Cosa ci insegna la terza vittoria (in nove mesi) della sinistra in Grecia Fonte: EsseblogAutore: Gianmarco Pisa

syriza-elezioni-tsipras-grecia-84 Nessuna intenzione di bypassare analisi articolate e valutazioni rigorose, quanto mai opportune e necessarie con i tempi che corrono, all’insegna della ricomposizione della sinistra, almeno in Italia, della rigenerazione di una cultura politica all’altezza della sfida e della fase, per una sinistra, al contempo, non riformista e non socialdemocratica, ma solida e di governo, e della elaborazione di un pensiero e di una pratica innovativi, radicati nella storia ma lanciati verso il futuro. Affrontata su questo terreno, la (terza in nove mesi) vittoria di Syriza, ci parla di molte questioni, del nostro presente e del nostro futuro, molto più che del nostro passato, e, al tempo stesso, della nostra capacità ri-costruttiva e ri-generativa, per almeno dieci questioni:

1. la sinistra radicale greca è la forza maggioritaria: se la vittoria del 25 gennaio aveva consegnato a Syriza oltre il 36% dei voti, la vittoria del 20 settembre conferma a Syriza il voto di circa il 35% degli elettori; la proposta politica di Syriza rimane, dunque, la più credibile e la più efficace.
2. così come non c’era la maggioranza assoluta il 25 gennaio, così non c’è una maggioranza assoluta nel nuovo parlamento eletto il 20 settembre: il compito di fase di Syriza, al di là della formazione di una nuova maggioranza parlamentare, è quello di potenziare ed estendere la rete del suo insediamento civico e sociale, fatto di una diffusa rete di presidi sociali, di solidarismo e di mutualismo.
3. la maturità delle masse popolari greche, come di tutti i soggetti collettivi alle prese con lotte di progresso e giustizia, delle quali sono artefici e protagonisti, ha offerto una significativa prova di sé, premiando il partito che più coerentemente ha lottato contro l’austerità ed il neo-liberismo e più efficacemente ha indicato le tappe delle nuove battaglie contro le degenerazioni del memorandum, per attutirne l’impatto sociale, per tutelare le misure sociali intraprese dal governo, per rinegoziare il debito.
4. più precisamente, non c’è dubbio che la firma del nuovo memorandum abbia generato disillusione e frustrazione (l’affluenza alle urne è intorno al 55%), ugualmente non c’è dubbio che avere perso una battaglia, combattuta soli contro tutti in Europa, e avere dovuto fronteggiare un tentativo di golpe, ordito dalla oligo-finanza internazionale, non significa essere dei “venduti” o dei “traditori”.
5. diffidare quindi, a proposito dei giudizi contro il presunto “venduto” e “traditore”, di chi fa del massimalismo la propria bandiera (tutta ideologica), al punto di rompere il fronte della comune battaglia di governo contro il neo-liberismo: la sinistra scissionista di Unità Popolare è ferma al 3%.
6. è proprio questa vittoria di Syriza, giunta dopo il memorandum e sette mesi di governo della Grecia, a sconfiggere il golpe prolungato tentato dalle oligo-finanze e da Shäuble, e a preparare il terreno per una nuova iniziativa, per rimettere in piedi la Grecia in una prospettiva di giustizia e di solidarietà.
7. ed è ancora questa vittoria di Syriza a segnare uno spartiacque e fare da apripista in Europa: la prima forza politica della sinistra di alternativa che vince, riesce anche a confermarsi al governo; da una parte, quella che Tsipras ha definito la “sinistra che scappa”, una ridotta testimoniale; dall’altra, la “sinistra di governo”, non riformista né socialdemocratica, che si assume le proprie responsabilità e la sfida del governo.
8. occorre quindi rompere il silenzio: quanti, tra i sostenitori più accesi dell’OXI, assistono oggi da spettatori silenti al nuovo successo di Syriza? Non si vince sempre come vorremmo noi, e non sempre le scelte sono fatte a nostra immagine e somiglianza. Individuare il prevalente. Esplorare e fare esplodere le contraddizioni. Non abbandonarsi ai facili entusiasmi ed ai ripiegamenti deprimenti. Forse questa nuova vittoria di Syriza è anche un esame di maturità (per loro, forse; per noi, sicuramente).
9. “preso il governo, non ancora il potere”, ripetevano i compagni greci prima, durante, e, soprattutto, subito dopo, la vittoria referendaria dell’OXI; sappiamo bene che non basta entrare nella stanza dei bottoni, anche perché oggi, soprattutto nel contesto dell’Unione Europea, alcuni di quei bottoni non sono neanche ad Atene (o a Roma, e così via); semmai, occorre continuare a lottare contro “questa” Unione Europea
10. infine, Alba Dorata è il terzo partito e consolida le sue posizioni presso disoccupati e sotto-proletariato; tocca ancora una volta alla sinistra ed ai comunisti la ricostruzione, al fondo di una egemonia reale, di un blocco storico e sociale, di una unità delle masse popolari, che sappia respingere ogni infiltrazione ed ogni provocazione della destra fascista e razzista, anche – e soprattutto – quando si presenta nella sua tenuta di “legge ed ordine”.
A queste latitudini, che pullulano di populisti e di demagoghi, di destre nazionalitarie e neo-fasciste, un “avviso ai naviganti” di grande attualità.

Alliance Against Austerity, l’intelligenza collettiva che unirà la sinistra europea: il forum di Parigi Autore: stefano galieni da: controlacrisi.org

La prima plenaria, il sabato mattina, era incentrata su una proposta di alternativa di sviluppo in Europa che può nascere solo dal confronto nella vera sinistra. E poi workshop sulla situazione greca, sui beni comuni, sulla lotta contro la disoccupazione e la precarietà, la scuola, il contrasto all’evasione fiscale. E poi le mille possibilità che da sinistra possono nascere per costruire una Europa diversa, alternativa a quella in mano ai poteri finanziari, in cui i temi da portare a valore siano il diritto al lavoro, al reddito, alla cittadinanza sostanziale, la libertà di movimento per i migranti e una stampa libera non sottomessa a pochi gruppi oligarchici. Impossibile stilare un elenco completo dei temi trattati, dalla lotta alla corruzione alla necessità di una nutrizione sana (altro che Expo), dalla necessità di pace e di una cultura della pace, alla democratizzazione del sistema bancario, alle lotte per i diritti Lgbt.

