Ttip, un trattato contro il clima Fonte: sbilanciamociAutore: Mario Agostinelli

Washington è attualmente impegnata in due importanti accordi commerciali multilaterali di negoziazione: il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti ( TTIP , con i 28 Paesi dell’UE) e la Trans-Pacific Partnership ( TPP, con 11 Paesi nella regione Asia-Pacifico e Americhe).

Va qui ricordato che quando si tratta di esportazioni di GNL o shale gas, la legge statunitense concede l’approvazione automatica alle applicazioni per i terminali destinati a spedire il gas ai paesi che hanno sottoscritto accordi commerciali con Washington, mentre le richieste di terminali GNL per inviare il gas altrove, al contrario, devono passare-attraverso un processo di valutazione, che determina se tale commercio è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti. Questo è il nodo che gli Stati Uniti vogliono risolvere una volta per tutte a loro vantaggio e a vantaggio delle loro imprese, sia con l’UE che con i Paesi asiatici (Cina e India escluse) e dell’Oceania.

Per quanto riguarda il Ttip, e considerando il caso specifico dell’energia, il risultato del reciproco riconoscimento degli standard ambientali potrebbe essere il proliferare di tecnologie controverse come la fatturazione idraulica ( fracking ) per produrre il gas di scisto , con gravi danni alla salute e alla sicurezza delle persone e dell’ambiente. Il fracking, già bandito in Francia per rischi ambientali, potrebbe diventare una pratica tutelata dal diritto: le compagnie estrattive interessate ad operare in questo settore potrebbero – sulla base delle norme previste – chiedere risarcimenti agli Stati che ne impediscono l’utilizzo. Diverse imprese energetiche USA hanno posato gli occhi sui giacimenti europei di gas di scisto (specialmente in Polonia, Danimarca e Francia) e potrebbero avvalersi del TTIP per smantellare i divieti e le moratorie nazionali adottate per proteggere i cittadini europei. Nella sua attività di lobby BusinessEurope, la più grande federazione di datori di lavoro europei, che rappresenta le maggiori multinazionali d’Europa, sollecita un capitolo energia che renda libero il flusso di petrolio e di shale gas dagli USA all’Europa. Ad oggi infatti non esiste export petrolifero dagli USA e per il gas si attende il 2016, ma esistono molte restrizioni legislative oltreoceano al riguardo. L’eliminazione di qualsiasi restrizione all’export di materie prime fossili in Europa è la richiesta di una industria europea che, consapevole dell’esaurimento delle risorse del vecchio continente (la produzione domestica di petrolio è stimata in calo del 57% al 2035 e quella del gas del 46%), ignora la possibilità della rivoluzione delle fonti rinnovabili e dell’efficienza e rimane ancorata a carbone, gas e petrolio.

L’Unione, dal canto proprio, ha fatto di tutto nell’ultimo periodo per preparare il terreno delle importazioni di idrocarburi non convenzionali . Ha stracciato tutti i regolamenti che si era data per limitare l’inquinamento, come la direttiva sulla qualità dei carburanti e quella sulla qualità dell’aria . Un regalo all’industria automobilistica da una parte, alle multinazionali dell’energia fossile dall’altra.

Interessante in questo quadro è notare la predisposizione del nostro Governo a anticipare le avances americane e a offrirsi come l’approdo (hub) europeo del gas. Federica Mogherini , alto rappresentante Ue per gli affari esteri e certo non estranea alle posizioni italiane al riguardo, ha fatto pressioni a dicembre sul segretario di Stato americano John Kerry per inserire il capitolo sull’energia nel Trattato e, con esso, aprire un canale di importazione per lo shale gas americano. Mogherini ha sostenuto che un capitolo sull’energia nell’accordo di libero scambio potrebbe rappresentare “un punto di riferimento per il resto del mondo” in fatto di mercati energetici.

Per i biocombustibili , il TTIP, attraverso l’armonizzazione delle normative europee in ambito energetico, incentiverebbe l’importazione di biomasse americane che non rispettano i limiti di bilancio di emissione di gas a effetto serra e altri criteri di sostenibilità ambientale.

Per le rinnovabil i si profila il divieto assoluto di “domestic content nelle energie alternative” (quindi addio ad ogni connessione tra sviluppo locale e green economy), con stretti limiti alla possibilità in uso in Europa di incentivare le fonti naturali. In particolare, l’articolo O della bozza al comma a) vieta ai Governi di far valere “requisiti relativi al contenuto locale” nei programmi per le energie rinnovabili. Tradotto dal burocratese, significa abolire la corsia preferenziale per favorire chi produce e consuma sul posto energia rinnovabile.

Nei carburanti da autotrazione sono differenti i limiti inquinanti e anche qui il rischio è un accordo al ribasso.

L’articolo D al punto 2, stabilisce che i Governi, in materia di energia, abbiano la possibilità di mantenere obblighi relativi all’erogazione dei servizi pubblici solo finchè la loro politica non è più onerosa del necessario. Diventerebbe quindi praticamente impossibile accordare ai più poveri e ai più deboli una “tariffa sociale” ribassata del gas o dell’energia elettrica. Prezzo di mercato per tutti, senza se e senza ma! (ma Renzi ci ha già pensato e la tariffa di maggior tutela per gas e elettricità cesserà per decreto tra un anno e mezzo).

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Il tumore che minaccia l’Europa da: www.resistenze.org – osservatorio – europa – politica e società – 24-05-15 – n. 545

 

Higinio Polo, La vecchia talpa | rebelion.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

04/05/2015

Un anno dopo la caduta del presidente Yanukovich e il trionfo del colpo di stato a Kiev, l’Ucraina continua ad essere coinvolta in una guerra civile che Poroshenko aveva promesso di vincere in un mese. È difficile trovare uno scenario in cui l’irresponsabilità occidentale sia così grande come in Ucraina. In un anno, i responsabili della diplomazia europea e statunitense sono passati dallo spingere le proteste e dal finanziare i gruppi di teppisti e provocatori, cui distribuivano biscotti a Maidan, come fatto da Victoria Nuland, assistente segretario del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, al contemplare impassibili una guerra civile che ha già causato migliaia di morti nell’est del paese e che può evolvere in una guerra europea di maggiore portata se non si consoliderà la via diplomatica fissata negli accordi di Minsk.

Tuttavia, l’assenza degli Stati Uniti ai negoziati e il loro persistente desiderio di alimentare gli scontri procedendo ad armare il governo di Kiev e a fornire assistenza alle sue truppe per propagare una guerra che potrebbe coinvolgere la Nato, hanno aperto una pericolosa ferita in Europa. Obama, il Pentagono e il Dipartimento di Stato discutono sulla portata del loro coinvolgimento nella guerra, perché, nei fatti, già vi partecipano indirettamente avendo inviato consulenti, spie e mercenari. Victoria Nuland, inoltre, non ha avuto remore a incontrare Andrij Parubij, il dirigente neonazista che ha organizzato Maidan a Kiev con la complicità della Cia nordamericana e della Aw [Agencja Wywiadu] polacca e che più tardi è diventato capo del Consiglio di sicurezza nazionale del governo sorto dal colpo di stato. Abituati alla manipolazione e alla propaganda, Washington e il quartier generale della Nato a Bruxelles, assistiti da un esercito di giornalisti senza scrupoli, hanno sollevato una gigantesca montagna di menzogne, che riporta alla mente altre guerre come quelle della Jugoslavia e dell’Iraq, sapendo che la memoria dell’opinione pubblica è debole e che alcune bugie ne coprono altre. Perché l’incendio dell’Ucraina ha una logica che acquista un senso quando si tiene conto delle guerre iniziate dagli Stati Uniti nel corso degli ultimi anni in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, Yemen.

