Mark Covell torna alla Diaz per raccontare il G8 ai ragazzi di Giulia Destefanis da Repubblica.it

Il giornalista preso a manganellate,  rimase 14 ore in coma per le botte, ha incontrato gli allievi del Pertini

Entra alla Diaz in silenzio, si guarda intorno. Sospira. «Sento le stesse cose di quella notte — dice — come se stesse succedendo tutto adesso». Intorno a lui gli studenti vanno e vengono. «E’ incredibile pensare come questo posto possa essere così tranquillo ora». Il giornalista inglese Mark Covell, nel blitz della polizia alla scuola Diaz di via Battisti, durante il G8 di Genova, fu quasi ammazzato tra calci e manganelli, finì in coma e ci rimase per 14 ore. Sedici anni (e molte battaglie legali e psicologiche) dopo, torna nella palestra del blitz per una mattina «speciale: per la prima volta incontro qui dentro dei ragazzi, gli studenti della scuola, per raccontare cosa è successo veramente quella notte. Era uno dei miei desideri. E voglio continuare a farlo, a parlare di diritti umani con i ragazzi, anche nelle Università italiane».

Una mattina di riflessione, dal tema “Forze di polizia e diritti umani in Italia”, organizzata da Amnesty International con la responsabile ligure per l’educazione ai diritti umani Emanuela Massa. Non è l’unico istituto che stanno visitando, insieme all’ispettore capo Orlando Botti che da poliziotto pensionato racconta la sua visione critica del corpo: ma qui al liceo Pertini, tra quelle stesse mura, è diverso, e Covell si commuove. «E’ giusto così. Vedendomi, spero che i ragazzi capiscano il valore dei diritti umani. Quella notte io li ho persi, mi furono completamente negati dallo Stato e dalla polizia italiana».

Inizia il racconto: 21 luglio 2001, oltre 300 agenti con il supporto dei carabinieri fanno irruzione nella scuola dove dormono gli attivisti, davanti alla sede del Genoa Social Forum. «Io sono una delle 93 persone che si trovavano alla Diaz — racconta Covell — Vedendo arrivare le camionette ho provato a raggiungere il mio computer nell’edificio davanti per scrivere quello che stava accadendo. Ma i poliziotti mi hanno fermato in strada e mi hanno aggredito per tre volte; mi hanno fratturato la mano sinistra e otto costole, che hanno perforato un polmone; per i calci sul volto ho perso 16 denti». Gli studenti lo fissano in silenzio, con il preside Alessandro Cavanna. «Pensai: sto per morire». Mostra i video del blitz. Poi racconta gli anni successivi, «lo stress post traumatico, due esaurimenti nervosi». Oggi vive a Londra con la fidanzata Laura conosciuta a Genova, non fa più il giornalista: «Lavoro in un negozio, faccio una vita semplice, ho bisogno di normalità».

G8 di Genova, una delle vittime torna alla Diaz dopo 16 anni: “I ragazzi devono sapere

Una ragazza chiede come reagirebbe se uno degli agenti che lo hanno picchiato andasse a scusarsi. «Gli chiederei di fare i nomi degli altri». Perché i processi hanno condannato 25 persone per la Diaz (e 40 per i fatti della caserma di Bolzaneto), ma «per il mio pestaggio fuori dalla scuola non è stato identificato, e dunque condannato, nessuno».

«Sono stato io l’unico poliziotto a scusarmi con Mark — dice Botti — Mi vengono i brividi a stare qui. Queste tragedie devono essere ricordate». Per garantire che «le forze di polizia siano uno strumento di tutela dei diritti, non il braccio armato dei governi», aggiunge Massa ricordando la necessità di una legge sulla tortura. «Parlare dei fatti di Genova — conclude Covell — significa difendere i diritti umani: che sono minacciati ogni giorno, anche in Occidente, anche qui».

 

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Autore: redazione La scuola non riparte in molte parti d’Italia, ma questo Renzi non lo dice. Anief: “Sembra assurdo ma la riforma della scuola ha aggravato il precariato” da: controlacrisi.org

Scuole nel caos, ma questo Renzi non lo dice. E c’è già chi sta pensando a scrivere a Babbo Natale. Nella classica lettera si potrebbe chiedere anche una normalissima professoressa.