La serata di sabato si è conclusa con un concerto in piazza, la domenica, fra due plenarie si sono tenuti incontri che rilanciavano in maniera ancora più precisa l’idea che in questo mondo, di cui anche una parte della sinistra italiana è parte, possano nascere proposte credibili con cui essere nel conflitto determinato dalla crisi. La necessità di continuare a combattere il TTIP, la realizzazione di strumenti di comunicazione alternativi, la questione del debito con cui si strangolano soprattutto i paesi mediterranei, le lotte delle donne e l’urgenza di contrastare il populismo dell’estrema destra, cosa fare per rapportarsi a quanto accade nei paesi del sud del Mediterraneo e in Ucraina, come combattere ogni tipo di razzismo e come pensare il lavoro per il ventunesimo secolo.

La plenaria finale, organizzata per celebrare la vittoria di Syriza ma attenta anche a quanto pochi giorni prima era accaduto in Spagna, è stata occasione non formale per ribadire anche i punti di criticità che ancora si vivono nella Sinistra Europea. La necessità di praticare le lotte e di porsi obbiettivi ambiziosi non relegati al proprio singolo contesto statuale, quella altrettanto stringente di non pensare a modelli vincenti ed esportabili tout court ma di costruire tenendo conto delle similitudini e delle specificità di ogni singolo contesto, il bisogno di affrontare il confronto a viso aperto, senza politicismi o margini di ambiguità in una situazione in cui anche ciò che resta delle speranze che si definiscono “socialdemocratiche” sono ormai totalmente asservite al neoliberismo. Si è trattato, come nei dibattiti tematici, di una discussione franca e scevra da formalismi, a tratti anche ruvida ma importante.

Si respirava, ascoltando le persone, girando nella piazza fra un caffè e una birra, un volantino e un intervento, la voglia di costruire intelligenza collettiva, di non fermarsi a misurare le distanze che separavano ogni singola esperienza ma a volerle far comunicare e valorizzare. Un clima di fiducia contagioso che si diffondeva in un pubblico intergerenazionale, plurilingue, prodotto della frammentazione di diverse culture, quella comunista, socialista, ambientalista o semplicemente di chi si ritrova da una parte della barricata perché individuava in quel campo un referente fondamentale per la difesa dei diritti di tutte e di tutti.

Rappresentativa la presenza di Rifondazione Comunista, dal segretario Paolo Ferrero all’europarlamentare Eleonora Forenza, dalla responsabile lavoro Roberta Fantozzi al responsabile esteri Fabio Amato, fino a chi scrive. Le platee hanno riconosciuto al lavoro faticoso e duro del nostro partito una importanza enorme. Maite Mola, Vicepresidente del Partito della Sinistra Europea, nel suo intervento finale ci ha tenuto a ringraziare l’Italia per l’affermazione della lista L’Altra Europa con Tsipras di cui Rifondazione è stata ed è tuttora elemento imprescindibile. Un riconoscimento esplicitamente legato al fatto che non può esserci una Sinistra rappresentativa del vecchio continente se non rappresentata anche dall’Italia, non solo per la sua storia passata ma per quanto sta avvenendo nel presente.

Il Forum si è chiuso con un appello a sostegno di Syriza e del popolo greco, oggi più che mai punto nodale di resistenza contro una Troika che vorrebbe impedire che si propagassero gli effetti salutari delle politiche del nuovo governo. La sconfitta dell’austerity passa per Atene e quando il 20 giugno la Grecia intera si ritroverà in piazza per respingere l’attacco imposto dalle istituzioni finanziarie europee e dai lacci della Commissione, non dovrà essere lasciata da sola. E combattere l’austerità anche nel proprio paese è quello che ci chiedono anche i compagni greci. Il materiale emerso dal forum è comunque reperibile per intero su http://www.forum-des-alternatives.eu/ e http://www.european-left.org/

Tra unità a sinistra e populismo | Fonte: sbilanciamoci | Autore: Paolo Gerbaudo

 

Unire la sinistra o costruire il popolo? Gli ultimi 7 anni di lotta contro crisi e austerity in Europa hanno evidenziato la presenza di due strategie organizzative contrapposte, che si sono manifestate sia nel campo dei movimenti sociali che nel campo della politica di partito: l’unità a sinistra o il populismo. Queste strategie riflettono diverse “diagnosi” differenti interpretazioni della natura della presente crisi, e propongono diverse ricette organizzative. L’unità a sinistra punta su una logica di coalizione , capace di alleare vari attori sociali e politici pre-costituiti (movimenti, partiti, associazioni); il populismo invece scommette su una logica di fusione , proponendo di reintegrare quella che Emanuele Ferragina ha chiamato la “maggioranza invisibile”, i “disorganizzati”, i non garanti e i non rappresentati dentro un soggetto sociale politico unitario, che parli a nome del “popolo tutto”.

La strategia dell’unità a sinistra è quella più longeva e riconoscibile nel contesto europeo. In fondo si tratta della stessa logica che portò negli anni ’90 alla creazione di vari “partiti di coalizione” di sinistra come Izquierda Unida in Spagna, e Synaspismos in Grecia, e per certi versi Rifondazione Comunista in Italia. Formazioni sorte per unire le forze di una sinistra altrimenti destinata alla sconfitta a causa della sua proverbiale frammentazione. Ed era pure la logica di fondo del movimento anti-globalizzazione, con il suo tentativo di mettere assieme le diverse anime della “società civile globale”: sindacati, le ONG, i movimenti ambientalisti, partiti di sinistra e gruppi autonomi.

Dall’inizio della crisi economica del 2008 questa strategia ha dato vita a nuove coalizioni politiche e sociali contro l’austerità. Nel campo politico ne è esempio la creazione del Front de Gauche in Francia, che ha unito diversi partiti opposti alle politiche di austerità. Nel campo della società civile questa logica di coalizione si è vista all’opera nelle proteste di Blockupy, contro la Banca Centrale a Francoforte che ha portato assieme organizzazioni come Attac, vari sindacati tedeschi, e gruppi autonomi e anarchici, e nel contesto italiano con il tentativo di Uniti Contro la crisi nel 2011 e la recente creazione della Coalizione Sociale di Landini.

