«Con il centro commerciale a Lamezia gestivamo assunzioni e voti» da: corrieredellacalabria.it

I racconti del pentito Pulice sui “Due Mari”: voti in cambio di lavoro, «e quando si ha il consenso il colore politico non conta». Il rischio della faida quando il clan Iannazzo si avvicina ai Perri

Martedì, 30 Agosto 2016 19:12 Pubblicato in Cronaca

Il centro commerciale "Due Mari" Il centro commerciale “Due Mari”

LAMEZIA TERME Attività lecite, assunzioni, voti. Funziona così la catena di montaggio del consenso popolare. Il collaboratore di giustizia Gennaro Pulice – arrestato a maggio 2015 nel corso dell’operazione Andromeda, messa a segno dalla Dda di Catanzaro contro la consorteria mafiosa Iannazzo-Cannizzaro-Daponte – racconta cosa significhi avere la gestione di uno dei centri commerciali più grandi della regione. «Perché avere il centro commerciale – racconta Pulice riferendosi al centro commerciale “Due Mari” – avere la gestione del centro commerciale in toto attraverso una società comunque… non con l’estorsione mensile, attraverso una società di valorizzazione patrimoniale, gli affitti, i leasing, l’impresa di pulizie, la manutenzione ordinaria e straordinaria, ci consentiva di avere un introito economico importante, attività lecite, ma poi soprattutto le assunzioni, cioè noi andavamo a collocare 2/300 ragazzi all’interno di una struttura, che erano 2/300 famiglie che poi votavano; cioè, alla fine, è tutto un giro». E questo giro comincia a fruttare nel momento più importante: quello delle elezioni. Perché, spiega il pentito, «se io do il posto di lavoro a dieci persone, quando c’è il momento di fare le elezioni comunali, provinciali, regionali, io mi posso permettere a una persona che ho tolto di mezzo la strada di dirgli dammi il voto. E se io l’ho tolto di mezzo alla strada, sono sicuro che quella persona non mi dice di sì e poi lo dà a un altro, ma me lo dà».
Il ragionamento di Pulice è semplice, scontato, quasi banale: «Perché comunque, di fatto, poi la gestione del territorio avviene… cioè la gestione del territorio poi, di fatto, non la fa lo ‘ndranghetista, non la fa il criminale per strada, la gestione del territorio la fa il sindaco, la fa l’assessore; cioè solo così può avvenire una gestione in pieno. Perché se io ho un pacchetto di voti di 1000, due, tre 5000 voti, io troverò le porte aperte ovunque, a destra, a sinistra, di dietro, con Forza Italia… Là non c’è colore. Quando si hanno i voti, il colore non c’è perché… Chi si candida ha uno scopo, prendere voti. Non è che chi si candida dice: no, io dalla famiglia Torcasio non ci vado perché sono mafiosi. È una fesseria questa. Anzi, forse è la prima porte dove vanno a bussare. Sennò come ci sale là? Il sistema elettivo è questo. Il sistema elettivo è questo».

IL SEQUESTRO DELLA DDA Non solo il centro commerciale “Due Mari”, ma tutto il patrimonio di Francesco Perri rappresenta per la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro un frutto dei legami tra il gruppo imprenditoriale e la cosca. Il 21 marzo scorso, con l’operazione “Nettuno”, il Gico della Guardia di Finanza ha sequestrato beni per circa 500 milioni di euro, considerati nella disponibilità diretta o indiretta degli appartenenti al clan. Tra questi anche il centro commerciale e altre attività del gruppo Perri. Tagliare linfa vitale alle cosche, questo è uno degli obbiettivi della lotta alla criminalità organizzata. Il patrimonio è stato in parte dissequestrato dal Tdl ad aprile ma i sigilli sono rimasti su diverse attività. Da parte sua Francesco Perri, con una conferenza stampa, ha dato la propria versione dei fatti: «Non ho mai pagato il pizzo, sono una vittima di ‘ndrangheta, non un colluso».

