Alberto Burgio: Quale presidente della Repubblica sulle macerie del lavoro Fonte: Il Manifesto | Autore: Alberto Burgio

Il 2014 si è con­cluso con l’ultimo strappo. Qual­cuno aveva finto di illu­dersi che, al momento di scri­vere i decreti attua­tivi della «riforma» del mer­cato del lavoro, il governo ne avrebbe ridotto l’impatto distrut­tivo. Invece la realtà ha supe­rato le peg­giori pre­vi­sioni. Se, come è certo, la sostanza resterà, in Ita­lia tra breve il tempo inde­ter­mi­nato sarà un ricordo del pas­sato, anche gra­zie all’estensione della nuova nor­ma­tiva ai licen­zia­menti col­let­tivi. Tutti i lavo­ra­tori dipen­denti saranno final­mente pre­cari, merce sul libero mercato.

Rischia grosso anche il pub­blico impiego, a pro­po­sito del quale il governo ha rie­su­mato lo spet­tro dei «fan­nul­loni», e dove la pre­ca­rietà è da anni la regola per i nuovi assunti.

È una pro­vo­ca­zione del Blair ita­liota, l’ennesima? Oppure il passo deci­sivo verso l’omologazione del paese alle società mer­can­tili di tra­di­zione anglo­sas­sone? Il tutto, però, men­tre qui l’economia implode, la disoc­cu­pa­zione dilaga, la fidu­cia di imprese e con­su­ma­tori frana, la defla­zione incombe e vanno a picco interi set­tori dell’industria nazio­nale. Comun­que sia, pro­viamo a leg­gere poli­ti­ca­mente que­sto momento deli­ca­tis­simo, nel segno del quale comin­cia il nuovo anno.

Renzi è a metà del guado. Sin qui ha fatto di testa sua, osten­tando indif­fe­renza o disprezzo verso gli inter­lo­cu­tori, ad ecce­zione di quelli dotati di mag­gior potere mate­riale (l’Europa e i mer­cati) o sim­bo­lico (la pre­si­denza della Repub­blica e la stampa, entrambe peral­tro bene­vole nei suoi riguardi). Si è distinto soprat­tutto per il vio­lento attacco al sin­da­cato e – forte della mag­gio­ranza di fatto che regge il suo governo – per l’irrisione di alleati e com­pa­gni di par­tito non allineati.

È forse la prima volta nella sto­ria repub­bli­cana che un ese­cu­tivo fun­ziona a pieno regime con il sup­porto espli­cito di una parte dell’opposizione, con ciò vani­fi­cando il ruolo della mag­gio­ranza che gli ha per­messo di insediarsi.

Una novità che si aggiunge a quante, nel segno del tra­sfor­mi­smo orga­nico, hanno in que­sti vent’anni offeso la Costituzione.

Un uomo solo al comando, come disse a suo tempo. Che, nella fre­ne­sia di incal­zare e pro­met­tere e depi­stare sulle pro­messe infrante, ha aperto via via mille par­tite senza chiu­derne alcuna. E semi­nato lungo la strada feriti e mal­con­tenti. I quali non si dispe­re­reb­bero certo ove un serio infor­tu­nio inter­rom­pesse pre­ma­tu­ra­mente l’avventura del governo.

In que­sto fran­gente cade ora la madre di tutte le bat­ta­glie, l’elezione del nuovo capo dello Stato. Che potrebbe effet­ti­va­mente cam­biare il qua­dro in pro­fon­dità. E dav­vero segnare un punto di non ritorno nella legi­sla­tura e nella fase politica.

A rigore, o in astratto, quella che si pro­fila è un’opportunità. Al Pd, dalla quarta vota­zione, baste­rebbe tro­vare una qua­ran­tina di voti, che potreb­bero facil­mente con­ver­gere da sini­stra su un can­di­dato di garan­zia costi­tu­zio­nale, attento alle domande del mondo del lavoro e dei gio­vani, alle ragioni della pace, della lega­lità e dell’ambiente. Ma si tratta, è ovvio, di un’ipotesi astratta, che sem­pli­ce­mente non fa i conti con la realtà. Che sup­pone un Renzi ine­si­stente e un Pd imma­gi­na­rio. Se tor­niamo coi piedi per terra, dob­biamo rico­no­scere che la situa­zione non lascia per nulla tran­quilli. Anzi, giu­sti­fica la più viva apprensione.

Per con­ti­nuare nella sua avven­tura – sem­pre più impro­ba­bile, sem­pre più azzar­data – Renzi ha biso­gno di un pre­si­dente a pro­prio uso e con­sumo, ancor più di quanto non sia stato nel corso di quest’anno Napo­li­tano. Per que­sto deve con­vin­cere i prin­ci­pali sog­getti coin­volti nella scelta, che, al netto delle sue truppe, sono due: i for­zi­sti fedeli a Ber­lu­sconi e il varie­gato insieme delle mino­ranze Pd. Qui tutta la fac­cenda assume un aspetto inquietante.

Met­tere d’accordo tra loro la cosid­detta sini­stra demo­cra­tica e i vas­salli del vec­chio masa­niello com’è pos­si­bile? Non dovreb­bero, in linea di prin­ci­pio, esclu­dersi a vicenda, come il dia­volo esclude l’acqua santa?

Forse no, visto che in vent’anni la tanto decan­tata demo­cra­zia dell’alternanza non ha regi­strato serie discon­ti­nuità, almeno sui fon­da­men­tali della poli­tica eco­no­mica e isti­tu­zio­nale, e della guerra. Ma è vero, d’altra parte, che in que­sti mesi le mino­ranze interne del Pd hanno ripe­tu­ta­mente attac­cato il governo, soprat­tutto su eco­no­mia, lavoro e «riforme» costi­tu­zio­nali, da posi­zioni – stando agli atti – anti­te­ti­che a quelle della destra. E che destra ber­lu­sco­niana e sini­stra demo­cra­tica hanno, sulla carta, con­ce­zioni incon­ci­lia­bili sui diritti, la lega­lità, la difesa dei prin­cipi costituzionali.

E allora? Com’è che il pre­si­dente del Con­si­glio giura di vin­cere la par­tita senza dif­fi­coltà? Bluffa, mil­lanta anche in que­sto caso? Oppure ha in mano un jolly che, al dun­que, calerà?

In demo­cra­zia, pen­sa­vano i nostri padri, domande del genere nem­meno potreb­bero porsi, dato che la cit­ta­di­nanza governa in piena con­sa­pe­vo­lezza. Ma noi ci siamo dovuti ria­bi­tuare agli arcani del potere e ai patti siglati in gran segreto.

Sap­piamo di non sapere e di non potere fare pre­vi­sioni. Quindi non ci resta che atten­dere. Non senza, tut­ta­via, due brevi considerazioni.

La prima è che, ancora una volta, alla sini­stra Pd tocca un ruolo deci­sivo. Se anche il pros­simo pre­si­dente dovesse porsi a pre­si­dio di lar­ghe intese e patti segreti, su di essa rica­drebbe quest’altra enorme respon­sa­bi­lità, per la blin­da­tura di un sistema di potere anti­so­ciale, vocato alla guerra con­tro il lavoro e il wel­fare e allo sman­tel­la­mento della forma di governo parlamentare.

La seconda è che mai come in que­sto caso è impor­tante ricor­dare che al peg­gio non c’è fine. Pro­prio per­ché c’è stato Napo­li­tano, non è vero che ora si può sol­tanto miglio­rare. Que­sto pre­si­dente ha stra­volto il ruolo poli­ti­ciz­zan­dolo, ha arbi­trato la par­tita gio­cando fino all’ultimo per una delle forze in campo, ha pre­teso d’imporre al paese il pro­prio dise­gno. Non sol­tanto espo­nendo, con ciò, la più alta magi­stra­tura a un ine­dito dileg­gio, ma spia­nando altresì la strada ad altre esi­ziali forzature.

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Paolo Ciofi: Discutendo di lavoro e libertà | Autore: Paolo Ciofi da: controlacrisi.org

Punto di partenza dell’ultimo libro di Fassina è la necessità di una svolta radicale rispetto alle scelte economiche dominanti.