La strategia populista, che trae ispirazione dall’ondata rosa del populismo socialista latinoamericano, costituisce invece la vera novità di questo ciclo di lotta. Una strategia populista si è manifestata invece nella creazione di nuovi attori sociali e politici, che hanno cercato di dissociarsi dal tradizionale immaginario della sinistra, appellandosi a masse di cittadini atomizzati che non si riconoscono in alcun blocco sociale pre-costituito. Questa strategia si è manifestata nel contesto dei movimenti, nelle azioni degli indignados spagnoli, dei loro cugini grechi, i polites aganaktismenoi (cittadini indignati), e il modo in cui appellandosi all’insieme della cittadinanza contro “politici e banchieri” sono riusciti a portare in piazza milioni di persone, molte delle quali alla loro prima esperienza di protesta. Infine, la creazione di Podemos, con il suo tentativo di andare oltre la sinistra tradizionale spagnola e creare un soggetto politico unitario che potesse unire categorie sociali molto diverse attorno a una comune identità popolare, ha dimostrato la potenza della strategia populista e della sua logica di fusione pure nel campo della politica elettorale.

È evidente che queste due strategie sono per molti versi contrapposte. Laddove l’unità a sinistra punta a “inanellare” nuclei organizzati pre-costituiti, la logica populista ha l’ambizione di creare ex-novo una rappresentanza del popolo.

Laddove l’unità a sinistra tende a cucire assieme simboli e discorsi che rappresentano le diverse anime della sinistra frammentata – comunisti, trotzkisti, verdi, femministe, ambientalisti – la logica populista utilizza quelli che il filosofo Ernesto Laclau chiamava “significanti vuoti”, simboli unificanti, apparentemente onnicomprensivi – popolo, gente, cittadini – che vogliono interpellare la massa dei cittadini atomizzati non garanti, dei non rappresentati, dei non organizzati. Eppure esistono modalità ibride e possibili transizioni tra queste due tipologie.

L’esempio più evidente è il caso di Syriza e della sua recente trasformazione. Le radici del partito affondano in Synaspismos la coalizione della Sinistra, dei Movimenti e dell’Ecologia fondata nel 1991. Tuttavia sotto la leadership di Tsipras il partito ha operato una “svolta populista”, vista sia nel cambiamento del discorso e del linguaggio politico, sia nel contesto organizzativo. Il momento decisivo di trasformazione è stata la svolta verso “un partito unitario” (piuttosto che un partito di coalizione) celebrato nel congresso di luglio 2013, che portò alla dissoluzione ufficiali dei partiti membri. Si tratta di una mossa chiaramente ispirata dal movimento degli aganaktismenoi , e dal modo in cui hanno contribuito in aprire uno “spazio popolare” che una pura strategia di unità a sinistra non avrebbe potuto rappresentare.

Sia la strategia di unità a sinistra che la strategia populista contengono potenzialità e pericoli. La logica dell’unita a sinistra offre la possibilità di costruire un fronte relativamente ampio ma al tempo stesso omogeneo ideologicamente. Tuttavia corre il rischio classico della “sinistra-sinistra” di rinchiudersi in un angolo. La logica populista offre una strategia “pigliatutto” che risponde bene alla presente fase di crisi associativa e crisi di appartenenza. Ma al tempo stesso è molto esposta ai cambiamenti di umore dell’opinione pubblica, e alla instabilità delle emozioni collettive. In ogni caso concreto la scelta tra queste due strategie dovrebbe rispondere a una fondamentale considerazione strategica. Qual è in questa fase politica il compito più urgente e il cammino più credibile per combattere la politica d’austerità? Unire le forze di quelli che ancora si riconoscono in identità di sinistra e con livelli relativamente alti di appartenenza e rappresentanza? O dare voce alla “maggioranza invisibile” dei disorganizzati, dei non garantiti e dei non rappresentati?

“Siamo all’anno zero della sinistra. Bisogna rompere completamente con il Pd”. Intervista a Giorgio Cremaschi | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

Recentemente hai detto che la prossima manifestazione per far parlare della proteste sarai costretto a spaccare le vetrine. In effetti, in occasione del corteo di Milano di sabato scorso, c’è da dire che la stampa italiana si è distinta per servilismo…
Mi ha fatto proprio inviperire, altroché! Un trattamento di questo genere non lo ricordavo da anni. L’iniziativa è stata completamente cancellata. Ci sta che se ne parli poco, ma non che non se ne parli affatto, che si censuri. Mi fa venire in mente paesi autoritari per i quali poi ci si lamenta tanto perché cancellano i diritti più elementari. La manifestazione di Milano era contro il lavoro gratis all’Expo, un affare dentro il quale ci inzuppano tutti da Renzi a Pisapia passando per Maroni. Evidentemente la protesta organizzata da Usb e Forum diritti lavoro non rientrava in quello schema. Uno schema che contempla Salvini, Renzi, sinistra Pd e Cgil, con Landini e Sel anche. Eravamo contro l’accordo Cgil Cisl e Uil per far lavorare gratis i giovani all’Expo. E i risultati dal punto di vista mediatico sono stati quelli dell’oscuramento totale.Anche Landini?
Beh, quello che è successo all’assemblea di Cervia dà da pensare. E’ stato fermato un ordine del giorno che chiedeva di esprimersi contro il lavoro gratuito all’Expo. E’ incredibile.

