Coalizione Sociale – Verso la mobilitazione del 17 Ottobre: Assemblea Nazionale a Roma il 13 Settembre Fonte: coalizionesocialebari.itAutore: Red.

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In questi anni di crisi, austerità e ricatto del debito pubblico, chi in alto ha deciso e imposto l’austerità e accresciuto le diseguaglianze ha convinto gran parte della popolazione che soffre gli effetti della crisi che la responsabilità di tale situazione non fosse di chi ha causato la crisi e con la crisi si è arricchito, ma di noi cittadini. Come se la causa della povertà e delle diseguaglianze fossero i diritti dei lavoratori, la pensione, la scuola e l’università pubblica, e sanità pubblica, il contratto nazionale, il diritto alla casa, i beni comuni, l’accoglienza degna dei migranti; come se fosse possibile fuggire dalla miseria del presente rinchiudendosi in piccole patrie e nella guerra tra poveri, nel tutti contro tutti.

Ciascuno di noi, maggioranza invisibile in Italia e in Europa, vede la povertà come una minaccia sempre più concreta. La comprensibile paura di perdere quel poco che rimane a ciascuno viene usata per alimentare un clima di violenza, aggressività verso tutti coloro che vivono nella medesima condizione, se non addirittura peggiore, gli altri poveri o a rischio povertà, italiani e non, vengono percepiti o rappresentati come una minaccia. Chi era ricco è diventato sempre più ricco grazie a una economia bastata su ricatti, livellamento verso il basso e crescita delle diseguaglianze.

Se il lavoro soffre, se chi lavora è povero fino ad essere ricattato dall’usura di stampo mafioso, se soffrono i tanti giovani senza lavoro, se soffre senza sosta il Meridione, se si è sempre più disposti a lavorare mettendo a rischio la stessa vita, se si riduce sempre più il ruolo dello stato sociale e si privatizzano i beni comuni, vuol dire che siamo in una vera e propria “economia della sofferenza”. Non si può dire la stessa cosa per imprese, banche e finanza: per le 40 big di Piazza Affari gli utili sono saliti, nel 2015, di 12 miliardi. E, più in generale, crescono le disuguaglianze: ci dice l’OCSE che il 20% più ricco della popolazione italiana possiede il 61,4% della ricchezza, mentre quello più povero lo 0,4%.

Dopo 8 anni di crisi e di politiche di austerity tra Monti e Renzi, viviamo in un paese più povero, più diseguale, un paese sconfitto e risentito, un paese in cui invece di lottare contro la povertà si fa la guerra ai poveri, un paese in cui si alimenta l’odio per i poveri, per i migranti che sopravvivono alle sciagure della traversata e per coloro che non ce la fanno. L’Europa dell’austerity, infatti, non è solo quella che ricatta e indebita il popolo greco, che offre piani di salvataggio che si rivelano la partita doppia truccata della rendita bancaria, che con il pareggio di bilancio in Costituzione riduce la sovranità e la democrazia, ma è anche quella che alza i muri, come accade nell’Ungheria di Orban, dove a fare le barriere anti-rifugiati e migranti che scappano dalla rapina delle risorse naturali e dalla devastazione climatica, ci sono i disoccupati. Poveri contro poveri. Penultimi contro ultimi. E come se non bastasse, nel Mediterraneo, anche quando – come accade al confine tra la Turchia e la Siria – ci sono donne, lì curde, che provano a resistere al fondamentalismo, la scelta dell’Europa è di lasciarle sole per opportunismo politico e economico.

In questi anni sono stati molti i tentativi che ogni singola realtà ha messo in atto per fermare il corso degli eventi: il referendum sui beni comuni, le vertenze nel lavoro, le campagne su reddito, e pensioni, le mobilitazioni dell’università e della scuola, altre sono in corso come quelle sullo sblocca Italia e altre ci saranno, per esempio su rappresentanza e diritto di sciopero o per il diritto a città migliori e diverse, ma se ogni campagne è giusta e degna, nessuna è sufficiente a se stessa.

Il 6-7 giugno scorsi a Roma ci siamo incontrati la prima volta e ci siamo detti che il nostro obiettivo è fermare la catastrofe: come? Unificando il lavoro, connettendo le persone, difendendo i beni comuni, combinando mutualismo, conflitto sindacale e consenso sociale, puntando alla liberazione e condivisione dei saperi, strumento per liberare noi stessi, per combattere la disuguaglianza, la crisi della democrazia e cambiare radicalmente l’attuale modello di sviluppo. Dal lavoro, dalla povertà, occorre far emergere un nuovo modo di intendere la politica; dalle lotte, la spinta per farla finita con le politiche dell’austerità della Banca Centrale e della Commissione ed essere invece cittadini di una Europa democratica. Tutto questo, per noi, significa “Coalizione sociale” . Ed è a partire da ciò che abbiamo messo in coalizione in queste settimane – al livello territoriale oltre che nazionale – che vogliamo metterci in cammino, promuovere e organizzare mobilitazioni sociali ampie e radicali, in Italia e in Europa, capaci di contrastare la devastazione imposta dalle politiche neoliberali.

È inaccettabile che chi lavora o è alla ricerca di un lavoro, chi ha a cuore il bene comune della società, dell’ambiente in cui viviamo, debba subire in silenzio ed essere indotto a odiare chi è nelle sue stesse condizioni o addirittura in condizioni peggiori, mentre corrotti e corruttori possono continuare a delinquere immuni, perché garantiti, o a godere di ricchezze patrimoniali gigantesche tutelate da politiche da politiche fiscali che favoriscono la rendita.

