Cara di Mineo: a breve le richieste di rinvio a giudizio di Mario Barresi da: lasicilia.it

Il Centro era un “bazar” delle «finalità criminali»: corruzione elettorale e turbativa d’asta i reati per cui procedono i pm di Catania

E sarà lo show down. La scelta su chi si ritiene vada processato: alcune posizioni (soprattutto di dipendenti assunti in cambio di voti) potrebbero essere riviste. Ma soprattutto la strategia accusatoria nella costola siciliana di Mafia Capitale: il racconto di ciò che, secondo i pm, accadde fra il 2011 e il 2014 nel centro di accoglienza per rifugiati più grande d’Europa, che tutt’ora ospita in media 3mila persone.

 

«Molteplici attività criminali»

Ricostruiamo gli elementi più importanti. Alcuni tratti dalle 16 pagine di avviso di conclusione indagini già anticipate nell’edizione del 26 novembre. Altri, inediti, contenuti nelle migliaia di pagine del fascicolo, già nella disponibilità delle parti.

Per usare una secca citazione dei pm catanesi, il Cara di Mineo è «gestito con molteplici finalità criminali». Di più: si ipotizza l’esistenza di «una vera e propria associazione a delinquere che ha utilizzato il Consorzio dei Comuni e le cooperative aggiudicatrici dell’appalto per la commissione di molteplici reati». Una «complessità» della «vicenda criminale» gestibile soltanto «attraverso una capillare organizzazione in grado di interferire sulle articolate procedure amministrative» legate al Cara, ma anche «delle procedure di assistenza verso i migrati».

Le «finalità criminali», per l’accusa, si concretizzano in «acquisizione di appalti con ribassi anomali ed economicamente vantaggiosi soltanto per le cooperative aggiudicatrici», nella «spregiudicata gestione dei posti di lavoro (circa 400) per l’illecita acquisizione di consenso elettorale» e nel «consolidamento di apparati di governo locale che consentono la conservazione dell’attuale status quo».

 

La turbativa d’asta

Si parte dagli appalti. È dalle carte dell’inchiesta romana, infatti, che si arriva a Mineo. E il collegamento è Luca Odevaine, il “facilitatore” di politici, coop e clan capitolini, che ha già patteggiato 2 anni e 8 mesi per tangenti nel processo di Roma. A Catania è indagato, ma anche “aspirante pentito” del processo sul Cara di Mineo. Nei tre interrogatori resi ai pm catanesi in carcere, Odevaine si assume molte responsabilità. E racconta la (sua) verità: da chi, come, quando e perché quegli appalti sarebbero stati truccati.

Ed è anche (ma non soltanto) su questi verbali che la Procura fonda l’accusa di turbativa d’asta, oltre che per lo stesso Odevaine, anche per Giuseppe Castiglione (da poco confermato sottosegretario all’Agricoltura, indagato in veste di soggetto attuatore del Cara), Paolo Ragusa (ex presidente di Sol.Calatino, nell’Ati che vinse le gare) e per Giovanni Ferrera (direttore generale del consorzio “Calatino Terra d’Accoglienza”), Salvo Calì (all’epoca dei fatti presidente del “Consorzio Sisifo”, aderente a Legacoop) e per i tre vertici di “La Cascina”, superpotenza della cooperazione cattolica: Salvatore Melolascina, Carmelo Parabita e Francesco Ferrara. Sono loro, per l’accusa, i “sarti” di quello che Raffaele Cantone definì «un bando cucito su misura». Questi gli specifici addebiti: Castiglione, Odevaine e Ferrera «predisponevano i contenuti del bando con la precipua finalità di garantire il successivo affidamento» al gruppo vincente; Ragusa, Melolascina, Cammisa, Parabita, Ferrara e Calì «si riunivano appositamente in Ati solo dopo aver avuto rassicurazioni sull’aggiudicazione dell’appalto da parte di Castiglione e concordavano – con lo stesso Castiglione, con Odevaine e con Ferrera – caratteristiche del bando tali da garantire la successiva aggiudicazione all’Ati». Le medesime ipotesi di reato per gli stessi 9 indagati ricorrono, per la Procura negli appalti del 2011 e del 2012. Nel primo caso il requisito sospetto è «un impianto di produzione dei pasti entro il raggio di 30 km dal centro di accoglienza»; nel secondo l’aver gestito, negli ultimi tre anni, «almeno tre strutture d’accoglienza» e «un servizio di ristorazione per un numero non inferiore alle 2.000 persone». Dal 23 giugno 2013 si apre «una fase di transizione»: prima del super-bando triennale da 100 milioni, i pm ricostruiscono che «le proroghe saranno 7, con una spesa giornaliera di 34,60 euro per migrante».

Si arriva alla gara del 2014. Per la quale l’ipotesi di turbativa d’asta coinvolge sempre Ferrera, Odevaine, Castiglione, Melolascina, Cammisa, Parabita e Calì. Ma stavolta ci sono anche il sindaco di Mineo, Anna Aloisi, e tre uomini della “Pizzarotti”, proprietaria dell’ex Residence degli Aranci: Aldo Buttini, Stefano Soncini e Fabrizio Rubino. Nella primavera 2014 Castiglione, scrivono i pm, «individuava, in accordo con Paolo Ragusa (suo referente politico locale), Anna Aloisi come candidata sindaco (poi eletta) del Comune di Mineo, che, a sua volta, avrebbe garantito l’affidamento dell’appalto a soggetti economici graditi allo stesso Castiglione». Sono Odevaine e Ferrera a fare il bando. Aggiungendo altri criteri, fra i quali un bonus per chi ha gestito «servizi di manutenzione di complessi residenziali» e «acquedotti destinati al consumo umano» per almeno 3.000 utenti. Vince il “Consorzio Casa della solidarietà”. Un nome nuovo, ma con le vecchie coop.

