Incontro con Manuela Ulivi organizzato dala RagnaTela rete di associazioni tra cui ANPI Catania

In occasione della giornata mondiale contro la violenza alle donne, sabato 23 novembre si è svolto a Catania un incontro con la Presidente della Casa delle donne maltrattate di Milano, l’avvocata  Manuela Ulivi. L’incontro è stato voluto e organizzato dalla Ragna-Tela, una rete catanese di donne e uomini, al cui interno gravitano una ventina di associazioni, che si sono riunite più di due anni fa per contrastare la violenza sessista.

Durante il pomeriggio, nel salone gremito della CGIL , l’avvocata Manuela Ulivi ha raccontato della sua esperienza di avvocata civilista della casa di  accoglienza e del percorso che insieme alle altre donne è stato fatto per affrontare le problematiche relative alle violenze di ogni tipo alle donne. L’incontro è proseguito, dopo la presentazione di Anna Di Salvo e la relazione di Manuela Ulivi, con moltissimi interventi da parte di uomini e donne desiderose/i di raccontare le proprie esperienze e di chiedere consigli all’avvocata. 

La casa delle donne maltrattate di Milano è un’associazione di donne nata circa 20 anni fa, la prima fondata in Italia, che aiuta le “donne in stato di temporaneo disagio”, come Manuela Ulivi preferisce definire le donne che subiscono maltrattamenti, ad uscire dalla violenza, che quasi sempre ha le sue radici in famiglia ad opera di mariti, fidanzati, padri o parenti.

Tanti i punti su cui la Ulivi si è soffermata, prima di tutto sulla necessità di mettere la “Donna al centro”, ascoltandola e aiutandola ad esprimere la propria volontà, senza soffocarla imponendole le cose da fare ma creando con lei una relazione: “Spesso ci ritroviamo a dire agli altri cosa dovrebbero fare, soprattutto se sono donne. Stare a fianco della donna maltrattata, o essere anche solo un suo potenziale punto di riferimento, sapere per lei che c’è un’altra donna che è sempre disposta ad ascoltarla, è il senso anche del lavoro di un’avvocata che ha visto tutta l’ambiguità e la complessità del rapporto con un uomo violento” e ancora “Ho ascoltato storie di donne che mi hanno raccontato il loro privato, intimo e doloroso insieme. Aprendosi, mi hanno detto chi sono io: grazie alle relazioni, allo scambio di esperienze e al riconoscimento   delle violenze nascoste o psicologiche, semplicemente perché si è donne”

Mettere al centro la donna significa anche creare una rete di competenze e relazioni con gli addetti ai lavori,  i servizi sociali, le forze dell’ordine, le Procure, mantenendo sempre la donna protagonista dei diversi passaggi che la possono portare fuori dalla violenza.

Manuela Ulivi ha raccontato anche dei diversi progetti portati avanti dalla Casa delle donne di Milano come quello sulla “sicurezza”,  che permette di valutare il rischio per la donna di tornare a casa. “Le donne che subiscono violenza pensano di poterla gestire, ma è una sensazione di onnipotenza che può portare a situazioni di pericolo”, spiega la Ulivi. “È attivo anche un progetto per le giovanissime”

Un altro degli argomenti trattati è stato quello delle leggi: “Il problema non sono le leggi e, probabilmente non ne servono di nuove, il problema è la loro applicazione. La formazione dei magistrati che devono interpretarle, la formazione delle persone (professionisti, medici, avvocati, psicologi, servizi sociali, forze dell’ordine). Senza una forza d’urto contro ciò che non funziona non andiamo avanti. Maltrattamento è una norma che esiste dal 1939, dall’approvazione del Codice Penale, è stata applicata solo dopo che i centri antiviolenza hanno cominciato a porre il problema di che fine facessero quelle denunce di maltrattamento” “così come la misura cautelare del divieto di dimora, per allontanare, in attesa del giudizio, dall’abitazione domestica chi, anche dopo la denuncia, continuava a mantenere lo stesso tipo di condotta, misura che incomincia ora a essere applicata a Milano”

