che cosa succederebbe se questo signore dovesse vincere il referendum del 4 dicembre?

Per questo il 4 dicembre è necessario andare in massa a votare No.

Per bloccare sul nascere questo fascistello di Firenze.

Aggiornamento:

alla manifestazione sono presenti altri soggetti.

C’è una delegazione dei lavoratori della SIS – il gruppo imprenditoriale che avrebbe dovuto completare il Passante ferroviario (il collegamento su strada ferrata tra l’Aeroporto ‘Falcone-Borsellino’ e Palermo, con tante fermate in città).

La SIS per ora ha chiuso i battenti in attesa che arrivino altri soldi per completare l’opera (per ora sono stati spesi circa 800 milioni di Euro).

E’ anche presente una delegazione dei lavoratori di Almaviva che dovrebbero essere trasferiti in Calabria (ovviamente, con lo stipendio da fame che prendono non dovrebbero accettare).

E’ presente anche una delegazione degli insegnanti delle scuole dell’Infanzia.

Le manganellate sono state riservate solo a docenti universitari e studenti.

I ricercatori universitari: “L’invito a Renzi? Come una vittima che invita il carnefice”

Scure della Regione sugli ospedali: in Sicilia 150 reparti in meno da: larepubblicapalermo.it

L’ospedale di Cefalù

Definito lo schema del decreto: tagli e accorpamenti, previsti quattro bacini. Cefalù viene declassata. Previste quattro tipologie: ospedali di secondo livello, di primo livello, base e di comunità. Chiudono i pronto soccorso di Ribera e Salemi
di GIUSI SPICA

Il decreto ancora non c’è, ma lo “scheletro” è già stato definito. Da una parte una nuova organizzazione degli ospedali, classificati in base a funzioni e servizi, dall’altro una raffica di accorpamenti di reparti doppione, almeno 150, che azzerano altrettante poltrone. Un piano che ieri l’assessore alla Salute Baldo Gucciardi ha illustrato a grandi linee ai sindacati e necessario per avere il via libera dal ministero alla Salute allo sblocco delle cinquemila assunzioni annunciate. A ciascun manager Gucciardi ha consegnato uno schema dei servizi che dovranno attivare o disattivare, chiedendo il massimo riserbo.

Ma nel primo pomeriggio era già protesta. A partire da sindaci e sindacati del comprensorio delle Madonie: l’ospedale Giglio di Cefalù viene declassato a “ospedale di base” e perde cinque reparti: la nuova bozza di rete ospedaliera prevede l’azzeramento di Neurologia, Urologia, Oncologia e Emodinamica con Utic. Un taglio – attaccano i sindacati – che porterà alla cancellazione di 60 posti letto e al licenziamento di 150 dipendenti. I sindaci Rosario Lapunzina e Magda Culotta chiedono all’assessore di ripensarci. Al loro fianco si schiera il capogruppo del Pd all’Ars, Alice Anselmo, che annuncia di aver avviato un dialogo con il ministero.

Le strutture sono classificate in ospedali di primo livello (15) e secondo livello (l’Arnas Civico a Palermo, il Cannizzaro a Catania e il Policlinico di Messina), ospedali di base (23), ospedali di zone disagiate (come Lipari, Bronte, Corleone, Petralia e altri tre presidi periferici) e ospedali di comunità (Scicli, Noto e Militello Val di Catania, dove resteranno solo i malati cronici). Il piano divide la Sicilia in 4 bacini da un milione e 600 mila abitanti: Messina, Caltanissetta-Enna-Agrigento, Catania- Ragusa-Siracusa, Palermo-Trapani. Gli ospedali che insistono in ogni bacino avranno compiti diversi nell’ambito dell’emergenza-urgenza (alcuni saranno riferimento per i politraumi, altri per l’infarto, altri ancora per l’ictus).

Negli ospedali di base come l’Ingrassia di Palermo, Partinico, Termini Imerese e Cefalù rimarranno solo pochi reparti (Medicina, Chirurgia, Ortopedia e Cardiologia). Chiudono i pronto soccorso con meno di 20 mila accessi come Ribera e Salemi (città d’origine dell’assessore). Il presidio di Salemi, però, viene accorpato con quello di Trapani con la formula di ospedali riuniti e diventa così di primo livello: al posto del pronto soccorso ospiterà quindi un presidio territoriale di emergenza (Pte). Chiudono anche i punti di primo intervento (Ppi) che registrano meno di 6 mila pazienti all’anno. Azzerate molte terapie intensive negli ospedali declassati a strutture di base. Sulle assunzioni fumata nera: saranno sbloccate solo quelle dei vecchi vincitori di concorso nelle discipline di emergenza- urgenza.

La prossima settimana la bozza passerà all’Ars per il parere della sesta commissione. Poi andrà in giunta. “La nuova rete – dice Gucciardi – non nasce dall’esigenza di risparmiare o tagliare risorse finanziarie, ma da quella più importante di assicurare a tutti i cittadini, ovunque si trovino, una tempestiva ed efficace assistenza, specie nelle ipotesi di patologie acute gravi”. I sindacati chiedono di premere sull’acceleratore: “Condividiamo il metodo che è quello dell’applicazione del decreto ministeriale 70 ma ci saremmo aspettati più trasparenza sui criteri degli accorpamenti che appaiono oscuri. Abbiamo perso tempo prezioso per applicare i criteri ministeriali – dice Angelo Collodoro, vicesegretario Cimo – Vedremo ora quanto ci metterà il governo regionale per concretizzare il sistema”.

