“Renzi vuole normalizzare il mondo del lavoro. La Cgil però non normalizzi se stessa”. Intervista a Sergio Bellavita Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Sembra di capire che la Cgil abbia qualche problema con i lavoratori?
Nello specifico dell’articolo di Repubblica, viene comparato il dato di luglio del 2015 con la chiusura del 2014. Quindi è evidente che c’è una forte differenza nel numero degli iscritti già di per se. Questo non vuol dire che siamo già di fronte a un calo netto di 700mila iscritti però come viene scritto nell’articolo. E’ chiaro che si tratta di una campagna strumentale contro la Cgil. L’obiettivo è cancellare quel che resta di opposizione nell’ambito sociale e nel mondo del lavoro.

Detto questo però la crisi della rappresentanza rimane, o no?
Detto questo è chiaro che un problema c’è. Intanto, il punto vero è che tutti i sistemi sui quali si è discusso a propositio della rappresentanza nell’ottica di dare una quota maggiore di democrazia ai lavoratori hanno rimosso il problema fondamentale, ovvero il potere ai lavoratori e alle lavoratrici di decidere quale sindacato li rappresenta e se gli accordi che vengono sottoscritti vanno bene o no.Tornando all’inchiesta di Repubblica, non si può non notare che pochi giorni fa fu lo stesso Renzi mettere insieme tessere e crisi del sindacato e, nello stesso tempo, che si tratta di dati che vengono da dentro la Cgil.
Si sono d’accordo. Questo si collega a quanto è accaduto sulla vicenda dei megastipendi Cisl, che si conoscevano da tempo e improvvisamente conquistano la ribalta. E’ in atto una campagna complessiva da parte del Governo che tra tema rappresentanza e diritto di sciopero prende a pretesto qualsiasi questione si presenti per attaccare il sindacato. E’ evidente che c’è il disegno di normalizzare complessivamente le organizzazioni dei lavoratori. Poco importa se sia questa o quella sigla.Vogliono un sindacato addomesticato, che perda ogni idea di confederalità, che non risponda più ai bisogni dei lavoratori ma ai bisogni dell’impresa e dello Stato. Vogliono sotterrare un modello che pur tra tante contraddizioni ha rappresentato per tanti anni potenzialmente un punto di vista alternativo.

Siete stati proprio voi del “Sindacato è un’altra cosa”, e la Fiom, a sollevare in occasione dell’ultimo congresso della Cgil una questione sui numeri della partecipazione ai congressi di base, che in qualche modo è legata al cosiddetto calo delle tessere.
Landini denunciò il fatto che al congresso su 5.600.000 iscritti hanno votato solo un milione. E questo per dire che nelle fasi salienti del congresso non si riuscì ad arrivare alla base. Noi siamo andati ben oltre, dicendo che i numeri congressuali sulle preferenze ai vari documenti e sulla partecipazione sono stati ampiamente truccati. Secondo noi non votò nemmeno quel milione di cui parlò Landini. E grossa parte dei verbali furono compilati a tavolino. Tutte e due queste denunce testimoniano che la trasparenza si è persa in Cgil. E lo stesso tesseramento sul quale abbiamo chiesto lumi senza ricevere chiarimenti non riesce ad essere riportato ad un dato di realtà. L’inchiesta di Repubblica coglie due cose vere, la non trasparenza e la scarsa rappresentanza dei giovani e dei precari. E questo in un momento in cui Renzi sta precarizzando tutti.

Beh, ma la scelta fu all’epoca quella di dar vita al Nidil, invece di affrontare il precariato categoria per categoria.
Una scelta frutto di una ubriacatura ideologica della sinistra di Governo e della Cgil che nei fatti accettò e approvò il pacchetto Treu. Una ubriacatura che ha portato ad immaginare una “categoria di precari”.

Bisognerà tornare a ragionare del modello di sindacato del futuro. Anche perché il Governo sta facendo dei passi sostanziali. La Cgil ha pensato che bastasse aspettare mirando a ridurre il danno, e ora si trova stretta nell’angolo. Qual è lo stato del dibattito dentro la Cgil?
La sconfitta della Cgil sul Jobs act è drammatica e continua a produrre danni mostruosi nel rapporto con i lavoratori e per quanto riguarda la cancellazione dei diritti. Siamo nel pieno dell’onda, e non c’è più nessuna linea né referendaria né di semplice contrasto che tenga. Una parte sempre più grande del gruppo dirigente della Cgil ha esplicitato una linea che dice basta con il sindacato che si mette di traverso contro il governo. “Siamo un sindacato e dobbiamo contrattare”. La Cgil si sta adattando, attraverso un processo di “cislizzazione”, su nuovo welfare contrattuale e bilateralità per esempio. Ogni tanto si sente qualche protesta. Agli occhi dei lavoratori non contano le enunciazioni, ma la pratica. Il dibattito in Cgil semplicemente non c’è.

Il prossimo appuntamento sarà la conferenza di organizzazione.
Lo scontro è sulle forme di elezione del nuovo segretario. Tutto qui. E la polemica non ci appassiona. Questo mentre i tre sindacati confederali sono vicini al redde rationem. Non c’è più rapporto con i lavoratori. L’unico spazio è il sindacato corporativo e aziendalista, quello che il Governo concede. Va operata una rottura e ripresa la strada del conflitto durissimo ripartendo dai bisogni reali del mondo del lavoro. Questa discussione la Cgil non la sta facendo e sta andando esattamente nella direzione che il Governo vuole.

