LA ”RESISTENZA IN SICILIA” E L’ATTUALE CRISI ITALIANA.

 

 

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COMUNICATO STAMPA della riunione del “Comitato siciliano per l’Acqua ed i Beni Comuni”

 

 

Palermo, 15 settembre 2012 – Si è svolta nei locali del CEPES mercoledì scorsa, 12 settembre, una riunione per la ripresa delle attività del “Comitato siciliano per l’Acqua ed i Beni Comuni”. In questa occasione tutti i presenti (espressione dell’ARCI, dell’ANPI, di Legambiente, del Cepes e rappresentanti dei Consigli Comunali) si sono espressi a favore dell’iniziativa del Comitato No-MUOS di Niscemi e per la smilitarizzazione di Sigonella, con particolare riferimento alla utilizzazione dell’aeroporto anche per usi civili in occasione del blocco di Fontanarossa, scalo civile di Catania.

La denunzia portata avanti dai Comitati, e su scala nazionale dal ‘Manifesto’, ha ottenuto un primo risultato nel senso che il Ministro della Difesa, Ammiraglio Di Paola, ha smentito il suo portavoce che aveva comunicato il primitivo “no” del Ministero all’utilizzazione di Sigonella a causa delle attività dei droni. Con ciò viene anche rigettata la proposta della destra catanese che avrebbe voluto rinviare di un anno i lavori a Fontanarossa.

In considerazione allora della attuale, estrema delicatezza della situazione, dovuta ai recenti fatti di Bengàsi e degli altri Paesi arabi del Mediterraneo, e visto che sia i droni che il progettato MUOS sono di proprietà degli USA e non strutture NATO, occorre assolutamente che su tutta la vicenda ci sia un dibattito parlamentare ed occorre che tutte le forze democratiche e pacifiste esprimano solidarietà e partecipazione alle manifestazioni che si svolgeranno in Sicilia, a Niscemi, il 6 ottobre.

“La Resistenza italiana in Sicilia. I martiri e gli eroi di Mascalucia e Pedara”, il libro di Nicola Musumarra spunto per gli universitari dal sito “iene sicule”

di iena antinazista

6 settembre 2012, 16:27

9788891016546

“La Resistenza italiana in Sicilia. I martiri e gli eroi di Mascalucia e Pedara”. L’ultima fatica dello scrittore e storico mascalucese Nicola Musumarra è destinata a divenire una testimonianza importante dei numerosissimi episodi di ribellione nei comuni etnei, da Mascalucia a Pedara, da Tremestieri Etneo a Castiglione di Sicilia, che dall’agosto del 1943 si registrarono in risposta ai crimini che commettevano i tedeschi dopo l’arresto di Mussolini e la sconfitta subita nei pressi della Piana di Catania. Un’opera, quella di Musumarra, già apprezzata e presa a spunto per approfondimenti degli studi anche dai giovani iscritti all’Università di Catania, financo da coloro che avevano completato il corso di studi con una laurea sul tema e adesso nel libro di Nicola Musumarra hanno rinvenuto preziosi spunti per arricchire il percorso formativo.

Nell’opera emerge con chiarezza come l’antifascismo siciliano avesse operato nella clandestinità sin dal 1922 e aveva avuto i suoi martiri e i suoi eroi: testimoni di ciò sono senz’altro il contenuto dei verbali del Tribunale speciale fascista e la morte in carcere del messinese Francesco Lo Sardo e del professore del Liceo Cutelli di Catania, Carmelo Salanitro, arrestato dai fascisti consegnato ai tedeschi e ucciso in Germania nelle camere a gas di Mauthausen. L’insurrezione di Mascalucia era stata preceduta anche dall’attività dei gruppi di ”Giustizia e libertà” che: con i loro sabotaggi avevano messo in crisi la rete ferroviaria, telegrafica e telefonica siciliana; resero inoperoso l’aeroporto di Gerbini, facendo esplodere i depositi di carburante e di munizioni; resero possibile e vittoriosa l’insurrezione di Mascalucia rendendo il terreno fertile, con l’attività  di uno di questi gruppi guidato da Onofrio Catania, orientando contro il nazi fascismo i militari italiani presenti a Mascalucia. Il 3 agosto fu la giornata dove esplose il malessere accumulato dai 6.000 catanesi sfollati a Mascalucia, dai Vigili del fuoco militarizzati sfollati a Mascalucia, dai carabinieri presenti a Mascalucia e dai cittadini di Mascalucia che videro diventare il loro paese teatro di guerra, di saccheggi e di stupri.