Sotto Yanukovich, la corruzione dilagante era moneta corrente e strangolava il paese, ma tutti i passi compiuti finora, dal compiacente, con Washington, governo di Poroshenko e Yatseniuk, sono andati nella direzione del disastro. L’Ucraina retta da Poroshenko è oggi un paese grottesco dove comandano i capitalisti della nuova oligarchia creata, come ieri, a partire dal furto, ma anche i teppisti e gli assassini, i comandanti dei gruppi armati di strema destra che non esitano a sbarazzarsi di qualsiasi persona, i ladri delle risorse del paese e gente che non sembra essere sana di mente. Non è un’esagerazione: basta guardare i personaggi che frequentano il Parlamento e i ministeri, armati, accompagnati da picchiatori fascisti che non esitano a tirar fuori bombe a mano dalle tasche. Sebbene divisi in fazioni, condividono con solidarietà il fatto di essere i beneficiari del colpo di stato e i protetti degli Stati Uniti. Yakseniuk (complice e socio di Igor Kolomoyskyi, uno dei principali capitalisti ucraini e organizzatore dei battaglioni fascisti) è uno degli uomini di Washington a Kiev. Poroshenko oscilla tra l’avvicinamento a Berlino e la sottomissione agli Stati Uniti e come Turchinov e il resto dei governanti, sguazzano entrambi nella corruzione e nell’incompetenza che ha affondato l’economia del paese, mentre lanciano richieste di aiuto a Washington e Berlino e cercano di convincere il mondo che la Russia è un pericolo. E’ significativo che tutti utilizzino una retorica patriottica che si rifà ai tempi di Stepan Bandera, nascondano i fatti di Volin e Babi Yar e si disinteressino dei simboli e della lotta contro il nazismo durante la Seconda guerra mondiale. Non esitano nemmeno a servirsi delle più grossolane bugie, fornendo, ad esempio, a Washington fotografie scattate nella guerra in Georgia nel 2008… come prove dell’invasione russa in Ucraina, lasciando il senatore degli Stati Uniti Jim Inhofe in una posizione imbarazzante.

Durante l’anno trascorso dal colpo di stato, la corruzione non solo non è stata bloccata, bensì è aumentata, aiutata dal caos della guerra e ad essa partecipano tutti i dirigenti di Kiev: è addirittura la stampa ucraina a scrivere che Poroshenko ha fatto enormi profitti con le sue aziende e che non ha esitato a mentire e ad approfittare delle strutture statali per arricchirsi ancora di più. Così, l’economia ucraina, che già attraversava una grave crisi, è stata praticamente distrutta: molte fabbriche hanno smesso di funzionare. E’ abituale che non si paghino i salari in molte aziende, che le pensioni siano miserabili e le condizioni di vita sempre più dure, ma il governo golpista sa che forse non avrà un’altra opportunità come quella attuale e i suoi membri rubano a man bassa. E la guerra e la paura silenziano molte bocche.

Poroshenko ha riconosciuto che furono le sue forze a rompere la prima tregua di Minsk, consigliato senza dubbio dai servizi segreti nordamericani, confidando in una rapida sconfitta dei ribelli del Donbass, ma l’aiuto russo con armamento e rifornimenti alle milizie ha sventato l’offensiva e forzato Poroshenko a firmare gli accordi di Minsk II. Se durante la guerra fredda i confini tra destra e sinistra, tra sostenitori e oppositori degli Stati Uniti erano chiari, oggi la situazione è più confusa. Nel Donbass sono accorsi volontari provenienti da molti paesi, benché in numero ridotto, per aiutare le milizie. Dai comunisti e dai sostenitori di sinistra fino ai nazionalisti e ai membri di estrema destra, da tradizionalisti cosacchi ai sostenitori della solidarietà pan-slava che vedono nella Russia la sorella maggiore, anche se è evidente che il riferimento antifascista e antimperialista è dominante tra le forze ribelli, così come la simbologia fascista e nazista è molto presente nella Guardia Nazionale ucraina e nelle truppe che combattono con Kiev, integrate anche da mercenari e avventurieri fascisti. Così, il gruppo neonazista russo Restrukt (Ristrutturazione) supporta il partito fascista ucraino Pravii Serktor, circostanza che ha portato alcuni membri dei servizi di sicurezza ucraini ad accusare il Fsb (Servizio di sicurezza federale) russo di infiltrare membri di questa organizzazione (insospettabili e che sono stati comperati) nel battaglione Azov (creato dal governo golpista di Kiev e finanziato dall’oligarca Igor Kolomoisky) al fine di ottenere informazioni. Si tratta di uno tra tanti esempi, simile a quanto stanno facendo i servizi segreti occidentali.

Una parte del nazionalismo russo supporta, in funzione pan-russa, i ribelli del Donbass. In questa galassia si trovano gruppi neonazisti, mentre gruppi di estrema destra simpatizzano anche con i gruppi fascisti di Maidan a Kiev, e alcuni gruppi ceceni, con motivazioni opposte, lottano con entrambe fazioni. Allo stesso modo, gruppi di serbi sono accorsi per sostenere i ribelli dell’Ucraina orientale rifugiandosi nell’identità slava, che ritengono sia minacciata dall’Occidente, come essi stessi constatarono nelle guerre jugoslave e addirittura sono accorsi gruppi di destra ungheresi che sognano di “recuperare” territori rumeni e ucraini per creare una Grande Ungheria… che necessita dell’imprescindibile requisito della partizione dell’attuale Ucraina. Tuttavia, questi gruppi conservatori sono molto minoritari tra i miliziani del Donbass. Anche alcuni gruppi russi parlano di “scontro imperialista” tra Washington e Mosca per chiedere una rigorosa neutralità. Per rendere la situazione più confusa, la lunga mano dei servizi segreti, la Cia, il Mossad, il Bnd tedesco, l’Aw polacca e altri, hanno reso possibile il transito di mercenari dal Medio Oriente all’Ucraina e di gruppi islamici della periferia russa, mentre il Fsb russo cerca di non far arrivare i combattenti jihadisti tele-diretti dalla Cia in Ucraina e nella stessa Russia.

Se sono cessati i combattimenti in Ucraina grazie a Minsk II, la guerra di propaganda continua. La fantasia dei devoti della Nato recita così: il sogno imperiale di Putin, come dimostra l’annessione della Crimea, rivendica sfere d’influenza esclusive in Europa e ha provocato la più grave crisi dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica. In questo mantra è incluso il ruolo di Putin come aggressore nella guerra, nell’abbattimento dell’aereo malese, nella violazione dei confini dell’Ucraina, nel dispiegamento di truppe russe nel Donbass e nella violazione del diritto internazionale. Non importa che non abbiano dimostrato nessuna di queste accuse, anche se non c’è dubbio che le milizie dell’est non sarebbero state in grado di resistere senza l’aiuto russo in armi, rifornimenti e provviste. Nella gigantesca campagna di propaganda occidentale non mancano nemmeno gli sforzi perché nessuno ricordi l’incoraggiamento nordamericano ed europeo per rovesciare un governo, quello di Yanukovich, eletto dal popolo ucraino in elezioni che né gli Stati Uniti, né l’Unione Europea hanno ritenuto illegittime; ed è stato nascosto il sostegno occidentale alla violenza scatenata dalle bande fasciste (decine di poliziotti sono stati uccisi da colpi di pistola al Maidan, ad esempio), mentre si diffondeva la bontà di un presunto “movimento per la pace”, che voleva “unirsi all’Europa”, così come rimane in ombra il fatto che, nei mesi precedenti la caduta di Yanukovich, era stato organizzato l’addestramento militare di gruppi di mercenari e fascisti in Polonia per inviarli poi al Maidan di Kiev. Non viene neanche fatto, naturalmente, alcun riferimento alla progressiva espansione della Nato in Europa orientale, alla guerra provocatoria della Georgia, allo scudo antimissilistico, al tentativo di incorporare l’Ucraina e la Georgia nella Nato, al colpo di stato a Kiev. Le argomentazioni di Washington sono palesemente inconsistenti, come lo è la successiva sua ipocrita indignazione per l’aiuto russo alle milizie, poiché se Putin avesse avviato il conflitto, non si capirebbe la crisi ucraina. Per quale motivo l’avrebbe creata Mosca se il governo Yanukovich manteneva buoni rapporti con la Russia? E, dopo il colpo di stato filo-occidentale, poteva Mosca lasciare al suo destino il popolo ribellatosi a Kiev perché fosse schiacciato dal governo golpista? Ma per gli esperti nordamericani nel lancio di massicce campagne pubblicitarie, il colpo di stato di Kiev si e trasformato in “rivoluzione della dignità” e i loro clienti ucraini lo ricordano ogni giorno sulla stampa. Un anno dopo la caduta del governo di Yanukovich, rimangono senza chiarimento gli omicidi commessi dai misteriosi cecchini che hanno causato una strage a Maidan e che sono stati la scintilla per il rovesciamento del governo. Né il governo golpista di Kiev né gli Stati Uniti hanno mostrato il minimo interesse per tale inchiesta, mentre gli oligarchi si spartiscono il bottino e il territorio: Igor Kolomoisky, uno dei milionari più corrotti di Ucraina, finanziatore di gruppi nazisti, un personaggio che è arrivato a utilizzare gruppi di teppisti per imporre i suoi desideri, che compra giudici e ottiene sentenze o, se necessario, le falsifica, è oggi governatore di Dnepropetrovsk. Il procuratore generale Viktor Shokin, che trascura la lotta alla corruzione e alla criminalità, che disdegna di indagare sui cecchini di Maidan nei giorni del colpo di stato contro Yanukovich e non ha alcuna intenzione di chiarire il terrificante massacro nella casa dei sindacati di Odessa, lavora invece per mettere fuori legge il Partito comunista, l’unica forza politica che cerca di limitare il potere dei corrotti uomini d’affari-ladri. Perché il Partito comunista è anche l’unico partito che denuncia il fascismo in Ucraina, sostenendo lo scioglimento delle bande paramilitari naziste e chiedendo, invano, la tutela dei monumenti e dei simboli della lotta contro i nazisti durante la Seconda guerra mondiale.

