Frequenze tv, Tsipras sfida gli oligarchi Fonte: Il ManifestoAutore: Teodoro Andreadis Synghellakis

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Syriza ha voluto fare un comu­ni­cato ad hoc, per pre­ci­sare che «il dise­gno di legge che è stato pre­sen­tato in par­la­mento, rap­pre­senta il passo neces­sa­rio per la rego­la­men­ta­zione del set­tore radio­te­le­vi­sivo», poi­ché, dopo ven­ti­cin­que anni, «arri­ve­ranno delle regole tra­spa­renti, capaci di garan­tire real­mente il fun­zio­na­mento delle tv e delle radio del paese». Ale­xis Tsi­pras era stato chiaro, in cam­pa­gna elet­to­rale aveva pro­messo che que­sta sarebbe stata una delle prio­rità del governo, ed ora non vuole smentirsi.

Nel nuovo prov­ve­di­mento che dovrebbe essere votato entro domani dal par­la­mento di Atene, ven­gono poste le basi per dei limiti reali riguardo al pos­sesso di canali tele­vi­sivi pri­vati. Per assi­cu­rarsi le licenze, i pro­prie­tari dovranno pagare delle cifre cor­ri­spon­denti ai prezzi di mer­cato, e non con­tri­buti sim­bo­lici come avve­nuto sino ad ora.

Prima quanto dovuto alla Stato

Le emit­tenti tele­vi­sive potreb­bero essere, a quanto si apprende, da cin­que a otto, e le licenze ver­ranno con­cesse dal Con­si­glio Nazio­nale Radio­te­le­vi­sivo, tra­mite un con­corso internazionale.

Vi potrà par­te­ci­pare solo chi ha ver­sato quanto dovuto allo stato. Par­ti­co­lare non tra­scu­ra­bile, dal momento che molti canali tele­vi­sivi greci sono seria­mente espo­sti, sia verso le ban­che, che nei con­fronti del mini­stero dell’economia. «Il governo è pronto ad appli­care quanto pro­messo, a creare una realtà chiara e tra­spa­rente», ha dichia­rato la por­ta­voce del governo, Olga Jero­vas­sìli, la quale ha aggiunto che «il numero dei per­messi sarà cer­ta­mente limi­tato, pro­por­zio­nato a quella che è la realtà del mer­cato ellenico».

La garan­zia di tra­spa­renza, secondo il governo, verrà data dall’obbligo, per gli azio­ni­sti che deter­ranno più dell’1% del capi­tale com­ples­sivo, di poter acqui­stare solo delle azioni nomi­nali. Allo stesso tempo, la dif­fu­sione del segnale digi­tale, smet­terà di essere un van­tag­gio esclu­si­va­mente in mano ai pri­vati, e la tv pub­blica ERT acqui­sterà, in que­sto set­tore di fon­da­men­tale impor­tanza, piena autonomia.

Molto verrà defi­nito in seguito dai mini­stri com­pe­tenti, ma l’intenzione pri­ma­ria del governo è non per­met­tere agli oli­gar­chi del sistema media­tico, di con­ti­nuare a creare un do ut des non chiaro e dif­fi­ci­lis­simo da con­trol­lare, attra­verso appalti pub­blici, società di costru­zioni, il pos­sesso di flotte e squa­dre di cal­cio. Lo scopo, cioè, è riu­scire a scar­di­nare un sistema di potere che ha garan­tito favori reci­proci, comodi silenzi e soste­gni, a volte assai inspie­ga­bili. Prova ne è la deci­sione della quasi tota­lità del sistema dell’informazione, nel luglio scorso, di schie­rarsi a favore del «sì» al refe­ren­dum, con­tra­stando dura­mente la linea del governo Tsi­pras, che chie­deva di dire «no» ad una auste­rità sem­pre più selvaggia.

I car­roz­zoni ban­cari e politici

«La radice di gran parte dei pro­blemi si trova in car­roz­zoni non soste­ni­bili, nei pre­stiti, in un gro­vi­glio sot­ter­ra­neo di inte­ressi e di scambi col sistema ban­ca­rio e poli­tico», ha dichia­rato il mini­stro alla pre­si­denza Nikos Pap­pàs, uno dei più stretti col­la­bo­ra­tori di Ale­xis Tsipras.