Da una parte grosse difficoltà nel calcolare la rappresentanza, visto che le aziende non danno i dati sulla trattenuta sindacale, dall’altra un modello che deve essere per forza ultraconcertativo e autodifensivo pena la fine del sindacato. Questo di fatto porta alla formazione, passami il termine, di una casta sindacale. Una soluzione che dal punto di vista dei lavoratori non può durare più di tanto però…
Intanto, bisogna partire da una analisi dell’intesa del 10 gennaio. La parte positiva, tra tante virgolette, è il meccanismo di certificazione degli iscritti che aprirà però una guerra senza precedenti tra organizzazioni. Il lavoratore vorrei far notare può cambiare idea sul sindacato di appartenenza ma questo cambiamento non viene registrato e non c’è nemmeno il diritto a decidere sulla singola vertenza. Hanno costruito un modello, insieme a Confindustria, in cui la vittima sacrificale di quel patto corporativo è il sindacalismo indipendente e antagonista. Ovvero, nel rapporto tra sindacato e impresa si guarda al bene dell’impresa e chi non ci sta è escluso dalla rappresentanza e addirittura i singoli lavoratori potevano essere sanzionati.

Quell’accordo però sta marciando…
Intanto, i padroni hanno subito incassato il passaggio sulle deroghe, il sistema della progressiva spoliazione. E i grandi gruppi stanno riducendo salari e diritti disdettando tutta la contrattazione. Il sindacato ha accettato la morte del contratto nazionale e il passaggio una contrattazione quasi solo aziendale con il segno meno davanti. L’impianto di quell’accordo, però, non sta arrivando in porto perché innanzitutto, sull’esigibilità degli accordi, c’è qualche problema costituzionale e poi perché alcune organizzazioni di base avendolo sottoscritto potranno strappare numerosi consensi con la loro linea di opposizione agli accordi. Il sistema non funziona. Governo e Confindustria vogliono che il conflitto non sia libero, e quindi che ci sia il diritto effettivo di sciopero. L’idea del Governo di stabilire un referendum va proprio in questa direzione e porta al sindacato unico.

Anche il sindacalismo di base è di fronte a un bivio?
Sì, perché se si dovesse riuscire a mettere gli ultimi tasselli all’accordo del 10 gennaio 2014, e impedire al sindacato di rompere il quadro attraverso il conflitto, si porrà un problema sostanziale di democrazia. Questo mi pare evidente.

Qual è il vostro programma per il prossimo futuro?
All’ultima assemblea nazionale del “Sindacato è un’altra cosa” abbiamo deciso di lanciare un appello al sindacalismo conflittuale, Fiom compresa. E’ giunto il momento di costruire degli intersindacali a livello dei territori per sperimentare dal basso delle forme di resistenza. Penso alle lotte dei facchini, per esempio. Va data ai lavoratori l’idea che il sindacato non è un soggetto passivo che accetta la cancellazione di diritti e salari e non dà battaglia sull’occupazione. Dall’altra parte ci sarà la battaglia interna sulla conferenza di organizzazione che sarà un altro tassello della cislizzazione. Se quella conferenza confermerà il documento di maggioranza saremo di fronte a uno scenario preoccupante di deriva e di chiusura degli spazi democratici all’interno della stessa Cgil.

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Cgil: la lettera a “la Repubblica” sul tesseramento

Cgil: la lettera a “la Repubblica” sul tesseramento

19/08/2015

Egregio Direttore,

L’articolo sulla “Fuga dalle tessere della Cgil”, pubblicato su “la Repubblica” di mercoledì 19 agosto, a firma di Matteo Pucciarelli, contiene fin dal titolo una clamorosa falsità: la Cgil perderebbe oltre 700 mila iscritti dalla fine del 2014 ad oggi.

Falso. A parte l’ovvia considerazione che non è confrontabile il dato dei primi sei mesi 2015 con quello di tutto il 2014, all’articolista è stato spiegato che il tabulato, di cui “la Repubblica” è venuta in possesso, registra lo stato di avanzamento di un lavoro complesso quale è il tesseramento alla Cgil.

La nostra Organizzazione, infatti, non si accontenta di “contare” le tessere fatte, ma esige che ogni Struttura imputi in un unico programma informatico nazionale i nominativi di tutti gli iscritti con il relativo codice fiscale o con altri dati sufficienti a verificare che non vi siano doppioni che falserebbero il dato finale.

Questi dati saranno poi incrociati con il dato amministrativo del versamento delle quote tessera per un ulteriore controllo e verifica.

Il tabulato da cui attinge “la Repubblica” dice soltanto una cosa: al 30 giugno di quest’anno sono stati imputati a sistema e verificati dati degli iscritti pari all’87% del totale a fine 2014.

Un dato che a noi dice semplicemente che questo lavoro procede e che abbiamo ancora sei mesi per completarlo, dato che il tesseramento alla Cgil si chiuderà, come ogni anno, al 31 dicembre.

Questa procedura serve a garantire trasparenza e correttezza nei dati del tesseramento alla Cgil, come è stato spiegato a Pucciarelli.la Repubblica”, quindi, a mio parere, usa una nostra scelta di trasparenza per montare una campagna strumentale contro il Sindacato.  

C’è una differenza in negativo tra il numero di iscritti registrati al 30 giugno di quest’anno e quelli alla stessa data dello scorso anno: si tratta di circa 110.000 unità, pari al 2,17%. 