Gli Stati Uniti sono divisi tra un maggiore coinvolgimento nella guerra e la spedizione di armi. Influenti fondazioni private e settori del Pentagono e del governo sono inclini all’invio di armi, benché consapevoli che questo non convertirà l’esercito ucraino in una forza in grado di vincere la guerra civile e che potrebbe crearsi una difficile situazione con Mosca. Tuttavia, altri settori dell’amministrazione Usa, pur accettando i rischi dello sfidare la Russia, un paese dotato di un enorme arsenale nucleare, puntano sull’armare Kiev, fiduciosi che una guerra di logoramento finirà con danneggiare l’economia russa e che, eventualmente, potrebbe affondare Putin, o almeno rendere irrealizzabile lo sforzo di ricomposizione dell’Unione eurasiatica progettato da Mosca. Tutto questo, a Washington, in mezzo a discussioni assurde sul fatto se si debbano inviare in Ucraina armi “offensive” o “difensive”, quando la verità è che una escalation nella guerra avrebbe una soluzione difficile e che la tentazione di annullare la Russia e legare di più l’Unione europea attraverso una guerra continentale è molto presente nelle strategie del Pentagono e della Casa Bianca. Dello stato delle cose a Washington possono dare un’idea i commenti di un analista del Csis (Centro di studi strategici e internazionali), il più importante “laboratorio d’idee” della capitale nordamericana le per questioni di politica estera. Andrew C. Kuchins, direttore del programma per la Russia e l’Eurasia del Csis, presentava l’assassinato Boris Nemtsov come un patriota e demonizzava Putin, dicendo che il discorso del presidente russo al parlamento nell’aprile 2014 potrebbe indicare il “punto di flessione della Russia verso uno stato fascista”. Ovviamente, per quelli che la pensano così, sarebbe più che giustificato l’intervento militare aperto in Ucraina, benché con attori interposti, mercenari o soldati che siano dei paesi più aggressivi, come Polonia o gli stati baltici. Dopo tutto, si possono sempre argomentare i pericoli di un “attacco russo imminente” o pretesti similari a quelli che hanno portato all’aggressione nordamericana in Iraq.

Lo strano omicidio di Boris Nemtsov (che, oggi, sarebbe stato un personaggio irrilevante in Russia) potrebbe avere implicazioni legate alla crisi ucraina e non può escludersi la lunga mano della Nuland e dei circoli russofobi del governo degli Stati Uniti, soprattutto davanti all’evidenza che la scomparsa di Nemtsov non va a beneficio precisamente di Putin. Convertito il presidente russo in un litigioso spaventapasseri, Washington non vuole riconoscere la propria responsabilità nell’aumento della tensione internazionale. Dobbiamo ricordare che Putin ha iniziato la sua presidenza cercando di adattarsi a un mondo unipolare diretto dagli Stati Uniti, chiedendo il rispetto e il riconoscimento degli interessi russi. Il palese disprezzo verso il presidente russo, l’evidenza che gli Stati Uniti continuano a speculare e incoraggiare un’ipotetica spartizione della Russia, come hanno fatto con l’Unione Sovietica, hanno fatto suonare tutti gli allarmi a Mosca e portato Putin, ancora sotto la presidenza di George W. Bush, al discorso del febbraio 2007 a Monaco di Baviera, nel quale denunciava l’espansionismo nordamericano e la violazione di tutti gli accordi firmati o taciti, tra Mosca e Washington dopo la sparizione dell’Unione Sovietica. Da allora e nonostante i gesti teatrali come quello del tasto “reset” offerto da Hillary Clinton (che non si è concretato in alcun cambiamento nella politica estera Usa), gli Stati Uniti hanno continuato ad avvicinare il loro dispositivo militare ai confini russi.

Francia e Germania si sono spese nella ricerca di una soluzione politica in Ucraina, ma il loro margine di manovra è limitato, perché nei loro governi predominano degli obblighi in quanto membri della Nato e Washington, con il quartier generale alleato a Bruxelles hanno elaborato un discorso che, in sostanza, è stato imposto a tutti i membri ed è stato adottato anche da Parigi e Berlino, che sebbene seguano a malincuore il discorso bellicista, sono costretti a imporre sanzioni economiche a Mosca e a discutere su ipotesi più pericolose, non scartando l’invio di armamenti e di forze militari, benché per il momento tale possibilità venga discussa in segreto. Intrappolati dalla loro stessa propaganda, i paesi della Nato non sono in grado di accettare il fatto che la crisi ucraina è scoppiata non per delle “proteste cittadine” (tra l’altro istigate e finanziate in gran parte dai paesi occidentali), bensì per il sostegno ad un colpo di stato e ad un cambiamento di regime che pretende di integrare l’Ucraina in un’alleanza militare apertamente ostile a Mosca. Se ti mostri aggressivo con gli altri, non puoi sperare di essere accolto a braccia aperte.

Né l’Unione europea, né tanto meno gli Stati Uniti vogliono riconoscere che il tentativo di incorporare l’Ucraina nella Nato è una vera e propria provocazione contro la Russia (qualcuno riesce ad immaginare l’ipotesi che il Messico o il Canada si uniscano ad un’alleanza militare aggressiva contro Washington?) che, oltre che inutile, ha portato a una guerra civile, ha distrutto l’economia ucraina, ha aperto un pericoloso fronte in Europa e minato la possibilità a medio termine di una convivenza amichevole e pacifica nel continente. Che la guerra ucraina sia stata il risultato di un calcolo o una conseguenza imprevista del colpo di stato non attenua la responsabilità degli Stati Uniti. La guerra che l’avventurismo della politica estera nordamericana ha acceso si presenta ora come responsabilità esclusiva di Mosca e come la prova del pericoloso “espansionismo” russo, ma si dimentica che, dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia, il destino manifesto della Nato non è stato di iniziare il proprio smantellamento, bensì quello un’espansione accelerata verso i confini russi che l’ha portata a stabilirsi in otto paesi (Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, Bulgaria) e al tentativo di farlo con la Georgia e l’Ucraina, senza dimenticare le sue basi in alcune delle vecchie repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. Questo è stato il vero espansionismo militare degli ultimi due decenni. Perché Washington non vuole capire che la sicurezza deve essere un principio condiviso e che portare la presenza militare della Nato ai confini russi non è solo una provocazione, ma anche la rottura degli instabili equilibri internazionali.

Le accuse e gli allarmi, sempre senza prove, lanciati contro la Russia dal nordamericano Philip M. Breedlove, comandante delle forze Nato in Europa, o la visita segreta a Kiev nel mese di gennaio 2015 del generale James R. Clapper, direttore della National Intelligence Usa, tra le altre cose, riflettono la visione dei falchi di Washington. Il segretario alla Difesa Chuck Hagel e il capo dello Stato Maggiore, il generale Martin Dempsey, sostengono anche l’invio di armi a Kiev e gli allarmi lanciati dal duro Zbigniew Brzezinski su di un ipotetico attacco della Russia verso i paesi baltici, vanno nella stessa direzione: vogliono inviare armi in Ucraina, avvelenare la situazione e rendere irreversibile una guerra europea, forse mondiale, e lo si può fare in diversi modi, perché i falchi di Washington non si fanno troppi scrupoli: non molto tempo fa, il generale Wesley Clark fece una dichiarazione alla Cnn sui nuovi islamisti che sgozzano in favore delle telecamere: “Abbiamo creato lo Stato Islamico con il finanziamento dei nostri alleati”.

