Mense e cliniche, le trincee di Syriza da: rifondazione comunista

di Angelo Mastrandrea

Segnalo e consiglio vivamente la lettura di questo reportage uscito sul Manifesto. Quando alcuni anni fa, dopo il congresso di Chianciano del 2008, abbiamo iniziato a lavorare sulle prospettiva della costruzione del partito sociale che era stata una delle indicazioni strategiche uscite da quel congresso, ricevemmo molte critiche e plateale disinteresse condito da ironie di ogni genere da parte dell’area del PRC più politicista e non solo da quella a dire il vero. Si sosteneva che con le pratiche sociali noi non prendevamo voti, che il ruolo di un partito era un altro ecc. ecc.  Nonostante queste critiche, e nonostante la difficoltà della fase in questi anni abbiamo lavorato in questa direzione cercando di capire come, nella crisi dell’azione collettiva, costruire pratiche sociali in grado di connettersi con i settori popolari più colpiti dalla crisi cercando di essere utili e solidali. Questo reportage di Angelo Mastrandrea, che racconta l’esperienza greca di Syriza ci dice di come l’intuizione che avevamo avuto, nel tentativo di costruire una rete di mutuo soccorso, sia stata giusta e che meritava l’impegno corale del partito. Ma un’intuizione seppur positiva deve misurarsi con la realtà concreta della società, e noi seppur con molte difficoltà abbiamo provato a farlo, nelle emergenze ambientali come in quelle sociali. Ora occorre avere il coraggio di fare un salto in avanti, e di mettere a disposizione queste pratiche sociali che abbiamo sperimentato in uno spazio più largo, nel quale dismettere ogni settarismo senza dismettere la nostra radicalità. Non dobbiamo quindi prendere solo esempio da Syriza e dalle sue pratiche sociali, ma organizzare il partito sociale in un campo più largo di quello che siamo stati fino ad ora. Concepirlo come processo aperto nel quale misurarsi su tutti i livelli, come un motore di un processo che sia in grado di riannodare i fili della solidarietà popolare. Per questo è necessario valorizzare le esperienze che in questi anni abbiamo portato avanti cercando di connetterle con le altre forme di autorganizzazione sociale, come una delle articolazioni essenziali della ricostruzione di una sinistra anticapitalista e antiliberista nel nostro paese capace di combattere il neoliberismo e arginare la barbarie.

FRANCESCO PIOBBICHI, Direzione nazionale PRC

Mense e cliniche, le trincee di Syriza
Reportage. Cibo e assistenza sanitaria gratuita, attività culturali e media. Viaggio nelle roccaforti della sinistra radicale greca che ora vuole governare. Tra farmacie sociali e fabbriche recuperate, cibo ai poveri e assistenza ai migranti

Nella sala d’attesa della Kifa alle spalle del Muni­ci­pio di Atene ogni paziente rimane ad aspet­tare il suo turno disci­pli­na­ta­mente. C’è chi aspetta di pre­sen­tare la pre­scri­zione medica e pren­dere i far­maci che gli spet­tano, chi è in fila per una visita odon­to­ia­trica e chi per una con­su­lenza psi­co­lo­gica. Cate­rina si occupa di smi­stare il traf­fico, indi­riz­zando i pazienti là dove serve. Snoc­ciola qual­che cifra: «Da quando abbiamo aperto, nel gen­naio del 2013, sono state effet­tuate 2.364 ope­ra­zioni den­ti­sti­che, 5.580 visite, 2.500 medi­ca­zioni e una ven­tina di ope­ra­zioni ambu­la­to­riali». A prima vista sem­bra di essere finiti in un ambu­la­to­rio medico come tanti altri, rica­vato in un con­for­te­vole appar­ta­mento del cen­tro della città. Invece si tratta di una Kifa, un acro­nimo che indica una cli­nica e far­ma­cia sociale. Qui arri­vano a farsi visi­tare o a pren­dere medi­ci­nali, a frotte, gli esclusi dalla sanità pubblica.

Sedute ad atten­dere il loro turno, due signore con­fa­bu­lano fra loro, alcuni anziani riman­gono in silen­ziosa aspet­ta­tiva. In un angolo, un signore magro, con la bar­betta bianca, ha voglia di par­lare. Rac­conta di essere espa­triato al tempo dei colon­nelli e, dopo una vita tra Stati Uniti e Canada, una decina d’anni fa è tor­nato in Gre­cia. In tempo per assi­stere al crollo. «È nor­male che siamo andati a finire così, colpa dei governi ma pure del popolo. Abbiamo vis­suto troppo al di sopra delle nostre pos­si­bi­lità e ora rischiamo di tor­nare indie­tro di cinquant’anni», dice.
La cli­nica sociale si regge sul volon­ta­riato. Ven­totto den­ti­sti si alter­nano gra­tis, fuori dal loro ora­rio di lavoro, a garan­tire cure per tutti, e lo stesso fanno psi­chia­tri, psi­co­logi, pedia­tri. Tra i danni più gravi pro­vo­cati dall’austerità impo­sta alla Gre­cia, quelli alla salute delle per­sone sono pro­ba­bil­mente i più pesanti. Solo ad Atene hanno chiuso otto ospe­dali, men­tre la spesa pub­blica per la sanità in Gre­cia è stata ridotta del 25 per cento tra il 2008 e il 2012. L’assicurazione sani­ta­ria è garan­tita solo a chi lavora e con la disoc­cu­pa­zione che affligge più di un terzo della popo­la­zione que­sto è diven­tato un pro­blema social­mente deva­stante. Ecco spie­gato per­ché le cli­ni­che sociali sono affol­late come e più di un qual­siasi ambu­la­to­rio pri­vato o pronto soc­corso pub­blico: nelle Kifa si viene per riti­rare medi­cine altri­menti troppo costose o per visite spe­cia­li­sti­che altri­menti fuori por­tata dalle tasche di una fascia di popo­la­zione espulsa dal mondo del lavoro o con red­diti ormai da fame. Su undici milioni di greci, si stima che almeno tre milioni oggi siano senza coper­tura sani­ta­ria, quasi uno su quat­tro. «Ma ci sono anche tanti che, pur avendo la coper­tura, non rie­scono a pagarsi cure spe­cia­li­sti­che o le medi­cine, visto che per­sino un esame del san­gue arriva a costare un cen­ti­naio di euro», spiega Caterina.

Que­sto spiega il pro­li­fe­rare di forme di autor­ga­niz­za­zione sociale. La rete di mutuo soc­corso è estesa e opera come una sorta di wel­fare paral­lelo, spesso clan­de­stino. Oltre alle cli­ni­che sociali, «ci sono medici che accet­tano di visi­tare gra­tis i pazienti nel loro stu­dio e altri che fanno pic­coli inter­venti chi­rur­gici. Quando sono neces­sari esami par­ti­co­lari, indi­riz­ziamo i pazienti in ospe­dali dove abbiamo dot­tori amici che li fanno di nasco­sto». La situa­zione è così tra­gica che alle cli­ni­che sociali si vede dav­vero di tutto: «Pensa che qui si sono pre­sen­tati per­sino dete­nuti in manette, accom­pa­gnati dalla poli­zia». E i far­maci? «Ci arri­vano attra­verso la rete Solidarity4all, che li rac­co­glie e poi li smi­sta alle cli­ni­che e far­ma­cie sociali. Altri ci ven­gono por­tati dalla gente. Spesso si tratta di dona­zioni dei fami­liari di per­sone che muoiono».

Quella che ho sotto gli occhi è una sorta di resi­stenza silen­ziosa, sot­ter­ra­nea, che si affianca e in molti casi ha preso il posto della rivolta di piazza che tra il 2008 e il 2009 incen­diò piazza Syn­tagma e il quar­tiere di Exar­chia, e che di tanto in tanto rie­splode con forza. Come un paio di set­ti­mane fa, quando lo scio­pero della fame di un gio­vane anar­chico appena ven­tu­nenne, Nikos Roma­nos, che pro­te­stava per l’elementare diritto a soste­nere un esame all’università, ha rischiato di togliere il coper­chio a una pen­tola ancora in ebollizione.

