Il bandito della Guerra fredda da woodpress.com Un libro di Pietro Orsatti per Imprimatur editore

Sovranità limitata. Il diario del generale Castellano

Con questo post inizia il rilascio di documenti e testimonianze alla base della ricerca del libro “Il bandito della Guerra fredda” di Pietro Orsatti per Imprimatur editore.

Il documento, il diario del generale Giuseppe Castellano dal 25 luglio al 29 agosto 1943, testimonia come si giunse alla firma dell’armistizio fra gli Alleati e l’Italia avvenuto a Cassibile il 3 settembre 1943. Conservato negli archivi nazionali statunitensi (NARA) nel Casellario dell’Oss (Office of Strategic Services, i servizi segreti americani dell’epoca che in seguito si trasformeranno nella Cia) e desecretato fra il 2003 e il 2004 (RG 226 , numero 33854, serie 92, busta 621, fascicolo 5).

Si tratta del racconto in prima persona delle trame (come racconta lo stesso Castellano del colpo di stato) che portò alla caduta di Mussolini, dell’atteggiamento assolutamente folle i irrealistico dei Savoia e del loro entourage e dei primi incontri che lui stesso ebbe a Madrid e Lisbona che portarono all’armistizio. Che fu una resa senza condizioni.

Il punto di partenza.

In seguito Castellano in Sicilia si macchiò della strage del pane a Palermo del 19 ottobre 1944 e degli incontri con i principali capi mafia (primo fra tutti Calogero Vizzini) per “Formation of Group favoring  Autonomy under direction of Maffia (sic)”.

Scrive Castellano:

La mattina del 19 agosto, Campbell mi invita a casa sua per le ore 22.30. Qui incontro George Kennan (l’incaricato d’affari americano), il generale Smith (capo di gabinetto del generale Eisenhower) e il brigadiere Strong, dell’esercito britannico. Sono arrivati da Algeri poche ore prima apposta per potermi incontrare. L’ambasciatore mi presenta. I presenti mi salutano con un cenno del capo. Nessuno mi stringe la mano. Ci sediamo. Il generale Smith inizia a leggere un foglio con i termini dell’armistizio. Io lo ascolto con attenzione e mi accorgo di essere dinanzi ad una nuova situazione, diversa da quella affrontata con Hoare. Chiarisco agli astanti di non aver mai parlato di armistizio, di essere lì per studiare la situazione e per offrire la collaborazione delle truppe italiane. Il generale Smith mi informa che il documento è stato preparato dal generale Eisenhower all’indomani della caduta di Mussolini, prima ancora che io iniziassi a muovermi. Negli ultimi giorni è stata aggiunta al documento solo una pagina supplementare contenente le decisioni prese da Roosevelt e da Churchill. Sono stati avvertiti delle mie richieste da Hoare. Viene poi letto un secondo documento. Io replico che i punti della discussione sono altri. Il generale Smith mi risponde seccamente: ha ordini di trasmettermi i due documenti e mi chiede di accettarli integralmente e senza condizioni.

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Nella foto, da sinistra a destra: Brigadier Kenneth W. D. Strong, Generale di Brigata Giuseppe Castellano, Generale Smith e Franco Montanari del ministero degli esteri italiano, 3 settembre 1943

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PRIMO PIANO

Aborto, abrogare l’obiezione è l’unica soluzione di Paolo Flores d’Arcais
In un paese come l’Italia in cui i medici obiettori sono il 70% i correttivi delle assunzioni ad hoc sono insufficienti. L’unico modo per assicurare il diritto delle donne a interrompere la gravidanza è la coerenza di un’abrogazione dell’obiezione clericale che avrebbe dovuto essere stabilita già 39 anni fa.

Come fare funzionare la 194. Una proposta cristiana di Noi Siamo Chiesa
“Il personale sanitario obiettore sia obbligato a dedicarsi in modo gratuito e permanente a qualche attività in campo assistenziale o sociosanitario per dare testimonianza della genuinità della sua obiezione”. Di fronte alle crescenti difficoltà nel garantire il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza il movimento di cattolici di base “Noi Siamo Chiesa” rilancia la proposta fatta dai cristiani che, pur contrari all’aborto, hanno appoggiato a suo tempo la 194.

194, ben vengano le assunzioni di medici non obiettori di Maria Mantello
La Regione Lazio sarà la prima ad avere ginecologi non obiettori assunti per far valere il diritto della donna all’aborto. Finalmente un’operazione concreta che riporta nel giusto alveo la 194, trasformata nella terra promessa dell’obiettore-ginecologo, fino a impedire l’interruzione volontaria di gravidanza.

FILOSOFIA – IL RASOIO DI OCCAM

Contro la sinistra globalista di Carlo Formenti
I teorici operaisti italiani di matrice “negriana”, che trovano spazio sulle colonne del giornale “Il Manifesto”, detestano la sinistra che scommette su quelle lotte popolari che mirano alla riconquista di spazi di autonomia e sovranità, praticando il “delinking”. Ma così facendo diventano l’ala sinistra del globalismo capitalistico.

 

ARTICOLI

 

Don Ciotti: “La politica si metta al servizio della società (civile)” intervista a don Luigi Ciottidi Giacomo Russo Spena
Dal ruolo del Papa alla battaglia per il “reddito di dignità”, dal contrasto alla povertà all’importanza della nostra Costituzione. Una conversazione con il fondatore di “Libera” che ha appena lanciato “Numeri Pari”, una rete di associazioni che si batte per la giustizia sociale: “Le disuguaglianze vanno combattute sia sotto il profilo etico, perché umiliano la pari dignità delle persone, sia pratico, perché disgregano la coesione sociale e il senso di comunità”.

 

Per il lavoro, con i tassisti contro Uber di Alessandro Somma
Un conflitto tra il vecchio che difende i suoi privilegi, e il nuovo che avanza verso un futuro radioso: così è stata rappresentata la lotta dei tassisti contro le norme a favore di Uber. Mai come in questo caso, però, le semplificazioni sono l’anticamera delle menzogna, qui amplificata da complessi tecnicismi.

 

“Gli ‘eredi’ di Pannella ci vogliono sfrattare” di Carlo Troilo
Guidati da Maurizio Turco, leader del “Partito Radicale Non violento Transnazionale e Transpartito” – PRNVTT, vogliono cacciare Radicali Italiani e Associazione Luca Coscioni dalla storica sede di via di Torre Argentina, portando alle estreme conseguenze lo scontro verificatosi all’ultimo congresso.

“The Great Wall” di Zhang Yimou di Giona A. Nazzaro
Con “The Great Wall”  – successo enorme in Cina, fallimento al botteghino Usa – Zhang Yimou, cineasta di regime, si piega senza colpo ferire a quella che lo sguardo ufficiale cinese ritiene essere l’estetica dello spettacolo digitale globale.

“Fermare l’occupazione per salvare Israele” di Fulvio Scaglione
“Temiamo la scomparsa del carattere democratico dello Stato”. Parla il professor Daniel Bar Tal, eminente psicologo israeliano che, dopo aver scritto libri sulla psicologia della guerra, ha lanciato una campagna a cui hanno aderito già 500 tra scrittori, scienziati, diplomatici e artisti israeliani per far capire che l’occupazione delle terre palestinesi fa male anche agli israeliani e cambia la natura del loro Paese.

