Strage Rapido 904, “Non fu solo mafia, ma interessi convergenti” da: antimafia duemila

rapido-904-8Depositate le motivazioni della sentenza al processo contro Riina

di Aaron Pettinari – 22 giugno 2015
“Non può escludersi” che nella decisione, organizzazione ed esecuzione della strage del Rapido 904, oltre alla mafia “abbia trovato coagulo un coacervo di interessi convergenti di diversa natura”. A metterlo nero su bianco è la Corte d’assise di Firenze, che lo scorso aprile ha assolto Totò Riina dall’accusa di essere mandante dell’attentato che il 23 dicembre 1984 causò la morte di 17 persone ed il ferimento di altre 260. L’ordigno fu posto in una carrozza di seconda classe, la nona, tra l’undicesimo e il dodicesimo scompartimento.

Nelle motivazioni della sentenza, depositate quest’oggi, i giudici spiegano il motivo per cui il Capo dei capi non è stato condannato in quanto nessuno dei pentiti ascoltati “ha avuto conoscenza che la strage fosse riconducibile a un suo mandato, istigazione o consenso di Riina”. Piuttosto, “fu una possibile convergenza di interessi”.
E poi aggiungono che la strage “indubbiamente giovava alla mafia, ma non ne recava la tipica impronta”. L’attentato colpì in maniera “feroce e del tutto indiscriminata inermi cittadini” seguendo una logica definita “squisitamente terroristica”.
A differenza di quanto sostenuto dalla Procura di Firenze, secondo la Corte “l’evoluzione storica pare smentire qualsiasi linea di continuità strategica” fra la strage del Rapido 904 e quelle mafiose del biennio 1992-1994, rivolte contro nemici di Cosa nostra, come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, o contro i beni artistici, per dimostrare “la vulnerabilità” dello Stato e “costringerlo a scendere a patti”.
Non è bastato quindi il dato fornito dal dirigente della polizia scientifica Giulio Vadalà, che ha deposto durante il processo, in merito all’esplosivo utilizzato per l’attentato al Rapido . Questi aveva evidenziato come fosse “dello stesso tipo utilizzato nella strage di via D’Amelio” e che vi erano “analogie riguardo ai materiali (Semtex, composto da T4 e Pentrite, nitroglicerina e tritolo, ndr) con la strage di Capaci e le stragi del 1993 a Roma, Milano e Firenze”, nonché con i falliti attentati all’Addaura e allo stadio Olimpico di Roma.
Il consulente parlò anche delle analogie tra i materiali esplosivi scoperti e sequestrati in arsenali e depositi nella disponibilità di mafiosi legati a Cosa nostra: in particolare ha fatto riferimento ai sequestri del 1985 a Poggio San Lorenzo (Rieti) e in un appartamento a Roma – depositi entrambi nella disponibilità di Pippo Calò, già condannato per la strage del rapido 904 – e al sequestro dell’arsenale gestito da Giovanni Brusca a San Giuseppe Jato (Palermo). Dallo stesso Vadalà venne anche rilevato che il Semtex è un esplosivo di produzione cecoslovacca di cui era vietata l’importazione in Italia.
Oltre a Calò, ricordano i giudici in sentenza, per la strage sono già stati condannati i suoi “collaboratori” Guido Cercola e Francesco Di Agostino, e un artificiere tedesco, Friedrich Schaudinn. Per la “sola” detenzione di esplosivo, invece, sono stati condannati l’ex parlamentare del Msi Massimo Abbatangelo e quattro camorristi: Giuseppe Missi, Giulio Pirozzi, Alfonso Galeota e Lucio Luongo. Secondo i giudici, proprio “i legami con esponenti della banda della Magliana”, vantati da Calò, ponevano il boss di Porta Nuova come tramite tra “il potere mafioso ed ambienti eversivi di destra”. Non solo. Tra gli anni ’70 e ’80 Calò godeva di un “certo grado di autonomia” all’interno di Cosa Nostra, e vantava una serie di “relazioni collaterali” con ambienti vicini alla camorra e all’estrema destra: questo – concludono i giudici – “avvalora il dubbio che non abbia avuto la necessità di avere impulso, autorizzazione o consenso di Riina”. Un dubbio, appunto. Anche senza la certezza, appare difficile pensare ad un’azione, in quegli anni, che abbia coinvolto Cosa nostra senza quantomeno l’avallo del boss corleonese. Sulle motivazioni della sentenza si è poi espressa anche Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’ Associazione Tra I Familiari delle Vittime di Via dei Georgofili: “La sentenza della Corte di Assise di Firenze per il treno 904 , ci toglie un peso dallo stomaco. Ricondurre le stragi del 1993 ad una strategia eversiva di destra, contro il solito avanzare del rosso, ci avrebbe davvero trovati in disaccordo. La sentenza di Firenze del rapido 904 scrive che nulla hanno a che fare la strage di Natale degli anni ’80 con le stragi del 1993, 1994.
Aspettiamo la sentenza di Cassazione come sempre, ma far di ogni erba un fascio, è qualcosa che abbiamo sempre disapprovato, convinti come siamo che le stragi del 1993 sono state volute in una sorta di trattativa fra la mafia ‘Cosa nostra’ e quanti con Riina si erano collusi in gravissime ruberie frutto di grandi traffici”. “Una collusione – prosegue – fra mafia ‘Cosa nostra’ e concorrenti esterni alla mafia che ritroviamo nella strage di via dei Georgofili che dura ancora oggi. Prova provata ne è il non arresto di Matteo Messina Denaro, e la ritrosia da parte dei Governi di questi 20 anni a non fare fronte alle esigenze delle vittime, quasi a negare tutta la drammaticità di stragi come quella di via dei Georgofili”.