Attorno al Poli­tec­nico ci sono ancora i resti della bat­ta­glia. Marmi divelti tutt’attorno ai resti dell’ingresso sfon­dato dai tank dei colon­nelli, il 17 novem­bre del 1973, quasi a man­te­nere un filo tra la rivolta di allora e quelle di oggi. Negozi sbar­rati e un’aria da ribel­lione «no future», nono­stante i locali della movida gio­va­nile di Exar­chia siano fre­quen­tati come al solito. La lapide che ricorda l’uccisione di Ale­xis Gri­go­ro­pou­los è cir­con­data di mura­les, di tanto in tanto qual­cuno passa, sosta, foto­grafa, lascia una scritta. La strada è stata rein­ti­to­lata al gio­vane ucciso, come la piazza Ali­monda di Carlo Giu­liani. Ale­xis aveva 16 anni e si acca­sciò tra le brac­cia del suo grande amico Nikos Roma­nos, la sera dell’8 dicem­bre del 2008, ful­mi­nato dalla pal­lot­tola di un poliziotto.

«Quel giorno ha cam­biato la sto­ria della Gre­cia, per­ché la bat­ta­glia di quei giorni ha costi­tuito il pro­pel­lente che ha tra­sfor­mato Syriza, in bre­vis­simo tempo, da un par­ti­tino del 3 per cento alla prin­ci­pale forza poli­tica del Paese», sostiene Ada­mos Zacha­ria­des, seduto davanti al suo com­pu­ter nella reda­zione di Epohi, un set­ti­ma­nale di sini­stra che, pur indi­pen­dente come la gran parte delle cli­ni­che sociali e delle altre forme di autor­ga­niz­za­zione gre­che, costi­tui­sce una delle stam­pelle del par­tito della sini­stra radi­cale che ter­ro­rizza l’Europa. Zacha­ria­des è un noti­sta poli­tico, rac­conta sor­ri­dendo di venire da uno dei tanti grup­petti della sini­stra extra­par­la­men­tare con­fluiti nel ven­tre di Syriza («era­vamo non più di due­cento, ci chia­ma­vamo Rosa», con un chiaro rife­ri­mento a Rosa Luxem­bourg) e insieme riav­vol­giamo il nastro degli ultimi dieci anni, per pro­vare a rac­con­tare l’evoluzione di un modello che dal sociale sale alla poli­tica e non vice­versa, senza tra­la­sciare la cul­tura e l’informazione. «Le radici di Syriza sono nel movi­mento alter­mon­dia­li­sta. Gli attuali diri­genti si sono for­mati tutti nei social forum, lì hanno avuto modo di con­fron­tarsi e strin­gere rela­zioni in tutta Europa. Un’intera gene­ra­zione di greci è figlia di quella sta­gione. In seguito, nel 2006 c’è stato un for­tis­simo movi­mento stu­den­te­sco con­tro la pri­va­tiz­za­zione e Syriza è stato l’unico par­tito a sup­por­tarlo. Ma il punto di svolta vero è stato la rivolta del 2008», spiega Zacha­ria­des. L’uccisione di Ale­xis fece da deto­na­tore a un males­sere sociale che covava da tempo: quella che scen­deva in strada a scon­trarsi con la poli­zia fu defi­nita da gior­nali e tv come la «gene­ra­zione 800 euro». Pochi soldi, male­detti e soprat­tutto pre­cari, men­tre il resto del Paese spro­fon­dava sotto il peso del debito pub­blico, della cor­ru­zione e dell’evasione fiscale, e l’Europa non tro­vava di meglio che soste­nere quelle forze che ave­vano con­tri­buito a creare tutto ciò.

Sei anni dopo, chi gua­da­gna 800 euro al mese può con­si­de­rarsi for­tu­nato. Davanti al mini­stero dell’Economia mi imbatto in una pro­te­sta tutta al fem­mi­nile. Il palazzo è tap­pez­zato di stri­scioni e un grup­petto di donne di mezza età è seduto davanti all’ingresso. Una di loro fa la maglia ed è la stessa ritratta a muso duro di fronte a un poli­ziotto, in una sequenza di foto affisse al muro che testi­mo­niano di uno sgom­bero. Sono lì da sei mesi, da quando sono state dismesse per­ché l’appalto per le puli­zie è stato aggiu­di­cato a un’altra ditta, a costi infe­riori. Si defi­ni­scono «vit­time della dere­gu­la­tion». Chiedo loro quanto gua­da­gna­vano. «Tra i 500 e i 600 euro al mese, dipende dai giorni di lavoro». Sono state man­date via in 595, per un periodo hanno avuto un sus­si­dio equi­va­lente al 70 per cento del sala­rio, ora più nulla. Domando anche chi le abbia sup­por­tate, finora: «Syriza, il Kke, gli Indi­pen­denti Greci», una for­ma­zione poli­tica di cen­tro­de­stra nata da una scis­sione di Nea Demo­cra­zia del pre­mier delle lar­ghe intese Anto­nis Sama­ras, al quale hanno tolto il soste­gno politico.

Pro­te­ste del genere non sono una rarità in Gre­cia. Il mal­con­tento sociale è eson­dato dai gio­vani costretti a emi­grare alla wor­king class, la classe media è stata spaz­zata via dalla crisi e il con­senso va cer­cato su que­sto ter­reno. Finora, chi è riu­scito a trarne gio­va­mento più di tutti è Syriza, gra­zie alla lezione appresa, a loro dire, nei social forum dove si sono for­mati i qua­dri diri­genti: oriz­zon­ta­lità nelle deci­sioni, sup­porto alle lotte sociali ma senza ban­diere, assi­stenza mate­riale e pre­senza sul ter­ri­to­rio. Nel quar­tiere di Neos Cosmos la vec­chia sede del par­tito è stata ria­dat­tata in mensa per i nuovi poveri: «Non c’era mai nes­suno, veni­vano solo gli iscritti per qual­che riu­nione», rac­conta Argy­ris Pana­go­pou­los, abi­tante del quar­tiere e brac­cio destro di Ale­xis Tsi­pras nelle tra­sferte ita­liane (non­ché vec­chio amico del mani­fe­sto). E allora, via le ban­diere e cibo per tutti: a ora di pranzo c’è la fila per un piatto caldo.

A Nea Phi­la­del­phia, quar­tiere ope­raio a una quin­di­cina di chi­lo­me­tri dal cen­tro, il mini­sin­daco di Syriza Aris Vas­si­lo­pou­los ha tra­sfor­mato un edi­fi­cio pub­blico in un cen­tro di assi­stenza ai biso­gnosi. Vado a incon­trarlo il giorno dell’inaugurazione. Nel giar­dino c’è una festa popo­lare, si soli­da­rizza con cubani e vene­zue­lani venuti fin qui a soste­nere cause inter­na­zio­na­li­ste, poi tutti a pranzo come a una vec­chia Festa dell’Unità. Vas­si­lo­pou­los rac­conta i suoi tra­scorsi poli­tici, dal G8 di Genova al Forum sociale euro­peo di Firenze («ci sem­brava la rivo­lu­zione», dice, non capa­ci­tan­dosi di quello che è acca­duto in seguito in Ita­lia), poi passa a elen­care i pro­blemi del quar­tiere, dalla «mafia dei rifiuti» che gli sta facendo la guerra al ten­ta­tivo di fer­mare la spe­cu­la­zione per la costru­zione del nuovo sta­dio dell’Aek Atene. Infine spiega che, se è vero che il par­tito ha accolto diversi tran­sfu­ghi del Pasok e que­sto fa stor­cere il naso a molti, la base è invece molto più intran­si­gente: «Noi siamo molto radi­cali sulle que­stioni sociali, le per­sone votano Syriza non per ragioni ideo­lo­gi­che ma per­ché sosten­gono che la situa­zione è così grave che non pos­sono fare altro». La domanda da un milione di dol­lari è però cosa acca­drà se Syriza dovesse andare dav­vero al governo. Vas­si­lo­pou­los non nasconde un certo timore che il grande sogno di una «rivo­lu­zione greca» possa eva­po­rare di fronte a una real­po­li­tik fatta di alleanze poli­ti­che dif­fi­cili da gestire, pres­sioni finan­zia­rie inter­na­zio­nali e impo­si­zioni di Bru­xel­les. Già nella situa­zione attuale non è sem­plice gestire un muni­ci­pio di 35 mila resi­denti: «Da quando c’è il Memo­ran­dum i tra­sfe­ri­menti del governo sono dimi­nuiti del 70 per cento. Abbiamo meno soldi e con­tem­po­ra­nea­mente più respon­sa­bi­lità». La solu­zione adot­tata è ancora una volta l’autorganizzazione. Il Comune ha messo a dispo­si­zione la strut­tura, il resto lo fanno i volon­tari. Dafne Tri­co­pou­los è una di que­sti. Lavora all’ospedale psi­chia­trico, gua­da­gna 850 euro al mese “dopo 22 anni di anzia­nità” e rischia il licen­zia­mento per­ché, pur non essen­doci il cor­ri­spet­tivo greco della nostra legge Basa­glia, il governo vuole chiu­dere i mani­comi senza sapere che farne dei suoi ospiti. E nel tempo libero viene alla Soli­da­rity Cli­nic a dare una mano. Gra­tis. “Qui c’è molto da fare, più che in altri quar­tieri. La chiu­sura delle fab­bri­che ha creato molti pro­blemi psi­co­lo­gici e di depres­sione agli ex ope­rai», dice. Gior­gios Dia­man­tis, che si defi­ni­sce ammi­ra­tore di Gram­sci, vive tutto ciò come un attacco ai lavo­ra­tori: «Sia chiaro, per noi quella che stiamo com­bat­tendo è una lotta di classe».