Un dato che in parte si spiega con il ritardo di imputazione di alcune strutture e, in parte maggiore, con la difficile realtà determinata da sette anni di crisi con la quale ci stiamo misurando: gli effetti della crisi sull’occupazione con la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro (con un conseguente riflesso sul numero di iscritti al Sindacato), oltre al rallentamento della dinamica pensionistica. 

Infine, egregio Direttore, un grande quotidiano come “la Repubblica” dovrebbe verificare con maggiore accuratezza le fonti, non solo quando legge e interpreta (male) tabelle, ma quando riporta – come nell’articolo in questione – che vi sarebbe una differenza di un milione tra gli iscritti dichiarati dai Sindacati dei pensionati e quelli certificati dall’Inps.

È già stato da tempo chiarito, oltre che da noi anche da un comunicato ufficiale dell’Inps, che tale differenza è dovuta al fatto che l’Inps finora ha certificato solo i dati dei pensionati che percepiscono una pensione dal Fondo lavoratori (privati), mentre – come tutti sanno – una parte cospicua dei pensionati italiani percepisce la propria pensione da altri Istituti.

Mi permetta un’amara chiosa finale: il grande giornalismo non scade mai nello scandalismo e nel sensazionalismo a buon mercato e privo di presupposti verificati.

Siamo ovviamente disponibili, qualora lo riteneste, ad approfondimenti su come si fa trasparenza sul nostro tesseramento, su cosa significa avere ogni anno un turn over del 20% di iscritti e su come lo stesso tesseramento si è modificato per categorie, tipologie di lavoro e soggetti.  Anche perché non comprendiamo da quali dati “la Repubblica” desuma un’emorragia di giovani e precari nel tesseramento alla Cgil.

La Cgil affonda il Def di Renzi e ritira fuori la bandierina della patrimoniale Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Una imposta sulle grandi ricchezze finanziarie, l’aumento della tassazione sulle successioni almeno a livello europeo e l’utilizzo dei fondi pensione per gli investimenti di cui ha bisogno l’Italia. Sono le proposte della Cgil presentate dal segretario generale, Susanna Camusso, come critica “in positivo” del Def firmato dal Governo Renzi. Per il momento la risposta politica di Corso d’Italia è tutta qui. Eppure nella “pars destruens” il Def dell’ex sindaco di Firenze viene fatto letteralmente a pezzi dalla Cgil. A cominciare da quello che è il tema più importante, l’occupazione.

Altro che “recupero dell’occupazione nel prossimo triennio”, sottolinea la Cgil. Il tasso di disoccupazione previsto per il 2015 resta al 12,3%, il doppio di quello pre-crisi, “e non si prevede un recupero dell’occupazione perduta nemmeno al 2019, in cui il tasso di disoccupazione viene programmaticamente previsto al 10,5%”. Colpito e affondato? Colpito, sicuramente. Affondato, si vedrà. Che gli importa a Renzi di un sindacato che continua a sfornare bellissime analisi econometriche in cui addirittura si dice che “il salario sta diminuendo” ma rimane perfettamente immobile sul piano dell’offensiva politica? “Non essendo programmato neanche un aumento significativo dell’occupazione, aumenterà la disuguaglianza nella distribuzione del reddito nazionale a scapito del lavoro e della crescita”. “Sette anni di tagli non hanno avuto effetto sul debito pubblico, non funziona questa logica. La
disoccupazione e’ un elemento che moltiplica il debito, ecco perche’ bisogna partire dall’occupazione”, sottolinea Camusso. La riduzione di fatto del salario ha una immediata e esiziale conseguenza sul Def del bimbotto toscano: saltano tutti i discorsi sulla ripresa della domanda interna. Insomma, siamo davanti alle solite “scommesse” in un quadro in cui “le previsioni del Governo appaiono ancora una volta irrealistiche ed illusorie”. Sull’altro grande tema, quello della riduzione del fisco, le cose vanno addirittura peggio. Tra riduzione delle tax expenditures, e dei trasferimenti a Regioni e Comuni, ci saranno “tagli alla spesa locale e aumenti delle imposte locali”. Senza parlare del fatto che di lotta all’evasione e all’elusione non c’è traccia.Per quanto riguarda la patrimoniale, che nel documento Cgil viene indicata come “Imposta sulle Grandi Ricchezze Finanziarie”, tassando solo il 5% delle famiglie finanziariamente piu’ ricche, con aliquota progressiva per la parte eccedente i 350mila euro, si avrebbe – secondo la Cgil – un gettito potenziale di 10 miliardi di euro l’anno. Dall’aumento della tassa sulle successioni, poi, si potrebbero ricavare 4 miliardi di euro l’anno. La misura prevede l’esenzione per la prima e unica casa dell’erede per cinque anni e l’esenzione entro il limite di 500 mila euro del valore complessivo del patrimonio ereditato; le imposte – ha sottolineato Camusso – andrebbero a colpire le grandi ricchezze, togliendo argomenti a chi in passato ha “invocato la
difesa dell’abitazione dell’anziano per difendere patrimoni di palazzi interi”. Secondo i calcoli della Cgil con i 10 miliardi del gettito potenziale dell’imposta sulle grandi ricchezze si potrebbe finanziare un piano per l’occupazione capace di creare oltre 740 mila nuovi posti di lavoro, aggiuntivi, in tre anni. Quanto all’imposta sulla successione l’idea della Cgil e’ di puntare a uno 0,5% di gettito, da destinare agli investimenti e quindi sempre alla creazione di lavoro.