In questo senso, riteniamo la giornata del 17 ottobre una grande occasione , sulla quale far convergere le nostre energie migliori: giornata mondiale per l’«eradicazione della povertà», il 17 ottobre è stato già indicato dalla campagna “Miseria ladra” come momento di mobilitazione per il reddito minimo garantito; la Coordination Blockupy ha rilanciato con forza 3 giorni di mobilitazione, dal 15 al 17 ottobre, contro il vertice UE di Bruxelles, indicando nel 17 tappa di convergenza transnazionale contro le politiche di austerity. Per entrambi questi motivi, il 17 ottobre si prefigura come una giornata per l’autunno.

La povertà non può essere combattuta con soluzioni caritatevoli, che umiliano e lasciano comunque nell’indigenza le persone. La povertà si contrasta ridistribuendo la ricchezza socialmente prodotta, con politiche sociali degne per persone degne, con un investimento sulla fomazione per un sapere di tutti e per tutti, tramite Il lavoro, il reddito minimo garantito, il contratto nazionale, il salario, un nuovo rapporto tra tempo di lavoro e di vita, con i diritti per il lavoro subordinato e autonomo, con l’estensione universale del welfare.
C’è bisogno di democrazia e di convergenza delle lotte, c’è bisogno di condividere progettualità di innovazione sociale, di rigenerazione delle città.

Per questo proponiamo di vederci il 13 settembre a Roma in un’assemblea nazionale e di riconvocare anche tavoli tematici che si sono riuniti a giugno per giungere alla mobilitazione del 17 ottobre con una mobilitazione che cresca nei territori, nelle assemblee, nei nostri quartieri, nell’impegno quotidiano di ciascuno di noi. Perché la maggioranza non vuole essere né povera, né invisibile, ma libera di potersi unire per decidere della propria vita.

La Coalizione Sociale

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Giovani, sfruttati, senza carriera. Ecco chi sono i dot­to­randi in Italia Fonte: il manifestoAutore: Roberto Ciccarelli

Lo scem­pio dell’università ita­liana li ha ridotti ad un silente pro­le­ta­riato dove per fare il pro­prio lavoro biso­gna pagare. E il red­dito che comun­que si gua­da­gna — per­ché la ricerca è un lavoro — è tra i più bassi in Europa. Que­sto, in sin­tesi, è il ritratto for­nito dalla quinta inda­gine annuale dell’associazione dot­to­randi e dot­tori di ricerca ita­liani (Adi) che è stata pre­sen­tata ieri alla Camera dei Depu­tati. Alcune cifre pos­sono ren­dere l’idea: il numero dei posti di dot­to­rato ban­diti annual­mente a livello nazio­nale è dimi­nuito del 25% per effetto del decreto mini­ste­riale 45 del 2013 e della nota mini­ste­riale 436/2014. Una realtà sulla quale si abbat­terà il Jobs Act annun­ciato da Renzi per i ricer­ca­tori pre­cari in autunno.

Dalla riforma Gel­mini dell’università ad oggi, il nostro paese ha deciso di restrin­gere al mas­simo il numero di chi ini­zia a lavo­rare da ricer­ca­tore in Ita­lia. La ten­denza è chiara dal 2012 quando l’Italia era il quinto paese euro­peo per numero di dot­to­randi (34.629), distac­cata enor­me­mente dagli altri paesi indu­stria­liz­zati simili dal punto di vista demo­gra­fico: la Fran­cia, al terzo posto, aveva più del dop­pio dei dot­to­randi ita­liani (70.581); il Regno Unito quasi il tri­plo (94.494);la Ger­ma­nia 208.500. In pochi anni l’Italia è pre­ci­pi­tata al ter­zul­timo posto nell’Eurozona.

Oggi la situa­zione è addi­rit­tura peg­gio­rata, Senza un’immediata inver­sione di ten­denza, nel 2016 la situa­zione diven­terà inso­ste­ni­bile, in par­ti­co­lare negli ate­nei del Sud. Al momento esi­ste una forte spe­re­qua­zione tra ate­nei del Nord e del Sud: per il XXX ciclo nazio­nale del dot­to­rato, infatti, 10 uni­ver­sità (in 8 città) garan­ti­scono il 44% dei posti a dispo­si­zione, men­tre 7 regioni (una sola nel Sud) coprono il 74,5% delle posi­zioni bandite.

Molti di que­sti dot­to­randi non hanno una borsa di stu­dio. Lavo­rano gra­tis. Anzi, devono pagare. A que­sto scan­dalo, unico in Europa, si aggiunge l’aumento della tas­sa­zione fissa. Nel pas­sag­gio dell’ultimo ciclo, avverte l’Adi, la per­cen­tuale degli ate­nei che oppe­rano una tas­sa­zione sui dot­to­randi senza borsa para­me­trata sull’Isee si è ridotta dal 60% al 53%, In altri 10 ate­nei la tas­sa­zione minima è aumen­tata, men­tre si è ridotta la mas­sima. In que­sto periodo, gli ate­nei che hanno aumen­tato la tas­sa­zione per chi non ha un red­dito da lavoro di ricerca, sono saliti da 9 a 15.
Siamo già oltre il lavoro gra­tis, come per l’Expo. Lo stato ita­liano si fa pagare da chi stu­dia e pro­duce ricerca. Soprat­tuto al Sud. Allo stesso tempo non rico­no­sce lo «sta­tus» giu­ri­dico del dot­to­rando come lavo­ra­tore, al con­tra­rio di quanto accade negli altri paesi.