Non si esce però da una impostazione “distributiva”. La prospettiva diversa che è alla base della Costituzione.
La questione della proprietà e l’esigenza di un nuovo socialismo. Le analisi e le proposte.

L’ultima fatica letteraria di Stefano Fassina, un’ampia ricognizione su temi cruciali di questa fase storica e sul ruolo della sinistra (Lavoro e libertà. La sinistra nella grande transizione, a cura di Roberto Bertoni e Andrea Costi, postfazione di Martin Schulz, Imprimatur, Reggio Emilia 2014, pp. 107), esce dagli usuali schemi del riformismo senza riforme tipico di questi anni, e riprendendo le argomentazioni di un precedente libro (Il lavoro prima di tutto, Donzelli 2013) ha l’ambizione di porre al centro dell’attenzione la questione del lavoro, dalla quale non si può prescindere se si vogliono prendere di petto le cause vere della crisi.
Nella visione dell’autore viene superata di slancio la tradizionale distinzione, codificata da Norberto Bobbio, secondo cui l’uguaglianza è di sinistra e la libertà è di destra. E infatti se la destra, attaccando frontalmente il lavoro e i suoi diritti, ha lesionato profondamente il principio di libertà, d’altra parte la sinistra, sradicata dalla sua base sociale, non è stata in grado di innalzare la bandiera né dell’uguaglianza né della libertà. Ma, osserva subito Fassina, «non riesco a declinare i principi di uguaglianza e libertà se non parto dal lavoro» (p. 11), come del resto la Costituzione prescrive.

Necessità di una svolta radicale

Nel nostro impianto costituzionale, il lavoro (la persona che lavora, l’insieme della classe lavoratrice) è il fondamento sia dell’uguaglianza che della libertà. Questo punto d’approdo di portata storica non andrebbe mai smarrito, e da qui dovrebbe muovere la sinistra per aprire un nuovo orizzonte di civiltà in Occidente, che oggi pone a fondamento della società la ricchezza e l’egoismo proprietario. Al contrario, nella crisi che non cessa, Fassina considera il lavoro «il vettore fondamentale, anche se non unico, per la dignità della persona» (p. 12). Di conseguenza, l’alternativa non è tra vecchio e nuovo, ma si misura sui contenuti, su un nuovo paradigma economico-sociale.
«La distinzione è tra cambiamento progressivo e cambiamento regressivo. Il cambiamento è progressivo quando lavoro e libertà entrano in sinergia, quando il lavoro acquista soggettività politica e nella partecipazione democratica la persona, a partire dal lavoro, prende in mano il proprio destino»; in definitiva, quando la «riappropriazione del lavoro» diventa «condizione di trasformazione della società», «partecipazione alla riorganizzazione della produzione», «liberazione del lavoro» (pp. 17,16).
Parole forti, che indicano la necessità di una svolta radicale rispetto alle scelte economiche dominanti dettate da un pensiero dogmatico che svalorizza e sottostima il fattore umano, ridotto a variabile subalterna della invariabile naturalità delle “leggi” dell’economia, o a espressione puramente quantitativa in quanto “fattore” della produzione. E che richiedono perciò, insieme alla ricerca di un nuovo pensiero critico, altrettanta radicalità nelle scelte politiche: senza di che l’auspicato cambiamento progressivo rimane appeso in aria, nel cielo delle innumerevoli (e impotenti) buone intenzioni.
A maggior ragione ciò è necessario perché nell’analisi di Fassina quella che attraversiamo non è una semplice «lunga crisi congiunturale» e neanche una “normale” crisi ciclica del capitale, bensì «una fase straordinaria, di transizione multidimensionale, […] nella quale si intrecciano e interagiscono movimenti su diversi piani: lo spostamento dell’asse geoeconomico e geopolitico, l’involuzione dei rapporti tra capitale e lavoro e la “crisi antropologica” che stiamo vivendo» (p. 19).
Detto diversamente, siamo immersi in una crisi sistemica che abbraccia tutti i campi delle attività umane. È la crisi di un’intera civiltà, del capitalismo dei “liberi mercati” americani, uscito vincitore nella guerra fredda contro il “socialismo realizzato” dell’Unione sovietica. Questa è la portata della sfida. Perciò, piuttosto che ripercorre nel dettaglio le analisi e le indicazioni fornite da Fassina, è opportuno segnalare le sue valutazioni su alcuni passaggi significativi che danno il senso della profondità della svolta da compiere.
Per restare all’attualità politica di casa nostra, il giudizio sul decreto Poletti è netto. «Si muove lungo la scia delle raccomandazioni della Commissione europea: la svalutazione del lavoro come via per il recupero di competitività per l’export» (p. 20). Lo stesso indirizzo sembra orientare il disegno di legge delega sul lavoro, il tanto sbandierato Jobs Act. «La regressione del lavoro non è mai abbastanza […]. Si punta a superare il contratto nazionale di lavoro e dare mano libera alle imprese per i licenziamenti». Anche il contratto a tempo indeterminato con tutele crescenti, che dovrebbe caratterizzare il Jobs Act, viene da più parti declinato in modo tale da «eliminare la residua tutela del lavoratore prevista dall’articolo 18».
Inoltre, l’ambito di applicazione del salario minimo dovrebbe riguardare anche coloro che sono coperti da contratti nazionali. «È evidente che si punta a spingere verso il basso le retribuzioni contrattuali minime e, inevitabilmente, tutte le retribuzioni, in coerenza con l’obiettivo della svalutazione del lavoro» (pp. 20,21). Il contrario di ciò che servirebbe per uscire dalla crisi.
Per ciò che concerne gli indirizzi della Comunità europea, confermati nella sostanza dopo le recenti elezioni e la nomina di Jean-Claude Juncker a presidente della Commissione, la tesi di fondo che Fassina argomenta, e su cui ruotano le sue critiche e le sue proposte alternative, è la seguente: la persistente penalizzazione e svalorizzazione del lavoro, in termini di disoccupazione e precarietà e di riduzione dei salari reali, comprimendo il potere d’acquisto e la domanda effettiva, deprime l’economia fino alla deflazione, condanna l’Europa alla stagnazione e tiene accesa la miccia che può far esplodere l’euro e la stessa Comunità.
Di fatto, le raccomandazioni della Commissione europea si collocano sulla stessa linea del Washington Consensus, che in Europa ha parlato per bocca di Blair e che è stato il fattore scatenante della crisi: «Un impianto ideologico sostenuto da interessi forti, quelli che si appropriavano e continuano ad appropriarsi in via esclusiva della ricchezza prodotta fino a “impallare” il motore della crescita per eccessiva concentrazione del prodotto» (p. 27).
Insomma, vecchie idee del passato che producono drammatiche conseguenze per il presente e per il futuro, poiché «austerità cieca e svalutazione del lavoro non solo hanno danneggiato l’economia reale, ma hanno anche determinato un incremento dei debiti pubblici dei paesi dell’Eurozona: in media del 30 per cento dal 2007 al 2013. Senza una radicale inversione di rotta, basata sulla domanda interna europea, sul sostegno agli investimenti e sulla redistribuzione del reddito e dei tempi di lavoro, mi sento di affermare – precisa l’esponente del Pd – che il destino dell’euro è segnato» (pp. 43-44).