 

La corruzione elettorale

Più delicata, anche dal punto di vista probatorio, l’accusa di corruzione. Al sottosegretario Castiglione vengono contestate due ipotesi di reato. Nella prima è assieme al sindaco Aloisi. Entrambi «accettavano la promessa di voti per loro e per i gruppi politici nei quali gli stessi militavano (Pdl, Lista “Uniti per Mineo” e Ncd) nonché la costituzione di 15 circoli Ncd nei diversi comuni del Calatino» in cambio del «turbamento della procedura ad evidenza pubblica» con «conseguente assegnazione dell’appalto» all’Ati che comprendeva il consorzio Sol.Calatino di Ragusa, che «si occupava della raccolta dei voti in favore degli indagati anche attraverso il successivo mercimonio delle assunzioni presso lo stesso Cara». Anche per Ragusa viene ipotizzata la corruzione. Voti attraverso «la chiamata di lavoratori specificamente segnalati dallo stesso Castiglione». Al leader siciliano di Ncd e al sindaco di Mineo la Procura contesta anche la corruzione elettorale perché «al fine di ottenere la promessa di voti (…) promettevano l’assegnazione dell’appalto per la gestione del Cara» al gruppo di coop di Ragusa, anch’esso indagato per la stessa ipotesi, così come per altre assunzioni alla vigilia delle Comunali di Mineo.

Qui pesano meno le rivelazioni di Odevaine, che su assunzioni e voto di scambio è meno “ferrato”. E dunque, a sostegno delle ipotesi di corruzione – oltre a intercettazioni ambientali e telefoniche, interrogatori di alcuni indagati, atti e hard disk sequestrati e fascicolo “gemello” della Procura di Caltagirone – l’arma segreta dei pm è un intero faldone con una ventina di testimonianze raccolte. Ex dipendenti del Cara e degli Sprar, ma anche politici (un deputato nazionale, due sindaci e un consigliere comunale) e cittadini autori di esposti. Approfondiremo l’aspetto delle assunzioni – con le nuove carte alla mano – nelle prossime edizioni del nostro giornale.

Un’ultima annotazione. Nel fascicolo sul Cara di Mineo c’è anche un faldone che contiene i verbali degli interrogatori di due pentiti mafiosi catanesi, entrambi raccolti il 16 dicembre del 2015. Il primo è Paolo Mirabile, esponente dell’omonimo clan, fratello dell’ergastolano Giuseppe e nipote acquisito di Nitto Santapaola. Il secondo è Gaetano D’Aquino, ex reggente del clan Cappello.

Che avranno detto, i due boss, di così interessante sul Cara di Mineo?

Twitter: @MarioBarresi

Cimici, conti bancari, pedinamenti I Mazzei inchiodati da Chiaramonte da: livesiciliacatania.it

di

CATANIA – Intercettazioni, verifiche bancarie, appostamenti. Quando Antonio Chiaramonte decide di vuotare il sacco nel 2014 la Squadra Mobile mette in campo una serie di attività investigative che portano a chiudere il cerchio sui nomi di usuari e strozzini che avevano messo il cappio al collo al produttore cinematografico. E’ entrato nel vivo il processo a carico di Sebastiano Mazzei e dei sodali ed ex organici al clan Franco Raciti, Sebastiano D’Antona e Lucio Stella, arrestati nell’ambito dell’inchiesta Nero Infinito. L’indagine aveva svelato una duplice organizzazione, una che faceva riferimento ai Ceusi e una ai Carcagnusi, che “vessava” da anni l’imprenditore catanese. All’aula bunker di Bicocca ha parlato l’investigatore Giuseppe Tomarchio della Squadra Mobile che si è occupato del caso.

“Abbiamo analizzato la documentazione bancaria e per quello che ho potuto riscontrare la documentazione dava una certa linearità a quello che Chiaramonte aveva denunciato” – ha affermato il teste rispondendo alle domande del pm Rocco Liguori. Sono almeno “tre i conti correnti” controllati, così come è emerso nel controesame della difesa. Il sostituto commissario illustra nel dettagli anche passaggi dell’inchiesta che riguardano gli imputati che sono già stati condannati dal Gup nel troncone abbreviato Rosario Piacenti, Massimiliano Piacenti e Salvatrice Viola. Nel corso “delle attività tecniche abbiamo intercettato delle conversazioni nel corso della quale la signora Viola, moglie (ormai ex, ndr) di Giovanni Piacenti, aveva dato un appuntamento a Antonio Chiaramonte e al cognato. Allora abbiamo pensato di inviare del personale al Cityper a Ognina”. E sarebbero emersi importanti riscontri. Il poliziotto è preciso sulle attività tecniche.

“Sono state svolte le intercettazioni sulle utenze di Chiaramonte, del cognato, della signora Viola e quella di Rosario Piacenti”. Franco Raciti sarebbe stato captato durante “una conversazione con il cognato della vittima”. Si parla anche delle attività ristorative e delle proprietà immobiliari di Chiaramonte, in particolare di un appartamento che sarebbe stato venduto proprio mentre erano in corso le intercettazioni.

Liguori passa in rassegna i curriculum criminali degli imputati. Franco Raciti “è un uomo di fiducia di Nuccio Mazzei” – spiega Tomarchio. Mentre “Ianu Babbaleccu” è Sebastiano D’Antona, chiamato così “perché probabilmente balbetta ogni tanto”. D’Antona sarebbe passato, almeno da quanto è emerso nell’inchiesta i Vicerè dei Carabinieri, è transitato dai Mazzei ai Laudani. Lucio Stella, infine, è un cugino di Nuccio Mazzei.

Serratissime le domande del difensore di Nuccio Mazzei, Francesco Antille che portano a chiarire che non vi sono riprese e intercettazioni tra “Mazzei e Chiaramonte e tra Franco Raciti e la vittima”. E nemmeno conversazioni captate tra “Raciti e Piacenti (l’esponente dei Ceusi condannato per usura, ndr)”.