Bacino Agrigento-Caltanissetta-Enna. L’ospedale di riferimento (hub) sarà il Cannizzaro di Catania, mentre le strutture di primo livello sono quattro: l’ospedale San Giovanni di Dio ad Agrigento, gli ospedali riuniti Sant’Elia e San Cataldo a Caltanissetta, gli ospedali riuniti di Gela, Mazarino e Niscemi e infine gli ospedali riuniti Umberto I di Enna, Piazza Armerina e Leonforte. Le strutture di base gli ospedali di Canicattì, Licata e gli ospedali riuniti di Sciacca e Ribera. A Ribera dovrebbe inoltre scomparire il pronto soccorso, che fa meno di 20 mila accessi all’anno. Nel bacino ci saranno anche due ospedali di zona disagiata: Mussomeli e Nicosia. La centrale operativa del 118 di riferimento è al Sant’Elia di Caltanissetta e ci saranno ambulanze medicalizzate a Cammarata (2), Menfi (2), Ribera (1), Sciacca (1), Gela (1), Milena (2), Sommatino (2), San Cataldo (2), Pietrapezia (1), Regalbuto (1), Troina (1). I presidi territoriali di assistenza (Pta) sono invece 18.

Bacino Messina. Il Dipartimento di Emergenza e accettazione di secondo livello sarà il Policlinico di Messina (hub). Lo spoke, ovvero la struttura di primo livello, è invece l’ospedale Papardo. Poi ci sono cinque ospedali di base: l’ospedale Bonino Pulejo-Piemonte, gli ospedali riuniti Milazzo-Barcellona Pozzo di Gotto, gli ospedali riuniti Sant’Agata di Militello-Mistretta, l’ospedale di Patti e infine il San Vincenzo di Taormina. Lipari è classificata come struttura di zona disagiata. La centrale operativa del 118 rimane al Papardo di Messina. Le ambulanze medicalizzate saranno a Brolo, San Piero Patti, Falcone, Novara di Sicilia, Messina Nord, Scaletta Zanclea, Salina, Capo d’Orlando, Tortorici, Torregrossa, Francavilla di Sicilia, Santa Teresa di Riva, Santo Stefano di Camastra, Barcellona, Milazzo, Sant’Agata di militello. I Pta sono sei (Milazzo, Messina, Mistretta, barcellona, Sant’Agata di Militello e Lipari).

Bacino Palermo-Trapani. Il Dipartimento di Emergenza e accettazione di secondo livello è l’Arnas Civico di Palermo. Per Trapani, che non ha un secondo livello, l’ospedale di riferimento (hub) sarà invece Gli ospedali riuniti Villa Sofia-Cervello di Palermo, che è classificato come ospedale di primo livello insieme con il Policlinico di Palermo, il Buccheri La Ferla e gli ospedali riuniti Sant’Antonio Abate di Trapani e Vittorio Emanuele III di Salemi. Gli ospedali di base, con solo quattro specialità, sono l’Ingrassia di Palermo, il Giglio di Cefalù e le strutture di Partinico, Termini Imerese, Alcamo, Castelvetrano, Marsala e Mazara del Vallo. Sono considerati ospedali di zona disagiata Corleone, Petralia Sottana e Pantelleria. La centrale operativa del 118 rimane al Civico di Palermo. Le ambulanze medicalizzate sono a Bagheria, Carini (2), Misilmeri, Monreale, Santa Flavia, Termini Imerese, Lercara Friddi (2), Palazzo Adriano, Castelbuono, Cefalù, Isola delle Femmine, Salemi (2), San Vito Lo Capo, Alcamo, Favignana, Pantelleria. I Pta sono 12 (di cui quattro a Palermo).

Bacino Catania-Ragusa-Siracusa. Il Dipartimento di emergenza e accettazione di secondo livello è l’ospedale Cannizzaro di Catania, che è riferimento (hub) per l’intero bacino. Gli spoke (ospedali di secondo livello) sono l’Arnas Garibaldi a Catania, il Policlinico di Catania, l’ospedale di Caltagirone, l’ospedale Mria Paternò Arezzo a Ragusa e l’Umberto I a Siracusa. Le strutture di base sono gli ospedali riuniti Acireale-Giarre, gli ospedali Biancavilla-Paternò, gli ospedali riuniti Vittoria-Comiso, l’ospedale di Avola, quello di Augusta e quello di Lentini. L’ospedale di Bronte è catalogato come area disagiata. Tre gli ospedali di comunità per malati cronici e non acuti: le strutture di Militello Val di Catania,
Scicli e Noto, che perderanno tutte le discipline legate all’emergenza e urgenza. La centrale operativa del 118 rimane all’ospedale Cannizzaro a Catania. Le ambulanze medicalizzate saranno a Ramacca (2), Grammichele (2), Mineo (2), Linguaglossa (2), Randazzo (2), Adrano, Paternò, San Giovanni La Punta, Vizzini, Pozzallo (2), Chiaramonte Gulfi (2), Scoglitti, Comiso, Modica, Pachino (2), Rosolini (2), Palazzolo Acreide (2), Augusta, Sortino. I Pta sono 17.