La trattativa Stato-mafia legittima? Caro prof Fiandaca, venga con me… da: lavocedinewyork

La trattativa Stato-mafia legittima? Caro prof Fiandaca, venga con me…

Non si capisce come un insigne giurista, quale è Giovanni Fiandaca, possa sostenere che la trattativa Stato-mafia è stata legittima. La mafia che ho conosciuto io non può esserlo…

Giovanni Fiandaca
Giovanni Fiandaca

Il potere, a dispetto della pensiero andreottiano, logorò la mente di Totò Riina. S’era convinto d’essere un moderno Cesare, con veto di vita e di morte verso tutti. La prosopopea d’essere il padrone assoluto di Palermo e dintorni, fece fallire il suo progetto di divenire il “Re” assoluto della mafia siciliana e non solo.

Non dico una baggianata quando affermo, che la megalomania del Curtu di Corleone (il basso di Corleone) , fu alimentata e foraggiata da personaggi delle Istituzioni con un patto del tipo:” ..viviamo tutti insieme felici e mafiosi””. Del resto basta spulciare le condanne per concorso esterno alla mafia, di Dell’Utri, di Totò -vasa vasa- Cuffaro, di Contrada, e tanti altri condannati in via definitiva per capire quale fu il connubio mafia/politica.

E poi dovremmo anche aggiungere i morti eccellenti, rei di non aver mantenuto i “patti” nell’assicurare l’esito pro mafiosi, del max-processo. L’inizio della fine dell’impero di Riina, iniziò il 23 aprile 1981, quando decise di uccidere, il giorno del suo 42esimo anno di età “U Falco”, ovvero il principe di Villagrazia, Stefano Bontate.

A seguire quello di Totuccio Inzerillo I due omicidi segnarono definitivamente un’insanabile frattura in seno a Cosa nostra e appare ancora oggi riduttivo affermare che all’epoca vi fu una guerra di mafia. Niente affatto, nessuna guerra attraversò le file di Cosa nostra, ma invero, una “mattanza” tipica delle pulizie etniche di memoria balcanica, voluta da Totò Riina per assicurarsi la leadership di Cosa nostra.

In buona sostanza il mancato Re innescò una caccia all’uomo di quanti erano rimasti fedeli a Bontate o comunque non “allineati” alla sua crescente egemonia del territorio. Gli uomini d’onore, decimati e rincorsi in ogni luogo, vennero etichettati con disprezzo “gli scappati”. Nell’arco temporale che va dal 1981 al 1984 nel solo capoluogo siciliano si registrarono migliaia di morti. La cosa davvero triste era che mentre la Carta costituzionale editata nel 48 abrogava la pena di morte, in Sicilia Totò Riina, ordinava omicidi con frequenza e quantità simile da far rabbrividire qualsiasi persona di sano intelletto.

Ricordo, che nel 84 in una stalla di piazza Scaffa a Palermo, vennero trucidati otto  persone. E lo Stato? Lo Stato era lì, presente e assente,a seconda i punti di vista. Presente, quando a mo’ dipupiata, dopo l’omicidio di Dalla Chiesa mandò in Sicilia mille agenti, che noi definimmo il “secondo sbarco dei mille”. Assente, perchè non volle “colpire” con estrema durezza il gotha di Cosa nostra, permettendo la morte violenta di onesti magistrati, poliziotti, carabinieri e politici, lavandosi poi la coscienza con la posa di una corona d’alloro, mentre nel frattempo strizzava l’occhio ai potentati che erano tutta una “cosa” con Cosa nostra.