Il clou del processo sarà l’esame del testimone di giustizia Antonio Chiaramonte, che da un sito protetto racconterà davanti al Tribunale presieduto da Carmen La Rosa i soprusi subiti da Franco Raciti che avrebbe dovuto assolvere il ruolo di paciere per il debito usuraio di migliaia di euro che il produttore catanese aveva contratto con i “Ceusi” di Picanello. Un vortice dentro un altro vortice. I Mazzei infatti – secondo i racconti del testimone di giustizia, che ormai vive lontano da Catania per motivi di sicurezza – hanno preteso il pagamento di una serie di somme a titolo di estorsione per la “protezione” delle diverse attività gestite da Chiaramonte. A gennaio ci sarà il faccia a faccia (anche se a distanza) tra la vittima e i suoi presunti aguzzini.

Autore: fabrizio salvatori Otto mesi a Nicoletta Dosio per non aver osservato gli arresti domicialiari. Locatelli (Prc): “Misura vessatoria, continuerà a disobbedire” da: controlacrisi.org

Il Tribunale di Torino ha inflitto otto mesi di condanna a Nicoletta Dosio, storica esponente No Tav, per non aver ottemperato alla misura cautelare degli arresti domiciliari. In attesa del pronunciamento in secondo grado Nicoletta è stata riaccompagnata in Valsusa, di nuovo agli arresti domiciliari.

“Una misura vessatoria, palesemente ingiustificata, rivolta unicamente ad interdire il diritto di manifestare contro la realizzazione di un’opera distruttiva e inutile, alla quale Nicoletta continuerà a disobbedire”, commenta il segretario del Prc di Torino Ezio Locatelli.
WChe la misura restrittiva sia smaccatamente politica e giuridicamente infondata  – continua Locatelli – è dimostrato dalla stessa istanza presentata dalla Procura della Repubblica – istanza che sarà vagliata il 20 dicembre – di revoca degli arresti domiciliari”.

L’istanza oltre che essere basata “sull’insussistenza di eccezionali ragioni cautelari … sulla insussistenza di ragioni cautelari tout court” è motivata dalla necessità di “interrompere una ritualità mediatica finalizzata alla propaganda delle ragioni della “militanza anti-Tav”. Commenta Locatelli: “Più chiaro di così! Nicoletta è stata vittima di una operazione smaccatamente politica, nonché giuridicamente infondata nel contesto di una più generale strategia repressiva che punta a ridurre il conflitto sociale in Valsusa a mera questione di ordine pubblico. La sua disobbedienza civile è un atto di dignità e di denuncia dell’insostenibilità del clima di stato d’assedio e di repressione che si respira da anni in Valsusa. Non c’è altra via possibile: a Nicoletta deve essere ridata piena libertà e data assoluzione piena rispetto a ipotesi di reato, frutto di una macchinazione politica. A lei e a tutto il movimento No Tav, in lotta contro un’opera affaristica e contro la repressione, va tutta la solidarietà di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea”

Malasanità, Catania: in una notte il decesso di due feti al “Santo Bambino”, la Pubblica Accusa chiede la condanna da: ienesicule.it

di iena giudiziaria marco benanti

Sono passati sette anni, ma la giustizia sembra avere intrapreso il suo corso. Di cosa parliamo? Di un “ordinario” caso di malasanità: la morte di due neonati, nella stessa nottata. Ne accadono tante di queste tragedie, ma forse questa ha qualcosa di veramente assurdo: quella che vi raccontiamo ha avuto inizio il 27 settembre del 2009 ed ora conosce i primi riscontri in Tribunale (in composizione monocratica, davanti al giudice Laura Benanti), dove la Pubblica Accusa ha chiesto la condanna degli imputati (due medici e un’ostetrica) a tre anni per i medici e due per l’ostetrica.

Quel 27 settembre 2009 Rossella Lanza, in compagnia del marito Leone Angelo (nella foto), si reca al Pronto soccorso dell’Ospedale S. Bambino di Catania per algie pelviche e contrazioni. La signora era alla 37ª settimana di gravidanza ed aveva avuto in precedenza quattro parti: uno spontaneo, uno abortivo e due cesarei. Dopo la somministrazione del miolene con successiva cessazione delle contrazioni, Lanza Rossella viene mandata in reparto. Nella notte tra il 28 e il 29 settembre 2009, la donna, però, accusa nuove contrazioni, placate con un’altra dose di miolene. La situazione precipita:

da mezzanotte alle 04 e quaranta del 29 settembre,infatti, la signora Lanza rimane in reparto accusando vomito, dolori e sudorazione finché, dopo esser andata in bagno, si accorge di una perdita di sangue.

Portata d’urgenza in sala operatoria, la donna partorisce il piccolo Aleandro Michele, che dopo poco muore per ipossia fetale: lo si evince dall’autopsia. Una tragedia.

Analoga situazione per il feto della signora Sonia Triolo. Nullipara, alla 41° settimana +5, a cui erano state già eseguite quattro preinduzioni al parto. Durante la notte fra il 28 e il 29 settembre 2009 i medici di turno, secondo l’Accusa, non avrebbero valutato correttamente “…i segni clinici (stato febbrile, tachicardia fetale, prolungamento della fase di latenza) e lo stato della signora Triolo, omettendo di disporre e di seguire in maniera costante controlli cardiotocografici e m onitoraggio della temperatura corporea, nonché –sempre secondo l’Accusa- omettendo di disporre e di eseguire ulteriori accertamenti (quali esame emocromocitometrico)”. Una serie di mancanze che avrebbero provocato la “…mancata tempestiva diagnosi di insufficienza acuta dell’unità feto-placentale instaurata a seguito di corionamnionite e funicolite (che determinava il decesso del feto)”. Per questi fatti sono imputati i medici Rosaria Scuderi e Giacomo Rizzari, assieme all’ostetrica Giuseppa Clelia D’Amico (rimasta sola a monitorare la signora Triolo).