La recente dichiarazione del Partito Comunista Ucraino, la principale forza di opposizione, ora perseguitata e ridotta, si è chiusa con un proclama preoccupante diretto agli ucraini e agli europei: dite no alla guerra e al fascismo. Perché questo è il rischio, il tumore che minaccia l’Ucraina e l’Europa. Ci sono altri problemi per l’Europa, ovviamente, in aggiunta alla grave crisi economica e alle crepe nella zona euro: dall’imprevista ribellione greca, che Bruxelles intende sottomettere; fino alla risposta dei poteri reali davanti all’ipotetico emergere di un movimento di opposizione che, anche se confusamente, attacchi in diversi paesi la costruzione neoliberista dell’Unione europea; passando per il rafforzamento dell’estrema destra, che non preoccupa tanto per il suo modello sociale, quanto perché può far indietreggiare le formazioni conservatrici oggi dominanti; o anche le insidie dell’inaffidabile partner britannico, testa di ponte nordamericana in Europa, insieme alle rivendicazioni dei governi polacco e baltici; e, infine, ai resti del terrorismo che la stessa Europa e gli Stati Uniti hanno contribuito a creare. Ma nessuno di questi problemi è così grave come la guerra in Ucraina e la possibilità che si estenda al resto del continente, se non si consolida la via diplomatica. Il pragmatismo di Angela Merkel, che ha dato impulso agli accordi di Minsk, ha una duplice interpretazione: da una parte, sa che non si può vincere la Russia in una guerra globale e, di conseguenza, si muove lungo la via della diplomazia; dall’altra parte, benché voglia mettere in ginocchio Mosca, sa che la vittoria non sarebbe tedesca, bensì statunitense e questo spinge Berlino a cercare l’equilibrio tra l’obbligata sottomissione a Washington (e alla Nato), l’interesse proprio per la stabilità europea e le immancabili diffidenze tedesche verso il grande paese slavo, che si rifiuta di accettare la supremazia occidentale. Da parte sua, gli Stati Uniti vogliono una Russia debole e non rinunciano alla sua frammentazione, che consentirebbe il controllo nordamericano sui giacimenti di idrocarburi e, in questo scenario, non è un caso che gli Stati Uniti non partecipino alla soluzione pacifica della crisi in Ucraina: una guerra aperta sottoporrebbe Mosca a una dura prova, le impedirebbe la ricostruzione dei legami tra le antiche repubbliche sovietiche e bloccherebbe il suo ammodernamento economico. Al tempo stesso, per l’Unione europea, l’estensione della guerra ucraina sarebbe un nuovo chiodo piantato nella bara dell’impotenza strategica e della sottomissione nella quale Washington vuole rinchiudere Bruxelles. Un confronto tra la Russia e l’Unione europea in Ucraina sarebbe una ferita aperta e sanguinante nel continente e l’ipotesi migliore per gli Usa per rafforzare il proprio potere attraverso la Nato, mettendo nell’angolo la Russia e preparandosi così alla grande battaglia dei prossimi decenni, quella con la Cina.

“Le persone prima dei profitti”. Contro il Ttip il 18 mobilitazione mondiale! | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Il 18 aprile il mondo si mobilita contro TTIP e trattati di libero scambio In Italia decine di iniziative, centinaia in Europa e negli USA. Saranno 200 nel nostro Paese, migliaia in tutto il mondo. Le organizzazioni in difesa dell’ambiente e della società civile si troveranno nelle piazze di più continenti, per esigere il blocco degli accordi internazionali sul commercio e gli investimenti. L’Europa e l’Italia, insieme agli Stati Uniti, chiederanno l’arresto delle trattative sul TTIP.
“Le persone e il pianeta prima dei profitti” è lo slogan dell’iniziativa che mira innanzitutto al TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), che gli Stati Uniti stanno discutendo in sostanziale segreto con l’Unione Europea. L’accordo prevede l’abbattimento di tutte le barriere non tariffarie al commercio, ossia normative e regolamenti a protezione di beni comuni e servizi pubblici, che le grandi compagnie multinazionali che spingono per la chiusura dell’accordo ambiscono a monetizzare. In cambio di un abbassamento degli standard qualitativi, nonostante le promesse dei promotori, gli studi più ottimistici prevedono nel caso improbabile in cui tutte le condizioni fossero soddisfatte un aumento del PIL europeo appena dello 0.5%, a partire dal 2027. Quelli meno ottimistici, una perdita di posti di lavoro in UE di minimo 600 mila unità.

Stime che non tengono conto dell’aleatorietà delle ipotesi, considerato che solo per l’Italia e per le sue politiche economiche degli ultimi anni, recenti studi della CGIL hanno mostrato scostamenti tra l’ipotizzato e il reale di più del 14%.
Per la Campagna Stop TTIP Italia parteciperanno sono previste circa 30 iniziative in tutto il Paese. Vi saranno manifestazioni e flash mob nelle grandi città – da Roma a Milano, da Torino a Napoli, fino a Firenze – e in molti centri minori.

L’intenzione dei due blocchi, USA e UE, è convergere su una bozza di accordo entro quest’anno, ma la forza dell’opposizione sociale e la richiesta di maggiore trasparenza sta rallentando le decisioni. Una parte del Parlamento Europeo si è detta contraria a un’armonizzazione delle normative con quelle degli Stati Uniti, perché i rischi sono troppo alti e il processo irreversibile. Inoltre, oltre un milione e 700 mila cittadini europei hanno sottoscritto la petizione per chiedere alla Commissione l’immediato arresto delle trattative sul TTIP. Una raccolta di firme che prosegue intercettando il crescente consenso dell’opinione pubblica sul tema, con l’intento di tagliare il traguardo dei 2 milioni ad ottobre.
Sulo Ttip, la Cgil – come la Ces e il sindacato americano – hanno già espresso chiaramente le loro posizioni volte ad evitare l’ulteriore compressione della democrazia – grazie a “cooperazione regolatoria” e meccanismi di disputa investitori/stati – così come a vedere compressi i diritti ambientali, sociali e del lavoro e gli stessi livelli occupazionali generali e/o settoriali. La Commissione Europea – su mandato del Consiglio Europeo, cioè dei governi dell’Unione – è molto attiva sul piano dei trattati commerciali e di investimento e, accanto al negoziato TTIP, sta conducendo altri importanti e pericolosi negoziati bilaterali (come quello sugli investimenti con la Cina) o plurilaterali, come quello TISA sui servizi, mentre ha appena siglato l’accordo CETA con il Canada (“cavallo di troia” per il TTIP) che dovrà essere tra breve posto alla ratifica di Consiglio e Parlamento europei.

L’appello alla mobilitazione cade mentre – a livello mondiale – il WTO sta proseguendo i negoziati “tecnici” applicativi dell’accordo sulle “Trade Facilitations” raggiunto a Bali, come preludio per il proseguimento del Doha Round avviato nel 2001, e i paesi “più avanzati” stanno spingendo per la definizione di “nuove regole” globali, attraverso accordi bilaterali o plurilaterali

L’esercito dell’Unione europea da: www.resistenze.org


Cassad | cassad-eng.livejournal.comresistir.info
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

08/03/2015

Brevi considerazioni sull’esercito comune europeo, con il quale gli europei tentano di “spaventare” la Russia oggi.

Il fondamento di questa proposta consiste principalmente nel desiderio che gli europei hanno di uscire dal fitto abbraccio americano. Gli Usa si assicurano il controllo militare attraverso le strutture Nato. Gli Stati Uniti, oltre ad avere un’ampia partecipazione nelle strutture dell’alleanza, che è stata vista come lo strumento di perseguimento degli interessi nazionali americani nel libro di Brzezinski, hanno una serie di leve di influenza sulle “decisioni collettive” attraverso i loro satelliti europei, in particolare attraverso i satelliti dell’Europa orientale, che vengono coscientemente contrapposti alla “vecchia Europa”, che cerca di modellare l’unione amorfa in qualcosa di simile ad un impero unito europeo o qualsiasi altra cosa essi vogliano ottenere alla fine. Nonostante i vari progetti, nel panorama politico l’Ue rimane una formazione piuttosto frammentata, dove la discordia e l’indecisione si accentuano nei momenti di crisi.