Concorrenza fra partiti e sistema elettorale di Guido Ortona
Un buon funzionamento della democrazia implica che la concorrenza fra i partiti politici venga adeguatamente promossa (se insufficiente) e tutelata. Condizione necessaria per ciò è che il sistema sia proporzionale. Un’eventuale soglia di sbarramento deve essere molto bassa, e un premio di maggioranza è quasi sicuramente dannoso.

L’AFRICA DEL DUCE. I Crimini Fascisti in Africa di Antonella Randazzo

Antonella Randazzo

L’AFRICA DEL DUCE
I crimini fascisti in Africa

Ed. Arterigere – Pagg. 365

Il libro ripercorre, dall’avvento del fascismo fino alla caduta di Mussolini, gli eventi più significativi del colonialismo fascista, attraverso documenti ufficiali, lettere, quotidiani e altre pubblicazioni dell’epoca. L’Istituto Luce si curò di mostrare soltanto gli aspetti piacevoli e rassicuranti di ciò che accadeva nelle colonie: soldati che aiutavano i bambini, che costruivano strade, ascari incolonnati che facevano il saluto fascista o che ammiravano le opere del genio italiano. Non furono mostrate le terribili immagini dei morti, delle operazioni di bombardamento con i gas, oppure i campi di prigionia. Tutto apparì agli italiani come un’avventura utile, una missione di “civiltà”. I retroscena furono nascosti e sarà difficile portarli alla luce anche dopo molto tempo.
Come nella propaganda di oggi, i soldati italiani apparivano buoni e altruisti, in “missione di pace e civilizzazione”.
Le foto di ciò che realmente accadeva durante la guerra in Etiopia furono fatte circolare soltanto dopo il conflitto. Non erano foto del Luce, ma di soldati e di giornalisti stranieri. In queste foto si videro immagini agghiaccianti: corpi sventrati, bambini mutilati, la testa mozzata del degiac Hailù Chebbedé esposta sulle piazze di Socotà e Quoram, e altre atrocità commesse dai soldati italiani. I bombardamenti terribili con gas tossici avevano sterminato intere tribù, ma nulla si sapeva in Italia.
Il nazifascismo fu uno dei volti del potere del gruppo egemone, un volto che si era espresso così ferocemente, fino a quel momento, soltanto fuori dall’Europa, nelle terre considerate di nessuno, dove si poteva saccheggiare e sfruttare impunemente. Dove i crimini più terribili non venivano nemmeno conosciuti e la vita delle persone non valeva nulla.
Questo libro permette di capire profondamente le dinamiche distruttive proprie del colonialismo, e i metodi di dominio sui popoli.
E’ una pubblicazione che parla di fatti del passato, ma che apre la mente alla comprensione dei metodi distruttivi utilizzati anche oggi nel Terzo Mondo.
Oggi, dopo più di sessant’anni, il problema del colonialismo è ancora tragicamente aperto. Dopo i recenti fatti riguardanti la Libia, si può dire che il neocolonialismo occidentale è ancora una tragica realtà, e continua a produrre sofferenza e morte. Analoghi a quelli del passato sono i tentativi di far credere nella missione filantropica e democratica delle autorità occidentali.
Le tecniche di dominio diventano sempre più sofisticate, in virtù del progresso scientifico e tecnologico, ma le motivazioni rimangono tragicamente le stesse.