In Calabria, Campania e Sicilia, risultano ancora senza docente molti spezzoni di cattedra: per la scuola dell’infanzia e primaria, nelle provincie di Terni, Cosenza, Perugia, Campobasso, Roma, Latina e Palermo, sono ancora in corso le convocazioni per il conferimento degli incarichi annuali e a Catanzaro si devono completare pure quelle del personale Ata. Al Nord non va meglio: a Genova il 30% dei bambini disabili delle scuole primarie non ha ancora avuto (forse non arriverà mai) un insegnante di sostegno specializzato; a Savona scarseggiano i docenti del primo ciclo e le scuole sono costrette a ricorrere ai candidati privi di abilitazione che hanno presentato la sola “messa a disposizione”; a Torino, ci sono da coprire ancora 339, di cui 230 di sostegno e vi sono, inoltre, ancora vuoti “a macchia di leopardo” alle medie e alle superiori; carenze di docenti delle superiori si segnalano anche in Veneto ed in altre regioni. A Firenze un gruppo di genitori lancia un appello pubblico: Per Natale vogliamo una maestra o una prof!Marcello Pacifico (Anief-Cisal) commenta: “Mai era accaduto che così tanti insegnanti e pure una parte di Ata dovessero attendere più di tre mesi per essere nominati su posti vacanti o spezzoni di cattedre residui. Il tutto diventa intollerante perché, ancora una volta, gli uffici scolastici non si sono attivati per coprire i vuoti sul sostegno che riguardano qualcosa come 40mila posti: non possono, poi, essere di certo i docenti del “potenziamento” a fare da tappabuchi su insegnamenti per i quali non sono nemmeno abilitati. Sembra assurdo, ma la riforma della scuola, alla resa dei conti, ha aggravato il fenomeno del precariato e della copertura adeguata dei posti”

LE RAGIONI DI UN NO. Lettera aperta di alcuni docenti dell’Università di Calabria da: rifondazione comunista

LE RAGIONI DI UN NO

Lettera aperta di alcuni docenti del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Unical

contro la Riforma Costituzionale su cui si voterà nel Referendum del 4 dicembre

PERCHÉ QUESTA LETTERA APERTA. Siamo docenti del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università della Calabria. Abbiamo deciso di scrivere questa lettera rivolta a tutte e tutti coloro che studiano e lavorano presso la nostra Università per esprimere preoccupazione nei confronti delle modifiche costituzionali che saranno oggetto del Referendum del 4 dicembre prossimo. È una preoccupazione che ci induce a votare e a chiedere di votare convintamente NO al quesito referendario. Vogliamo cercare qui di spiegare da dove nascono le nostre preoccupazioni e la nostra scelta.

Iniziamo col dire che non siamo contrari a ogni cambiamento della Costituzione. Del resto diverse modifiche (più o meno condivisibili) sono state apportate in passato, senza grande scandalo. Questa che ci viene proposta è, però, una modifica significativa, che cambia un terzo degli articoli della Costituzione e tutto l’impianto politico-istituzionale del Paese.

Noi riteniamo che non si debba cambiare tanto per cambiare: se il cambiamento è peggiorativo, meglio rifiutarlo. Non vale l’argomento che è meglio un cambiamento, anche se poco convincente, che il non cambiare nulla, almeno per il momento. La Costituzione non merita di essere cambiata se non si è più che certi di operare una scelta migliore. I cambiamenti sottoposti a Referendum ci sembrano peggiorativi. Non tutti, certo, ma purtroppo bisogna votarli in blocco: accettarli o respingerli tutti. E dunque voteremo NO. E vi spieghiamo i motivi della nostra scelta.

LA RIDUZIONE DEI COSTI DELLA POLITICA È PIÙ APPARENTE CHE REALE. La modifica più importante che si vuole apportare riguarda il Senato, il suo funzionamento, i suoi costi. Si dice che si vuol risparmiare sui costi della politica, perché i Senatori saranno ridotti a 95 (più 5 di nomina presidenziale) e non saranno pagati perché designati dai Consigli Regionali e scelti tra i loro membri (in numero di 74) e tra i Sindaci (in numero di 21). La Camera resta composta di 630 membri, con una sproporzione rilevante tra i due rami del Parlamento.  In questo modo l’obiettivo del risparmio viene raggiunto solo in minima parte (meno di un euro annuo per ogni cittadino italiano!), poiché il costo del Senato è dato soprattutto non dalle indennità dei parlamentari, ma dal costo dei palazzi, dei servizi, del personale, che resteranno tali e quali. Anche il “nuovo” Senatore, inoltre, comporterà un costo per la sua trasferta e la sua permanenza a Roma, nonché per l’esercizio delle sue funzioni (segreteria, assistenti, consulenti, ecc.).

LA RIDUZIONE DEI PARLAMENTARI. La domanda sorge spontanea: non sarebbe stato molto meglio, allora, ridurre il numero sia dei Senatori che dei Deputati (rispettivamente 200 e 400, ad esempio, o anche meno, invece dei 730 parlamentari che permarranno se vincerà il “sì”), facendoli eleggere dai cittadini e non facendoli designare  dai Consigli Regionali, ovvero dai partiti? I Consigli Regionali, infatti, e non i cittadini, decideranno chi saranno i Senatori, scelti su base partitica. È vero che il governo ha promesso una legge che, non si sa in che modo, dia diritto ai cittadini di indicare i Consiglieri Regionali/Senatori. Ma perché non si è indicato questo meccanismo (comunque complesso) nel momento in cui si è ideato il nuovo Senato? In materie così delicate, di promesse generiche non ci si può fidare: ne va della democrazia.