SI ROMPONO I PATTI Ma se il centro commerciale aveva il potere enorme di portare alla cosca denaro, assunzioni e un potente bacino elettorale, ha anche il terribile potere di incrinare i rapporti all’interno della consorteria Iannazzo-Cannizzaro-Daponte. Nascono, racconta il collaboratore, rancori e asti interni quando «quando gli Iannazzo, invece di dedicarsi solo ed esclusivamente alla Sir, al litorale, a tutto ciò che era business fino a Nocera Terinese, hanno incominciato invece a mettere le mani su Perri». Perri è Francesco Perri, imprenditore e proprietario del centro commerciale, anch’egli imputato nel processo Andromeda che riprenderà a settembre. Ma le cose sono andate diversamente, perché all’inizio «si era sempre detto che noi, Cannizzaro, Daponte, con Bruno Gagliardi, avremmo dovuto avere la gestione del centro commerciale e tutte le altre attività presenti su Lamezia, le piccole attività, non dovevano pagare le estorsioni in modo da avere comunque il consenso popolare, che era quello che alla fine a noi ci interessava». E quando «il piano originale ha iniziato a essere intaccato», sono cominciati i malumori. Perché il legame con i Perri, in origine, lo avevano i Cannizzaro. Era il rapporto che – lo conferma Pulice rispondendo a una domanda del pm Elio Romano – legava Antonio Perri, padre di Francesco, ucciso nel 2003, e Peppe Cannizzaro, capostipite della famiglia, ucciso nel 1998. Alla fine, però, furono gli Iannazzo i più abili a inserirsi nell’affare, a stringere i rapporti con Perri. Pietro Iannazzo era sempre sul cantiere quando c’era il lavoro al centro commerciale. Ma una faida cruenta all’interno della consorteria non è mai nata. Un po’ non conveniva a nessuno e poi i rivali nell’ambiente delle cosche, erano già troppi. «Io di mio non volevo comunque uno scontro interno nostro, anche perché di fatto i Torcasio ancora ce n’erano, Giampà ancora ce n’erano, era magari qualcosa da posticipare a dopo. Io sono sempre comunque partito dal presupposto che parlando con alcune persone, facendogli capire alcune cose, con alcuni amici intendo, no?, perché comunque gli Iannazzo li consideravo amici, si riusciva a trovare la quadra, non c’era bisogno di uno scontro». Il brutto tempo sembra minacciare l’orizzonte verso il 2011 quando Bruno Gagliardi si allontana dagli Iannazzo e si avvicina ai Cannizzaro-Daponte. Ma Pulice racconta che in quel periodo aveva già in mente di allontanarsi dagli affari e dai livori della criminalità calabrese. 
I propositi omicidiari non si concretizzano e, comunque, nel 2015 arriva l’operazione Andromeda.

Alessia Truzzolillo
a.truzzolillo@corrierecal.it

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Festa dell’Unità, al dibattito con Massimo D’Alema vince il no. “Renzi è ormai un politico come tutti gli altri”

Pubblicato: 30/08/2016 21:25 CEST Aggiornato: 30/08/2016 22:22 CEST
MASSIMO DALEMA

“Questo è un mio lavoro… Siccome nessuno crede che io lavoro all’estero, lo dico perché i giornalisti si informino…almeno quelli con ‘accesso linguistico’…”. Massimo D’Alema stringe tra le mani una copia del ‘Progressive Post’, la rivista in inglese che cura per la fondazione Italiani Europei. Festa nazionale dell’Unità a Catania, classico giro tra gli stand prima del dibattito serale con il ministro Paolo Gentiloni sulla politica estera. Ma D’Alema è qui anche per dire ancora una volta no alla riforma costituzionale: no, nonostante i manifesti di ‘Basta un sì” che arredano la festa a villa Bellini, sì ovunque senza tregua. No, invece, dice D’Alema perché la riforma Boschi “è stata scritta male” e che Renzi “sta diventando un politico tradizionale, la spinta si è affievolita…E’ diventato un politico normale con tutti i difetti del caso, dalla lottizzazione della Rai al resto… E questo lo vede la gente, non io…””. Applausi dalla platea, mentre il dibattito va totalmente fuori tema: si parla di referendum costituzionale, anzi di “plebiscito”, attacca D’Alema, si parla di Renzi, amministrative, Pd, “il modo in cui abbiamo liquidato il nostro sindaco a Roma”, dice D’Alema, l’Italicum “imposto con voto di fiducia…”. Per la politica estera non c’è spazio.

L’attacco di D’Alema è feroce, dritto al cuore del renzismo e della sua storia a Palazzo Chigi. “Abbiamo cambiato la costituzione con una maggioranza raccogliticcia di trasformisti senza mandato popolare. Renzi ha vinto le elezioni contro Letta… “. E giù con “verdini amico ventennale di Lotti…”. Gentiloni gli rinfaccia ii tempi dell’alleanza con “Mastella”. “Ma avevamo vinto le elezioni….”, risponde lui. “Le ha vinte Prodi non tu”, urlano dalla platea. C’è un po’ di agitazione ma sono Gentiloni e D’Alema a darsele di santa ragione. Il primo lo chiama “Signor no”. Il secondo: ” se vince il sì bisognerà adattare questo vestito al prossimo vincitore Di Maio. Se vince il no, si apre una discussione… Andiamo ad un referendum in cui per il sì c’è Marchionne, confindustria e le grandi banche. Per il no ci sono l’Anpi e la Cgil. È normale per un partito di sinistra?”. Gentiloni: “per il sì c’è la stragrande maggioranza del Pd…”. La platea contesta: “buuuu no!”. “Va bene, magari non la maggioranza di questa sala…”, acconsente il ministro, sconfitto. “Se perde il sì c’è un colpo per il Pd non per Renzi….”.