Senza avere lo status di completo soggetto militare e politico all’interno dei confini della esistente dipendenza dagli Usa, vari progetti di centralizzazione di strutture militari e politiche vagano all’interno dell’establishment europeo. Tuttavia, gli anni passano ma invece di un esercito comune europeo esiste ancora un’insieme di eserciti con diversi gradi di prontezza al combattimento ed una sovrastruttura Nato che formalmente li combina in un singolo sistema. Ma anche la questione della creazione di una forza comune di reazione rapida si sviluppa molto lentamente.

È assolutamente evidente che i padroni europei vorrebbero avere un proprio esercito, che sarebbe controllato esclusivamente da Bruxelles e fuori dall’influenza della Nato. Tuttavia, sorgono tutta una serie di questioni che sono difficilmente risolvibili per l’Ue in questa fase. Inoltre, per l’Unione europea si tratta di un problema molto costoso nelle condizioni della crisi economica che incombe (si può ricordare come gli eserciti europei che hanno partecipato all’aggressione contro la Libia abbiano dovuto implorare gli americani in quanto avevano esaurito le proprie scorte di missili e munizioni di precisione), ma anche principalmente per la dipendenza delle strutture europee dall’alleanza controllata dagli Usa, che in sostanza svolge un compito di definizione degli obiettivi militari per l’Unione europea, grazie alla quale alcuni dei membri dell’alleanza finiscono sul carro dei vincitori delle future aggressioni americane.

Ciò ha già giocato uno scherzo crudele all’Ue nel caso dell’Ucraina, perché una chiara dipendenza dell’Ue sulle decisioni prese a Washington è stata chiaramente palesata quando l’Ue venne costretta a entrare in conflitto con la Russia in Ucraina. Il ruolo effettivo della Ue in questo processo è finito in secondo piano, in un luogo dove gli esistenti strumenti economici, politici e militari dell’UE hanno fallito nel garantire un proprio scenario al conflitto ucraino. Tristi tentativi di scommettere su Klitschko (che sono stati sarcasticamente commentati dai cinici diplomatici americani) e le minacce di sanzioni alla coda degli Usa apparivano piuttosto deboli, sullo sfondo della salda linea americana, alla quale gli europei sono stati costretti ad integrarsi.

Adesso, come parte del tentativo di esibire un proprio status di soggetto politico, i leader dell’Ue mostrano l’idea di un esercito unito. Tuttavia questa idea dovrebbe preoccupare più gli Usa che la Russia, poiché alla Russia in realtà non cambia molto dal fatto che gli eserciti europei siano combinati insieme nella Nato o uniti in un esercito comune controllato da Bruxelles. Non importa quale unione, qualsiasi guerra tra l’Ue e la Russia culminerà in uno scontro nucleare. Anche una situazione di stallo non-nucleare non promette alcun rapido successo su ciascun fronte. E gli Stati Uniti dovrebbero essere più preoccupati a questo riguardo, perché la perdita di strumenti militari di controllo sugli eserciti europei porterà alla perdita di influenza in Europa e alla fine dell’era delle “coalizioni democratiche guidate dagli Usa”.

È del tutto naturale che la Russia condannerà tutti i movimenti militari in Europa e che gli Usa insisteranno sulla supremazia delle strutture della Nato al fine di non lasciare che gli europei si sgancino. Quindi, è improbabile che nei prossimi anni l’Europa sarà in grado di sgusciare via dai dettami della struttura atlantica. Tuttavia, si deve rilevare che la dimostrazione di forza degli apparati militari è diventata un segnale chiaro negli ultimi tempi.

Iraq, l’ultimo crimine di guerra La cancellazione della storia della Mesopotamia e la distruzione di Ninive da:www.resistenze.org


Felicity Arbuthnot | globalresearch.ca
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

14/03/2015

“L’Iraq potrebbe presto finire senza storia” (archeologa Joanna Farchakh, citata in Cultural Cleansing in Iraq, Pluto Press, 2010 )

Nel suo indispensabile libro “Dai Sumeri a Saddam” [From Sumer to Saddam] (1) Geoff Simons scrive:

“La regione del mondo che gli antichi greci chiamavano Mesopotamia (terra tra i fiumi)… è stata una fonte di civiltà, un vero e proprio crogiolo… Culla, grembo del progresso culturale… Qui nacquero le prime città, apparve la scrittura e furono codificati i primi sistemi giuridici. E’ qui, lungo queste terre antiche come Sumer, Akkad, Babilonia e Assiria che fu agitato quel fermento culturale vitale, quello straordinario miscuglio da cui sarebbe emersa la civiltà occidentale”.

Quel capitolo, “L’antico crogiolo” [The Ancient Crucible], si conclude così: “Si potrebbe anche pensare che un moderno Iraq abbia il diritto di contemplare con stupore e orgoglio la fruttifica ricchezza delle culture che dapprincipio emersero in questa terra, più di cinquemila anni fa”.

Dal giorno dell’invasione statunitense-britannica, quella “fruttifica ricchezza” sociale, culturale, storica è stata sistematicamente, deliberatamente cancellata in uno dei più devastanti, dispotici, profanatori, polverizzanti Armageddon culturali della storia.

Il 19 marzo si rievoca il dodicesimo anniversario dalla distruzione di quel “crogiolo”, le cui meraviglie sono ancora incessantemente saccheggiate e demolite.

Quando fu saccheggiato il Museo nazionale (10-12 aprile 2003), le truppe americane stettero a guardare, mentre i loro colleghi custodivano diligentemente il Ministero del petrolio.

Dopo che furono saccheggiate alcuni delle più sublimi meraviglie dell’antichità, ben quindicimila pezzi, Donald Rumsfeld, palesemente un cretino culturale, osservò che sono “cose che succedono”.

I militari Usa avevano le coordinate di tutti i musei, i monumenti e i siti archeologici iracheni. “L’intero Iraq è un tesoro archeologico”, osservava un archeologo all’epoca. Ma le truppe americane hanno portato la distruzione, creando una base militare a Babilonia (2300 a.C.), luogo dei Giardini pensili. I miracoli dell’antichità furono cancellati a colpi di scavatrice per costruire una pista per elicotteri militari. Hanno usato lo stesso trattamento per quello che è ritenuto il luogo di nascita di Abramo, nei pressi della grande Ziqqurat [costruzione templare] di Ur. La città di Ur risale al 3800 a.C., ma è registrata nella storia scritta dal XXVI secolo a.C. Questi sono dei crimini di guerra enormi.

Dopo che George W.Bush aveva dichiarato una “crociata”, i soldati americani crociati (letteralmente) entrarono nell’Iraq prevalentemente musulmano (come pure in Afghanistan) con migliaia di Bibbie da regalare. Chiaramente erano estremamente ignoranti sul fatto che quella Babilonia, come pure Ur, che stavano distruggendo era sacra per le tre religioni abramitiche. Babilonia è riportata nella Bibbia nei Libri di Daniele, Isaia e Geremia. Ur compare tre volte nella Genesi e nella Neemia.

Il vandalismo criminale dei soldati statunitensi risulta dall’articolo del Guardian (8 giugno 2007): “Babilonia viene resa archeologicamente sterile” [Babylon being rendered archeologically barren] . Il “cortile del caravanserraglio (*) di Khan al-Raba, del X secolo, è stato utilizzato per far esplodere le armi catturate. Una esplosione ha demolito gli antichi tetti e abbattuto molte delle pareti. Il posto è ora un rudere”. Come i barbari attraverso la Porta di Ishtar.

La distruzione è continuata in tutto l’Iraq, portata avanti sia dalle forze di occupazione che dalle bande e dalle fazioni senza controllo che accorrevano nel paese a seguito dell’invasione e a causa dell’irresponsabile abbandono dei controlli alle frontiere da parte di Stati Uniti e Regno Unito, paesi questi al limite della paranoia riguardo questo tipo di controlli sui propri confini.

Gli archeologi e gli storici paragonano questi ultimi saccheggi a quello di Baghdad, per opera dei mongoli nel 1258.