Ci troviamo in una fase in cui Renzi compiuto il lavoro sporco deve dimostrare che l’Italia può riprendersi. In realtà sappiamo tutti che continuerà la disoccupazione e i bassi salari. Però rimarrà il fascismo dipinto da democrazia dell’ex sindaco di Firenze…
Stanno usando la crisi per aumentare l’oppressione e la selezione sociale. E’ questa la sua grande funzione. Il Jobs act è la conclusione di un processo di trent’anni che porta alla distruzione delle dignità fondamentali. Nei luoghi di lavoro e nei rapporti di lavoro c’è il fascismo. La gente vive e deve vivere nella paura e nel terrore rinunciando alle sue libertà e dignità fondamentali. Mi ha colpito, pochi giorni fa su La7. Hanno fatto un servizio alla Fiat di Pomigliano. Si vedeva chiaramente che, al contrario di tempo fa quando gli operai si avvicinavano spontaneamente di fronte a una telelecamera, ora la risposta era la fuga, il travisamento. Risultato, quelli della troupe non sono riusciti ad intervistarli. Le tute blu vevano paura anche di farsi inquadrare dalle telecamere. Non eravamo a Nola, nei campi di pomodori, o a Prato davanti a una fabbrica cinese. In questa azienda c’è un clima di fascismo e mafia che impedisce ai lavoratori di parlare. Senza dire dei giovani precari e di chi è costretto a lavorare gratis. Tutte queste cose qui sono state costruite un po’ alla volta con la cultura del Jobs act e poi costituzionalizzate. Siamo all’anno zero del lavoro. E una eventuale ripresa finirà per stabilizzare questa situazione.

Se invece di farlo a Milano il corteo lo facevate a Roma Salvini veniva battuto quattro a zero…
L’abbiamo battuto lo stesso. A Roma tre volte quelli di Salvini, a Milano più o meno uguale e quindi li abbiamo batti quattro a zero. Chi tace è complice. Chi nel sindacato tace o lo trasforma in un problema di relazioni industriali è complice. Considero un errore il ritiro dello sciopero dello straordinario a Melfi. Negli anni ’50 la Fiiom in Fiat ha proclamato una marea di scioperi che facevano solo i militanti. Ma sono scioperi che sono serviti. Perché segnalavano che c’era un sindacato che non rinunciava a battersi. La forza della Fiom è stata finora quella di non aver mai piegato la testa.

Si ma oggi c’è un sindacato che non si capisce più. La Cgil fa la guerra a parole, la Fiom apre due fronti uno con il Governo e uno in Cgil…
Molta immagine e poca sostanza. Sono stato abituato nella mia storia sindacale che alle dichiarazioni corrispondono delle azioni. La Cgil ha smesso. Ha fatto lo sciopero generale e poi ha detto che la lotta non c’è più. E’ riprecipitata in un’abulia terribile. Avrei preferito essere stato smetito. Da tempo sostengo che quella dell’autunno era una fiammata di mobilitazione a cui non bisognava credere. Era una parentesi senza un progetto o una linea sindacale. La Cgil in questi 25-30 anni ha avuto due gambe: accordo con Confindustria e collateralismo con Pd. Oggi vengono meno tutte e due le cose. Semplicemente non sanno cosa fare. Bisgonerebbe avere una idea di ricostruzione generale del conflitto che i gruppi della Cgil non hanno intenzione di fare.
E per quanto rigaurda la Fiom che in questi anni ha svolto un ruolo enorme e importante il sindacato che non si arrende, ma a me pare che si sia sostanzialmente fermata. Dicono che tutto questo lavoro va investito in qualcosa, ma ci sono comportamenti troppo contraddittori. Nei sindacati contano i comportamenti concreti. Ha fatto la battaglia contro la Fiat ma fa la vetenza per il contratto nazionale insieme a quelli che stanno con Marchionne. Temo che il gruppo dirigenee della Fiom stia cadendo in quella condizione tipica, ma non è colpa loro, che ha messo in crisi tante esperienze positive nella sinistra e nel sindacato italiano, l’incoerenza. Landini esprime sentimenti popolari profondi e poi in concreto nei comportamenti quotidiani questo non c’è. Siamo passati dal fatto che quando è uscito il Jobs act il segretario della Fiom ha parlato di occupare le fabbriche e oggi vedo che fanno il contratto con Fim e Uilm. La Fiom nel 2001 non aveva fatto questa scelta. Al di là delle polemiche vedo una gran confusione.

Il QE peggiorerà o migliorerà le cose?
Il QE è una operazione di pura continuità. Non è vero che è una rottura con le politiche liberiste. Non è un caso che alla Grecia non sia concesso. La Grecia deve prima morire. Non bisogna dimenticare che ha vincoli precisi come la distruzione dei diritti del lavoro. Se l’Italia non faceva il Jobs act non lo prendeva. Vogliono ricostruire un mercato speculativo. Si continua a vendere il paese a pezzi. Dall’altro, c’è la distruzione totale dei diritti del lavoro. Se fai queste cose ti prestano i soldi. C’è un totale rapporto tra la dispersione sociale e la ripresa della speculazione. Da questo punto di vista non c’è nessuna differenza tra Draghi, Marchionne e Merkel. Chiunque pensi a delle alternative o a degli spazi progressisti o è disinformato o è complice.

Ci sarà disoccupazione e inflazione. Non è un bello scenario…
Hanno distrutto i contratti nazionali e ora fanno risalire l’inflazione. E’ lo scopo fondamtenale delle politiche liberiste. Sconcertante il dibattito sul contratto decentrato. Mi viene in mente il film degli anni sessanta “Cani perduti senza collare”. Non c’è concertazione, sono le aziende a fare le piattaforme. E chiederanno tutto e di più. Piattaforme selvagge. Tutto legato alla tentazione di ripristinare un sistema concertativo che non c’è più. Se uno vuole discutere di sindacato deve discutere come riprendere le lotte e non di relazioni sindacali.

Ross@ ha partecipato alla manifestazione di sostegno della Grecia, nell’ottica di una sinistra unitaria…
Ross@ la prossima settimana fa un convegno sull’Europa. Non si ricostruisce la sinistra senza avere una posizione su, io penso contro, l’Europa. Gli spazi politici occupati da Renzi sono enormi. Non c’è nessuno spazio per poltiche riformiste tradizionali anche con le migliori intenzioni. Su quello che è avvenuto tra Grecia ed Europa in cui la Grecia è stata abbandonata, spero che Tsipas pensi a un piano B. Se pensano di convincere la Merkel del no all’austerità vanno al disastro. La sinistra italiana deve partire da zero, ovvero dalle lotte e dai grandi temi. Siamo credo all’anno zero della sinistra. Non vedo niente in grado di presentare una vera prospettiva. Anche le liste Tsipras credo siano più un bisogono del ceto politico rimasto della sinstra radicale che un vero progetto politico. Temo che non sia così semplice, nelle regionali ci sarà caos perché non ci sarà una presenza massiccia e unitaria. Il nodo della sinistra è lo stesso del sindacato e della Fiom: non basta dire che non sei d’accordo con Renzi. Devi rompere con il Pd. E devi rompere dal Parlamento al Consiglio di quartiere. Non può essere un po’ sì e un po’ no. Syriza e Podemos presentano una rottura radicale con le esprienze precedenti.

