Il sacrificio dei partigiani della 7a Brigata «Matteotti» da: valle sabbia . Fra i partigiani trucidati anche Gaetano Resa nato a Caltagirone 1924 e ucciso dai fascisti a Provaglio Valsabbia 1945

di Redazione

Domenica a Provaglio Val Sabbia si terrà la commemorazione dell’eccidio dei dieci partigiani Garibaldini. Il racconto della tragica vicende che non deve essere dimenticata

 

 

Il 5 marzo 1945 si compiva una delle stragi più cruente della Resistenza Valsabbina, l’uccisione per mano fascista dei dieci partigiani della 7a Brigata «Matteotti».

 

Riportiamo di seguito il racconto della tragica vicenda tratta dal libro di  Aldo Gamba, “L’Eclissi della Ragione. L’Olocausto dei dieci giovani patrioti della 7 a Brigata «Matteotti» a Provaglio Val Sabbia il 5 marzo 1945”, (Brescia 1991).

 

 

A Prandaglio, frazione di Villanuova, e nelle cascine più alte si erano radunati frattanto nel mese di dicembre 1944 numerosi renitenti alla leva, ex militari, giovani ed alcuni ex prigionieri di guerra alleati che cercavano autonomamente, con l’aiuto del Parroco del paese don Collio, di raccogliere armi e di darsi un’organizzazione militare armata, partigiana e operativa.

 

Questo gruppo, che aveva racimolato un discreto deposito di armi celato nella cripta della Parrocchia di Prandaglio, mostra delle perplessità e contraddizioni: rimanere autonomi, unirsi alle «Fiamme Verdi» o andare coi Garibaldini. Successivi sopraluoghi di un inviato dal C.V.L. si concluderanno con l’assegnazione del gruppo di circa 30 giovani, alla 7a Brigata «Matteotti» di montagna. I partigiani saranno comandati prima da Ricci Umberto (Giorgio) poi da Amilcare Baronchelli; commissario di guerra Rino Facchetti.

 

La neo formazione partigiana avrà il compito iniziale di controllare i territori di Gavardo, Villanuova, Prandaglio, Quarena e il fondo valle.

 

Nel gennaio del ’45 si aggregò al gruppo il belga Pierre Lanoy e due polacchi ex prigioniero dei tedeschi. Questi ultimi due rimasero poco tempo col gruppo per disaccordi col belga stesso.

 

A fine gennaio vista l’abbondanza dell’armamento raccolto nella cripta della chiesa di Prandaglio, il tutto venne trasportato nottetempo in un ossario abbandonato del cimitero che si estendeva proprio ai piedi della chiesa. 

 

Una delazione di un doppiogiochista, a metà febbraio, mette in condizione una trentina di fascisti di scovare il deposito, di recuperare il contenuto e di arrestare il parroco don Collio. I partigiani della 7a «Matteotti», messi sull’avviso da notizie dei rastrellamenti in corso, erano riusciti a trasferirsi sul monte Tesio.

 

Da qui, il 18 febbraio per le Coste di S. Eusebio di trasferirono in località «Gnere» di Vallio. Poichè i rastrellamenti nazifascisti si fanno più intensi, decidono di abbandonare la località dove sostavano, superare lo spartiacque del fondo valle nei pressi di Barghe e trasferirsi nella zona di Provaglio Val Sabbia considerata più sicura e difendibile.

 

Così la notte fra il 27 e il 28 febbraio 1945 il distaccamento, con in testa una guida di Sabbio Chiese che conosceva bene i luoghi, quindici partigiani abbandonano silenziosi le alture di Vallio, dove rimane una piccola squadra e scendono a valle.

 

Essi sono: Baronchelli Amilcare comandante, Facchetti Rino, Commissario di guerra, Arnoldo Bellini, Teodoro Copponi, che raggiungerà il gruppo proprio il giorno 28, Bruno Cocca, Luigi Cocca, Gaetano Resa, Amolini Battista, Signori Domenico, Ferruccio Vignoni, il belga Pierre Lanoy, Bellini Arnoldo Walter (Bufalo), Persavalli Santo (sul quale gravava una taglia per essere stato coinvolto nell’uccisione di un milite fascista in via Monte, a Gavardo), Persavalli lsacco e Avigo Giovanni. I più giovani del gruppo sono Persavalli Santo e Copponi Teodoro: 17 anni.

 

All’alba di mercoledì 28 febbraio il distaccamento della 7a «Matteotti» – partito la sera del 27 febbraio dalla base di «Gnere» – giunge alla frazione Arveaco; in un viottolo viene prelevata una scala a pioli appoggiata ad un fienile e i giovani si rifugiano in esso.  La loro base logistica sarà per due giorni nella casa di Evaristo Bertoletti.