Neoumanesimo laburista

Dentro questa radicale inversione di rotta, volta a promuovere una crescita sostenibile dal punto di vista sociale e ambientale, hanno senso ed efficacia, secondo Fassina, specifiche proposte per l’abbattimento del debito come quelle avanzate nel Manifesto di Alexis Tsipras per l’Europa. Ma per evitare che in condizioni di rigidità dei cambi e di scarsa innovazione di prodotti e di processi il vettore della competitività sia la svalorizzazione del lavoro, che pone i lavoratori e le lavoratrici in lotta tra di loro in una disperata rincorsa al ribasso, e per costruire una effettiva dimensione sociale e democratica dell’Europa, non basta intervenire dal lato delle politiche monetarie e di bilancio. Imprescindibile è la fissazione a livello europeo di comuni standard salariali e sociali, insieme a una nuova dimensione contrattuale e di welfare. Altrettanto imprescindibile è il controllo dei mercati e dei capitali.
In proposito è d’obbligo il riferimento a Thomas Piketty, e al suo Il capitalismo nel XXI secolo, ampiamente citato, perché l’economista francese dimostra che in forza della tendenza storica plurisecolare alla concentrazione del capitale si producono crescenti disuguaglianze nella distribuzione del redditi e della ricchezza, e quindi nei rapporti di forza tra capitale e lavoro drammaticamente accentuate nella fase dei “liberi mercati” globalizzati. «Ritengo che, nonostante le possibili accuse di protezionismo, vadano costruiti standard sociali e ambientali per lo scambio di merci e servizi e che vada definita anche una regolazione dei movimenti dei capitali, se vogliamo davvero riequilibrare il rapporto tra capitale e lavoro» (p. 68), commenta Fassina. Al quale non sfugge che per compiere tale rivolgimento è necessario capovolgere i canoni correnti della politica.
Dunque, quale politica? E quale sinistra? E a quali principi e culture ispirarsi, per agire e trasformare la realtà? Il pilastro teorico-culturale che regge tutto l’impianto fassiniano, da lui stesso definito «neoumanesimo laburista», viene rappresentato come sintesi del personalismo cattolico e del pragmatismo socialdemocratico. Un orientamento che dovrebbe «ridefinire il rapporto tra persona e lavoro e superare così, da un lato, la visione della persona astratta dalle relazioni sociali asimmetriche e, dall’altro, l’interpretazione del lavoratore come soggetto indifferenziato, componente di una classe omogenea» (p. 16). In tal senso si tratta di «recuperare i punti d’identità che vi sono nelle tradizioni e nella storia del cattolicesimo sociale, del socialismo e del movimento operaio europeo, a partire dall’idea di tenere insieme la persona e la dimensione sociale nella quale essa si costituisce» (p. 18).

La cultura della Costituzione

Una visione sicuramente più idonea a chiarificare le cause della crisi, e quindi a illuminare i possibili percorsi del suo superamento, al di là delle rozze falsificazioni del pensiero unico neoliberista e anche delle semplicistiche interpretazioni finanziarie della crisi. Siamo sul terreno ben più solido dell’economia e della società reali e non nel cielo delle astrazioni della finanza, ma pur sempre all’interno di un’impostazione che chiamerei distributiva, secondo cui l’origine della crisi consiste in una “squilibrata” distribuzione dei redditi e della ricchezza, e quindi nelle disuguaglianze che ne conseguono. Un’impostazione che però, dopo anni e anni di crisi di cui non si vede la fine, pone a sua volta una domanda molto difficile da rimuovere: qual è la causa che dà origine alla persistente “squilibrata” distribuzione dei redditi e della ricchezza?
Se le crisi si ripetono e quella che stiamo attraversando si prolunga nel tempo con gli esiti distruttivi che Fassina efficacemente descrive, dovrebbe risultare chiaro che la risposta va cercata nella natura stessa del capitale, ovvero nel rapporto di produzione (che giuridicamente coincide con il rapporto proprietario), non nella sfera distributiva. Tanto meno nelle “asimmetrie” etiche e psicologiche del capitale. A dire la verità, le teorie del neuropsichiatra Massimo Fagioli, cui Fassina fa riferimento, non sembrano al riguardo di grande aiuto.
Di ben altra levatura e profondità era il confronto tra le culture e le idealità che si sono misurate nella fase costituente della Repubblica. In particolare tra la cultura d’ispirazione marxista, cui allora facevano riferimento il Pci e il Psi, e quella d’ispirazione cristiana, cui faceva riferimento la Dc. Un solidarismo d’origine diversa – annotava Palmiro Togliatti intervenendo sul progetto di Costituzione – che però «arrivava […] a risultati analoghi cui arrivavamo noi». «Questo è il caso dell’affermazione dei diritti del lavoro, dei cosiddetti diritti sociali; è il caso della nuova concezione del mondo economico, non individualistica né atomistica, ma fondata sul principio della solidarietà e del prevalere delle forze del lavoro; è il caso della nuova concezione e dei limiti del diritto di proprietà». E, per quanto attiene alla dignità e alla libertà della persona, vi è qui – precisava – «un altro punto di confluenza della nostra corrente, comunista e socialista, con la corrente solidaristica cristiana. Non dimenticate infatti che socialismo e comunismo tendono a una piena valutazione della persona umana»(1).

Da questa confluenza, che non annulla l’individuo nella classe e al tempo stesso supera l’egoismo proprietario, nasce un nuova visione dell’uguaglianza e della libertà. E infatti la Costituzione, ponendo a fondamento della Repubblica democratica la persona che lavora e non più il cittadino possidente, apre la strada a un avanzamento di civiltà: non basta l’uguaglianza davanti la legge e la libertà non può essere scissa dal gravame soffocante della proprietà, quando si assume che i lavoratori debbano elevarsi al rango di classe dirigente. Nell’articolo tre sta scritto: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Dove è evidente che, per assicurare la libertà e l’uguaglianza, garantire il pieno sviluppo delle persona umana e consentire ai lavoratori di partecipare in prima persona a tutti gli aspetti della vita del Paese, si ritiene necessario intervenire nel rapporto di produzione capitalistico, vale a dire nel rapporto di proprietà (articoli 41-45). I principi di uguaglianza e libertà non vengono dunque retoricamente enunciati, ma sono legati alla trasformazione progressiva del modo di produrre e di distribuire la ricchezza. Di conseguenza i nuovi diritti della persona, in particolare i diritti sociali, sono correlati ai limiti della proprietà sui mezzi di produzione, di comunicazione e di scambio, allo scopo di assicurarne la funzione sociale.
Alla supremazia totalitaria della proprietà privata si sostituisce nell’assetto dell’economia e della società il pluralismo delle forme proprietarie, la combinazione di pubblico e privato, di comunitario e individuale, di regolazione e imprenditività: in modo che l’iniziativa economica non si svolga in contrasto con l’utilità sociale e non rechi danno alla libertà, alla sicurezza e alla dignità umana, e il profitto sia impiegato non per l’arricchimento di pochi, ma per il soddisfacimento dei bisogni della società.
A questa impostazione fortemente innovativa dell’impianto costituzionale, in grado oggi di fornire strumenti efficaci per fronteggiare i problemi del presente, vale a dire gli effetti distruttivi del capitalismo in crisi, si perviene perché le culture più evolute d’ispirazione marxista e cristiana furono allora in grado di misurarsi con la natura profonda del capitale, da cui scaturiscono le disuguaglianze nella distribuzione dei redditi e della ricchezza. E quindi di dare risposte di portata strategica ai problemi emersi con la Grande Depressione del secolo passato, che in Europa ha generato il nazismo e poi l’esplosione del secondo conflitto mondiale.