Eppure l’occasione ci sarebbe, visto che sia il “grillismo” che il “salvinismo” non sembrano avere tutto questo filo da tessere…
L’occasione ci serebbe, è vero. A differenza di un paio di anni fa. Per sfruttarla bisogna rompere con tutte le pratiche di questi anni e rompere con il partito democratico.

“Urgente rompere da sinistra l’austerità con la lotta, altrimenti accadrà da destra”. Intervista a Sergio Bellavita Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

La vittoria di Syriza in Grecia e il duro confronto sull’austerità aperto da Tsipras pongono dei precisi interrogati al movimento sindacale europeo. Secondo te in che termini e con quali tempi…
L’affermazione di Syriza rappresenta un elemento di straordinario valore sulla scena Europea. Per la prima volta nella storia della costruzione dell’Unione Europea un paese sceglie di rompere con le politiche imposte dai trattati rimettendo al centro i diritti del lavoro, i bisogni sociali. I primi provvedimenti annunciati dal governo Tsipras sono uno schiaffo sonoro al dogma del libero mercato e delle politiche monetarie che stanno distruggendo il modello sociale europeo. Il popolo greco ha dimostrato una tenacia ed una determinazione tutt’altro che scontata. Le pesanti mortificazioni e umiliazioni imposte dalla Troika con il memorandum non era scontato producessero una poderosa spinta politica nel segno della giustizia sociale, della solidarietà. Segno che le lotte sociali di questi anni sebbene sconfitte hanno contribuito a costruire una critica di massa all’austerità che oggi si è imposta su e contro ogni deriva puramente nazionalista, autoritaria e xenofoba di gestione della crisi. Tuttavia il popolo Greco ha dovuto fare tutto da solo. L’assenza di una qualsivoglia risposta del movimento sindacale e della sinistra a livello europeo è stata ed è tuttora vergognosa. Non solo perché ciò testimonia il ripiegamento nazionalistico del sindacalismo dei singoli paesi, l’abbandono di ogni riferimento di classe nella propria iniziativa e la scomparsa, se mai fosse esistito, del movimento sindacale europeo, ma anche perché la partita è solo all’inizio. O la vittoria di Syriza e l’avanzata di Podemos impongono davvero la rottura delle politiche d’austerità da sinistra o le stesse cadranno da destra sotto la spinta dei movimenti xenofobi e nazionalisti aprendo così ad una nuova barbarie. Lo scontro è durissimo, non siamo davanti ad una semplice battaglie delle idee ma a interessi concreti che non hanno nessuna intenzione di farsi indietro. Per queste ragioni è più che mai urgente che in ogni singolo paese della Ue riparta il conflitto sociale, così come è urgente uno sciopero generale europeo contro le politiche d’austerità. Non si può ancora lasciare da solo il popolo greco a combattere una guerra che è negli interessi di tutti i popoli europei. Non basta essere solidali e vicini alla loro lotta, bisogna lottare anche da noi. Di fronte alla pochezza ed alla complicità delle centrali sindacali nella gestione delle politiche d’austerità andrebbe ripreso quel terreno di costruzione dal basso del conflitto nella dimensione europea come era stato efficacemente sperimentato nella seconda metà degli anni novanta del secolo scorso con la rete delle marce europee. Un percorso che presuppone tempo, quel tempo che non abbiamo più. Siamo in estremo ritardo.In Cgil, dopo la mobilitazione di dicembre sembra palesarsi un immobilismo pericoloso. Lo spostamento dell’accento sul livello aziendale non fa che depotenziare il movimento sindacale nel suo complesso.
L’elezione di Sergio Mattarella a presidente della Repubblica segna, a mio avviso, un cambio di fase nella vita politica del paese. L’ovazione che il palazzo, dentro e fuori il parlamento, ha tributato al neo presidente della repubblica ne è la rappresentazione plastica. La parte più impopolare dell’azione del governo Renzi è alle spalle. Ora le classi dominanti lavoreranno, sempre se il quadro internazionale ed il contesto economico lo consentiranno, a ricucire i pesanti strappi di questo primo anno dell’era Renzi. Il lavoro più cruento è stato fatto, il modello sociale è destrutturato. Si tratta ora di formalizzare il nuovo assetto modificando la costituzione e restituendo una parvenza di dignità, almeno l’onore delle armi, a organizzazioni profondamente sconfitte e logore come la Cgil, ma non solo. Sergio Mattarella serve esattamente a questo. Tutti coloro che da sinistra inspiegabilmente gli hanno reso sperticate lodi non colgono la natura di questo passaggio. Non è un caso che la breve parabola di conflitto della Cgil si sia fermata proprio nel momento di maggior tensione con il Pd. Il rischio molto concreto, come peraltro già accaduto dopo la criminale opera di governo di Monti Fornero, è che la Cgil accetti passivamente il nuovo quadro riposizionando la sua iniziativa, nelle compatibilità date, al solo scopo della semplice sopravvivenza d’organizzazione. Renzi ha vinto una partita importante e la Cgil ne esce a pezzi. Se Renzi ha potuto cancellare lo Statuto dei lavoratori con il suo Jobs Act è perché la Cgil e la Fiom non hanno affrontato la sconfitta del 2012 e ricostruito una linea contrattuale adeguata. Avevamo visto lungo quando abbiamo criticato lo sciopero prenatalizio del 12 dicembre a cui, peraltro, abbiamo lavorato tenacemente.