INDICE

INTRODUZIONE……………………………………………….7

CAPITOLO I – Dallo Stato liberale al fascismo……..21

CAPITOLO II – Il duce e la politica estera…………..73

CAPITOLO III – La pacificazione della Libia………107

CAPITOLO IV – Le guerre in Somalia……………….147

CAPITOLO V – La costruzione dell’Impero……….163

CAPITOLO VI – L’Apartheid di Mussolini…………235

CAPITOLO VII- La caduta del fascismo e la perdita delle colonie..269

CONCLUSIONI…………………………………………….307

DOCUMENTI………………………………………………317

BIBLIOGRAFIA…………………………………………..357

INTRODUZIONE

Ancora oggi, dopo più di sessant’anni, esistono diversi luoghi comuni sul periodo coloniale e sul periodo fascista, che non trovano alcun riscontro nella realtà storica dei fatti. Ad esempio, molti italiani abbracciano ancora il punto di vista proposto, dopo l’armistizio, da monsignor Domenico Tardini, che in un promemoria destinato agli americani sosteneva che gli errori di Mussolini erano iniziati alleandosi con la Germania di Hitler. Secondo Tardini, l’alleanza con la Germania aveva allontanato Mussolini dalla tradizione italiana e della Chiesa. Il duce “agendo di testa sua” era stato indotto ad entrare in guerra. Le argomentazioni di Tardini omettono e negano una serie di fatti storici ormai accertati e documentati. Il regime fascista aveva già portato l’Italia alla rovina (prima ancora dell’alleanza con Hitler) con la sua politica economica da saccheggio e con la guerra d’Etiopia. Tardini non fa emergere il carattere violento e bellico dell’ideologia fascista, che spinse Mussolini, appoggiato dai suoi complici e dal re, prima ad avvicinarsi ai paesi imperialistici, che vedeva come i più forti, e poi ad entrare in guerra al loro fianco presagendo una vittoria eclatante e vantaggiosa. Non era stato soltanto Mussolini a volere la guerra, ma tutti i fascisti (industriali, banchieri, agrari e parte del popolo) e anche il re, lo testimoniano parecchi documenti e giornali dell’epoca che inneggiavano alla “guerra lampo”. Un altro elemento che confuta l’idea di Tardini è l’aggressione brutale che Mussolini aveva già attuato contro l’Etiopia. In Etiopia era stata praticata una politica imperialistica e violenta, che era la natura stessa del fascismo, da cui derivò l’avvicinarsi a Hitler. Quindi, l’imperialismo e la scelta della guerra erano già insite nella politica espansionistica del duce e non furono affatto dovute all’imposizione o all’influenza di Hitler.
La tesi di Tardini, pur essendo del tutto errata, è ancora presente nella coscienza degli italiani, anche per i fatti successivi all’armistizio, cioè il voltafaccia del re e l’arresto di Mussolini. Questi fatti spinsero molti a prendere le distanze dal duce e a cercare delle giustificazioni, dato che fino a poco prima si erano dichiarati suoi devoti sostenitori. Si affermò così il mito del duce che era stato traviato dal diabolico Hitler.
Ma la verità, sempre più dura e spiacevole dell’illusione, è che il regime fascista fu un sistema politico-economico criminale, sostenuto attivamente da molti italiani.
Questo libro tratta dei crimini commessi nelle colonie africane, parecchi crimini, che possono competere con la cattiveria e la criminalità di Hitler.
Il colonialismo italiano è una parte di storia poco conosciuta, soprattutto perché per molti anni si è attuato un vero e proprio insabbiamento degli eventi più crudeli. I motivi dell’insabbiamento istituzionale e politico sono dovuti a diversi fattori, politici ed economici. L’Italia intraprese il percorso coloniale senza una razionalità ben precisa, motivata da ragioni legate al periodo storico, cioè dal prestigio e dal desiderio di imporsi come grande potenza europea. L’impresa coloniale non è stata un affare conveniente per il paese (sia nel periodo liberale che fascista), e richiese un costo molto alto, sia economico che di vite umane (italiane ma soprattutto africane). Un altro motivo dell’oblio è che il colonialismo non fu una parte di storia per noi onorevole. Abbiamo anche noi, come gli altri paesi europei, seguito la logica del profitto e della sopraffazione, con la pretesa assurda di rimanere comunque ‘brava gente’. In Italia si è affermato un altro luogo comune non suffragato dai fatti: che avessimo realizzato nelle nostre colonie una sorta di ‘colonialismo buono e quasi pacifico’. Nel periodo coloniale, e anche successivamente, si diffuse l’idea che la nostra indole di persone socievoli e cordiali si fosse manifestata anche in ambito coloniale, e avessimo realizzato una sorta di paradiso per gli indigeni. Ma non andò così. Il potere coloniale italiano inflisse agli indigeni ogni sorta di violenza e sopruso: dalla deportazione alla giustizia sommaria, dall’espropriazione delle terre alla decimazione del bestiame, dal lavoro forzato alla segregazione razziale. Le repressioni, il razzismo e le espropriazioni erano già ampiamente praticati anche nel periodo liberale, ma sotto il fascismo si ebbero diverse leggi che autorizzarono la segregazione razziale, e una serie di provvedimenti che per gli indigeni equivalevano alla morte o alla miseria. Il fascismo impedì con ogni mezzo la formazione di una borghesia indigena, non permise agli indigeni di acquisire conoscenze, se non quelle basilari e rudimentali, e li estromise da tutte le posizioni di potere, rendendoli esclusivamente sudditi, completamente sottomessi al potere italiano.
L’uso dei gas mortali fu per molto tempo negato. Mussolini cercò di cancellarne le tracce documentarie, e anche dopo la sua caduta era difficile parlarne senza essere accusati di calunnia o di avere poco rispetto per le forze armate.
Anche negli anni ’60 le documentazioni sulle guerre coloniali omisero parecchi elementi e non mirarono a fare chiarezza sui fatti. Ad esempio, un libro di Vincenzo Lioy sulle operazioni dell’Aeronautica in Eritrea e in Libia, pubblicato nel 1964 dal “Comitato per la documentazione dell’opera dell’Italia in Africa”, non spiega e non chiarisce la lotta della resistenza libica, limitandosi a parlare di “ribelli”, proprio come si faceva durante il fascismo per nascondere che il popolo libico non voleva il dominio italiano. Sotto il fascismo la propaganda si prodigò a diffondere l’idea che gli indigeni delle colonie si sottomettessero con entusiasmo alla superiore civiltà italiana, ricevendo non pochi benefici. Negli anni ’60 ormai si poteva conoscere la verità storica. Tuttavia, Lioy non cita nemmeno l’uso dei gas, pur avendo a disposizione documenti e telegrammi che lo testimoniavano inconfutabilmente. Ammettere l’esistenza di un popolo che rifiutava il dominio italiano, come avverte Salerno, equivaleva ad ammettere che la terribile repressione attuata dal governo fascista era diretta a tutto il popolo libico, cioè “riconoscere che in molti casi, forse nella maggioranza dei casi, gli aviatori italiani gettarono le loro bombe su concentramenti di civili e non, invece, su gruppi di soli armati”. (1)
Negli anni ’70 il presidente libico Muhammar Gheddafi parlava di gravi crimini commessi dall’Italia contro i libici. Quello che raccontava, cioè l’uso dei gas, le uccisioni arbitrarie, il genocidio della popolazione del Gebel e i campi di concentramento, apparvero come esagerazioni. L’Italia non aveva conoscenza dei veri fatti accaduti e conservava ancora le notizie date dalla propaganda, cioè notizie di “lavoro italiano”, di miglioramento della situazione delle colonie e di fiere coloniali in cui venivano mostrati soltanto gli aspetti commerciali e superficiali della situazione nelle colonie. Ma alcuni autori, come Eric Salerno, Angelo Del Boca o Giorgio Rochat, fecero studi approfonditi e trovarono telegrammi, documenti e lettere che testimoniavano che in Libia erano avvenuti fatti criminali gravissimi. La “missione civilizzatrice” e le belle immagini del “lavoro italiano” avevano nascosto il genocidio del popolo libico, attuato soprattutto per fare spazio ai coloni italiani.
Per realizzare i suoi obiettivi Mussolini si valse di collaboratori che condivisero con lui completamente i disegni criminali, e a volte lo superarono in crudeltà. Uno di questi fu il Maresciallo Rodolfo Graziani, che nel 1937 attuò in Etiopia una repressione senza limiti di crudeltà. Fu troppo persino per il duce, che volendo migliorare l’immagine del fascismo, decise di sostituirlo con il più mite Duca D’Aosta.
Mussolini si occupò di reprimere definitivamente la lotta partigiana in Libia, e poté sperimentare la potenza dell’Aviazione italiana contro la popolazione inerme, su cui fece gettare una grande quantità di gas mortali.
La propaganda fascista parlava di gruppi fanatici e bande criminali che venivano sconfitti dalla civiltà evoluta dell’Italia, che portava pace e benessere ovunque.
Si arrivò a comandare agli aviatori di bombardare ovunque vedessero qualcosa che si muoveva nei luoghi non soggetti al dominio italiano. Lo scopo era quello di terrorizzare la gente, per indurla alla totale sottomissione. Un altro scopo era quello di studiare attentamente gli effetti dei gas sulla popolazione. Uno dei tanti protagonisti, l’aviatore Vincenzo Biani, nel suo libro “Ali sul deserto”, scrisse:

“Gli occhi degli aviatori, raccolta la visione dello spettacolo, riprendevano la fissità scrutatrice della indagine fredda, quando si trattava di guidare di nuovo la propria macchina sul folto della massa nemica.
(…) Una carovana di un centinaio di cammelli, terrorizzati dalle prime esplosioni, si erano allontanati in gran fretta, dondolando sulle groppe i loro carichi malfermi, ma due Romeo, che li avevano visti, volsero da quella parte.
Il primo passo sputando addosso alle bestie una spruzzata di pallottole che nella maggior parte andarono a vuoto, poi l’Arma s’incantò e non volle più saperne di sparare.
Il pilota si arrampicò per aria lasciando libero il campo al compagno che sopraggiungeva, rasente a terra, dalla coda verso la testa della carovana, mettendo a segno un intero caricatore sui fianchi dei cammelli.
Molti stramazzarono a terra, scoprendo i ventri obesi e annaspando nell’aria con le zampe lunghissime, unico mezzo a loro disposizione per dire che erano dispiacenti di morire. Ma nessuno li compianse.
(…) Una volta furono adoperate alcune bombe ad iprite, abbandonate dal tempo di guerra in un vecchio magazzino ed esse produssero un effetto così sorprendente che i bersagliati si precipitarono a depositare le armi”. (2)

Gli appelli delle comunità islamiche a denuncia dei crimini che l’Italia stava attuando non servirono a nulla. Eppure erano appelli chiari e ben documentati. Uno di essi, ad esempio, diceva:

“La gente ha appreso che l’Italia ha diretto ottantamila arabi del Gebel el Akdar e li ha posti nel deserto di Sirte togliendo loro i propri terreni col pretesto di volerli colonizzare per mezzo degli italiani i quali sanno fare meglio degli arabi. Il mondo ha appreso che l’esercito italiano ha occupato Cufra ed ha ucciso una quantità di arabi che difendevano il proprio paese. (…) La storia dell’umanità, anzi la storia dei barbari, non ha mai registrato fin adesso maggiori atrocità né più vili, né più selvagge di quanto hanno fatto, questa volta, gli italiani in Tripolitania e nella Cirenaica.
(…) Gli italiani si sono incamminati verso Cufra preceduti dagli aeroplani i quali incominciarono a lanciare bombe sulle abitazioni uccidendo gran numero di donne, bambini e vecchi. Quando poi gli italiani hanno occupato Cufra estenuando i disgraziati arabi con la superiorità delle loro armi, hanno permesso il massacro in Cufra per la durata di tre giorni nei quali hanno commesso atti a cui nessuno può pensare.
(…) hanno squarciato il ventre delle donne (…). Della popolazione di Cufra furono uccisi in combattimento duecento martiri mentre essi difendevano le loro abitazioni e il loro onore.” (3)

L’Italia del fascismo era un’Italia repressa duramente dalle leggi fasciste, un’Italia che sempre più veniva soggiogata dall’unico punto di vista fascista, nell’incapacità di capire le tante insidie della propaganda. Il re e la Chiesa si mostravano sempre più entusiasti del fascismo e delle sue politiche coloniali.
Il re, grazie a Mussolini, avrà la Corona imperiale, mentre la Chiesa, oltre ai vantaggi dei Patti Lateranensi, avrà la garanzia di vedere tutelati i suoi interessi economici. Il Banco di Roma, come altre banche e imprese, sarà protagonista di prima grandezza nelle vicende coloniali italiane. La spinta delle banche e delle imprese è stata sempre molto forte nell’appoggiare le guerre coloniali, era stato così anche per la guerra italo-turca di conquista della Libia, nel 1911-1912, così sarà anche per la guerra etiopica. Nel mondo capitalistico italiano erano molti i settori, ad esempio quello armatoriale, quello cantieristico o navale, che traevano enormi profitti dalle vicende coloniali.
Caratteristiche proprie del colonialismo fascista furono la massiccia propaganda e la rigida censura, che crearono consensi e nascosero gli aspetti più terribili dei fatti coloniali, impedendo denunce e indignazioni, che furono presenti nel periodo liberale. Nel fascismo la guerra all’Etiopia venne propagandata come una guerra nazionale, che avrebbe permesso all’Italia di salire un primo scalino per riaffermare la sua antica grandezza. Mussolini, attraverso l’aggressione all’Etiopia, tenterà di sollevare le sorti di un paese economicamente distrutto, in cui la gente iniziava ad accorgersi che il fascismo non era dalla parte delle persone comuni, e in cui molti giovani erano disoccupati e annoiati dalle restrizioni del regime. La guerra d’Etiopia permetterà a tutti di sentirsi protagonisti. Scrisse Indro Montanelli:

“Ognuno voleva passare alla Storia come il conquistatore di qualcosa: Starace fece il diavolo a quattro per entrare per primo a Gondàr. E Badoglio ebbe il suo daffare per tenere in freno iniziative spericolate e per dirimere gelosie e rivalità. Per la marcia su Addis Abeba, dopo l’ultima conclusiva battaglia, si dovettero contingentare i posti d’imbarco sugli automezzi della colonna: volevano andarci tutti.
(…) Non era un’altra Italia che nasceva in Abissinia, ma la stessa Italia, coi suoi gerarchi, i suoi uggiosi rituali, la sua jungla di regolamenti contraddittori, le sue clientele, le sue fazioni.” (4)

Non erano pochi quelli che sapevano, ma per molti anni anche i protagonisti della guerra d’Etiopia negarono la crudeltà praticata nelle colonie. Del resto, anche altri crimini del fascismo apparivano inesistenti. Il mondo intero osannò il governo antidemocratico e repressivo del fascismo. Ad esempio, nell’America del 1932, un sondaggio che chiedeva chi è “il più grande uomo del mondo” vide vincitore Mussolini, e il “New York Times” lo definì “l’uomo di Stato più chiaroveggente del momento”. Negli anni ’30, nessuno più si ricordava o diceva come quel governo era salito al potere.
Il nazifascismo fu uno dei volti del potere capitalistico, un volto che si era espresso così ferocemente, fino a quel momento, soltanto fuori dall’Europa, nelle terre considerate di nessuno, dove si poteva saccheggiare e sfruttare impunemente. Dove i crimini più terribili non venivano nemmeno conosciuti e la vita delle persone non valeva nulla. Lo studioso Ali A. Dawi fa notare come alcune caratteristiche del diritto internazionale hanno permesso che il colonialismo fosse legale:

“Il diritto internazionale tradizionale, di origine europea, è largamente fondato sulla distinzione tra le nazioni civilizzate (europee) e quelle che non lo sono (non-europee). Questo diritto riserva alle prime i benefici del ‘diritto pubblico europeo’ e consacra il loro diritto di porre le seconde sotto la dominazione coloniale. Inoltre, il diritto internazionale e coloniale non costituiva altro se non delle regole adottate dagli Stati colonialisti per limitare la loro competizione coloniale. D’altro canto, il diritto interno dello Stato colonizzatore non può, evidentemente, arbitrare i propri rapporti con il paese colonizzato. In effetti, questo diritto non è che l’espressione della forza bruta del vincitore”. (5)

Fino a quando una cultura si sentirà superiore alle altre avverrà una sorta di “dualismo morale”, che farà coesistere due aspetti contrastanti: quello del rispetto della persona umana e dei suoi diritti nello Stato di Diritto, e quello delle persone appartenenti ad altre terre, considerate inferiori e, quindi, devono sottostare alla volontà degli appartenenti alla cultura che ha formulato il diritto stesso, nella doppia legislazione.
Tutte le potenze europee, anche quelle che si dichiarano democratiche, hanno attuato nelle colonie una crudeltà senza limiti, con la giustificazione della presunta superiorità culturale dell’Europa. Solo per fare qualche esempio, gli inglesi massacrarono i mahdisti del Sudan, i tedeschi gli Herero in Namibia e i belgi i congolesi.
Mussolini, con la guerra d’Etiopia, suscitò indignazione da parte dell’opinione pubblica inglese perché negli anni ’30 stava emergendo una nuova sensibilità verso le terre non europee. L’opinione pubblica occidentale induceva a pensare che il periodo coloniale, con i suoi crimini e le terribili repressioni, stesse tramontando. Ma così non sarà, e anche dopo la Seconda guerra mondiale avverranno parecchi massacri contro i popoli che lottavano per la loro libertà. Ricordiamo, ad esempio, i Mau Mau del Kenya, che furono considerati dagli inglesi “feroci e selvaggi terroristi” soltanto perché volevano le loro terre, e furono repressi ferocemente fino alla sconfitta. I Mau Mau, alla fine della guerra, avevano ucciso complessivamente 100 inglesi, mentre questi ultimi avevano massacrato e deportato almeno 130.000 indigeni, praticando torture nei campi di concentramento appositamente creati. Anche in Algeria avvenne un genocidio tra il 1954 e il 1961. I francesi, pur di conservare il dominio sulla colonia, uccisero un milione e mezzo di patrioti algerini.
Le potenze europee furono ambigue e di fatto condiscendenti verso la ferocia coloniale dell’Italia fascista, e dopo la Seconda guerra mondiale i vincitori aiutarono l’Italia a insabbiare i crimini commessi contro l’Etiopia. Non potevano certo permettere che un paese africano istituisse una Norimberga contro un paese europeo, altrimenti quante Norimberga avrebbero potuto essere istituite per i crimini commessi in Africa!
La violenza espressa dal regime fascista era stata accettata e ritenuta utile: il cosiddetto “biennio rosso” aveva terrorizzato l’intera Europa dei privilegi, e aveva spinto le autorità ad accogliere con favore sistemi politici rigidi e autoritari, in cui il potere era concentrato nelle mani di poche persone. Si crearono stretti legami, sin dai primi attacchi squadristi, fra industriali incattiviti dai continui scioperi, imprenditori agricoli e fascisti.