Il Quo­ti­diano dei Redat­tori (Efi­me­rida Syn­tak­ton) sot­to­li­nea che ci potranno final­mente essere dei con­trolli reali sulla pro­ve­nienza dei capi­tali inve­stiti nel set­tore radio­te­le­vi­sivo, garan­tendo anche i diritti di chi lavora nella varie imprese del set­tore. In un momento in cui, tra l’altro, tutte le grandi reti tele­vi­sive del paese, stanno chie­dendo coni insi­stenza ai pro­pri dipen­denti di accet­tare nuovi tagli agli sti­pendi, che rispetto a cin­que anni fa (per chi è riu­scito a man­te­nere il pro­prio posto di lavoro) sono stati decur­tati di più del 30%.

È arri­vato il pre­si­dente francese

Ieri, nel frat­tempo, è arri­vato ad Atene per una visita di due giorni, il pre­si­dente fran­cese Fran­cois Hol­lande. È stato accolto da Ale­xis Tsi­pras all’aeroporto Elef­thè­rios Veni­zè­los e subito dopo ha incon­trato il pre­si­dente della repub­blica, Pro­kò­pis Pavlò­pou­los. Come è noto, la Fran­cia ha soste­nuto atti­va­mente Atene nel corso delle trat­ta­tive con i cre­di­tori, man­dando in Gre­cia anche dei pro­pri tec­nici per aiu­tare il governo elle­nico a for­mu­lare le con­tro­pro­po­ste finali.

Nel nuovo incon­tro di oggi con Tsi­pras e nel corso del suo inter­vento al par­la­mento di Atene, ci si attende che Hol­lande riba­di­sca il suo soste­gno alla neces­sità di un alleg­ge­ri­mento del debito pub­blico greco, e che fac­cia anche dei rife­ri­menti di sostanza alla neces­sità di un’ Europa più demo­cra­tica e solidale.

Elezioni Grecia. La disfatta di Varoufakis: la sua scommessa, Unità popolare, non entra in Parlamento da: l’huffngitonpost

Pubblicato: 20/09/2015 21:49 CEST Aggiornato: 20/09/2015 22:04 CEST
VAROUFAKIS

Aveva provato a fare lo sgambetto. All’ultimo minuto di campagna elettorale. Al fischio dell’arbitro sul finale di partita, Yanis Varoufakis ha detto la sua: “Voterò per Unità popolare”, gli scissionisti di Syriza, quelli che hanno abbandonato Alexis Tsipras dopo la firma del memorandum Ue e che lo hanno costretto ad andare al voto anticipato. Perché, è l’argomentazione dell’ex ministro delle Finanze dimesso dal premier dopo il referendum del 5 luglio, queste elezioni hanno “due obiettivi: annullare il no del referendum di luglio e legittimare il memorandum della Troika”. “Ha fallito”, riflettono dentro Syriza con un sorriso più che beffardo. Per ora, è la debacle per chi ha mollato: Unità popolare non supera nemmeno la soglia del 3 per cento per entrare in Parlamento, stando ai dati ancora parziali.

Eppure oltre al sostegno di Varoufakis, hanno avuto quello di alcuni dirigenti di Podemos. Sono arrivati ad Atene da Madrid per appoggiare la nuova forza politica dell’ex ministro dell’energia Panagiotis Lafazanis. Proprio come il loro leader Pablo Iglesias è venuto in piazza Syntagma per sostenere ‘senza se e senza ma’ Alexis Tsipras. Insomma, non è roba da niente: la scissione di Syriza ha fatto discutere tutta la sinistra europea, ha prodotto lacerazioni e spaccature vere. Ma il voto greco di questa domenica di settembre chiude quanto meno un primo round: Tsipras uno, Varoufakis zero.

Ne parlano al partito del leader greco. Esultano non una punta di amarezza ai primi exit poll. Succede proprio nella stanza di Yanis Bournous, responsabile Esteri, al quinto piano dell’edificio di piazza Eleftheria. E pensare che proprio lì, di fianco a Bournous, fino alla fine di agosto, c’era l’ufficio di Vassilis Primikiris, parlamentare di Syriza che ha seguito Lafazanis nella scissione. Fianco a fianco per tanti anni, ora separati al governo e anche in Parlamento.