Palermo, l’impegno del Prc per la vittoria di Orlando da: rifondazione comunista

di Raffaele Tecce –

Riteniamo assai importante – ha dichiarato Raffaele Tecce, responsabile Enti Locali della segreteria nazionale del PRC – la scelta del Sindaco di Palermo Leoluca Orlando di ricandidarsi alle prossime elezioni comunali di Palermo, riconfermando l’originale impostazione programmatica, lavorando al rilancio e all’allargamento della coalizione politica che vinse le elezioni di 4 anni fa e riaffermando l’alternatività alle politiche del Pd e di Renzi (insieme ovviamente a quelle del centro destra ), in Sicilia ed a livello nazionale.

Il Partito della Rifondazione Comunista ha incoraggiato e sostenuto questa scelta essendo stato sin dall’inizio una componente importante al sostegno delle politiche del Sindaco Orlando, che hanno affermato un ruolo del Comune sempre più vicino alle esigenze ed ai bisogni delle cittadine e dei cittadini,  contribuendo, sia a livello politico e sociale nella città sia con l’appassionato e positivo ruolo dei sui assessori Barbara Evola e Giusto Catania, ai tanti successi di questa Amministrazione.

Sono evidenti i punti più importanti del progamma e del lavoro della Giunta Orlando su cui si sono già avuti significativi successi: risanamento delle aziende pubbliche dei rifiuti e dei servizi (4 anni fa già con i libri in tribunale!), senza nessun licenziamento e mantenendo pubblica la proprietà e la gestione dei servizi locali, a partire dalla battaglia per l’ acqua pubblica; messa in sicurezza delle scuole palermitane,  e ricostruzione del  sistema scolastico cittadino; democrazia, difesa della Costituzione ed affermazione della partecipazione; rilancio del trasporto pubblico e della mobilità sostenibile attraverso un piano di pedonalizzazione necessario per riconquistare luoghi storici della città, salvaguardando l’ambiente e la salute. In questo quadro riteniamo assai importante la scelta recentissima della giunta di rilanciare tale programma di pedonalzzazione  evitando ogni strumentalizzazine pre elettorale e scongiurando, però, ogni rinvio;   importanti scelte sul piano culturale e sull’emergenza abitativa; accoglienza dei migranti valorizzando la cultura della solidarietà a partire dalla Carta di Palermo per  una campagna internazionale per l’abolizione del permesso di soggiorno; iniziative di valore internazionale pacifiste e contro ogni guerra, anche concededo la cittadinanza onoraria a figure come Marwan Barghouti ed Apo Ocalan.

Intendiamo come PRC, insomma, sottolineare la pecularietà programmatica ed il valore politico nazionale di un’esperienza di governo locale come quella palermitana basata sull’ alleanza fra una tradizione civica, democratica ed antimafia espressa da Orlando (e dai movimenti politico culturali che lo sostengono) e le forze della sinisra alternativa come il PRC; un’esperienza autonoma ed alternativa al PD, come a Napoli ed in altri Comuni medi che hanno votato recentemente.

L’ 8 ed il 9 ottobre una rete di amministrazioni, liste e consiglieri delle “Città in Comune“, che sta sperimentando a livello comunale un modello di costruzione dal basso, inclusivo e partecipato di una nuova soggettività  della sinistra alternativa al PD, si vedrà a Sesto Fiorentino per definire prime forme di coordinamento ed alcune campagne  comuni che permettano alle singole iniziative locali per garantire diritti e servizi a tutte le cittadine ed i cittadini di avere un respiro ed una vertenzialità nazionale.

L’esperienza unitaria della giunta Orlando, nel rapporto fra storia, tradizione civica democratica e sinistra alternativa, può essere fra i principali soggetti protagonisti di questa esperienza delle “Città in Comune” che come PRC-SE intendiamo contribuire a costruire.

E’ questo l’appello che rivolgiamo ad Orlando ed a tutte le forze della sinistra sociale e politica che lo sostengono».

Mafia, politica e munnizza: anche la Procura di Palermo indaga sulla discarica di Siculiana da: siciliacronaca.it

Che Rosario Crocetta dovesse cadere in mezzo alla ‘munnizza’, lo si sapeva già, molto tempo prima che venisse eletto presidente della Regione.

Bastava soltanto conoscere i suoi trascorsi gelesi da sindaco, quando se la scansò in un modo assai rocambolesco, per sfuggire, come si dice in questi casi, ai rigori della legge.

Anche allora, correva l’anno 2001, come oggi, Crocetta intervenne, secondo quanto denunciato a suo tempo alle Autorità Giudiziarie dal dirigente del’Ufficio Ecologia ed Ambiente del comune di Gela, l’empedoclino Roberto Sciascia, per difendere un gruppo di società, in quel caso  di Gela, facendo modificare un bando per lo smaltimento dei rifiuti nella sua città di oltre 7 milioni di euro.

Per favorire i suoi concittadini-imprenditori, che non avevano i requisiti di legge per partecipare, fece scomparire la categoria 6a “requisito obbligatorio per la raccolta differenziata, espressamente previsto dal decreto Ronchi”.