Un ultima battuta è sui mass media “Finalmente si parla di maltrattamento ed il fenomeno è all’attenzione di tutti. Anche se a volte è usato per farsi pubblicità e fare carriera”, denuncia l’avvocata, che confessa di essere «stufa dell’antiviolenza commerciale, quella delle campagne pubblicitarie alla Yamamay”. “Ci vanno tutti a nozze – insiste – perché è un argomento che paga e attira, poi noi facciamo il lavoro sporco. Ma non siamo crocerossine, noi mettiamo la donna al centro e attorno a lei tutti quelli che possono dare una mano” e racconta anche di come le donne  della Casa di Milano hanno deciso di non andare in televisione “Tante volte siamo state invitate – afferma – ma non volevano che raccontassimo la nostra esperienza, solo che portassimo una donna”.

Conclude  raccontando che  le socie della Casa si occupano anche di formare le operatrici dei centri di ascolto, negli ultimi anni sempre più in aumento: “Aprite gli sportelli, ma fatelo bene”, raccomanda l’avvocata.

Mirella Clausi                                                                     Catania, 28/11/2013

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L’ANPI CATANIA invitata dall’Ambasciatore dello Stato della Palestina in Italia Dott.ssa Mai Alkaila alla celebrazione della giornata di solidarieta’ con il Popolo Palestinese ’ a Catania il giorno 29 Nov

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Discorso tenuto dall’Ambasciatore dello Stato della Palestina in Italia Dott.ssa Mai Alkaila alla celebrazione della giornata di solidarieta’ con il Popolo Palestinese ’ a Catania il giorno 29 Nov

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    nella sala conferenze del Palazzo della Cultura in Via V. Emanuele n. 121. La giornata mondiale della Solidarieta’ con il Popolo Palestinese sancita dall’ONU in virtu’ del mandato conferito dall’Assemblea Generale con le risoluzioni 32/40 B del 2 dicembre 1977. Quest’anno l’Ambasciata Palestinese in Italia ha deciso di celebrare la giornata italiana a Catania in virtu’ dei profondi legami che da anni uniscono la comunita’ palestinese alla cittadinanza catanese e alla grande tradizione di ospitalita’ che caratterizzano Catania.

Rodotà: La riforma costituzionale del Barone di Münchausen | Fonte: Repubblica | Autore: Stefano Rodotà

 

La maggioranza di governo si riduce, le intese da larghe si fanno strette, e sembra pure che si restringa il programma delle riforme costituzionali. Ricordate? Il “cronoprogramma”, diciotto mesi per vincere una sfida che dura da anni, comitati di saggi, una sessantina di articoli da modificare: una costruzione barocca, per certi versi politicamente e culturalmente insensata, culminata nel disegno di legge costituzionale di manipolazione dell’articolo 138 della Costituzione, l’essenziale norma di garanzia scritta per mettere il testo costituzionale al riparo da forzature congiunturali. Ora si parla di tornare sulla via maestra, di circoscrivere le modifiche da apportare alla Costituzione e di seguire la procedura dell’articolo 138 nella sua integralità.

Che cosa accadrà in concreto, è troppo presto per dirlo. E tuttavia questa tardiva resipiscenza merita un momento di attenzione. Tardiva, perché fin dai giorni della formazione del governo Letta s’era detto che sarebbe stato più corretto, e anche più funzionale, avviare una revisione sui punti già assistiti da un sufficiente consenso (uscita dal bicameralismo perfetto, riduzione del numero dei parlamentari). Se fosse stata subito imboccata questa strada, oggi potevamo essere vicini all’approvazione di questa non indifferente riforma. Ma questa resipiscenza, proprio perché tardiva, fa nascere problemi che debbono essere subito messi in evidenza, che non possono essere furbescamente elusi o occultati.

Il primo riguarda il fatto che proprio questa inversione di rotta conferma che ormai la Costituzione viene considerata come una semplice pedina di giochi politici a breve, di convenienze. Non siamo di fronte ad un vero recupero della cultura costituzionale, ma quasi al suo contrario. Che questo, oggi, possa avere un effetto positivo, non è certo indifferente. Ma la complessiva temperie istituzionale non muta e altri effetti, tutt’altro che positivi, possono prodursi.