Qui in piazza Klothmonos, al tendone elettorale di Syriza, mentre si attende l’arrivo di Tsipras, si dice che Varoufakis non si sia arreso. Resta convinto che il nuovo Tsipras, quello post-memorandum, fallirà. Così dice ai suoi. Si vedrà. A Syriza intanto assistono contenti alla sua disfatta, lui che due giorni prima del voto ha deciso di legarsi agli scissionisti di Unità popolare che tutti i sondaggi davano al limite della soglia del 3 per cento. E chissà se anche la sua ‘costruenda’ rete di sinistra europea resterà legata ai perdenti, pronta a inabissarsi sotto il nuovo astro Tsipras. Di certo, c’è discussione anche all’interno della stessa rete di Varoufakis, così ampia da coprire un fronte che va dal socialismo alla sinistra più radicale, dall’ex presidente dell’Fmi Dominique Strauss-Kahn all’economista Thomas Piketty fino all’ex Pd Stefano Fassina. Il quale infatti sabato scorso ha invece dichiarato di sostenere la vittoria di Tsipras. Uno l’ha azzeccata.

Natta e quella profezia sulla rinascita del Quarto Reich. Intervento di Gianni Marchetto da: controlacrisi.org

Il recente referendum in Grecia, oltre a rimanere negli annali, è stato pure un punto di chiarimento all’interno del vasto mondo di chi fa politica, giornalismo, ecc. nel nostro paese.
Nel senso che ha costretto chiunque a prendere parte, chi per il SI chi per il NO. E va beh, anche nell’area del NO c’era una compagnia assortita: dai Brunetta, ai Salvini, ai Grillo, ecc. ma c’era pure un’area maggioritaria di sinceri militanti di sinistra che da mo’ guardano speranzosi alle fortune/sfortune dei movimenti greci e spagnoli.
Comunque ha chiarito una volta per tutte la “ferocia” con la quale una vasta area di simpatizzanti per il SI, si è così collocata.
Per tutti valgano i nomi di “illustri” economisti quali Lorenzo Bini Smaghi e Giacomo Vaciago, totalmente incazzati assieme ad un noto giornalista del Corriere della Sera, nel denunciare Alexis Tsipras per aver dato dei “criminali e terroristi” ai creditori della Grecia, nel suo discorso ai greci prima del referendum. Queste le argomentazioni: “ha vinto il no. Bene, vedremo come staranno i greci (questi sfaticati) senza l’Euro e senza i nostri aiuti. Riprendere le trattative? Neanche per sogno con chi insulta…”.
E Alexis Tsipras assieme a Yanis Varoufakis cosa dovrebbe dire (e fare)? Parlare e contrattare con coloro i quali sono i protagonisti da oltre 5 anni delle miserie del suo popolo, e dell’impennata dei suicidi? Eppure si sono seduti con costoro e continueranno a farlo.

Accanto a questi figuri sono emersi una serie di altri: dalla maggioranza dei socialdemocratici tedeschi, fino ad una folta schiera di ex comunisti del PD che impazzano su Facebook. Tutti votati contro la totale assenza di responsabilità del leader greco, il quale invece di decidere lui “per il bene del suo popolo” affida la decisione ad un referendum, quindi alla demagogia, alla pancia, al populismo e via delirando. Quasi invece che nelle élite al comando ci sia quale saggezza, quale competenza (vedi il nostro governo Monti, con il suo grande mentore G. Napolitano, il quale nel suo ultimo libro, così scrive a proposito del suo governo: “era un governo totalmente sganciato da ogni zavorra elettoralistica e per questo ha potuto fare quello per il quale era stato instaurato”). Ergo le élite hanno sempre ragione! (?)

Nel suo libro “Qualcuno era comunista”, Luca Telese riporta quanto accaduto nella stanza di Alessandro Natta all’indomani del crollo del muro di Berlino. Claudio Petruccioli imbarazzato pone a Natta l’esigenza del cambio del nome, al che il vecchio comunista sbotta dicendo: “ma che nome e nome, non capite che ha vinto il 4 Reich…!” a leggere gli avvenimenti odierni viene da dare ragione al “vecchio comunista”.
Per finire, scusandomi, vorrei farmi una piccola autocitazione, tratta sempre dal libro di Telese: “i comunisti, quando perdono l’idea della rivoluzione, perdono il senso dell’avventura. E i comunisti, quando perdono il senso dell’avventura, diventano gente noiosa e anche pericolosa”.