Venerdì 9 marzo, nello Sabbath musulmano, l’antica città di Nimrud è stata rasa al suolo dall’auto dichiarato “Stato islamico”, distruggendo quella che divenne la capitale dell’impero neo-assiro, risalente al XIII secolo a.C. Il sito conteneva anche i resti del palazzo di Assurnasirpal, re di Assiria (883-859 a.C.) che fece di Nimrud la sua capitale.

Una fonte locale ha riferito alla Reuters che la città prima è stata saccheggiata dei valori, quindi rasa al suolo. Fino alla settimana scorsa, un ingresso a questo luogo inquietante era custodito da tori dalla testa umana e leoni con ali di falco. Questi guardiani hanno avuto la meglio sui tumulti della regione per quasi 3000 anni, per essere poi distrutti insieme a tutto ciò che sorvegliavano dai terroristi generati dalla criminale invasione di Bush e Blair.

Nel palazzo sud-occidentale vi è il tempio di Nabu, dio della saggezza, delle arti e delle scienze, considerato figlio del dio babilonese Marduk. La costruzione data probabilmente tra il 810 e il 782 a.C.

Lo storico Tom Holland ha dichiarato al Guardian: “E’ un crimine contro l’Assiria, contro l’Iraq e contro l’umanità. Distruggi il passato e controllerai il futuro. Quelli dello Stato Islamico, proprio come i nazisti, lo sanno fin troppo bene”.

Due giorni dopo, Hatra, un’altra delle meraviglie del mondo, è stata in gran parte distrutta. Hatra fu costruita intorno al III o II secolo a.C., nella stessa epoca delle grandi città arabe come Palmira in Siria, Petra (“città per metà rosa e per metà rossa, vecchia come il tempo”) in Giordania e Baalbek in Libano. Hatra ha resistito ai ripetuti attacchi da parte dell’Impero romano, per essere poi sconfitta sempre da coloro che sono stati generati dalle azioni di Bush e Blair.

Una guida del 1982 del Ministero del turismo iracheno descrive ad Hatra “… Un fregio con sculture che sembrano raccontare una storia religiosa, inscenata da dei e musicisti – la più bella opera d’arte finora scoperta” in questa vasta, eterea città di pietra arenaria che brilla d’oro sotto il sole, ambra splendente sotto i raggi dell’alba e il sole al tramonto.

Le colonne, i templi, le statue non comunicano solo per mezzo dei templi degli dei, ma sicuramente attraverso l’architettura degli dei, come uno scrittore alla ricerca di parole non ancora concepite.

Vi è il tempio della dea Shahiro (“la stella del mattino”). Un’area è “pavimentata con marmo venato, con pareti decorate da motivi geometrici e aquile – essendo l’aquila il principale elemento nella religione di Hatra. Su di un fregio decorativo, la scrittura araba risale alla seconda metà del periodo abbaside” (750-1258 d.C.). Il Califfato abbaside ha sovrinteso la “età dell’oro della civiltà islamica”.

Hatra è ricca di templi alla creazione. Sono stati dedicati al dio Sole, a Venere (la stella del mattino) “chiamata differentemente Allatu, Atra’ta e Marthin – nostra signora”. Il dio Nergoul, con un tempio a lui dedicato, simboleggiava il pianeta Marte. La venerata, grande, altissima aquila aveva il suo tempio, nel quale le statue guardavano dall’alto in basso.

Le iscrizioni sono prevalentemente in aramaico antico, in qualcuna si legge “re e principi di Hatra sono i re vittoriosi degli arabi”. Sono sicuramente in lacrime.

I cuori di coloro che conoscono tali meraviglie non potranno mai guarire. Le lacrime non si asciugheranno mai. Durante la mia ultima visita, mi trovavo di fronte alla statua di Abbu, sposa di Santruk I. Mi sono ricordata le riflessioni di James Elroy Flecker sul British Museum. Le ho ripetute a voce alta, sola in un’alba azzurra:

“Vi è una sala a Bloomsbury
Che non ho più il coraggio di percorrere,
Per tutti gli uomini di pietra che mi urlano e giurano di non esser morti
E una volta ho toccato una ragazza spezzata, e
seppi che il marmo sanguinava”

Il giorno dopo che Hatra veniva distrutta, è stata la volta della quarta capitale dell’Assiria, Khorsabad, costruita da Sargon II (721-705 a.C.).

Le scritture parlano di una città con un parco di caccia reale e giardini con “tutte le piante aromatiche” trovate nelle fertili valli fluviali dell’Eufrate. Migliaia di alberi da frutto, tra cui il melo, il melo cotogno e il mandorlo.

Khorsabad fu ampiamente saccheggiata dai francesi nel XIX secolo e dagli americani tra il 1928 e il 1935.

Nello scavo avviato dal Console generale di Francia a Mosul nel 1842, venne fatto un tentativo per “spostare due statue di 30 tonnellate e altro materiale da Khorsabad a Parigi su una grande chiatta e quattro zattere” (2). Le due zattere e la chiatta furono affondate dai pirati e i tesori dell’Iraq rubati e perduti per sempre.

Nel 1855, venne effettuato un ulteriore tentativo di spedire i tesori rimanenti “così come il materiale da altri siti in cui lavoravano i francesi, principalmente Nimrud. Quasi tutta la collezione – oltre duecento casse – fu persa nel fiume. I manufatti superstiti di questo scavo, sono stati portati al Museo del Louvre di Parigi”.

Tra il 1928 e il 1935, archeologi americani dell’Oriental Institute di Chicago scavarono nell’area del palazzo. “Un toro colossale, dal peso stimato di 40 tonnellate, è stato scoperto all’esterno della sala del trono. E’ stato trovato diviso in tre grandi tronconi. Il solo busto pesava circa 20 tonnellate. Questo è stato spedito a Chicago”.

Inglesi e tedeschi hanno compiuto la loro buona dose di saccheggi nel sud dell’Iraq e in particolare a Babilonia e Ur, come testimoniano i loro musei nazionali.

La settimana precedente alla distruzione di Nimrud, circa 113.000 libri e manoscritti unici della biblioteca di Mosul sono stati bruciati dai selvaggi dello Stato Islamico, in quello che Irina Bokova, direttore generale dell’Unesco, ha descritto come “pulizia culturale” e uno dei più devastanti atti di distruzione delle collezioni librarie della storia umana” (3). Alcuni volumi comparivano nella lista dei patrimoni rari dell’Unesco.

A finire bruciati in un rogo all’esterno della biblioteca sono stati anche i libri in lingua siriaca, stampati nella prima tipografia dell’Iraq, manoscritti settecenteschi, volumi di epoca ottomana (1534-1704 e 1831-1920). Rarità uniche come un astrolabio, un “computer” astronomico per calcolare i tempi delle posizioni del sole e delle stelle, utilizzato nell’antichità classica e nell’età d’oro dell’Islam, come le superbe clessidre anch’esse distrutte. Sono state incenerite anche un centinaio di librerie personali delle famiglie dei notabili di Mosul create “nel corso dell’ultimo secolo”. La biblioteca è stata poi fatta saltare in aria.

Nella stessa settimana, anche il Museo di Mosul è stato attaccato. Statue assire e hatrene, tra cui quella di un re hatreno che stringe un’aquila, sono state distrutte, insieme con quelle di un toro alato e del dio di Rozhan. Gli altri pezzi si ritiene siano stati rubati per poi essere venduti, probabilmente in Turchia e Siria.

Nel luglio dello scorso anno, la tomba secolare ritenuta essere quella del profeta Giona a Mosul è stata cancellata dagli esplosivi piazzati dall’Isis nella moschea in cui si trovava, risalente al XIV secolo. La “Moschea di Giona “, che dapprincipio era una chiesa, era anche tradizionalmente nota per conservare una parte dei resti della balena che lo inghiottì.

Tutte le distruzioni descritte sono avvenute nella provincia di Ninive, di cui John Masefield ha scritto:

Quinquereme di Ninive dalla lontana Ofir,
Remando verso casa al rifugio della soleggiata Palestina,
Con un carico di avorio,
E scimmie e pavoni,
Sandalo, legno di cedro, e dolce vino bianco.

L’Iraq, come la Palestina, è stato cancellato, insieme con la Libia, la Siria e anche le grandi piramidi d’Egitto, sono ora minacciate dai mostri che la “crociata” di Bush e Blair hanno creato.