D’Alema guarda al 5 settembre, per la presentazione dei comitati del no e di una sorta di ‘controriforma’ dalemiana. Lui non la chiama così. Ma la definisce certo una proposta di riforma costituzionale “più snella”. Se è vero che si torna al voto solo nel 2018, allora c’è il tempo per approvare un’altra riforma”, dice candido. Parole d’ordine: bicameralismo, riduzione dei senatori ma anche dei deputati, fiducia al governo votata da una sola delle due camere. La sua è una fronda anti-Renzi nel Pd? Per carità: “Non faccio parte di minoranze. La nostra è una proposta dei cittadini…”. Girotondini? “Mi sembra difficile l’idea di fare un girotondo con il professor De Siervo, con il professor Casavola, con il professor Onida, con il professor Cheli. Forse Orfini dovrebbe essere più rispettoso verso queste personalità che rappresentano tanta parte della cultura italiana”, dice D’Alema replicando al presidente del Pd.

È un D’Alema difensore dei cittadini che Renzi non riesce ad agganciare, quello all’opera a Catania. E il luogo sembra essere quello giusto, a giudicare da quello che racconta qualche volontario qui alla Festa Nazionale dell’Unità, gli umori dei militanti non sono convinti per il sì, non in massa. “C’è pluralismo”, ci dice una ragazza. Cosa che si evince nettamente dall’applauso calorosissimo che accoglie D’Alema sul palco a inizio dibattito: “Massimo!”. E si vede moltissimo quando il moderatore Claudio Cerasa fa un piccolo sondaggio tra il pubblico: chi vota sì, chi vota no, su le mani. I no sono decisamente in vantaggio, per quello che può contare un mini-test della platea riunita per un dibattito tra Gentiloni e D’Alema sulla sinistra e la politica estera.

Sarebbero serviti anche banchetti del no alla Festa del Pd? Glielo chiediamo a D’Alema nel backstage: “Non mi occupo di banchetti….”. Però, sottolinea, “c’è un grande spazio per il ‘No’ tra i cittadini. Ce n’è di meno nell’informazione, che è veramente controllata dopo l’occupazione brutale della Rai da parte del governo e la cacciata dei dissidenti, cosa che mi ha francamente colpito. Solo Berlusconi era arrivato a tanto”.

Tra gli stand lo accompagna l’europarlamentare Dem Michela Giuffrida. “Io in Italia ho degli hobby. All’estero lavoro”, insiste D’Alema. C’è lo stand dei socialisti e democratici, selfie e strette di mano. Un militante catanese lo avvicina per regalargli il calendario di Sant’Agata, la patrona. Lui ringrazia e si sposta. C’è lo stand dei senatori: “Buonasera presidente, qui spieghiamo cosa fa il Senato…”. Gli dice una volontaria. Già, “il Senato…”, risponde lui e passa oltre, verso il palco dove la chiacchierata con Gentiloni si svolge in maniche di camicia e cravatta. Niente toni formali per dire che: “L’altro giorno facevo un’intervista con un giornalista dello Spiegel e anche lui concordava che Renzi ha esaurito la sua spinta, quella delle europee. Renzi sta diventando un politico tradizionale tanto è vero che anche nel nostro paese il populismo e l’anti-politica stanno prendendo piede. Se abbiamo perso quasi tutti i ballottaggi con il M5s…questo è un dato oggettivo, il Pd ha esaurito la spinta e si presenta più o meno come gli altri partiti…”.

“Qui al censimento fatto da Cerasa ha vinto il no”, riconosce Gentiloni guardando la platea un po’ preoccupato. Non gli resta che ripiegare sull’allarme scissione. “No alle logiche divisive, mi preoccupa la tendenza a dire ci sarà un processo democratico ma i livelli di differenza ci porteranno alla rottura, io penso non sia così….”. “C’è un altro partito oltre il Pd ? – chiede il moderatore a D’Alema – risponda con tranquillità…”. “Siamo in un contesto in cui sono io che garantisco la sua tranquillità…”, è la risposta sorniona. La platea del no esplode nell’applauso. “Si è determinata una frattura sentimentale col nostro popolo…”. E’ ricomponibile? “Dipende dal segretario del partito… Ascolto l’invito di Gentiloni all’unità, ma chi ha portato lo spirito della frattura nel Pd è stato il leader del partito. Nessuno prima ha proposto di rottamare nessuno… Io mi sono scontrato con Prodi che però mi ha voluto come ministro… Uno può essere unitario ma quando l’unico intento è rottamarti, è problematico….”.