La Cgil rischia un cruciale passaggio di trasformazione interno?
Oggi la Cgil è in un pesante stato confusionale. Le roboanti dichiarazioni di guerra all’applicazione del Jobs Act sul terreno aziendale testimoniano esattamente la fine della fase di conflitto su scala generale. Non c’è alcuna strategia su come affrontare questa fase inedita, non c’è nessuna seria volontà di definire politiche contrattuali nuove. Come si riconquistano i diritti cancellati? Come si difende il lavoro nel quadro della totale ricattabilità definito dal Jobs Act? Interrogativi tanto ineludibili quanto semplicemente ignorati. Renzi esce vincitore dalla prova di forza con la Cgil, approva il suo Jobs Act e si ripulisce l’immagine con Mattarella presidente, riuscendo persino a dare un colpetto a Berlusconi per la gioia di tutti gli orfani dei bei tempi in cui si poteva addebitare tutto al caimano. Il rischio è che alla Cgil ciò sia sufficiente per abbellire la resa. Questo non vuol dire che non si riapriranno tensioni con il governo, ne che la Cgil starà ferma nei prossimi mesi. Tuttavia qualunque iniziativa, anche di lotta, che non sia preceduta da una riflessione profonda e rigorosa sulla sconfitta e su come ripartire con scelte nette e radicali serve solo a parare la mesta ritirata. Se non si rimette al centro la ricostruzione dell’opposizione sociale, se non si riafferma l’identità anticapitalista del sindacato in un nuovo rapporto di reti, di mutualismo, di riappropriazione dei bisogni negati il sindacato è destinato a accettare, più o meno passivamente, la sua lenta estinzione, la sua progressiva perdita di senso e ruolo nella vita di chi vuole rappresentare. Il doppio regime sociale che Renzi ha imposto con il Jobs Act, tra vecchi dipendenti e neoassunti senza più diritti rende bene l’idea della residualità di un sindacato, non solo la Cgil evidentemente, chiuso in un fortino con i suoi, sempre meno, vecchi iscritti.

Landini sembra proporre una formula mista nel tentativo di uscire dall’angolo, ovvero un’alleanza con la società civile. Cosa ne pensi?
Ho colto nelle dichiarazioni di Landini sul partito sociale il tentativo di una riflessione importante. Siamo nel pieno della conclamata crisi della rappresentanza sociale e politica del lavoro da cui non se ne esce con la pur necessaria radicalità formale. Pratiche, ricostruzione di senso, efficacia e rispondere ai bisogni sociali al tempo della ricattabilità del lavoro dovrebbero essere i temi di fondo su cui impegnarsi davvero. Occorre ridefinire una strategia di medio lungo periodo per riaffermare la contrattazione come uno degli strumenti dell’emancipazione progressiva dal lavoro subordinato. Ragionare di rappresentanza dentro e fuori i luoghi di lavoro in tempi in cui sarà sempre più complicato anche solo essere iscritti al sindacato visto che si può essere licenziati su due piedi. Così come il tema della riunificazione degli interessi di classe destrutturati dalla durezza della restaurazione capitalistica non è più rinviabile.
Quello che non mi convince del ragionamento di Landini è quello che manca. In primo luogo la necessaria rottura con il modello dell’accordo del 10 gennaio, quello cioè che consente la spoliazione di diritti e salario dei lavoratori. In secondo luogo servono le lotte. Senza il conflitto su larga scala, senza la ricostruzione molecolare di nuovi rapporti di forza non c’è alcun partito sociale. Non è la sommatoria di soggetti che rende l’efficacia ma la radicalità di un percorso che deve essere unificante e volano dell’iniziativa. Lo dimostra l’esperienza della Grecia. Le innumerevoli lotte dei lavoratori greci hanno sedimentato coscienza, critica di massa, rabbia e hanno permesso di provare a rappresentare sul piano politico quei bisogni. Se in Italia non c’è sinistra politica è perché non c’è stato alcun conflitto e la sinistra politica e sociale è percepita, a torto o a ragione, come parte di chi governa l’austerità non di chi si oppone ad essa. In questo senso davvero non comprendo la dichiarazione di Landini a favore dell’elezione di Mattarella. Senza una rottura con il palazzo, di cui Mattarella è parte, non c’è ricostruzione.
Mi chiedo e chiedo a Maurizio Landini se non sia giunta l’ora di rompere ogni ritrosia e indugio a lanciare una grande manifestazione contro l’austerità e in solidarietà al popolo greco. E’ stato un errore affidarsi alla presunta svolta della Camusso, ora bisogna tornare alla Fiom che promuove l’incontro di un vasto fronte sociale, a prescindere dalle scelte della Cgil. Bisogna tornare alla Fiom che lotta sul serio.

Il percorso dello sciopero sociale riprende proprio in questi giorni. Che possibilità ci sono lì?
L’originalità positiva del percorso che ha portato al 14 novembre va mantenuta, arricchita e rilanciata. Certo l’approvazione del Jobs Act pone un problema a tutte le soggettività che vogliono davvero contrastarlo e insieme ricostruire una cornice di diritti del lavoro in tutte le sue forme. Bisogna riflettere sul come dare gambe concretamente alla lotta in una fase di pesante passività sociale e di immobilismo delle grandi organizzazioni. Le mobilitazioni contro l’Expò 2015 devono divenire parte importante di questo percorso proprio nella città che diverrà simbolo del capitalismo usa e getta, del lavoro a salario zero. Siamo parte di questa bella e importante esperienza e continueremo a sostenerla insieme al resto del sindacalismo conflittuale.

Luciano Gallino: Leopolda vs piazza San Giovanni, la differenza visibile tra destra e sinistra Fonte: La Repubblica | Autore: Luciano Gallino

Non si sa chi sia, il regista delle due manifestazioni contemporanee della scorsa settimana, piazza San Giovanni e Leopolda. Di certo è un grande talento. Il contrasto tra lo scenario dei due eventi non poteva venire realizzato in modo più efficace. Da un lato un gran sole, il cielo azzurro, uno spazio amplissimo, una folla sterminata, brevi discorsi su temi concreti. Dall’altra un garage semibuio dove non si riusciva a vedere al di là di una decina di metri, un centinaio di tavoli dove si parlava di tutto, un lungo discorso del presidente del Consiglio in cui spiccavano acute considerazioni sull’iPhone e la fotografia digitale, e non più di sei-settemila persone — giusto 140 volte meno che a San Giovanni.