Il quar­tier gene­rale della sini­stra sociale è nella cen­trale via Aka­di­mia. Al set­timo piano di un palazzo come tanti altri c’è la sede di Soli­da­rity for all, il net­work dei cen­tri di mutuo soc­corso, delle mense e cli­ni­che social e dei cen­tri di assi­stenza agli immi­grati. In una stanza sono acca­ta­state sca­tole di medi­ci­nali, un’altra è adi­bita a stu­dio legale, un’altra ancora ospita gli atti­vi­sti che si occu­pano del soste­gno al movi­mento coo­pe­ra­tivo. Su un ter­razzo dal quale si gode di una pano­ra­mica da bri­vido dello sprawl urbano ate­niese sono pog­giate alcune con­fe­zioni di sapone liquido pro­dotte dalla Vio​.me di Salo­nicco, la fab­brica recu­pe­rata di Salo­nicco defi­nita da Naomi Klein «un segnale di spe­ranza cri­tica» per l’Europa. Chri­stos Gio­van­no­pou­los, uno dei respon­sa­bili della cam­pa­gna, sro­tola una mappa dell’Attica sulla quale sono indi­cate le roc­ca­forti della gau­che ate­niese: far­ma­cie sociali, scuole per immi­grati, cen­tri sociali. Sono decine, una legenda spiega il nome e l’attività di ognuna. Ce n’è per­fino una che si chiama Lacan­dona, zapa­ti­sti nella giun­gla urbana ate­niese. «Abbiamo tre linee prin­ci­pali di azione: il cibo con le mense sociali e la distri­bu­zione di viveri, la sanità con le cli­ni­che e far­ma­cie, e le coo­pe­ra­tive», spiega Gio­van­no­pou­los. Soli­da­rity for all aiuta i lavo­ra­tori a recu­pe­rare le aziende che chiu­dono: un feno­meno che è comin­ciato qual­che anno fa alla Vio​.me e attorno al quale si sta strut­tu­rando un vero e pro­prio movi­mento.

In nome di Poulantzas

Chissà cosa avrebbe detto oggi Nicos Pou­lan­tzas se non si fosse lan­ciato dalla fine­stra dell’abitazione di un amico il 3 otto­bre 1979 a Parigi, ad appena 43 anni. È quello che si chie­dono all’Università Pan­teion, in un quar­tiere di palaz­zoni che non fanno rim­pian­gere la peri­fe­ria romana. Il Pou­lan­tzas Insti­tute, think thank inti­to­lato al filo­sofo mar­xi­sta greco allievo di Louis Althus­ser, ha orga­niz­zato due giorni di dibat­tito sulla crisi euro­pea, alla quale par­te­ci­pano stu­diosi e atti­vi­sti, soprat­tutto del nord Europa. La crisi greca ha pro­vo­cato come effetto col­la­te­rale una risco­perta del Gram­sci elle­nico, che ebbe lo sguardo lungo sul futuro del con­ti­nente. Pou­lan­tzas aveva già pre­fi­gu­rato un’Europa divisa tra cen­tro e peri­fe­ria, con i paesi medi­ter­ra­nei sopraf­fatti sia dal capi­tale inter­na­zio­nale che dalle avide bor­ghe­sie nazio­nali. E sem­bra che ci abbia preso.

L’aspetto cul­tu­rale non è secon­da­rio nel «modello Syriza». «Abbiamo stu­diato tanto in que­sti anni», dice Ada­mos Zacha­ria­des, che snoc­ciola i rife­ri­menti teo­rici del partito-coalizione che sta rivo­lu­zio­nando la sini­stra euro­pea: da Etienne Bali­bar a Michel Fou­cault, pas­sando per Cor­ne­lius Casto­ria­dis e Gior­gio Agamben.

Ale­xis Tsi­pras non è nella sede del par­tito. L’uomo più temuto d’Europa è in cam­pa­gna elet­to­rale per­ma­nente, impe­gnato a schi­vare gli euro­sgam­betti di Jean Claude Junc­ker e le spal­late del pre­mier Anto­nis Sama­ras. Da quando si è deli­neata l’ipotesi di un ritorno anti­ci­pato alle urne e dai son­daggi Syriza risulta il primo par­tito di Gre­cia, la tem­pe­ra­tura poli­tica del Paese è improv­vi­sa­mente salita, in misura pro­por­zio­nale al crollo della Borsa. Nel quar­tier gene­rale del par­tito, in piazza Elef­the­ria, si denun­cia il «ter­ro­ri­smo» delle élite interne e di quelle euro­pee, le stesse che hanno ridotto il Paese allo stremo e ora annun­ciano sce­nari da Argen­tina 2001 a par­tire dal giorno dopo la vit­to­ria dell’uomo che minac­cia di ribal­tare il dogma tede­sco dell’austerità. «Il pro­blema per Tsi­pras sarà gestire la tran­si­zione», dice un ana­li­sta alla tv. Una fase di tur­bo­lenza è con­si­de­rata quasi ine­vi­ta­bile, «ma noi siamo pronti a tutto», rispon­dono da Syriza. Dal 2008 per il par­tito della sini­stra radi­cale un tempo fra­tello minore, e acer­rimo rivale, dei comu­ni­sti del Kke, è stato un cre­scendo: gli ultimi son­daggi lo danno, in caso di pro­ba­bili ele­zioni anti­ci­pate, tra il 25 e il 28 per cento. La bat­ta­glia si com­batte nelle piazze e sui media. La galas­sia Syriza può con­tare sul quo­ti­diano Avgì e radio Kok­kino, non­ché sul set­ti­ma­nale d’area Epohi e su isti­tuti cul­tu­rali come il Pou­lan­tzas. Ma non basta. Biso­gna sfon­dare sui media main­stream ed è l’operazione più dif­fi­cile, anche se qual­che brec­cia si sta aprendo, se è vero che per­sino una Bib­bia del capi­ta­li­smo glo­ba­liz­zato come il Finan­cial Times è stata costretta ad ammet­tere, sia pur a malin­cuore ma con one­stà, che gli unici ad avere le idee chiare su come si possa uscire dalla crisi in Europa sono due par­titi di fronte ai quali gli alfieri teu­to­nici dell’ordoliberismo sbuf­fano come i tori come quando vedono rosso: Syriza, appunto, e lo spa­gnolo Podemos.

Altra stam­pella fon­da­men­tale sono le alleanze inter­na­zio­nali. Metà della sfida di Tsi­pras si gioca in Europa, e per que­sto nei con­ve­gni di Syriza poli­tici e mili­tanti di Pode­mos e della tede­sca Linke sono di casa. «Ma c’è un pro­blema: nes­suna di que­ste forze è al potere», ricor­dano in molti., temendo che la sini­stra greca possa tro­varsi sola al governo, a soste­nere una sfida più grande di lei . Il para­dosso è che men­tre Syriza è pro­iet­tata all’esterno, con­sa­pe­vole che la bat­ta­glia la si vince o si perde tutti insieme, in Europa molti guar­dano a Syriza con spe­ranza, sì, ma come spet­ta­tori di una par­tita che si gioca altrove.

da il manifesto

Il socialismo esiste… per i ricchi da: rifondazione comunista

di Owen Jones*

Secondo la Corte di giustizia dell’Unione europea, uno Stato può diminuire le prestazioni sociali ai migranti intracomunitari «inattivi», sospettati di andare a caccia di sussidi – ciò che viene definito «turismo sociale». Ancora una volta, l´immagine del povero è associata a quella dello «scroccone». Esiste però un’altra categoria di popolazione che beneficia di più ampie elargizioni pubbliche, come mostrato dall’esempio britannico.