A me quel che dispiace e lo dico con onestà, è leggere che un insigne ed esimio giurista, come il prof Giovanni Fiandaca (autore, insieme con Giovanni Lupo, di  un libro in cui critica l’impianto del processo sulla trattativa Stato-mafia, La mafia non ha vinto, edito da Laterza), affermi che la trattativa Stato-mafia è da ritenersi “legittima”. Io non so quale mafia abbia conosciuto il prof Fiandaca, di certo dovrebbe essere diversa da quella che conobbi io da bambino/ragazzo prima e da sbirro poi.

Il ragionamento del prof Fiandaca mi riporta agli anni della giovinezza, quando il solo veder passeggiare sottobraccio uomini d’onore e politici, sintetizzava a furor di popolo un palese e tacito accordo tra loro. E mi spiace che lo stesso prof non sia stato eletto al Parlamento europeo: l’intera Europa di sicuro si sarebbe giovata dalla lungimiranza di un così esimio giurista e conoscitore di cose di mafia.

Non capisco questo accanimento verso la Procura di Palermo, prima verso Caselli e ora verso Nino Di Matteo: addirittura per certi versi anche in contrasto col magistrato Giovanni Falcone, sul concorso esterno all’associazione mafiosa. Non gli piace che la magistratura si occupi della trattativa Stato mafia? Vogliamo ritornare indietro prof Fiandaca quando a Palermo vivevano “ncutti (vicino) mafiosi e politici?

E no, prof Fiandaca, venga con me, le faccio visitare le vie e le piazze dove i miei occhi videro i corpi maciullati di Pio La Torre, Dalla Chiesa, dei miei colleghi e carabinieri ammazzati: venga con me e le faccio vedere dove negli anni 70/80 alcuni onorevoli nazionali e siciliani si riunivano per incontrare il gotha di Cosa nostra.

E lei mette in discussione la fattispecie di reato voluto da Falcone? Ma per favore! E’ facile parlare quando nel corpo non si portano ferite difficilmente sanabili: è facile stare seduto su una cattedra universitaria e disquisire sul comportamento della Procura di Palermo, che peraltro ha pagato un durissimo prezzo.

E allora esimio prof vada a dire ai familiari vittime della violenza mafiosa che il concorso esterno è un obbrobrio, vada a dire che la trattativa Stato mafia è legittima.

Ritornando a Totò Riina, egli ha voluto strafare, forse inebriato dal potere: un potere di vita o di morte. E, proprio l’arroganza d’essere il “centro” del mondo, che innescò il suo declino. Era convinto d’essere divenuto l’unica suprema autorità, e lo dimostrò con le stragi del 92/93. E come dargli torto se uno Stato imbelle gli permise anni e anni di latitanza, sino a ricevere un suo “papello”?

Il declino dei “corleonesi” è sotto gli occhi di tutti, ma sopravvivono “menti raffinatissime” che di certo non hanno i “peri incritati”: menti, dedite da anni e anni a trattare, ad essere il collante degli indicibili accordi tra Stato e mafia. Lo Stato non può e non deve abdicare al primo reuccio che si presenta in scena.

Lo Stato non può e non deve trattare coi delinquenti e con gli assassini, altrimenti, egregio prof Fiandaca, calpesteremo la memoria di chi ha pagato con la vita la fedeltà allo Stato. Noi siamo l’Italia e non un Paese sudamericano. Se dipendesse da me punirei senza se e senza ma, anche la semplice stretta di mano tra un mafioso e un politico. Altro che concorso esterno.

E quindi ben vengano uomini come il magistrato Nino Di Matteo, che rappresentano un ostacolo alla continuazione di un “sistema” collaudato da tempo, ovvero il “vizio” di trattare coi mafiosi. Infine, lo stesso magistrato Paolo Borsellino, si mise di traverso e morì per la cocciutaggine di non accettare “ il puzzo del compromesso” e di rompere la discontinuità degli “accordi”. La sua Agenda Rossa, che rappresentava il bancomat della verità, fu vigliaccamente rubata. Il declino dei “corleonesi” è avvenuto, vorrei vedere altri declini, se non altro per rispetto ai nostri martiri della violenza mafiosa.

Bongiovanni: “Ultimo mi attacca? Se sa qualcosa mi denunci pure” da: l’ora quotidiano

Intervista al direttore di “Antimafia Duemila”, dopo le accuse lanciate da Sergio De Caprio, l’ufficiale dei carabinieri che arrestò Totò Riina e che, imputato insieme al generale Mori nel processo sulla perquisizione del covo di via Bernini, è stato in seguito assolto

di Alessia Rotolo

17 febbraio 2015

Sergio De Caprio, detto Capitano Ultimo, è il carabiniere che arrestò Totò Riina. Imputato insieme al generale Mori nel processo sulla mancata perquisizione del covo di via Bernini, è stato in seguito assolto. Capitano Ultimo ha attaccato pubblicamente Giorgio Bongiovanni, direttore di Antimafia Duemila e i giornalisti che vi lavorano.