PRIVILEGI E LIMITI DEI NUOVI SENATORI. La maggior parte dei Senatori avrà quindi almeno due lavori. Il primo sarà quello di Sindaco o di Consigliere Regionale, il secondo quello di Senatore. Inoltre i Sindaci delle città principali dovranno svolgere anche l’incarico di Sindaci della città metropolitana: tre lavori! Quanta disponibilità di tempo, quanta competenza avranno i nuovi Senatori per esercitare questo ruolo? Già oberati dal loro primo lavoro, il Senato sarà per molti solo occasione per una gita a Roma. Che però garantirà loro un privilegio importante: le prerogative di cui godono i parlamentari di fronte alla legge (limiti in materie di arresti, perquisizioni, intercettazioni). Poiché il ceto politico regionale non ha brillato per probità e onestà, non si può che guardare a ciò con preoccupazione.

SI SEMPLIFICHERÀ L’APPROVAZIONE DELLE LEGGI? È lecito dubitarne. Molte e importanti leggi dovranno essere approvate dal Senato (leggi costituzionali, di attuazione costituzionale, elettorali, che coinvolgono le autonomie territoriali, ordinamento comunitario, minoranze linguistiche e…trattati internazionali: perché questi ultimi siano prerogativa di Sindaci e Consiglieri Regionali è incomprensibile!). E basterà la richiesta di un terzo dei Senatori per richiedere la discussione di tutte le leggi. Se il “parere” del Senato su una legge sarà contrario a quello della Camera, la legge dovrà essere approvata da quest’ultima con maggioranza assoluta. Il passaggio di proposte di legge tra Camera e Senato non scompare del tutto.  In questo modo le opposizioni potranno bloccare o ritardare l’iter legislativo in misura maggiore di quanto accada oggi: si crea la possibilità di un nuovo tipo di ostruzionismo.

Moltissimi dei guasti attuali dunque restano. Anzi possono ampliarsi, poiché la Riforma Costituzionale è scritta così male, è così complicata (vi sono 12 diverse procedure possibili di approvazione di una legge!) che i ricorsi alla Corte Costituzionale si moltiplicheranno. Un gigantesco intasamento rischia di bloccare la macchina legislativa e della Corte.

UN RISCHIO PER LA DEMOCRAZIA? La somma di questa Riforma Costituzionale e della recente legge elettorale per la Camera (Italicum) ci fa temere di sì. Persino il Presidente Emerito Giorgio Napolitano, sostenitore della presente Riforma Costituzionale, ha chiesto di cambiare l’Italicum per rendere votabile la Riforma stessa. Perché l’Italicum prevede una rilevante premio di maggioranza al primo partito (col 25% dei voti si possono ottenere il 54% dei seggi della Camera) e di fatto la designazione di molti Deputati da parte dei “capi di partito” (con il voto bloccato sui capilista si avrebbe una Camera dei Deputati composta da molti “nominati” dai “capi di partito”). Se a costoro si sommano i Senatori nominati dai Consigli Regionali, ovvero dagli stessi partiti, ovvero dai “capi di partito”, si potrebbe avere una situazione in cui una sola persona – il Segretario del partito di maggioranza e Presidente del Consiglio –, controllerebbe  un numero rilevante di parlamentari (Deputati e Senatori) tale che essi, riuniti in seduta comune, potrebbero eleggere un nuovo Presidente della Repubblica, mettere sotto accusa e far dimettere un Presidente della Repubblica in carica, eleggere un Consiglio Superiore della Magistrature e (per la Camera) una Corte Costituzionale graditi al Governo. Verrebbe meno il sistema dei contrappesi al potere dell’Esecutivo proprio di ogni democrazia.

Oggi il Governo promette una nuova legge elettorale. Ma sono promesse. Un domani, approvata la Riforma Costituzionale, una maggioranza governativa (non necessariamente l’attuale: al peggio non vi è fine) potrebbe approvare una legge elettorale a proprio uso e consumo. Per questo devono rimanere le attuali salvaguardie previste dalla Costituzione e va respinta la proposta di Riforma su cui siamo chiamati a votare. Le salvaguardie per la democrazia devono essere comprese nella Costituzione, non in leggi molto più facili da cambiare come le leggi elettorali.