Il duplice scenario e la composizione dei partecipanti sono stati quanto mai efficaci per chiarire che a Roma sfilava un variegato popolo rappresentante fisicamente e culturalmente la sinistra, sebbene del tutto privo di un partito che interpreti e difenda le sue ragioni. Mentre a Firenze sedeva a rendere omaggio al principe un gruppo della borghesia medio-alta orientato palesemente a destra — a cominciare dal Principe stesso. Vi sono due condizioni che fanno, oggi come ieri, la differenza tra destra e sinistra.

Una è la scelta della parte sociale da cui stare: in politica, nell’economia, nella cultura.
Il che significa o sostenere che le disuguaglianze non hanno alcun peso nei rapporti sociali, o magari negare che esistano; oppure darvi il peso che moralmente e politicamente meritano, e adoperarsi per ridurle. L’altra condizione è la capacità di capire in che direzione si sta evolvendo la situazione economica e sociale del momento. Perché se non lo capisce uno sta uscendo, senza rendersene conto, dal corso della storia.

Nel caso della prima condizione la differenza tra Roma e Firenze era evidente. Alla manifestazione di Roma non c’erano (o erano poche) le persone che dovevano scegliere se stare o no dalla parte dei deboli, degli svantaggiati, delle classi inferiori di reddito, di quelli il cui destino dipende sempre da qualcun altro. Erano loro stessi, la massa dei partecipanti, a essere deboli, svantaggiati, poveri, perennemente in balia del parere e della volontà di qualcun altro. Collocati, in altre parole, al fondo delle classifiche delle disuguaglianze di reddito, di ricchezza, di potere politico ed economico; disuguaglianze il cui scandaloso aumento negli ultimi vent’anni, nel nostro paese come in altri, accompagnato dalla scomparsa del tema stesso nel discorso delle socialdemocrazie, ha fatto parlare più di uno studioso di nuovo feudalesimo.

Invece nel garage semibuio di Firenze c’erano soprattutto persone a cui l’idea di stare dalla parte dei più deboli e magari di dichiararlo appariva semplicemente repellente, o quanto meno fastidiosa, non meno che mettersi a parlare “in un mondo che è cambiato” di lotta alle disuguaglianze. Al massimo i più deboli si possono aiutare a soffrire di meno, non certo a diventare meno deboli, o a salire un gradino nella scala delle disuguaglianze, grazie a un sindacato o un partito. Per non dire che la parola “partito” significa appunto “aver preso parte” — idea demolita a Firenze dall’idea di un partito- nazione (ma l’ha detto qualcuno a Renzi che la parola “nazione” o “nazionale” figuravano tempo addietro nel nome di un paio di partiti che molti guai procurarono all’Italia e all’Europa?).

Anche per l’altra condizione non c’era confronto tra i partecipanti di piazza San Giovanni e quelli della Leopolda. Per i primi era evidente che quello che sta succedendo da parecchi anni è una “guerra dell’austerità”, per usare la dizione di un noto economista americano. Una guerra di classe in cui la destra si prefigge di distruggere le conquiste sociali degli anni 60 e 70, che furono un tentativo riuscito di sottoporre il capitalismo a una ragionevole dose di controllo democratico. Le misure imposte da Bruxelles, di cui il governo Renzi, a parte qualche battuta, è fedele esecutore, sono precisamente espressione di tale guerra o conflitto di classe, nella quale le classi dominanti hanno negli ultimi decenni conseguito una grande vittoria. Equivalente a una dolorosa sconfitta per i manifestanti romani.

A Firenze l’interpretazione predominante della crisi è stata quella canonica delle destre europee: lo stato ha un debito troppo alto, dovuto all’eccesso di spesa; il problema è il costo eccessivo del lavoro; per rilanciare la crescita bisogna ridurre le tasse alle imprese; i dettati di Bruxelles sono onerosi, ma bisogna pur mantenere gli impegni, ecc. Ciascuno di questi slogan è falso quanto dannoso — e si noti che a dirlo sono ormai dozzine di economisti, compresi perfino alcuni esponenti delle dottrine neoliberali. A parte l’interpretazione ortodossa della crisi, che non sta in piedi, chi vi aderisce non si rende conto che ci si avvicina a un momento in cui o si modificano i trattati europei e si adottano politiche economiche opposte a quelle del governo Renzi (che sono poi quelle degli ultimi tre o quattro governi, prescritte dalla Troika e da noi passivamente messe in atto), o ci si avvia ad un lungo periodo di grave recessione e di rapporti intereuropei sempre più difficili, nonché dagli esiti imprevedibili.

Un’ultima nota: a saperlo interpretare (non che ci voglia molto), la massa dei partecipanti di Roma ha lanciato un messaggio chiaro. Ha detto in sostanza “siamo tanti, non contiamo niente, vogliamo essere qualcosa”. Tempo fa, un messaggio analogo ebbe effetti rilevanti. Ignorarlo, o parlarne con disprezzo, potrebbe rivelarsi un serio errore, a destra come a sinistra

“A viva voce”, sinistra antagonista e informazione nell’era digitale. Un seminario da non perdere…| Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

“A viva voce”. E’ il titolo del seminario su informazione e sinistra antagonista che si terrà giovedì 23 ottobre all’Università di Tor Vergata (Aula conferenza dipartimento Studi Umanistici, II piano. Ore 15-20).
L’iniziativa si prefigge l’obiettivo di contribuire al dibattito sulla crisi dell’editoria della sinistra alternativa e antagonista dopo la chiusura di diverse iniziative editoriali, e la manifesta incapacità di alcune organizzazioni politiche e anche di molte “pratiche di movimento” di saper stare al passo con i tempi degli sviluppi del web in cui sostanzialmente i “loghi”, e i “simboli” non hanno quasi più cittadinanza. Partecipano: Fabio Sebastiani (direttore di controlacrisi), che terrà la relazione d’apertura, Giuliano Santoro, saggista, Dino Greco; e poi ancora Lucio Manisco, Ennio Remondino, Jacopo Venier, Marco Santopadre, Luigi Mazza e Mattia della Rocca. Ci sarà la partecipazione dell’ambasciatore del Venezuela in Italia che parlerà dell’esperienza di TeleSur.