«C’è una con­cen­tra­zione e pola­riz­za­zione delle risorse che esclude le aree deboli e pena­lizza il Sud — afferma Anto­nio Bona­te­sta, segre­ta­rio Adi — Il sistema acca­de­mico, privo di risorse e sotto orga­nico, si rivolge ai dot­to­randi per le atti­vità acca­de­mi­che. Lo sfrut­ta­mento del loro lavoro è chiaro. Biso­gna rico­no­scere il diritto al red­dito e di mag­giori tutele sociali»

“Andiamo avanti. Quello che è successo in piazza non è stato il frutto di una elaborazione collettiva”. Parla Luciano Governali da: controlacrisi.org

Luciano Governali. Tu eri presente venerdì a Milano, insieme ai compagni di Sciopero sociale. Che corteo hai visto?
Ho visto un certeo immenso. Tra le venti e le trentamila persone in piazza a Milano, nonostante pullman bloccati in giro per l’Italia, il terrorismo mediatico sparso a piene mani, e tre giorni di pressione da parte della polizia con sgomberi e perquisizioni. Operazioni di polizia, voglio sottolineare, alla fine abbastanza ridicole nel propagandare un’orda di violenti pronti all’assalto della città. Tra le altre cose si sono mostrate bottiglie di succhi di frutta sormontate da rotoli di caarta igienica a testimoniare secondo loro la presenza di bottiglie molotov.

Insomma, doveva passare per forza l’idea della devastazione…

Di solito il May Day raccoglieva poche migliaia di persone. Stavolta è andata meravigliosamente. Cosa che i mass media non hanno mostrato. E nemmeno la politica sembra aver voluto recepire. Il secondo dato che vorrei sottolineare è che in generale la costruzione dell’immaginario dai mass media dall’altro pomeriggio in poi è stato quello di una Milano a ferro e fuoco e devastata. In realtà tutto questo ha riguardato un incrocio, quello nei pressi di piazza Cadorna. Non c’è stato quindi un corteo che ha devastato la città. Il corteo ha attraversato Milano e in alcuni punti ci sono state le immagini che tutti abbiamo visto. Quindi non in più punti del corteo. Niente di paragonabile ai riots di Londra o di Parigi.

Che valutazione dai del comportamento delle forze dell’ordine, che sembrano non aver voluto reagire se non nei limiti…
Sulla polizia, mi sembra evidente che da Genova in poi questure e ministero degli Interni facciano molta politica nell’uso della forza. Quando si deve dare un segnale a un movimento nascente lo si fa con la forza. Penso appunto a Genova o alle iniziative del 2012 che stavano unendo studenti e precari, massacrati sul lungotevere a Roma e in altre città. Lì hanno voluto far vedere che non si sono margini di mediazione. Mi sembra paradossale elogiare la polizia dopo la vicenda di Milano. La polizia sa quando di fronte ha un movimento di massa grosso a cui dare un segnale o quando ha delle avanguardie più o meno organizzate che può benissimo lasciare sfogare e contro le quali usare i muscoli sarebbe un assist per avere poi magari una reazione dell’intero corteo. Credo che la questura avesse benissimo chiaro chi aveva davanti e rispondere sarebbe stato controproducente. La narrazione mediatica ha trasferito l’azione di alcuni gruppi all’intero corteo. Tutto questo sarebbe stato difficile raccontarlo in questi termini se la polizia avesse reagito.

Adesso ci sarà una grossa discussione su quanto accaduto a Milano. Poi però ci sono ancora sei mesi di tempo per attaccare l’immagine dell’Expo…
Non mi voglio arrendere. Quello che è successo in piazza non è stato frutto di una elaborazione collettiva di tutti i pezzi che hanno costruito le giornate di Milano. Ognuno ha le sue elaborazioni. Noi pensiamo per esempio che più che il grande evento, al quale comunque partecipiamo, ci interessa il lavoro quotidiano sulle vertenzialità; per esempio, un progetto che stiamo lanciando è quello di “Exproprio”, un bando pubblico per creare e mettere in rete progetti culturali e musicali di riappropriazione sulla falsariga di Expo, appunto cioè difesa dei territori e sovranità alimentare, piuttosto che lavoro e differnza di genere. La campagna contro il lavoro gratuito, di cui i sindacati sono stati complici, andrà avanti. In questi mesi siamo riusciti ad esprimere un po’ di più i nostri contenuti nel dire che Expo no èuna oppotunità formativa ma sfruttamento puro. Di questo sentiremo parlare ancora tanto. Non sarà facile far pasare il lavoro dequalificato come una opportunità Di malcontento si continuerà a parlare.

Manca ancora una proiezione internazionale della lotta contro Expo, che invece è un evento mondiale…
Il May Day Parade in parte lo è stato. Tanti piccoli gruppi da fuori hanno dato il loro contributo. Non c’è alcun criterio sul fatto di bloccarli,visto che c’è Schengen. Le reti europee che stanno ricominciando a nascere in questi mesi comunque ancora fanno molta fatica a darsi una continuità di lavoro e sorpattuto di analisi. Staremo a vedere quanto Expo ci aiuterà in questa direzione.

autore fabrizio salvatori

“Siamo all’anno zero della sinistra. Bisogna rompere completamente con il Pd”. Intervista a Giorgio Cremaschi | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

Recentemente hai detto che la prossima manifestazione per far parlare della proteste sarai costretto a spaccare le vetrine. In effetti, in occasione del corteo di Milano di sabato scorso, c’è da dire che la stampa italiana si è distinta per servilismo…
Mi ha fatto proprio inviperire, altroché! Un trattamento di questo genere non lo ricordavo da anni. L’iniziativa è stata completamente cancellata. Ci sta che se ne parli poco, ma non che non se ne parli affatto, che si censuri. Mi fa venire in mente paesi autoritari per i quali poi ci si lamenta tanto perché cancellano i diritti più elementari. La manifestazione di Milano era contro il lavoro gratis all’Expo, un affare dentro il quale ci inzuppano tutti da Renzi a Pisapia passando per Maroni. Evidentemente la protesta organizzata da Usb e Forum diritti lavoro non rientrava in quello schema. Uno schema che contempla Salvini, Renzi, sinistra Pd e Cgil, con Landini e Sel anche. Eravamo contro l’accordo Cgil Cisl e Uil per far lavorare gratis i giovani all’Expo. E i risultati dal punto di vista mediatico sono stati quelli dell’oscuramento totale.Anche Landini?
Beh, quello che è successo all’assemblea di Cervia dà da pensare. E’ stato fermato un ordine del giorno che chiedeva di esprimersi contro il lavoro gratuito all’Expo. E’ incredibile.