L’ESAUTORAMENTO DEGLI ENTI LOCALI. Con la Riforma Costituzionale, solo lo Stato potrà decidere su materie quali, ad esempio, energia e infrastrutture strategiche. Ciò significa che per materie inerenti acqua, energia nucleare, infrastrutture come TAV e Ponte sullo Stretto, Regioni e Comuni – le istituzioni elettive più vicine ai cittadini – non avranno più potere.

LA SOVRANITÀ APPARTIENE AL POPOLO? In definitiva, questa Riforma della Costituzione ci sembra mal fatta e potenzialmente pericolosa. La riduzione dei Senatori, la loro designazione da parte dei partiti, unitamente al controllo della Camera dei Deputati da parte del “capo del partito”, permetteranno una concentrazione di potere senza precedenti, potenzialmente pericolosa se cadesse nelle mani sbagliate. Senza contare – fatto importante – che con la non elezione dei Senatori (il Senato continuerà a esistere, ma i Senatori saranno nominati e non eletti dai cittadini) la sovranità non apparterrà più al popolo, come richiede l’art. 1 della nostra Costituzione.

Per tutti questi motivi noi invitiamo a votare NO al referendum del 4 dicembre. Se vince il No non vi saranno conseguenze catastrofiche: si potranno cambiare alcune parti della Costituzione senza far correre rischi alla democrazia e si dovrà necessariamente varare una nuova legge elettorale, al posto del criticatissimo Italicum. Non si correggono limiti e insufficienze della Costituzione peggiorandola.

Il potere che la Riforma dà a un “capo di partito” potrebbe mettere quest’ultimo in grado di manomettere le garanzie democratiche e imboccare una strada senza ritorno. Per questo l’unica scelta possibile per noi è votare NO.

 

Michele BORRELLI, Francesco BOSSIO, Romeo BUFALO, Fortunato M. CACCIATORE, Alessandro CANADÈ, Giuseppe CANTARANO, Giovanna CAPITELLI, Donata CHIRICÒ, Benedetto CLAUSI, Pio COLONNELLO, Fabrizio COSTANTINI, Ines CRISPINI, Anna DE MARCO, Rocco DISTILO, Daniele DOTTORINI, Silvano FACIONI, Emanuele FADDA, Margherita GANERI, Emanuela JOSSA, Monica LANZILLOTTA , Guido LIGUORI, Giuseppe LO  CASTRO, Giorgio LO FEUDO, Luca LUPO, Bruna MANCINI, Marco MAZZEO, Rossella MORRONE, Fabrizio PALOMBI, Luca PARISOLI, Yuri PERFETTI, Marta PETRUSEWICZ, Egidio POZZI, Salvatore PROIETTI, Emilio SERGIO, Claudia STANCATI, Ciro TARANTINO, Attilio VACCARO, Antonella VALENTI, Gisele VANHESE.

Professori maltrattati, chiusi a chiave e umiliati dalla preside. E’ scandalo in Italia da: oggiscuola.com

Un metodo discutibile quello dell’ex dirigente scolastica della primaria Duca d’Aosta di Monfalcone, Maria Raciti, che, scrive Il Piccolo, per convincere i sottoposti a fare quello che lei disponeva, prima li convocava nella sua stanza e poi chiudeva a chiave la porta facendo sparire le chiavi. L’ex preside si trova ora imputata a processo al Tribunale di Gorizia. Secondo l’accusa sostenuta dalla Procura almeno sei sarebbero i casi ascrivibili all’ipotesi di reato di violenza privata aggravata. Alcuni insegnanti e amministrativi hanno deciso, dopo gli episodi, di sporgere denuncia. Si tratta di dieci persone che hanno così permesso di portare alla luce fatti accaduti nell’anno scolastico 2010-2011. Incredibili i racconti di una delle vittime: “Mi affidava ogni giorno nuovi incarichi, avevo la scrivania ingombra di pratiche mentre altre colleghe godevano di ben altro trattamento. Quel giorno, giunta in ufficio, trovai un nuovo incarico. Andai dalla preside per chiederle quale lavoro dovevo svolgere per primo. La preside e la segretaria tenevano sempre chiusa la porta e per parlare con loro bisognava annunciarsi, talvolta prenotarsi o fare lunga anticamera. Quel giorno il colloquio con la preside, che mi accolse chiudendo la porta a chiave, si concluse con un diverbio e con nuove minacce nei miei confronti. Era presente anche Bonica. Quando uscii dall’ufficio ero sconvolta, stavo male. Un collega nel vedermi in quello stato chiamò il 118 ma Raciti telefonò subito dopo al 118 per bloccare il soccorso. Minacciò poi il collega che era assunto a tempo determinato e quindi più vulnerabile di altri. Ma il mio malore si aggravò; andai in bagno a vomitare. Di nuovo il mio collega chiamò il 118 e fui trasportata all’ospedale. Successivamente andai al commissariato di polizia a raccontare quanto mi era successo”. Una insegnante di sostegno, invece, ricorda: “Non mi piaceva quell’atteggiamento. In un’occasione mi intimò di non parlare più con una determinata collega che, a suo dire, mi sparlava alle spalle. Voleva che io sottoscrivessi una dichiarazione non ufficiale che Raciti avrebbe conservato nel suo cassetto e tirato fuori al momento opportuno. Insinuò anche che mi conveniva non rapportarmi con i sindacati nella mia veste di Rsu. In 27 anni di carriera non mi è mai successa un’esperienza del genere”.