Allora come oggi, galeotta fu la modifica e chi la scrisse (Crocetta o chi per lui) !

Stando al contenuto della denuncia dell’ing. Roberto Sciascia, fu proprio grazie a quella modifica che furono allora violate le prescrizioni di legge contenute nella determinazione dirigenziale n.1493/2001, che prevedeva anche  lʼobbligo di iscrizione allʼAlbo nazionale gestori rifiuti;  tale espediente spianò, è inutile dirlo, la strada al consorzio di imprese, capeggiato dalla Cosiam, oggi Econet Srl, prescelto per vincere!

Oggi sembra di vedere e rivedere sempre lo stesso film!

Che la raccolta differenziata in Sicilia non s’ha da fare, per il nostro Crocetta è perciò una storia vecchia, di cui lui conosce tutti quanti i capitoli!

Dal primo fino all’ultimo!

Da quando cioè era sindaco di Gela ed assieme al suo amico fraterno, il pluri inquisito per mafia Antonello Montante, presidente di tante cose importanti, nonché di Unioncamere Sicilia (da lui fatto rieleggere ad aprile scorso, seppure ineleggibile),  in tandem, sperimentavano come era facile  far carriera in Sicilia facendo credere a tutti quanti di essere un puro distillato di antimafia!

E fu così che iniziò, partendo da Gela, la scalata degli ‘antimafiosi di la munnizza’.crocetta tra i rifiuti

La fetida ‘munnizza’ siciliana, come ben sa Rosario Crocetta, è stata da sempre  gestita con gare più meno truccate; o meglio ancora, apparentemente senza trucco e senza inganno! ‘A la spaccialata’, direttamente, con affidamenti palesemente illegali, anche per centinaia di milioni di euro.

Così come altrettanto illegali sono state le autorizzazioni regionali fin qui rilasciate, dagli inizi del 2000 ad oggi,  per consentire la realizzazione e la gestione di 4 mega discariche private;  una delle quali di proprietà del vice presidente di Confindustria Sicilia, Giuseppe Catanzaro, super protetto dal già citato Montante, compagno di tante battaglie antimafiose, adesso per ironia della sorte, sotto inchiesta per mafia.

Quelle 4 mega bombe ecologiche, in Sicilia, da almeno 15 anni a questa parte, hanno inghiottito di tutto e di più!

Esse sono dei veri e propri  buchi neri, che hanno fagocitato non solo decine di milioni di tonnellate di rifiuti indifferenziati, compresi quelli radioattivi, nocivi ed altamente pericolosi; ma anche decine di miliardi di euro che tutti quanti in Sicilia abbiamo dovuto triturare in mezzo ai rifiuti; togliendo il pane di bocca ai nostri figli, visto che ci hanno costretto a pagare le relative tariffe e tasse, per questo mostruoso ed illegale smaltimento dei rifiuti, che sono le più alte del mondo, ed almeno il triplo della media nazionale.

Il cliché lo conosciamo bene.

Si fa sempre a meno della raccolta differenziata, si creano le solite strumentali emergenze-rifiuti e, fino a giugno di quest’anno, la farsa è continuata ad oltranza, senza limiti e senza pudore, ma con tanto fetore!

La puzza del ‘potere di la munnizza’ ha colpito, finalmente (ed era ora!), anche quelle narici che fin qui hanno sentito solo l’odore dei soldi!

Da presidente della Regione, il Crocetta,  con le sue solite sceneggiate ha avuto anche l’abilità e la scaltrezza di riferire, il 2 agosto scorso, in Commissione Nazionale Antimafia che lui, cu la munnizza  dei vertici di Confindustria Sicilia, non c’entra niente!

Verrebbe voglia di porgergli il ditino mignolo e di dirgli: ‘muzzica ccà!’

Quanto quell’uomo sia furbo, neanche ve lo immaginate!

In Commissione Antimafia, ha detto che il 25 giugno 2016 è stato lui, e nessun altro, a far chiudere la discarica del vice presidente, sempre di Confindustria Sicilia, Giuseppe Catanzaro;  e che lui con  quei signori lì, quelli di ‘la munnizza’, non ha fatto affari, non ha nulla a che spartire!

Meglio tardi che mai!

4 anni che è spaparanchiato a Palazzo D’Orleans e se non era per due Commissioni d’Inchiesta ed una serie di procedimenti penali e fiscali che pendono sulla mega  discarica agrigentina, il nostro  battagliero presidente antimafioso rischiava di non accorgersi di nulla!

Mentre il  nuovo dirigente del Dipartimento Regionale dell’Assessorato per l’Energia, l’Acqua e i Rifiuti, Maurizio Pirillo, è stato chiamato, dalla Procura Distrettuale Antimafia di Palermo, a relazionare su questa e sulle altre storie amministrative ed ambientali  assai turpi e sconce, che riguardano l’illegale gestione dei rifiuti in Sicilia.