Direttore Bongiovanni, perché Ultimo se la prende con lei all’improvviso?
Mi sconcerta questo atteggiamento. Lo conosco da 15 anni e lo reputavo un amico. Noi abbiamo fatto una campagna su Antimafia Duemila nel 2001 pro Ultimo, con raccolta di firme per evitare il suo trasferimento dopo la cattura dei latitanti. Lamentava che forze superiori a lui non gli davano mezzi e strutture per poter dare la caccia in maniera decisa a Bernardo Provenzano. In seguito a queste dichiarazioni fu smantellato il pool di Ultimo per la ricerca dei latitanti. È stato così trasferito al Nord dove è stato promosso a capitano del Noe, il nucleo operativo ecologico. Quando è uscita fuori l’indagine sul covo di Riina, dove anche lui è stato coinvolto e poi assolto, sono cominciati i diverbi tra me e lui. Malgrado non ci siano prove, Ultimo e Mori, hanno avuto un comportamento, a mio parere, errato: sarebbe stato giusto, anche secondo quanto scritto dal giudice, che i due carabinieri fossero stati ammoniti per non aver perquisito il covo Riina. Sono stati assolti, ma il giudice ha ammesso che hanno sbagliato. Rimane sempre il dubbio come mai una persona come Ultimo possa avere sbagliato così…”

– Poi comincia il processo sulla trattativa Stato-mafia…
“Sì, vengono sentiti tutti, anche Ultimo che non dà risposte chiare sulla mancata perquisizione del covo di Riina, e anche sulla questione di Messina, dove lui e la sua squadra si precipitano per la presenza di un presunto boss, che non esisteva, mentre a trenta metri da dov’erano loro c’era Nitto Santapaola. Non se ne sono accorti? Ultimo mi attacca per tutto questo perché sono un giornalista e faccio domande. Io so che lui è in buona fede, non è un traditore, penso che voglia aiutare il generale Mori per una questione di fedeltà. Ed io questo lo considero un grave errore. Invece di rispondere nel merito di queste accuse lui scende sul piano personale. Per il resto la mia vita privata non c’entra niente col mio lavoro di giornalista. Anch’io potrei farlo con lui, perché ci conosciamo. Ma lo rispetto e non lo faccio. La lotta alla mafia è laica, Antimafia Duemila è una testata laica e malgrado la mia profonda fede non ho mai usato la testata per parlare di me e del mio credo. Lui deve rispndere alle risposte tecniche, del tipo: perché non è stato perquisito il covo di Riina e perché continua a proteggere il suo capo, il generale Mori?”

– Perché l’accusa di lucrare sull’antimafia?
“Il sito di Antimafia Duemila è gratuito, la pubblicazione cartacea esce una volta all’anno e costa dieci euro. Quindi, lucrare su che cosa? Io ho ricevuto 700 euro in 15 anni dallo Stato Italiano: tutti i finanziamenti di Antimafia Duemila provengono da privati, amici, imprenditori, dipendenti. Fondamentalmente è tutto volontariato. L’editore che finanzia il progetto mette 1500 euro: mi riferisco alla Fondazione Falcone e Borsellino e all’Associazione Giordano Bruno. I giornalisti sono dei volontari che percepiscono solo un rimborso spese”.

– Ultimo sembra voler alludere a finanziatori occulti che foraggerebbero Antimafia Duemila. Lei che cosa risponde?
Se lui sa di questi finanziatori occulti lo denunci e lo dimostri. Dei nostri finanziatori nessuno è ricco o riveste qualche ruolo particolare. È un’invenzione. Lui deve rispondere alle domande dei giornalisti piuttosto che attaccare i giornalisti sul piano personale. Visto che è un carabiniere sa come si fanno le denunce; se è sicuro di ciò che dice perché non lo fa? Siamo uno dei pochi giornali che difende processi che nessuno difende. Se per occulti intende mafiosi si sbaglia di grosso: la mafia con noi ci rimette, ci hanno querelato politici e anche boss mafiosi”.

– Ultimo attacca la sua fede e le sue stimmate, cercando di farla passare per un visionario. Come replica a queste tipo di accuse?
Nel Vangelo c’è scritto: quando il fratello ti da uno schiaffo tu porgi l’altra guancia. Io ho intenzione di fare così. Ultimo, che è anche lui missionario, lo dovrebbe sapere. Lui deve rispondere nel merito, lasciamo stare le nostre storie personali. Io sto soffrendo tanto perché gli voglio bene… mi è stato insegnato a perdonare e a lavorare per unire e non per dividere. Sono contento se un giorno ci riabbracceremo, ma dovrà sempre dare risposte ai tanti morti ammazzati per mafia in questo Paese”.