UNICT – Il prof. Di Grado ai colleghi: “L’università intera sta agonizzando” da: liveuniversity.it

antonio-di-gradoUna lettera ai colleghi del Dipartimento di Scienze umanistiche, scritta di Antonio Di Grado, professore ordinario di Letteratura italiana presso l’Università di Catania. 
Cari colleghi,

oggi ho partecipato a una riunione “di settore” in cui si esaminava la “sofferenza” dei vari insegnamenti, al fine di ottenere la modesta offa di due o tre assegni di ricerca, residuo della spartizione degli esigui fondi assegnati all’ateneo da un governo che, come tutti gli altri che l’hanno preceduto, riserva all’istruzione, come ai cani gli ossi spolpati, miserevoli elemosine. Con lodevole zelo i colleghi presenti procedevano, oggi, a quel censimento; io invece ho maldestramente tagliato la corda, per nascondere il mio sgomento e il mio malessere.

Perché, cari colleghi, a “soffrire” non è questo o quell’insegnamento, ma è l’università intera ad agonizzare. Pare che tra due anni, a causa dei pensionamenti, il numero dei docenti del nostro ateneo sarà addirittura dimezzato. Perciò cominceranno a estinguersi i corsi di laurea, poi chiuderanno anche i dipartimenti. E nel frattempo, in tutti questi anni, soprattutto nelle facoltà umanistiche, non c’è stato ricambio generazionale, non c’è stato reclutamento. Abbiamo bruciato almeno un paio di generazioni di allievi brillanti, di giovani e promettenti studiosi: certo per colpa degli ottusi e avari governi di cui sopra, ma anche per la nostra stessa miopia corporativa, più attenta agli infernali meccanismi di avanzamento delle carriere che ad aprire le porte a nuovi talenti, energie, competenze.

Allo stesso modo, con la stessa colpevole indifferenza, abbiamo assistito senza battere ciglio alla progressiva e sistematica devastazione dell’università ad opera dei vari governi a partire dall’infausto Berlinguer, alla polverizzazione e alla disinfezione del sapere critico, alla riduzione degli atenei ad aziende e della qualità a quantità, al trionfo di una asettica “produttività” calcolata mediante risibili algoritmi, alle malefatte di un’ANVUR che ha dimostrato la stessa sensibilità culturale e la stessa lungimiranza di una congrega di sensali di bovini. Che senso ha, mi chiedo, perseverare in questa passività spartendoci, spesso civilmente ma talora rissosamente, quei miseri resti?

La generazione degli attuali pensionandi e dei neo-pensionati si formò sulle barricate del mitico ’68, ma passarono pochi anni e – tra il ’72 e il ’73, se non erro – l’Istituzione assorbì e sterilizzò quegli “astratti furori” spalancando le porte delle università e delle carriere accademiche a cani e porci (me compreso, beninteso), chiudendole poi per decenni salvo schiudere di quando in quando qualche occasionale ed esiguo spiraglio. L’”immaginazione al potere” restò nostalgico appannaggio di pochi sconsolati reduci, asserragliati nei loro club pieni di fumo e nei loro miti pieni di polvere, e per il resto il furore di quelle obliate assemblee e occupazioni fu impiegato nel dare l’assalto agli incarichi e alle cattedre, nell’intrecciare cordate e fazioni magari malamente rivestite da qualche residuo brandello di ideologia, a padroneggiare questo o quel successivo sistema concorsuale, tutti – va detto – parimenti iniqui e strumentalizzabili.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti noi. Una università di vecchi, che per sentirsi giovane e al passo dei tempi blatera di “territorio”, di governance e simili amenità, che dispensa crediti e lauree come la Findus i suoi sofficini, che si adatta alle politiche governative con l’agio di una odalisca adagiata su una dormeuse, che ai giovani migliori dispensa nelle più fortunate occasioni dottorati senza sbocco alcuno, che si ostina a trasmettere saperi e valori con ammirevole passione ma anche con l’irresponsabile candore di un malato terminale cui i parenti abbiano pietosamente celato la fine imminente.