 

Sabato 3 marzo, parte del gruppo si rifugia in un fienile isolato alla Sacca, ultima cascina sparsa di Provaglio Alto, nella frazione Livrio, alle falde del Monte Besume. L’altro gruppo, guidato da Rino Facchetti, si dirigerà più a nord verso il crinale del Monte Besume.

 

Qui, il giorno 3 pomeriggio, giungerà trafelata per avvertire di un prossimo rastrellamento, una staffetta delle «Fiamme Verdi»,  Poli Alfredo di Vobarno, inviata dalla telefonista del centralino pubblico di Vestone, Piera Sardi, partigiana delle «Fiamme Verdi». Aveva intercettato una telefonata del comando della IV Compagnia della G.N.R., che ordinava un immediato

 

rastrellamento a Provaglio Val Sabbia, proprio alla frazione di Arveaco, dove erano stati individuati i partigiani grazie ad una delazione.

 

Frattanto, abbandona i compagni, il patriota Avigo e rientra la guida di Sabbio Chiese, che li aveva accompagnati da Vallio a Provaglio. Invece, incombendo ormai la sera, la Fiamma Verde Poli rimane con i giovani della «Matteotti», ripromettendosi di ripartire all’indomani, tanto più che aveva ritrovato tra i patrioti, Arnoldo Bellini, suo affezionato compagno d’infanzia.

 

Ma tutti avevano sottovalutato la notizia del rastrellamento, previsto secondo i loro calcoli purtroppo errati, nella tarda mattinata del giorno successivo.

 

Verso le 5 di domenica 4 marzo, ancora nell’oscurità, il partigiano Vignoni, che è incaricato della sussistenza, si avvia verso la frazione di Arveaco per ritirare il latte. A metà strada si imbatte improvvisamente nei fascisti del 40° Battaglione Mobile Camicie Nere che gli sparano una raffica di mitra, ferendolo ad una gamba e lo catturano. I colpi dei mitra fascisti rimbombano nel silenzio delle valli di quel mattino d’inverno e pongono in allarme i partigiani che, usciti dal fienile, si appostano dietro le rocce per la difesa.

 

Baronchelli impartisce un ultimo ordine alla squadra formata da Amolini, Facchetti, Bellini (Bufalo), Persavalli Santo e Persavalli Isacco: appostarsi un centinaio di metri più in alto, sotto il Besume, nascondendosi dietro alcuni grossi massi, onde contrastare un eventuale accerchiamento nemico.

 

Alle prime luci dell’alba inizia un nutrito conflitto a fuoco tra i fascisti e i partigiani della 7a «Matteotti», che sono limitatamente armati e scarseggiano di munizioni.

 

Ormai la luce è intensa e i contorni si disegnano nitidi verso la montagna. A lungo dura quella assurda battaglia, fra un pugno di patrioti e una trentina di fascisti armatissimi.

 

Infine, il gruppo dei partigiani che fronteggia il nemico, privo di munizioni, è costretto ad arrendersi. Domenico Signori che si è trincerato dietro un’alta roccia, spara gli ultimi colpi e, pur di non essere catturato, preferisce la morte gettandosi nel precipizio sottostante. Rimarrà incastrato fra le rocce, crivellato dalle raffiche dei mitra.

 

I fascisti, falsamente, promettono salva la vita agli 8 superstiti (Vignoni era già stato catturato). La squadra, comandata da Facchetti con Amolini, Bellini Walter e i due fratelli Persavalli, essendo più elevata e quindi fuori tiro dai fascisti, riesce a sganciarsi. I giovani dopo molte peripezie raggiungeranno il monte Spino, dove dei montanari li sfamano e li fanno riposare in una legnaia.

 

Ai partigiani arresi e catturati, vengono dai fascisti immediatamente legati i polsi dietro la schiena, malmenati, dileggiati e trascinati a forza di spintoni fino all’ingresso di Barghe. Qui un fascista ben conosciuto del luogo, andò incontro ai militi offrendo loro un fiasco di vino e ai ribelli assetati, un secchio d’acqua mescolata con aceto! Con un autocarro, vengono trasportati a Casto per un processo burla. Sentenza: condanna a morte.

 

Ormai sfiniti, i 9 giovani, subendo ogni sorta di violenza, vengono trascinati ad Idro, sede del comando della Compagnia, nuovamente interrogati dagli ufficiali e stipati poi in una angusta cella.

 

Sarà il cappellano militare degli sgherri fascisti – don Gildo Covilli – che avvicinerà i giovani morituri li confesserà e battezzerà, su sua richiesta, il belga Lanoy che era protestante.