L’appoggio del potere economico capitalistico fu dato a Mussolini, così come a Hitler, e quest’ultimo seguì tutti i passi già fatti dal primo per realizzare un sistema di potere analogo, che permettesse l’egemonia assoluta della classe che deteneva il potere economico-finanziario-industriale. Quando Hitler ebbe il potere, la politica finanziaria ed economica era già tutta stabilita e il führer non la modificò affatto. Il quadro era stato posto dalla Reichsverband, che era l’Associazione degli industriali tedeschi, successivamente diventata Wirtschaftslenkung, “imprese private guidate”, ma, al contrario di ciò che si faceva intendere, non era lo Stato a guidare le imprese ma erano le imprese ad avere il potere statale. Queste associazioni non furono create da Hitler, e i programmi finanziari ed economici furono stilati da persone di alto livello nella preparazione finanziaria: da grandi banchieri e da industriali.
Il 14 Febbraio del 1929, papa Pio XI, felice per la firma dei Patti Lateranensi, in un discorso all’Università Cattolica di Milano, così parlava di Mussolini: “Siamo stati nobilmente, abbondantemente assecondati dall’altra parte. E forse occorreva un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare”.(6)
Mussolini era stato l’uomo della Provvidenza anche per gli industriali, che il 7 Marzo del 1920, al Congresso della Confindustria, approvarono un documento in cui si affermava che: “Il Congresso fa voti per un indirizzo di governo che realizzi la disciplina nel potere. (…) Porti alla direzione dello Stato uomini e metodi nuovi”. In Mussolini videro uno di questi “nuovi” uomini. Fin dall’inizio il fascismo fu improntato alla sopraffazione e all’ideologia della prevalenza del più forte. I metodi violenti si imposero prima della Marcia su Roma, e il 28 Ottobre del 1922 il fascismo, come in una grande manifestazione propagandistica, ottenne una legalità che non ebbe mai nella sostanza.
In politica internazionale il fascismo non poteva che abbracciare un nazionalismo ad oltranza, e dopo la proclamazione dell’impero prese inizio un percorso atto a riscattare il malcontento nazionalista del primo dopoguerra. La sete di potere di un esiguo gruppo era insita al fascismo e, insieme al mito della forza, ne rappresentò la caratteristica essenziale.
Con le conquiste africane affiorò in Mussolini lo spettro della mescolanza delle razze e la paura che gli indigeni coloniali potessero pretendere l’uguaglianza con gli italiani. Da queste paure derivò una legislazione volta a rassicurare il duce e i gerarchi fascisti che la superiorità della razza italiana si sarebbe imposta sulla nera, e che le due razze sarebbero state tenute separate e distinte in difesa dell'”orgoglio di razza” del dominante.
Nel periodo liberale l’Italia non era stata meno crudele con gli indigeni coloniali: identica era la sete di conquista, il saccheggio delle ricchezze e lo sfruttamento della manodopera. Tuttavia, il duce attuò un vero e proprio “apartheid”, progettato da scienziati di regime che teorizzarono “l’ibridismo” come un pericolo per la supremazia del bianco. Le leggi razziali del fascismo furono approvate a partire dal 1937, e non furono dirette soltanto contro gli ebrei, ma riguardarono soprattutto indigeni e zingari.
Il libro ripercorre, dall’avvento del fascismo fino alla caduta di Mussolini, gli eventi più significativi del colonialismo fascista, attraverso documenti ufficiali, lettere, quotidiani e altre pubblicazioni dell’epoca.
Oggi, dopo più di sessant’anni, il problema del colonialismo italiano è ancora tragicamente aperto. La Libia non ha ottenuto nemmeno che venissero rispettate le minime richieste, cioè che venissero aiutati a sminare i campi riempiti da mine durante la Seconda guerra mondiale, e conoscere il destino delle persone libiche deportate nelle isole italiane di Ponza, Ustica, Favignana e Tremiti, di cui non si è saputo più nulla. Secondo alcune stime le mine terrestri erano circa 10 milioni, molte delle quali hanno già prodotto gravi incidenti, nella maggior parte dei casi a bambini. I libici chiedono all’Italia di risarcire le vittime delle mine e di ottenere le mappe necessarie allo sminamento.
L’Italia non ha mai chiaramente e approfonditamente fatto i conti col passato coloniale, e la perdita di tutte le colonie dopo la Seconda guerra mondiale fece si che quel passato venisse considerato già concluso, senza bisogno di capirlo e di rigettarlo in modo critico e cosciente.
Un sintomo di rimozione immediata senza conoscenza critica è il divieto di proiettare nelle sale italiane il film “Il Leone del deserto”, che rappresenta alcuni tragici episodi della resistenza libica e della lotta di Omar el-Mukhtàr, il capo eroico fatto impiccare da Graziani nel lager di Soluch.
Anche l’inchiesta televisiva “Fascist Legaci” di Ken Kirby e Michael Palumbo sui crimini di guerra italiani in Africa e nei Balcani non è mai apparsa sugli schermi della televisione di Stato, nonostante la Rai-Tv avesse acquistato il filmato diversi anni fa.
Ci chiediamo, con Angelo Del Boca: “A quando i processi postumi ai Badoglio, ai Graziani, ai De Bono, ai Lessona, ai Cortese, ai Maletti e a tutti gli altri responsabili dei genocidi africani rimasti impuniti?”

NOTE

1) Salerno Eric, “Genocidio in Libia”, Manifestolibri, Roma 2005, pp. 57-58
2) Salerno Eric, op. cit., pp. 63-64
3) Salerno Eric, op. cit., pp. 39-40
4) Montanelli Indro, Cervi Mario, “L’Italia Littoria”, Milano 1979, pp. 347-349.
5) Dawi Alì A., “Alcuni aspetti giuridici della colonizzazione italiana della Libia”, in Angelo Del Boca (a cura di), “Le guerre coloniali del fascismo”, Laterza, Roma-Bari, 1991, p. 361.
6) Chabod Federico, “L’Italia Contemporanea 1918/1948”, Einaudi, Torino 1961.