Cari colleghi, questa è una autocritica, mica una polemica; e ovviamente riguarda l’intera università italiana e l’intera classe docente che – quasi sempre e dappertutto con abnegazione – vi opera; e sono il primo a riconoscere l’esemplarità dei vostri sforzi, pur bistrattati malpagati e delegittimati come siete e siamo. E so bene che anche voi come me soffrite vedendo certi nostri eccellenti allievi ormai quarantenni (un’età in cui in molti eravamo da tempo professori associati) in lizza tra loro per un’effimera borsa di studio che li manterrà nel precariato. Ma credete davvero che non resti altro che dimenarsi negli interstizi delle leggi e delle direttive ministeriali, per ricavarne con fatica un posticino per l’allievo o un po’ più di credito (e crediti) per la propria disciplina? O non è piuttosto il momento di incrociare le braccia, di rivendicare con orgoglio la dignità del nostro mandato, di deporre ottuse e incancrenite ostilità per unirsi in una comune e risoluta forma di disobbedienza, anche a costo di bloccare le attività didattiche, di paralizzare gli atenei per spalancarne le porte?

Mi rendo conto di quanto sia insolito, e a molti sembrerà inutile, questo mio sfogo: ma dovevo pur motivare il disagio con cui mi piego a un’ordinaria amministrazione che altri gestiscono con zelo per salvare la barca dal naufragio, a me pare invece – a torto o a ragione, chissà – un penoso tentativo di mettere a punto minimi ingranaggi di una macchina che andrebbe, invece, rifiutata e rottamata. E tuttavia non mi rassegno a chiedere la pensione anticipata come troppi colleghi, qui e altrove, hanno fatto perché delusi e stanchi; e anzi ritengo che a un decano di questa Facoltà (mi ostino a chiamarla così, ad onta di quei dipartimenti che tutto dichiaravano di cambiare nell’intento, come sempre, di non cambiare nulla), a un docente che in quarantatrè anni ne ha condiviso splendeurs et misères, sia lecito manifestare il proprio bilancio professionale ed esistenziale, denso di esaltanti conquiste come pure di profonde amarezze.

Dicono che a Catania si voterà di nuovo per il Rettore. Non so se sarà così, ma per parte mia sono stanco di ascoltare programmini di candidati trasudanti ottimismo e buoni propositi; e il mio rettore – per i pochi anni di insegnamento che mi restano – lo sceglierò, eventualmente, tra chi avrà negli occhi la rabbia di un Cristo che liberi il tempio dai mercanti, l’amore di un Cristo che chiami a sé i più giovani e gli esclusi.
Antonio Di Grado

Autore: fabrizio salvatori Caserta, il caso della preside che spedisce d’autorità gli studenti a sostenere una iniziativa anti-abortista. Protestano Cgil e Rete degli studenti da: controlacrisi.org

Lo scorso 4 ottobre la preside dell’istituto superiore di Caserta Galileo Ferraris ha firmato una circolare, poi diffusa in tutta la scuola, in cui si fornivano agli studenti le direttive per partecipare alla marcia contro l’aborto che si sarebbe tenuta qualche giorno dopo. Un fatto sconvolgente, su cui il ministro Giannini non si e’ espresso. Giammarco Manfreda, coordinatore nazionale della Rete degli Studenti Medi, e la segretaria confederale della Cgil Gianna Fracassi in una nota congiunta chiedono che almeno vi sia un intervento conoscitivo.  “Non solo tale circolare, poi annullata, costringeva gli studenti a presentarsi a questa marcia, ma prevedeva che in caso di assenza presentassero una giustificazione, come si trattasse di parte del percorso formativo”, spiega Manfreda, che sottolinea poi come la comunicazione fatta alle famiglie sia stata “poco definita e molto vaga, come se la scuola non volesse far sapere la reale natura dell’iniziativa”.

“Si tratta di una manovra inaccettabile – si legge nella nota – sia perche’ viola il principio di laicita’ delle istituzioni, sia perche’ sconvolge il tentativo di sfruttare gli studenti in questo modo, obbligandoli a mobilitarsi contro la legge 194, piuttosto che organizzare puntuali e precisi momenti di educazione sessuale per tutte le classi”.
Gianna Fracassi si sofferma in primis sulla “gravita’ del silenzio del ministro Giannini, sia esso dovuto a indifferenza, mancanza di attenzione o, peggio, consenso”, e chiede al dicastero “un intervento conoscitivo per verificare quanto accaduto”. La segretaria confederale della Cgil, oltre a ribadire “il quadro preoccupante legato all’applicazione della legge 194, norma di fatto depotenziata dalla riduzione delle risorse per i consultori e dall’obiezione di coscienza”, sostiene infine “la necessita’ di rafforzare le iniziative volte alla conoscenza e all’educazione sui temi della sessualita’ nelle scuole”.
“Cgil e Rete degli Studenti Medi monitoreranno la situazione negli istituti del nostro Paese, perche’ fatti come questo non possano piu’ verificarsi. Ci muoveremo inoltre – conclude la nota – per una corretta informazione tra gli studenti e il mondo della scuola”.