L’attenzione, allora, deve essere rivolta al disegno di legge di modifica dell’articolo 138, già approvato dal Senato in seconda lettura e che sta per essere portato alla Camera per la sua approvazione definitiva. Che fine farà? Sarà messo prudentemente in un angolo o si procederà con la logica delle azioni parallele? In quest’ultimo caso saremmo di fronte ad una sorta di stralcio, con un paio di questioni – bicameralismo, riduzione dei parlamentari – affidate alla procedura di un articolo 138 non modificato, mentre la questione di fondo, dunque la modifica della forma di governo, rimarrebbe prigioniera dello strappo determinato dalla manipolazione dell’articolo 138, divenuta così ancor più evidente e clamorosa.

È una soluzione inaccettabile, in cui si riflette soltanto la disperazione di una maggioranza che proclama in ogni momento d’essere forte perché sa benissimo d’essere debolissima, e che assomiglia sempre di più a quel barone di Münchausen che voleva uscire dalle sabbie mobili tirandosi per i propri capelli. Un doppio binario non è ammissibile. Si certificherebbe che, là dove si riesce a costruire quel consenso largo necessario per le riforme costituzionali, si possono rispettare le regole. Dove, invece, questo non è possibile, si procede per strappi e forzature. Che razza di democrazia “costituzionale” diverrebbe la nostra?

Considerando il merito delle riforme, poiché vi sono molti modi di affrontare le questioni ricordate, si deve discutere seriamente almeno quali sarebbero gli effetti dell’abbandono del bicameralismo perfetto per quanto riguarda la nomina del presidente del Consiglio, che può avere riflessi sul ruolo del presidente della Repubblica; la questione della fiducia al governo; il procedimento legislativo, che non può essere totalmente concentrato in una sola camera. Inoltre, la furia un po’ cieca che ha portato a ritenere, troppe volte con argomentazioni soltanto di risparmio di spesa, che l’efficienza si raggiunga con il taglio dei parlamentari, dovrebbe essere temperata da una riflessione che, mantenendo fermo questo criterio, tuttavia si chieda quanto tutto questo inciderebbe sulla rappresentanza dei cittadini. Scomparsa, infatti, l’elezione diretta del Senato, questa sarebbe tutta affidata agli eletti alla Camera dei deputati, il cui numero diventa determinante. Emerge così la questione generale del mantenimento, attraverso la riforma, del carattere parlamentare e rappresentativo della nostra Repubblica.

Si giunge così ad un punto chiave. Sembra di scorgere, dietro questo possibile cambiamento di linea, anche la volontà di creare condizioni più propizie alla riforma della legge elettorale. Se, tuttavia, questa assumesse caratteristiche sostanzialmente ipermaggioritarie, sacrificando tutto all’affermazione falsa che in tutti i paesi democratici immediatamente dopo il voto è sempre automaticamente identificata la maggioranza di governo (e la Germania di oggi? e la Gran Bretagna di ieri?), la forma di governo ne risulterebbe modificata in maniera surrettizia, impropria.

Non sollevo difficoltà. Cerco di indicare i punti di una discussione che può essere proficua se viene liberata dalle forzature e dai secondi pensieri che l’hanno finora accompagnata, e rischiano di inquinarla ancora. E, soprattutto, se viene ricondotta al nuovo contesto politico così bene individuato ieri da Piero Ignazi, ricordando quanto sia mutato da quello originario, di cui era parte organica un’altra idea di riforma costituzionale.

Questa è la novità dalla quale non si può sfuggire, e mi pare che lo abbia opportunamente messo in evidenza, con anticipo, Pippo Civati sottolineando come, al di là del fatto contabile, non vi siano più politicamente i “numeri” per la riforma dell’articolo 138. Questa è la riflessione alla quale non ci si può sottrarre, a meno che la politica non si incaponisca nel ritenere che l’unico orizzonte possibile sia quello della brevissima convenienza, senza recuperare un briciolo del rispetto dovuto alla sua fondazione costituzionale e al modo in cui questa, con ben diversa sensibilità, è ormai percepita in una parte sempre più larga della società italiana.