“Troppa scorta per i pm inquirenti. Così si isola la giudicante” da: antimafia duemila

01di Aaron Pettinari – 24 gennaio 2015

Tabelle, statistiche, numeri. La cerimonia di apertura dell’anno giudiziario è la prima occasione dove il Sistema Giustizia riflette sulla propria attività, si interroga sulle proprie disfunzioni e sulle opportunità di miglioramento. Un evento istituzionale dove le parole, dette e non dette, possono pesare come macigni. Lo scorso anno l’ex presidente della Corte d’appello, Vincenzo Olivieri, andato in pensione nel novembre 2014, era riuscito nell’impresa di non pronunciare alcuna parola sui pm minacciati dal Capo dei capi, Totò Riina, che dal carcere Opera di Milano inviava “strali di morte”, al tempo stesso inviando un messaggio d’affetto nei confronti del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, vittima di “infondati sospetti di interferenza” (riferendosi alle quattro telefonate intercettate sull’utenza di Nicola Mancino, oggi imputato nel processo sulla Trattativa Stato-mafia per falsa testimonianza). Oggi il presidente della corte “ad interim”, Vito Ivan Marino, ha ribadito il deferente saluto nei confronti del dimesso Capo dello Stato, ricordandone il discorso del 22 dicembre 2014 al Csm “Per la tutela del prestigio e della dignità dei magistrati, che sono corollari dell’autonomia e dell’indipendenza dell’ordine giudiziario, sono fondamentali comportamenti appropriati… ispirati a discrezione, misura, equilibrio, senza cedimenti a esposizioni mediatiche o a tentazioni di missioni improprie”. Non solo. Nel suo discorso in merito alle linee della criminalità nel distretto della Corte d’appello di Palermo ha lanciato una critica tutt’altro che velata nei confronti del servizio di sicurezza assegnato a certi magistrati. “Non si può sottacere – ha detto nella sua esposizione – che la indubitabile contingente e pericolosissima esposizione a rischio in determinati processi di taluno dei magistrati della requirente con conseguente adozione di dispositivi di protezione mai visti in precedenza, finisca per isolare e scoprire sempre di più i magistrati della giudicante titolari degli stessi processi”. Nessuno lo dice ma è chiaro che il riferimento appare indirizzato nei confronti del pm Nino Di Matteo, membro del pool trattativa, il cui livello di scorta è stato portato al massimo nell’ultimo anno dopo la condanna a morte di Totò Riina e le rivelazioni del neo pentito, Vito Galatolo, che ha parlato di un progetto di morte con oltre 150 chili di tritolo già arrivati a Palermo dalla Calabria.

A questa si aggiungono nell’ultimo anno le intimidazioni e le minacce nei confronti del procuratore aggiunto Teresa Principato e del procuratore generale Roberto Scarpinato, con la lettera anonima ritrovata lo scorso settembre sopra al tavolo, all’interno del suo ufficio, che prefigura scenari quantomeno inquietanti. Diversamente non risultano minacce di morte ed intimidazioni nei confronti dei magistrati giudicanti e pertanto non si capisce per quale motivo sia stato necessario un “appunto” di questo tipo. Forse si vuol far passare il messaggio che la sicurezza dei pm e l’adozione dei massimi livelli di protezione porta ad una sovraesposizione del processo cui fanno parte? L’intervento non chiarisce anche perché poi Marino aggiunge: “Si sta verificando la stessa identica situazione degli anni ’80 allorché la protezione era garantita per lo più, se non esclusivamente, ai magistrati facenti parte dei pool antimafia dell’Ufficio istruzione e della Procura della Repubblica, con indifferenza verso la situazione della giudicante”. Un riferimento chiaro ai tempi del maxiprocesso, dell’omicidio Saetta e a quella grande fibrillazione all’interno di Cosa nostra, a causa di quel procedimento che ne avrebbe segnato la storia. Un richiamo affinché venga adottato un “piano sicurezza” con il “carattere della permanenza e della costante efficenza”. Ed è anomalo che ciò avviene proprio nell’anno in cui la Procura generale, dopo i ripetuti allarmi bomba, il ritrovamento di un proiettile nei pressi del palazzo di giustizia e le incursioni negli uffici, ha affrontato il problema sicurezza anche sul piano strutturale. Una “bacchettata” viene data anche ala società civile: “Va riconosciuto il merito di quelle componenti della cosiddetta società civile che hanno contribuito a far crescere, nelle giovani generazioni, quella cultura antimafiosa che costituisce il vero e permanente antidoto alla diffusione dei comportamenti mafiosi. Ma occorre la dovuta attenzione affinché tale opera non guardi esclusivamente al momento repressivo dell’organizzazione criminale, ovvero sia in favore soltanto della pubblica accusa con, talvolta anche plateali, manifestazioni di protesta nei confronti della giudicante, rea soltanto di avere appunto giudicato in base agli elementi di accusa presenti nel processo, spesso insufficienti”. Ed infine Marino ha concluso il suo discorso in pieno “stile Napolitano”, parlando dell’importanza di evitare comportamenti di “protagonismo”: “L’alta funzione affidata ai magistrati di applicare la legge assume un carattere di laica sacralità, che immune da ogni atteggiamento di personale protagonismo, non può prescindere del carattere di indipendenza e imparzialità, di rigore e di obiettività. E’ essenziale inoltre il prestigio e la dignità dei magistrati che deve tradursi in comportamenti appropriati”.