 

Dopo gli ultimi estenuanti interrogatori e le sevizie, i nove giovani vengono caricati su di un autocarro la stessa notte del 4 marzo, sempre con le mani legate e fatti scendere a Barghe.

 

Inizia la «via crucis» degli eroici patrioti. Scalzi, laceri, feriti, schiaffeggiati e bastonati da una decina di militi neri, vengono spinti a piedi nudi lungo la sassosa strada che conduce a Provaglio di Val Sabbia. E’ intendimento dei torturatori fucilare i 9 giovani sul luogo della cattura, alla frazione Livrio, per giustificare – secondo gli ordini ricevuti – la loro morte come avvenuta in combattimento in quella località.

 

Ma i patrioti così martoriati e debilitati non ce la fanno più.

 

Giunti a Cesane si gettano a terra sfiniti. Ci voleva ancora un paio d’ore prima di raggiungere, in quelle condizioni, la frazione Livrio.

 

Allora i fascisti della terza Compagnia del battaglione mobile, perdono la pazienza. Li fanno alzare brutalmente coi calci dei mitra le li sospingono contro un grosso salice, in un campo vicino, chiamato «Vestér» che confina con la chiesetta della Madonna del Rocchino.

 

Ai piedi del grosso albero vengono tutti massacrati a bruciapelo.

 

Prima di abbandonare il luogo del delitto, il milite fascista Giovanni Ostini, spara il colpo di grazia alla tempia di ognuno.

 

Il plotone di questa barbara esecuzione era comandato dal tenente della G.N.R. Lucio Morana e ne facevano parte i militi: Epifani, Rotella, Giovanni Ostini, Borin Guglielmo e 3 trentini o bolzanini e due militi di Vestone.

 

Ormai è notte fonda. Alcuni fascisti raggiungono la Pieve di Cedessano a Provaglio di Sotto e bussano alla Canonica. Il parroco Don Damiani non apre. Teme che siano i partigiani, ma poi udendo gridare i fascisti che ci sono dei morti a Cesane e che devono essere sepolti in una fossa comune, senza funzione religiosa, si decide ad aprire ed accogliere in Canonica gli assassini.

 

Questo particolare viene confermato anche da suor Concetta,  la maestrina della frazione, che – essendo ospitata nella Canonica – verso le due del lunedì 5 marzo udì queste parole.

 

Gli assassini si trattengono per due ore in casa del Parroco che li ospita, offrendo loro alcune bottiglie di buon vino.

 

Se ne partono poi, sghignazzando e cantando le toro squallide canzoni, le crudeli belve fasciste, mentre per tutta Provaglio e la Val Sabbia, si propaga come un lampo la notizia, suscitando orrore e rabbia.

 

Il 5 marzo, ancora in mattinata, alcuni montanari, impauriti e scioccati dalla macabra e vile esecuzione, ricompongono i cadaveri e li trasportano, con improvvisate barelle, faticosamente, lungo la mulattiera che da Cesane sale alla Pieve di Cedessano. Qui, per disposizione del parroco i corpi vengono accatastati nella piccola carnera mortuaria (m. 3×2). Ma data la ristrettezza del locale, le povere salme vengono ammonticchiate una sull’altra.

 

Un gruppo di donne partigiane: Maria Boschi (Stella), Maresi (Wanda),  «Mercedes», accorrono per prime a Cedessano e ordinano al parroco che non vuole collaborare di aprire la camera mortuaria.

 

Le donne vogliono almeno tergere le ferite e i volti sfigurati dalle percosse e dal sangue dei giovani martiri, così barbaramente ammassati.

 

Un gruppo di bambini della vicina scuola elementare e la maestra Suor Concetta, recano dei mazzetti di bucaneve che depongono sulla porta dell’impossibile obitorio, mentre alcune donne del paese accorse, si inginocchiano a pregare, davanti a tanto orrore.

 

Intanto a Provaglio di Sopra, nel piccolo cimitero di Livrio, viene data pietosa sepoltura al partigiano Domenico Signori da Maria Bazzani, con la nonna e due montanari del luogo. La salma verrà poi riesumata nel maggio 1945, per i solenni funerali.

 

Lo stesso 5 marzo giunge un ordine del Comando del 40° Battaglione al podestà repubblichino di Provaglio V. Sabbia, Piero Pasini: «Raccogliere tutte le salme in una fossa comune nel cimitero di Cedessano, senza onoranze funebri».

 

Si consuma così l’ultimo infame atto di questo doloroso episodio.

 

La mamma della partigiana Maresi, rende noti tutti i particolari della tragica vicenda ai patrioti dei dintorni.