La Fiom risponde alla Cgil: “In piazza il 28 marzo così come nelle linee del Comitato direttivo della Cgil | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org”

Sullo scontro tra Cgil e Fiom in merito al progetto di coalizione sociale formulato dal sindacaato dei metalmeccanici c’è una risposta della segreteria della Fiom alla nota della Cgil in cui si prendevano le distanze dalle tute blu. Oggi è previsto un incontro. Questo il testo del comunicato:

La scelta operata dall’Assemblea nazionale delle delegate e dei delegati della Fiom-Cgil, svolta a Cervia il 27 e 28 febbraio u.s., di assegnare il mandato alla Segreteria nazionale di attivarsi per riunificare le lotte per il lavoro e costruire una coalizione sociale con le associazioni, i movimenti e le personalità che in questi anni si sono battuti per affermare i valori e i principi della nostra Carta costituzionale e per un’Europa sociale dei diritti, è del tutto legittima e rispettosa dello Statuto della Fiom e della Cgil.
La stessa nota della Segreteria nazionale della Cgil considera la proposta della coalizione sociale una risposta possibile. La Fiom-Cgil è contraria a che qualsiasi struttura della nostra Organizzazione, tantomeno la Confederazione, promuova formazioni politiche o sostenga questa o quella componente politica o
di partito. Un’autonoma e indipendente soggettività politica della nostra Organizzazione deve concretizzarsi in un progetto generale e un’azione contrattuale nei luoghi di lavoro e di carattere sociale nei territori che – seguendo la nostra storia confederale – superi la semplice associazione di interessi, anche attraverso una reale interlocuzione con associazioni di volontariato, sociali, culturali e personalità su obiettivi comuni e condivisi che puntino alla trasformazione democratica della società e alla affermazione dei diritti sul lavoro.
Del resto, la coalizione sociale proposta dalla Fiom-Cgil non si configura in alternativa a un processo di unità con Cisl e Uil (in ogni caso non certo facile, date le profonde divergenze in essere) né tanto meno in contrasto alle forze politiche esistenti. Pensiamo che per tutte queste ragioni sarebbe utile che la Cgil, insieme alla Fiom, si attivasse per costruire una tale coalizione sociale a partire dall’interesse e dalla disponibilità espressa da tutti i partecipanti ad una prima discussione sviluppatasi lo scorso sabato 14 marzo. Anche perché la proposta della coalizione sociale non prevede la presenza delle forze politiche ma non intende escludere nessuno, anzi, in un pieno e rinnovato spirito confederale includere sulla base di obiettivi e campagne condivise.
Tale scelta della Fiom-Cgil è avvenuta dopo mesi di discussione e si è conclusa con il voto dell’Assemblea nazionale a Cervia a cui ha partecipato ed è intervenuta la Segreteria nazionale Cgil, senza tra l’altro sollevare alcuna obiezione di merito né di metodo. Inoltre la Fiom-Cgil è pienamente impegnata nel rinnovo delle Rsu, tra l’altro con successi crescenti, al fine di realizzare e rafforzare la nostra rappresentanza democratica in tutti i luoghi di lavoro.

L’Assemblea nazionale ha deciso di proseguire la mobilitazione che ha portato allo sciopero generale della Cgil e della Uil dello scorso 12 dicembre per contrastare e cambiare i provvedimenti del Governo, per avviare una nuova fase di politiche industriali, sociali e per l’occupazione e per riconquistare un vero Contratto Nazionale di Lavoro, proclamando per il 28 marzo 2015 a Roma una manifestazione nazionale in Piazza del Popolo.
Ciò a partire dalle decisioni assunte dal Comitato direttivo della Cgil del 18 febbraio 2015 in cui è presente la proposta di un nuovo Statuto dei lavoratori e si prevede anche la possibilità di una consultazione straordinaria degli iscritti per decidere una coerente azione referendaria per abrogare le leggi in materia di lavoro e di contrattazione.

“Cara Cgil il tempo delle mediazioni è finito. Serve un sindacato democratico”. Intervento di Gianni Rinaldini Fonte: alternativa per il socialismo | Autore: gianni rinaldini

 