Nel caso della signora Lanza, i medici di turno non avrebbero valutato “…correttamente i segni clinici e lo stato della signora (paziente già cesarizzata 2 volte, con algie pelviche), omettendo di disporre e di eseguire in maniera costante il controllo cardiotocografico e il monitoraggio della ripresa del travaglio e dei suoi effetti slla pregressa cicatrice isterotomia; così concorrendo a determinare la manca tempestiva diagnosi di pericolo di rottura della parte uterina; rottura poi avvenuta con conseguente schok emorragico e lipotimia, e successiva grave sofferenza ipossica a danno del fetto, che ne determinava il decesso”. Per questi sono fatti sono imputati i medici Rosaria Scuderi e Giacomo Rizzari.

 

Dopo anni di battaglie giudiziarie, il relativo processo –con l’accusa di omicidio colposo- è in dirittura d’arrivo. Ma non solo: sono state riscontrate responsabilità per il danno cagionato in capo all’A.O.U. “Policlinico Vittorio Emanuele” di Catania (di cui fa parte il “S. Bambino”), responsabile civile citato in giudizio. Sono parti civili, con gli avvocati Maria Caltabiano, Lucia D’Anna, Maria Platania e Mary Chiaromonte, i genitori delle due piccole vittime: Rossella Lanza e Angelo Leone, Sonia Triolo e Giovanni Manna.

Durante l’istruttoria dibattimentale si è appurato, infatti, da un lato la modalità dell’intervento effettuato e le condotte dei singoli medici e del personale parasanitario dall’altro le disfunzioni organizzative del personale sanitario in servizio e l’indisponibilità di attrezzature utili nella fase di primo soccorso.

Non a caso, secondo i consulenti del Pm, in linea con un orientamento scolastico, la signora Lanza avrebbe dovuto partorire il 27 settembre 2009 in quanto il feto era già formato e la sua situazione clinica lo permetteva.

Il verificarsi del tragico evento, per i consulenti, è da addebitarsi soprattutto al mancato monitoraggio tra la mezzanotte e le 4 e 40’ del 29 settembre 2009.

Non solo: una volta riportata in reparto, Lanza Rossella non è stata correttamente osservata e curata.

Inoltre, nelle quattro ore precedenti la morte del piccolo Aleandro Michele non è stata eseguita alcuna attività diagnostica o terapeutica.

Solo dopo aver avuto la perdita di sangue, gli infermieri allertati hanno contattato i medici. E che dire poi del comportamento tenuto verso il padre? Costui non solo è venuto a conoscenza del parto tramite i familiari della compagna di stanza della moglie: inoltre, non gli è mai stato chiaramente comunicato lo stato di salute della moglie e del bambino. Intollerabili, poi, le lacune gravi mostrate dall’ospedale: è stato accertato che l’ecografo del Pronto Soccorso era privo di sonda transaddominale e quindi inutilizzabile. L’ecografo permette di realizzare un’analisi completa degli organi presenti nell’addome. In questo caso avrebbe garantito la possibilità di verificare le condizioni del feto e dell’utero in ordine allo spessore della parete uterina, all’eventuale assottigliamento delle ferite e della cicatrice.

La disfunzione ha riguardato anche la carenza di personale in quanto quello addetto al reparto era lo stesso poi di quello del pronto soccorso e quello di sala parto.  Si evince dalla denuncia del 30 settembre 2009 del padre che il personale presente erano quattro unità – due infermieri e due medici – e che nella notte del 29 settembre 2009 si occupavano contemporaneamente di due parti. Con esito infausto.

Nel caso della signora Triolo, invece, i consulenti del Pm hanno sottolineato carenze in tema di monitoraggio della temperatura corporea e del battito fetale.

Prossima udienza il 27 ottobre ( ce ne sarà un’altra il 3 udienza), quando parleranno gli imputati

Giudiziaria: devastazione della plaia Catania Mercoledi 26 c.m.ore 9 in via Crispi,

Mercoledi 26 c.m.ore 9  in  via Crispi,  aula Santoro ex Pretura , si terrà la prima udienza su  un solo imputato fra i tanti responsabili ancora   da imputare  per la  devastazione  della Plaia  avvenuta con una “darsena” abusiva al servizio di trasportatori non esclusi quelli sotto indagini e sequestri della DIA.

E’ importante assistere a tale  udienza  in attesa di nuove  inchieste sui  tanti  altri responsabili di simili   favori   alla mafia , di simili  danni  all’ambiente ed all’unica fonte di rinascita rimastaci che è lo sviluppo del turismo marittimo. Uno sviluppo  gestito dai cittadini per mezzo del Comune oggi “metropolitano” e non dall’ ente autonomo di scopo mercantile primo corresponsabile di tale costosa devastazione

Caso Ciancio, Cassazione annulla proscioglimento Requisitoria: «Questo processo non si voleva fare» da: meridionews.it

Claudia Campese 14 Settembre 2016

Cronaca – A fare ricorso a Roma contro il discusso proscioglimento di dicembre 2015 sono stati la Procura etnea e la famiglia Montana. Oggi, dopo più di dieci ore di camera di consiglio, i giudici ermellini hanno dato loro ragione e rimandato all’udienza preliminare