Non si combatté solo per la necessaria difesa della ”roba”, ma soprattutto per difendere l’onore delle famiglie, la dignità degli italiani e una giustizia basata sul diritto e non sulla soppraffazione dei soldati stranieri, che da alleati del fascismo erano diventati nemici della popolazione. Difendere la ”roba”, consapevolmente o no, diventava lotta contro il nazifascismo.La guerra in Sicilia durò 38 giorni. Le ribellioni nella zona etnea che iniziarono il 3 agosto a Mascalucia e si conclusero il 14 agosto a Castiglione perchè i tedeschi scapparono dalla Sicilia il 17 agosto. Nel nord Italia l’occupazione tedesca durò 20 mesi e la Resistenza ebbe il tempo di organizzarsi in formazioni militari partigiane che iniziarono a combattere, occasionalmente e spontaneamente, (come nella zona etnea) anche per difendere la loro ”roba” il loro bestiame le loro attrezzature e le loro fabbriche.

L’autore Nicola Musumarra, che si avvale della presentazione di Rosario Mangiameli e della prefazione di Graziano Motta, non ha quindi dubbi sul fatto che il 3 agosto del 1943 nei due paesini etnei si verificarono episodi di lotta  partigiana e che i protagonisti meritino con l’assegnazione di una medaglia d’oro un riconoscimento nazionale per il contributo alla liberazione dal nazifascismo.

Vi proponiamo, per intero, la recensione dell’opera di Nicola Musumarra, pubblicata sul quotidiano “La Sicilia” a firma di Salvatore Scalia.

L’insurrezione contro i tedeschi in difesa della roba, di Salvatore Scalia

Il titolo del libro è perentorio “La Resistenza italiana in Sicilia. I martiri e gli eroi di Mascalucia e Pedara. ” Il testo lo è altrettanto. L’autore Nicola Musumarra, che si avvale della presentazione di Rosario Mangiameli e della prefazione di Graziano Motta, non ha dubbi sul fatto che il 3 agosto del 1943 nei due paesini etnei si verificarono episodi di lotta ! partigiana e che i protagonisti meritino con l’assegnazione di una medaglia d’oro un riconoscimento nazionale per il contributo alla liberazione dal nazifascismo. La sua tesi, dovuta a carità di patria e passione civile, è che se quella data non è entrata nell’epopea resistenziale ciò si deve al trasformismo delle classi dirigenti, transitate dal fascismo alla democrazia senza colpo ferire, nonché alla consuetudine degli storici di far cominciare la Resistenza dopo l’otto settembre del ‘43.

La sicurezza e l’enfasi con cui l’autore sostiene la sua idea sono elementi essenziali alla costruzione di una memoria resistenziale che di fatti nasce a posteriori, molti anni dopo gli avvenimenti, e che diviene narrazione unitaria in cui tutto converge a creare martiri ed eroi. In realtà la prima commemorazione dei fatti di Mascalucia e Pedara come atti di Resistenza risale al 1977. Fino ad allora se ne aveva una memoria frantumata e confusa. E nessuno, benché esistesse localmente ! una cultura resistenziale e benché ci fossero state delle ammi! nistrazioni di sinistra, collegava quegli avvenimenti alla guerra partigiana contro fascisti e nazisti che insanguinò il Nord Italia dal settembre del ‘43 all’aprile del 1945. A Mascalucia neanche i militanti del Pci avevano inglobato nella loro memoria bellica quell’episodio che pure vantava una consistente tradizione orale. La Resistenza appariva altra cosa rispetto all’insurrezione spontanea durata una giornata.

E infatti Rosario Mangiameli, docente di storia all’università di Catania e studioso della Resistenza, inserisce quegli avvenimenti nel clima di confusione seguito allo sbarco degli alleati in Sicilia, il 10 luglio del ‘43, e alla conseguente caduta di Mussolini il 25 luglio. Badoglio aveva annunciato che la guerra continuava, ma nell’aria c’era il sentore della disfatta. Davanti agli alleati l’esercito italiano si è squagliato. I tedeschi sconfitti dagli inglesi nella piana di Catania sono in ritirata, diffidano degli italiani, fanno razzia di qualsiasi cosa! e soprattutto, per raggiungere Messina, tentano di impadronirsi di ogni mezzo di trasporto, dagli autocarri ai muli.