Capitale e lavoro oggi

Ma, nonostante le dure lezioni della storia, si continua a ignorare, in particolare dalla dottrina economica mainstream, e a nascondere o a oscurare, ciò che ormai dovrebbe essere riconosciuto con solare evidenza. Vale a dire che il capitale non è una “cosa”, un inerte accumulo di merci sotto forma di mezzi finanziari, di beni strumentali, macchinari e materie prime, o la semplice funzione di un algoritmo nell’immaterialità della finanza, bensì un rapporto sociale storicamente determinato in continua evoluzione, e tuttavia ben definito nella sua essenzialità, che si fonda sulla grande discriminante che divide chi vende la propria forza-lavoro (fisica e intellettuale) per procurarsi i mezzi per vivere e chi la compra per ottenere un profitto. Tuttavia su questa fondamentale “asimmetria” è calato un silenzio tombale.
Annotava già Karl Marx: «Se il capitale non è una cosa, bensì un determinato rapporto di produzione sociale, appartenente a una determinata formazione storica della società», ed «è costituito dai mezzi di produzione monopolizzati da una parte determinata della società» medesima, «ne deriva da sé la ripartizione dei mezzi di consumo»(2). In termini moderni ciò significa che la distribuzione del reddito e della ricchezza dipende in ultima analisi dalla configurazione della proprietà.
Oggi, nella fase della globalizzazione del capitale finanziarizzato, esplode in modo drammatico proprio la divisione del mondo tra chi compra e chi vende forza-lavoro. E la lotta di classe condotta dall’alto verso il basso ha portato al dominio pressoché assoluto del capitale sul lavoro.
È l’epoca dei proprietari universali, della massima concentrazione e della universalità della proprietà capitalistica, espressione essa stessa di un’insuperabile contraddizione che viene scaricata sull’intera comunità. Il capitale infatti ha bisogno di comprimere i salari per alzare i profitti, ma i bassi salari deprimono il potere d’acquisto e perciò costituiscono un ostacolo alla realizzazione dei profitti. Qui sta la ragione di fondo per cui l’intera economia cade in depressione. Le ricorrenti crisi distruttive – fino alla esplosione delle guerre e all’occupazione dei territori altrui – sono il mezzo per ristabilire un temporaneo equilibrio.

La finanziarizzazione globale è un tentativo di superare la contraddizione di fondo connaturata al capitale. Da una parte, la spinta verso l’economia del casinò, per dirla con Keynes, che privilegia gli impieghi speculativi a danno degli investimenti produttivi; dall’altra, l’elevazione del debito al ruolo di propulsore dei consumi in regime di bassi salari. Fino al crollo dell’intero castello di carta quando in America i mutui subprime diventano carta straccia.
L’indebitamento privato e pubblico come fattore propulsivo dell’economia in sostituzione del lavoro e della sua valorizzazione è indubbiamente una novità. Ma è anche la manifestazione vistosa (peraltro a lungo magnificata dal sistema dei media) del declino di un sistema. Ed è il salatissimo prezzo che noi paghiamo per non aver affrontato, come la Costituzione prevede, la questione proprietaria, vero convitato di pietra di questa crisi.
Eppure viviamo, come lo stesso Fassina sottolinea, in una fase dalle enormi potenzialità ancora in larga misura inesplorate. Oggi la dualità lavoro-capitale è segnata da una continua innovazione della tecnica, come pure da un’invalicabile limite ambientale, da una progressiva femminilizzazione della forza-lavoro che ne ridefinisce forme e contenuti, da significativi avanzamenti della scienza e dei saperi.
In questo campo il punto più elevato si raggiunge nel momento in cui è la scienza stessa a configurarsi come motore dell’innovazione, che impiega la tecnica come strumento di produzione sempre più manovrabile e flessibile, e che richiede la presenza di una classe lavoratrice superiore dalle capacità onnilaterali. La quale però viene costantemente frantumata e dispersa dalla precarietà, dalla disoccupazione, dallo sfruttamento intensivo. La connessione tra lavoro e sapere è immanente all’avanzamento della scienza come forza produttiva diretta. Ma questa connessione viene distrutta dal dominio del capitale, che nella forma massimamente concentrata di una proprietà parassitaria si appropria dei frutti del lavoro sociale.
Con tutta evidenza il rapporto di produzione capitalistico è diventato una camicia di forza che soffoca lo sviluppo delle forze produttive. Potenzialmente siamo in presenza delle condizioni di base necessarie per liberare il lavoro dalla schiavitù dello sfruttamento e per soddisfare i bisogni della comunità umana. Ma per mettere a tema la questione proprietaria, che coincide con il superamento del rapporto di produzione capitalistico, ormai troppo angusto, inefficiente, ingiusto e insostenibile per soddisfare i bisogni e le esigenze dell’umanità, c’è bisogno di una associazione di donne e di uomini liberi, cioè di un partito politico (se vogliamo chiamarlo così), che con la chiarezza e la forza necessarie si ponga questo obiettivo. In assenza di un’alternativa credibile la prospettiva è un arretramento di civiltà e il disfacimento della democrazia.

L’analisi e la proposta

Nell’affresco di Fassina quel che colpisce è la sproporzione tra l’ampiezza dell’analisi della fase e l’angustia dell’indicazione politica. Alla domanda quale sinistra per il futuro, la risposta appare sfocata e deludente. Non solo perché l’esponente del Pd evita di misurarsi con il tema che ormai non si può più eludere: quello di un nuovo socialismo, e quindi di una sinistra nuova. Ma perché la sua risposta, schiacciata sulle contingenze del momento, è troppo condizionata dalla tattica ed entra in contrasto con le stesse analisi poste in premessa. Sembra che Fassina si sia consegnato all’idea che siccome Renzi vince le elezioni, bisogna comunque sostenere Renzi e il suo partito. Vincere le elezioni e praticare una politica che ponga al centro il lavoro e sia in grado di farci uscire dalla crisi non è però la stessa cosa. Sarebbe il caso di tenere sempre presente che Thatcher, Reagan e anche Hitler sono andati al potere per via elettorale, tuttavia ciò non toglie che le loro politiche fossero sbagliate e abbiano provocato disastri.
Ma al di là delle polemiche, è lo stesso Fassina a ricordare che «il capitalismo […] amplia le disuguaglianze e tende a concentrare la ricchezza nelle piccole frazioni più ricche della popolazione. Mentre noi, la sinistra postcomunista, abbiamo recitato imbambolati gli slogan liberisti (meno ai padri, più ai figli) e abbiamo accettato subalterni, come traguardo riformista, lo spostamento del conflitto sociale nel conflitto generazionale, la disuguaglianza tra i padri esplodeva e veniva inevitabilmente trasferita sui figli» (p. 33). In altri termini, mentre nel Pd si predicava la fine della lotta di classe, e perfino la fine delle classi, la lotta di classe la stava vincendo su tutti i fronti il capitale, come ha candidamente confessato uno del ramo, il re degli speculatori Warren Buffett.
Se la più alta forma di lotta di classe consiste esattamente nel negare l’esistenza delle classi e dell’antagonista di classe, spossessandolo della sua identità, della sua memoria e della sua organizzazione, come di fatto è avvenuto nel ventennio trascorso, allora bisogna riconoscere che in questa fase di transizione epocale, rappresentata da Fassina a tinte fosche, una reale alternativa alla classe dominante non può nascere se non si conquista l’autonomia politica e culturale delle lavoratrici e dei lavoratori subordinati, precari, disoccupati e delle nuove figure intellettuali generate dalla rivoluzione informatica: insomma, del lavoro del XXI secolo.
Ritiene davvero Fassina, dopo le parole spese per criticare il decreto Poletti, che il Pd sia la sede della unificazione politica dei lavoratori, e che Renzi sia il paladino dei diritti del lavoro? D’altra parte, se non si costituisce un’autonoma e libera rappresentanza politica dei lavoratori, chi è in grado di mettere sotto controllo i mercati e le banche, come egli stesso chiede?
C’è bisogno di una operazione di portata strategica, che guardi al di là delle scadenze elettorali. È ancora Fassina a ricordarci che «un partito è innanzitutto una visione della storia e della funzione che intende svolgere nel passaggio storico in cui si opera» (p. 89). Ma tale concezione del partito, sia detto con il massimo sforzo di obiettività, risulta del tutto estranea alla cultura e alla pratica politica esibite da Renzi.
E le minoranze interne al Pd? La risposta è una stilettata che non lascia scampo: «Un vuoto in cerca di un contenitore», come il protagonista del film La grande bellezza. «Vuoto di elaborazione e di progettualità in cerca di un assetto organizzativo per supplire alla debolezza del messaggio politico. Quattro cinque minoranze senza bussola». Appunto, «come Jep Gambardella nelle notti di Roma» (p. 90). Ma se questa è la condizione del Pd, come si può pensare che tale partito sia in grado di rovesciare il paradigma dominante, mettendo al centro della politica il lavoro, dando corpo a un diverso indirizzo fondato sulla sostenibilità sociale e ambientale?
Chi scrive è convinto che il Pd non da oggi sia un’entità irriformabile dai contorni centristi, e che perciò sia indispensabile percorrere altre strade allo scopo di costruire una sinistra all’altezza dei tempi. Questa convinzione si rafforza seguendo il percorso di Fassina nell’analisi dei fatti. Egli dichiara che «va fatto un profondo ripensamento rispetto alla tradizione “clintonian-blairiana” del libero mercato» (p. 68). Non c’è dubbio. Ma questo è stato, ed è, il concreto approdo della socialdemocrazia europea, che ha cancellato su questioni di fondo ogni differenza tra destra e sinistra, e ha coperto con un linguaggio sedicente di sinistra scelte di destra. Se il liberismo è stato per lungo tempo, e continua a essere, l’ideologia prevalente della socialdemocrazia, questo ci dice che per costruire una sinistra nuova in Europa e in Italia non basta sottoporre a critica i principi del liberismo. Occorre andare oltre le coperture ideologiche del capitale e smontare criticamente il suo modo di essere e di funzionare.
Riflettiamo sul tema che pone Fassina, il quale va in cerca di un umanesimo laburista in cui il lavoro si coniughi con la libertà. Se stiamo ai fatti e osserviamo la realtà che ci circonda, nel dilagare della disoccupazione, della precarietà, dell’impoverimento che cresce, inevitabilmente si presenta un problema: può essere libera una persona che non dispone delle condizioni della sua riproduzione? Vale a dire dei mezzi necessari alla produzione delle sue condizioni di vita? E che quindi è costretta a mettersi sul mercato per vendere le proprie attitudini e capacità? Evidentemente no. Ecco allora che la questione del rapporto di produzione, ossia del rapporto di proprietà, che definisce la natura del capitale, oggi diventa centrale. E come si libera, questa persona, se non è in grado di associarsi politicamente per determinare gli indirizzi economici e politici, volti a cambiare le condizioni della sua riproduzione, cioè della sua vita?
Bisognerebbe riprendere il discorso là dove lo ha lasciato Enrico Berlinguer. Berlinguer della rivoluzione copernicana da realizzare in politica: prima i contenuti e poi gli schieramenti. Che davanti ai cancelli della Fiat dice agli operai: sto dalla vostra parte. Berlinguer che lotta per costruire una «terza fase» del movimento operaio in Europa dopo l’esperienza sovietica, crollata per le sue interne contraddizioni, e quella socialdemocratica, inidonea a mettere in discussione il sistema di sfruttamento del capitale. Si tratta di aprire un’altra strada – sosteneva – «e di aprirla, prima di tutto, nell’occidente capitalistico». «Con l’obiettivo del superamento di ogni forma di sfruttamento e di oppressione dell’uomo sull’uomo, di una classe sulle altre, di una razza sull’altra, del sesso maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni». Un «nuovo socialismo»(3). E una sinistra nuova.
(1)  P. Togliatti, «Sul progetto di Costituzione» in Discorsi parlamentari I, Camera dei Deputati, Roma 1984, p. 63
(2)  K. Marx, Il Capitale, Libro terzo, Editori Riuniti, Roma 1965, pp. 927-28 e «Critica al programma di Gotha»in Opere scelte, Editori Riuniti, Roma 1966, p. 962
(3) E. Berlinguer, Un’altra idea del mondo, Antologia 1969-84 a cura di P. Ciofi e di G. Liguori, Editori Riuniti University Press, Roma 2014, p.279, 306, 271