Tornerà alla fase dell’udienza preliminare l’indagine per concorso esterno in associazione mafiosa a carico dell’imprenditore ed editore del quotidiano etneo La Sicilia Mario Ciancio Sanfilippo. Lo hanno deciso i giudici della Cassazione – a seguito del ricorso della Procura e delle parti offese Dario e Gerlando Montana – annullando il proscioglimento ottenuto a dicembre a Catania. Un caso giudiziario storico per tanti motivi. Per l’indagato, innanzitutto: uno degli uomini più potenti della città e del Sud Italia. Per l’arco temporale coperto: almeno trent’anni di informazione e affari a Catania. Ultimo tassello, in ordine cronologico, per la portata del giudizio emesso il 21 dicembre 2015 dalla giudice di Catania Gaetana Bernabò Di Stefano che sostanzialmente nega l’esistenza del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Un documento – tra punti oscuri e veri e propri errori – dal sapore più politico che giudiziario, considerato che lo stesso reato contestato a Ciancio è stato pensato e utilizzato per sanzionare la vicinanza dei cosiddetti colletti bianchi – su tutti, politici e imprenditori – alla mafia. E durante la requisitoria di oggi il procuratore generale si è spinto oltre, rilevando la volontà di non fare questo processo.

L’intricata vicenda comincia nel 2009, quando Ciancio viene iscritto nel registro degli indagati della Procura di Catania. Un fatto di per sé clamoroso ma che tre anni dopo, nel 2012, potrebbe concludersi con la richiesta di archiviazione avanzata dagli stessi uffici giudiziari. In quell’occasione è il gip Luigi Barone a chiedere ai magistrati di continuare a indagare. Così, nel 2015, la Procura cambia intenzioni e viene chiesto il rinvio a giudizio dell’editore. A fine anno, è la giudice Bernabò Di Stefano a decidere per il proscioglimento, con il discusso giudizio di cui si è già detto. Contro questa decisione avevano fatto ricorso in Cassazione, arrivando a oggi, sia la Procura di Catania – che contestava una «violazione di legge nell’applicazione del codice di procedura penale»– sia Goffredo D’Antona, legale delle persone offese Gerlando e Dario Montana – fratelli di Beppe Montana, il poliziotto ucciso dalla mafia nel 1985.

Al centro dei 47 faldoni d’indagine ci sono diversi temi cittadini. Il Pua – un mega progetto da realizzare alla Playa  su diversi terreni anche di Ciancio – e l’intercettazione con l’allora candidato sindaco Enzo Bianco all’indomani della votazione del consiglio comunale etneo sul piano. Ci sono i centri commerciali – come il caso Porte di Catania – e, più in generale, un sistema di terreni agricoli e discusse varianti. C’è la linea editoriale del quotidiano La Sicilia, a lungo monopolista in Sicilia orientale, a cui i magistrati contestano una serie di presunti favori a Cosa nostra. A diventare, infine, di interesse pubblico – dopo la chiusura dell’emittente Antenna Sicilia e i licenziamenti per motivi economici – è anche il tesoretto da 52 milioni di euro di Ciancio, depositato in Svizzera e scoperto dalla procura di Catania. Solo una parte dei soldi tenuti dall’imprenditore all’estero: come nel paradiso fiscale delle Mauritius attraverso un complicato schema di società straniere.

Truffa sul numero dei migranti, nuova inchiesta sul CARA di Mineo:i nomi dei sei indagati da: sudpress.it

Nuova tappa nella inchiesta sul CARA di Mineo che procede, lentamente, molto lentamente, ma procede. Gli ultimi sospetti riguardano le effettive presenze di migranti sui quali venivano calcolati i rimborsi. SUDPRESS se ne occupa dal 2013.  I nomi degli indagati. 

Si diffonde nelle prime ore della mattinata notizia dell’attività della Squadra Mobile  di Catania con gli uomini del commissariato di Caltagirone che stanno eseguendo perquisizioni e sequestri di atti relativi alla gestione del Cara di Mineo.

Sei le persone raggiunte da avvisi di garanzia per falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici e di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche ai danni dello Stato e dell’Unione Europea.

Si tratta di: Sebastiano Maccarrone, direttore Cara; Salvo Calì, presidente Cda Sisifo, consorzio di cooperative capofila dell’Ati fino a ottobre 2014; Giovanni Ferrera, direttore generale Consorzio ‘Calatino Terra d’accoglienza’; Roberto Roccuzzo, consigliere delegato Sisifo; Cosimo Zurlo, ad ‘Casa della solidarietà’ consorzio coop dell’Ati fino da ottobre 2014 ad oggi e Andromaca Varasano, contabile del nuovo Cara Mineo.

Il provvedimento della Procura di Caltagirone, retta dal procuratore Giuseppe Verzera, scaturisce  risultanze del procedimento “Mafia Capitale”, a seguito delle quali è stata avviata un’attività di investigazione allo scopo di accertare presunti illeciti nella gara d’appalto, indetta in data 24.4.2014, per la gestione triennale dei servizi del C.A.R.A. di Mineo.

La gara fu ritenuta illegittima dall’Autorità Nazionale Anticorruzione con parere 15 del 25.2.2015.

L’analisi della contabilità relativa alle presenze giornaliere dei migranti ospiti del C.A.R.A. di Mineo, finalizzata alla liquidazione delle somme spettanti al c.d. “ente gestore”, ha evidenziato che sono stati rendicontati e corrisposti, negli anni 2012, 2013, 2014 e 2015, importi superiori a quelli dovuti, per un ammontare di circa un milione di euro.

Sono tutt’ora in corso perquisizioni presso società in tutto il territorio nazionale.