Sui palcoscenici televisivi, nelle tribune offerte loro dalla stampa, i portavoce della classe dominante insistono sullo Stato che imbriglia lo spirito imprenditoriale, secondo loro unico motore di crescita, d’innovazione e di progresso. Tuttavia, questa elite dipende fortemente dalla generosità statale.

A partire dalla garanzia della proprietà privata, che si basa su un costoso e oneroso sistema giudiziario e poliziesco. Lo Stato non si limita a proteggere le imprese dagli attacchi ai loro beni o dal furto dei loro prodotti.

La legge britannica sui brevetti, che vieta lo sfruttamento di un’invenzione o di un procedimento da parte dei concorrenti, è stata emendata nel 2013 in modo che brevettare un’innovazione costi solamente 600 sterline sull’intero territorio dell’Unione europea (1).

Il settore privato d’altronde sollecita regolarmente lo Stato perché finanzi la ricerca e lo sviluppo da cui dipendono le sue attività. Nel Regno unito, la fattura per questa forma di assistenza, raramente denunciata dalla stampa, raggiunge i 10 miliardi di sterline l’anno, ed è in costante crescita. Nel 2012, la principale organizzazione datoriale, la Confederazione dell’industria britannica (Confederation of British Industry, Cbi), si congratulava per un aumento degli investimenti nelle «infrastrutture scientifiche (…) e nella ricerca», asserendo che questo avrebbe permesso al Regno unito di «continuare ad attrarre le imprese che investono in ricerca, sviluppo e innovazione (2)». Insomma, grazie all’innovazione sovvenzionata dallo Stato, l’onda dell’abbondanza solleverebbe al tempo stesso la barchetta del salariato e lo yacht padronale…

Coccole statali per l’élite

L’economista Mariana Mazzucato ha illustrato alcuni meccanismi che permetterebbero al settore privato di beneficiare direttamente della generosità pubblica. Dagli anni ’70, per esempio, il Consiglio della ricerca medica (Medical Research Council, Mrc) mette a punto degli anticorpi monoclonali, utilizzati nel trattamento di malattie autoimmuni o di alcuni tipi di cancro.

Ingenuamente, l’organismo pubblico si vanta di aver «rivoluzionato la ricerca biomedica e favorito lo sviluppo di un’industria internazionale della biotecnologia sbloccando miliardi di investimenti (3)». Internet, che ha generato immense fortune private – quelle dei dirigenti di Facebook per esempio – è nato da ricerche finanziate dal governo statunitense; quanto al World Wide Web, ha beneficiato del lavoro dell’ingegnere britannico Tim Berners Lee all’interno di un’impresa pubblica, l’Organizzazione europea per la ricerca nucleare (Cern). Il motore di ricerca della società Google (seconda società al mondo quotata in borsa) non esisterebbe senza un algoritmo che le ha generosamente offerto la Fondazione statunitense per la scienza (National Science Foundation). L’iPhone di Apple sarebbe meno meraviglioso se non offrisse un’ampia gamma d’innovazioni finanziate dallo Stato, dagli schermi tattili al sistema di localizzazione mondiale Gps (Global Positioning System).

I «creatori di ricchezza», celebrati dai media come eroi moderni, potrebbero fare a meno delle infrastrutture pubbliche che lo Stato gli mette a disposizione: strade, aeroporti, ferrovie?

Mentre esige sempre più tagli al bilancio sociale del paese, la Cbi non tollera tirchierie nei settori che le stanno a cuore. Da un lato, si dichiara «assolutamente favorevole al programma [del governo] di riduzione del deficit pubblico» al fine di «mantenere la fiducia dei mercati esteri» – dopo la revisione del budget, nel 2012, aveva accolto così la diminuzione (in termini reali) delle prestazioni offerte ai lavoratori e ai disoccupati. Allo stesso tempo, milita per un’altra soppressione, quella… dell’imposta sulle società. E perché non prendere due piccioni con una fava? Così, nel 2012, dopo il tradizionale discorso d’autunno del ministro dell’economia George Osborne, ha suggerito che i risparmi ottenuti grazie alla riduzione delle prestazioni destinate ai lavoratori siano utilizzati per finanziare «il miglioramento della rete stradale strategica e la riduzione del traffico eccessivo sulle strade secondarie».

«Le infrastrutture sono importanti per le imprese, ha dichiarato John Cridland, l’attuale direttore generale della Cbi. E lo sviluppo della nostra rete figura tra le priorità più importanti nell’ottica di un rilancio dell’economia (4)». Messaggio ricevuto: nel giugno 2013, il governo britannico prometteva quel che il quotidiano The Guardian definiva «spese più importanti destinate alle infrastrutture stradali fin dagli anni ’70»: 28 miliardi di sterline per il periodo 2015-2020. Una buona parte degli investimenti stradali e la quasi totalità delle spese di manutenzione della rete sono dovuti alla circolazione dei mezzi pesanti. I camion necessari per il trasporto delle merci giustificano il dimensionamento delle opere e causano un’usura sproporzionata rispetto a quella causata dai veicoli (secondo vari studi, un solo camion da 40 tonnellate degrada il manto stradale quanto, se non di più, di 100.000 automobili).

La rete ferroviaria – la cui costruzione è stata finanziata dai contribuenti prima della sua privatizzazione – rappresenta un caso esemplare. Secondo un rapporto redatto nel 2013 dal Centro di ricerche sul  cambiamento socioculturale (Centre for Research on Socio-cultural Change, Cresc) su richiesta della  confederazione dei sindacati britannici (Trade Union Congress, Tuc), le spese pubbliche nelle reti ferroviarie sono state sestuplicate… dalla privatizzazione avvenuta nel 1993. Secondo il documento, le società concessionarie della rete ferroviaria hanno beneficiato di «un’impennata nelle spese pubbliche dal 2001, quando lo Stato si è visto costretto a intervenire per compensare la debolezza dei loro investimenti (5)». La privatizzazione, infatti, non aveva portato all’atteso miglioramento dei treni e delle ferrovie: la sostituzione del materiale rotabile era stata posticipata e i treni, insufficienti, non potevano più rispondere in modo soddisfacente a una domanda crescente.

«Per delle società private restie a investire e assumere rischi», la privatizzazione ha avuto come effetto soprattutto quello di permettere loro di «spremere i vecchi attivi pubblici, e questo grazie alle sovvenzioni massicce dello Stato». Anche in questo caso, sono stati i contribuenti a pagare, e le società hanno incassato i profitti. Parafrasando: «Testa, vincono le società, croce, perdiamo noi.» Tra il 2007 e il 2011, le cinque maggiori società ferroviarie britanniche hanno percepito 3 miliardi di sterline sotto forma di sovvenzioni pubbliche. In questi quattro anni, hanno distribuito benefici per oltre 500 milioni di sterline, la maggior parte dei quali è stata offerta agli azionisti sotto forma di dividendi.

Salvataggio bancario, madre di tutte le sovvenzioni

Lo Stato coccola l’élite in mille altri modi. In generale, i britannici più ricchi disdegnano l’insegnamento pubblico. Mandando i loro figli alle scuole private, beneficiano di una riduzione annuale delle imposte di 88 milioni di sterline, perché tali scuole godono dello status di organismi di beneficienza. Se consideriamo l’origine sociale degli studenti delle scuole private vediamo che i risultati ottenuti non sono migliori rispetto ai loro omologhi delle scuole pubbliche. Anzi, come osserva lo storico David Kynaston, questi istituti offrono «delle formidabili reti sociali che impediscono ai figli di buona famiglia non molto brillanti o perfino fannulloni di affondare (6)». In altre parole, i contribuenti sovvenzionano direttamente privilegi di classe e la segregazione sociale.

Sebbene le imprese dipendano dal lavoro qualificato dei loro impiegati, lo pagano sempre di meno. Gli stipendi medi non sono mai diminuiti così tanto dall’era vittoriana. Secondo la Resolution Foundation (un think tank di centrosinistra), nel 2009, circa tre milioni quattrocentomila lavoratori britannici percepivano uno stipendio inferiore a quello di sussistenza, ossia 7,20 sterline all’ora, salvo a Londra. Nel 2012, erano diventati quattro milioni ottocentomila, di cui un quarto donne (contro il 18% di tre anni prima).