Foto © ACFB

Riina sul generale dalla Chiesa: “Gli svuotarono cassaforte” da: antimafia duemila

riina-dalla-chiesa-seppiadi AMDuemila – 2 settembre 2014

Palermo. Alla vigilia dell’anniversario dell’assassinio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa torna il mistero della cassaforte. “Questo dalla Chiesa ci sono andati a trovarlo e gli hanno aperto la cassaforte e gli hanno tolto la chiave. I documenti dalla cassaforte e glieli hanno fottuti”. A parlare è il boss Totò Riina che, intercettato dal carcere di Opera, racconta al compagno di ora d’aria, Alberto Lorusso, di quando venne svuotato il forziere di villa Pajno, la residenza palermitana del generale. “Minchia il figlio faceva … il folle. Perché dice c’erano cose scritte”, continua Totò Riina nella conversazione intercettata il 29 agosto del 2013 e finita agli atti del processo sulla trattativa Stato-mafia. “Ma pure a dalla Chiesa gli hanno portato i documenti dalla cassaforte?”, chiede Lorusso al boss. “Sì, sì – risponde il capo dei capi – Loro quando fu di questo … di dalla Chiesa … gliel’hanno fatta, minchia, gliel’hanno aperta, gliel’hanno aperta la cassaforte … tutte cose gli hanno preso”.
Poi accenna alla cassaforte del suo ultimo covo “Li tenevo in testa” dice a Lorusso, sostenendo che nella sua cassaforte non ci fossero documenti.

Fonte ANSA

Abbassato il livello protezione ad Antonio Ingroia da: antimafia duemila

ingroia-antonio-big7E intanto Riina parla anche di lui a Lorusso

di Aaron Pettinari – 2 settembre 2014
“Cosa nostra non dimentica. La mafia è una pantera. Agile, feroce, dalla memoria di elefante”. A dire queste parole altri non era che Giovanni Falcone, nel maggio 1992, nella sua ultima intervista per l’ inserto napoletano di cultura di Repubblica. “Corleone non dimentica” lo ha ricordato poco meno di un anno fa anche anche Totò Riina, parlando al suo compagno di passeggiate Alberto Lorusso. Allora si riferiva al sostituto procuratore di Palermo Antonino Di Matteo ma nella lista dei “nemici” di Cosa nostra figurano anche altri nomi di magistrati che hanno condotto o conducono ancora oggi importanti inchieste in prima linea. In questo elenco figura anche l’ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, oggi avvocato e leader del movimento Azione civile. Cosa nostra non dimentica ma forse lo Stato sì tanto che ad Ingroia è stato abbassato il livello di protezione passando dal secondo al terzo livello. Ciò significa che diminuirà il numero di agenti che avranno il compito di scortarlo durante i suoi spostamenti.

E dell’ex pm ha anche parlato recentemente il Capo dei capi, Totò Riina che, sempre dal carcere Opera di Milano in merito alle inchieste e riferendosi ad Ingroia diceva: “Loro lo sanno che Berlusconi non è colluso con la mafia”.
Non è ancora stata resa nota la motivazione per cui si è deciso di adottare questo nuovo livello ma se si considerano le minacce ricevute in passato ecco che la decisione può apparire quantomeno discutibile. Nel febbraio 2013 una lettera minatoria anonima era stata spedita presso la sede del partito dei Comunisti italiani. “Ingroia comunista di merda ritirati (si era sotto elezioni, ndr) o ti facciamo fare la fine di Falcone e Borsellino. 1000 kg di Tnt-T4 sono pronti…”.
Oggi Ingroia non è più magistrato ma la sua battaglia affinché venga scoperta la verità sulle stragi non si è esaurita anche se si è spostata in altri campi.
“Se non avremo condizioni diverse rispetto al modo di essere del nostro Stato avremo sempre silenzi ed omertà – aveva ribadito quest’estate al convegno organizzato dalla nostra testata a 22 anni dalla strage di via D’Amelio – Verità e democrazia camminano assieme e se è vero, come è vero, che siamo un Paese senza verità, ciò vuol dire che siamo un Paese senza democrazia. E il cambiamento parte dalla società civile dobbiamo sostenere questi magistrati ma non basta il tifo e il sostegno. In quell’aula bunker in cui si celebra il processo trattativa le gabbie sono vuote perché molti dei veri colpevoli di quelle strati non ci sono in quell’aula. E se non ci sono è perché sono all’esterno dell’aula bunker a circondare quel luogo, quei magistrati quei pm e quei giudici. Sono i membri di quella parte di Stato colpevole che non vuole il processo. Perché se è vero che non abbiamo uno Stato complice ma assassino è ovvio che questo pretende la propria impunità e la propria improcessabilità. E quel processo non si potrà mai ottenere veramente finché non cambia lo Stato”.

