Di Marco Travaglio : Lunedi Grasso ( con bugie )

foto di Saverio Masi.

Di Marco Travaglio : Lunedi Grasso ( con bugie )

“E passo immediatamente al presidente del Senato, che si conferma purtroppo un pubblico mentitore e approfitta del fatto che i suoi colleghi della Procura di Palermo non possono andare in tv a sbugiardarlo. Se però mi vorrà querelare, sono in molti che verrebbero volentieri a testimoniare sotto giuramento come sono andate le cose e dove sta la verità”

Balla n. 1: appello Andreotti. Grasso dice di non aver firmato né “vistato” l’atto di appello della sua Procura contro l’assoluzione di Andreotti in primo grado per motivi squisitamente tecnici, in quanto era stato sentito come testimone e la sua adesione all’appello avrebbe precluso ai giudici la possibilità di risentirlo in appello. È falso. Quando, nell’estate 2000, i procuratori aggiunti Scarpinato e Lo Forte gli consegnano il plico dell’impugnazione, Grasso rifiuta non solo di sottoscriverlo, ma anche di apporre il “visto” rituale, dicendo che non l’ha letto e non c’entra. Un gesto di plateale presa di distanze, che gli vale le lodi sperticate del Foglio di Ferrara e del Velino di Jannuzzi. Anziché respingere quegli imbarazzanti elogi, Grasso rilascia un’intervista al Quotidiano Nazionale e spiega che “forse, se avessi avuto più tempo a disposizione, avrei potuto collaborare anch’io alla stesura” (7.8.2000). E un’altra a La Stampa in cui boccia i processi della stagione Caselli, capace – a suo dire – di “ottenere condanne solo sulla stampa, nella fase delle operazioni di cattura, e non sempre nelle sedi giudiziarie e in via definitiva” (19.8.2000). Potrebbe dichiarare subito che il mancato visto è dovuto a un motivo squisitamente tecnico (il suo ruolo di ex testimone), ufficializzando così la sua vicinanza ai pm nel mirino per aver osato processare uno dei padroni d’Italia. Invece, col suo attacco a Caselli e ai processi eccellenti istruiti sotto la sua guida, li delegittima e li isola. Soltanto parecchio tempo dopo Grasso scoprirà improvvisamente di non aver firmato l’appello Andreotti (fra l’altro coronato dal successo di una sentenza d’Appello, poi confermata in Cassazione, che dichiarerà provata la mafiosità dell’ex premier fino al 1980) perché aveva testimoniato in primo grado. Una scusa puerile e infondata, sia perché nessuno pensava di richiamarlo a testimoniare in appello; sia perché, da procuratore nazionale antimafia, Grasso ha poi coordinato per anni varie indagini sulle stragi, in cui era stato chiamato a testimoniare più volte sui suoi rapporti con Falcone e sulla sua funzione di giudice del maxiprocesso, e non si è mai sognato di astenersi per quel motivo.

Balla n. 2: caso Giuffrè. Nel giugno 2002 si pente Antonino Giuffrè, boss delle Madonie, fedelissimo di Provenzano e membro della Cupola. Grasso dice che Giuffrè “valeva oro” perché sapeva tutto di tutti i livelli mafiosi. Dunque cosa fece? Non avvertì nessuno dei pm antimafia, né tantomeno le procure di Firenze e Caltanissetta che indagavano sulle stragi, e per ben tre mesi se lo gestì da solo, clandestinamente, insieme al fido aggiunto Pignatone e al fido sostituto Prestipino (all’altro aggiunto Lo Forte diede la notizia, ma negò l’accesso ai verbali). E lo interrogò “personalmente nel carcere di Novara”, ma “solo i sabati e le domeniche”: mossa geniale, quella di giocarsi 5 giorni su 7 a settimana, visto che la nuova legge sui pentiti dava ai pm solo 6 mesi di tempo per cavargli di bocca tutto quel che sapeva. Perché tanta segretezza?