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Di Matteo a Cagliari: davanti agli studenti ha presentato il suo libro ”Collusi” da: vistanet.it

di matteo nino librodi Fabio Lapenna
Mafia e rapporti con il Potere. La giornata cagliaritana di Antonino Di Matteo, Sostituto Procuratore Antimafia della Procura di Palermo si è spesa fra l’incontro con gli studenti della mattina all’Auditorium del Conservatorio di Cagliari e l’aula magna della Cittadella Universitaria di Monserrato con un obiettivo: quello di non pensare a Cosa Nostra come un’accolita di violenti e rozzi personaggi, ma come delle menti pensanti, con una strategia e un ricercato rapporto di convivenza con la politica, con l’impresa, con le Istituzione in senso lato.
“Sappiamo tutto sui delitti di Cogne, di Garlasco, persino le più private abitudini dei protagonisti di alcuni fatti di cronaca e conosciamo superficialmente gli aspetti del sistema mafioso, che invece condizionano le nostre vite, il nostro sistema democratico, la nostra libertà”, puntualizza Di Matteo. Nella sala tutti ascoltano, con attenzione e qualche brivido, le parole del procuratore che da decine di anni lotta in trincea contro Cosa Nostra, dal posto che fu di Giovanni Falcone, troppo spesso lontano dai riflettori. E legge gli estratti delle sentenze definitive, attraverso le quali ci ricorda che Giulio Andreotti, sette volte Presidente del Consiglio “intratteneva rapporti amichevoli e di fiducia con i boss di Cosa Nostra”, e con i quali, almeno fino al 1980 questi rapporti erano, per la Cassazione, diretti e non secondari. “Ma anche Silvio Berlusconi – prosegue il magistrato – viene citato nelle sentenze della Cassazione, con Marcello Dell’Utri, l’uomo attraverso il quale il Cavaliere dal 1974 al 1992, gli anni in cui Cosa Nostra ha mostrato la sua faccia più violenta, intratteneva rapporti con Cosa Nostra e ne ‘approvvigionava’ le casse”.
“L’attenzione della parte sana della società”, ha continuato Di Matteo, “non deve fermarsi all’ala ‘militare’ e violenta della mafia. Ogni volta che il processo riguarda la parte violenta di Cosa Nostra, gli attestati di stima del mondo politico arrivano da destra e da sinistra”.
Diverso il discorso quando si cerca di andare più a fondo: “Una volta, interrogando un collaboratore di giustizia, mi disse che Riina diceva sempre che senza i rapporti col potere, i mafiosi sarebbero stati degli sciacalli e sarebbero stati facilmente sconfitti. Prendiamo l’indagine sulla trattativa Stato-Mafia. Intercettammo, fra gli altri, alcune conversazioni di natura non penale fra Mancino e Napolitano, e proprio per questo le archiviammo, senza che queste, tra l’altro, venissero pubblicate da alcun giornale. In questo caso, dalla politica le critiche furono aspre e il Quirinale sollevò un problema di conflitto di attribuzione. In casi analoghi, di intercettazione del Presidente, ma riguardanti indagini diverse dai rapporti fra lo Stato e la mafia, la stessa questione non fu sollevata, nonostante ci fu anche la pubblicazione delle intercettazioni stesse. Questa disparità fa pensare”. Ed è proprio di questo che parla il libro presentato in aula magna a Monserrato. Si intitola “Collusi” ed è scritto a quattro mani con il giornalista Salvo Palazzolo. Le parole di Di Matteo di oggi erano piene di passione per il proprio mestiere e per la legalità; un coinvolgimento che lo spinge a mettere in pericolo la propria vita pur di raggiungere ciò che sembra irraggiungibile. Questo traspariva dal tono della voce del giudice, dal silenzio delle persone che lo ascoltano attente, spaventate, ammirate, e dagli applausi sinceri che più volte lo hanno interrotto durante il dibattito di oggi.

Tratto da: vistanet.it

micromega newsletter da: micromega.net

PRIMO PIANO

Caro Michele, il nostro ‘no no no’ è costruttivo,
il tuo ‘sì sì sì’ è una resa alla destra
di Alessandro Robecchi
Alessandro Robecchi replica all’articolo di Michele Serra su ‘Repubblica’: “Come può uno sconfitto al referendum, Giuliano Pisapia, unire i vincitori per sostenere un ipotetico governo del capo degli sconfitti? Con la ‘proposta Pisapia’ si chiede alla sinistra di sostenere la destra sbrigativa, decisionista e a-ideologica di Renzi, che in tre anni ha fatto di tutto per aumentare le diseguaglianze, e non per ridurle o attenuarle. No, grazie”.
Il mistero dell’intervista scomparsa
 di Franco Cordero
Perché chiedere un’intervista a uno dei più prestigiosi giuristi europei (di cui sono stranote le posizioni politiche e lo stile comunicativo) per poi non pubblicarla? Perché comportarsi in modo così offensivo verso uno degli intellettuali italiani più stimati e rispettati (anche dai suoi avversari) per la qualità, il rigore, l’indipendenza del suo lavoro? Un episodio che riempie di amarezza e incredulità.
Lettera aperta ai 5 Stelle: elezioni subito, ma con quale governo?
Attenti alle trappole dell’inciucio partitocratico

di Paolo Flores d’Arcais
Un governo Rodotà/Zagrebelsky di coerenza costituzionale, da voi proposto, renderebbe più difficile all’establishment, sconfitto al referendum, un mega inciucio che vi escluda dalla possibilità di governare nella prossima legislatura. SCIENZA – LA MELA DI NEWTON  Giovani ricercatori: una vita sempre più dura di Olmo Viola
Costretti in un’arena competitiva spietata e stressante, i giovani ricercatori sono indotti a elaborare progetti di ricerca “sicuri”, portando la scienza verso un circolo vizioso dove il fine è la pubblicazione di per sé. I risultati di un’indagine della rivista Nature. FILOSOFIA – IL RASOIO DI OCCAM Contro le donne: violenza e pregiudizio di Giancarlo Galeazzi
La “fine del maschio” e la crescita di complessità della identità femminile chiedono una nuova alleanza fra i due generi sessuali, da impostare secondo un modello personocentrico. ARTICOLI
Le scommesse della post-democrazia di Fausto Pellecchia
Nella crisi della democrazia che stiamo vivendo, la differenza tra destra e sinistra, per segmenti sempre più ampi dell’elettorato, sembra ormai dipendere soltanto dai simboli di partito e dai topoi della retorica comunicativa dei loro leader.  L’analisi del confronto democratico diventa così sempre più simile alla tecnica di valutazione delle scommesse calcistiche.
Draghi: una stretta monetaria per soffocare il populismo di Raro
La Bce ha appena annunciato un primo passo verso il ritiro dall’attività di sostegno ai titoli del debito pubblico portata avanti negli ultimi due anni. Una stretta monetaria concepita per soffocare, in un inasprimento della crisi, quel moto di rifiuto della globalizzazione espresso dalle classi popolari impoverite. Da un dicembre all’altro. Ascesa e caduta di Matteo Renzi di Angelo d’Orsi
Il tentativo renziano di manomissione della Carta, vera e propria restaurazione oligarchica, è fallito miseramente. Vinta la battaglia per il NO, dobbiamo tutti impegnarci per la piena applicazione della Costituzione repubblicana e per la costruzione di un’alternativa seria e credibile.
Il “partito della Costituzione” di Michele Martelli
È desolante il balletto dei partiti in gara per intestarsi e strumentalizzare la vittoria del No. Sembrano non aver capito che non hanno vinto loro, ma la Costituzione, ossia la valanga dei cittadini che hanno detto basta ai tentativi decennali di stravolgerla.BLOG MARIA MANTELLO – Renzi e la sua palla avvelenata
Il popolo sovrano si è riappropriato della sua Costituzione al referendum del 4 dicembre. I cittadini sono andati in massa a votare perché il patto costituzionale democratico non v…ALESSANDRO ROBECCHI – Realtà batte narrazione 60 a 40. E ora è il momento del “Che fare?”
Non è la prima volta che lo dico: farsi convincere dalla propria stessa propaganda è un errore idiota, da comunisti. E si direbbe l’ultima cosa comunista rimasta da queste parti. I…FEDERICO TULLI – Pedofilia: il primato della Chiesa di Bergoglio
«Dati attendibili valutano la pedofilia dentro la Chiesa al livello del 2%», disse papa Bergoglio a Eugenio Scalfari in una famosa intervista pubblicata su Repubblica il 13 luglio …GIORGIO CREMASCHI – La lotta di classe ha salvato la Costituzione
Dilagano le analisi sul referendum, in particolare in rapporto alle differenti collocazioni politiche degli elettori, ma a me il dato che pare più evidente è la ripartizione social…ANTONIA SANI – Papà non è simpatico
Credo che questo accertamento abbia sconvolto i figlioli di Matteo Renzi, avvezzi da mille giorni a vedere la figura dominante del padre su tutte le reti televisive, twitter, faceb…PIERFRANCO PELLIZZETTI – 4 dicembre: un punto di partenza, non di arrivo
Passata la sbornia notturna di giubilo per un risultato che oltrepassa le più rosee previsioni (gli amici sanno che avevo pronosticato una vittoria del NO 54 a 46), bisognerebbe in…DOMENICO GALLO – Quel NO che ha salvato la speranza
Il risultato straordinario del referendum del 4 dicembre segna una svolta nella storia del nostro Paese. Dopo trent’anni di attacco alle regole della democrazia costituzionale da p…PANCHO PARDI – 4 dicembre, un giorno di festa. Ora è tempo di attuare la Costituzione
Oggi è una giornata di festa. Solo dieci anni fa il popolo aveva bocciato la “riforma” costituzionale voluta da Berlusconi, che puntava a un poderoso rafforzamento del governo nei …ROSSELLA GUADAGNINI – Referendum, il popolo italiano ha sconfitto la prepotenza
Davide contro Golia, si può fare. E Davide vince. Sull’arroganza, sull’ignoranza, sulla prepotenza, sulla strafottenza del potere esibito, agitato come una clav…