Cosa vuole D’Alema? “Io mi sono dimesso dopo aver perso elezioni in modo meno catastrofico di Renzi”, e la platea viene giù in applausi. “Io sono libero e non voglio incarichi: l’unica cosa che pretendo è di battermi per le mie idee”. A Catania ci è riuscito.

Una storia dove i sensi sono protagonisti: il libro di Claudia Bruno da: nonoidonne

Una sorellanza interrotta

Silvia Vaccaro

Claudia Bruno, “Fuori non c’è nessuno”

Il romanzo d’esordio di Claudia Bruno, trentenne giornalista ambientale, si legge d’un fiato lasciando al lettore la voglia di saperne ancora delle due protagoniste, Greta e Michela, amiche sin dall’infanzia, diverse e anche per questo inseparabili. “Fuori non c’è nessuno” è una storia di sorellanza interrotta a causa delle scelte che le due hanno compiuto da adulte, scelte da cui non sempre si ha il tempo e la possibilità di tornare indietro. Attorno a questa amicizia densa, si muovono gli altri personaggi importanti, principalmente femminili, che intrecciano le loro storie e i loro ricordi alla vicenda principale. Anita, la nonna speciale del fidanzato di Greta, Katarzyna, donna delle pulizie polacca che tutti credono strana e che osserva il mondo dalla sua casa a piano terra e Isabella, la nonna di Greta, che appare a ogni apertura di capitolo con un conto alla rovescia fatto di filastrocche in dialetto e ricordi di un Sud lasciato indietro e in cui Greta sente di affondare le sue radici più profonde. L’ambientazione del romanzo è la cittadina desolata di Piana Tirrenica, fatta di “case con finestre sempre troppo piccole”, capannoni industriali e colate di cemento spesso lasciate a metà. Una periferia che racchiude in sé i molti luoghi d’Italia vittima dell’abusivismo edilizio, dell’avidità e dell’incuria. La bellezza del romanzo è certamente frutto dell’ossatura narrativa ben costruita ma anche di una grande sapienza stilistica. Tutta la storia è un’armonica sinestesia dove i sensi sono attori principali ed è proprio grazie al loro intreccio che ci si sente come avvolti e rapiti dalle pagine, dove non mancano i riferimenti al tempo presente fatto di precariato e insicurezza, di migrazioni e di incroci e scontri di culture. Un esordio promettente di cui vorremmo leggere presto un secondo capitolo.

Claudia Bruno
Fuori non c’è nessuno
Ed Effequ, pagg 224, euro 13,00

Il femminicidio è reato politico da: ndnoidonne

Importanza dell’uso corretto del termine femminicidio: non tutte le uccisioni di donne sono femminicidi, cioè hanno a che fare con il sessismo