Storie di malaffare, impupate da chi, fino a qualche mese fa, ha occupato il posto di Pirillo, ossia l’agrigentino Domenico Armenio ed assieme a lui, presso l’Assessorato Territorio ed Ambiente, Gaetano Gullo, uno che con il paesaggio ed i problemi geo-morfologici ci azzeccava poco o nulla. Infatti nel corso della sua vita si è solo occupato, a quanto pare, munito com’è di una laurea in Lettere, di letteratura, ed è  diventato dirigente occasionale, per caso, a sua insaputa e mentre si trovava a passare dalle parti del dipartimento Energia Acque e Rifiuti.

Il Gullo, ultimo firmatario, nel 2016, di alcune incriminate autorizzazioni ambientali, le cosiddette VIA e VAS, ha consentito ai Catanzaro di mettere in esercizio l’ultimo loro gioiello di ingegneria ambientale, al contrario. Si tratta di un personaggio al quale non manca lo spirito critico ed autocritico;  è stato infatti lui stesso ad autoaccusarsi, davanti alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta che si occupa del ciclo dei rifiuti.

Ad imporgli di ricoprire quell’incarico è stata, a suo dire, l’assessora, anch’essa agrigentina, oggi vicepresidente della Regione, Mariella Lo Bello.

E lui, che non sa scontentare i potenti di turno, ha accettato, ha fatto il suo dovere! Firmando anche ciò che non si poteva e doveva firmare, e poi è stato spostato a dirigere il Corpo Forestale Siciliano; non prima di averla combinata, francamente, un po’ grossa, se ci riferiamo alla mega bomba ecologica del vicepresidente di Confindustria Sicilia.

A fare inoltre da cane da guardia a Roma, in Senato, per salvaguardare questi ed altri interessi, inoltre c’era lui, un altro agrigentino, ossia  il presidente della 13ª Commissione permanente (Territorio, Ambiente, Beni Ambientali), l’alfaniano di ferro, Giuseppe Francesco Maria Marinello, di Sciacca.

Il sistema di potere agrigentino, relativamente alla gestione dei rifiuti, dell’acqua e dell’energia, in quest’ultimo caso ci riferiamo espressamente all’eolico, dai tempi in cui il presidente della Regione era Totò Cuffaro, è da parecchi anni, oserei dire da quasi 20 anni, ben rodato e collaudato.

Nell’ultimo lustro, in modo particolare, il referente politico per eccellenza dei fratelli Catanzaro, è stato il ministro dell’Interno Alfano; se non altro per il fatto che anche un suo compare d’anello, Sergio Vella, opera nel settore dei rifiuti speciali e pericolosi ed è quindi strettamente collegato agli imprenditori siculianesi.

Quindi, ricapitolando, oltre al senatore Beppe Lumia, dentro la Commissione Nazionale Antimafia, già ‘sputtanato’ dall’ex assessore regionale  e magistrato, Nicolò Marino, suo ex amico ed al già citato senatore alfaniano Marinello, presidente della Commissione Nazionale Ambiente e Territorio, i Catanzaro hanno, o avevano dalla loro parte, il Ministero dell’Interno, con ‘annesso’ prefetto di Agrigento, già segretario politico del ministro Alfano, qualche graduato e qualche sostituto in Procura.

A fare il lavoro sporco in Regione ci ha pensato, dopo ‘l’uomo di Lettere’, Gaetano Gullo, recentemente, il dirigente, testé trasferito, Domenico Armenio.

Agrigentina la vice presidente della Regione, Mariella Lo Bello, che attualmente tutela, per così dire, gli interessi dei Catanzaro; agrigentino il ministro Alfano; agrigentino il presidente della Commissione Parlamentare Nazionale Ambiente, Marinello; agrigentino il dirigente Armenio, che firmava le autorizzazioni illegittime, agrigentini i Catanzaro, agrigentina la loro discarica…  insomma erano tutti quanti agrigentini, coloro i quali contavano e decidevano sul da farsi, rispetto all’ultima grande vasca, dove dal 2014 al 2016, ad esempio, sono stati sotterrati gli ultimi 3 milioni di tonnellate di rifiuti.

In soldoni significa: se consideriamo le 70 euro a tonnellata (oggi i comuni, ai Catanzaro, sono costretti a pagare 153 euro a tonnellata!), che ogni singolo comune ha pagato come quota di conferimento, finora la Catanzaro Costruzioni, solo in un anno e mezzo, ha incassato qualcosa come ben oltre 200 milioni di euro!

Senza tenere conto del fatto che, tale discarica è stata da sempre sprovvista di impianti di selezione dei rifiuti e di biostabilizzazione, tanto è vero che i fratelli di Siculiana, per avere smaltito nel corso, scusate se è poco, dell’ultimo ventennio, svariati milioni di tonnellate di rifiuti indifferenziati, in maniera illegale, sono stati, seppure molto, ma molto tardivamente, multati con una prima ammenda pecuniaria di quasi 6 milioni di euro.

Qualcuno, a questo punto, potrebbe chiedersi perché, questi signori, seppure già nel 2009 furono autorizzati a sotterrare  milioni e milioni di tonnellate di rifiuti, a condizione che realizzassero i necessari impianti di selezione e biostabilizzazione, previsti dalle normative ambientali, questi benedetti impianti non li hanno mai realizzati?