Riina, una escort dello Stato-Mafia per tutte le stagioni da: antimafia duemila

riina-lodato-okdi Saverio Lodato – 1° settembre 2014
A noi questo Totò Riina che torna a parlare per gli eterni aggiornamenti delle vicende di Cosa Nostra e dintorni, raccontando che a suo tempo Berlusconi, ogni sei mesi, gli faceva avere duecentocinquanta milioni delle vecchie lire perché negozi Standa e tralicci televisivi potessero vivere serenamente in Sicilia, ricorda tanto da vicino quelle escort che, armate di rossetto, cipria e vistose scollature, sfilavano a frotte negli studi televisivi alla page,  per raccontare le bravate notturne di Silvio, o di “papi”, se si preferisce, alla corte di Palazzo Grazioli. Quella era una fase in cui fra tanti, a sinistra, si era diffusa la folgorante convinzione che ogni puttana in più che finiva in prima serata rappresentava una picconata al robusto e ritorto albero del potere berlusconiano che, dai oggi e dai domani, sarebbe venuto giù per sempre. Sappiamo come andò a finire. L’albero è lì, con qualche ramo ormai seccato, tante foglie ingiallite, ma le radici non sono state particolarmente scalfite. In tanti si esercitano nello sport di chiedersi cosa farebbe o direbbe Giovanni Falcone, se oggi fosse ancora vivo, ogni qual volta la cronaca giudiziaria presenta casi spinosi e tempestosi. E noi, sommessamente, ce lo siamo chiesti a proposito del processo di Milano scaturito dall’ “affaire Ruby-Mubarak”, senza nulla voler togliere al puntiglio del pubblico ministero Boccassini… Ognuno si dia la risposta che vuole.