Per sopravvivere, questi lavoratori sottopagati contano su dei crediti d’imposta che completano il loro stipendio al netto delle spese dello Stato. Il costo di questa sovvenzione ai salari bassi? 176,64 miliardi di sterline tra il 2003 e il 2001.

Stessa logica nel campo degli alloggi, i cui aiuti arrivano a 24 miliardi di sterline l’anno. Nel 2002, centomila affittuari londinesi hanno usato queste sovvenzioni. Alla fine dell’era New Labour (1997-2010), quando gli affitti erano alle stelle, erano duecentocinquantamila. Questa cifra illustra il fallimento dei governi successivi nell’offrire alloggi popolari abbordabili. Dal momento che non si riusciva a soddisfare tutte le richieste, alcune persone hanno dovuto rivolgersi al settore più caro della locazione privata; in questo caso gli aiuti funzionano come una forma di sovvenzione agli affitti elevati richiesti dai proprietari. Inoltre gli aiuti per l’alloggio permettono di abbassare i salari. Secondo uno studio condotto nel 2012 dalla Fondazione per la costruzione e gli alloggi popolari (Building and Social Housing Foundation), oltre il 90% dei nuclei familiari che ne sono diventati beneficiari nei primi due anni di governo dell’attuale coalizione (tra conservatori e liberaldemocratici eletti nel 2010), erano lavoratori attivi, non disoccupati.

E per finire, la madre di tutte le sovvenzioni: il salvataggio delle banche da parte del governo britannico nel 2008. Delle imprese private falliscono per propria colpa, trascinando nel naufragio una parte dell’economia mondiale. Risultato? Pretendono che i contribuenti paghino il conto. Il governo di David Cameron ha così speso più di 1.000 miliardi di sterline per salvare le banche britanniche. Il sistema finanziario del paese è stato curato e salvato da uno Stato giudicato comunque «ingordo» quando va in soccorso dei più poveri…

«Socialismo per i ricchi, capitalismo per gli altri». Non dovremmo forse riassumere così l’ideologia della classe dominante?

* Autore di The Establishment. And How They Get Away With It, Allen Lane, Londra, 2014, da cui è tratto il testo.

(1) Ossia 765 euro. 1 sterlina = 1,28 euro.

(2) «Cbi analysis of the autumn statement 2012», comunicato del novembre 2012.

(3) Citato da Mariana Mazzucato in The Entrepreneurial State: Debunking Public vs. Private Sector Myths, Anthem Press, Londra, 2013. Edizione italiana: Lo Stato innovatore, Laterza 2014

(4) «Gear change can accelerate the UK towards a 21st century road network», comunicato della Cbi dell’8 ottobre 2012.

(5) «The great train robbery: Rail privatization and after», rapporto del Cresc, Manchester, giugno 2013.

6) David Kynaston, «Private schools are blocking social mobility», Daily Telegraph, Londra, 29 ottobre 2013.

(Traduzione di Francesca Rodriguez)

fonte: Le Monde Diplomatique edizione italiana, dicembre 2014

Le spese pazze della Marina, una farsa peggiore degli F35 da: popoff

Cosa se ne fa la Marina di navi oceanografiche per i sommergibili e fregate lanciamissili , di navi da sbarco e nuove portaere? Una dinasty marinaresca per un grande affare

di Maurizio Zuccari

La portaerei Cavour ormeggiata a Civitavecchia La portaerei Cavour ormeggiata a Civitavecchia

Via libera del Parlamento al finanziamento di oltre cinque miliardi (la metà di quanto richiesto) per ammodernare la flotta militare. Una storia che ricorda quella dei cacciabombardieri F35. Una storia che ricorda quella dei cacciabombardieri F35 proprio nei giorni in cui riparte la canizza sui due marò – meglio, uno, visto che l’altro, in permesso malattia a casa sua, non tornerà in India, a dire del governo che per fare la voce grossa richiama l’ambasciatore in loco per “consultazioni” – e le ombre corte della Mafia capitale si allungano sulla Marina, un’altra vicenda è passata inosservata ai più. Si tratta del via libera del Parlamento al finanziamento di oltre cinque miliardi (la metà di quanto richiesto) per ammodernare la flotta militare.

Entrambe le commissioni Difesa, con il voto contrario di Sel e Cinquestelle, hanno approvato il programma ventennale da 5,4 miliardi di euro stanziati dalla legge di stabilità del 2013 per la costruzione di una nuova portaerei, una decina di pattugliatori d’altura-lanciamissili, una nave appoggio sommergibili e due da sbarco. Il finanziamento non sarà a carico della Difesa ma del ministero dello Sviluppo economico, e dovrebbe aumentare progressivamente: dai 140 milioni del prossimo anno si passerà ai 690 del 2017 e via stabilizzando. Piccola chicca: se gran parte dei fondi (circa 4 miliardi) serviranno a finanziare i nuovi pattugliatori (vere e proprie fregate, in pieno assetto di combattimento), con 50 milioni stanziati dal ministero dell’Università e ricerca scientifica (Miur), oltre ai 250 previsti dalla legge, verrà pagata la nave appoggio sommergibili oceanografica da 10mila tonnellate e 127 metri, con un equipaggio di 80 marinai e 2 elicotteri.

Ma la più importante tra le unità in cantiere sarà la nuova portaelicotteri da assalto anfibio (Lhd), da realizzare con i fondi ordinari della Difesa, che dovrà sostituire l’attuale ex portaerei Garibaldi. Si tratta di un’unità da oltre 20mila tonnellate e 180 metri, 5 elicotteri, 4 mezzi da sbarco e in grado di trasportare i marò della brigata San Marco, mille persone, compreso l’equipaggio di 200 marinai. Queste navi si aggiungono al processo di ammodernamento avviato con la portaerei Cavour (1,5 miliardi), due fregate classe Orizzonte (1,5 miliardi), dieci ipertecnologiche fregate Fremm (5,7 miliardi), quattro sommergibili U212 (1,9 miliardi), ottanta elicotteri da assalto Nh90 e Eh101 (3 miliardi) e, tanto per non essere da meno dell’Aviazione, quindici cacciabombardieri F35B (circa 3 miliardi).

La nuova campagna acquisti della Marina, voluta dal capo di stato maggiore Giuseppe De Giorgi, intende così mandare in pensione (meglio, vendere a qualche bisognoso staterello africano o latinoamericano) 50 delle 60 unità di cui è previsto il disarmo entro un decennio, entrate in linea dagli anni ‘80 e realizzate grazie alla legge navale che stanziava mille miliardi di lire per un decennio, voluta alla metà degli anni ‘70 dall’allora capo di stato maggiore Gino, padre dell’attuale. Che i destini della flotta italica stiano particolarmente a cuore alla dinasty marinaresca nostrana è ben presente nelle parole con cui De Giorgi figlio ha difeso a spada tratta nelle audizioni in commissione Difesa le nuove navi. Senza le quali l’Italia, a suo dire, già sopravanzata a livello europeo da Inghilterra, Francia e Germania e oramai a livello della Grecia, si sarebbe ridotta all’“irrilevanza navale”. Più che di ammodernamento, in effetti, sarebbe meglio parlare di potenziamento ma tanta abbondanza non poteva essere coperta se non con la foglia di fico delle missioni umanitarie e persino dei disastri ambientali.

Al riguardo, illuminanti sono le parole con le quali in Fincantieri, in prima fila nelle commesse, hanno difeso le loro creature: «Si tratta di un provvedimento molto importante per il futuro dei nostri cantieri e per quello della Marina militare che, come ha più volte ricordato l’ammiraglio De Giorgi, altrimenti rischiava l’estinzione e che per questo aveva chiesto al governo uno stanziamento di 10 miliardi». Illuminanti sono soprattutto i riferimenti dell’amministratore delegato Giuseppe Bono all’“interesse strategico delle problematiche migratorie”. «Il mare Mediterraneo – ha detto l’ad Fincantieri – è mare nostro e lo dobbiamo presidiare, quindi l’Italia deve dotarsi di una Marina che possa assolvere questo compito». Di più. «I pattugliatori di De Giorgi – ha spiegato Bono concludendo la sua audizione in commissione Difesa – sono navi polivalenti che potranno essere usate non solo per il contrasto all’immigrazione, ma anche in caso di calamità naturali: pensiamo solo a quanto sarebbero utili se eruttasse il Vesuvio». È evidente, dunque, che a fronte di tanta urgenza le esigenze della Marina siano state tenute in degna considerazione dal governo, come hanno tenuto a sottolineare dalla società, che ha ringraziato per le pressioni esercitate i sindacati e gli esponenti liguri del Pd più sensibili al futuro dei cantieri regionali: il presidente della Regione Liguria Claudio Burlando, il senatore ed ex sindaco di Sarzana Massimo Caleo, il senatore membro della commissione Difesa Vito Vattuone ovviamente la ministra della Difesa Roberta Pinotti, sensibile al problema già da sottosegretaria allo stesso dicastero con Letta.

