6 Luglio 2013 ore 17,30 S.Maria di Licodia presentazione del libro “Io So ” di Antonio Ingroia

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Donna Ninetta Bartoli, la prima sindaca d’Italia Da: da www.fidapa.com

Ninetta Bartoli

Ninetta Bartoli, è stata la prima donna italiana a diventare sindaco, nell’aprile del 1946. E’ un personaggio noto a pochi nell’ambito della sua isola, merita invece di essere conosciuto da tutti. L’elezione di Ninetta non è avvenuta in una grande città del Nord, dove le donne che pure si erano sacrificate fino alla morte durante la lotta partigiana, si videro comunque sbarrare nomine e carriere dal prevalere delle candidature maschili e neppure, in qualche capoluogo di provincia all’avanguardia, nel resto dell’Italia. No, Ninetta è stata per dodici anni sindaco in un piccolo paese di 600 abitanti: Borutta, cittadina collinare sita alle spalle di Sassari.

Oggi Borutta, seguendo un destino comune a tanti paesi della provincia italiana, è ancora più piccola di allora (305 abitanti), di origini antichissime (il sito era abitato già nel neolitico), ha una storia di tutto rispetto, strettamente intrecciata sia alle lotte intestine che a quelle che opposero i Sardi agli invasori genovesi e spagnoli nel corso di secoli.

Inizialmente Borutta era la cittadina meno importante della regione, edificata accanto alla più ricca e potente Sorres. Tuttavia, dall’inizio del quattordicesimo secolo Sorres cominciò a decadere e poi fu abbandonata: di essa rimasero visibili, nel tempo, solo i ruderi della splendida chiesa romanica di San Pietro con l’abbazia. Qui basti dire che della fine di Sorres si avvantaggiò Borutta, nella quale fu trasferito il Vescovado.
Inquadrato il suggestivo sfondo, veniamo a Ninetta Bartoli, primo sindaco d’Italia al femminile. Bisogna innanzitutto dire, che questa persona non è stata una semplice icona, un’immaginetta profilata sullo sfondo di vicende politiche che la sfioravano poco e niente. Si è trattato invece di una donna notevole, energica e determinata, che all’inizio del mandato si trovò di fronte un paese povero, senza acquedotto, senza elettricità nelle case, affiancato dai pur prestigiosi ma trascurati ruderi dell’antica e gloriosa abbazia di cui abbiamo detto. Di fronte a tutto questo Ninetta si rimboccò le maniche, affrontando la situazione con energia e conseguendo notevoli successi.
Ninetta (alcune fonti citano il secondo nome di “Bartola”) Bartoli nacque nel 1896 da una famiglia nobiliare locale. Aveva un’unica sorella che si sposò presto, trasferendosi altrove.

A Ninetta fu impartita l’educazione tradizionale delle ragazze benestanti: fu mandata in collegio presso l’Istituto delle Figlie di Maria, a Sassari, come è noto, questo tipo di educazione era finalizzato a rendere le convittrici molto pie e timorate, di buone maniere e colte quel tanto che bastava per non sfigurare in società: tanto le si riteneva destinate al matrimonio.

Le arti femminili non rientravano però fra i suoi interessi prioritari, infatti s’impegnò soprattutto nell’assistenza presso la parrocchia e fu artefice della fondazione della casa di riposo. Il suo ruolo di tramite fra la comunità ed il mondo esterno, i suoi legami con la DC sassarese (Famiglia di Antonio Segni, futuro Presidente della repubblica), le assegnarono un considerevole seguito, guadagnato con la concretezza del fare, per cui la sua candidatura nelle liste della DC fu una conseguenza naturale. I suoi risultati elettorali furono ottimi: su 371 votanti ottenne 332 preferenze, la sua lista ebbe 12 seggi e fu nominata sindaco da 13 consiglieri su 14, lei non si votò.