Lettera aperta a Maria Carrozza | Fonte: www.amigi.org | Autore: Piero Bevilacqua

 

Cara ministra Carrozza,
ho nutrito qualche speranza per le sorti della nostra università quando lei ne ha assunto il dicastero. Ho immaginato che – pur all’interno di un governo che tradiva il mandato degli elettori e nell’auspicata brevità del suo mandato – potesse intervenire almeno su un aspetto limitato, ma importante della vita dei nostri atenei. Un aspetto, come chiarirò più avanti, che non comporta alcuna spesa, realizzabile in tempi brevissimi con un dispositivo di legge. L’ho sperato perché lei è donna di scienza ed è per giunta pisana, come Galilei.

E dunque rammenterà bene il motto cui si ispirava l’Accademia del Cimento: «Provando e riprovando ». Dove quel “riprovando”, come lei ben sa, non significa “provare di nuovo”. Questo in genere lo credono gli economisti neoliberisti – per lo meno quelli che hanno notizia dell’Accademia del Cimento – i quali immaginano che le loro ricette falliscono e producono effetti dannosi, perché male applicate e non perché errate in sé e alla prova dei fatti. Per tal motivo vogliono “riprovare” a imporle. Mentre il “riprovare” galileiano significa rigettare, rifiutare come erronea una ipotesi che ha mostrato la sua fallacia alla verifica sperimentale.

Ora lei aveva (e ha) la cultura e gli strumenti per cominciare a riprovare il Grande Errore, sperimentato in Europa negli ultimi 15 anni, che sta distruggendo le nostre università. E il Grande Errore – che ha certificato il suo universale fallimento nella Grande Crisi in cui ci dibattiamo – ha la sua radice nell’idea di assoggettare l’intero sistema formativo alle stringenti necessità competitive delle imprese. L’università ridotta ad azienda, secondo la perfetta esemplificazione popolare. Tale pretesa, imposta a suon di leggi, senza alcun confronto e dibattito con la comunità dei docenti e degli studenti, ha cambiato radicalmente la vita delle nostre università. Essa ha dissolto ogni preoccupazione del legislatore per la qualità dell’insegnamento e della ricerca, per il contenuto delle discipline, il modo di insegnarle (non solo nell’università, anche nella scuola), e ha trasferito tutta l’attenzione riformatrice, con una furia normativa senza precedenti, sul versante della “produttività”, dei risultati e del loro asfissiante controllo. Non più il che e il come, ma il quanto. Quanti “prodotti” ( è questo il termine che si usa ormai per nominare libri e saggi) sono stati pubblicati dai docenti, quanti laureati producono le varie Facoltà, in quanto tempo, per quale mercato del lavoro? Il mostro burocratico dell’Anvur, inefficiente e sbagliato, è figlio di questa idea. Ad essa ubbidiscono ormai da anni gli sforzi quotidiani di docenti, amministratori, studenti impegnati nel compito di rendere misurabili e giudicabili le loro prestazioni. E sotto lo stesso cielo basso si muove ora la sua trovata del Liceo breve. In Italia, in maniera particolare, la pressione del Ministero e dei rettori ha un carattere manifestamente punitivo, come ha ben mostrato Gaetano Azzariti (il manifesto, 12.11.2013). Sicché, paradosso già evidente in vari ambiti sociali, la cultura neoliberista, che critica l’intromissione dello stato e il peso delle burocrazie, opera in direzione esattamente contraria. Non c’era mai stato, nelle nostre università, tanto Stato e tanta burocrazia quanto oggi.

Lentamente il modello storico dell’università cambia, da istituzione che realizza ricerca e fornisce insegnamento, diventa il luogo in cui si fa insegnamento (sempre meno alimentato dalla ricerca) e amministrazione. Affannosa amministrazione di norme sempre nuove. La pretesa del legislatore di controllare l’economicità di ciò che si studia e di ciò che si insegna non solo ruba tempo ed energia agli studi e alla ricerca. Non solo ha portato a sottrarre risorse rilevanti alle discipline umanistiche considerate poco utili all’economia del paese. Non solo tende a impedire per l’avvenire progetti di grande respiro, che richiedono lavoro di lunga lena da parte dei giovani studiosi. Lei immagina oggi, cara ministra, un giovane Fernand Braudel che investe anni di ricerca per scrivere il suo vasto affresco sul Mediterraneo, non avendo alcuna certezza della sua stabilità, mentre i suoi colleghi vincono i concorsi pubblicando brevi articoli? Non è solo questo, che è già grave: un piano di rimpicciolimento delle figure intellettuali delle generazioni venture. Avanza l’idea perniciosa di piegare il mondo degli studi e della ricerca a una pianificazione di tipo “sovietico”, nel tentativo di stabilire non solo quali discipline, ma anche quali professioni sono da privilegiare e quali da bandire.