Per evitare “fughe di notizie” che avrebbero messo a repentaglio la vita dei famigliari del neopentito: oltretutto – dice Grasso – “Giuffrè mi aveva parlato di talpe in Procura, che poi abbiamo individuato”. Se ne deduce che Grasso sospettava (senza prove) dei suoi colleghi, e perciò disattese la regola-Falcone della “circolazione delle informazioni” nei pool antimafia. Ma non basta: nei primi tre mesi (su sei a disposizione) interrogò Giuffrè quasi soltanto su certe estorsioni nelle Madonie, che porteranno all’arresto di una dozzina di pastori: la gallina delle uova d’oro che partorisce il topolino. Per annunciare i mirabolanti arresti, Grasso convocò una conferenza stampa il 20.9, svelando la collaborazione di Giuffrè “nuovo Buscetta”. Insomma, la fuga di notizie la fece il procuratore che ora dice di averla sventata, precludendo l’effetto sorpresa che poteva portare alla cattura di latitanti o al rinvenimento di prove decisive sui rapporti mafia-politica. Per questo tutta la Dda di Palermo “processò” Grasso che alla fine dovette capitolare: Giuffrè poteva essere sentito (giorno e notte, a tappe forzate, essendo rimasti solo tre mesi) dai pm dei processi eccellenti. A loro rivelò particolari importanti su Andreotti, B., Dell’Utri e trattativa, che Grasso non aveva chiesto. Non solo: consentì di individuare il referente mafioso delle talpe in Procura (che non erano pm, ma i marescialli Ciuro e Riolo): il costruttore Michele Aiello. La scoperta si deve ai pm Scarpinato, Lari, Russo, Paci, Piscitello, Guido e Tarondo che lo interrogarono a tutto campo il 12.11.2002. Lì Giuffrè rivelò che Aiello era un prestanome di Provenzano. Così Grasso e i suoi, due anni dopo, fecero arrestare lui e i marescialli-talpa. Dunque è falso che la segretezza su Giuffrè abbia consentito la scoperta delle talpe: al contrario, fu proprio quando Grasso dovette informare su Giuffrè i suoi pm che le talpe furono smascherate.

Balla n. 3: Ciancimino & C.Partito Grasso da Palermo nel 2005, dai cassetti della Procura saltano fuori un sacco di documenti dimenticati o trascurati sui rapporti mafia-politica. 1) Le intercettazioni dirette e/o indirette di telefonate del 2003-2004 fra il prestanome di Vito Ciancimino, il ragionier Lapis, e gli on. Cintola, Romano e Vizzini, in cui si parlava anche di Cuffaro, e che facevano ipotizzare una corruzione mafiosa. 2) Un pizzino di paternità incerta (Ciancimino? Riina? Provenzano? Un loro scriba?) con minacce e promesse di appoggio a B. in cambio di una tv Fininvest. Grasso l’altra sera si è fatto una risata: ai suoi tempi Massimo Ciancimino “non collaborava” e i Carabinieri o i suoi sostituti – lui, mai – “commisero degli errori o forse trascurarono qualcosa”. Già, ma era difficile che Ciancimino collaborasse, visto che la sua Procura non gli domandò nulla sulla trattativa. E non fece domande sulle carte sequestrate a Ciancimino jr. sulla trattativa: come il pizzino su B. e Dell’Utri (puntualmente segnalato dall’Arma alla Procura). Grasso dice che “non si sapeva chi l’avesse scritto, forse Provenzano o Riina”. Invece di indagare meglio, lo gettarono in uno scatolone, dove lo ritrovò un pm dopo la dipartita di Grasso.

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La “Catania bene” svelata da Sebastiano Ardita da: il centro di Pio La Torre