Ci troviamo in una fase in cui Renzi compiuto il lavoro sporco deve dimostrare che l’Italia può riprendersi. In realtà sappiamo tutti che continuerà la disoccupazione e i bassi salari. Però rimarrà il fascismo dipinto da democrazia dell’ex sindaco di Firenze…
Stanno usando la crisi per aumentare l’oppressione e la selezione sociale. E’ questa la sua grande funzione. Il Jobs act è la conclusione di un processo di trent’anni che porta alla distruzione delle dignità fondamentali. Nei luoghi di lavoro e nei rapporti di lavoro c’è il fascismo. La gente vive e deve vivere nella paura e nel terrore rinunciando alle sue libertà e dignità fondamentali. Mi ha colpito, pochi giorni fa su La7. Hanno fatto un servizio alla Fiat di Pomigliano. Si vedeva chiaramente che, al contrario di tempo fa quando gli operai si avvicinavano spontaneamente di fronte a una telelecamera, ora la risposta era la fuga, il travisamento. Risultato, quelli della troupe non sono riusciti ad intervistarli. Le tute blu vevano paura anche di farsi inquadrare dalle telecamere. Non eravamo a Nola, nei campi di pomodori, o a Prato davanti a una fabbrica cinese. In questa azienda c’è un clima di fascismo e mafia che impedisce ai lavoratori di parlare. Senza dire dei giovani precari e di chi è costretto a lavorare gratis. Tutte queste cose qui sono state costruite un po’ alla volta con la cultura del Jobs act e poi costituzionalizzate. Siamo all’anno zero del lavoro. E una eventuale ripresa finirà per stabilizzare questa situazione.

Se invece di farlo a Milano il corteo lo facevate a Roma Salvini veniva battuto quattro a zero…
L’abbiamo battuto lo stesso. A Roma tre volte quelli di Salvini, a Milano più o meno uguale e quindi li abbiamo batti quattro a zero. Chi tace è complice. Chi nel sindacato tace o lo trasforma in un problema di relazioni industriali è complice. Considero un errore il ritiro dello sciopero dello straordinario a Melfi. Negli anni ’50 la Fiiom in Fiat ha proclamato una marea di scioperi che facevano solo i militanti. Ma sono scioperi che sono serviti. Perché segnalavano che c’era un sindacato che non rinunciava a battersi. La forza della Fiom è stata finora quella di non aver mai piegato la testa.

Si ma oggi c’è un sindacato che non si capisce più. La Cgil fa la guerra a parole, la Fiom apre due fronti uno con il Governo e uno in Cgil…
Molta immagine e poca sostanza. Sono stato abituato nella mia storia sindacale che alle dichiarazioni corrispondono delle azioni. La Cgil ha smesso. Ha fatto lo sciopero generale e poi ha detto che la lotta non c’è più. E’ riprecipitata in un’abulia terribile. Avrei preferito essere stato smetito. Da tempo sostengo che quella dell’autunno era una fiammata di mobilitazione a cui non bisognava credere. Era una parentesi senza un progetto o una linea sindacale. La Cgil in questi 25-30 anni ha avuto due gambe: accordo con Confindustria e collateralismo con Pd. Oggi vengono meno tutte e due le cose. Semplicemente non sanno cosa fare. Bisgonerebbe avere una idea di ricostruzione generale del conflitto che i gruppi della Cgil non hanno intenzione di fare.
E per quanto rigaurda la Fiom che in questi anni ha svolto un ruolo enorme e importante il sindacato che non si arrende, ma a me pare che si sia sostanzialmente fermata. Dicono che tutto questo lavoro va investito in qualcosa, ma ci sono comportamenti troppo contraddittori. Nei sindacati contano i comportamenti concreti. Ha fatto la battaglia contro la Fiat ma fa la vetenza per il contratto nazionale insieme a quelli che stanno con Marchionne. Temo che il gruppo dirigenee della Fiom stia cadendo in quella condizione tipica, ma non è colpa loro, che ha messo in crisi tante esperienze positive nella sinistra e nel sindacato italiano, l’incoerenza. Landini esprime sentimenti popolari profondi e poi in concreto nei comportamenti quotidiani questo non c’è. Siamo passati dal fatto che quando è uscito il Jobs act il segretario della Fiom ha parlato di occupare le fabbriche e oggi vedo che fanno il contratto con Fim e Uilm. La Fiom nel 2001 non aveva fatto questa scelta. Al di là delle polemiche vedo una gran confusione.

Il QE peggiorerà o migliorerà le cose?
Il QE è una operazione di pura continuità. Non è vero che è una rottura con le politiche liberiste. Non è un caso che alla Grecia non sia concesso. La Grecia deve prima morire. Non bisogna dimenticare che ha vincoli precisi come la distruzione dei diritti del lavoro. Se l’Italia non faceva il Jobs act non lo prendeva. Vogliono ricostruire un mercato speculativo. Si continua a vendere il paese a pezzi. Dall’altro, c’è la distruzione totale dei diritti del lavoro. Se fai queste cose ti prestano i soldi. C’è un totale rapporto tra la dispersione sociale e la ripresa della speculazione. Da questo punto di vista non c’è nessuna differenza tra Draghi, Marchionne e Merkel. Chiunque pensi a delle alternative o a degli spazi progressisti o è disinformato o è complice.