Numero uno. Perché hanno risparmiato, fatto la cresta cioè sui costi dell’impiantistica; e nessuno si è accorto del loro irregolare sistema di smaltimento dei rifiuti, sfuggito ai radar dell’ARPA e di tutte quante le autorità regionali di controllo ambientale ed amminisistrativo!

Numero due. Perché se le loro vasche fossero state destinate soltanto per abbancare la frazione residuale dei rifiuti, una volta effettuate le operazioni di selezione e di biostabilizzazione, la quantità di immondizia conferita sarebbe stata molto meno della metà, così come i loro guadagni.

Numero tre. I rifiuti da loro sotterrati, senza alcun pretrattamento, oltre a  creare un devastante inquinamento ambientale ed a costituire un gravissimo problema sotto il profilo igienico-sanitario (il percolato e le loro pestifere esalazioni sono infatti anche causa di tumori), per i Catanzaro sono un’ulteriore risorsa economica, un ulteriore notevole guadagno, non sappiamo se anche questo lecito o no. I gas che i rifiuti producono, a seguito della loro decomposizione, vengono da loro utilizzati per produrre energia, che vendono ai vari distributori.

Ricapitolando, loro avvelenandoci i suoli e le falde acquifere, ostacolando in maniera accurata e certosina, la raccolta differenziata dei rifiuti, si sono arricchiti, mentre mezza Sicilia è stata costretta a dari lu mussu nella loro mega bomba ecologica.

Ma per fare inceppare l’intero sistema, come detto, hanno avuto anche e principalmente bisogno del supporto di stuoli di funzionari e del determinante apporto dei vari Governi Regionali;  oltre che delle già citate coperture istituzionali presso alcune Prefetture e qualche Procura della Repubblica.

In più, hanno piazzato all’interno dei vari Governi Regionali dei loro assessori, quali Linda Vancheri, segretaria del presidente di Confindustria Sicilia, ossia  l’inquisito per mafia, Antonello Montante; nonché dirigenti quali il già citato loro amico, agrigentino, Domenico Armenio.

La funzione degli assessori, ma anche dei parlamentari regionali e nazionali di cui, in modo particolare i Catanzaro, sono ‘ghiotti’, era inoltre quella di non portare  mai a compimento alcuna riforma di questo perverso sistema di raccolta dei rifiuti che, necessariamente, come abbiamo spiegato, nel loro esclusivo interesse, doveva per forza essere garantito in forma indifferenziata.

Per ottenere questo mirabile risultato sono riusciti a far fallire, in modo particolare, due leggi di riordino, una approvata nel 2010 ed un’altra nel 2013.

E’ inutile dirlo che, né l’una, né l’altra sono mai entrate a regime, ma sono servite soltanto a paralizzare e fare inceppare ulteriormente il sistema ed a moltiplicare gli enti pubblici che gestiscono l’intero ciclo dei rifiuti; ci riferiamo ai famigerati 27 ATO rifiuti, nati e sviluppatisi come macchine mangiasoldi, che avrebbero dovuto essere liquidati, ma che invece sono ancora vivi e vegeti! Anzi, oltre agli ATO rifiuti, adesso ci ritroviamo altre decine di società d’ambito, le cosiddette SRR, che altro non sono, se non una loro duplicazione!

Società sempre foraggiate con denaro pubblico: ovviamente e sistematicamente sperperato!

Insomma, in questo sfascio gestionale, sapientemente organizzato, da più di un decennio a questa parte, si sono bruciati decine di miliardi di euro di risorse pubbliche, di soldi dei contribuenti siciliani, che sono, riguardo alla tassazione sui rifiuti, i più tartassati nel mondo!

Ad arricchirsi in Sicilia sono stati in modo particolare i 4 gestori delle 4 mega discariche private, e tutte quelle aziende che hanno assicurato la raccolta ed il trasporto dei rifiuti in queste discariche fuorilegge, tre delle quali già sequestrate.

Aziende queste che, se consideriamo la situazione agrigentina, proprio in virtù della situazione di stallo amministrativo e gestionale, provocato ad arte, nel 2007 si sono aggiudicate presso l’ATO AG 2, composto da 19 comuni, compresa la città di Agrigento, una gara per assicurare i servizi di smaltimento che non prevedevano, tra l’atro, contra legem, la raccolta differenziata.

Da quel momento in poi, è stato consentito, impunemente, a questi soggetti, di assicurare tali servizi fuori legge in proroga, di anno in anno, per altri 5 anni consecutivi, per una spesa di oltre 150 milioni di euro, senza effettuare alcuna gara d’appalto!

Il tutto  è servito anche  per assicurare che i servizi di igiene ambientale continuassero a non prevedere la raccolta differenziata, in maniera tale che i rifiuti, tal quali, venissero conferiti, con tanto di ‘farlocche’ autorizzazioni regionali, presso la discarica dei fratelli Catanzaro; che si sono arricchiti più di tutti, proprio grazie a questo incredibile e sconvolgente sistema, basato su un vero e proprio disastro politico-istituzionale!

A quale pro allora, a partire dal 2000, furono chiuse tutte quante le discariche comunali, proprio perché erano inadeguate e sprovviste di impianti di pretrattamento dei rifiuti?

Solo per fare arricchire a dismisura qualche  privato che fa le stesse cose che facevano i comuni 20 anni fa: si limita cioè a sotterrare i rifiuti indifferenziati!