 

Quando conosce il modo col quale i fascisti volevano seppellire i poveri giovani, ha raccolto alcool, garza, cotone e bende, consegnandole alle donne partigiane che – con l’aiuto nascosto di alcuni garibaldini della 122a – dovevano ripulire i corpi degli uccisi e ricomporli poi nella fossa comune del cimitero.

 

Sono ancora «Stella» e «Mercedes» e questa volta Elsa Pelizzari, «Gloria», che si incontrano e pernottano in casa di «Stella», vicino al ponte di Barghe. Prendono accordi col comandante «Mosca», con alcuni garibaldini della 122a quali Massimo, Campanardi, Colombi ed altri, che attenderanno nascosti presso la Pieve, per aiutare le donne nel triste trasporto, riconoscere i cadaveri e porli nelle bare, col nome.

 

Ma, giunte il mattino del 6 marzo a Cedessano, esse non potranno far nulla perché già sono sul posto i fascisti del 40° Battaglione, con l’ordine dell’immediata inumazione delle 9 salme in una fossa comune del cimitero.

 

Le donne verranno interrogate, e, fortunatamente, grazie ad un documento che presenta «Gloria» (Pelizzari Elsa), saranno lasciate libere.

 

I fascisti precettano alcuni montanari nelle vicinanze e li obbligano a scavare una fossa appena dentro a sinistra del minuscolo cimitero e a trasportare e sistemare su due strati i corpi degli uccisi (5 sotto e 4 sopra). Intanto, dal basso erano giunte delle bare con la targhetta e i nomi dei caduti, bare che rimasero inutilizzate sino al giorno della riesumazione, custodite nella cappella-obitorio.

 

Il sacrificio dei giovani patrioti avvenne dopo meno di cinquanta giorni dalla Liberazione!

 

L’11 maggio 1945, il comandante della Brigata «Matteotti» di montagna Daniele Donzelli (Renato), ottiene la riesumazione delle salme degli eroici partigiani. Così tutte le salme vengono riesumate – compresa quella di Signori dal cimitero di Livrio – e raccolte nelle bare. Verranno portate a spalla dai partigiani, deposte poi su di un autocarro e tumulate a Prandaglio, a Villanuova e a Gavardo dove si svolgeranno solenni funerali.

 

Sul luogo del tragico fatto, nel campo Vestér, esisteva fino a qualche anno fa, il grosso tronco di salice,  trafitto dalle pallottole, muto testimone dell’orribile massacro. Oggi, dopo essere stato sdradicato è collocato nel museo della Resistenza di Forno d’Ono. Al suo posto esiste un cippo con i nomi dei caduti, inaugurato nel 1945.

 

Nel 1967 venne inaugurato l’attuale monumento ai caduti partigiani grazie alla iniziativa delle associazioni partigiane, di Enti, del senatore Albino Donati, di Leonida Tedoldi, di Amici Angelo e di numerosi antifascisti e partigiani riuniti in un Comitato.

 

L’opera dello scultore Moretti di Rezzato, in marmo di Botticino domina la Valle, a fianco della chiesetta del Ronchino.

 

Rappresenta un partigiano che impugna la fiaccola della libertà, accesa dal sacrificio dei 10 giovani patrioti caduti di cui sono riportati, nel marmo, i nomi e le fotografie.

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Deprechiamo indebite pressioni sulla magistratura da: anpi palermo

Il segretario dell’ANPI Palermo e il coordinatore regionale delle ANPI siciliane,  rispettivamente Angelo Ficarra e Ottavio Terranova, condividono pienamente e fanno propria l’indignazione espressa dallo storico Giuseppe Carlo Marino sull’inquietante iniziativa editoriale annunciata vistosamente dal “Corriere della sera” del 17 febbraio ultimo scorso. Si tratta del libro di G. Fiandaca e S. Lupo sulla trattativa Stato-mafia, che, secondo quanto riferisce la stampa, delegittimerebbe il lavoro dei magistrati della Procura di Palermo che proprio per questo processo sono oggetto delle minacce di morte della mafia. Soprattutto colpisce la tempistica dell’iniziativa che indubbiamente esercita una non indifferente ma indebita pressione sulla magistratura inquirente mentre è ancora in corso il procedimento giudiziario. Tra l’altro ricordano altre iniziative dello stesso tenore assunte in passato in occasione del processo per la trattativa Stato-mafia che riguardava l’allora  presidente del consiglio Giulio Andreotti del quale una definitiva sentenza della Cassazione accertò rapporti con cosa nostra fino all’anno 1980, pur dichiarandoli non perseguibili per avvenuta prescrizione.