I PROFILI DEGLI INDAGATI

FERRERAGiovanni Ferrera, direttore generale del Consorzio Cara di Mineo, è stato funzionario giudiziario presso il Tribunale per i Minorenni di Catania dal 1976 al 16 dicembre 2011, responsabile della Cancelleria Civile del Tribunale per i Minorenni di Catania dal 1991 al 1993 e dal 2000 al 2004. Assessore ai servizi sociali e sanitari del comune di Catania dal 1993 al 21 gennaio 2000 e coordinatore del forum degli assessori ai servizi sociali dal 1998 al 2000. Fino al 2004 è stato componente della commissione nazionale per le adozioni internazionali, in rappresentanza dell’Anci presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Dal 2003Ferrera ha ricoperto il ruolo di docente di “Legislazione minorile applicata ai servizi degli Enti Locali” nei corsi di perfezionamento post laurea, organizzati dalla Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Catania edal 2004 al 2011 dirigente dell’Assessorato alle Politiche Sociali della provincia regionale sempre di Catania. Dal 2007 al 2009 è stato responsabile, in qualità di Direttore del “Consorzio Giovanni Verga”, della realizzazione dei progetti finanziati con fondi del Pon Sicurezza alla Provincia e ai comuni di Catania, Acireale, Caltagirone e Vizzini e sino al 2011 responsabile dei progetti sull’immigrazione finanziati alla Provincia dal Ministero dell’Interno a valere sui fondi Pon, Fei e Unra. Componente della “Cabina di Regia” per gli interventi socio sanitari finanziati dalla legge 328 del 2000 presso l’assessorato alla famiglia della Regione Siciliana da febbraio 2009, componente del Coordinamento Regionale sull’affidamento familiare dal novembre del 2009 e componente della commissione nazionale consultiva e di coordinamento per i rapporti con le regioni, gli enti locali ed il volontariato del Ministero della GIustizia dal 2010. Nello stesso diventa componente della Commissione nazionale per le adozioni internazionali in rappresentanza dell’Upi, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

calìSalvo Calì, ex comunista ed ex dirigente medico dell’Asp di Catania, fino a ottobre 2014 è stato presidente del consorzio Sisifo (ente coinvolto anche nello scandalo delle docce antiscabbia del Centro di identificazione ed espulsione di Lampedusa). Tra le cariche ricoperte, Calì annovera inoltre la direzione del Distretto sanitario di Giarre e Paternò, la segreteria del Sindacato Medici Italiani, ed è stato anche consigliere provinciale e consigliere comunale del Pci dal 1980 al ‘90 e dal ’90 al ‘93.

Cosimo Zurlo, amministratore delegato della “Casa della solidarietà” – consorzio di cooperative sociali dell’Ati da ottobre 2014 ad oggi che gestisce anche il Centro di Vermicino – è citato da Repubblica.it come «dipendente della società Auxilium, il 9.2.2010, veniva deferito all’autorità giudiziaria di Bari per inadempimento di contratti di pubbliche forniture e frode nelle pubbliche forniture, in concorso con Pietro Chiorazzo».

Cara di Mineo, 12 indagati: 9 sono sindaci del calatino da:sudpress.it

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Nel mirino dei magistrati della procura di Caltagirone l’appalto da quasi 100 milioni di euro per la gestione del Centro di accoglienza. I reati ipotizzati sono abuso d’ufficio, turbativa d’asta e turbata libertà del procedimento di scelta del contraente

La Procura di Caltagirone ha notificato la proroga delle indagini a 12 persone a vario titolo coinvolte nella gara per la gestione del Cara di Mineo (appalto da 96.907.500 euro). Le ipotesi di reato su cui indagano i magistrati sono abuso d’ufficio, turbativa d’asta e turbata libertà del procedimento di scelta del contraente. 

Tra gli indagati ci sono 9 sindaci del comprensorio con ruoli nel Consorzio dei Comuni “Calatino terra di accoglienza” (oggi in liquidazione): Anna Aloisi (Mineo, all’ epoca presidente del consorzio); Marco Sinatra (Vizzini, ex presidente dell’ assemblea dei sindaci soci); Nuccio Barbera (San Cono), Giuseppe Grasso (Castel di Iudica), Cosimo Marotta (Raddusa), Enzo Marchingiglio (Mirabella Imbaccari), Gianluca Petta (San Michele di Ganzaria), Giovanni Verga (Licodia Eubea), Franco Zappalà (Ramacca).

I tre componenti la commissione di gara, sono Luca Odevaine, Giovanni Ferrera (ex direttore generale del Consorzio) e Salvatore Lentini, capo dell’Ufficio tecnico di Vizzini.

La gara per la gestione del Centro di accoglienza era finita nel 2014 nel mirino dell’ Anticorruzione, oltre che nelle carte di Mafia Capitale e in una più ampia inchiesta dei pm di Catania.

Inchiesta Petrolio, indagato il vice di Confindustria Lo Bello. Guidi? Per i pm era “Inconsapevole strumento del clan” da: ilfattoquotidiano.it

Giustizia & Impunità
Secondo l’accusa, per assicurarsi il controllo di un pontile nel porto di Augusta, sarebbe stata costituita un’associazione per delinquere composta da Gianluca Gemelli, Nicola Colicchi, Paolo Quinto e lo stesso numero due di Confindustria, il quale appreso dell’indagine commenta: “Ho fiducia nei magistrati, mi sentano quanto prima”. Ipm parlano anche dell’ex ministro del Mise Federica Guidi

Il vicepresidente di Confindustria Ivan Lo Bello è indagato dalla Procura di Potenza. La circostanza emerge dagli atti dell’inchiesta su petrolio e appalti che ha portato anche alle dimissioni dell’ex ministro Guidi che i pm definiscono “inconsapevole strumento del clan”. Per assicurarsi il controllo di un pontile nel porto di Augusta, secondo i pm, fu costituita un’associazione per delinquere composta da Gianluca Gemelli, Nicola Colicchi, Paolo Quinto e lo stesso Lo Bello. A Colicchi e Gemelli è attribuito il ruolo di “promotori, ideatori ed organizzatori”; a Quinto e Lo Bello quello di “partecipanti”. Scopo del sodalizio, tra l’altro, fare del porto di Augusta (Siracusa), città natale di Gemelli, uno dei principali poli di stoccaggio di petrolio nel Mediterraneo. Un affare da 20 milioni di euro l’anno.