Il numero chiuso, gli sbarramenti che tante Facoltà innalzano per impedire le iscrizioni dei giovani, annunziano questa crescente subordinazione della formazione delle nuove generazioni alle richieste mutevoli e contingenti del mercato del lavoro. Ma qui c’è una frontiera invalicabile che l’università deve difendere. Debbo proprio ricordarle che l’università già ubbidisce, in maniera mediata, alla divisione sociale del lavoro del nostro tempo? Per quale ragione le nostre Facoltà laureano ingegneri, chimici, medici se non per rispondere con saperi specialistici al mercato del lavoro di una società industriale avanzata? Ma tra le imprese e l’università sino a oggi ha operato l’autonomia di quest’ultima. Oggi la tendenza dispiegata è di piegare le università a criteri di economicità aziendale e rozzamente produttivistici. Il modello irresistibile è quello delle imprese di ricerca biotecnologiche, quotate in borsa, che finalizzano gli studi alla produzione di brevetti e alla realizzazione di profitti. Sapere per fare danaro. Ma questa linea decreterebbe la morte del sapere libero quale finora l’abbiamo conosciuto, il taglio delle radici della nostra civiltà. E si tratta per giunta di una tendenza miope e miserabile anche sotto il profilo economico.

E’ la cultura che crea l’economia, non il contrario. Occorre capovolgere il pensiero neoliberista. Non sono le ragioni transitorie di un capitalismo selvaggio e senza regole che devono comandare gli orizzonti della ricerca. L’università non deve solo ubbidire al mercato del lavoro, lo deve anche creare. Il sapere deve inventare nuovi scenari e professioni possibili. Carlo Cattaneo, nel suo secolo (forse più lungimirante del nostro), usò una suggestiva metafora per indicare l’apporto che la scienza e il dinamismo urbano avevano dato alla sviluppo delle nostre campagne. «La nuova agricoltura – scriveva – nasce nelle città ». E’ questa oggi l’altezza della sfida. L’università non solo deve creare la “nuova economia”, deve contribuire a una idea di società possibile, perché quella che ci lascia in eredità il capitalismo tardonovecentesco è in rovina.

E allora, cara ministra, anche senza risorse lei, col concorso di tanti parlamentari, potrebbe azionare la leva capace di avviare un processo di liberazione della nostra università. Bandisca i crediti come criterio di misurazione delle discipline. Tolga dalle nostre Facoltà e dalle menti degli studenti l’ossessione dell’accumulo di esami e lezioni come mezzi finanziari per realizzare un profitto. Restituisca ai saperi la loro dignità, li rifaccia diventare Letteratura italiana, Filosofia teoretica, Antropologia culturale, Storia contemporanea…Oggi sono numeri di una banca virtuale. Favorisca il ritorno di una didattica orientata da materie fondamentali e complementari con cui gli studenti possano programmare con semplicità il loro curriculum. A molti può sembrare una richiesta minimale, soprattutto alla luce della drammatica scarsità di risorse in cui l’università è stata gettata. Non è così. Occorre strappare almeno in un punto l’ordito totalitario del pensiero unico. Da qui si può partire per cominciare a rovesciare il Grande Errore, che è prima di tutto culturale, trovare lo slancio per cancellare a poco a poco la montagna burocratica sotto cui sta soffocando il mondo degli studi. Anche così la rivendicazione per nuove risorse e investimenti in sapere può ritrovare energia e prospettiva.

Conosciamo, cara ministra, l’obiezione possibile a tale iniziativa: i crediti sono uno strumento di valutazione ormai utilizzato negli atenei d’Europa. La risposta che viene d’istinto è: non c’è alcun obbligo a imitare la stupidità sol perché essa viene praticata a scala continentale. Quella meditata dice: si possono far corrispondere ai vari insegnamenti delle numerazioni per l’interfaccia con quelli europei e il problema è risolto. Perché non dovremmo essere noi italiani a far uscire dal sonno dogmatico gli atenei d’Europa? Dopo tutto, l’università è nata da noi. Avremmo qualche ragione storica e autorevolezza per avviare la liberazione dell’università europea dall’abiezione e dalla stupidità dell’economicismo.