La conferenza, presso il Dipartimento di Studi umanistici, che vede tra i docenti Raul Mordenti, a cui sono affidate le conclusioni, intende mettere insieme alcuni addetti del settore informazione connotati da un impegno politico nell’alveo della sinistra di alternativa e antagonista attorno all’obiettivo di ridisegnare un orizzonte all’attività di informazione e comunicazione dando la priorità al modello della rete.
Proprio grazie al delirio dell’autorappresentazione sfrenata (“mi apro un sito”) di diretta derivazione dal giornalismo cartaceo, che a sua volta genera il “baco della divisione e della frammentazione”, si assiste a un approdo in ordine sparso nel web da parte di tutti quei soggetti più o meno organizzati sul piano giornalistico che rispondono però a questo o quel “progetto politico” senza una visione globale, quando invece ci sarebbe bisogno di dare massimo sfogo all’approccio cooperativistico. Né valgono, da questo punto di vista, le analisi su una sinistra “strutturalmente” divisa. Visti i tempi, la sinistra, tutta, dovrebbe convergere almeno su un punto:la necessità di rimettere in circolo alcuni “dati” e “punti di riferimento” di base che in qualche modo rappresentino il “semilavorato” della narrazione politica. E invece ci si divide anche su questo. Senza tenere conto, colpevolmente, che i numeri e le modalità del web non consentono più l’utilizzo di modelli comunicativi verticali. Il simbolo, e il messaggio”, non hanno più alcun potere di intagibilità. Essendo l’oggetto di un processo complesso e articolato e non più e non solo di un atto di comunicazione semplice e verticale, si trasformano e prendono mille rivoli. L’unica possibilità è stare nei processi nel mondo più attrezzato e articolato possibile.

Insomma, la sinistra sembra attardarsi verso il contrario della costruzione di una rete cooperativa che, seppur con dimensioni e protocolli parziali, dovrebbe invece essere una vocazione naturale della sua pratica politica soprattutto quando si tratta di sviluppare la transizione dall’on line all’off line (e viceversa).

Una delle barriere delle “reti di fiducia”, così bene definite da Manuel Castells, è sicuramente costituita dai linguaggi, dalle pratiche di comunicazione e dai media utilizzati. Si tratta innanzitutto di linguaggi che veicolano significati su più strati: lingua nativa, video, grafica. E poi, via via, nella lingua nativa i diversi stili e i diversi contesti in quella complessità del linguaggio verbale che nella rete appare sempre all’opera in una sorta di apparente dissipazione.
Nonostante questo, la rete è in grado di decidere, come spiega Castells, in ogni momento quale linguaggio e anche quale “grammatica” rappresentano le chiavi giuste per veicolare alcuni contenuti. E quando decreta il successo per un contenuto il moltiplicatore è a molti zeri. La capacità di far navigare un determinato contenuto è legata al saper cogliere il momento giusto, ovvero il trend, per dare slancio ai propri contenuti, scegliere cioè appropriatamente l’ottica con la quale sottoporli all’attenzione del web. Questa caratteristica si lega molto al ragionamento sull’attualità dei temi che si sviluppa in redazione. E questo rappresenta in qualche modo il fondamento del “web journalism”. Web journalism non più solo “copia e incolla” di contenuti che viaggiano nella rete ma anche il tentativo di propagarli. Come? Con quale sistemi di rete? Creando quali nodi e con quali caratteristiche?

Nel processo di scambio che avviene continuamente nel web con l’obiettivo di costruire “sensi”, ci sono “orizzontalità” che entrano in relazione e non erogatori attivi di contenuti da una parte e fruitori di informazione passivi definiti da una precisa categoria tipologica dell’audience. Questo dovrebbe allargare la pratica della produzione “massiva” di contenuti da parte della sinistra antagonista fino a modificarla verso la “costruzione di sensi”.
La struttura basata sul sito statico, e quindi sulla costruzione massiva di contenuti e della sua fruizione verticale, ha fatto ormai il suo tempo. In Rete, a grandi linee, ci sei per quello che fai nella direzione della viralità e non per quello che sei nella direzione della produzione di contenuti amorfi e autorappresentativi. L’identità, definita dal sito o dalla pagina Fb, pur dovendo rispondere al principio della coerenza, va studiata in relazione al ruolo che si vuole interpretare e agli obiettivi che si vogliono ottenere di volta in volta a secondo del contesto in cui si sta operando. Una plasticità che può essere affrontata soltanto adottando una filosofia orizzontale nella gestione dell’informazione e della comunicazione. E che ovviamente abbia, appunto, a che vedere con l’attualità di quanto accade in rete.I new media offrono una grande occasione soprattutto per la moltiplicazione di canali, linguaggi e modalità di comunicazione e informazione che rappresentano. Una rivoluzione tale che se da una parte non tocca minimamente la forza degli strumenti pregressi (volantinaggio e megafonaggio, tanto per fare qualche esempio e per intenderci) dall’altra apre una prateria praticamente sconfinata. Velocità nella risposta, contemporaneità, contestualizzazione, adeguatezza grammatica, sintesi: tutte queste caratteristiche dell’informazione e della comunicazione moderna non possono essere raggiunte con un modello verticale.
Oggi le relazioni sociali entrano a pieno titolo come facilitatori nei processi di comunicazione e informazione.

Una figura che viene parecchio trascurata dalla sinistra è il rappresentante sindacale. La sua presenza potenziale in rete avrebbe in più rispetto al mediattivista il bagaglio delle relazioni sociali, la capacità di scegliere il contesto più opportuno, l’appropriatezza del linguaggio da impiegare, la consapevolezza di muoversi all’interno di un progetto di stampo comunitario.
Intanto, i media mainstream, quelli italiani nel 99% dei casi, rappresentano plasticamente quello che Noam Chomsky chiama «la fabbrica del consenso» e vivono in osmosi con il mondo politico e le classi dirigenti da sempre spettacolarizzando qualsiasi traccia informativa e inventando sempre nuove “grammatiche”.