In provincia di Agrigento fu concessa, soprattutto a partire dal 2006, una corsia preferenziale a questa famiglia di Siculiana che, nel corso di un decennio, con dei presunti raggiri ed artifici, attualmente al vaglio di due Procure della Repubblica e di due Tribunali, quelli di Agrigento, ed in questi giorni anche quelli di Palermo, sono da sempre riusciti, in un modo o nell’altro, a far fuori ed a sbaragliare tutta quanta la concorrenza.

In particolar modo si sono sbarazzati degli imprenditori che si occupavano di raccolta differenziata, anche perché i rifiuti dovevano necessariamente essere sotterrati, in maniera indifferenziata, nelle loro discariche che, sempre loro ingrandivano a dismisura, attraverso delle autorizzazioni illegittime.

Discariche che hanno fin qui difeso con le unghie e con i denti, anche a costo di presentare denunce calunniose,  per mafia,  contro politici ed imprenditori concorrenti che hanno ostacolato il loro disegno, per così dire, imprenditoriale.

Inoltre, a causa delle loro coperture istituzionali ad altissimo livello, in molti sull’affaire Catanzaro, sulla loro mega discarica cioé, ma anche, per la verità, su altre questioni gravissime, quali la scandalosa gestione dei servizi idrici agrigentini, hanno preferito sorvolare.

Mi riferisco a qualche prefetto, a qualche questore, a qualche magistrato etc., etc., etc.

Anche perché i Catanzaro erano e sono ancora  legati mani e piedi all’indagato per mafia, il già citato presidente di Union Camere Sicilia, Antonello Montante che, a sua volta è stato lo sponsor numero uno dell’attuale presidente della Regione, Rosario Crocetta che a sua volta è legato a…

E così, i fratelli Catanzaro, hanno potuto ripulire, in tutti i sensi, mezza Sicilia, in quel di Siculiana-Montallegro!

Adesso il dott. Pirillo, obtorto collo, da qualche mese  a capo della struttura organizzativa della Regione che si occupa anche della munnizza  dei Catanzaro, ha dovuto relazionare alle autorità giudiziarie competenti tutte queste cosine, non proprio pulite, visto che parliamo di rifiuti, e che fin qui vi abbiamo raccontato.

Siamo sicuri che il nostro Pirillo è stato pure costretto a prendere le distanze da coloro i quali queste assurdità burocratiche ed ambientali, hanno posto in essere, onorando il suo cognome;  e non ce ne voglia se prendiamo spunto dal versione siciliana proprio del suo cognome, che si pronuncia: piriddru.

Dalle nostre parti, guarda caso, amiamo dire infatti : piru piriddru, ognunu pensa pi iddru.

Della serie: si salvi chi può!

Luca Zingaretti: “La mia Sicilia di luce e mare è un’Itaca da valorizzare da: larepubblica.it

L’attore racconta passioni e battaglie civili: “Mi dà fastidio vedere queste potenzialità vanificate da una classe dirigente inetta. Bisogna fare sistema per crescere”

di MARIO DI CARO

IL VENTO che rumoreggia all’altro capo della cornetta è l’inconfondibile marchio di fabbrica di Pantelleria. Un respiro costante che scuote i dammusi, che avvolge le rocce nere, che si ama o si odia: Luca Zingaretti ha scelto di amarlo. È lì che l’attore ha trovato il suo rifugio ed è lì che venerdì è stato premiato da “Pantelleria Internet” per il suo impegno contro le trivellazioni nel Mediterraneo.

Quando vent’anni fa girò nella Grotta Scurati di Custonaci la prima scena del primo episodio del “Commissario Montalbano” nessuno poteva pensare che sarebbe diventato il miglior testimonial della Sicilia. Luca Zingaretti, successo televisivo a parte, è uno che la Sicilia l’ha scelta, comprando una casa a Pantelleria, eletta a buen retiro lontano dai riflettori. Lì venerdì sera è stato premiato col “Progetto da Pantelleria” per la sua militanza contro le trivellazioni nel Mediterraneo, “una vicenda da trattare con cautela”. Pantelleria per lui è “un’isola con una potenza tutta sua, unica, nel bene e nel male”, la Itaca “nella quale tornare” ma che così come tutta la Sicilia andrebbe valorizzata con percorsi di trekking, con un sistema che metta a punto voli e accoglienza. “La Sicilia, come Pantelleria, non è la riviera romagnola, questi sono posti per veri amanti del mare e della natura”. E il boom dei luoghi della fiction tv? “Abbiamo lanciato posti che sarebbero rimasti nel loro splendido isolamento”

D’ altronde Zingaretti è ormai un testimonial della Sicilia, sin da quando il suo commissario Montalbano ha sbancato l’Auditel lanciando i luoghi dei set, da Ibla a Scicli, nell’olimpo dei circuiti turistici, fino a spostare gli equilibri del business regionale. Insomma, non c’è ambasciatore migliore per disegnare un’ideale mappa d’agosto della Sicilia di charme e di frontiera.