Stati Uniti, Regno Unito, Canada e altri paesi hanno “consiglieri militari “in Iraq. Sono silenziosi e inattivi su questi crimini di guerra dei nuovi mongoli.

I siti web delle ambasciate statunitense e britannica a Baghdad sono ugualmente muti. Eppure sul sito dell’ambasciata americana vi è scritto: Riguardo lo stato dell’Archivio ebraico iracheno, 28 gennaio 2015: l‘Archivio ebraico iracheno rimane sotto la custodia della U.S. National Archives and Record Administration, mentre sono previsti piani per future mostre negli Stati Uniti. Nessuno dei materiali dell’Archivio ebraico iracheno hanno viaggiato al di fuori degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti continuano a rispettare i termini dell’accordo con il governo iracheno”.

Un governo sotto occupazione, ovviamente, non può legalmente fare tali accordi.

“L’esposizione del materiale a Washington nel 2013 e a New York nel 2014, ha portato ad una maggiore comprensione tra l’Iraq e gli Stati Uniti e un maggiore riconoscimento del variegato patrimonio dell’Iraq. Siamo impazienti di continuare la nostra collaborazione con il governo iracheno su questa materia in modo che la mostra possa essere vista in altre città degli Stati Uniti” (4).

Così, gli Archivi ebraici iracheni (sequestrati dagli Stati Uniti nel maggio 2003), salvaguardati in Iraq per centinaia di anni, sono stati portati via dagli Usa. Eppure sono stati complici (Babilonia, Ur, Museo di Baghdad e altrove) o passivi quando la “variegata eredità dell’Iraq” veniva sistematicamente saccheggiata e distrutta.

Curiosamente, nel 2005, John Yoo, un ex avvocato del Dipartimento di Giustizia, suggerì che gli Stati Uniti avrebbero dovuto passare all’offensiva contro al-Qaeda. Avendo infatti “le nostre agenzie di intelligence creato una falsa organizzazione terroristica, essa potrebbe avere i propri siti web, centri di reclutamento, campi di addestramento e operazioni di raccolta fondi. Potrebbe intraprendere false operazioni terroristiche e rivendicare attacchi terroristici reali, contribuendo a seminare confusione… “ (5). Vedi anche (6).

Per inciso, sono stati segnalati arresti di “consiglieri militari” israeliani e statunitensi nelle vicinanze, mentre la distruzione di vaste aree della provincia di Ninive Provincia proseguiva tranquillamente. Ci sono quindi molte più domande che risposte.

Note

(*) I primi luoghi di ristoro per i viaggiatori e le loro bestie da soma, recintati da un muro esterno, disposti intorno a un cortile, con cibo per i viaggiatori e gli animali, ricovero, negozi, impianti di lavaggio e spesso bagni.

1. https://www.questia.com/library/97576407/iraq-from-sumer-to-saddam

2. http://en.wikipedia.org/wiki/Dur-Sharrukin

3. http://globalvoicesonline.org/2015/02/25/isis-burns-mosul-library-in-iraq-destroys-thousands-of-valuable-manuscripts-and-books/

4. http://iraq.usembassy.gov/pr_012815.html

5. http://www.washingtonsblog.com/2015/02/x-admitted-false-flag-attacks.html

6. http://www.globalresearch.ca/the-relationship-between-washington-and-isis-the-evidence/5435405

Una cronologia dettagliata della distruzione della storia dell’Iraq (2003-2009) redatta da BRussells Tribunal è disponibile all’indirizzo http://www.brusselstribunal.org/Looting.htm

Europa, venti di guerra sempre più potenti. “La pace non è un fatto scontato”. Intervento di Sergio Cararo fonte www.contropiano.org

 

Nell’agenda politica europea continuano a riverberarsi gli echi dell’intervista del presidente della Commissione Europea Junker, che ha evocato la necessità di un esercito europeo. La proposta di Juncker ha trovato qualche prevedibile resistenza nella stessa Unione europea, soprattutto da parte degli stati più legati agli Stati Uniti. Si segnalano infatti il no scontato del premier inglese, David Cameron e della Polonia. La Francia nicchia ma non nella sostanza. Essendo l’unica potenza dell’Eurozona (la Gran Bretagna ne è fuori) a possedere le armi nucleari, non nasconde l’ambizione di voler essere l’azionista di riferimento di un esercito europeo. Al contrario la ministra della Difesa tedesca Von der Leyden è stata invece tra i primi ad esprimersi favorevolmente verso il progetto evocato domenica scorsa da Juncker su un esercito europeo, spiegando che “il nostro futuro di europei esigerà un giorno che ci dotiamo anche di un esercito comune”. In Germania, da almeno due anni stanno cambiando di molto gli orientamenti sulla politica militare. Qualcosa si era intuito già nella annuale Conferenza sulla Sicurezza a Monaco dello scorso anno.

Il ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, quando ha presentato la legge di bilancio per il 2015, ha annunciato che la Germania aumenterà la spesa per la difesa. Schauble non ha dettagliato le cifre, ma la decisione è presa ed è emblematica. In piena guerra fredda la Germania spendeva per la difesa il 3,2% del Pil. Ne tre decenni successivi, le spese militari si erano ridotte, scendendo all’1,4% del Pil nel 2013, che corrispondono però ad una spesa di 48,8 miliardi di dollari (secondo altre fonti come l’Istituto Internazionale di Studi Strategici sarebbero invece 43,9 miliardi di dollari). La Francia ad esempio ne spende 53,1 per la Difesa. Dal settembre 2014, la Germania, al pari degli altri membri della Nato, si è impegnata a portare le spese  nella difesa al 2% del Pil. Il ministro della Difesa, Ursula Von der Leyen, ha inoltre costituito una commissione composta da duecento esperti militari per ridefinire la strategia delle forze armate tedesche del XXI Secolo.

Juncker nell’intervista al giornale tedesco Die Welt am Sontag ci ha tenuto a spiegare che: “L’immagine dell’Europa ha sofferto drammaticamente anche in termini di politica estera: non sembra che siamo presi completamente sul serio”. Per Juncker dunque la debolezza della politica estera europea dipende dal fatto che l’Europa non ha un esercito proprio, ma ha aggiunto anche qualcosa di più: “La Nato non può bastare, visto che non tutti i Paesi membri dell’Alleanza atlantica sono anche della Ue. Una forza armata europea, invece, mostrerebbe al mondo che non ci saranno mai più guerre tra gli Stati membri, aiuterebbe a disegnare una politica estera e di sicurezza comune, e permetterebbe all’Europa di assumersi le sue responsabilità nel mondo”.

Era il 1996 quando Helmut Khol, in una conferenza all’università di Lovanio disse che “l’integrazione europea sarebbe stata una questione di pace o di guerra nel XXI Secolo”. Un concetto ribadito da Khol dieci anni dopo in una intervista al Corriere della Sera. E ancora dieci anni dopo, il 22 febbraio scorso, durante un colloquio in Vaticano, è stata Angela Merkel ad affermare che “La pace in Europa? Non è un fatto scontato”.

Molti di questi aspetti, anche sul piano del crescente sganciamento dell’Unione Europea dagli Usa e dalla Nato, soprattutto in materia di tecnologie satellitari, droni, settore aereospaziale, sono stati analizzati nel recente forum della Rete dei Comunisti a Bologna su “Il piano inclinato degli imperialismi”. Il cerchio di fuoco dei conflitti che circonda l’Europa (da Est a Sud) non solo non lascia affatto indifferenti gli apparati dirigenti della Ue ma sta rafforzando le ambizioni globali della stessa Unione Europea per dotarsi di tutti i “fattori di egemonia” necessari ad un polo imperialista: quello economico, quello ideologico e infine quello militare. Un nuovo status che preoccupa molto gli Stati Uniti, i quali vedono configurarsi la possibilità di un polo rivale nella competizione globale.

Ma è una ambizione che deve preoccupare – e molto – anche i popoli dell’Europa dell’Est e della regione afro-mediterranea. Quanto sta già accadendo con gli interventi militari europei nell’Africa Centrale o quanto avvenuto contro la Libia nel 2011, indicano che le questioni della pace e della guerra in Europa stanno cambiando di passo e di segno. Continuiamo a ritenere che sia un errore – anzi un grosso guaio – che questo “dettaglio” nella strutturazione dell’Unione Europea continui ad essere sottovalutato. Combattere ed indebolire il “proprio imperialismo” è un compito dal quale nessuna forza internazionalista o che lotti per la pace dovrebbe sottrarsi.