Dopo le manifestazioni e lo sciopero generale promossa dalla Cgil contro le politiche del Governo Renzi, il sindacato si trova nella necessità di definire le forme e le modalità per dare seguito e continuità alle scelte compiute.
So bene che esiste un’altra possibilità, quella di considerare quella fase una sorta di una tantum di cui gestire in qualche modo un atterraggio morbido che permetta di riprendere la normale routine quotidiana. Sarebbe in questo caso una scelta disastrosa dove la stessa burocrazia sindacale sarebbe inevitabilmente travolta come una appendice del ceto politico.
La partecipazione alle manifestazioni e agli scioperi della Fiom e della Cgil, sono andati oltre le stesse aspettative perchè hanno incrociato il “sentire” delle persone in carne ed ossa, il malessere sociale diffuso che anche in questo modo ha scommesso di nuovo sul sindacato. La contemporaneità con altre esperienze di movimento, come lo sciopero sociale, che hanno attraversato quelle giornate hanno altresì reso evidenti le potenzialità e la vastità dell’opposizione sociale.
Non mi faccio illusioni perchè tutto ciò è avvenuto a fronte dell’inimmaginabile, cioè di un Governo ed un Parlamento eletto con un sistema elettorale incostituzionale che ha cancellato tutele e diritti delle lavoratrici e dei lavoratori conquistati con decenni di lotta del Movimento Operaio. Non serve a nulla ragionare sulle responsabilità di questi decenni, sull’assenza di un reale contrasto sociale, ad esclusione della Fiom, perchè resta la cruda realtà con cui oggi siamo chiamati a fare i conti.
Questo è il passaggio ineludibile per la Cgil, per il futuro del sindacato perchè attuata la rottura politica con il PD, dobbiamo dare corso ad un profondo cambiamento di natura strategica, contrattuale ed organizzativa. Senza infingimenti abbiamo bisogno di definire una analisi precisa del contesto politico, istituzionale e sociale del Paese con lo stravolgimento di aspetti essenziali e decisivi della nostra Costituzione.
Mi riferisco all’equilibrio tra diritti politici, diritti civili e diritti sociali che costituivano l’architettura di una Costituzione programmatica che teneva in ambito democratico l’espressione del conflitto politico e sociale tra interessi e idee diverse, alternative, come linfa vitale per la democrazia. Non a caso, si diceva un tempo, “la Costituzione deve varcare i cancelli dei luoghi di lavoro”, che ha portato alla conquista dello Statuto dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, così come la conquista dello Stato Sociale ha rappresentato l’affermazione dei diritti sociali universali.
I tanti vituperati Partiti, cosi come le organizzazioni sindacali rappresentavano lo strumento di questi conflitti sociali e politici. Viceversa, viviamo oggi la parte finale di un processo di mutazione epocale dell’insieme del sistema costituzionale, dove la crisi, l’austerità sono utilizzate per disegnare un assetto complessivo del sistema che punta ad espellere il conflitto sociale e politico. Il precariato, la disoccupazione, la ricattabilità permanente come condizione di vita e di lavoro delle persone ne rappresentano la condizione materiale.
Dopo decenni di astruse discussioni sul come mutilare e piegare la democrazia al primato della governabilità, dal bipolarismo al bipartitismo, siamo giunti al capitolo finale, con un sistema politico fondato su due soggetti politici che non hanno alcun riferimento di natura sociale ma ambiscono a rappresentare la categoria del cittadino. Concettualmente vuole dire che pensano di essere non espressione di una parzialità, di idee
alternative ma incorporano in se il luogo della mediazione sociale. Lo stesso comportamento della minoranza del PD sulla vicenda Jobs Act lo testimonia, dove la negazione del ruolo del sindacato confederale non è stato l’oggetto di uno scontro dirimente sul ruolo del Partito e del Governo, ma hanno pensato agli emendamenti come se fossero loro i portatori delle istanze sindacali.
Un ruolo che nessuno gli ha assegnato, ma che rende l’idea della deriva del primato della politica.
Del resto il comportamento del Governo Renzi ha reso del tutto esplicito ciò che era già avvenuto con il Governo Monti: il sindacato confederale considerato alla stregua delle centinaia di associazioni esistenti nel paese. Nasce da qui la rottura rispetto al passato tra questo sistema politico e il sindacato confederale, ma più in generale con la rappresentanza sociale rappresentato anche simbolicamente dallo sciopero generale contro il Governo del PD.
Con grande ritardo la Cgil ha dovuto prendere atto che non esiste alcun Partito di riferimento o minoranza di Partito da sostenere, ma semplicemente un contesto politico nuovo. Ritengo la storia del rapporto Partito Sindacato, che nasce dalla II e III Internazionale conclusa, finita da tempo e, la sua coda di questi ultimi decenni, è stata infausta. Si tratta di un aspetto strutturale nel rapporto Partito Sindacato, che apre scenari nuovi per il futuro stesso del Sindacato, senza nostalgie o reticenze come quelle di pensare che in assenza di Renzi,
Presidente del Consiglio e Segretario del PD, tutto possa tornare come prima.
L’altro aspetto riguarda la questione sociale che ha preceduto e accompagnato questo processo fino ad arrivare alla congiunzione attuale tra l’approvazione del Jobs Act e lo stravolgimento del sistema politico e istituzionale.
Nel corso di questi anni tutti gli atti legislativi, dal welfare al lavoro, sono stati finalizzati ad una idea precisa della società e dell’Europa, quella del neo-liberismo.
“La società non esiste, esistono gli individui”, disse la Thacher agli inizi degli anni ’80, riassumendo il significato dell’offensiva del capitale finanziario ed industriale per ridisegnare un sistema dove i lavoratori dipendenti, i precari e i disoccupati – cioè gli individui – devono essere messi nella condizione di una concorrenza feroce tra di loro assolutamente pervasiva della condizione umana. E’ perfino beffardo rammentare la campagna culturale e mediatica sulla presunta libertà individuale, fondata sulla flessibilità e il merito che accompagnava il crescere nella società reale delle diseguaglianze sociali.
Tutto ciò che costituisce, nel lavoro subordinato, un vincolo sociale sia esso di solidarietà o dei diritti, rispetto a questo obiettivo deve essere superato, cancellato. Lo stesso utilizzo delle nuove tecnologie della comunicazione su base informatica sono state piegate a questa esigenza. La crescita a dismisura delle disuguaglianze sociali trova in questo passaggio lo snodo decisivo dell’attuale fase della storia del capitalismo finanziario ed industriale. Il sistema fiscale di carattere progressivo come architrave del sistema dei diritti sociali universali è
stato demolito, perchè la formazione della ricchezza con il ruolo assunto dai flussi finanziari, con la libera circolazione dei capitali e l’attuale organizzazione delle imprese evade “legalmente”. Penso alla Fiat o alle multinazionale del digitale che hanno spiegato a tutto il mondo che loro pagano “legalmente” lo 0,5% di tassazione.
Nello stesso tempo, con il meccanismo delle “esenzioni”, la fiscalità viene utilizzata per rendere subalterna la contrattazione aziendale e/o di categoria alle esigenze delle imprese, le quali di fatto diventano anche “titolari” per l’accesso di una parte sempre più consistente di diritti sociali.