IN EDICOLA MICROMEGA 8/2016

La sharia in Europa, fondamentalismi e democrazia, la Turchia dopo il golpe: sono i temi del numero 8/2016 di MicroMega da giovedì 17 novembre in edicola, libreria, iPad e ebook. In regalo due volumetti con testi di Giorgio Bocca, Indro Montanelli e Cornelius Castoriadis.

newsletter | 10 dicembre 2016  | micromega.net

Autore: fabio sebastiani Ballate, ballate sotto la pioggia, qualcosa resterà. Recensione del romanzo di Maria Caterina Prezioso da: controlacrisi.org

“La ballata dei giorni della pioggia” (Kogoi, pp. 125 13 euro) di Maria Caterina Prezioso, va detto subito, è uno di quei rari libri che una volta letti possono essere letteralmente incartati nel loro stesso titolo. E questo è un grande merito. Quasi una didascalia, quindi, che messa a fianco degli altri volumi nello scaffale serve senz’altro a rammentarci con nettezza il contenuto. E non solo per una mera associazione di idee, ovviamente.

Qui audio intervista a Maria Caterina Prezioso.

A chi verrebbe in mente che i “giorni della pioggia” – che poi sono senza ombra di dubbio quelli del nostro presente – si possono cantare attraverso una ballata? Può venir in mente solo a chi li ha attraversati, in nudità e coraggio, in forza e in follia, e ora li può raccontare attraverso una ballata. Tre storie i cui percorsi si intrecciano come quelli del volo di una farfalla (presenza appenna abbozzata nel libro ma importante) che cercano nella “pioggia” la loro dimensione compiuta.

I tre personaggi hanno un unico grande punto in comune, il riscatto. O meglio, la sfida del riscatto. E’ questo che dà la forza a tutta l’architettura – che non si può definire altrimenti, come nella migliore tradizione della letteratura sudamericana – messa in piedi dall’autrice. Un’architettura ospitale che, finalmente, lascia molto spazio all’immaginazione del lettore. Poche descrizioni, e tutte essenziali, con personaggi, anche questi per niente ingombranti e ridotti all’osso, di una forza straordinaria e mai fluttuante.

E’ vero, da una parte c’è un sapiente appoggio su alcuni passaggi ripresi dalla storia reale, come la detenzione di Kappler nel carcere di Gaeta e la villa a Sperlonga di Raf Vallone; e altri fatti, alcuni dei quali ridotti a mere annotazioni di date, che aprono la strada verso il presente, ma Gentile, Angelo e “Il Paradosso”, ovvero uno dei tanti funzionari di un anonimo ministero romano impegnata in una lotta interna senza esclusione di colpi – risultano efficaci, coerenti e dotati di vita propria. Sono gli ingredienti di base per riuscire in qualsiasi narrazione e l’autrice dimostra di destreggiarsi bene nellla ricetta finale.

Riscatto o giustizia? La domanda fa da sfondo a ogni passo della lettura. E la risposta non è così banale. Più piani e percorsi si intersecano nel libro quasi a mostrare la problematicità dell’interrogativo. Ovvio che il riscatto è un universale che poggia però saldamente su percorsi individuali e non è per niente necessario – cinicamente – al cammino dell’umanità; mentre la giustizia è un universale necessario che proprio dai percorsi individuali viene con sempre maggiore frequenza messa in discussione e quindi ha bisogno di continui interventi di riassestamento.

Oppure, in un’epoca in cui il concetto di giustizia è ormai quasi irrimediabilmente ridotto a mito e nessuno, sembra di capire, ha intenzione di correre in suo soccorso, possiamo vedere nel riscatto l’ultima risorsa verso una promessa di giustizia che alla fine in qualche modo si compirà. E’ questo il perimetro del ragionamento del romanzo che, dopo aver ben disposto le sue misure, lascia al lettore, anche qui, la libertà di ritagliarsi un suo punto di vista.

Essendo la propria forza d’animo alla base dell’impasto di ognuno dei tre protagonisti, anzi una vera e propria deliberazione ruggente, che la storia assurdamente e in tutti gli ambiti si preoccupa di assottigliare e disperdere, “La Ballata” sembra un romanzo nel senso più pieno del termine, ovvero quello legato alla trasformazione finale del protagonista.

In “La ballata” la trasformazione finale sembra sfuggire alla codificazione, e non potrebbe essere altrimenti. E, però, il lavoro dell’autrice è tutto sulla mappa delle emozioni, degli strumenti, dei travagli, dei patimenti e delle invenzioni che occorrono per tenere alto il nome della propria e altrui dignità.

Il “Paradosso”, che tiene botta nelle sentine del potere alla guerriglia tra cosche, ormai diventata normalità; Angelo che costruisce, con la collaborazione di Gentile, una messa in scena per vendicarsi a modo suo dell’orrore nazista contro gli ebrei; e Gentile, prematuramente scomparso da uno scenario in cui fino ad un certo punto gioca un ruolo di primo piano come magistrato.

Un inquietante proficuo confronto tiene in piedi un piano narrativo che possiamo sicuramente considerare macro: il nazismo dei rastrellamenti e dei campi di sterminio, da una parte e, dall’altra, questa nostra epoca di sfrenati gozzovigliamenti a spese dei molti costretti a subire tra crisi e angherie un inaspettato “fine corsa” senza più quasi avere strumenti di reazione.