Ci sarà disoccupazione e inflazione. Non è un bello scenario…
Hanno distrutto i contratti nazionali e ora fanno risalire l’inflazione. E’ lo scopo fondamtenale delle politiche liberiste. Sconcertante il dibattito sul contratto decentrato. Mi viene in mente il film degli anni sessanta “Cani perduti senza collare”. Non c’è concertazione, sono le aziende a fare le piattaforme. E chiederanno tutto e di più. Piattaforme selvagge. Tutto legato alla tentazione di ripristinare un sistema concertativo che non c’è più. Se uno vuole discutere di sindacato deve discutere come riprendere le lotte e non di relazioni sindacali.

Ross@ ha partecipato alla manifestazione di sostegno della Grecia, nell’ottica di una sinistra unitaria…
Ross@ la prossima settimana fa un convegno sull’Europa. Non si ricostruisce la sinistra senza avere una posizione su, io penso contro, l’Europa. Gli spazi politici occupati da Renzi sono enormi. Non c’è nessuno spazio per poltiche riformiste tradizionali anche con le migliori intenzioni. Su quello che è avvenuto tra Grecia ed Europa in cui la Grecia è stata abbandonata, spero che Tsipas pensi a un piano B. Se pensano di convincere la Merkel del no all’austerità vanno al disastro. La sinistra italiana deve partire da zero, ovvero dalle lotte e dai grandi temi. Siamo credo all’anno zero della sinistra. Non vedo niente in grado di presentare una vera prospettiva. Anche le liste Tsipras credo siano più un bisogono del ceto politico rimasto della sinstra radicale che un vero progetto politico. Temo che non sia così semplice, nelle regionali ci sarà caos perché non ci sarà una presenza massiccia e unitaria. Il nodo della sinistra è lo stesso del sindacato e della Fiom: non basta dire che non sei d’accordo con Renzi. Devi rompere con il Pd. E devi rompere dal Parlamento al Consiglio di quartiere. Non può essere un po’ sì e un po’ no. Syriza e Podemos presentano una rottura radicale con le esprienze precedenti.

Eppure l’occasione ci sarebbe, visto che sia il “grillismo” che il “salvinismo” non sembrano avere tutto questo filo da tessere…
L’occasione ci serebbe, è vero. A differenza di un paio di anni fa. Per sfruttarla bisogna rompere con tutte le pratiche di questi anni e rompere con il partito democratico.

Un premier che marcia spedito verso l’800 Fonte: Il Manifesto | Autore: Michele Prospero

 

E’ evi­dente che, con i decreti attua­tivi della fami­ge­rata carta di espro­pria­zione dei diritti deno­mi­nato Jobs Act, la Costi­tu­zione non è più la stessa. La prima parte, quella dei valori fon­da­men­tali, anche se non ancora toc­cata in modo espli­cito, è inde­bo­lita dalla legi­sla­zione più recente, vera pistola pun­tata con­tro il resi­duale diritto del lavoro. Frutto della seconda costi­tu­zio­na­liz­za­zione, lo Sta­tuto del 1970 era il com­pen­dio di una con­giun­tura sto­rica irri­pe­ti­bile che pre­sen­tava con­di­zioni poli­ti­che più favo­re­voli al mondo del lavoro. L’articolo 18 era in fondo il sim­bolo della rela­tiva potenza accu­mu­lata dal lavoro, rispetto al domi­nio asso­luto del capi­tale, e la dimo­stra­zione dei frutti posi­tivi sca­tu­riti dalla con­giun­zione di con­flitto sociale e grande mano­vra politica.

Ad essere col­pito dalla furia restau­ra­trice del governo Renzi è anzi­tutto il potere del lavoro e di con­se­guenza i diritti dei sin­goli dipen­denti si spen­gono come degli astratti postu­lati morali. Il segno di classe della riforma strut­tu­rale varata dal governo l’ha colto bene l’Ocse che, in uno sper­ti­cato elo­gio delle misure ren­ziane, le ha san­ti­fi­cate come l’eden resu­sci­tato della bella volontà di potenza dell’impresa. Nel docu­mento l’Ocse spiega le ragioni del suo inna­mo­ra­mento totale: «accre­scendo la pre­ve­di­bi­lità la norma riduce i costi reali dei licen­zia­menti, anche quando sono giu­di­cati ille­git­timi dai tri­bu­nali e inco­rag­gia le imprese». Sono felici sol­tanto per­ché il governo ha reso meno costosa la facoltà licenziare.

Quest’assalto nor­ma­tivo alla civiltà del lavoro, con la ridu­zione del costo del licen­zia­mento, secondo l’Ocse, è una divina bene­di­zione che accre­scerà la pro­dut­ti­vità per­ché, eli­mi­nando del tutto la pos­si­bi­lità del rein­te­gro per l’esclusione dall’impiego per motivi ille­git­timi, e ridu­cendo anche l’importo dell’indennizzo dovuto a chi viene get­tato sul lastrico, il Jobs Act sol­le­cita il risve­glio imme­diato degli spi­riti ani­mali del capi­ta­li­smo. Senza la sbri­ga­tiva libertà di licen­ziare, il capi­tale non rie­sce più a inve­stire, a inno­vare, a com­pe­tere. E quindi, il piano della nichi­li­stica espro­pria­zione del lavoro, con­ti­nua ad essere per­se­guito come la variante più allet­tante per rilan­ciare l’accumulazione in un paese che si accasa defi­ni­ti­va­mente nelle peri­fe­rie del capi­ta­li­smo glo­bale e che per il suo de te fabula nar­ra­tur guarda ormai all’Albania.