Come nacque la Berlusconomics | Fonte: Il Manifesto | Autore: Tonino Perna

 

Alla fine degli ani ’70 del secolo scorso arrivò al potere negli Usa un modesto attore di film western che divenne lo strumento con cui la grande finanza e le imprese multinazionali riuscirono in pochi anni a creare un altro modello economico: la Reaganomics. Non era un modello originale, ma l’estremizzazione di categorie rimaste confinate nel dibattito accademico. Negli anni ’70, infatti, scricchiolava e perdeva prestigio l’economia neokeynesiana per gli effetti della stagflazione, una crescita significativa dell’inflazione accompagnata a bassa crescita o stagnazione, unitamente ad un alto livello di disoccupazione.

Questo fenomeno metteva in difficoltà gli economisti: un tasso sostenuto di inflazione si era storicamente accompagnato alla crescita economica (eccetto i casi di iperinflazione) , allo stesso modo in cui la stagnazione economica era storicamente correlata ad una caduta dei prezzi. In sostanza, il mercato capitalistico non rispondeva più alle leggi della domanda e dell’offerta, per cui in presenza di un alto tasso di disoccupazione e crescita zero si doveva assistere ad un abbassamento del livello salariale, tale da permettere al sistema economico di riprendersi e riassorbire, nel medio-lungo periodo, una parte rilevante dei disoccupati.

Keynes negli anni ’30 aveva spiegato bene che i salari hanno una rigidità verso il basso dovuto a quella che lui definiva “l’illusione monetaria”, determinata per altro dalla presenza di forti organizzazioni sindacali. E proprio queste negli anni ’70 avevano determinato in tutto l’Occidente ondate di lotte sociali, dentro e fuori le fabbriche, che avevano portato a netti miglioramenti nel tenore di vita dei lavoratori.

Il sistema aveva retto finché non si era arrivati ad un alto livello di sovrapproduzione alla fine degli anni ’70. Ed è questo il momento in cui entra in scena Ronald Reagan che sposa la politica economica della scuola di Chicago di Milton Friedman, che individuava nell’eccesso di spesa sociale, di fisco punitivo per i redditi alti, di mercato del lavoro “rigido”, le cause della crisi. La terapia, pertanto, consisteva nel ridurre drasticamente le aliquote per i profitti ed i redditi alti, liberalizzare i movimenti di capitali, in un quadro di decentramento produttivo che portò in un decennio ad uno spostamento dell’industria manifatturiera statunitense fuori dal paese, indebolendo il momento sindacale ed il potere contrattuale dei lavoratori.

Se osserviamo la distribuzione del reddito negli Usa nel periodo 1950/1978 , divisa per quintili, vediamo che il quinto più povero della popolazione aveva aumentato il reddito reale del 140%, il quinto più ricco del 99%. Di contro nel periodo 1978-1993, con l’avvento della Reaganomics, il quinto più povero perde il 19% mentre il quinto più ricco guadagna il 18% in termini reali. Il cambiamento di rotta era stato netto. Per l’Italia questa inversione di tendenza arriva all’inizio degli anni ’90, con la crisi del ’92, la svalutazione del 30% della lira e l’indebolimento del movimento dei lavoratori.

E’ in questo contesto che bisogna inquadrare l’arrivo di Berlusconi al potere. Lui era un parvenu, che aveva fatto una grande fortuna in pochi anni grazie ai legami con il potere politico (Craxi) e le negoziazioni con le organizzazioni criminali (mafia siciliana). Era un nuovo tipo di borghese, che assomigliava tanto a quella “classe agiata” analizzata da Veblen, ignorante ed ingorda, ambiziosa e arrivista senza scrupoli morali, degli States alla fine del XIX secolo. Ed anche un nuovo tipo di imprenditore che aveva fatto la sua fortuna, non nella tradizionale industria manifatturiera, ma con i nuovi mezzi di comunicazione (la tv privata) dove economia, spettacolo ed ideologia, si intrecciano. La vecchia borghesia italiana, le grandi famiglie degli Agnelli, Pirelli, Costa, ecc., il salotto “buono” di Cuccia, all’inizio lo sottovalutarono o lo snobbarono, ma in pochi anni dovettero venire a patti con il nuovo padrone.