Romano e Lucarelli: Riforme strutturali: sul lavoro torna sempre la vecchia ricetta Fonte: Il Manifesto | Autore: Stefano Lucarelli, Roberto Romano

Le con­di­zioni occu­pa­zio­nali in Ita­lia e in Europa sono dram­ma­ti­che. Sono sem­pre di più gli eco­no­mi­sti che rico­no­scono come la crisi eco­no­mica sia una crisi da domanda. Molti sosten­gono la neces­sità di riforme strutturali.

L’aggettivo «strut­tu­rale» può far pen­sare che tali riforme siano per gover­nare i movi­menti nel tempo delle gran­dezze eco­no­mi­che in rela­zione alla varia­zione nel tempo delle loro com­po­nenti. Agire sulla strut­tura eco­no­mica pre­sup­pone una qual­che forma di pro­gram­ma­zione della produzione.

Tut­ta­via le riforme strut­tu­rali di cui si parla sono ripro­po­si­zioni della vec­chia ricetta secondo cui la ridu­zione delle rigi­dità del mer­cato del lavoro si tra­dur­rebbe in un incre­mento dell’occupazione. La let­tera fir­mata da Tri­chet e Dra­ghi inviata al Governo Ita­liano nel 2011 sug­ge­ri­sce «di rifor­mare ulte­rior­mente il sistema di con­trat­ta­zione sala­riale col­let­tiva, per­met­tendo accordi al livello d’impresa in modo da rita­gliare i salari e le con­di­zioni di lavoro alle esi­genze spe­ci­fi­che delle aziende e ren­dendo que­sti accordi più rile­vanti rispetto ad altri livelli di nego­zia­zione», e di rea­liz­zare una «accu­rata revi­sione delle norme che rego­lano l’assunzione e il licen­zia­mento dei dipen­denti, sta­bi­lendo un sistema di assi­cu­ra­zione dalla disoc­cu­pa­zione e un insieme di poli­ti­che attive per il mer­cato del lavoro che siano in grado di faci­li­tare la rial­lo­ca­zione delle risorse verso le aziende e verso i set­tori più competitivi».

Si dovrebbe per­tanto agire sull’offerta di lavoro per ren­derla più con­ve­niente per i datori di lavoro. Siamo di fronte ad una variante della teo­ria orto­dossa cri­ti­cata da Key­nes, valida solo sotto ipo­tesi restrit­tive, quindi limi­tata ad un caso par­ti­co­lare. La teo­ria gene­rale dell’occupazione di Key­nes si basa invece sull’idea che «il volume dell’occupazione dipende dall’ammontare del ricavo che gli impren­di­tori pre­ve­dono di otte­nere dalla pro­du­zione corrispondente».

La domanda di lavoro da parte delle imprese è ciò che deter­mina prin­ci­pal­mente l’occupazione. Da qui pro­viene l’idea che sia neces­sa­rio un inter­vento pub­blico per col­mare il vuoto di domanda che con ogni pro­ba­bi­lità il set­tore pri­vato pro­durrà. Eppure, ricor­dava Caffè, l’insegnamento di Key­nes «non si riduce a un ricet­ta­rio di poli­ti­che valide per tutti i tempi; ma tende al supe­ra­mento di osti­lità pre­con­cette nei con­fronti dell’intervento pub­blico nella vita eco­no­mica, il cui com­pito inte­gra­tore delle forze di mer­cato in tanto risul­terà valido, in quanto sarà in grado di adat­tarsi alle mute­voli cir­co­stanze sto­ri­che». Di que­sto neces­sa­rio adat­ta­mento Key­nes era con­sa­pe­vole: «non sol­tanto la pro­pen­sione mar­gi­nale al con­sumo è più debole, in una col­let­ti­vità ricca, ma, sic­come il capi­tale già accu­mu­lato è mag­giore, vi saranno pos­si­bi­lità meno attraenti di inve­sti­menti ulteriori».

Il sostengo della domanda effet­tiva attra­verso un inter­vento pub­blico indi­scri­mi­nato (l’aumento della spesa dello Stato) non basta, poi­ché l’evoluzione del sistema eco­no­mico fa mutare qua­li­ta­ti­va­mente con­sumi ed inve­sti­menti, cioè le com­po­nenti prin­ci­pali della domanda. Sia la ridu­zione che la cre­scita del red­dito con­du­cono a un cam­bia­mento nella strut­tura pro­dut­tiva e soprat­tutto nell’investimento. Ciò ha con­se­guenze sulla distri­bu­zione dei red­diti e in par­ti­co­lare sul livello dei salari e sui livelli di pro­te­zione del lavoro (seb­bene esi­stano feed­back che dipen­dono dalla capa­cità che i lavo­ra­tori hanno di gestire il pro­cesso produttivo).