Emergenza Vesuvio a parte, cosa se ne faccia la Marina italiana di navi oceanografiche per i sommergibili e fregate lanciamissili per stoppare i migranti, di navi da sbarco e nuove portaerei non è dato sapere, se nel Mediterraneo neppure riusciamo a fornire il richiesto appoggio logistico ai libici impegnati nella riconquista di Tripoli nelle mani dei sedicenti fondamentalisti. E – ultima chicca – dal suo varo nel 2004 la portaerei Cavour è stata utilizzata solo un paio di volte come sorta di fiera galleggiante del made in Italy, ambasciatrice commerciale delle aziende italiane (Fincantieri, Finmeccanica, Eni) che si sono sobbarcate le altissime spese giornaliere di navigazione, sui 300mila euro. Ma non avevamo già dato con le manie di grandezza della Marina militare, capace di farsi mettere fuori combattimento i suoi gioielli in una notte, in quel di Taranto, da una flottiglia di biplani di legno e tela inglesi, sull’abbrivio della Seconda guerra mondiale? Tanta competenza ricalca assai da vicino quella dell’accorto presidente della commissione Bilancio della Camera, anche lui in quota Pd: quel Francesco Boccia da Bisceglie che voleva usare i cacciabombardieri F35, di cui è fan sfegatato, in funzione antincendio, magari sulla Sila.

E, a proposito di cacciafrottole, nel pervicace tentativo di vendere i 90 rimasti dei 135 inizialmente ordinati, il Joint strike fighter program office (Jpo) della Difesa Usa annuncia che il centro di manutenzione degli F35 europei e statunitensi nel vecchio continente sarà nella base aerea novarese di Cameri. Almeno in un primo momento, ché dalle parti di Londra già strizzano l’occhio per accaparrarsi la commessa. E vai ai peana all’indirizzo dei buana che tanto hanno concesso, con gli estasiati commenti della ministra Pinotti e dell’ad Finmeccanica Mauro Moretti. Salvo poi scoprire che rimettere in sesto le peggiori e più costose carrette nella storia dell’aviazione non solo Usa – il cui costo attuale, è bene ricordarlo, è di circa 135 milioni di euro l’uno – non porterà vantaggi tecnologici, visto che i lavori riguarderanno il velivolo senza sistemi d’arma, equipaggiamenti e motore, dati in pasto ai turchi. Bassa manovalanza, quindi, e zero ricadute di lavoro.

A dirlo non è il solito circolo della sinistra pacifista, ma uno dei più informati siti di affari militari, www.analisidifesa.it, con in bella mostra sulla testata il suo bravo fiocco giallo per il ritorno in patria dei “nostri” marò ma in prima fila nel mettere in guardia da tali bufale. Dove, da tempo, il direttore Gianandrea Gaiani, autorevole commentatore di militaria sul Sole 24 Ore, sottolinea come per l’Italia il programma F-35 non sia un buon affare sotto nessun punto di vista, in quanto «azzera la sovranità nazionale, pone la nostra industria alle dipendenze di Lockheed Martin e azzoppa definitivamente le forze aeree con un velivolo che non riusciremo a gestire. Sul piano dei ritorni industriali la situazione non è migliore: produrremo poche ali e qualche bullone realizzato da una quarantina di piccole e medie imprese. Nulla di sofisticato e non avremo ritorni nel campo del know-how dal momento che le tecnologie avanzate del velivolo verranno trattate solo da personale statunitense in aree “Us only” (ma pagate dai contribuenti italiani) dello stabilimento di Cameri». Zero valore militare e costi insostenibili, dunque. Almeno la regia Marina per rimettere in riga i Boxer in Cina si accontentava delle pirocorvette.

www.mauriziozuccari.net/it/le-spese-pazze-della-marina-una-farsa-peggiore-degli-f35

La Sacra Corona Unita, la pax mafiosa e il pericolo del consenso sociale da: antimafia duemila

rogoli-pinodi Antonio Nicola Pezzuto – 20 dicembre 2014

Tanto tempo è passato dal maggio del 1983 quando, nel carcere di Bari, Pino Rogoli (in foto) fondò la Sacra Corona Unita. Un’organizzazione mafiosa nata al fine di contrastare l’avanzata delle altre mafie sul territorio salentino. Da sempre considerata la quarta mafia, ha saputo rigenerarsi e reagire alle operazioni della Magistratura e delle Forze di Polizia.
E, soprattutto, è stata in grado di elaborare nuove strategie per riuscire a penetrare nel tessuto economico e sociale per farsi impresa. Così, negli anni, i vari clan hanno deciso di sotterrare l’ascia di guerra, che tante vittime aveva mietuto e tanto sangue aveva fatto scorrere, per siglare una pax mafiosa allo scopo di fare affari senza attirare l’attenzione degli investigatori e ottenere consenso sociale.

Tutto questo è stato portato alla luce dalle più recenti e importanti operazioni delle Forze di Polizia. Ultima, in ordine di tempo, quella dei Carabinieri del Nucleo Investigativo del Reparto Operativo del Comando Provinciale di Brindisi, guidati dal Tenente Colonnello Alessandro Colella. I militari hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip del Tribunale di Lecce, Antonia Martalò, su richiesta dei Pm Alberto Santacatterina, della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce e Marco D’Agostino della Procura di Brindisi.
Dodici gli arresti eseguiti. Gli indagati sono accusati di associazione per delinquere di tipo mafioso, cessione di stupefacenti e contrabbando di tabacchi lavorati esteri, aggravati dal metodo mafioso.
L’operazione è stata denominata “Pax” proprio perché dalle indagini emerge il clima di pace instauratosi tra i clan. Nello specifico, i clan operanti nella Provincia di Brindisi.
Il sodalizio “Rogoli – Buccarella – Campana”, i cosiddetti “Tuturanesi”, da un lato, e il sodalizio “Vitale – Pasimeni – Vicientino, i cosiddetti “Mesagnesi”, dall’altro.
L’inchiesta prende il via tra l’ottobre e il dicembre del 2012 per cercare di fare luce sull’omicidio di Antonio Santoro, scomparso il 13 marzo 2008. I resti dell’uomo furono trovati il 26 novembre 2011 nelle campagne tra Brindisi e San Vito dei Normanni.
Le indagini hanno appurato che i detenuti riuscivano a impartire ordini agli associati liberi, che dovevano reperire le risorse economiche per fornire assistenza, anche legale, e occuparsi del mantenimento delle famiglie dei carcerati, attraverso il traffico di stupefacenti e la vendita di tabacchi lavorati esteri di contrabbando. A far da tramite, tra chi è rinchiuso negli istituti penitenziari e chi invece può usufruire della libertà, sono le donne dei boss.
Altro dato interessante emerso dal lavoro degli inquirenti è il ritorno ai riti di affiliazione che erano stati un po’ accantonati per evitare di cadere nella rete degli investigatori. “Dietro ogni affiliazione, c’è un mandato di cattura”, diceva il defunto boss Salvatore Padovano a un imprenditore che chiedeva di affiliarsi. Evidentemente gli uomini della Scu non hanno resistito al richiamo delle origini quando, negli anni Ottanta, pronunciavano la famosa formula contenuta nel vangelo del sacrista: “Giuro sulla punta di questo pugnale, bagnato di sangue, di essere fedele a questo corpo di società formata, di disconoscere padre, madre, fratelli e sorelle, fino alla settima generazione; giuro di dividere centesimo per centesimo e millesimo per millesimo fino all’ultima stilla di sangue, con un piede nella fossa e uno alla catena per dare un forte abbraccio alla galera”.
Nel corso delle indagini gli inquirenti hanno intercettato in carcere una conversazione che comprovava un rito di affiliazione, accompagnato dal passaggio di una sigaretta fra l’affiliato e il suo “padrino”: “Adesso sono vestito di un vestito più importante di quello che indossavo prima”, questa la formula captata dagli investigatori. Le affiliazioni vengono fatte quasi sempre di sabato, spesso all’interno degli istituti penitenziari, nei cortili, nei bagni o nelle docce. Una Sacra Corona Unita in piena evoluzione che è riuscita a tagliare il traguardo della terza generazione tramandandosi dai nonni ai padri per arrivare ai figli.
Esiste quindi un pericolo di radicamento della Scu sul territorio, come evidenziato dal Procuratore Capo Cataldo Motta che lancia il suo grido d’allarme: “Se la gente si avvicina alla cultura mafiosa, siamo finiti. Non si può abbassare la guardia. La sensazione è che si sia passati dalla solidarietà nei confronti delle Forze dell’Ordine e della Magistratura ad una specie di disinteresse generale al fenomeno mafioso. E quando questo accade si crea una contiguità con la società”.