Cultura | 15 settembre 2015
Ho percepito due livelli sovrapposti di lettura in “Catania bene” di Sebastiano Ardita: l’uno personale e quasi intimo con il rimpianto per la Catania che avrebbe potuto essere e con il complicato ritorno in città dopo nove anni passati a Roma; l’altro centrato sull’analisi lucida del magistrato che ricostruisce”carte alla mano” le inchieste che negli anni ’90 hanno destrutturato la mafia catanese e colpito il sistema di potere politico-affaristico. La tesi dell’attuale procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribuna,e di Messina è chiara e condivisibile: “la vecchia Cosa Nostra che spara ed attacca lo Stato” è stata sostituita da un progetto criminale nuovo elaborato alle pendici dell’Etna che ha portato la mafia a “non solo inabissarsi , ma tagliare il legame tra i beni e l’organizzazione. Investire su nuove attività. Cancellare le origini stesse dei patrimoni mafiosi. Marcare la differenza col passato per poter contare su una discendenza tenuta realmente fuori da padrini ed iniziazioni, e così spuntare le armi dello Stato rispetto alla possibilità di aggredire le risorse di provenienza illecita.” A mio avviso. l’ipotesi rappresenta una chiave interpretativa valida in generale, non solo sul versante della Sicilia Orientale. Perciò nel contrasto alle mafia si conferma essenziale l’aggressione ai patrimoni ed alle aziende mafiose e la capacità di impedire che le immense ricchezze illegali accumulate negli anni scorsi riemergano sotto forma di attività formalmente lecite o addirittura inserite nel giro “alto” della finanza. Il dottor Ardita porta l’esempio della Sud trasporti di Catania e della nomina a presidente della FAI (Federazione Autotrasportatori Italiani) di Angelo Ercolano, incensurato ma figlio di Giambattista fratello di quel Giuseppe Ercolano che era cognato di Nitto Santapaola. Il rischio è, dunque, che rientri dalla finestra ciò che è stato fatto uscire dalla porta. “l’assist glielo ha fornito l’incapacità dello Stato stesso, durata anni, di mettere a punto strumenti validi per sequestrare e confiscare i beni”. Affermazione che appare quasi profetica, alla luce di quanto- allo stato degli atti come avvisi di garanzia- sembra evidenziarsi dall’inchiesta aperta dai magistrati della procura di Caltanissetta nei confronti di magistrati ed amministratori giudiziari di beni mafiosi. Se i comportamenti ipotizzati fossero provati in sede processuale, si sancirebbe l’emergere di un verminaio di interessi tale da proiettare un’ombra davvero oscura sulla gestione degli unici strumenti che la mafia ritiene veramente lesivi dei propri interessi. In attesa che l’inchiesta segua il suo corso, è necessario ed urgente accelerare la messa in opera della strumentazione per la gestione dei beni sequestrati che sono stati fortemente sollecitate da molte associazioni, a partire dalla Cgil, dal Centro Pio La Torre da Libera. Torno all’ottimo libro del magistrato catanese, che si innesta in una tradizione di studi sul sistema di potere della città etnea, come è verificabile già dalla bibliografia. Sebastiano Ardita inserisce giustamente la mafia catanese all’interno del sistema di potere che dominò la città nel cinquantennio postbellico, e si schiera contro quanti sostenevano esistere a Catania solo forme, ancorché ferocissime, di gangsterismo. Tuttavia, la caratteristica distintiva non risiede solo nella scelta di infiltrarsi nelle istituzioni, ma soprattutto nella capacità di incunearsi nella “Catania bene che domina tutto con la sua vocazione commerciale ed imprenditoriale e fornisce i quadri dirigenti di ogni settore: politica, amministrazione, economia e informazione, quest’ultima per anni gestita in monopolio dal quotidiano “La Sicilia”. Sono aspetti culturali duraturi che pervadono tutti i comportamenti di lungo periodo, a volte persino aldilà del dato cosciente. Ha ragione l’autore: non si può conoscere la Catania di oggi senza aver conosciuto quella di ieri. Essa è ancor oggi un luogo di contraddizioni, e non ha elaborato a sufficienza la consapevolezza che proprio gli errori e le scelte di chi deteneva il potere nella “raggiante Catania” degli anni sessanta hanno creato le condizioni per l’affermarsi di quella che l’autore definisce correttamente “una mafia padrona che da sempre si traveste e vive in mezzo ad un popolo aperto e generoso, un po’ vittima e un po’ complice”. Anch’io, per la piccola parte che mi è toccata, quel popolo l’ho conosciuto ed amato e so che oggi vive una fase in cui, nonostante gli sforzi generosi di chi governa la città, rischia di perdere la speranza di futuro e la capacità di reinventarsi che lo hanno sempre caratterizzato. La “caduta degli dei” non ha purtroppo prodotto nella città quella riflessione critica ed autocritica che, sola, rappresenterebbe la leva per una stagione di rinascita economica, sociale, della convivenza civile. Ho letto lo splendido capitolo sulla tangentopoli catanese, su Nino Drago e Rino Nicolosi qualche giorno prima della trasmissione “Presa diretta” di Riccardo Jacona: la dimostrazione che è ancora in pieno svolgimento la corsa per balzare sul carro vincente. Purtroppo, chi si presenta come rinnovatore della politica finisce sempre per sottomettersi alla logica del consenso ”comunque”. Anche per simili episodi, mi sono convinto da tempo che il manifesto ideologico del potere siciliano non è “I gattopardi” del principe Tomasi di Lampedusa, ma “I Viceré” del borghese catanese (anche se di origine napoletana) Federico De Roberto. Ma in ciò non mi permetto di coinvolgere le opinioni dell’autore di ”Catania bene”, un libro che vale la pena di leggere e sul quale vale la pena di riflettere. FRANCO GARUFI

di Franco Garufi

La mafia sconfitta….che continua ad organizzare attentati di morte da: antimafia duemila

giacalone-rino4Le ultime indagini arrivano da Caltanissetta: il pm Gabriele Paci doveva essere ucciso per avere smascherato e fatto arrestare un finto pentito
di Rino Giacalone – 12 maggio 2015
“La sensazione che abbiamo è netta. La mafia ha perfezionato falsi pentiti, ha finto di chinare la schiena dinanzi ai sequestri e alle confische, ha messo in moto una macchina cercando di indirizzare il lavoro dei magistrati, ha dato lavoro a procure e tribunali e intanto si è riorganizzata, più forte di prima”. E’ la voce di un magistrato, uno di quelli che operano nelle frontiere di questo nostro Paese. Un pm di periferia.