Il modo in cui cam­bia la spe­cia­liz­za­zione pro­dut­tiva conta molto. Come inse­gna Sylos Labini «in un’analisi dina­mica, lo svi­luppo eco­no­mico è da riguar­dare, non sem­pli­ce­mente come un aumento siste­ma­tico del pro­dotto nazio­nale con­ce­pito come aggre­gato a com­po­si­zione data ma, neces­sa­ria­mente, come un pro­cesso di muta­mento strut­tu­rale, che influi­sce sulla com­po­si­zione della pro­du­zione e dell’occupazione e che deter­mina cam­bia­menti nelle forme di mer­cato, nella distri­bu­zione del red­dito e nel sistema dei prezzi».

Le inno­va­zioni non influen­zano in modo uni­forme il sistema eco­no­mico. Non basta dun­que un soste­gno indi­scri­mi­nato tanto ai con­sumi quanto agli inve­sti­menti; occorre invece gover­nare il loro cam­bia­mento. Le impli­ca­zioni sulla domanda di lavoro sono enormi: per con­tra­stare la scarsa domanda di lavoro dob­biamo stu­diare in quali set­tori si loca­lizza il flusso delle inno­va­zioni, per­ché non riguar­derà tutte le atti­vità pro­dut­tive. La domanda effet­tiva e quindi la domanda di lavoro si con­cen­trano spe­cial­mente nei set­tori pro­dut­tivi più inno­va­tivi. Occorre anche con­si­de­rare che al cre­scere del red­dito non si con­suma di più, ma si con­su­mano beni diversi che spin­gono le imprese a pro­gram­mare nuovi inve­sti­menti per inter­cet­tare la nuova domanda. Que­sto è vero anche quando l’innovazione viene impor­tata da un altro sistema eco­no­mico: ciò che però verrà a deter­mi­narsi in que­sto caso sarà una dipen­denza tec­no­lo­gica dall’estero.

</CW>Occuparsi di lavoro non signi­fica quindi limi­tarsi alle poli­ti­che del lavoro; occorre una pro­spet­tiva di poli­tica eco­no­mica in cui coor­di­nare diverse poli­ti­che pub­bli­che per gover­nare il cam­bia­mento (dal cre­dito, alla ricerca e svi­luppo, dalle stra­te­gie indu­striali, al sociale). Ciò emerge dagli inse­gna­menti di un altro mae­stro dell’economia poli­tica for­ma­tosi tra gli allievi di Key­nes, Pasi­netti: «se il sistema eco­no­mico è in grado di por­tare avanti con suc­cesso una redi­stri­bu­zione set­to­riale dell’occupazione da set­tori in declino verso set­tori in espan­sione, il pro­filo del pro­gresso tec­nico, del red­dito, anche del fat­tore lavoro, ten­derà a essere vir­tuoso nel lungo periodo».

Caro Renzi, serve un piano per il lavoro | Fonte: Il Manifesto | Autore: Giorgio Airaudo

Anche la riforma del lavoro è finita nel car­retto dei gelati di Palazzo Chigi. Grandi pro­messe, mira­bo­lanti annunci di una nuova era libera dalla pre­ca­rietà, poi tutto è rima­sto (per ora) nel free­zer, men­tre cam­pa­gne di stampa costrui­scono un nuovo senso comune in cui i diritti sono un impic­cio, pre­pa­rano il «modello spa­gnolo» e indu­cono la cer­tezza che l’Ue voglia libertà di licen­ziare in Ita­lia. Dicono che que­sta è la via per uscire dalla crisi, che appena libe­rati dell’impiccio dello Sta­tuto fioc­che­ranno i posti di lavoro, che la fine del con­tratto nazio­nale pre­mierà i più bravi. Dicono.

Nella mia espe­rienza nel mondo del lavoro ho visto spesso lavo­ra­tori pre­sen­tarsi con le dimis­sioni all’ufficio del per­so­nale delle pro­prie aziende e uscirne non con l’addio ma con un aumento di sala­rio, un pas­sag­gio di cate­go­ria o un posto di lavoro migliore. Erano ope­rai di mestiere o tec­nici spe­cia­liz­zati e uti­liz­za­vano la loro pro­fes­sio­na­lità e la loro espe­rienza come arma di potere e di con­trat­ta­zione. Le imprese accet­ta­vano que­sti «rilanci» per non per­dere la qua­lità del lavoro. Il lavoro di qua­lità richiede rela­zioni fon­date sul rispetto e sulle regole. E non è un caso che la cre­scita della qua­lità e del con­te­nuto tec­no­lo­gico di molti pro­dotti ita­liani sia andato di pari passo con l’espansione dei diritti e della demo­cra­tiz­za­zione dei rap­porti sociali.

Anche nel lavoro ripe­ti­tivo e povero, come è quello di una catena di mon­tag­gio, dove ogni pochi secondi o minuti si deve ripe­tere la stessa ope­ra­zione, esi­ste un accu­mulo di espe­rienza che in ter­mini di velo­cità, destrezza e capa­cità di recu­pero dei molti errori di pro­get­ta­zione che si sca­ri­cano sui lavo­ra­tori garan­ti­sce alte pro­dut­ti­vità alle imprese. Ana­logo ragio­na­mento si può fare per le pre­sta­zioni di sor­ve­glianza e con­trollo all’attività delle mac­chine. Di que­sta com­ples­sità di rela­zioni sociali che fon­dano la pro­du­zione di valore in una impresa non c’è trac­cia né nei ragio­na­menti del pre­mier e dei suoi mini­stri, né negli ese­geti della can­cel­la­zione di ciò che resta dell’art. 18.

Ho una strana impres­sione che acco­muna gli ultimi pre­mier che hanno abi­tato Palazzo Chigi (e anche l’ultimo): sem­brano non cono­scere il lavoro visto dalla parte di chi lavora. L’idea che si possa licen­ziare con un cenno met­tendo sul tavolo un po’ di inden­nizzo, oltre a sod­di­sfare il nar­ci­si­smo acca­de­mico di qual­che tec­nico, dice che si pensa a imprese povere con pro­dotti fra­gili, con qua­lità e con­te­nuti tec­no­lo­gici irri­le­vanti desti­nate a ristrut­tu­ra­zioni continue.

Si inse­guono le richie­ste di una Con­fin­du­stria che non sa andare oltre la sva­lu­ta­zione del lavoro non potendo più godere della sva­lu­ta­zione della moneta. Renzi accenna (lode­vol­mente, in que­sto caso) a inve­sti­tori esteri che dovreb­bero sosti­tuire i «salotti buoni» dell’imprenditoria nostrana. Que­sti salotti — che un tempo ave­vano l’ambizione di essere il cuore delle eli­tés — ci paiono oggi in disarmo, e vedono i loro sofi­sti­cati fre­quen­ta­tori da tempo ben rifu­giati nelle nomine delle imprese a par­te­ci­pa­zione pub­blica e nelle pri­va­tiz­za­zioni senza mer­cato. Anche il governo Renzi — forse dimen­ti­cando gli annunci di rot­ta­ma­zione — ha garan­tito la con­ti­nuità di que­sta prassi: basti pen­sare, tra gli altri, ai casi Mar­ce­ga­glia e Todini.

La poli­tica indu­striale non si fa con i tweet: sarebbe impor­tante cono­scere i nomi e le inten­zioni di que­sti nuovi inve­sti­tori per il nostro paese e le rica­dute occu­pa­zio­nali da Terni a Taranto, dal Sul­cis a Mar­ghera, da Ter­mini Ime­rese a Valle Ufita. Pec­cato che per ora Renzi non sem­bri pre­oc­cu­parsi troppo degli inve­sti­menti delle imprese e dei loro mana­ger ex ita­liani, penso a quelli che in que­sti mesi sono diven­tati «apo­lidi», con il cda e le tasse all’estero. Magari come la Fiat Chry­sler che con­ti­nua ad uti­liz­zare la cassa inte­gra­zione di quelle lavo­ra­trici e di quei lavo­ra­tori ita­liani che ha garan­tito a Mar­chionne un rispar­mio di quasi 2 miliardi di euro lordi (1,7 netti) dal 2004 al 2014 (come ha dimo­strato in un arti­colo mai smen­tito Andrea Mal­lan sul Sole24Ore).