La Grecia insiste con il risarcimento dei danni di guerra dalla Germania. “Pronti al sequestro dei beni” autore Fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 

Il ministro della Giustizia greco si è detto pronto a firmare una sentenza della Corte Suprema che consentirà al governo di sequestrare beni tedeschi come parziale risarcimento per i crimini commessi nel paese dai nazisti. Riferendosi ad una decisione pronunciata nel 2000 dalla massima istanza giuridica del paese, Nikos Paraskevopoulos ha ricordato che il provvedimento sosteneva il diritto dei sopravvissuti della città di Distomo – dove nel 1944 le forze naziste uccisero oltre 218 persone – a chiedere un risarcimento.”La legge – ha ricordato il responsabile della Giustizia – stabilisce che per attuare il provvedimento è necessario un ordine del ministro. Ritengo che tale permesso debba essere dato e sono pronto a farlo”, ha aggiunto, nel corso di un’intervista all’emittente Ant1. Ieri il parlamento ellenico aveva deciso di creare una commissione incaricata di chiedere il pagamento dei danni di guerra alla Germania. Intanto, il premier greco Alexis Tsipras accusa la Germania di usare trucchi legali per evitare di pagare le riparazioni di guerra, legate all’occupazione nazista della Grecia. Il premier fa anche sapere che porterà la questione in Parlamento per studiare il da farsi. “Dopo la riunificazione tedesca del 1990 – spiega Tsipras in Parlamento – si erano create le condizioni legali e politiche per risolvere la questione. Ma da allora i governanti tedeschi hanno scelto la linea del silenzio, trucchi legali e rinvii”. “Mi domando – aggiunge il premier – poiche’ in questi giorni c’e’ un gran parlare a livello europeo di questioni morali: questa posizione e’ morale?”. Il governo greco non ha mai ufficialmente quantificato i danni di guerra da chiedere alla Germania, mentre Berlino sostiene di aver onorato i suoi obblighi dopo il pagamento di 115 milioni di vecchi marchi del 1960, pari a 59 milioni di euro. Secondo Tsipras il pagamento del 1960 copre solo i rimborsi alle vittime dell’occupazione nazista e non le distruzioni subite dalla Grecia durante l’occupazione tedesca. Il precedente governo di Antonis Samaras aveva stimato intorno ai 162 miliardi di euro l’ammontare delle riparazioni che Berlino avrebbe dovuto pagare ad Atene. Secondo Tsipras la richiesta di Atene e’ un “obbligo storico”, mentre la Germania si considera esentata dal pagamento dei danni di guerra.
Il nodo da sciogliere e’ il patto di Londra del 1953 nel quale Berlino e altri 21 paesi siglarono un’intesa sui debiti contratti dalla Germania durante la Prima e la Seconda guerra mondiale. La prima decisione riguardo’ i debiti contratti fino al 1933, pari a 32 miliardi, la meta’ dei quali venne cancellata e l’altra meta’ pagata a condizioni molto favorevoli. Per i debiti legati ai danni della Seconda mondiale si decise invece di rimandare la faccenda a dopo la riunificazione tedesca.
Nel 1990 pero’ il cancelliere Helmut Kohl si oppose al pagamento delle riparazioni, spiegando che si trattava di richieste insostenibili, che avrebbero portato la Germania alla bancarotta. Gli Stati Uniti appoggiarono questa posizione. A partire dagli anni Sessanta Berlino ha stabilito degli accordi di compensazione volontari con alcuni paesi per i danni causati dal nazismo e nell’ottobre 2001 Berlino ha finito di rimborsare i debiti imposti dal trattato di Londra del 1953.

La battaglia di Tsipras ci riguarda tutti Fonte: sbilanciamoci | Autore: Thomas Fazi

 

Per capire perché la battaglia del nuovo governo greco di Alexis Tsipras riguarda tutti i cittadini europei – e in particolare quelli della periferia – dobbiamo innanzitutto tenere a mente che la rinegoziazione del debito non è per Syriza un fine a sé stante, combattuto in nome di un astratto principio di giustizia economica, ma piuttosto un mezzo per realizzare un obiettivo molto preciso: la riduzione dell’avanzo primario dal 4-5% richiesto dalla troika (oggi è intorno al 3%) all’1-1.5% del Pil. Per avanzo primario si intende un bilancio pubblico in positivo, esclusa la spesa per interessi sul debito pubblico: sostanzialmente vuol dire che le entrate (le tasse) superano le uscite (la spesa pubblica). Il motivo per cui un governo sceglie di perseguire un avanzo primario è solitamente quello di destinare il surplus di entrate al pagamento degli interessi sul debito, nella speranza di ridurre un po’ alla volta lo stock di debito.