La filo­so­fia del ren­zi­smo si com­pie nel segno di una inte­grale deco­sti­tu­zio­na­liz­za­zione del lavoro. E la sua genuina essenza ideo­lo­gica è con­te­nuta nella cele­bre for­mula sulla libertà dell’imprenditore di licen­ziare come segno di una grande inno­va­zione desti­nata a fare epoca. La nuova legi­sla­zione, in effetti, è il cuore delle stra­volte riforme post-moderne, quelle capo­volte costru­zioni giu­ri­di­che che sop­pri­mono tutele e pic­cole libertà dal biso­gno e asse­gnano pro­prio al sog­getto già eco­no­mi­ca­mente più forte il diritto di schiac­ciare il con­traente più debole della rela­zione lavorativa.

Le con­di­zioni sociali della moder­nità sono basate gene­ti­ca­mente sul dif­fe­ren­ziale di potere tra capi­tale e lavoro. E il diritto del lavoro, nato dallo scon­tro poli­tico della società di massa, cer­cava di cor­reg­gere con gli inter­venti della legi­sla­zione gli squi­li­bri sociali più macro­sco­pici con­fe­rendo poteri cor­ret­tivi al lavoro come potenza sociale col­let­tiva. Ora il diritto muta di segno. E’ costruito il diritto del più forte, cioè è scol­pito anche sulla norma il potere legale san­zio­na­to­rio del capi­tale sul lavoro. Quando all’impresa si con­cede il diritto di licen­ziare il dipen­dente anche per un solo giorno ingiu­sti­fi­cato di assenza, le si con­se­gna un’arma di coer­ci­zione spro­por­zio­nata rispetto all’entità dell’illecito. E’ la pura forza dell’avere che suc­chia l’essere della per­sona che lavora, nel silen­zio della cor­nice pub­blica. Ma Rous­seau spie­gava che il diritto del più forte non è mai diritto. E quello scritto da Renzi è infatti la pura e sem­plice san­zione uffi­ciale e for­male del domi­nio di fatto dell’impresa sulla forza lavoro ridotta a varia­bile inanimata.

Ad domi­nio del capi­tale, scritto già a chiare let­tere nelle ogget­tive leggi dell’economia e con­fer­mato nelle ano­nime rego­la­rità impo­ste dalla divi­sione sociale del lavoro, si aggiunge anche la norma di stampo clas­si­sta che anni­chi­li­sce la rela­tiva auto­no­mia con­qui­stata nel Nove­cento dalla legi­sla­zione pub­blica nel cor­reg­gere le asim­me­trie del rap­porto sociale con norme det­tate dal senso civile e morale di un’epoca demo­cra­tica. Il giu­dice deve ammai­nare gli stru­menti roman­tici con i quali inse­guiva il mirag­gio della costi­tu­zio­na­liz­za­zione dei rap­porti di lavoro. Seb­bene con stru­menti coer­ci­tivi sca­ri­chi, per­ché privi di san­zione effet­tiva verso l’impresa ina­dem­piente, il giu­dice del lavoro aveva intro­dotto la legge e il con­tratto a più stretto col­le­ga­mento con l’essere del lavo­ra­tore. La bocca del giu­dice, nell’accertare la ade­guata pro­por­zione tra fatto e san­zione, ora si chiude dinanzi alla sover­chiante potenza dell’avere, del capi­tale, che fa ciò che crede della forza lavoro, con il modico prezzo di una indennità.

Si dise­gna una indi­vi­dua­liz­za­zione cre­scente delle rela­zioni eco­no­mi­che impo­nendo un secco rap­porto a due, da una parte sta il potere d’impresa che regna incon­tra­stato e dall’altra il lavoro, sog­getto ancor più pre­ca­rio appeso alla deci­sione d’azienda sui tempi, sui costi delle ristrut­tu­ra­zioni, sull’opportunità di un demen­sio­na­mento di ruolo nel posto di lavoro. Lo scam­bio inde­cente tra un (solo) nomi­na­tivo con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato e un effet­tivo potere di licen­ziare senza giu­sta causa cam­bia in pro­fon­dità i rap­porti di forza den­tro i luo­ghi di lavoro. Il sin­da­cato è invi­tato a uscire dalla fab­brica o dall’ufficio, non essendo più rile­vante il potere delle orga­niz­za­zioni nel trat­tare le con­di­zioni delle ristrut­tu­ra­zioni, degli esu­beri, dei tempi, delle mobi­lità, dei licen­zia­menti col­let­tivi.
Lo spie­gava bene Spi­noza: quando un sog­getto cede un potere, non ha più le chiavi per riven­di­care i suoi diritti. Non esi­stono infatti diritti frui­bili senza una potenza col­let­tiva che li sor­regge. E l’attacco del governo è, con qual­che per­versa siste­ma­ti­cità, indi­riz­zato con­tro le con­di­zioni (sociali e sin­da­cali) della potenza del lavoro. Strat­to­nato dalle stra­te­gie d’impresa che lo ren­de­vano una varia­bile sem­pre più pre­ca­ria, il lavoro viene ora reso liquido anche dalla norma giu­ri­dica. Il pub­blico si ada­gia alle esi­genze fun­zio­nali dell’impresa pri­vata e costrui­sce un diritto con moduli, tempi, risar­ci­menti mone­tari richie­sti dal capi­tale. Con il suo turbo governo Renzi pro­cede a passi di gam­bero verso l’Ottocento. Nella sua fab­brica entra solo il car­tello che intima alla mano­do­pera di per­dere ogni spe­ranza di riscatto e di non distur­bare il padrone che dà l’opportunità di lavoro, e quindi va santificato.