Renzi non ha cambiato le politiche europee Fonte: sbilanciamoci | Autore: Agenor

Il semestre italiano di presidenza dell’Unione europea si chiude lasciando dietro di sé quelle speranze che ad alcuni sembravano un po’ eccessive fin dall’inizio. Sia nella sostanza delle politiche europee, sia nel nuovo assetto istituzionale, il verso non è per niente cambiato. Sono migliorati gli sforzi comunicativi, si parla continuamente di rilanci, di modernizzazione e di rottura col passato, anche se poi la linea è sempre la stessa. Si annunciano rivoluzionari piani di investimento, che a ben vedere poi si scoprono basati sul nulla, ma intanto il messaggio passa. In questo senso il nuovo ciclo europeo ha un’impronta molto “renziana”.

Il tanto annunciato piano di investimenti da 315 miliardi in tre anni, che era valso alla nuova Commissione il voto favorevole dei socialisti europei, si è scoperto essere composto in realtà da 5 miliardi, più 16 come “garanzia”, per lo più prelevati da fondi europei già esistenti: quello per le reti di trasporto trans-europee e i fondi della ricerca inizialmente previsti come borse di studio per ricercatori. Il resto è lasciato alla buona volontà di investitori privati, che eventualmente vogliano contribuire al piano. In tempi in cui il settore privato è impegnato a rientrare dai debiti e non riesce ad investire neanche per le proprie attività, bisogna essere davvero ottimisti per sperare di arrivare ai 315 miliardi previsti.

Nell’ambito della nuova “razionalizzazione” delle leggi comunitarie si è poi giustamente deciso di abolire tutta una serie di leggi, per snellire la politica europea. Il cittadino penserà che finalmente Bruxelles la smetterà di stabilire i centimetri di curvatura delle zucchine o il diametro dei cetrioli. Perfetto. Purtroppo, invece, una delle prime vittime di questa “razionalizzazione” sarà la pur timida regolamentazione che suggeriva di separare le banche d’investimento dagli istituti di credito. Un’altra vittima saranno le normative ambientali a tutela della salute dei cittadini, con buona pace di chi per anni ha cercato di sensibilizzare i legislatori nazionali ed europei.

Come illustra efficacemente Comito nel suo articolo, le questioni economiche fondamentali, su cui i più ottimisti potevano sperare di vedere un cambiamento significativo, sono rimaste disattese. Date le condizioni attuali, la conseguenza non è una semplice delusione politica, ma la sempre più probabile implosione dell’unione monetaria per come l’abbiamo conosciuta finora.

L’ideologia dominante che ha guidato la politica europea di questi sette anni di “risposta alla crisi” non è stata accantonata. La differenza col passato, come abbiamo illustrato qualche tempo fa è che protagonisti di maggior rilievo politico sono saliti alla ribalta per prendere le redini della situazione. Nella nuova Commissione, Juncker, Katainen, e Dombrowskis, hanno un profilo molto più politico ed una competenza in materia più approfondita dei predecessori. Il nuovo presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk ha avuto un ruolo molto importante negli equilibri europei e internazionali, già da premier della Polonia.

La linea nella sostanza non è cambiata, si è solo rafforzata. Tanto che oggi, alla vigilia di elezioni politiche in Grecia, questi leader possono esplicitamente “suggerire” al popolo greco chi votare e chi no. Possono anche richiedere, con maggior peso politico, quali riforme attuare e con quale ordine di priorità. Il senso di una Commissione “più politica” è tutto qui.

Il semestre italiano era poi anche il momento in cui il nuovo apparato burocratico doveva essere ricostituito. Il risultato per l’Italia è ben più magro di quanto ci si potesse aspettare. Come già ricordato, l’Italia ha ottenuto il posto di alto rappresentante per una politica estera comune, che di fatto non esiste. Le competenze strategicamente rilevanti erano altre, ma il nostro governo non è sembrato accorgersene. La battaglia per ottenere i posti chiave di capi di gabinetto dei 28 commissari, è finita malamente, con solo uno italiano. A livello di direttori generali, poi, l’Italia non è mai stata così sotto rappresentata, neanche negli anni bui del berlusconismo. Renzi aveva detto che non avrebbe fatto la battaglia sulle nomine, e bisogna riconoscergli che è stato di parola.

Tutto questo potrebbe segnalare una crescente ostilità da parte del governo italiano nei confronti di Bruxelles. Purtroppo, anche se questa fosse la ragione di fondo, la strategia è completamente fallimentare. Il paese tradizionalmente più euroscettico, la Gran Bretagna, è anche uno di quelli che meglio sa mantenere presenze rilevanti nelle posizioni strategiche per i propri interessi nazionali, all’interno delle istituzioni europee. In Italia forse si sottovaluta la capillarità, il livello di organizzazione e la capacità di lobbying istituzionale, che tutti i governi britannici hanno sempre saputo adoperare a Bruxelles e Strasburgo. Anche l’euroscetticismo richiede presenza nei posti chiave, professionalità e competenza dei rappresentanti, e visione di lungo periodo. Tutte qualità incredibilmente assenti durante questo semestre.

La crisi toglie il lavoro soprattutto agli stranieri: dimezzati gli occupati Fonte: il manifesto | Autore: Luca Fazio

Il Naga, con i suoi 300 volon­tari, a Milano è una spe­cie di isti­tu­zione che dà con­cre­tezza a un anti­raz­zi­smo che lavora sul campo. A testa bassa e senza tanti pro­clami. Da 27 anni pro­muove e tutela i diritti dei cit­ta­dini stra­nieri, senza chie­dere il per­messo di sog­giorno. L’esame del san­gue magari sì. Per­ché ci sono i medici. Hanno un ambu­la­to­rio. Hanno curato e curano migliaia di per­sone: «Il Naga rico­no­sce nella salute un diritto ina­lie­na­bile dell’individuo». Solo tra il 2009 e il 2013 l’associazione ha inter­cet­tato 15 mila nuovi utenti: l’89% del cam­pione è costi­tuito da immi­grati privi di per­messo di soggiorno.

Non è una van­te­ria soste­nere che il rap­porto Naga 2014 «Cit­ta­dini senza diritti, stanno tutti bene» è «una fonte di infor­ma­zione par­ti­co­lar­mente ricca e asso­lu­ta­mente ori­gi­nale sull’universo dell’immigrazione irre­go­lare a Milano, un uni­verso che per sua stessa natura sfugge spesso a ten­ta­tivi di misu­ra­zione e di descri­zione». È stata riser­vata par­ti­co­lare atten­zione alle 2.417 per­sone che nel 2013 si sono rivolte alla strut­tura per la prima volta. Come dice Luca Cusani, pre­si­dente del Naga, «i dati e le testi­mo­nianze rac­con­tano che stanno tutti peg­gio o, meglio, che stiamo tutti peggio».

Come Jil­laly, uno dei tanti. Maroc­chino, in Ita­lia dal 1997. Piz­za­iolo, ma disoc­cu­pato da due anni. Ogni tanto fa l’imbianchino, in nero. «Tutto va male, non c’è più lavoro, niente. Devo lavo­rare, ho due figli nati qua, sono ita­liani, voglio rima­nere ma ho biso­gno di un lavoro». O Isa­bel, sal­va­do­re­gna di 34 anni, in Ita­lia dal 2005. In Sal­va­dor era impie­gata di banca, è emi­grata per la delin­quenza. «Fino al 2011 ho fatto la colf, da due anni non trovo più lavoro. Mio marito lavora ogni tanto, in nero. Non so cosa faremo». Sono gli effetti di una crisi eco­no­mica che ha col­pito le per­sone con una lunga per­ma­nenza in Ita­lia e un alto tasso di istru­zione. Hanno perso il lavoro e sono a rischio emarginazione.