Partiamo da Pantelleria: quando l’ha scoperta e come se ne è innamorato?
“L’ho scoperta nel 2002 o 2003: sono venuto qui per la prima volta su consiglio di un’amica che aveva una casa. Cercavo un posto particolare per restare un po’ per conto mio. Ho affittato una casa e ho vissuto un’estate da selvaggio meravigliosa, leggendo tra i cespugli e facendo il bagno al mattino presto o al tramonto. Normalmente il mare a strapiombo non mi piace, mi dà una vertigine, ma quest’isola ha qualcosa di magico, ha una potenza tutta sua, qualcosa che ho riscontrato solo qui. È un’isola unica nel bene e nel male: c’è gente che arriva col volo delle 9 e riparte con quello delle 18 perché la ritiene troppo selvaggia. È la mia Itaca nella quale tornare. È la prima casa che ho condiviso con mia moglie Luisa e dove le mie figlie sono venute quando avevano un mese”.

Le trivelle del petrolio in questo mare sono uno sfregio all’ambiente?
“Direi di sì, ci sono tanti aspetti poco chiari in questa vicenda. Viviamo nel mare più bello del mondo, ma alla fine è un bacino piccolo e in caso di disastro ambientale ucciderebbe il mondo che vive di questo mare. L’argomento va preso con le molle perché si parla di società fantasma, di test fatti con bombe che fanno perdere ai cetacei le loro capacità. Il nostro mare è una ricchezza che va trattata con cautela. E poi l’Italia avrebbe ricavato le briciole da questo affare”.

Però il mare siciliano può essere un business, sì, ma turistico e quindi anzitutto bisogna proteggerlo: è così?
“Il mare è una risorsa per tutti, non solo per quelli che ci vivono. È qualcosa che fa mangiare ma è anche un bene naturalistico. La Sicilia non è la riviera romagnola, ci sono caratteristiche diverse: a Pantelleria non c’è un ombrellone anche perché non ci sono spiagge. Questa è un’isola per i veri amanti del mare e della natura. La Sicilia va preservata ma va anche valorizzata con percorsi di trekking invernali, passeggiate a cavallo, ma non per opera di un privato, bensì provando a fare sistema, affrontando il tema dei voli, dell’accoglienza, dei percorsi ambientalistici. Sarebbe qualcosa di bellissimo: immagini di arrivare a Segesta dopo due ore di passeggiata e scorgere la cima del monte dove c’è il teatro. Tutto questo, però, si scontra con una volontà di non fare”.

Parlando di Mediterraneo è inevitabile spostarsi in un’altra isola, Lampedusa, e affrontare il tema dei migranti: l’accoglienza è un dovere di un Paese democratico?
“Se uno pone questo tema come dovere umanitario si potrebbe rispondere “me ne frego”, se lo si pone come dovere religioso si può obiettare “sono ateo”, come emergenza religiosa idem. Ma, al di là di tutto, se scomparissero gli extracomunitari di colpo, bisognerebbe varare una manovra finanziaria di vari miliardi perché non è vero che tolgono il lavoro a noi italiani ma fanno lavori che gli italiani non fanno più, rappresentano una quota del Pil, pagano contributi. Se non vogliamo accoglierli per un dovere civico, accogliamoli perché è utile”.

Qual è l’immagine della Sicilia che porta con sé?
“Sicuramente la luce, potente, che dà una sensazione struggente, i contrasti cromatici. E poi senti che questa è una terra dove sono passati tutti, dove c’è una cultura stratificata, radicata nella testa delle persone, anche quelle ignoranti, perché l’hanno bevuta assieme al latte materno”.

C’è qualche difetto che le dà fastidio?
“Vedere queste potenzialità vanificate da una classe dirigente inetta che se ne frega del bene comune. I politici sono chiamati a gestire la cosa pubblica, ma il guaio è che l’eletto pensa di essere padrone delle cose che è chiamato a gestire. Il 99 per cento dei siciliani meriterebbe una buona amministrazione”.

A proposito di petrolio, che effetto fa sapere di aver lanciato in una vetrina internazionale luoghi come piazza Duomo a Ragusa Ibla o Punta Secca, che prima di “Montalbano” non esistevano nei circuiti turistici?
“Mi fa piacere, perché prima i grandi flussi turistici venivano assorbiti da Palermo e Catania, al massimo da Agrigento per una gita nella Valle dei templi. Abbiamo contribuito a fare scoprire una Sicilia sconosciuta che era rimasta confinata in uno splendido isolamento. Quando siamo arrivati col nostro set abbiamo trovato amicalità, cordialità, porte aperte, anche ingenuità nell’offrirsi. E dal punto di vista architettonico sembrava di entrare nel mondo di Tomasi di Lampedusa. Una situazione che probabilmente sarebbe rimasta così, inesplorata: noi abbiamo fatto emergere anche all’estero questo tipo di Sicilia. Ci sono tante regioni all’interno

della Sicilia: c’è Palermo, l’Etna, le Egadi, Sciacca, i Nebrodi, e ogni posto ha un motivo valido per essere visitato “.

Ha citato Tomasi di Lampedusa: c’è qualche pagina di letteratura siciliana a cui è affezionato?
“Un racconto che mi fa ancora venire la pelle d’oca e che porto in teatro da sei anni: “Lighea”. L’unico posto dove non l’ho ancora recitato è la Sicilia”.