Nel caso della Grecia questi interessi si aggirano intorno al 4% del Pil, a cui bisogna aggiungere gli obiettivi di riduzione del debito previsti dal Fiscal Compact (1/20esimo l’anno della porzione eccedente il 60% del Pil): considerando che la Grecia ha un rapporto debito/Pil pari al 177% si fa presto ad arrivare all’avanzo primario del 4-5% fissato dalla troika per la Grecia, che nel giro di un paio di anni dovrebbe salire addirittura al 7% (almeno fino al 2030). Se così non fosse, e senza una riduzione della spesa annuale per interessi – che è quello che chiede Syriza, attraverso una ricontrattazione del debito –, l’unica alternativa sarebbe quella di indebitarsi ulteriormente per continuare a ripagare gli interessi sul debito pregresso – che, in sostanza, è quello che vorrebbero la Germania e l’Eurogruppo, e che la Grecia si rifiuta di fare (“perché sarebbe come consigliare a un amico di farsi una seconda carta di credito per ripagare i debiti contratti con la prima carta di credito”, ha dichiarato Varoufakis).

E allora perché non fare come dice la troika e cercare di aumentare ulteriormente l’avanzo primario? Perché non potrà mai funzionare . Né dal punto di vista politico e sociale – la Grecia è già stremata da anni di brutali misure di austerità, e un incremento dell’avanzo primario potrebbe solo essere raggiunto attraverso ulteriori tagli alla spesa pubblica e/o aumenti di tasse, e dunque attraverso ulteriori misure di austerità –, né dal punto di vista economico: accumulare ampi avanzi primari è infatti considerato intrinsecamente recessivo, in quanto di fatto consiste nel sottrarre risorse all’economia reale per destinarle ai creditori, nazionali ed esteri (o, per dirla diversamente, nel sottrarre denaro ai più per alimentare le rendite di pochi). Se poi questa politica viene praticata in un contesto come quello europeo – di bassa inflazione (come quello che registra l’Italia) o addirittura di deflazione (come quello che registra la Grecia) e in assenza di una banca centrale in grado di agire da prestatrice di ultima istanza e di intervenire sui mercati sovrani per calmierare i tassi di interesse (e senza chiedere misure di austerità in cambio) – è puro masochismo, in quanto si può “consolidare” quanto si vuole, ma il debito continuerà inevitabilmente a salire sia in termini reali, a causa dell’effetto recessivo-deflattivo del cosiddetto moltiplicatore fiscale (ulteriormente esacerbato dalle misure di austerità), sia in termini assoluti, perché molti stati non sono in grado di accumulare avanzi primari sufficienti a far fronte agli interessi, e sono dunque costretti a indebitarsi ulteriormente solo per ripagare gli interessi sul debito pregresso (anche se con l’entrata in vigore del Fiscal Compact, che impone il pareggio di bilancio strutturale, questa strada in teoria non è più percorribile). E infatti, a fronte di alcune delle misure di austerità più estreme mai sperimentate in Occidente, nella maggior parte dei paesi dell’eurozona (soprattutto quelli della periferia) il debito continua a lievitare a ritmi vertiginosi.

Questo non è un problema che riguarda solo la Grecia, infatti: in tutti i paesi della periferia la spesa per interessi si aggira tra il 3.5 il 5% del Pil. Il caso dell’Italia è paradigmatico : nonostante il paese registri un avanzo primario fin dai primi anni novanta, il nostro debito pubblico è continuato a salire unicamente a causa della spesa per interessi – che oggi si aggira intorno al 4.5% del Pil, pari a poco meno di 80 miliardi l’anno – per poi esplodere negli ultimi anni. Ora, in base al duplice obiettivo del Fiscal Compact – pareggio di bilancio strutturale e riduzione del debito –, questi paesi dovrebbero mantenere da qui al 2030 avanzi primari da capogiro, come si può vedere nel seguente grafico: 7% in Grecia, 6.5% in Italia, 5.5% in Portogallo, 3.5% in Spagna.