Nel regime giu­ri­dico duale, cioè con la com­pe­ti­zione inne­stata dalla norma dise­guale che dif­fe­ren­zia tra vec­chi e nuovi assunti ser­ven­dosi di pro­fili discri­mi­na­tori, l’impresa spera di otte­nere mag­giori poten­ziali di ricatto sul lavoro diviso e sotto minac­cia in virtù di nuovi poteri dispo­si­tivi e san­zio­na­tori. Con il suo Pier delle Vigne, la coman­dante dei vigili urbani di Firenze nomi­nata sul campo capo dell’ufficio legi­sla­tivo di palazzo Chigi, Renzi ha dav­vero posto fine al costi­tu­zio­na­li­smo della repub­blica. Già sepolti i suoi sog­getti poli­tici (i par­titi ideo­lo­gici di massa), ora sono spenti anche i suoi sog­getti sociali, il lavoro come sovrano della costi­tu­zione eco­no­mica. E’ comin­ciata un’altra epoca nel segno della destra eco­no­mica, cioè con lo sfac­ciato potere dell’impresa, con la sua giu­ri­sdi­zione pri­vata spie­tata e senza con­tro­par­tite. Il lavoro è scon­fitto, ma non vinto.

Pensioni, dal primo gennaio quattro mesi in più per lasciare il lavoro. Grazie Renzi! | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Per andare in pensione saranno necessari quattro mesi in più a partire dal 2016. A confermarlo è il decreto del ministero dell’Economia, pubblicato in Gazzetta Ufficiale allo scadere del 2014 sull’aumento delle aspettative di vita. I requisiti d’età per le diverse categorie, lavoratori del pubblico o del privato, uomini e donne, saranno così spostati in là di una stagione, ma le novità non si fermano qui: viene aggiornato anche il sistema delle quote, che vigeva per tutti prima dell’arrivo della riforma Fornero e che ora resta in piedi per determinati target, tra cui però ci sono anche gli esodati, nonché‚ i prepensionati del pubblico impiego. Per loro da gennaio del prossimo anno il diritto all’uscita verrà conquistato solo una volta raggiunta quota 97,6. “Siamo scesi in piazza per chiedere politiche concrete per il lavoro – commenta Susanna Camusso, leader della Cgil – e per dire di no a norme che il lavoro non lo aiutano, che non aiutano i giovani e non danno risposte nemmeno alle troppe persone rimaste bloccate dalla riforma Fornero”, ricorda la leader del sindacato di Corso d’Italia. E avverte: “Ci aspetta un anno complesso, fatto di altre battaglie”.

Il premier è figlio (legittimo) di D’Alema e Bersani Fonte: il manifesto | Autore: Roberto Della Seta

Partito democratico. L’avvento di Renzi è la conseguenza di una sinistra che da tempo non è più “contemporanea”

ITALY-POLITICS-PD-RENZI

Renzi pensa, parla, agi­sce come un poli­tico di destra? Può darsi, in molti casi è evi­dente, ma le domande a que­sto punto diven­tano altre e sono più impe­gna­tive: com’è pos­si­bile che un poli­tico così abbia “espu­gnato” senza grande dif­fi­coltà il Pd e oggi goda di un con­senso lar­ga­mente mag­gio­ri­ta­rio nell’elettorato che si sente di sini­stra e che ha sem­pre votato a sini­stra? Dipende solo dalle sue doti obiet­ti­va­mente straor­di­na­rie di istrione e dema­gogo? Io non credo, penso che se il Pd si sta tra­sfor­mando nel par­tito per­so­nale di Renzi per­dendo molti con­no­tati tra­di­zio­nali di un par­tito “di sini­stra”, que­sto dipende da com’è stata la sini­stra prima di lui.

Renzi, insomma, è figlio di D’Alema e di Ber­sani, nel senso che il suo avvento è la con­se­guenza di una sini­stra, della sini­stra ita­liana erede del Pci, che non ha mai fatto i conti con i pro­pri ritardi, i vizi, le ano­ma­lie rispetto a buona parte delle sini­stre euro­pee. Una sini­stra che da tempo non è più “con­tem­po­ra­nea”: per que­sto si è pro­gres­si­va­mente allon­ta­nata dagli ita­liani, com­presi tanti che hanno con­ti­nuato a votarla per abi­tu­dine o per man­canza di alter­na­tive, e anche per que­sto Renzi l’ha “spianata”.

Non ha fatto i conti, la sini­stra ex-Pci, con tre que­stioni su cui si sono costruiti prima il suo declino e poi la sua defi­ni­tiva sconfitta.

Una que­stione è squi­si­ta­mente ideo­lo­gica. Gli ex-Pci cam­bia­rono il nome subito dopo l’Ottantanove, quando peral­tro la “cosa” già aveva già pochis­simo di comu­ni­sta. Ma di quella sto­ria hanno con­ser­vato un abito men­tale che è stato di grave osta­colo per la com­pren­sione dei cam­bia­menti del mondo e dell’Italia. Così, hanno con­ti­nuato a misu­rare il pro­gresso secondo cate­go­rie anti­di­lu­viane che sepa­rano strut­tura – il lavoro, la con­di­zione mate­riale delle per­sone — e sovra­strut­tura – la lega­lità, la cul­tura, l’ambiente, la dimen­sione imma­te­riale del benes­sere -, e a con­ce­pire l’economia e lo svi­luppo come un secolo fa: certo non più “soviet e elet­tri­fi­ca­zione” ma comun­que car­bone (Ilva e din­torni), asfalto, cemento.