inserito da Rosanna Marcodoppido

Nei tempi di pausa, che a volte per fortuna accadono, è possibile che tornino alla mente rovelli che attendono di essere affrontati e risolti. Alcuni di essi dentro di me hanno a che fare con la lingua parlata e scritta e con le sue pigrizie di fronte al mutare delle coscienze. Nominare correttamente la realtà, contrastando il sessismo che ancora pervade il linguaggio, è responsabilità ineludibile di chiunque voglia affermare dignità e libertà per le donne.
Prendiamo la parola omicidio, essa rimanda espressamente all’uccisione di un uomo, per questo noi dell’Udi abbiamo tra le prime in Italia, oltre dieci anni fa, scelto la parola femminicidio, mutuata dal termine spagnolo feminicidio, usato dalle donne messicane per indicare uccisioni di donne per mano di uomini. Ci furono allora molte resistenze, ma oggi “femminicidio” è entrato a pieno nel linguaggio di tutte/i e si configura così come noi lo abbiamo definito: un reato iscrivibile in quel rapporto asimmetrico tra i generi nato millenni fa col sistema patriarcale e presente purtroppo ancora oggi, in modo più o meno palese, nelle pieghe della cultura e delle consuetudini tanto che è esso stesso, il sistema patriarcale, da considerarsi una forma potente e persistente di femminicidio. È importante tenere a mente tutto questo ogni volta che siamo di fronte alla tragica conta delle donne uccise, poiché non tutte le uccisioni di donne sono femminicidi.
Resta dunque il problema, per evitare confusioni, di come si possa chiamare l’eliminazione violenta di una donna che non abbia a che fare direttamente con il sessismo degli uomini. Mi interrogo da tempo su questo e provo in modo sintetico a esporre il mio ragionamento: se sopprimere un uomo prende il nome di omicidio (dalla parola uomo), sopprimere una donna dovrebbe specularmente chiamarsi donnicidio (dalla parola donna). Quando però l’uccisione di una donna ha come movente il potere patriarcale e il suo simbolico, allora donnicidio – pure suggerito in passato da alcune – non è più un significante corretto perché il delitto in questo caso trova come sua unica motivazione una forma specifica di dominio all’interno di un rapporto antidemocratico e anticostituzionale, dunque perseguibile e affrontabile politicamente oltre che giuridicamente. In questi casi perciò è più appropriato usare il termine femminicidio. Continua a convincermi molto questa parola perché rimanda al dato di natura – la femmina della specie umana – quel dato che, svalutato e inferiorizzato, è stato il punto di partenza maschile e suo pretesto per giustificare il dominio, le discriminazioni, e la violenza sulle donne. Il donnicidio è perciò, secondo me, il nome da dare ad un reato comune – come ad esempio è il caso di chi sopprime una donna per poterla derubare o perché testimone scomoda – mentre il femminicidio si configura a mio avviso come vero e proprio reato politico in quanto delitto che mina alla radice il senso profondo delle regole democratiche. Una comunità autenticamente democratica, fondata cioè sulla dignità e libertà di tutti e tutte, dovrebbe avere come uno dei suoi valori fondanti la libertà femminile. Non è ancora così da noi e in genere in tutta quella parte di mondo che si dice democratica, poiché le forme che hanno assunto in occidente le democrazie hanno radici profonde nel patriarcato e non sono bastati tanti anni di lotte delle donne per neutralizzarle completamente. Da troppo tempo, inascoltate, noi donne diciamo che solo se queste radici vengono conosciute e combattute con le armi della cultura e della politica si potranno comprendere e decodificare nella loro verità i troppi episodi di violenza maschile sulle donne al fine di estirparli una volta per tutte.
Non si tratta solo, e già sarebbe molto, di assicurare alla giustizia i colpevoli e di essere concretamente al fianco delle testimoni/vittime, ma di fare una efficace prevenzione a più livelli riconoscendo la pericolosità del modello maschile tradizionale e contrastando in ogni modo tutto quello che ancora resta del patriarcato nelle relazioni, nel linguaggio, nei libri di testo, nei messaggi pubblicitari, nella formazione, nel mondo del lavoro e in tutte quelle leggi tese a ribadire una inferiorità femminile che i fatti stanno da oltre due secoli contraddicendo clamorosamente. Si tratta, appunto, di POLITICA.

 

Rosanna Marcodoppido

Autore: stefano galieni* “Falsità a quintali sui cosiddetti soldi ai migranti invece che ai terremotati. Vergogna!”. Intervento di Stefano Galieni da: controlacrisi.org

Non solo fra i seguaci di Salvini ma anche in un pensiero comune, si levano segnali di insofferenza rispetto all’accoglienza riservata in Italia ai profughi e migranti, in relazione soprattutto ora alle condizioni di coloro che hanno subito i danni del terremoto. Se un noto quotidiano cerca di accaparrarsi acquirenti mettendo in copertina le foto contrapposte di “italiani” nelle tendopoli ed eleganti migranti davanti ad un albergo commettendo semplicemente il reato di falsa informazione, più subdoli sono i meccanismi che penetrano in maniera viscerale negli ambiti meno informati della società. Occorrono informazioni semplici per rompere questo meccanismo ed occorre anche fare proposte in avanti, che guardino alla prospettiva e non alla onnipresente emergenza. Proviamo in piccole pillole informative, utili a chi, magari al bar o su un autobus, voglia provare a smentire simili menzogne.
Una premessa, dei circa 111 mila richiedenti asilo o protezione umanitaria presenti in Italia al 31/3/2016 (ultimo dato reso noto dal Ministero dell’Interno) oltre il 72% sono in strutture denominate CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) gli altri sono nei diversi centri che corrispondono diverse situazioni. Una parte è in case di accoglienza per minori, 23.000 circa sono nel sistema SPRAR (Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) altri nei CPSA (Centri di primo soccorso e accoglienza) negli Hotspot, nei CARA (Centri Accoglienza Richiedenti Asilo) nei CdA (Centri di accoglienza), meno di 250 sono nei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) gli unici in cui si potrebbe privare della libertà personale i migranti senza infrangere leggi fallimentari come la Bossi Fini. In realtà l’esperienza di chi ha visitato le altre tipologie di centro si rende conto di quanto la libertà sia discrezionale.
Semplificando potremmo dire che esistono di fatto due sistemi paralleli dell’accoglienza, gli SPRAR, gestiti dagli enti locali e i CAS dalle prefetture. Gli ormai famosi 35 euro al giorno vanno a pagare le intere spese di accoglienza, cibo, assistenza sanitaria, psicologica, operatori e medici, spese logistiche, utenze, rientrano insomma in un circuito di cui a beneficiare sono soprattutto istituzioni italiane. Quasi il 30% dei 35 euro giornalieri serve a pagare gli stipendi degli operatori dell’accoglienza che svolgono un lavoro duro su cui certo non si arricchiscono e sovente con contratti totalmente inadeguati. Ai richiedenti asilo viene corrisposta una diaria giornaliera di 2,5 euro, circa 75 euro al mese. In molti centri questa somma (chiamata pocket money) può essere spesa solo all’interno del centro.Il sistema Sprar, per quanto in maniera non omogenea, è quello che si è rivelato migliore. Sono i Comuni a decidere quante persone prendere, a chi affidare la gestione dei servizi e come impiegare le risorse messe a disposizione. I Comuni debbono anche contribuire direttamente a tale gestione, con il 5% delle spese, garantire accoglienza “integrata” (dai corsi di lingua alla formazione lavoro) e rendicontare fino all’ultimo centesimo con fatture ogni spesa effettuata. Molti comuni hanno fatto la scelta meritoria di perseguire l’accoglienza diffusa, predisponendo appartamenti in cui piccoli gruppi o nuclei familiari possano costituire una propria indipendenza e autonomia responsabilizzandosi nella gestione dello spazio. In tali contesti gli “operatori” non vengono percepiti come “guardiani” ma amici a cui relazionarsi per risolvere anche problemi di conflittualità, legati ai tempi di attesa per la richiesta di asilo, o semplicemente di sostegno alla costruzione di una normale quotidianità. Quando questo si realizza difficilmente c’è scontro con la comunità ospitante.