Si tratta di una strada palesemente insostenibile – e che infatti non ha precedenti nella storia – sia dal punto di vista economico che dal punto di vista politico e sociale, per l’entità dei tagli alla spesa pubblica o dell’imposizione fiscale che essa comporterebbe: se consideriamo che lo stimolo fiscale implementato da Obama nel 2009 ammontava al 5.5% del Pil e che il New Deal di Roosevelt era pari al 5.9% del Pil, un avanzo primario delle dimensioni previste dal Fiscal Compact equivarrebbe per molti paesi a una sorta di anti-New Deal praticato ogni anno per i prossimi quindici anni (almeno). Una follia.
Ecco perché la battaglia di Syriza – che riguarda non tanto il debito pubblico in sé quanto le assurde imposizioni del Fiscal Compact in termini di avanzi primari – riguarda tutti i paesi della periferia. E soprattutto l’Italia.

L’Europa dei popoli contro l’Europa dei banchieri. Grande e bella manifestazione per le vie di Roma | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Qualcuno l’ha chiamata la manifestazione del miracolo. Grazie al “papa nero”, alias Alexis Tsipras, le varie anime della sinistra hanno sfilato, almeno diecimila persone, da piazza Indipendenza, a due passi dall’ambasciata tedesca, al Colosseo. l miracolo è arrivato anche dal meteo. Doveva essere una giornata di pioggia e invece su Roma il sole ha fatto la sua parte. Non c’è ancora l’arcobaleno per la sinistra, però oggi, sabato 14 febbraio, che nella memoria dei lavoratori è una data da cancellare, va segnata sul calendario come giorno fausto. Il servizio di Libera.tv

In nome della battaglia contro l’austerità hanno sfilato fianco a fianco Cgil e Usb, Prc e Sel, e poi ancora centri sociali, come Action, e comitati per l’acqua pubblica, No Tav, sindacati di categoria, e la neonata Ross@. Su tutti, il cerchio magico della Fiom che si è occupata del servizio d’ordine.
Un giorno fausto da regalare alla battaglia della Grecia contro l’austerità e contro la Troika. Da quello che si è capito ne serviranno altri. E speriamo che tutte le organizzazioni scese in campo oggi con tante bandiere, soprattutto del Prc, continuino a dare il loro contributo come oggi. Intanto, nella “sala vip” anche Fassina, Bertinotti e Civati.

L’Europa dei popoli oggi ha segnato un punto in più, almeno in Italia. Perché la battaglia della Grecia è per tutti i popoli d’Europa. Un concetto questo su cui tutti quelli che sono intervenuti, da Camusso a Landini, passando per Vendola e Ferrero, convergono largamente. “L’Europa può cambiare – dice Ferrero – e dobbiamo costruirla tutti i giorni”. Un’idea di lavoro quotdidiano difficile ma necesario, soprattutto per diverse organizzazioni sindacali scese in piazza con l’idea di fare pura presenza. “Fare sì come la Grecia – sottolinea con un tono polemico Giorgio Cremaschi – ma non per fare liste elettorali”.

Il colpo d’occhio non è quello delle grandi occasioni, certo. Ma si capisce immediatamente che sta succedendo qualcosa. Che l’Europa di Renzi e Merkel ha più di qualche difficoltà a farsi strada. E così tra un inganno sui numeri del Pil e un rigore di facciata a guadagnarci è Alexis Primo alias Spartacus.

“E’ stata una bella manifestazione! In tanti e ben mischiati – scrive sul suo profilo facebook Roberto Musacchio, ecx parlamentare europeo – . Lo so che veniamo da tante divisioni, che abbiamo tanti problemi, che abbiamo bisogno di cambiare ma stiamo riscoprendo cosa significa fare una battaglia vera. Tsipras sta aprendo una strada ma per percorrerla dobbiamo farlo tutti insieme facendo ciascuno la sua parte. Ma questa e’ la politica, la militanza. A me pare che il tempo del nuovo soggetto europeo della sinistra e dei democratici sia ora”.