ANPInews n.109

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

ARGOMENTI

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

In partenza per un necessario – anche se breve – periodo di riposo, scrivo rapidamente qualche annotazione sulla nascita del nuovo Governo, riservandomi di intervenire ancora sul tema quando ci sarà stato il dibattito parlamentare e si sarà visto il completamento del Governo, con sottosegretari e viceministri e si saranno intraviste le prime mosse

Ho già detto alcune cose ed espresso contrarietà e riserve, su questa materia, nel numero precedente (n. 108) della news e ad esso non posso che rimandare. Gli ulteriori passi compiuti nella settimana ne sono un esplicita e consistente conferma.

Renzi ha avuto l’incarico dal Presidente, immagino con molta soddisfazione, visto che questo è l’obiettivo che sta perseguendo, con costanza, da molti mesi (se non da anni); ed ha formato il nuovo Governo. Che dire? L’apparenza c’è: un Governo (quasi) nuovo, un numero limitato di ministri (ma sembra che ci saranno molti sottosegretari e viceministri, in modo che alla fine tutti saranno contenti), un’età media molto bassa, una consistente presenza femminile. Basta, questo, per essere tranquilli? (…)

La Corte di Cassazione ha annullato, in parte, la più recente sentenza della Corte d’appello di Brescia, nel procedimento che si occupa, ancora una volta, della strage di Piazza della Loggia, avvenuta – come è noto – alla fine di maggio del 1974. Sono trascorsi quarant’anni e che cosa abbiamo in mano?

L’assoluzione di Delfo Zorzi, per anni considerato il sospettato – indiziato numero 1 è ormai definitiva; ma c’è la prospettiva di un nuovo giudizio, in Assise d’Appello, nei confronti di Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonti. Certamente, quest’ultima parte è positiva, perché lascia aperta una strada ed una prospettiva. Ma se si pensa ai dodici processi, ai quarant’anni trascorsi da allora, agli otto morti ed ai cento feriti, si ha la sensazione orribile di una giustizia che non riesce a farsi strada, a darci almeno una verità giudiziaria su un fatto così tremendo(…)ANPINEWS N.109

Renzi a testa bassa contro le autonomie locali,giustizia e pubblica amministrazione Autore: enzo di salvatore da: controlacrisi.org

 

Nel discorso programmatico tenuto in Senato, Matteo Renzi ha affermato che è giunto il tempo delle “scelte radicali”. Alleggerire la macchina burocratica, riformare la giustizia, ripensare profondamente il ruolo della seconda Camera ed anche le relazioni tra tutti gli enti territoriali della Repubblica: questo è quanto chiedono i cittadini, che, per definizione, sono sempre più “avanti” della classe politica che siede in Parlamento.Negli appalti pubblici – sostiene Renzi – “lavorano più gli avvocati che i muratori”. E questo significa che qualcosa non funziona: non è più sostenibile che “i tribunali amministrativi regionali” debbano “discettare di tutto” e che “un provvedimento di un sindaco (in alcuni casi, anche del Parlamento) è comunque costantemente rimesso in discussione in una corsa ad ostacoli impressionante”.

Un brivido corre lungo la schiena. Secondo Renzi tutto questo è necessario perché in Italia non vi è più certezza del diritto. La domanda è: certezza del diritto del cittadino o degli investitori stranieri, i quali ritengono che l’ordinamento giuridico italiano sia un coacervo di norme buono soltanto ad ostacolare la realizzazione di progetti faraonici? Il dubbio è legittimo vista l’insistenza di Renzi sulla questione degli investimenti.

Ora, se, sulla base di date regole, gli atti amministrativi e le leggi della Repubblica sono soggetti ad impugnazione dinanzi agli organi di giustizia amministrativa (nel primo caso) e dinanzi alla Corte costituzionale (nel secondo caso) non è certo perché si è inteso volutamente organizzare in modo farraginoso la macchina della giustizia, ma perché quelle regole sono dettate a garanzia dei diritti dei cittadini. È quindi del tutto normale che – in ossequio al principio dello Stato di diritto – si debba poter “rimettere in discussione” tanto il provvedimento di un Sindaco quanto una legge del Parlamento dal punto di vista della loro legittimità. Nessuna decisione dei pubblici poteri – per quanto esigenze di celerità lo impongano – può tollerare scorciatoie, che facciano saltare il sistema di garanzia dei diritti. D’altra parte perché meravigliarsi? Appena due mesi fa il Governo Letta ha pensato bene di introdurre nel DDL sulla riforma del processo civile (collegato alla legge di stabilità 2014) un articolo che prevede che “anche al fine di favorire lo smaltimento dell’arretrato civile, il giudice possa definire i giudizi di primo grado mediante dispositivo corredato dall’indicazione dei fatti e delle norme che consentano di delimitare l’oggetto dell’accertamento, riconoscendo alle parti il diritto di ottenere a richiesta e previa anticipazione del contributo unificato, la motivazione del provvedimento da impugnare”. In pratica: per conoscere le motivazioni di una sentenza occorre pagare. Previsione, questa, oltre che di dubbia utilità ai fini della deflazione dei processi civili, palesemente illegittima perché posta in violazione dell’art. 111 della Costituzione, ove si stabilisce chiaramente che “tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati”, e dell’art. 24 della Costituzione, ove si riconosce che “tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi” (non potendosi, infatti, valutare l’opportunità di una impugnazione di una sentenza se non se ne conoscono le motivazioni).