“Vede dottoressa, Noi (maiuscolo nel testo, ndr) non vogliamo mandare via nessuno, ma c’è la necessità di un rinnovamento…l’esigenza, al momento, è di rimescolare le carte…”. Che differenza c’è tra la violenza esibita del nazismo, epoca dalla quale siamo usciti con grandi discorsi sulla democrazia, e l’orgia della politica fine a se stessa esercitata per la pura sete di arricchimento e di potere? Nessuna, appunto. Lo spargimento di sangue offende la vostra sensibilità? Bene, lo togliamo. Ma la sostanza resta. La violenza della Storia e la sopraffazione come metodo ordinario hanno solo trovato un’altra falda da cui succhiare linfa vitale.”Il Paradosso” decide di non accettare di essere messa da parte: “Continuo a sorridere estasiata, come se mi avesse proposto di rimanere invece di essere mollata sul ciglio della strada. Intanto penso: ma a che pro restare? Perché? E mentre me lo chiedo intravedo l’unica risposta: giocare una partita. Ed eccomi pronta, lancia in resta, come il nobiluomo don Alonso Quijano, cavaliere errante in giro per il mondo, a fare piazza pulita di tutte le ingiustizie, le prepotenze e i soprusi”.

Insomma, noi pensavamo di seguire la giustizia ed illuminare così le nostre vite proprio quando avevamo sperimentato sulla nostra pelle il massimo di ingiustizia possibile, il nazismo. E invece sarà che attraverso il riscatto individuale saremo chiamati a far strada di nuovo alla giustizia. E quando avrà abbastanza forza da tenersi in piedi da sola potremo dire che un’altra epoca si affaccerà all’orizzonte. Inevitabile che così avremo molti morti e feriti ma forse, per dirla con l’autrice, vale la pena aver lanciato l’appello: “Forse il trucco è vincere delle battaglie e non illudersi che la guerra sia finita”.

E attraverso il “trucco” riusciamo forse nell’intento più difficile, quello di preservare quel pezzetto di umanità che ancora portiamo nel cuore e che a volte smarriamo, proprio perché non sapiamo più con chi riuscire a condividerlo. E il simbolo della farfalla, così discretamente presente in tutto il romanzo, serve proprio ad indicare questo. Quale farfalla, del resto, riuscirebbe a volare sotto la pioggia?

Autore: vittorio bonanni “Alla ricerca delle forme dell’identificazione collettiva, nei saldi valori di libertà e uguaglianza”. Recensione di Vittorio Bonanni al libro “Quale Sinistra? da: controlacrisi.org

Quando Rosa Luxemburg nel 1915 coniò lo slogan “socialismo o barbarie” voleva semplicemente dire che solo la creazione di una società giusta, democratica e che avesse in primo luogo come obiettivo sempre e comunque la tutela dei più deboli avrebbe evitato quello che poi in Europa inevitabilmente successe, ovvero l’avvento del nazi-fascismo. E, aggiungiamo oggi, anche quello che sta avvenendo a settant’anni circa dalla fine di quella tragedia. Insomma aveva la vista lunga la grande leader degli spartachisti.

E lo scenario che ci propone in questa fase storica il nostro pianeta non fa altro che dimostrare che senza il socialismo appunto non può che prevalere la barbarie. Per questo è giusto interrogarsi come hanno fatto Tonino Bucci, giornalista a lungo nella redazione di Liberazione e oggi docente di filosofia in un liceo, e Giulio Di Donato, filosofo e giurista, chiedendo “Quale sinistra?” (Rogas edizioni, pp. 103, euro 11,90) potrebbe avere uno spazio e un suo ruolo in primo luogo in Italia, dove la crisi di identità sembra essere più marcata. E soprattutto come potrebbe agire in un momento di grave crisi democratica che non risparmia praticamente nessun’area del pianeta, visto che anche il promettente “Rinascimento latinoamericano” sembra in fase di drammatico ripiegamento.

Dopo l’introduzione di Matteo Pucciarelli, giovane giornalista di Repubblica e collaboratore di MicroMega, che sottolinea come i più, da “un’anziana al mercato” ad “uno studente 18 di un istituto professionale”, non sappiano rispondere alla domanda “che cosa vuole dire oggi sinistra”, si entra nel vivo del lavoro realizzato focalizzando le ragioni di carattere filosofico e politico che stanno dietro questa crisi per arrivare poi a tentare una soluzione ad un problema che dovrebbe essere considerato una battaglia di civiltà anche da chi di sinistra non è. L’impresa è ardua e i due autori lo spiegano con chiarezza partendo dai problemi di base che hanno configurato questa Caporetto per chi doveva rappresentare ed organizzare i più deboli.

La “barriera linguistica” che si è creata tra “i governati e le élite politiche” scrivono Bucci e Di Donato, con conseguenti ed enormi problemi di comunicazione. La condizione nella quale si sono ritrovati quei corpi intermedi, vero e proprio sale della democrazia, come “partiti, sindacati e giornali”, la cui funzione è diventata “marginale”. L’aumento del “divario tra cittadini e istituzioni” con i “governi percepiti come estranei ai bisogni popolari”. Il tramonto dei “grandi partiti di massa” e con loro l’impegno individuale di milioni di persone che rappresentava l’humus del quale si nutriva una democrazia oggi svuotata di significato e nelle mani di gruppi di potere oligarchici contro i quali con gli strumenti di oggi è difficile combattere.

Ormai l’interesse pubblico è schiacciato dagli “interessi privati” e la politica è dominata dall’economia finanziaria. Entra così in crisi profonda il concetto dell’uomo come inevitabile “animale politico”, “zôon politikòn”come diceva Aristotele, citato non a caso dai due scrittori. Come uscire da questa era di “passioni tristi” come l’avrebbe chiamata Spinoza? Il dibattito a sinistra, come è noto, pone ormai da un paio di decenni l’ interrogativo se lasciarsi completamente alle spalle il “secolo breve”, come chiamava il ‘900 lo storico britannico Eric Hobsbawm, ricominciando con un foglio di carta bianca tutto da riempire, oppure se fare tesoro di quello che è successo in quel periodo con la consapevolezza che tutto deve essere coniugato con le novità del nuovo millennio. E senza dimenticare ovviamente l’800, quando gli sfruttati cominciarono a capire che uniti si poteva contrapporre qualcosa all’idea dello sfruttamento “ad aeternum”, pensiero egemone nel millennio da poco iniziato.

Gli autori su questo punto, pur con la liceità del dubbio, hanno le idee chiare: “per questa nuova sinistra c’è qualcosa di già saldamente piantato: i valori fondamentali del movimento operaio assieme a quelle questioni che sono sorte al di fuori del movimento operaio stesso, l’aspirazione alla giustizia sociale, alla libertà, il valore dell’uguaglianza” e la “critica al capitalismo” come “identità essenziale di una forza di sinistra”. Certo, c’è la difficoltà di ridare credibilità a parole d’ordine che sono state svilite da decenni di arretramenti; e c’è l’interrogativo se ripartire con un’avanguardia, della quale non si vede traccia; o se con un’organizzazione più orizzontale che solo in un secondo momento si ponga il problema del potere riproponendo l’idea di “un moderno Principe”. Ma sulla necessità di non abbandonare quelle parole d’ordine crediamo che i dubbi siano pochi. O dovrebbero essere pochi. Del resto solo da lì si può ricostruire “uno spazio comunitario” per il variegato mondo dei più fragili e si può riproporre una “forma di identificazione collettiva” che dia la possibilità di “riconoscersi all’interno di contesti più ampi”. Una pluralità che si riconosca in alcuni valori nobili e forti, che ricomincino a fare “egemonia” è del resto l’unica alternativa alla barbarie tanto temuta da Rosa Luxemburg.