«La crisi — sin­te­tizza il Naga — ha avuto effetti pesan­tis­simi: la per­cen­tuale di occu­pati attivi nel cam­pione è pas­sata dal 63% nel 2008 al 36% del 2013. La ridu­zione è stata di oltre 30 punti per la com­po­nente fem­mi­nile. Al crollo degli occu­pati rela­ti­va­mente sta­bili cor­ri­sponde un aumento dell’«occupazione sal­tua­ria (dal 47% del 2008 al 69% del 2013) e degli ambu­lanti». Quindi non è vero che la crisi pena­lizza soprat­tutto i cit­ta­dini ita­liani. È vero invece che il crollo della disoc­cu­pa­zione è par­ti­co­lar­mente pena­liz­zante per gli ultimi venuti: la per­cen­tuale di occu­pati fra chi è in Ita­lia da meno di un anno non rag­giunge il 15%.

Il resto viene da sé. Quando manca il lavoro è logico che peg­giori anche la con­di­zione abi­ta­tiva degli stra­nieri — «c’è un pre­oc­cu­pante aumento dei senza fissa dimora» si legge nel dos­sier. Que­sta per­cen­tuale, nel periodo 2009–2013, è pas­sata dal 9 al 18%. Nello stesso periodo preso in esame è dimi­nuito il numero di donne che viveva presso il datore di lavoro (dal 12% al 4%) ed è aumen­tato quello rela­tivo alle donne senza fissa dimora (dal 7% al 13%). Det­ta­gli che devono essere sfug­giti agli ammi­ni­stra­tori che a Milano si van­ta­vano di aver sot­to­scritto un piano da due­cento sgom­beri di occu­panti abu­sivi di case popolari.

I più pena­liz­zati dalla crisi eco­no­mica risul­tano essere i migranti pro­ve­nienti dai paesi euro­pei (rumeni e bul­gari) e quelli con un’istruzione uni­ver­si­ta­ria. Lo stu­dio, scri­vono i ricer­ca­tori, ma ina­scol­tati lo ripe­tono da anni e tutti i governi di cen­tro­de­stra e cen­tro­si­ni­stra, indica l’urgenza di ripen­sare almeno la legi­sla­zione sull’immigrazione: biso­gna sle­gare il per­messo di sog­giorno dal con­tratto di un lavoro che non c’è.

C’è poi una con­si­de­ra­zione che forse non rien­tra nella sta­ti­stica ma col­pi­sce ugual­mente. Dice Luca Cusani: «Da quasi trent’anni incon­triamo cit­ta­dini stra­nieri e siamo sem­pre stati col­piti dalla carica pro­get­tuale delle loro sto­rie, dalla spinta verso il futuro dei loro rac­conti, nono­stante le dif­fi­coltà del quo­ti­diano e nono­stante una nor­ma­tiva insen­sata e cri­mi­na­liz­zante che crea irre­go­la­rità. Invece, per la prima volta quest’anno pre­sen­tiamo un rap­porto dove rac­con­tiamo una realtà reces­siva». Gli stra­nieri non ci cre­dono più, forse sono diven­tati dei per­fetti italiani.

Centosette morti alla Marlane, ma «il fatto non sussiste» | Fonte: il manifesto | Autore: Claudio Dionesalvi

«Il fatto non sus­si­ste». Nes­suno è col­pe­vole della lenta car­ne­fi­cina che sarebbe avve­nuta nella fab­brica tes­sile Mar­lane di Praia, in pro­vin­cia di Cosenza. Non esi­ste un nesso di causa ed effetto tra le sostanze tos­si­che ina­late e le decine di tumori con­tratti dai 107 ope­rai che all’interno della fab­brica hanno lavo­rato per anni. Non ci sono respon­sa­bi­lità tra quanti avreb­bero dovuto vigi­lare e garan­tire minime con­di­zioni di sicurezza.

A sta­bi­lirlo, dopo un lungo e tor­men­tato dibat­ti­mento e una camera di con­si­glio pro­trat­tasi fino a tarda sera, è stato il tri­bu­nale di Paola che ieri ha assolto tutti gli impu­tati, tra cui il diri­gente di fab­brica non­ché già sin­daco di Praia a Mare, Carlo Lomo­naco. Assolto anche il padrone dell’azienda, il Conte Pie­tro Marzotto.

Cadono dun­que nel vuoto le denunce dei comi­tati ambien­ta­li­sti del Tir­reno cosen­tino e dei fami­liari delle vit­time, a lungo igno­rati dalle isti­tu­zioni pre­po­ste al con­trollo del ter­ri­to­rio e dai sin­da­cati con­fe­de­rali. Il pro­cesso di primo grado non ha accolto le richie­ste della pub­blica accusa che aveva richie­sto pene pesanti per 7 diri­genti e per il tito­lare della fab­brica, impu­tati a vario titolo dei reati di disa­stro ambien­tale, omi­ci­dio col­poso plu­rimo e lesioni gravissime.

Lacrime di rab­bia, urla di indi­gna­zione hanno attra­ver­sato le strade di Paola subito dopo la let­tura della sentenza.

Lunga e tra­va­gliata è stata la vicenda Mar­lane. Durante tutto il pro­cesso, un pre­si­dio per­ma­nente ha sta­zio­nato nei pressi del tri­bu­nale, denun­ciando a gran voce il rischio che un’eventuale pre­scri­zione ponesse gli impu­tati al riparo da pos­si­bili con­danne. La sen­tenza di ieri suona come un’ulteriore beffa per quanti hanno perso la vita, la salute, gli affetti.

Un anno fa Eni-Marzotto aveva rag­giunto un accordo con i fami­liari degli ope­rai dece­duti, otte­nendo la revoca delle costi­tu­zioni di parti civili. Circa sette milioni di euro sareb­bero stati ver­sati com­ples­si­va­mente ai con­giunti delle vit­time ed ai loro avvo­cati. Cia­scuna parte civile ha rice­vuto una somma oscil­lante tra le 20mila e le 30mila euro. Se sull’entità del risar­ci­mento si rag­giunse un accordo, invece in merito alle respon­sa­bi­lità penali ovvia­mente il pro­ce­di­mento è andato avanti, fino al ver­detto di ieri. Per cono­scere nel det­ta­glio le moti­va­zioni che hanno spinto la corte ad assol­vere gli impu­tati, biso­gnerà atten­dere il depo­sito della sen­tenza. Nella requi­si­to­ria della pub­blica accusa, l’arco delle respon­sa­bi­lità si pre­sen­tava ampio. A pro­vo­care danni irre­ver­si­bili alla salute umana ed all’ambiente, secondo il pm, sarebbe stato l’uso di colo­ranti azoici nella fase di pro­du­zione. E, ancora, l’amianto pre­sente sui freni dei telai. Infine, da non sot­to­va­lu­tare la que­stione del pre­sunto sver­sa­mento delle diverse ton­nel­late di rifiuti indu­striali mai smal­tite, che a parere della pub­blica accusa sareb­bero state sep­pel­lite impu­ne­mente nella zona cir­co­stante, a poche decine di metri dal cen­tro abi­tato e da uno dei tratti bal­neari più rino­mati della costa tir­re­nica cala­brese, di fronte alla mera­vi­gliosa isola di Dino.

La sen­tenza di ieri rap­pre­senta una pro­fonda delu­sione per ope­rai corag­gio­sis­simi come Luigi Pac­chiano ed Alberto Cunto, ma soprat­tutto per gli atti­vi­sti della costa tir­re­nica cosen­tina. Anzi­tutto lo scrit­tore Fran­ce­sco Cirillo che a que­sta vicenda ha dedi­cato accu­rate con­tro­in­chie­ste, sfi­dando il clima di osti­lità che si sca­tena ogni qual volta qual­cuno denunci l’impatto deva­stante dell’industrializzazione nel sud Ita­lia e in altre regioni del Paese. Vani­fi­cato anche il ruolo della pro­cura di Paola.

Negli uffici diretti dal pro­cu­ra­tore Bruno Gior­dano, a par­tire dalla seconda metà del decen­nio scorso, sono state avviate inchie­ste giu­di­zia­rie impor­tanti su reati ambien­tali di enorme gra­vità, come quelle sulle navi dei veleni, la cemen­ti­fi­ca­zione dei corsi d’acqua, il man­cato smal­ti­mento dei fan­ghi da depu­ra­zione, l’inquinamento di un mare che di fatto oggi non è più bal­nea­bile per decine di chilometri.