In un decennio realizzò opere importantissime: l’acquedotto con l’allaccio dell’acqua a tutte le case, le fognature, la centrale elettrica, ricostruì inoltre l’abbazia di S. Pietro di Sorres e tante altre opere infrastrutturali e sociali. Fu una sindaca davvero al servizio della sua comunità, riuscendo ad imporre le proprie scelte politico – programmatiche agli enti sovraordinati, la provincia e la Regione, con l’esercizio della sua autorevolezza. La sua esperienza politica tuttavia deve essere ascritta ad un sistema pre-partitico e pre-politico, in cui il notabilato locale era il naturale detentore del potere e anche se il suo governo, rappresentò una rottura dei vecchi schemi maschilisti, tuttavia la sua esperienza venne meno quando incominciarono ad emergere, alla fine degli anni 50, elementi di novità politica rappresentati da giovani democristiani del sassarese che si chiamavano: Giovani turchi. Furono quei giovani DC che nel ‘56 misero in minoranza i “vecchi” dirigenti della Dc sassarese, fedeli a Segni. A capeggiare quei giovani turchi c’era Franceso Cossiga, tra di loro vi erano numerosi rinnovatori, tra cui Beppe Pisanu.

Nel 1958 alle amministrative fu sconfitta da un giovane medico, aveva 62 anni.

Morì nel 1978, la camera ardente fu allestita nella sala comunale di Borutta e l’ufficio funebre fu celebrato dal Priore di S.Pietro di Sorres.

Nota.

(ll nome giovani turchi deriva dagli appartenenti ad un movimento politico dell’inizio del XX secolo nell’Impero Ottomano, ispirato dalla mazziniana Giovine Italia, e costituito allo scopo di trasformare l’impero, allora autocratico e inefficiente, in una monarchia costituzionale.)

 

Storia di Modesta Rossi-Casa del Vento

I Siciliani giovani/ giugno 2013/ www.isiciliani.it

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CaselliRicordo di Bruno Caccia/ Dalla ChiesaI giudici e l’antimafia al nord/ CavalliLombardia: silenzio sull’antimafia/ Roccuzzo“Diceva Fava… “/ Riccardo OriolesLa speranza/ R.O.Il modello Messina/ Antonio MazzeoMuos: il gioco delle parti/ Lettera da Istanbul/ Romeo, D’Amico, Cenarli, Flaccavento L’altro ieri a Istanbul/ OrsattiMafia a Roma/ BongiovanniI soldi sporchi di Cosa Nostra/ OgnibeneUstica: Stato disperso/ GiacaloneD’Alì: il processo e il silenzio/ CapezzutoCamorra e politica/ Dino Frisullo: il pacifista/ GiammussoPeriferie/ IacopinoCittadini: a scuola d’italiano/ Salvo OgnibeneBeni confiscati a Rimini/ Salvo CatalanoBusiness rifiuti/ Giorgio Ruta e Francesco RutaCemento spacca giunta/ GiudiceCatania: il Pua/ Di Florio Abruzzo / C.CataniaLe città perdute/ Salvo Vitale Belvedere = Malvedere/ Carlo Gubitosa, Kanjano, Flaviano Armentaro, Mauro Biani MAMMA/ G.Bucca L’albero Falcone/ Spina Il cinema di Giuseppe Fava/ E.Camilleri Quattro tumuli di frumento/ Jack Daniel Treno a errata velocità/ Occhinegro “Perché amiamo le stelle”/ Caruso Catania: il “rinnovamento”/ Abbagnato “Dell’Utri, grazie per il governo”/ De Gennaro Quando c’era Lui/ Orsatti Chi ha vinto a Roma/ Rossi Grandi parole e piccole omertà/ Appari-Di Girolamo Marsala bevi e taci/ Gandini Nord e Sud/ Cittadinanza , beni comuni/ Vita Prism ti controlla. Ora/ Ioppolo Mafia e fiction/ Occhipintii Le mamme di Niscemi/ Di Stefano-La Porta Lea Garofalo, la sentenza/ Presidio Lea Garofalo Gli studenti con Lea e Denise/ M.Mazzeo La scelta di Lea/ Giacalone Chi c’è alla Commissione Antimafia?/ Caponetto Da Catania alle Langhe/ D’Urso- Bruno Diario dalla nostra rete/ Orioles L’Ingegnere/ Giuseppe Fava Quando parliamo di mafia/

IN ALLEGATO L’EBOOK: STORIE QUA E LA’

DA’ UNA MANO A RIPORTARE I SICILIANI IN EDICOLA:

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(Iban Banca Etica, “Associazione Culturale I Siciliani Giovani)

Catania 29 giugno 2013 manifestazione GAYPRIDE.