È un rispar­mio che oggi si imple­menta con l’ulteriore anno di cassa inte­gra­zione annun­ciato per Mira­fiori, uno sta­bi­li­mento — cioè — che avrebbe dovuto rien­trare al lavoro, dopo il refe­ren­dum non libero del 2011, con i nuovi pro­dotti alla fine del 2012.

Ve lo ricor­date? Se vince la Fiom sarà una cata­strofe, se vince il sì lavoro per tutti: beh, quella pro­messa è disat­tesa da ormai quat­tro anni. Sono stati 30.000 i lavo­ra­tori inte­res­sati alla cig dal 2004 ad oggi (su 86.200). Non male per un mana­ger «nuovo».

Quei lavo­ra­tori, caro primo mini­stro, meri­te­reb­bero una schiena più dritta con l’ Ammi­ni­stra­tore dele­gato dei due mondi e con le imprese ita­liane e stra­niere, più inve­sti­menti veri e subito! Non fra anni. Quei lavo­ra­tori meri­tano un «piano per il lavoro»: azze­ra­mento dei con­tratti pre­cari e un con­tratto di sta­bi­liz­za­zione vero dopo una prova con­grua e tutele sog­get­tive, a par­tire dall’art. 18, che garan­ti­scano a tutti i lavo­ra­tori rispetto e rela­zioni sociali, sti­mo­lando inno­va­zione e qua­lità capace di aumen­tare il valore del lavoro e dell’impresa.

E se pro­prio vuole con­tri­buire al rin­no­va­mento del sin­da­cato, Renzi con­ceda ai lavo­ra­tori il diritto alle loro «pri­ma­rie»: la pos­si­bi­lità di sce­gliersi i rap­pre­sen­tanti varando una legge sulla rappresentanza.

“Il lavoro cambierà totalmente” Fonte: Il Manifesto | Autore: Antonio Sciotto

Articolo 18. Renzi accelera sulla riscrittura dello Statuto, ma non rivela i progetti sulla giusta causa. Sacconi (Ncd) preme per abolire la storica tutela, Angeletti (Uil) apre alla riforma: «Con Monti lo abbiamo già modificato»«Alla fine dei Mille giorni il diritto del lavoro sarà total­mente tra­sfor­mato e l’Italia sarà un Paese sem­plice, in cui inve­stire o non inve­stire». Una pro­messa, quella del pre­mier ieri in con­fe­renza stampa, indi­riz­zata non solo al pub­blico ita­liano (ormai sem­pre più impa­ziente per una ripresa che non arriva), ma soprat­tutto all’Europa, alla Ue e alla Bce: con Angela Mer­kel e con gli altri part­ner dell’Unione, con Fran­co­forte, Mat­teo Renzi dovrà con­fron­tarsi nelle pros­sime set­ti­mane, da lea­der del seme­stre euro­peo. Ma per chie­dere più «fles­si­bi­lità» sui conti, dovrà por­tare sul tavolo le famose «riforme» più volte invo­cate: quindi sulla delega del Jobs Act si dovrà acce­le­rare, prima degli stessi 1000 giorni.

Per Renzi, che vor­rebbe pas­sare alla sto­ria come il poli­tico che “sblocca” l’Italia, appunto euro­peiz­zan­dola, il faro da seguire non può che essere quello della “capo­classe”: «Dob­biamo ren­dere il nostro mer­cato del lavoro come quello tede­sco. La Ger­ma­nia è un modello in par­ti­co­lare su que­sto – ha spie­gato ieri – Quando ci ren­de­remo conto che un impren­di­tore non può morire di pastoie buro­cra­ti­che per assu­mere una per­sona, l’Italia sarà final­mente un paese normale».

Il pre­si­dente del con­si­glio con­ferma quindi di voler rifor­mare in modo pro­fondo lo Sta­tuto dei lavo­ra­tori, e in quello che non sarà solo un maquil­lage rischia di finire male, quindi, anche l’articolo 18. Ma per il momento il pre­mier con­ti­nua a glis­sare, insi­stendo con la for­mula che «non è quello il pro­blema»: «Il dibat­tito estivo sull’articolo 18 è un ever­green», ha detto con una bat­tuta, rispon­dendo ai giornalisti.

«In Ita­lia i casi che ven­gono risolti con l’articolo 18 sono circa 40 mila – ha pro­se­guito Renzi – e per l’80% fini­scono con un accordo. Dei restanti 8000, solo 3000 circa vedono il lavo­ra­tore per­dere. Quindi noi stiamo discu­tendo di un tema che riguarda 3000 per­sone l’anno in un paese che ha 60 milioni di abi­tanti. Il pro­blema non è l’articolo 18, non lo è per me e non lo sarà».

Eppure le pres­sioni per modi­fi­care l’articolo 18 sono forti. Ieri Mau­ri­zio Sac­coni, cam­pione della bat­ta­glia per conto dell’Ncd, ha chie­sto una cor­re­zione alla delega che pre­sto verrà discussa in Par­la­mento (e pro­prio dalla Com­mis­sione Lavoro del Senato, che lui stesso pre­siede): «Il pre­si­dente del con­si­glio rico­no­sce la neces­sità di riscri­vere lo Sta­tuto dei lavo­ra­tori, cri­te­rio che non è oggi com­preso nella legge delega e che dovrà quindi essere intro­dotto», nota l’ex mini­stro del Lavoro.

L’Ncd mira a «pro­durre un nuovo Testo Unico il cui con­te­nuto fon­da­men­tale è la disci­plina del con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato. La rego­la­zione del recesso non inte­ressa solo i pochi casi di con­ten­zioso, ma tutti i datori di lavoro che hanno più di 15 dipen­denti e i mol­tis­simi disoc­cu­pati per­ché influenza la pro­pen­sione ad assumere».

Apre alle riforme la Uil, con Luigi Ange­letti: «Per noi è una cosa pos­si­bile – ha spie­gato – Fac­cio osser­vare che anche con il governo Monti abbiamo, in qual­che modo, modi­fi­cato l’articolo 18. I sin­da­cati sono dei rifor­mi­sti per definizione».

Una «solu­zione» per rifor­mare l’articolo 18, toglien­dolo a una cor­posa fetta di lavo­ra­tori ma senza abo­lirlo del tutto, la offre Con­fimi Impresa (Con­fe­de­ra­zione Indu­stria mani­fat­tu­riera ita­liana e dell’impresa pri­vata): «No all’abolizione dell’articolo 18, sì invece allo spo­sta­mento della soglia della sua appli­ca­zione dai 15 addetti attuali ai 35 – dice il pre­si­dente Paolo Agnelli – Que­sta modi­fica por­te­rebbe alla fine delle paure della cre­scita per le pic­cole e medie imprese sotto i 15 dipen­denti; alla fine dei motivi di nani­smo di molte imprese; a eli­mi­nare l’uso fasullo dei co.co.pro; alla dimi­nu­zione del lavoro nero per gli ecce­denti le 15 unità, al ter­mine dell’utilizzo delle false par­tite Iva».

Dal fronte del Pd, il pre­si­dente della Com­mis­sione Lavoro Cesare Damiano (che a sua volta affron­terà que­sto nodo nell’iter del ddl delega in Par­la­mento), cerca di spo­stare il dibat­tito dall’articolo 18 ai tanti con­tratti pre­ca­riz­zanti: «Gli ultimi dati Isfol danno ragione alla scom­messa che come Pd abbiamo fatto insieme al mini­stro Poletti: far aumen­tare le assun­zioni con l’apprendistato e il tempo deter­mi­nato senza can­ni­ba­liz­zare il tempo inde­ter­mi­nato. Nel secondo tri­me­stre 2014, il tempo deter­mi­nato regi­stra un +3,9%, l’apprendistato un +16,1% e il tempo inde­ter­mi­nato un +1,4%. Chie­de­remo al governo, nella delega, di disbo­scare la giun­gla delle moda­lità di impiego frutto della pas­sata sta­gione di deregolazione».