Faccio alcuni esempi per capire meglio la situazione:
Viene concessa la detassazione degli aumenti retributivi a livello aziendale, solo se corrispondono a criteri definiti legislativamente di variabilità rispetto agli obiettivi di produttività, redditività e qualità. Oppure la legislazione fiscale di sostegno per le quote versate dai lavoratori e dalle imprese per la costituzione a livello aziendale e/o di categoria, di fondi sanitari che si aggiungono a quella della previdenza integrativa. Qualsiasi sindacalista sa, o dovrebbe sapere che la stessa compartecipazione della quota versata delle imprese, è una finzione perchè trattasi pur sempre del “costo del lavoro”, come tale calcolato dalle controparti nelle trattative.
Adesso con il meccanismo delle assunzioni a tutele crescenti siamo per i primi tre anni di lavoro, alla decontribuzione totale, con un risparmio per le imprese di circa il 30% del costo del lavoro. Leggere la busta paga di un lavoratore metalmeccanico è molto istruttivo per capire l’assetto sociale che si è costruito. Sul piano contrattuale, siamo alla distruzione evidente dei Contratti Nazionali perchè l’art. 8 ha tradotto in legge il sistema Fiat e cioè la possibilità di definire a livello aziendale tutti gli aspetti della prestazione lavorativa.
Una rivoltella alla tempia di qualsiasi trattativa nazionale, dove la controparte può dettare le condizioni per loro più convenienti. Si definisce in questo modo un quadro preciso di vincoli che configurano una gabbia di struttura contrattuale, dove non esiste più l’autonomia del sindacato. Questo è quello che è rimasto della concertazione.
Con l’abolizione dei diritti e delle tutele si completa l’operazione della dissociazione totale tra diritti e lavoro, la crisi viene utilizzata per affermare l’idea del “purchè sia un lavoro”. Non è difficile mettendo insieme i diversi pezzi capire che siamo di fronte ad un sistema complessivo che segna una rottura con la storia europea del dopo-guerra e guarda al sistema di regole sociali dei paesi anglosassoni, in particolare degli Stati Uniti. Per l’insieme di queste ragioni la Cgil è chiamata a misurarsi con uno scenario inedito, fondato sulla  precarizzazione di massa e la disuguaglianza sociale.
Uno scenario che nega il ruolo della Confederalità come soggetto sociale di cambiamento della società, e riduce il sindacato a soggetto aziendale e corporativo con vincoli precisi, che ho prima richiamato, di totale subalternità agli interessi di ogni singola impresa. Il Contratto Nazionale come elemento di solidarietà e di miglioramento normativo e retributivo per l’insieme dei lavoratori, è stato di fatto già superato e, quello di cui si discute oggi, è altra cosa al di là di come lo si voglia chiamare. La Confederalità come espressione degli interessi del lavoro subordinato, dei disoccupati e dei pensionati, cosa vuole dire oggi? Quale è la ragione per cui il lavoratore metalmeccanico, il precario, il disoccupato, l’insegnante, l’informatico, devono sentirsi parte di una stessa Organizzazione?
E’ finito il tempo dove la Cgil era parte di uno schieramento politico locale e globale da cui mediava, seppure genericamente un orizzonte di cambiamento della società. Autonomia e indipendenza della Cgil oggi, vuole dire esprimere una nuova progettualità, un idea di cambiamento della società che dia un senso ed un significato ad una comune appartenenza. Questa fu l’intuizione di Bruno Trentin quando propose, non a caso all’indomani del superamento delle correnti di partito, la necessità di un programma fondamentale della Cgil, come carta di
identità della Organizzazione Confederale. Non se ne fece nulla.
Quella intuizione va ripresa in una situazione molto peggiorata perchè vi è il rischio concreto che della confederalità sopravviva soltanto una struttura gerarchica e piramidale, un guscio vuoto, un sistema di regole interne destinato a deflagrare perchè tenuto insieme dal nulla o meglio dall’autoconservazione. La stessa legittimazione del sindacato, chiama in causa inevitabilmente la rappresentanza sociale. Ho ben presente lo smarrimento che esiste nella organizzazione, negli apparati perchè è crollato tutto un mondo di rapporti formali ed informali, di riconoscimento istituzionale del proprio ruolo nelle diverse istanze della organizzazione a livello nazionale, regionale e territoriale.
Dare continuità alla scelta dello sciopero generale non riguarda soltanto le decisioni del Comitato Direttivo Nazionale, ma tutta l’Organizzazione deve cambiare profondamente. I territori, i luoghi di lavoro sono il terreno da cui ripartire anche con nuove forme di rappresentanza e di aggregazione di un lavoro frammentato e diviso.
Un percorso di costruzione e cambiamento degli attuali rapporti di forza, che sono possibili soltanto con l’estensione della rappresentanza sociale e pratiche rivendicative, che sappiano parlare e  coinvolgere la nuova complessità del mondo del lavoro subordinato nei territori e a livello nazionale.
Questo per il Sindacato vuole dire, dal basso in alto. Mescolarsi ed essere parte del disagio sociale crescente, causato dalla costante riduzione dei servizi, la crescita delle aree di povertà, la devastazione sociale e ambientale. Non so se la Cgil è in grado di compiere un passaggio di questa natura e vedo per intero il rischio
che categorie e strutture confederali, cerchino illusoriamente rifugio, nella rincorsa sempre più affannosa di una legittimazione data dalle controparti con accordi indecenti e una contrattazione territoriale e/o sociale di pura applicazione dei tagli del Governo.
Sarebbe la traduzione del “purchè sia un lavoro” nel “purchè sia un accordo”. Tutto ciò richiede una volontà, una determinazione del gruppo dirigente della Cgil – Confederazione e Categorie – nel compiere scelte conseguenti a questi mesi di mobilitazione, sia nei contenuti della contrattazione delle categorie sia nell’operare delle Camere del Lavoro. Una nuova stagione rivendicativa sui temi sociali fondamentali che coinvolga l’insieme del sindacato, aprendosi al rapporto con altre istanze di movimento, con il discrimine della democrazia e il rifiuto della violenza.
Una apertura a tutto campo di questa natura, non è compatibile con l’attuale funzionamento della Cgil, delle sue regole interne, dell’esistenza di una molteplicità di categorie e di Contratti Nazionali, con la formazione dei gruppi dirigenti secondo la logica della cooptazione.
L’ultimo Congresso della Cgil era giunto al limite della rottura dell’Organizzazione, quando il Segretario Generale della Fiom, ha annunciato che se si procedeva alla elezione degli organismi di vigilanza interna, compreso la commissione Statuto, a colpi di maggioranza, si abbandonava il Congresso.
Quelle regole non sono più agibili e la democratizzazione della Cgil richiede un profondo cambiamento, fondato sulla partecipazione attiva degli iscritti e dei delegati, compresa l’elezione dei gruppi dirigenti e dei segretari generali. Anche da questo versante, l’unità della Cgil nel promuovere la mobilitazione di questi mesi è
auspicabile che abbia il significato di un nuovo inizio.
La struttura gerarchica, piramidale e burocratizzata non va da nessuna parte e il futuro del Sindacato non è scindibile dalla democrazia nella sua vita interna e nei rapporti con le persone che vogliamo rappresentare.