È questa l’idea di certezza del diritto che ha in mente Renzi?

In relazione alla proposta di riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione Renzi afferma quanto segue: “Oggi il procedimento legislativo è farraginoso: lo sapete meglio voi di me. Oggi il numero dei parlamentari è eccessivo rispetto ai Paesi europei (…). Oggi c’è la possibilità di superare l’attuale conformazione del Senato, mantenendo fermi il no al voto di fiducia e il no al voto di bilancio e la possibilità di svolgere la funzione senatoriale, non come incarico figlio di un’elezione diretta e con un’indennità, ma, come nel modello tedesco, attraverso l’assunzione di responsabilità dai territori, impreziosito eventualmente – ci sono proposte in questo senso – da ulteriori figure espressioni del mondo culturale, accademico ed universitario. Questo tipo di proposta è il primo passo per recuperare la credibilità da parte dei cittadini nei nostri confronti. Quello immediatamente successivo è superare il Titolo V della Costituzione per come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi. Il Titolo V oggi ha la necessità di rivedere le competenze esclusive dello Stato e delle Regioni e di introdurre la possibilità per le Regioni di legiferare in ogni materia che non sia specificamente assegnata, ma contemporaneamente di introdurre una clausola di intervento della legge statale anche in materie che siano esclusivamente assegnate alla competenza regionale quando questo sia richiesto da esigenze di unità economica e giuridica dell’ordinamento. Noi prendiamo atto che, in questi anni, il ricorso alla Corte costituzionale, non dico che ha ingolfato la Corte, perché sarebbe scarsamente rispettoso delle Istituzioni, ma ha comunque provocato un eccesso di tensione tra le Regioni e lo Stato. Se noi oggi diciamo che non possiamo sostituire e tornare ad un centralismo della burocrazia statale, come ci siamo detti anche in occasione di questo intervento, è anche altrettanto vero che abbiamo bisogno di chiedere alle donne e agli uomini che guidano le Regioni e che ne fanno parte di prendere atto che è cambiato il clima nei confronti delle Regioni. È cambiato il clima sicuramente per ciò che è accaduto nel corso di questi anni in ordine ai rimborsi elettorali, ma è accaduto anche che, troppo spesso, la sovrapposizione di competenze dei Comuni, delle Province, delle Regione e dello Stato centrale con la linea europea a dare in qualche misura un ulteriore elemento di complicazione, ha reso sostanzialmente ingovernabile il sistema istituzionale. Noi proponiamo che, fin dal mese di marzo, la riforma del Senato parta del Senato e che la riforma del Titolo V parta dalla Camera”.

Secondo Renzi, il nuovo Senato dovrebbe comporsi di 108 rappresentanti degli Enti locali, 21 rappresentanti delle Regioni e 21 alte personalità nominate dal Presidente della Repubblica (ma non era stato abolito il Senato del Regno?). In questo modo, come si vede, le Regioni (titolari di una competenza legislativa) sarebbero messe all’angolo dagli Enti locali (titolari di funzioni amministrative). Quali siano poi le funzioni di tale Camera – e cioè con quali poteri partecipi al procedimento legislativo – non è dato sapere. Come se fosse un dettaglio trascurabile.

Si provi ora a saldare questa brillante proposta con quella (concomitante) di revisione del Titolo V. La riforma dell’assetto delle competenze legislative e amministrative che Renzi vorrebbe effettuare andrebbe in ogni caso a vantaggio dello Stato: non solo perché alcune nuove materie verrebbero ricondotte entro la competenza esclusiva dello Stato (l’energia, il turismo, ecc.), ma anche perché su quelle assegnate alle Regioni graverebbe in ogni tempo la minaccia della c.d. “clausola di supremazia”, simile – si ritiene – a quella presente negli ordinamenti federali e di cui già si discorreva nel disegno di legge di revisione costituzionale varato a suo tempo dal Presidente del Consiglio Monti: in questo modo, lo Stato avrebbe l’opportunità di decidere, di volta in volta, se la competenza regionale su una data materia debba essere esercitata dal Consiglio regionale oppure direttamente dal Parlamento.