Alexis il rosso rilancia: “Vogliamo i debiti di guerra”. E Varoufakis attacca Renzi. Grexit tema al G20 | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

“Manterremo le promesse elettorali”. Alexis Tsipras oggi ha parlato di fronte al Parlamento della Grecia per quello che può essere considerato il discorso sul programma di Governo. Anche se il deficit supera il 180% e la prima scadenza di pagamento bussa ormai alle porte (poco poiù di 4 miliardi alla fine di marzo), Alexis il rosso va dritto per la sua strada. E alla vigilia della prima vera prova importante, il faccia a faccia con l’Eurogruppo (preceduto dal G20 di Istanbul dove è tra i temi emergenti), continua a mantenere la posizione di chiusura totale verso la Troika, anche se offre la possibilità di un “programma-ponte”.

Tsipras, in sostanza, chiede agli altri 18 membri nuovi fondi, ma senza negoziarli con la Troika, fino a giugno, abbandonando la dottrina “dell’austerita’ che si e’ rivelata disastrosa”. Il premier greco ha detto che vuole rispettare il Patto di Stabilita’ (sottoscritto dai Paesi membri dell’Ue nel 1997 sul controllo delle rispettive politiche di bilancio che rafforzava il trattato di Maastricht del 1992, ma superato dal Fiscal Compact, ndr) sottolineando che “l’asuterita’ non fa parte del trattato”.

“Vogliamo dire chiaramente a tutti che non negoziamo la nostra sovranita’ nazionale, non negoziamo il mandato (ricevuto) dal popolo”, ha aggiunto Tsipras, riferendosi al voto dato a Syriza che e’ stato un chiaro segnale di rifiuto dell’austerita’ e di cambio di politica.”Per questo il nuovo governo non ha diritto di chiedere una proroga di questo programma, che vaale 240 miliaardi, ma solo un programma ponte durante il quale concludere un negoziato per definire insieme un programma di crescita”, ha detto il premier ellenico. La Grecia vuole un nuovo ‘contratto’ con l’Ue, quindi, che “rispettera’ le regole dell’Eurozona ma non includera’ misure irrealizzabili che siano un altro volto dell’austerita’”.

Nel suo discorso programmatico al Parlamento di Atene, il premier greco Alexis Tsipras poi ha rimesso avanti la questione delle “riparazioni di guerra della Germania”, che, ha detto, “e’ un obbligo storico chiedere”. Il riferimento e’ al 50% debito che venne abbonato nel 1953 alla Germania Federale per i danni dovuti dalla Germania Nazista (e solo in parte ancor quelli del trattato di Versailles della i guerra mondiale) da tutti i Paesi, inclusa la Grecia. La Grecia ha “un obbligo morale davanti al nostro popolo, quello di reclamare il prestito, che il III Reich obbligo’ l’allora bana centrale ellenica a versare, e le riparazioni per l’occupazione” tedesca durata 4 anni. Va detto che mentre per le riparazioni fu imposto un forfait valido per tutti i paesi, per il primo la Grecia non ebbe alcuna compensazione.

Intanto Atene, dopo che Roma e Parigi si sono sostanzialmente fatte da parte cedendo la leadership nelle trattative ad Angela Merkel, manda una frecciata rivolta al governo Renzi. “Funzionari italiani mi hanno detto che non possono dire la verità. Anche l’Italia è a rischio bancarotta ma teme ritorsioni da parte della Germania”, dice il ministro delle Finanze Yanis Varoufakis dopo il tour europeo che l’ha portato anche a Roma.
Sul fronte globale, a favore della Grecia in questo momento giocano alcuni fattori importanti come la crisi Ucraina e il G20 di Istanbul, dove Usa e Gran Bretagna da domani andranno in pressing sull’Eurozona perché trovi una soluzione ed eviti una nuova fase d’instabilità dalle ripercussioni potenzialmente globali.

Alla Casa Bianca non è piaciuta affatto l’apertura di Mosca ad Atene sul fronte finanziario. “Incoraggeremo le due parti a trovare un percorso comune. E’ importante che la Grecia e l’Ue lavorino insieme”, dice un funzionario americano senior anticipando i colloqui del G20. E anche Londra torna a farsi sentire, con il ministro delle Finanze George Osborne che punta il dito sulla stallo nei negoziati europei con Atene a causa del quale Londra starebbe preparando un piano di contingenza e a Istanbul “incoraggerà i partner a risolvere la crisi”.