Non c’è lavoro? “E allora niente busta paga!”. La denuncia del sindacato a Milano | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Dura denuncia della Cgil in Lombardia: alcuni appalti affidati da grandi aziende quali Enel, Eni e Vodafone vengono svolti da societa’ che non rispettano le leggi sul lavoro, sulla salute e sicurezza degli ambienti e, sfruttano i lavoratori senza addirittura corrispondere alcuna retribuzione. L’accusa arriva dalle categorie della Cgil, Filcams, Filctem e Slc di Milano a seguito di una segnalazione di alcuni lavoratori, e sono state comunicate alle autorita’ competenti per le relative ispezioni: Direzione Territoriale del Lavoro di Milano, Inps e Asl. Secondo quanto denunciato, ‘societa’ incaricate di prendere appuntamenti con amministratori di condominio al fine di vendere i loro prodotti e servizi hanno a loro volta affidato lo svolgimento della commessa ad una ditta individuale, che svolge la propria attivita’ lavorativa in un normale appartamento sito al quartiere giardino di Cesano Boscone. Dall’ottobre 2013 al marzo 2014 (in soli 6 mesi) sono state assunte regolarmente piu’ di 20 persone- prosegue la Cgil- senza aver mai corrisposto alcuna retribuzione, ne’ versato alcun contributo previdenziale’.

Nonostante le segnalazioni, pero’, l’attivita’ continua: ‘L’imprenditrice non solo non rispetta le regole, ma sta anche sfruttando gli scarsi controlli e la lentezza degli organi ispettivi per continuare a ‘truffare’ tanti lavoratori, giovani e non’. Per questo oggi giovedi’ 5 giugno dalle 11 alle 13 si terra’ un’iniziativa di protesta davanti al Vodafone Village di Milano (Via Lorenteggio): ‘Pensiamo- concludono i sindacati- che aziende come Vodafone, Eni, Enel e Bureau Veritas non siano esenti da responsabilita’. Sono loro che, avendo scelto di affidare un lavoro ad altri, dovrebbero verificare che le aziende cui appaltano i lavori rispettino le leggi e i principi che queste grandi imprese multinazionali sottoscrivono dotandosi di codici etici improntati alla responsabilita’ sociale d’impresa’. Storie di nuovi ‘schiavi’ arrivano anche da altri settori, come quello del commercio, dove manutentori, giardinieri e colf ormai sono vittime della spirale del low cost. Secondo la Cisl “l’imprenditore che assume il lavoratore low cost risparmia tantissimo: esistono esempi di stranieri, che in patria guadagnerebbero mediamente 140 euro al mese, con contratti da 4 ore al giorno per 650 euro mensile ma in realta’ arrivano a lavorare fino a 15 ore al giorno per 1.000 euro al mese, parte dei quali percepiti in nero. Per lo stesso numero di ore, un italiano costa almeno tre volte tanto. Si profila quindi – argomenta il sindacato – una crisi indotta sia del mercato del lavoro a livello nazionale sia del sistema turistico. Ed e’ abbastanza facile ipotizzare l’avvio di una guerra al ribasso tra strutture ricettive che non puntano piu’ sulla qualita’ dei servizi ma sul costo del lavoro”.

Il crollo dell’occupazione e le bugie sul costo del lavoro Fonte: Scenari Globali | Autore: Alfonso Gianni

gianni

dati forniti dall’Istat sulla disoccupazione italiana  non stupiscono chi da tempo segue l’andamento dell’economia e del calo dell’occupazione, ma sono certamente drammatici.

In sostanza il nostro autorevole istituto ufficiale afferma che – forse – vi è qualche segnale di ripresa economica, ma per adesso è solo un fatto statistico che non incide sulla disoccupazione. Tanto che a febbraio il tasso dei senzalavoro segna un nuovo record: il  13% , mai così alto dal 1977. Oltre  3,3 milioni di persone sono in cerca di lavoro : +8 mila su mese e +272 mila su base annua. La componente giovanile è sempre altissima, ovvero è la più penalizzata dalla crisi economica e dalle politiche sbagliate attuate in Italia e in Europa. Tocca il 42,3% in lievissima diminuzione su gennaio, ma con un +3,6% su base annua. Il che traducendo dai numeri alle persone in carne, ossa e cervello significa 678mila i ragazzi tra i 15 e i 24 anni in cerca di lavoro, con scarsissime probabilità di trovarlo, e nessuna in modo stabile, visto l’ultimo decreto Poletti.

Confrontandoci con altri paesi europei l’Italia risulta essere all’avanguardia nel triste primato dell’incremento della disoccupazione nell’arco di un anno: +13% a febbraio (inferiore solo a Cipro e Grecia). Il tasso di occupazione a febbraio è al  55,2% , lontanissimo dagli obiettivi fissati a Lisbona: si torna indietro di 14 anni e in media si perdono mille occupati al giorno.

Il dato della ripresa è del tutto improbabile e comunque da verificare nei prossimi mesi. Quello che già sappiamo è che se ci sarà, si tratterà certamente, stando le attuali politiche economiche e del lavoro, una ripresa senza occupazione ( jobless recovery  come dicono gli anglosassoni).

Renzi ammette che i dati sono “sconvolgenti”, ma ne trae la conseguenza che bisognerebbe affrettare le sue misure, dal  decreto Poletti  al più articolato Jobs act, che in realtà non migliorerebbero la situazione ma la peggiorerebbero con l’eternalizzazione della precarietà, perpetuando di 36 mesi in 36 mesi i contratti a termine senza obbligo di casuale e togliendo persino al rapporto di lavoro di artigianato l’obbligo di formulare un programma scritto di formazione, permettendo quindi di aggirare tranquillamente l’obbligo formativo.

Queste misure sono molto piaciute nella Ue. Si capisce il perché: la bufala della “austerità espansiva” cominciava a fare il suo tempo, visto che i processi economici andavano ovviamente in senso contrario. Quindi bisognava inventarsi qualche cosa d’altro da parte delle élite che comandano in Europa. Ecco quindi la nuova trovata: la “precarietà espansiva”- secondo la puntuale definizione di alcuni economisti critici, come Emiliano Brancaccio – secondo cui basterebbe abbattere ogni regola sul mercato del lavoro e sulla tutela dei diritti dei lavoratori per sviluppare l’economia reale.

Quanto alla questione dell’elevato costo del lavoro ci viene in soccorso, per fare finalmente chiarezza, un’indagine di Eurostat di qualche giorno fa, che smentisce il luogo comune secondo cui in Italia il peso di retribuzioni, oneri sociali e tasse sia il più alto in Europa. Un’ora lavorata da noi costa 28,1 euro contro i 28,4 dell’Eurozona, cioè dell’Europa a 17. Superano l’Italia nel costo dell’ora lavorata la Svezia (40 euro),la Danimarca (38,4), la Francia (34,3), la Germania (31,3) e persino l’Irlanda (29 euro) nonché altri paesi che si collocano tra quelli citati. Il peso del cuneo fiscale a carico del datore di lavoro in percentuale rispetto al salario in Italia (28,1%) supera di poco la media dell’Eurozona (25,9%).

Mi pare quindi che si possa dire che la liberalizzazione dei rapporti di lavoro in atto da tempo e giunta al suo atto finale con il decreto Poletti (contro il quale l’Associazione nazionale giuristi democratici ha avanzato una denuncia alla Commissione europea per violazione delle stesse norme della Ue in materia di lavoro) non aumenta l’occupazione ma solo la  precarietà  e che insistere sul tema del costo del lavoro ci porta fuori strada. Ci vuole quindi una inversione di rotta rispetto alle attuali politiche, basata sullo sviluppo di un intervento pubblico in settori innovativi e ad alta intensità di lavoro, unita a un salario minimo orario e a forme di reddito di cittadinanza, nonché all’estensione dei diritti dei lavoratori.

Quello che la lista “L’altra Europa con Tsipras” propone per tutta l’Europa .