Cgil, la minoranza chiede l’azzeramento dei vertici: “Hanno fallito, basta” | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

“Via i vertici della Cgil”. Ieri si è svolta a Roma l’assemblea dei rappresentanti sindacali dell’area di minoranza in Cgil “Il sindacato è un’altra cosa”. L’area è guidata da Sergio Bellavita (intervista di LiberaTv), che ha tenuto la relazione di apertura, tutta incentrata su un attacco molto duro verso la segreteria, accusata di aver condotto il sindacato in una sorta di vicolo cieco. “Una situazione inedita e drammatica – viene definita nel documento finale -. Pensioni, libertà assoluta di licenziamento, riduzione ammortizzatori sociali, contrattazione di restituzione, generalizzazione della precarietà fanno dell’Italia un paese tra i più brutali d’Europa contro il lavoro”.

E anche se Susanna Camusso si agita tanto, con il referendum, “più sulla rappresentazione del conflitto che sul conflitto vero”, quindi, la realtà è che Jobs act e accordo del 10 gennaio, secondo i ribelli della Cgil, “stanno sulla stessa linea”. Insomma, anche se nessuno in Cgil sembra voler fare bilanci rispetto a un passaggio che senza dubbio può essere considerato epocale sul tema dei diritti dei lavoratori, sembra che il tempo di tirare delle righe sia arrivato davvero. “Il sindacato è un’altra cosa” tenta di farlo non scorgendo però in Landini, e nella Fiom, un possibile alleato in questa direzione. Il suo scontro con Camusso non sembra per il momento scaldare gli animi dei sindacalisti della minoranza della Cgil.

Detto questo, però, l’idea è di andare giù duri contro una maggioranza che di fatto sta facendo perdere di credibilità al sindacato, ormai visto come un corpaccione mollo solo in grado di fornire “servizi” e indire “proteste di testimonianza”, e quindi rendersi del tutto invisible ai bisogni reali di chi sta sul posto di lavoro. Anzi, la situazione è così drammatica che Bellavita fa una previsione molto chiara sul futuro materiale dell’organizzazione sindacale. “Presto – sentenzia – la Cgil comincerà a smaltire gli apparati perché è chiaro che l’organizzazione è sovradimensionata rispetto a quello che effettivamente dovrà svolgere”.

L’unica proposta che passa è quella del referendum. A patto, però, che sia “parte di una indispensabile mobilitazione generale, di una vertenzialità diffusa sugli stessi temi senza la quale nulla è tuttavia possibile, a partire dalla stessa campagna referendaria”.
Mentre si alternano gli interventi davanti a una platea di più di cento persone, qualcuno chiede addirittura di andare a spulciare i bilanci dei territori e chiedere conto di quello che si sta facendo nel concreto.