Berlusconi portava avanti con la sua forza comunicativa e con i potenti mezzi di cui disponeva un nuovo credo: il denaro crea l’onore e la stima sociale, indipendentemente da come si è arrivati a possederlo. Non bisogna più vergognarsi di essere ricchi, anzi bisogna sfoggiare la ricchezza, e la ricchezza individuale è alla portata di tutti quelli che sono capaci “i vincenti”, e fa bene a tutto il paese perché genera nuovi consumi e posti di lavoro. In questa visione della realtà sociale, lo Stato diventa un parassita che va drasticamente ridotto, ma allo stesso tempo è la fonte di extraprofitti, che solo la mano pubblica può offrire. Questa nuova ideologia offriva una legittimazione politica a quel sentimento antistatale così diffuso nel nostro paese, unitamente al bisogno di trovare quel salvatore della patria, l’uomo della Provvidenza, che gli italiani continuano a sognare ciclicamente. Da qui la corsa verso un aumento del debito pubblico, unico strumento che permetteva contemporaneamente una grande evasione dei ceti medio-alti e un po’ di assistenza per mantenere il consenso, nonché il finanziamento delle Grandi Opere per garantire il cerchio magico dei Grandi Affari.

Il Cavaliere non ha abbassato le imposte, come aveva fatto Reagan per il ceto medio-alto, non ha smantellato bruscamente lo Sato sociale, come avevano fatto la coppia Tacher-Reagan, ma è riuscito a ridurre progressivamente lo Stato sociale ed i diritti, all’interno di un quadro di illegalità diffusa e capillare. Qui sta la profonda differenza con la Reaganomics, la versione berlusconiana del neoliberismo che si sposa con la via criminale al capitalismo. Negli States e nell’Inghilterra, l’ideologia neoliberista è passata attraverso le leggi e l’imposizione/repressione di uno Stato forte, la via italiana al neoliberismo è transitata dolcemente attraverso regole non scritte, uno smantellamento progressivo dello Stato di diritto, un’autostrada che è stata offerta alla borghesia criminale emergente.

La Berlusconomics è così diventata un modello sociale in cui il denaro si legittima da sé, la corruzione è la norma per fare affari, l’evasione fiscale un dovere per sottrarsi al furto di risorse da parte di uno Stato rapinatore e sciupone. E se dopo vent’anni, decine di scandali e frodi i sondaggi lo danno ancora come uno dei leader più forti è perché una parte degli italiani, che oserei stimare in oltre un terzo, condivide, pratica ed ha interiorizzato quel modello. Chi conosce dal di dentro il mondo delle imprese sa che sono rarissime le gare d’appalto che si vincono per meriti, senza pagare una “tangente” o aver negoziato uno scambio di favori. Chi conosce il mondo della piccola impresa sa quanto è diffuso il lavoro nero perché in questo paese la gran parte degli ispettori del lavoro sono corrotti o indulgenti. Chi conosce il mondo dei professionisti- avvocati, commercialisti, consulenti finanziari- sa come il loro reddito dipende in buona parte dalla capacità di aggirare le norme, di evadere le tasse, esportare i capitali nei paradisi fiscali.

C’è anche un rovescio della medaglia. Per chi vuole vivere nella legalità, il carico fiscale, soprattutto sulla piccola e media impresa, è diventato insopportabile. Nelle microimprese, artigianali o commerciali, se si rispettassero tutte le norme la gran parte potrebbe chiudere i battenti. Per chi subisce un torto e spera nella giustizia civile rischia di fallire prima che si concluda un processo. Per chi commette un reato penale, se non è amico della Cancellieri, rischia di restare in attesa di giudizio per anni.
Questo sfascio istituzionalizzato non ha fatto altro che far crescere la massa di coloro che si sono identificati, per rabbia o per necessità, nella Berlusconomics. Il sistema si è autoalimentato finché non è scoppiata la crisi finanziaria che si è riverberata sull’economia reale, ed il modello è andato in tilt. Ma, la Berlusconomics ha messo ormai radici profonde nel nostro paese e sarà difficile sradicarle nel medio periodo.