L’ANPI di Catania ringrazia l’arcigay per le 5 giornate condivise insieme, è stato un lavoro duro e interessante di cultura, di gioia,di vita e di grandi ideali. L’ANPI  lotta sempre affinchè i diritti di tutti vengano attuati in Italia, come prevede la Costituzione.

Grazie, Santina sconza presidente provinciale Catania

 

Energia elettrica, dal 1° luglio aumento delle bollette dell’1,4%. Diminuisce il gas: -0,6% da: controlacrisi.org

Dal 1° luglio le bollette di Energia Elettrica per le famiglie aumenteranno del +1,4 %, vale a dire un aumento di 7 euro su base annua per un’utenza domestica tipo (2700 KW/h).

Diminuisce, invece  del -0,6% il gas. Corrisponde a -7 € su base annua per un’utenza domestica con un consumo annuale pari a 1400 mc.
“Questa diminuzione – dichiara Federconsumatori – è un segnale importante, oggi conferma il trend in discesa che è iniziato a partire dallo scorso trimestre ed è dovuto in larga parte alla modifica degli assetti del mercato del gas e al passaggio dai contratti Take or Pay ai contratti Spot, e l’Autorità ribadisce che l’effetto dell’introduzione del nuovo metodo di approvvigionamento della materia prima (…) porterà a una riduzione complessiva del 7% entro l’anno”.

 

“Non è sostenibile – aggiunge – l’aumento dell’energia elettrica, specialmente in un quadro di mercato come quello di oggi. Assistiamo ad una diminuzione dei prezzi sul mercato all’ingrosso, dovuta alla diminuzione del gas e alla forte produzione di energia elettrica attraverso fonti di energia rinnovabile, ma nonostante questo le famiglie vengono caricate di ulteriori aggravi dovuti ai costi di dispacciamento”.

“Rinnoviamo la richiesta nei confronti del Governo – conclude – di incentivare una drastica diminuzione delle bollette, che sarebbe attuabile spostando i costi degli oneri di sistema sulla fiscalità generale e riducendo la tassazione applicata sulle fatture degli italiani, specialmente l’aliquota IVA ingiustamente calcolata anche sulle imposte

Se lo studio allontana il lavoro Fonte: il manifesto | Autore: Alba Sasso

 

Sconforto è la parola che forse definisce meglio lo stato d’animo di chi si ferma ad analizzare i provvedimenti per l’occupazione varati dal governo. Una misura in particolare salta subito agli occhi, e ferisce nel profondo: la proclamazione, di fatto, dell’inutilità degli studi. I posti di lavoro previsti infatti sarebbero riservati a giovani privi di titoli di studio come il diploma, e ovviamente la laurea.

Ci si sarebbe aspettati che il premier Letta dichiarasse che questa è una misura del tutto parziale e ancora insufficiente, dedicata soltanto a chi ha di meno e a chi parte con meno chances. Sottolinearlo nella presentazione del piano sarebbe stato almeno un atto di chiarezza. Ma questo avrebbe mostrato in modo esplicito i limiti di questa misura. Il problema infatti è tragicamente molto più vasto e riguarda i giovani tutti. Certo i cosiddetti neet, giovani che non studiano e non lavorano, sono gli invisibili, le fasce più deboli e più colpite che alimentano in misura significativa quel 40% di disoccupazione giovanile che pesa come un macigno su ogni possibile futuro per il nostro paese. Ma la strategia di Europa 2020,che pure si occupa col progetto “Youth on the move” e con l’iniziativa “Opportunità per i giovani” di questo specifico target, si pone come obbiettivo l’individuazione di percorsi che favoriscano il ritorno all’istruzione e alla formazione.