Così, sono rima­sti pri­gio­nieri dell’idea del pri­mato della poli­tica sulla società, e della con­vin­zione di essere – loro élite poli­tica — migliori del popolo rozzo e igno­rante che si fa infi­noc­chiare da Ber­lu­sconi o da Grillo; così, ancora, pro­prio in quanto ex-comunisti hanno ten­tato di tutto per dimo­strare di non esserlo più: dando prova di una com­pia­cenza siste­ma­tica verso inte­ressi costi­tuiti e poteri forti, pra­ti­cando una rigo­rosa asti­nenza da qua­lun­que radi­ca­lità si chiami patri­mo­niale o stop al con­sumo di suolo o diritti degli omo­ses­suali…
Una seconda que­stione è cul­tu­rale. Oggi l’alfabeto poli­tico della sini­stra nove­cen­te­sca è del tutto insuf­fi­ciente a rap­pre­sen­tare i valori, i biso­gni, gli inte­ressi di chi si con­si­dera “di sini­stra”. Fatica a inte­grare pie­na­mente nel pro­prio discorso temi come l’ambiente che set­tori cre­scenti della società con­si­de­rano cen­trali, non rie­sce a vedere che mal­grado i drammi incom­benti legati a disoc­cu­pa­zione e povertà sem­pre di meno le per­sone basano il pro­prio “essere sociale” pre­va­len­te­mente sul lavoro.

In nes­suno dei movi­menti sociali e di opi­nione degli ultimi decenni ascri­vi­bili a idea­lità di sini­stra, il lavoro è stato l’elemento cen­trale: dall’ambientalismo al fem­mi­ni­smo, dai no-global ai movi­menti gio­va­nili, dalle mobi­li­ta­zioni per i diritti civili a quelle per i beni comuni. Il lavoro natu­ral­mente conta tut­tora mol­tis­simo, conta tanto più in una sta­gione di dram­ma­tica crisi eco­no­mica come l’attuale per l’Europa; ma oggi per dare senso e futuro alla parola pro­gresso, spe­cial­mente per avere qual­cosa da dire su que­sto che inte­ressi i più gio­vani, non si può e non si deve met­tere al cen­tro solo il lavoro. In molti casi – sicu­ra­mente in
Ger­ma­nia e nel nord Europa, meno in Fran­cia — i socia­li­sti euro­pei si sono lasciati tra­sfor­mare da que­sti nuovi para­digmi. Gli ex-Pci no.

Infine, la sini­stra post-comunista e pre-renziana ha lasciato mar­cire al pro­prio interno la que­stione morale. Il Pci e i par­titi suoi eredi hanno svi­lup­pato, a par­tire almeno dai primi anni Ottanta, un’attitudine cre­scente a col­ti­vare rap­porti opa­chi con gli inte­ressi eco­no­mici: quanto più si sepa­ra­vano dalla pro­pria “diver­sità” politico-ideologica, e dai vin­coli anche finan­ziari con il comu­ni­smo sovie­tico, e tanto più sono andati strut­tu­rando un rap­porto prag­ma­tico e spre­giu­di­cato con l’economia. Un rap­porto nel quale hanno assunto uno spa­zio e un peso sem­pre più rile­vanti legami di scam­bio politico-elettorale con poteri eco­no­mici con­so­li­dati, dall’edilizia alla grande indu­stria di Stato o sov­ven­zio­nata (ener­gia, acciaio, cemento) al sistema ban­ca­rio, e nel sud con i poteri legati alla cri­mi­na­lità organizzata.

La sini­stra erede del Pci è stata anch’essa coin­volta in pieno nella que­stione morale: da Penati al Mose, dalla sanità pugliese alle “rim­bor­so­poli” esplose in quasi tutte le regioni — nella realtà.

Allora non è Renzi che ha spia­nato la sini­stra ita­liana: lui si è limi­tato a sep­pel­lire le mace­rie. Renzi è molto di più che l’antagonista, alla fine vit­to­rioso, di Ber­sani, D’Alema e com­pa­gnia: è figlio loro, sem­mai va notato che la discen­denza non è del tutto “ille­git­tima”. Al di là e al di sotto di un’efficacissima reto­rica da inno­va­tore, nei com­por­ta­menti ripete alcuni schemi men­tali e poli­tici tipici della sini­stra ex-comunista: non sop­porta i corpi inter­medi, soprat­tutto quelli non “col­la­te­rali” al suo potere; parla e stra­parla di par­tito liquido all’americana ma poi pre­tende disci­plina e obbe­dienza dai par­la­men­tari Pd; strilla con­tro i poteri forti ma poi dall’Eni a Fin­mec­ca­nica, dal pro­gramma di “rilan­cio” dell’energia fos­sile alla pro­roga delle con­ces­sioni auto­stra­dali fa di tutto per cor­teg­giarli e blandirli.

Fini­sco come ho comin­ciato, con una domanda. Date que­ste pre­messe, è rea­li­stica e soprat­tutto è immi­nente la rina­scita in Ita­lia di una sini­stra forte e vera?
Qui non ho una mia rispo­sta ma solo una con­vin­zione: chiun­que voglia impe­gnarsi per que­sto scopo deve sapere che l’impresa, per non essere pura fol­lia, pre­sup­pone sì il supe­ra­mento di Renzi ma altret­tanto la defi­ni­tiva sepol­tura di molte delle idee e dei com­por­ta­menti che prima di Renzi abi­ta­vano la sini­stra ita­liana e che con­ti­nuano, mi pare, ad abi­tare buona parte degli anti-renziani del Pd.