Il rischio è che chi verrà dopo di lui, faccia quello che hanno fatto Clinton o Blair: mantenere sostanzialmente il modello, spuntando solo le parti più indigeste. Il nostro Clinton è giovane e belloccio come Bill quando arrivò al potere, e come lui un buon comunicatore a trecentosessanta gradi, per piacere a tutti. Clinton non è riuscito a fare la riforma sanitaria e un fisco progressivo- come aveva promesso in campagna elettorale- ma ci ha regalato nel 1994 la liberazione della finanza, abrogando i vincoli creati da Roosevelt per impedire che si ripetesse il crac del ’29. Da meno di 100 miliardi di derivati finanziari del 1994 si è passati ai 600.000 miliardi di dollari del 2007, ed ai 650mila di oggi. Vediamo cosa sarà capace di fare il nostro Fonzie e gli amici finanzieri che lo sostengono.

Disoccupazione, nuovo boom tra i giovani. Commento choc del Governo: “E’ normale” Autore: RedAzione da: controlacrisi.org

 

Il numero di disoccupati cresce del 9,9% rispetto allo scorso anno e arriva a 3 milioni e 189 mila persone. Oltre un milione sono under 30. L’Istat sottolinea che gli scoraggiati, coloro che non cercano lavoro perché hanno rinunciato, sono 1,9 milioni: una cifra mai raggiunta prima. Il dramma sociale, però, resta il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) che a ottobre è balzato al 41,2%: si tratta del nuovo record storico assoluto.

Secondo i dati Istat, nel terzo trimestre del 2013, per la classe d’età 18-29 anni il tasso di disoccupazione si attesta al 28% (+5,2 punti su base annua), con un numero di disoccupati che giunge a 1 milione 68mila (+17,2%, pari a 157mila unità). In questa classe d’età i disoccupati rappresentano il 14% della popolazione (7 milioni 621 mila). I disoccupati tra 15 e 24 anni sono 663 mila, in aumento dell’1,4% nell’ultimo mese (+9 mila) e del 5,5% rispetto a dodici mesi prima (+35 mila). E la loro incidenza sulla popolazione in questa fascia di eta’ e’ pari all’11,0%, in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 0,6 punti su base annua. Il tasso di disoccupazione risulta invece in rialzo di 0,7 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 4,8 punti nel confronto tendenziale. Lapidario e sfrontato il commento del ministro del Lavoro Giovannini. I dati ”non sono sorprendenti. La stabilita’ di occupazione e disoccupazione e’ coerente con il quadro economico. I segnali di risveglio stanno accadendo ora”, ha detto. ”La disoccupazione giovanile aumenta leggermente – spiega a margine di un convegno – nonostante i 15.000 posti di lavoro creati con gli interventi sull’occupazione giovanile.

Secondo Comitas, l’associazione delle piccole e microimprese, li dati Istat sono in relazinoe con i fallimenti delle piccole aziende,”che hanno infatti da sempre creato in Italia il doppio dell’occupazione rispetto alle grandi realtà aziendali. Proprio l’emorragia che ha colpito il settore delle microimprese, dove nei soli primi nove mesi del 2013 si sono registrati 9mila fallimenti, con un incremento del 6% rispetto allo stesso periodo del 2012, alimenta il fenomeno della disoccupazione, destinato ad aggravarsi nel corso del prossimo anno.

Le cifre sulla disoccupazione rappresentano ”una vergogna per un paese civile”, afferma il Codacons, commentando il nuovo record fatto segnare dal tasso giovanile. Tutti dati che, aggiunge, ”purtroppo, vedono l’Italia avvicinarsi di gran passo alla situazione tragica della Grecia”. Per il Codacons, infatti, ”senza interventi urgenti sul fronte dell’occupazione, del rilancio dei consumi e della pressione fiscale per le imprese, la velocita’ con cui il nostro paese di avvicinera’ alla Grecia subira’ un progressivo incremento”.