Vero è che tale clausola ricorre nei sistemi federali, ma in nessun caso essa sta a significare che lo Stato centrale possa attrarre a sé una competenza legislativa degli Stati membri a proprio piacimento. La “clausola di supremazia” è una norma di chiusura del sistema, non una norma sul riparto delle competenze. E pertanto può essere attivata solo a patto che si sia rispettato il riparto costituzionale delle competenze.

È evidente che con il suo pacchetto di riforme Renzi vorrebbe depotenziare il ruolo che le autonomie territoriali attualmente godono entro il sistema costituzionale della Repubblica. E certamente non perché sia “cambiato il clima nei confronti delle Regioni”, anche “per ciò che è accaduto nel corso di questi anni in ordine ai rimborsi elettorali” (questo argomento non ha pregio semplicemente perché non è un argomento, dato che lo stesso potrebbe dirsi del Parlamento nazionale e, più in generale, di tutti gli organi dello Stato), ma più semplicemente perché (soprattutto) l’attività delle Regioni – intese come “macro Stati che pensano di poter governare tutto” (parole dello stesso Renzi) – sarebbe d’intralcio all’operato del governo del fare. Senza neppure che ci si chieda come mai la nostra Costituzione ha inteso informare la struttura della Repubblica al principio del decentramento politico-istituzionale.

Lo vorrei ricordare con le parole che Carlo Esposito – esimio costituzionalista – espresse nel lontano 1954: “la coesistenza nello Stato di questi centri di vita territoriale non costituisce, nella nostra Costituzione, un mero espediente giuridico-amministrativo o un utile strumento di buona legislazione ed amministrazione (…). Queste autonomie non hanno rilievo solo per la organizzazione amministrativa, ma incidono in profondità sulla struttura interiore dello Stato”, costituendo “per i cittadini esercizio, espressione, modo d’essere, garanzia di democrazia e di libertà”.

Il gattopardo Autore: Giorgio Cremaschi da: controlacrisi.org

Quando nel 1994 Silvio Berlusconi vinse le elezioni per la prima volta fu sollevato lo scandalo sul ruolo determinante che nel risultato elettorale aveva giocato il suo controllo su una parte rilevante del sistema della informazione. Questo scandalo non era solo sollevato da sinceri democratici, ma anche da quella parte del mondo dell’informazione controllata da chi era estraneo od ostile agli interessi di Berlusconi.
Ora De Benedetti, Berlusconi, Squinzi, Caltagirone, John Elkann, i rappresentanti italiani di Murdoch, cioè tutti coloro che in Italia gestiscono il sistema dell’informazione, e mi scuso con chi ho dimenticato, sono sostenitori, simpatizzanti o disponibili verso Matteo Renzi. Il suo è il primo governo delle larghe intese radiotelevisive, visto che l’ente pubblico Rai è da sempre il puro registratore dei rapporti di potere e quindi sta con Renzi per vocazione naturale.
Renzi è stato mediaticamente costruito ben più del padrone di Mediaset. Finora è stato solo un mediocre sindaco di Firenze, che non ha dato nessun particolare segno di innovazione: ha litigato con i tranvieri , ha lamentato le difficoltà a trovare i soldi per coprire le buche nelle strade, ha tagliato un pò di servizi accusando Roma, insomma ha fatto modestamente quello che fa la normalità dei sindaci, naturalmente godendo dello scenario di una delle città più belle del mondo. Cosa lo ha fatto diventare presidente del consiglio allora? Un gigantesco investimento mediatico sulla sua persona.
Se penso a quello che devono fare coloro che perdono il lavoro per farsi ascoltare, salire sulle gru è il minimo, o al fatto che il congresso CGIL, dove sono in discussione questioni rilevantissime per il lavoro ed il paese, è emerso dalle nebbie mediatiche quando Landini è stato minacciato di provvedimenti disciplinari e qualcuno è stato aggredito in una normale assemblea. Se penso a come funziona davvero la selezione e la costruzione delle notizie e delle personalità pubbliche nel mondo di oggi, resto stupito della magnifica costruzione mediatica che ha portato al governo del paese lo sconosciuto Renzi.
E ora la costruzione continua, il governo è un format.
Tolto il ministro della economia che è il fiduciario delle banche e del Fondo monetario internazionale, lì non si scherza, e qualche figura chiamata per maquillage democratico, il format del governo è: i giovani al potere, finalmente.
Peccato che questi giovani siano tutti pecore Dolly della politica. Ricordate quell’ovino clonato che i realtà si scoprì essere nato già biologicamente vecchio?
Ecco, la gioventù al governo è tutta clonata dai precedenti gruppi dirigenti, lo stesso presidente del consiglio a me ricorda un pò Craxi e un po’ Forlani, con una spruzzata di Andreotti per il gusto delle battute ciniche. Essi devono rappresentare il nuovo nella più pura tradizione del Gattopardo: cambiare proprio tutto perché non cambi proprio nulla.
Ma perché tutto questo? Perché i governi tecnici nella loro fredda brutalità distruggono consenso e questo è molto pericoloso per un sistema di potere che sa perfettamente che le politiche di austerità non sono una emergenza temporanea, ma il modo di funzionare che si vuole imporre all’economia e alla società per tutti i prossimi anni. Ci vuole più consenso e quindi bisogna inventare una narrazione che appassioni un poco, che illuda che alla fine usciremo dalla crisi. Renzi serve a questo, intanto passa un po’ di tempo poi si vedrà.
Quando poi il personaggio comincerà a stancare se ne inventerà un altro con gli stessi mezzi, sono sicuro che i talent scout del palazzo sono già al lavoro nella selezione tra nuove sconosciute promesse.
Oggi i signori dell’informazione sono al governo del paese, verrebbe da dirgli: governate allora! Ma sono sicuro che quando le cose cominceranno ad andare come al solito la grande informazione si scoprirà di governo e di lotta e contribuirà alla caduta di Renzi, come è accaduto agli inizialmente santificati Monti e Letta
Questo almeno fino a che tutte e tutti coloro che son fuori dai palazzi non saranno in grado di organizzarsi e di scontrarsi con i poteri veri, per cambiare le cose sul serio.