Dall’”altro mondo” della Grecia in collegamento Skype, porta la sua testimonianza Sotiris Martalis, del Comitato centrale di Syriza. Martalis parla di unan vittoria elettorale che arriva dopo ben 35 scioperi generale e di un sindacato che è quasi completamente in mano a Syriza. “C’è un governo di salvezza nazionale – puntualizza Martalis – e non un governo di sinistra”. E poi aggiunge: “Tsipras ha altri quattro mesi per convincere il popolo greco”. Nel documento finale sulla Grecia c’è un giudizio tutto sommato “attendista”. La partita è aperta. Da una parte si riconosce il tentativo di riscrivere il memorandum, dall’altra, però, si sottolinea che tale proposito “non ha purtroppo determinato quella rottura indispensabile per sostenere politiche economiche e sociali di segno opposto a quelle d’austerità”.

All’assemblea è intervenuto il professor Di Stasi, esperto di diritto del lavoro. Senza mezzi termini Di Stasi ha detto che dentro la proposta Cgil del nuovo statuto dei lavoratori si cela il pericolo di un allontanamento dalla Costituzione della Repubblica.

Il prossimo marzo l’area terrà un seminario del coordinamento nazionale. “Un seminario che si carica di un gravoso impegno: immaginare una strada per la ricostruzione del conflitto che si affranchi dalle pastoie di una burocrazia sindacale logora e complice”.

Jobs act: le dure critiche di Ferrero, Cgil, Vendola, Fassina, De Magistris Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Il Jobs Act è il mantenimento delle differenze e non la lotta alla precarietà”. Coglie nel segno il primo commento della Cgil sul provvedimento che Renzi ha definito di portata “epocale”. “Il contratto a tutele crescenti – aggiunge la Cgil –è la modifica strutturale del tempo indeterminato che ora prevede, nel caso di licenziamento illegittimo o collettivo, che l’azienda possa licenziare liberamente pagando un misero indennizzo”. E aggiunge: “Il governo parla di diritti ma mantiene la precarietà, dimentica le partite Iva e regala a tutti licenziamenti e demansionamenti facili. Per rendere i lavoratori più stabili non bisogna per forza renderli più licenziabili o ricattabili”. Per la Cgil “quello che il governo sta togliendo e non estende ai lavoratori stabili e precari, andrà riconquistato con la contrattazione e con un nuovo Statuto dei lavoratori”.

Secondo il segretario del Prc Paolo Ferrero, ora la precarietà per i giovani “sarà per legge e per tutta la vita: il jobs act è una legge contro i giovani, al contrario di quanto dice Renzi, per garantire il lavoro usa e getta. “Alla fine dei conti l’unica cosa che resta, nel jobs act di concreto – aggiunge Ferrero – è la libertà di licenziare, come giustamente denuncia la Cgil: non è così che si risolve la piaga della disoccupazione, non è così che si aiutano i giovani a trovare lavoro. Al di là della demagogia, ancora una volta, Renzi non sa fare altro che regali ai padroni, come il suo amico Marchionne”.

Nichi Vendola parla di “controriforma” che “conferma nonostante la volonta’ contraria del Parlamento i licenziamenti collettivi, non chiarisce quali siano le risorse utili ad alimentare gli ammortizzatori sociali, conferma la sparizione dell’art. 18, sparisce il diritto al lavoro e avanza il diritto al licenziamento, restano 45 contratti atipici su 47. Siamo ad un punto di svolta ma molto, molto, molto negativo”.

Critiche anche da Stefano Fassina. ”Con questo decreto il Pd di Renzi diventa il partito degli interessi forti”, dichiara. “Dopo essere arrivato sulle posizioni di Ichino ora ha raggiunto Sacconi che, a questo punto, può entrare nel Pd di Renzi”, aggiunge il deputato della minoranza del Pd, intervistato da Repubblica. ”È una straordinaria operazione propagandistica – sottolinea ancora -. Restano tutte le forme di contratti precari. Con questo decreto il diritto del lavoro italiano torna agli anni Cinquanta. Renzi attua l’agenda della Troika economica con una fedeltà che, sono certo, il professor Monti invidierà”. ”La rottamazione dei co.co.co c’è già stata, rimangono solo nella pubblica amministrazione dove, per il blocco delle assunzioni, non ci sarà alcuna trasformazione”, specifica l’esponente del Pd. ”Per esempio resterà tutto come adesso per i professionisti senza partita Iva. Rimangono anche i contratti a tempo determinato senza causalità; restano il lavoro intermittente, il lavoro accessorio e pure l’apprendistato senza requisiti di stabilizzazione. Il carnet di contratti precari non cambia. È una foglia di fico per coprire l’unico vero obiettivo di questo governo sul lavoro: cancellare la possibilità del reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento ingiustificato, cioè cancellare l’articolo 18”. Anche perché il previsto aumento dei contratti a tempo indeterminato ci sarà non grazie alla cancellazione dell’articolo 18 bensì per effetto del taglio dei contributi per tre anni per i neoassunti nel 2015. Una misura che costa tantissimo e che, date le condizioni della nostra finanza pubblica, non sarà ripetibile”.

Infine, Luigi De Magistris,sindaco di Napoli. “Con il Jobs Act Renzi passa alla storia come il premier che ha rottamato 50 anni di lotte operaie”. Per De Magistris si tratta di “macelleria sociale arrogante e violenta”. La “rottamazione dell’articolo 18 – scrive il sindaco di Napoli – distrugge i diritti dei lavoratori, mortifica la loro dignità. L’Italia è debole senza diritti. Ingiustizia fatta”, conclude.