A Mascalucia si imbracciarono le armi per difendere la roba. Non si sparò in generale ai tedeschi, che restavano formalmente ancora alleati degli italiani, ma solo a quelli di loro che l’avidità o la necessità avevano trasformato in predatori. Né tantomeno furono presi di mira i fascisti, anzi il podestà fece da mediatore. Ci furono tre morti italiani, il numero dei tedeschi è approssimativo, le testimonianze sono discordanti, comunque Musumarra accredita la tesi che ne siano stati uccisi quattordici, ma non sono mai stati trovati altrettanti cadaveri.

Si cominciò di buon mattino con il tentativo di due tedeschi di impadronirsi di un autocarro a cui, prudentemente, era stata tolta la batteria. L’intervento del soldato Francesco Wagner, originario di Mantova e addetto alla fotoelettrica antiaerea collocata tra Mascalucia e Gravina, fece fallire la! requisizione. Più tardi fu egli stesso derubato della moto Gilera in d! otazione, ma andò a recuperarla con le armi in pugno. Poi fu assassinato da un tedesco, sorpreso a rubare, che stava portando in caserma senza averlo disarmato.

Il tentativo di impadronirsi di tre cavalli causò la sparatoria intorno alla villa degli Amato Aloisio, armieri di Catania sfollati in paese. Fu ucciso Giovanni Amato, un ottantenne che, parlando il tedesco, era uscito per parlamentare con i soldati del Reich. La terza vittima italiana fu il soldato Giuseppe La Marra ammazzato perché tentava di opporsi all’incursione in una villa. Nella tradizione orale entrarono anche improbabili tentativi di violenze alle donne e qualcuno ha chiamato in causa anche l’intervento miracoloso dei cani, protetti da San Vito, patrono del paese.

Ci furono altre sparatorie e tentativi di ritorsione. La mediazione del maresciallo Francesco Gringeri e del comandante dei vigili del fuoco Orazio Szmankò evitarono che il paese fosse messo a ferro e a fuoco. Restarono nella memoria i nomi di quanti si distinsero quel giorno: Sebastiano e Francesco Sottile, Andrea Consoli, Ascenzio Reina, il parroco Arcangelo Longo, il barbiere Gaetano Fragalà e il pompiere Tommaso Nicolosi che disarmò un ufficiale tedesco. Quella pistola il figlio Severino la conserva ancora. In seguito l’unico a essere riconosciuto come l’eroe della giornata fu il soldatino ventunenne Francesco Wagner. Per anni mani pietose portarono fiori alla sua tomba nel cimitero di Mascalucia.

A Pedara Alfio Venturo uccise un tedesco che gli aveva sottratto il mulo e poi, per paura, fuggì in campagna. Qui i tedeschi presero tredici ostaggi che rilasciarono sia per intercessione delle autorità ecclesiastiche sia perché tra loro c’erano dei fascisti. La strategia delle rappresaglie, da esercito occupante e non più alleato, i tedeschi la inaugurarono pochi giorni dopo, il 12 agosto, a Castiglione di Sicilia uccidendo sedici persone. Furono anche presi trecento ostaggi che poi furono lasciati li! beri. Fu la prima strage nazista, la cui memoria fu rimossa e occultata! nell’”Armadio della vergogna”, in cui sono rimasti nascosti i fascicoli sui crimini dei nazisti. Ciò per effetto della Guerra Fredda e per non turbare le nuove alleanze internazionali. Nessuno è stato processato o indagato per quella sanguinosa rappresaglia. La ribellione di quel 3 agosto del 1943 merita di essere ricordata, ma senza sovrapporre modelli posteriori. La Resistenza, come organizzazione ideologica e lotta armata di lungo periodo, fu altra cosa. Quel giorno a Mascalucia e a Pedara non ci si ribellò al nazifascismo ma all’arroganza e ai saccheggi dei soldati tedeschi in fuga.

(”I soldati tedeschi in fuga” si trovavano in Sicilia perché chiamati e pagati dal governo fascista, e rappresentavano l’espressione militare più odiosa del nazifascismo – N.M.)