Scoppiata l’inchiesta Lo Bello aveva cercato di chiamarsi fuori, dicendosi “deluso” e  “tradito” dall’amico Gemelli, scaricando di fatto il fidanzato dell’ex ministro Guidi. Sostenne anche che Gemelli non gli parlò mai di un interesse per il pontile nel porto di Augusta. E invece le contestazioni all’associazione partono proprio dal pontile nel porto di Augusta per estendersi anche ad altri progetti di impianti energetici e permessi di ricerca e i “Sistemi di difesa e sicurezza del territorio” da attuare in Campania.

Per gli inquirenti l’organizzazione faceva “leva, soprattutto al fine di ottenere nomine di pubblici amministratori compiacenti o corruttibili, sul contributo di conoscenze ed entrature politico-istituzionali acquisite in anni di militanza politica da Quinto e Colicchi”. Gli inquirenti citano l’esempio di Alberto Cozzo, commissario straordinario del porto di Augusta, che è indagato e che ottenne la riconferma nell’incarico. Quinto è indicato negli atti dell’inchiesta come capo della segreteria della senatrice Anna Finocchiaro (Pd), Colicchi come componente dell’esecutivo nazionale della Compagnia delle Opere e con un ruolo nella Camera di Commercio di Roma.

L’organizzazione viene definita “rudimentale” dagli inquirenti, secondo i quali però “il gruppo di indagati ha mostrato di essere permanentemente impegnato in attività che, seppure connotate da finalità lecite, vengono perseguite attraverso condotte illecite, quali il traffico di influenze illecite e l’abuso d’ufficio”. Riferendosi in particolare al pontile nel porto di Augusta, Quinto, in un’intercettazione del 16 gennaio 2015, dice a Gemelli: “Se noi vogliamo fare una cosa intelligente, ti conviene prendere il pontile così condizioni l’uso di esso”.

“Ho appreso dalle agenzie di stampa di essere indagato dalla magistratura di Potenza” è il commento di Lo Bello. Che conclude: “Ho sempre avuto piena fiducia nell’operato dei magistrati. Chiederò alla procura di Potenza di poter essere sentito quanto prima per chiarire ogni cosa”.

Nelle carte si legge anche che l’ex Ministra dello Sviluppo economico, Federica Guidi, era diventata “inconsapevole strumento di quello che lei stessa non aveva mancato di individuare quale vero e proprio ‘clan’” che aveva tra i componenti il suo compagno, Gianluca Gemelli (indagato). La Guidi, che non è indagata ma “parte offesa”, si è dimessa lo scorso 31 marzo dopo gli arresti eseguiti nell’ambito dell’inchiesta sul petrolio in Basilicata

Ciancio, Procura ricorre in Cassazione: “Offensiva illazione su concorso esterno” da: catania.livesicilia.it

Venerdì 11 Marzo 2016 – 20:54 di

I pubblici ministeri Antonino Fanara e Agata Santonocito contestano punto per punto la sentenza emessa dal giudice Bernabò Distefano che ha prosciolto il noto editore catanese dall’accusa di concorso esterno sostenendo, sostanzialmente, l’inesistenza del reato.

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CATANIA- La Procura di Catania ricorre in Cassazione contro il proscioglimento di Mario Ciancio. I pubblici ministeri Antonino Fanara e Agata Santonocito contestano punto per punto la sentenza emessa dal giudice Bernabò Distefano che ha prosciolto il noto editore catanese dall’accusa di concorso esterno sostenendo, sostanzialmente, l’inesistenza del reato.

Secondo i pubblici ministeri “la sentenza applica erroneamente la legge penale allorchè ritiene astrattamente non configurabile il concorso esterno nel reato di associazione mafiosa e non individua gli esatti confini delle fattispecie di concorso esterno e di concorso interno nell’associazione mafiosa”. “Manca la motivazione -scrivono ancora i pubblici ministeri- della sentenza nella valutazione di alcuni elementi probatori essenziali e la stessa è, per altri versi, illogica”.

E ancora, “la sentenza viola i limiti cognitivi propri della fase processuale laddove, come si è evidenziato, si spinge oltre i limiti della prognosi circa la non utilità del dibattimento nella direttrice della innocenza/colpevolezza dell’ imputato”.

I pubblici ministeri contestano la ricostruzione giuridica del giudice Bernabò, sostenendo che “il Giudice si è posto in via pregiudiziale il quesito se “sia previsto nell ‘ordinamento giuridico italiano il cosiddello concorso esterno in associazione mafiosa” ed ha ritenuto che a tale quesito si debba “dare risposta negativa”. Lo stesso Giudice, quindi, ha ritenuto che “di conseguenza va dichiarato non doversi procedere nei confronti di Ciancio Sanfilippo Mario in ordine ali ‘imputazione allo stesso ascritta perché ilfatto non è previsto dalla legge come reato

In primo luogo non può condividersi perché non rilevante e, comunque, senz’altro smentita dalle argomentazioni giuridiche, l’opinione secondo il quale l’orientamento giurisprudenziale favorevole al concorso esterno in associazione mafiosa, che costituisce ormai “diritto vivente”, si fonderebbe non su valutazioni giuridiche, ma solo su delle inconfessate ragioni sociologiche e sulla esigenza politica di combattere più efficacemente la mafia”.

Secondo i pubblici ministeri, la ricostruzione della Bernabò contiene una “offensiva illazione, in quanto solo tale termine può utilizzarsi, dovrebbe fondarsi sulla conoscenza delle presunte intime finalità del comportamento di tutti o della maggior parte dei Giudici e non ha, naturalmente, nessun fondamento probatorio, neanche da un punto di vista logico-deduttivo.