Il sistema CAS è invece più problematico. Si tratta sempre di centri (ce ne sono oltre 3000 in tutta Italia ma il Ministero dell’Interno si rifiuta di rendere pubblico sia dove sono ubicati sia quale è l’ente che li gestisce). L’ubicazione la decide, sentiti magari gli enti locali, alla fine la prefettura. Lo scopo è duplice, da una parte i Comuni si chiamano fuori da qualsiasi responsabilità anche verso i propri elettori, dall’altra le prefetture hanno pressoché mano libera nel decidere sede del CAS ed ente gestore. L’ente gestore percepisce i 35 famosi euro al giorno per persona, senza dover documentare come li ha spesi ma solo in base al numero degli ospiti. E qui viene il bello?

Chi ha inventato il sistema CAS? Si tratta del noto buonista e bolscevico Roberto Maroni, oggi Presidente della Regione Lombardia all’epoca (2011) ministro dell’Interno. C’era la cosiddetta Emergenza Nord Africa e Maroni istituì i CAI (Centri di Accoglienza per Immigrati). In nome dell’emergenza se ne fecero in ogni luogo e senza controlli e alcuni finirono anche, su richiesta dei proprietari, negli hotel in quel periodo vuoti, Da ricordare il caso di Montecampione, in provincia di Brescia dove vennero ospitati oltre 200 migranti provenienti da Lampedusa e con indosso magliette e infradito quando la temperatura notturna a luglio era vicina agli zero gradi. Ma l’albergo era vuoto e “casualmente” la società che ne era proprietaria era la stessa che gestiva un famoso albergo a Lampedusa in cui alloggiavano sottufficiali e ufficiali delle forze dell’ordine. L’imprenditoria padana anche di stampo leghista non considerava affatto una invasione questa ma un utile stimolo alla propria attività. Lo stesso ragionamento che farà una nota famiglia della criminalità organizzata romana continua ad esser pagata perché mette a disposizione un proprio albergo. Il “caro” Maroni (in senso di costoso) garantiva all’epoca 50 euro al giorno per ogni ospite ma la memoria è corta. Corta e poco pragmatica anche come Presidente di Regione che vorrebbe gli “sfollati” del terremoto nell’ex Expo se non spostare addirittura i padiglioni verso le zone colpite dal sisma. Lo stesso Maroni che blatera dicendo che le case popolari se le prendono “gli immigrati” e poi ha tagliato del 50% i fondi per l’edilizia pubblica colpendo tutti i lumbard. Problemi di memoria o furbizia?