Cresce un paese che non garantisca una solida istruzione di base, qualifiche e diplomi? Cresce un paese che è fanalino di coda in Europa per il numero dei suoi laureati, il 21% nella fascia 25/34 anni, a fronte della media europea del 35,8%, mentre l’Europa ci chiede di portare al 40% questa percentuale entro il 2020? Ogni lavoro, anche quello che può apparire il meno qualificato, ha bisogno oggi di maggiori conoscenze e competenze. In questi anni l’opera di impoverimento del sistema dell’istruzione pubblica è stata sistematica e ha lasciato ferite dolorose, forse difficilmente sanabili.

Ora si proclama ufficialmente che chi ha passato tanti anni a studiare, specializzarsi, formarsi professionalmente ed intellettualmente ha buttato via il suo tempo, i libri non servono. E si tratta di una decisione che pare sposarsi perfettamente con una tendenza che negli ultimi anni ha ridotto la scuola pubblica ad un sistema ferito e depotenziato, tenuto su dall’ostinazione e dall’amore per la scuola di generazioni di insegnanti e studenti che in quei valori continuano a credere.

Questa decisione del governo si inserisce poi in una generale tendenza all’abbandono delle facoltà universitarie. E’ da qualche anno che diminuiscono le immatricolazioni all’università. E certo numeri chiusi e sbarramenti vari non aiutano. Crollano le facoltà umanistiche, in particolare. Cioè quei luoghi della cultura in cui si è formata l’identità della nazione moderna, in cui vien custodita la memoria storica e letteraria di un intero paese. Negli ultimi 20 anni la riduzione di oltre il 25% delle iscrizioni nelle facoltà umanistiche è un dato che dovrebbe far paura a tutti. Sembra quasi il trionfo di una inconsistente banalità, dilagata però nella cultura delle classi dirigenti, quella secondo cui con la cultura “non si mangia”. Laddove invece tutta la storia di questi anni dimostra clamorosamente il contrario, la nostra industria culturale ha continuato a primeggiare nonostante tutto, e a rappresentare una voce importante del Pil nazionale. Ma anche le facoltà scientifiche conoscono una flessione drammatica, destinata a pesare negativamente sul futuro economico e produttivo del nostro paese. E alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi, soprattutto a quelli maggiormente preparati e qualificati e iperspecializzati, per la cui preparazione e qualificazione si è investito, non resterà che emigrare, anzi scappare. Agli altri, a quelli meno “schizzinosi”, ai “cervelli che non possono fuggire”, per trovare lavoro non resterà che coltivare l’ignoranza, in un paese che non sa o non vuole invece coltivare le intelligenze e la creatività.

Per fare scelte diverse sarebbe bastato ascoltare i rettori, gli insegnanti, gli studenti, per capire lo stato comatoso in cui versa il nostro sistema di istruzione ed individuarne le criticità proprio in rapporto al mondo del lavoro. Che avrebbe bisogno sempre di più per crescere di figure di alto profilo culturale e professionale. Costerebbe troppo un piano per il lavoro dei giovani tutti? Che si occupi del disagio e dell’eccellenza, che non dimentichi che è il sapere a produrre vantaggio economico, sociale e civile, capace di creare collegamenti e sinergie tra istruzione, formazione , lavoro anche attraverso incentivi alla ricerca e all’innovazione rivolti alle imprese? Forse sarebbe stato necessario non rinviare bensì cancellare l’acquisto degli F35, peraltro dismessi dagli Stati uniti, per avere gli indispensabili finanziamenti per coprire ampiamente un progetto più forte e coraggioso, senza andare a racimolare risorse dal Fondo di funzionamento universitario o dai Fondi europei, sottraendoli alle regioni che già utilizzano su obiettivi analoghi. Scegliere è difficile, ma è l’unica strada per governare.