Sul piano giuridico, dopo aver sommariamente esposto gli orientamenti giurisprudenziali sulla fattispecie del concorso esterno in associazione mafiosa, il Decidente, con grande enfasi, introduce due “importanti interventi” che, nell’anno 2015, avrebbero dimostrato l’impossibilità di configurare il concorso esterno in associazione mafiosa.

In realtà i “due importanti interventi” dimostrano esattamente il contrario.

Nel caso oggetto del processo, all’imputato è contestato di avere contribuito coscientemente al raggiungi mento dei fini e al rafforzamento dell’ associazione mafiosa con le condotte specificate nel capo di imputazione e, in sostanza, avvalendosi anche dei suoi rapporti con alcuni autorevoli esponenti politici e con figure apicali della pubblica amministrazione, per fare conseguire a se stesso e a11’associazione mafiosa indebiti vantaggi, ponendosi come agevolatore di affari di rilevante valore in cui è interessata Cosa Nostra.

Orbene, tali condotte sono state sempre ritenute dalla giurisprudenza di legittimità e di merito come pacificamente sussumibili nella fattispecie contestata all’imputato sin dalle prime pronunce delle Sezioni Unite della Cassazione. E’ infatti errato sostenere (cfr. pago 114) che la sentenza Demitry del 1994 avrebbe circoscritto la configurabilità del concorso esterno ai casi di apporto limitato del concorrente in circostanze particolari della vita dell’associazione, ossia in caso di stato di fibrillazione. Tale conclusione non è solo semplicistica, ma anche inidonea a cogliere il nucleo centrale dell’evoluzione giurisprudenziale”.

E ancora, il giudice Bernabò Distefano sarebbe incorso in “un ulteriore errore in cui è incorso il Giudice neII’applicare la norma sul concorso esterno è consistito nel sostenere che il Pubblico Ministero avrebbe errato nel contestare all’imputato “solo un capo di imputazione”, quello del concorso esterno, e non anche dei reati fine, poiché “Falcone contestava il concorso esterno unitamente ai reati fine”, contribuendo tale omissione a creare “un’ulteriore problema di individuazione delle singole condotte criminose”. Orbene, a questo Pubblico Ministero non è noto se il dottor Falcone abbia sempre contestato, oltre al concorso esterno, anche dei reati fine; è però noto che il reato di associazione mafiosa, così come il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, è un reato di pericolo e che il Legislatore ha anticipato la soglia di punibilità proprio per prevenire la lesione dell’ordine pubblico.

Per tale ragione la partecipazione ad un’associazione a delinquere, ad una associazione dedita al traffico di sostanze stupefacenti, ad un’associazione mafiosa ­ così come il concorso esterno alle stesse – prescinde totalmente dalla commissione da parte dell’imputato dei reati-fine”.

“E’ stato citato anche l’ex Presidente della Regione -ricostruiscono i pubblici ministeri- Lombardo Raffaele, per la data del 04.09.2013 per essere sentito a verbale in ordine ai suoi rapporti con Ciancio e in ordine al suo intervento per l’iter amministrativo che ha condotto alle autorizzazioni per il centro commerciale Porte di Catania e per la costruzione di un villaggio destinato ai militari americani (Xirumi); Lombardo, però, si è avvalso della facoltà di non rispondere (dichiarazione del 07.09.2013), quale imputato di reato connesso.

Questo Pubblico Ministero ha, comunque, acquisito il verbale delle dichiarazioni che lo stesso Lombardo ha reso in una delle udienze del processo a suo carico, verbale contenente alcune rilevanti affermazioni su Ciancio e in ordine all’iter amministrativo per la costruzione del centro commerciale del Pigno (o Porte di Catania).

Non è vero, come scrive il Giudice, che è stato sentito solo un consigliere comunale, ossia Maravigna, tra quelli che parteciparono alla modifica del PRG, presupposto per il rilascio del permesso a costruire del centro commerciale Porte di Catania. Oltre al tentativo di sentire Scapagnini, all’epoca Sindaco e Presidente della Giunta Comunale, sono state fatte indagini bancarie approfondite su Benito Paolone, all’epoca consigliere comunale, non potendolo sentire in quanto deceduto, e sono emersi dei collegamenti con l’imputato Ciancio anche di natura finanziaria; sono stati, poi, sentiti il consigliere D’Agata Rosario, in due occasioni, nonché l’onorevole Viola, deputato regionale ma anche socio di Ciancio.

Il Giudice, a partire da pago 129, ha mosso serrate critiche alle valutazioni espresse dal GUP nella sentenza di condanna per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa emessa, a seguito di giudizio abbreviato, nei confronti dell’ex Presidente della Regione Sicilia, Lombardo Raffaele; ha poi sostenuto che, comunque, gli elementi posti a carico del Lombardo non avevano alcun rilievo a carico del Ciancio perché “la sentenza in questione ha riguardato Lombardo Raffaele che è un politico, già ex Presidente della Regione Sicilia, invece, l’imputato del presente procedimento non è un uomo politico “. Ma il Giudice, piuttosto che occuparsi degli eventuali errori motivazionali compiuti dal GUP della sentenza Lombardo, avrebbe dovuto confrontarsi con la rilevanza probatoria degli elementi scaturenti dagli atti acquisiti nell’ambito di quel processo e prodotti nel presente giudizio; ciò egli non ha fatto e, in tal modo, ha omesso di motivare su elementi probatori certamente significativi . In particolare, era emerso da tali atti il coinvolgimento del Ciancio in lucrosi affari (Centro commerciale Porte di Catania, progetto villaggio degli americani Xirumi) nei quali era stata coinvolta da parte dello stesso Ciancio l’ associazione mafiosa Cosa Nostra in uno al politico Lombardo Raffaele . L’iniziativa di interessare in tali affari anche esponenti di Cosa Nostra appare certamente significativa della consapevole volontà del Ciancio di favorire, oltre che se stesso, anche il predetto sodalizio”.