I soldi che vanno agli immigrati debbono essere destinati ai terremotati. Si, abbiamo sentito dire anche questo ma peccato che non si dicano alcune cose.
1) Che i soldi per l’accoglienza, oltre che dare lavoro a tanti concittadini, provengono dall’UE e da specifici fondi quindi non utilizzabili per diverse causali.
2) L’UE ha assicurato interventi anche per le zone terremotate, nessuna concorrenza quindi.
3) A tagliare i fondi per le emergenze, magari per comprare gli F35 o salvare le banche, non certo per darli ai profughi, sono stati i nostri governi che non sembrano essere composti da richiedenti asilo.
4)Viene il dubbio che chi tanto si accalora per contrapporre persone in disagio abbia avuto a che fare nel passato o magari aspiri a farlo in futuro, con l’affare della ricostruzione quella che, per dirla col cinismo di Vespa fa girare l’economia. Beh in perfetta malafede viene da pensare che gli occhi andrebbero puntati più che su chi vive in centri di malaccoglienza (a tal proposito si consiglia la lettura del rapporto Accogliere La vera emergenza redatto dalla Campagna LasciateCIEntrare ) su chi ha realizzato costruzioni non a norma antisismica e si prepara a fare affari come nelle passate esperienze.
5) A dimostrazione che la legge non è uguale per tutti e che la memoria serve va fatta presente una notiziola passata sotto silenzio. Dopo il terremoto dell’Emilia del 2012 ci sono ancora nuclei familiari nei container e non per propria scelta ma a cui stanno togliendo anche i pochi spazi di visibilità intorno mentre gli appartamenti promessi non sono ancora pronti. Si tratta esclusivamente di famiglie a basso reddito e nella quasi totalità di origine straniera.

Cosa si potrebbe invece fare? Per evitare tensioni anche comprensibili ma mai giustificabili quando si trasformano in istigazione all’odio razziale basterebbe poco. Basterebbe incentivare il sistema Sprar (quello dei Comuni) garantendo per esempio sgravi fiscali agli enti locali che ospitano o la possibilità di sforare i patti di stabilità che strangolano le amministrazioni. Nulla di rivoluzionario, ovviamente accanto al meccanismo premiale dovrebbe esserne previsto uno punitivo verso chi in nome del proprio diritto al lusso vorrebbe impedire ogni forma di accoglienza (cfr Capalbio). In questa maniera sparirebbero i centri sovraffollati, le persone potrebbero entrare in circuiti di autonomizzazione, magari recuperando stabili in disuso e facendoli poi ridivenire patrimonio pubblico da riutilizzare, si costruirebbero percorsi in cui la distanza fra accolti e accoglienti potrebbe diminuire. Certo si toglierebbe potere alle prefetture e le amministrazioni avrebbero maggiori responsabilità ma è una sfida da accettare. Utopia? Affatto. Persone inserite nel tessuto sociale sarebbero in grado di non dover essere più assistite con conseguente anche risparmio di risorse. Persone che potrebbero essere avviate anche a percorsi lavorativi regolari e non allo sfruttamento bracciantile o delle economie grigie.

Questo in una prima fase
Occorrerebbe poi che chi ci governa invece di celebrare patetici rituali sulle portaerei al largo di Ventotene per sancire la fine dell’Europa sognata da tanti, ad esempio operasse per l’abolizione del Regolamento Dublino che obbliga le persone a fermarsi nel primo paese UE in cui si arriva, garantire di poter entrare in UE non con il solo stratagemma dell’asilo ma per ricerca occupazione, permettere a chi arriva da zone di guerra di non dover passare nelle mani dei trafficanti. Se accadesse questo (ma è impossibile con l’UE di oggi anche in questo frangente irriformabile) sarebbe più difficile per i tanti populismi xenofobi di cui è pieno il continente, riscuotere successo e lucrare politicamente anche dopo un terremoto.

*responsabile Prc per Migranti e Pace

Autore: fabrizio salvatori Scuola, la riforma allunga la lista dei problemi. Inizio d’anno nel caos più totale. La denuncia dell’Anief da: controlacrisi.org

È da non crederci, ma la messa a regime della Legge 107/15 ha fortemente allungato la lista dei problemi che affliggono l’istruzione pubblica e che contrassegnerà l’inizio delle lezioni: si va dal sottodimensionamento degli organici, docenti e Ata, alla conferma, se non all’incremento, della supplentite; dalle disfunzioni del concorso a cattedra al divieto dei contratti sino al 31 agosto all’illegittima chiamata diretta da parte del dirigente scolastico; dal pasticcio della mobilità, che ha prodotto migliaia di trasferimenti errati, all’assenza di circa 1.500 dirigenti scolastici e Dsga con altrettante scuole ancora una volta in reggenza; dal mancato adeguamento dell’organico di fatto in organico di diritto, con decine di migliaia di cattedre ancora nel limbo, ad iniziare da quelle di sostegno, all’individuazione di tanti docenti senza titolo. Per non parlare dei docenti inviati negli istituti senza tenere conto del Piano dell’offerta formativa e delle effettive esigenze scolastiche.