Salvatore Settis, la buona scuola non è buona. E le “competenze” non servono a niente da: linckiesta

L’archeologo e storico dell’arte contesta l’indirizzo della scuola e dell’università di oggi. E difende gli insegnanti, l’ozio creativo, e la storia come riserva di possibilità per il futuro

Studi sempre più specializzati. L’acquisizione di “competenze” sempre più precise che seguano le esigenze del mercato del lavoro. Studenti che escono dall’università (o anche dalle superiori) in possesso di una professionalità spendibile subito. Sono questi i desideri proibiti di chi frequenta le scuole, oltre che il totem retorico degli addetti alla cultura, dai ministeri ai dirigenti scolastici (con quali risultati poi è un’altra storia, di cui abbiamo cercato di parlare nello speciale di questa settimana su Linkiesta).
Ma c’è un ma: siamo sicuri che sia la strada giusta? Sicuri di essere consegnati alle varie specializzazioni e alle tecnicità sia l’unico modello culturale sensato? «Bisognerebbe ricordarsi più spesso di un aforisma di Goethe, che dice più o meno così: “Le discipline di autodistruggono in due modi, o per l’estensione che assumono, o per l’eccessiva profondità in cui scendono”» racconta a Linkiesta.it Salvatore Settis. Archeologo e storico dell’arte, già direttore della Normale di Pisa, dimessosi qualche anno fa dal Consiglio Superiore dei Beni Culturali in polemica coi tagli alla Cultura del governo Berlusconi, Settis è ora in prima linea nella difesa di paesaggio e monumenti italiani. «Bisogna trovare un equilibrio tra lo specialismo e la visione generale -spiega-. La tendenza che si sta affermando nei sistemi educativi un po’ in tutto il mondo, ma in particolare in Italia è educare a “competenze” piuttosto che a “conoscenze”»

Fatti non fosti a viver come bruti, ma per seguir virtute et competenza?

Ecco, è un’idea perversa sostituire la parola “conoscenza” con “competenza”, come è stato fatto dai pedagogisti alla nostrana, consultati da Berlinguer e dalla Moratti in poi per le loro pessime riforme scolastiche. Abbiamo bisogno di persone con uno sguardo generale. Non bastano le conoscenze specialistiche, approfondite quanto si vuole. Ci vuole una visione collegata col senso della comunità (come del resto è scritto nella nostra Costituzione, che stiamo via via dimenticando).

Competenza vuol dire possedere oggetti conoscitivi e capacità. Conoscenza vuol dire farsi modificare dalle cose che si incontrano, giusto?

E poi non c’è conoscenza senza sguardo critico, cioè senza il dubbio. La scuola ci insegna delle cose, ma dovrebbe soprattutto insegnarci a dubitare di quello che essa stessa ci insegna.

E invece?

Il modello dell’educazione di oggi è quello di Tempi moderni, di Charlot che fa l’operaio e esegue un solo gesto: prendere la chiave inglese e girare un bullone. L’ideale del nostro bell’ideologo-intellettuale-riformatore dell’educazione è proprio “formare” qualcuno che fa una sola cosa, e la fa senza pensare. Un modo di mortificare la ricchezza della natura umana. E la democrazia viene uccisa.

A proposito di non-specialismi: quanto è stato importante per lei leggere disinteressatamente, senza un fine di studio. Così per piacere, e per avventura?

E’ essenziale per tutti. La curiosità intellettuale è il sale della formazione. Guai se uno dovesse leggere i libri o guardare i film che qualcuno gli ha ordinato di guardare o di leggere. Tutti inseguiamo delle curiosità senza scopo. E lo facciamo anche con gli esseri umani: se a una cena c’è una persona interessante ci parliamo. Così dobbiamo fare anche coi libri o con la formazione.

Cosa ne pensa degli slogan che erano cominciati con Berlusconi (“Inglese, impresa, internet”) e che proseguono con Renzi (“La buona scuola”)?

L’uno e l’altro slogan sono stati usati in modo superficiale e cinico per sostituire la sostanza. L’etichetta del brandy di lusso mentre nella bottiglia c’è quello del discount. Stesso discorso per il nostro presidente del Consiglio che ama la “Narrazione”. Narrare (in altri termini: raccontare balle) per persuadere gli ingenui. Basta parlare con qualche professore per accorgersi che la cosiddetta “buona scuola” non è una scuola buona: sono in condizioni di grave difficoltà da tutti i punti di vista.