Ma poiché la “via del buoncostume al socialismo” non l’ha ancora inventata nessuno, l’effetto boomerang è stato che oggi Berlusconi, grazie all’ editto renziano, vidimato dal capo dello Stato, è stato cooptato fra i padri della patria, gli viene riconosciuto un ruolo  di “inter pares”, e, se proprio vogliamo dirla tutta, si è definitivamente consacrato il principio che, ammesso che scopasse, scopava a sua insaputa. Ora il paragone potrà sembrare ardito, ma, a ben vedere, non lo é. Partiamo da lontano.
Da Giulio Andreotti, per esempio. Oggi Riina fa sapere che per incontrarlo in Sicilia lo incontrò, ma “bacio” niente, solo languidi sospiri…  E’ toccato all’attuale procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, tenere il punto in un’intervista al “Corriere della Sera” in cui, chi intervistava, insisteva petulantemente che Andreotti fu “assolto” dalla Cassazione per quelle viscide frequentazioni che riguardavano un sette volte presidente del consiglio. Andreotti infatti, con buona pace di Bruno Vespa e della stragrande maggioranza dei media italiani, fu “prescritto” dalla Cassazione per quegli incontri, ci si perdoni la rozzezza stilistica, e persino “condannato” a pagare le spese processuali. Il grande Ciccio Ingrassia, intervistato nei tempi che furono dal TG1, alla domanda,  che allora teneva banco perché si trattava di buttare in caciara il processo di Palermo, “ma secondo lei, è possibile che Riina e Andreotti si siano baciati?”, diede una risposta di rara finezza: “non lo so se si sono incontrati. Ma stia tranquillo che se si sono incontrati si sono baciati …”. In Italia spesso sono solo i comici e i vignettisti ad avere il dono innato di essere lapalissiani, ma così cogliendo il vero; tutti gli altri attaccano il carro dove vuole il padrone. I politici italiani, con stomaco più capiente dello struzzo, hanno tranquillamente sorvolato su quei decenni di “andreottismo” perché hanno imparato l’arte di edificare “politicamente” sulle macerie evitando l’incombenza di rimuoverle.
Ora occupiamoci di Berlusconi e dei 250 milioni che “u zu Totò” riceveva semestralmente, a suo dire, in quanto rappresentante della ditta Cosa Nostra, da quello che sarebbe diventato il leader di Forza Italia. Per avere una verifica della “notizia” basterebbe bussare a una cella di Rebibbia, chiedere a Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia, vita parallela la sua a quella di Silvio e che avrebbe fatto sbizzarrire la penna di un Vasari. Dell’Utri, purtroppo, come uno stoico, si ispira al motto “acqua in bocca”, ma se decidesse di raccontare perché un assassino patentato come Vittorio Mangano finì alla corte di Arcore, perché ci finì, e qual era il suo effettivo mandato, che tutto era tranne che un “mandato equino”, ne sentiremmo delle belle. Ma è così l’Italia. Ci sono in circolazione, spesso con tutti i timbri della carta bollata, “mezze verità” che devono accontentare tutti. Una verità “sola”, “solare”, “unica”, su nessuna delle miriadi di storie nere, criminali, economiche e politiche, che hanno insanguinato la Repubblica, è lusso che non ci possiamo permettere. Torniamo a Riina.
Giova ricordare che gli “aggiornamenti”, di cui parlavamo all’inizio, risalgono sempre a quel colloquio “live”, grazie alle registrazioni carcerarie, avvenuto nel carcere di Opera a Milano, fra Riina e un ceffo della Sacra Corona Unita che qualcuno pensò bene di affiancargli durante l’ora d’aria. Il “fatto” risale all’agosto dello scorso anno. Ma viene fuori a ondate successive. E questo non è bello. Non è rispettoso nei confronti dell’opinione pubblica. Anche il “format” della telenovela più seguita deve avere una sua fine. Insomma, questa storia del colloquio di Opera, sa di giochino che, tirato troppo alla lunga, rischia di diventare sporco. Cerchiamo di metterci d’accordo. Qual è la posizione di Riina? Fino a prova contraria è un pluriergastolano per delitti e stragi. Non è mai stato, non ha mai voluto esserlo, un “collaboratore di Giustizia”. Allora cos’ è? E’ la gran “voce” che parla dal di dentro dei poteri criminali? Può farlo in assenza di contraddittorio? Senza filtri? Può abbattersi come un meteorite sulla testa di milioni di italiani a reti unificate? Pare proprio di sì.
A questo proposito è davvero curioso che almeno una volta al mese, in Italia, scoppia la polemica perché qualcuno ha parlato da qualche parte, spesso capita nelle facoltà universitarie, senza avere gli adeguati requisiti morali. Oddio ci fosse qualcuno che si levasse indignato al cospetto degli sproloqui del Riina! Tutti in adulazione. In venerazione. Proni alla gran “voce” che parla dal di dentro. Non lo straccio di un editoriale di Eugenio Scalfari o di Giuliano Ferrara. Non il balbettio dell’opinionista, Emanuele Macaluso. Non un monito del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Certo. Riina sta al gabbio. Per fortuna di tutti noi. E non ha grandi possibilità di spostamenti.
Ma se per assurdo qualche conduttore di talk show riuscisse ad accaparrarselo in prima serata, sai che share, sai che ascolti, sai che poltrone girevoli e che fondali, e che luci… Ammetterete che neanche questo è bello. Insomma, è come se qualcuno stesse utilizzando una vecchia escort del calibro di Totò Riina, che indubbiamente di segreti, e non segreti di camera da letto, ne conosce tanti, per un eterno aggiustamento di quelle “mezze” verità, di cui parlavamo prima, che si danno in pasto agli italiani. Perché Riina si presta, modestamente crediamo di averlo capito. Riina ormai lo fa, l’abbiamo scritto cento volte, perché conosce benissimo l’esistenza dello Stato-Mafia e della Mafia-Stato, e sa che la contrapposizione fra Stato e mafia è stata una bella favoletta che per decenni ha tenuto banco. Al punto in cui è, con famiglia ed eredi a cui pensare, e soldi a palate, che forse nessuno gli cerca più, che gli costa fare qualche “favorino” a quello Stato-Mafia con il quale in fondo è sempre andato d’accordo, lui e tutta Cosa Nostra, nei secoli e nei secoli? A tal proposito sarebbe interessante che il sito “Dagospia”, diretto dal collega Roberto D’Agostino, che per definizione si occupa, fra l’altro, di “retroscena”, adoperasse l’arma dell’inchiesta per scoprire come è possibile che a un anno esatto dal colloquio di Opera si continui ancora – giornalisticamente, s’intende – a mungere latte fresco. Ci sovvengono – infatti – le parole tratte da “La Baronessa di Carini” dal compianto Vincenzo Consolo: “O gran manu di Dio, ca tantu pisi, cala, manu di Dio, fatti palisi”.

“O grande mano di Dio, che tanto pesi, cala, mano di Dio, fatti palese”.

Ma Riina non è Dio. E’, scusate la volgarità, un semplice pezzo di m…

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