Marcello Pacifico (presidente Anief): “Ecco perché la scuola è sempre più in crisi. Ci sono quasi 100mila posti liberi, di cui solo un terzo andrà alle immissioni in ruolo. Un altro paradosso deriva poi dal conferimento di tanti posti vacanti curricolari a docenti non abilitati, mentre chi era titolato non è stato ammesso al concorso a cattedra. A destare scompiglio sul nuovo anno scolastico c’è pure la chiamata diretta che riguarda anche i 32mila prossimi assunti, oltre che i soprannumerari e altri 56mila assunti con la Legge 107: tutti finiti su ambiti territoriali, alle prese con algoritmi impazziti e troppi presidi che personalizzano i requisiti di scelta. E che dire del flop del ‘potenziamento’ scolastico, con una miriade di docenti inviati alle scuole diversi da quelli richiesti dai collegi tramite i Ptof? Continua a essere trascurato il problema del sostegno, con l’aggravante del pasticcio sulla mobilità 2016: i posti vacanti sono stati negati agli specializzati che hanno chiesto trasferimento e ora vanno assegnati a personale non specializzato in assegnazione provvisoria. Intanto, i precari storici con oltre tre anni di supplenze non vengono assunti, disattendendo Corte europea e Consulta. Largo, infine, a 1.500 reggenze che, con l’autonomia, sono diventate sempre più difficoltose da attuare”.

GOLIARDA SAPIENZA (1924-1996)

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GOLIARDA SAPIENZA (1924-1996)

Il 30 agosto 1996 moriva Goliarda Sapienza, scrittrice, attrice, sceneggiatrice, artista siciliana vissuta a Roma.

Figlia della sindacalista Maria Giudice (la prima dirigente donna della Camera del Lavoro di Torino), Goliarda cresce a contatto dell’ambiente anarchico siciliano, in un clima di assoluta libertà da vincoli sociali, tra gli insegnamenti della madre, che era stata la prima a incitare le donne nelle piazze a lottare per i propri diritti. Il padre ritenne opportuno non farle nemmeno frequentare la scuola, per evitare che la figlia fosse soggetta a imposizioni e influenze fasciste.

“Il bambino è il primo operaio sfruttato, dipende dai grandi e sempre per un tozzo di pane, si abbassa a “divertire”, leccare le mani dei padroni, si lascia accarezzare anche quando non ne ha voglia”.

In mezzo agli imprevisti di una vita spesso in povertà, verrà segnata anche dall’esperienza del carcere che ispirerà “L’Università di Rebibbia”.
Le dinamiche di potere, i rapporti fra le persone e quelli con le istituzioni, il confronto con sé stessi, esasperato e reso drammatico dalla solitudine. Ha attraversato quei corridoi bui, lunghi, angusti lontanissimi dal mondo e che però lo rappresentano in pieno… Il paradosso di una società che pretende di rieducare alla vita civile attraverso la detenzione.

“Desideriamo spesso il silenzio, ma quello della vita è sempre sonoro, anche in campagna, al mare, anche nel chiuso della nostra stanza. Qui dove mi trovo il non rumore è stato ideato per terrorizzare la mente che si sente ricoprire di sabbia come in un sepolcro”.

Molti suoi lavori, tra cui il suo romanzo più celebre, “L’arte della gioia” furono pubblicati postumi dove ebbero successo dapprima in Francia e poi in Italia.

E’ stata una perdita importante per il Movimento Femminista degli anni ’60, ’70 e ’80 non poter leggere queste opere riscoperte solo dopo la sua morte che trasudano un femminismo così poco dogmatico, e meravigliosamente sui generis. Resta il compito a noi, che quei libri li abbiamo potuti leggere, farne pratica femminista quotidiana.

“Allora il dolore, l’umiliazione, la paura non erano, come dicevano, una fonte di purificazione e beatitudine. Avevo quella parola per combattere. E col mio esercizio di salute, nella cappella col rosario fra le dita ripetevo: io odio. Questa fu da quel giorno la mia nuova preghiera. E pregando studiai. Cercai nei libri il significato di quella parola”.

“Il male sta nelle parole che la tradizione ha voluto assolute, nei significati snaturati che le parole continuano a rivestire. Mentiva la parola amore esattamente come la parola morte. Mentivano molte parole, mentivano quasi tutte. Ecco che cosa dovevo fare: studiare le parole esattamente come si studiano le piante, gli animali… e poi, ripulirle dalla muffa, liberarle dalle incrostazioni di secoli di tradizione, inventarne delle nuove, e soprattutto scartare per non servirsi più di quelle che l’uso quotidiano adopera con maggiore frequenza, le più marce, come: sublime, dovere, tradizione, abnegazione, umiltà, anima, pudore, cuore, eroismo, sentimento, pietà, sacrificio, rassegnazione.
Imparai a leggere i libri in un altro modo. Man mano che incontravo una certa parola, un certo aggettivo, li tiravo fuori dal loro contesto e li analizzavo per vedere se si potevano usare nel “mio” contesto. In quel primo tentativo di individuare la bugia nascosta dietro parole anche per me suggestive, mi accorsi di quante di esse e quindi di quanti falsi concetti ero stata vittima”.