Africa: Gli agro-imperialisti fanno man bassa di terreni agricoli da: www.resistenze.org – osservatorio – mondo – politica e società – 08-02-15 – n. 530

Lyès Menacer | michelcollon.infoTraduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

27/01/2015

Il continente africano, che possiede da solo un quarto delle terre fertili mondiali, concentra il 41% delle transazioni fondiarie, su un numero totale di 1.515 transazioni nel mondo, secondo una recente relazione dell’ONG ActionAid International datata fine maggio 2014. “Dal 2000, più di 1.600 transazioni su larga scala sono state documentate, su una superficie totale di 60 milioni di ettari”, ha dichiarato l’ONG che ha precisato che “è probabile anche che un buono numero di acquisizioni di media o grande portata rimangano ad oggi non documentate, né quantificate”. Questa relazione di una ventina di pagine intitolata “La Rapina delle terre: come il mondo apre la via agli accaparramenti delle terre da parte delle imprese” ci rivela infatti l’ampiezza di questo fenomeno che minaccia non soltanto la sopravvivenza di milioni di persone nel mondo, ma anche gli ecosistemi, le foreste e le specie animali in pericolo di estinzione.

L’ONG si è enormemente interessata all’Africa, poiché questo continente è diventato la nuova attrazione delle multinazionali, dei fondi pensione e dei grandi gruppi agroalimentari che hanno acquisito, con le complicità dei governi locali, milioni di ettari di terre coltivabili.

Anche gli Stati si sono messi a comperare le terre fertili, per soddisfare i loro fabbisogni alimentari e produrre biocarburanti. L’Arabia Saudita, il Qatar, l’India sono spesso citati nelle relazioni di queste ONG, che tirano in ballo anche le grandi potenze come gli Stati Uniti, alcuni Stati membri dell’Unione europea (Francia, Germania, Gran Bretagna, Paesi Bassi) e, da qualche anno, la Cina, che vuole avere la sua parte in Africa per soddisfare la sua domanda interna. Nell’Africa subsahariana, regione insicura e a forte instabilità politica, l’accaparramento delle poche terre fertili è stato realizzato dalle autorità che hanno privato migliaia di contadini della loro principale risorsa di sopravvivenza.

Il sequestro delle terre è stato facilitato dall’assenza degli atti di possesso che questi contadini non hanno mai potuto far valere, in una regione in cui i beni sono gestiti dai capi tribù.

Stati in guerra, paese da vendere?

Nell’Africa subsahariana, il 10% di queste terre coltivabili è registrato nei registri ufficiali. Sotto la copertura del rilancio dell’agricoltura per sradicare la carestia che sconvolge regolarmente la vita di milioni di persone in questa zona arida, i governi locali hanno ceduto quasi ad un prezzo simbolico centinaia di migliaia di ettari ai produttori di biocarburante. Questo fatto è stato denunciato da numerose ONG, tra le quali Grain che è costantemente oggetto di attacchi da parte di alcuni paesi acquirenti di queste terre.

È facile constatare che i paesi indicati come quelli che si fanno passare per investitori sono gli stessi che attualmente sono scossi dai conflitti politici e dalle guerre etniche e religiose. Si può citare il Sudan del Sud, la Repubblica Democratica del Congo (RDC o Congo-Kinshasa), il Sudan, la Sierra Leone, il Mozambico, la Liberia, la Tanzania, il Kenia, lo Zimbabwe, la Nigeria e la Repubblica Congolese (Congo-Brazzaville). L’Isola Rossa (il Madagascar) che ha vissuto una crisi politica nel 2009, dopo una protesta contro la vendita di 300.000 ettari di terre all’impresa sudcoreana Daewoo, resta un obiettivo dei predatori di terre fertili.

In altre parole, oltre alla guerra per il controllo dei giacimenti petroliferi e minerari in questi paesi, un’altra guerra si svolge lontano dagli sguardi e dalle curiosità dei media, che spesso vedono nella rivolta dei poveri in Africa soltanto delle violenze tribali per lo sfruttamento delle fonti d’acqua e delle zone di pascolo. Tuttavia, decine di persone, tra agricoltori ed allevatori, subiscono la repressione dei propri governi, che li cacciano a colpi colpi di polvere da sparo e di bulldozer dai territori che occupano da secoli. Territori che non sono soltanto spazi di vita economica, ma di culture ancestrali. Le sommosse della fame che hanno scosso Maputo nel 2010 non hanno impedito dal governo di cedere 6,6 milioni di ettari agli Stati Uniti ed a società straniere. Il Mozambico dispone di 36 milioni di ettari di terre coltivabili, cioè il 46% del suo territorio, di cui soltanto il 10% è sfruttato.

Anziché approntare una politica agrario-alimentare che garantisca la sicurezza alimentare, il governo Maputo preferisce cedere le sue terre all’industria distruttiva dei biocarburanti. Nel frattempo, secondo le cifre ufficiali delle ONG dell’ONU, il 40% dei mozambicani soffre di malnutrizione.

La Repubblica Democratica del Congo (RDC) non ha fatto eccezione, poiché il 50% delle sue terre fertili è passato sotto il controllo di paesi stranieri e delle imprese internazionali che sono più interessate dallo sfruttamento il sottosuolo che all’agricoltura, senza pagare tasse o diritti.

E quando devono pagare, le somme sono irrisorie e vanno per lo più a vantaggio dei membri del clan al potere. È il caso anche della vicina Repubblica congolese, che ha ceduto il 46% delle sue terre fertili agli stessi predatori che sono alla ricerca di ogni porzione di terreno coltivabile, che sia per l’industria agroalimentare o per nutrire la popolazione del paese acquirente, come nel caso dell’Arabia Saudita e del Qatar, due paesi desertici che importano tutti i loro prodotti alimentari. Questi due paesi hanno acquisito, al prezzo della repressione condotta dal governo di Addis-Abeba contro i contadini e gli allevatori, decine di migliaia di ettari per soddisfare la loro domanda interna di frutta e verdura. Le denunce dei massacri orchestrati dall’esercito etiopico per dissodare il terreno “agli investitori” sono rimaste lettera morta.

Chi sono gli acquirenti?

“Gli Stati Uniti sono all’origine della maggior parte degli investimenti portati a termine (7,09 milioni di ettari), seguiti dalla Malesia (3,35), dagli Emirati Arabi Uniti (2,82), dal Regno Unito (2,96), dall’India (1,99), Singapore (1,88), Paesi Bassi (1,68), Arabia Saudita (1,57), Brasile (1,37) e Cina (1,34)”. Tutti questi paesi sono presenti nel documento reso pubblico da ActionAid International, che cita Land Matrix, un organismo indipendente che dispone di un ricco archivio delle transazioni fondiarie registrate in tutto il mondo.

Oltre agli Stati acquirenti, gli organismi finanziari, i fondi investimento e i gruppi industriali che sono stati molto toccati dalla crisi economica del 2008, hanno orientato il loro interesse verso questo mercato.

“Uno studio condotto dalla Deutsche Bank Research mette in luce l’esistenza di tre grandi gruppi di attori economici implicati nel settore dei terreni agricoli: i governi, che cercano di acquistare terreni all’estero per assicurare le loro riserve in prodotti alimentari ed energia, le imprese agricole che cercano sia di aumentare la loro produzione, sia di integrare la catena d’approvvigionamento, e gli investitori finanziari” aggiunge sempre lo stesso testo. Gli attori influenti delle industrie minerarie, delle imprese del turismo e delle concessioni forestali non sono restati lontani da questa battaglia che causerà, a lungo termine, una grande esplosione sociale nel continente. “Lo studio mostra che questi attori non agiscono in modo isolato. Viene aggiunto nella relazione di ActionAid International che, facendo pressione sulla terra, gli interessi di uno dei gruppi di attori motiveranno le azioni degli altri gruppi”.

I contadini dei paesi africani provano ad organizzarsi, aiutati dalle ONG che tentano alla meno peggio di dare l’allarme all’opinione pubblica internazionale e alle alte istanze dell’ONU. Una battaglia che, per il momento, è in molti casi compromessa, con le varie dittature locali che reprimono ed imprigionano tutti coloro che osano mettersi contro ciò che è chiamato progetto d’investimento, sviluppo sostenibile, rilancio economico, ecc.