Libri & Conflitti. La recensione di CRONACHE DA UN MANICOMIO CRIMINALE Autore: carlo d’andreis da: controlacrisi.org

Libri & Conflitti. L’estratto qui

Un testo necessario “Cronache da un manicomio criminale”, di Dario Stefano Dell’Aquila e Antonio Esposito (edizioni Dell’Asino, euro 12,00), con prefazione di Assunta Signorelli che racconta le condizioni degli Opg (Ospedale psichiatrico giudiziario) nella prima metà degli anni settanta, proprio mentre si discuteva della legge Basaglia, la numero 180 del 13 maggio 1978.
La narrazione è centrata sulla testimonianza-denuncia (e per la prima volta trascritta in versione integrale), di Aldo Trivini, detenuto dal ’72 al ’74 nell’Opg di Aversa; a conferma e integrazione di questa testimonianza ne sono riportate altre di diversi detenuti dello stesso Opg. Hanno scelto di parlare “perché sono ingiustizie, cose disumane ed è giusto che si sappiano”, detto con le parole di C.G. di Benevento.
L’istituto è famoso per avere ospitato detenuti di cui la cronaca nera si è occupata molto, come Giovanni Passannante (“l’anarchico che attentò senza esito la vita di Umberto I”), la contessa Pia Bellentanie e nel periodo in questione Raffaele Cutolo (che evase corrompendo alcuni agenti).
È grazie alla testimonianza di Aldo Trivini e all’impegno di associazioni come Soccorso rosso, Medicina democratica e Psichiatria democratica se è stato possibile fare un po’ di luce su ciò che accadeva oltre le porte di una “istituzione totale”, quella dei manicomi criminali; per loro natura sono stati e sono veri e propri luoghi dell’orrore, dove i pazienti-detenuti sono trattati come – e peggio – di animali. Costretti persino a subire violenze fisiche e psicologiche da parte dei loro carcerieri. Sono luoghi dove le condizioni igieniche sanitarie, così come il cibo, sono disgustose e l’unica terapia consiste nella costrizione fisica con i letti di contenzione combinata a quella farmacologica dei calmanti.
Il libro è arricchito da preziosi compendi di autori che ci fanno comprendere il contesto sanitario e l’aspetto legislativo di queste strutture dove si confonde la terapia alla custodia, la malattia alla giustizia, dove “Lo spazio chiuso dell’internamento manicomiale non ha altro esito possibile che quello di una violenza, più o meno evidente, verso ciò che custodisce”.
Come si apprende dalle conclusioni, i vari rapporti delle commissioni europee e parlamentari ci dicono che, i raccapriccianti fatti raccontati dal Trivini si ripetono ancora oggi.
Questo libro “va ben oltre l’esigenza, in ogni caso fondamentale, di fare memoria”. Si tratta di un testo di conoscenza e analisi per tenere alta l’attenzione su uomini e donne spesso incapaci di reclamare i propri diritti.
Efficace la scelta dichiarata degli autori di una trascrizione delle testimonianze nel loro linguaggio originale con l’obiettivo di restituire in modo più efficace la crudeltà di quei posti rispetto al linguaggio diplomatico e tecnico delle relazioni e dei trattati scientifici.

Il Partigiano Nicola Di Salvo-Palagonia