Ecco, al di là dei problemi di reclutamento e del trattamento economico. I professori ormai sono perennemente ingolfati di carte: schede di valutazione, moduli da riempire, piani formativi. Sembra quasi un controllo burocratico-contenutistico kafkiano sul loro lavoro. Cosa ne pensa?

Questo è un punto vitale, per tutte le categorie di professori: elementari, medie, superiori. E anche quelli universitari. E qui c’è un paradosso…

Ci dica…

La burocratizzazione del mondo avanza mentre gli stessi governanti continuano a dirci che stanno facendo una lotta dura e senza paura contro la burocrazia. Il fatto di dover riempire mille moduli, dover scrivere mille sciocchezze: è come se non ci si fidasse della responsabilità dell’essere umano. Un professore si giudica dai risultati, da come fa lezione agli allievi. Nel caso di un professore universitario c’è la ricerca. Che poi viene spesso valutata male.

Perché?

L’Amvur valuta gli articoli senza leggerli. Se esce in una cosiddetta rivista di serie A viene valutato bene, se no niente. E’ una sciocchezza: molti ottimi articoli specialistici escono in riviste di serie B o di serie C. Questo è un modo di ragionare che può uccidere la ricerca unversitaria

Si dice che gli insegnanti abbiano troppe vacanze, che ne pensa?

Il lavoro intellettuale non si può quantificare o conteggiare. Tra i famosi “otium” e “negotium” non c’è soluzione di continuità. Un insegnante non deve essere valutato in base alle ore che fa di lezioni frontali. Chi le prepara? E il tempo che uno ci mette a prepararle chi lo conteggia?

Eh, chi lo conteggia?

Nessuno lo può conteggiare, appunto. Ma si rende conto che col sistema assurdo dei crediti formativi all’università si pretende di conteggiare il tempo che ci vuole a imparare un certo libro? Magari un libro di cento pagine io lo posso imparare in due ore e lei in mezz’ora. Abbiamo un sistema di valutazione che mortifica la diversità tra gli esseri umani. Valutare in base alle ore presunte è una solenne sciocchezza. Questa è la vera perversione che sta facendo danni enormi, e ne farà sempre di più.

Va per la maggiore un modello culturale, un paradigma tecnico-scientificizzante, 2.0, 3.0, 4.0 secondo cui il passato è qualcosa di evitabile. E’ inutile. Sono “nevi dell’anno scorso” come diceva Francois Villon. Ecco, professor Settis: a cosa serve il passato?

Il passato delle comunità, cioè la Storia, serve esattamente alla stessa cosa a cui serve il passato dell’individuo. A quelli che dicono che il passato non serve a nulla vorrei proporre di essere sottoposti all’espianto del proprio cervello, in modo che non sappiano più chi sono, chi sono i genitori, cosa hanno fatto prima. Il nostro presente, le parole che usiamo anche per fare conversazione, ora, vengono dal nostro passato. Anzi da un passato che non è solo in nostro: noi due in questo momento stiamo parlando in una forma molto modificata di latino. La realtà è costruzione del futuro nel presente usando ingredienti che vengono dal passato. Se ignoriamo questo siamo culturalmente morti.

Il passato non è nostalgia o atteggiamento reazionario, ma è una forza critica per non essere schiacciati dalle ideologie, per non finire come “generazioni di neoprimitivi” di cui cantava Battiato in Shock in my town?

Pierpaolo Pasolini usava una formula bellissima: “La forza rivoluzionaria del passato”. E’ un serbatoio di possibilità, di idee. Capiamo che c’erano in Toscana delle città stato, e a un certo punto Firenze si è imposta ed è diventa la capitale del Granducato. Ma non è impensabile che si imponessero altre famiglie sui Medici, e magari venisse fuori un granducato con capitale Siena, o Pistoia, o Pisa. Dante ha finito la Commedia ma poteva non finirla.

Trovare le possibilità inespresse in quello che è successo, per proporre qualcosa di diverso nel presente?

Il passato ci svela le alternative. E’ la possibilità di vedere il mondo sulla base di una visione laica e generosa della società.

Isadora Duncan ha inventato i suoi passi di danza guardando i dipinti vascolari greci. Lei, che non balla, ma fa l’archeologo e lo studioso, ha allestito una mostra di arte antica alla Fondazione Prada. Più che la conoscenza puntuale di una serie di procedure e strumenti già pronti serve immergersi in quello che la storia ha suggerito senza svelarlo del tutto?

Ho cercato di rispondere all’invito di Miuccia Prada con una mostra di arte antica su un tema contemporaneo: la serialità. Sono arrivati artisti contemporanei convinti che l’arte antica non potesse dire più nulla, ed erano stupiti di come queste statue ancora abbiano da dire. Usiamo in continuazione ingredienti che arrivano dal passato anche se non ce ne accorgiamo. Il passato è libertà.