Non desidera che venga fatta pubblicità al suo nome perché, spiega, “questa non è solo il mio pensare ma è il pensiero di tanti di noi, è un pensiero che unisce tanti magistrati e giudici”. E spiega meglio: “Ci stanno facendo lavorare anche per farci distrarre dall’attualità. Oggi la mafia non è più quella delle coppole e delle lupare ma è la mafia dei colletti bianchi, dei professionisti…punciuti”. L’avversario insomma è più forte, la strategia della sommersione è servita. Rispetto agli antichi scenari oggi c’è lo Stato che spesso riesce ad essere più forte della mafia ma si fa i conti con una nuova realtà: quando si riescono a fare i processi, quando si portano alla sbarra imputati mafiosi o presunti tali, complici e favoreggiatori può scattare la delegittimazione… “oppure ecco che si mette la sordina ai processi”. Sentir dire che Palermo non è più governata da Cosa nostra, mentre si riapre l’aula bunker per nuovi maxi processi  che riguardano fatti anche recenti, fa pensare a quei sindaci che davanti ai morti ammazzati dicevano la che la mafia non esisteva. Sentir dire si una Sicilia rinvigorita nella lotta alla mafia mentre si scopre l’ennesimo piano di morte contro un magistrato, ieri Nino Di Matteo, oggi Gabriele Paci, pm a Caltanissetta, fa respirare solo aria di normalizzazione. Il pm Gabriele Paci doveva essere ucciso per avere smascherato e fatto arrestare un boss che si fingeva pentito, e che fingendosi pentito aveva riorganizzato la cosca. Un attentato svelato da un vero collaboratore di giustizia, ilpalermitano Massimiliano Mercurio, ex uomo d’onore di Brancaccio. Le rivelazioni del collaboratore di giustizia sono adesso al vaglio della Procura di Catania. “Certamente – ha affermato il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari (si legge sul sito di Repubblica.it) – è un fatto inquietante e che abbiamo da subito ritenuto ad altissimo rischio”. Ad ordinare la morte del pm Gabriele Paci  un boss di Gela, Roberto Di Stefano, 48 anni, della cosca Rinzivillo. Di Stefano è in carcere da giugno. Gabriele Paci è un pm da anni impegnato in indagini contro la mafia. Cominciò negli anni ’90 da Trapani, occupandosi del processo sulla raffineria di eroina scoperta il 30 aprile 1985 dalla Polizia ad Alcamo, poi dei processi legati alla vecchia mafia trapanese e in Corte di Assise per i delitti commessi nella guerra di mafia di Alcamo dei primi anni ’90. Trasferito alla Dda di Palermo con Massimo Russo fu il pm che istruì il primo maxi processo alla mafia trapanese, il cosidetto processo Omega. Un processo importante ma non adeguatamente considerato. Oggi si discute del sostegno dato dalla mafia al partito di Forza Italia, ma la circostanza raccontata dai pentiti era già emersa proprio durante quel maxi processo, per fare un esempio. Una sentenza che mandò all’ergastolo per la prima volta l’attuale latitante Matteo Messina Denaro che dalla latitanza fece avere alla corte due segnali precisi: prima l’intimidazione nei confronti del presidente della Corte, l’attuale procuratore di Sciacca Vincenzo Pantaleo, poi la rinunzia al difensore di fiducia, avvocato Celestino Cardinale, rinuncia arrivata per iscritto alla cancelleria della Corte attraverso il servizio postale. Da allora in poi Matteo Messina Denaro non ha più nominato difensori di fiducia, ha avuto sempre legali nominati d’ufficio. Un abile inquirente capace a smascherare i boss che fanno scena. Uno di questi fu l’alcamese Giuseppe Ferro, che per anni evitò le aule di giustizia fingendo la pazzia, fino a quando non fu sbugiardato. E al pm Gabriele Paci il boss Ferro decise di affidare il proprio pentimento, seguendo ciò che il figlio, il medico Vincenzo Ferro aveva già scelto di fare, il collaboratore di giustizia. Lasciata la Sicilia per un periodo breve, il pm Gabriele Paci è tornato chiedendo di andare a far parte della squadra dei pm di Caltanissetta tornando a lavorare con Sergio Lari che aveva avuto già come capo della Procura a Trapani.

“VENT’ANNI DOPO LO STATO TRATTA ANCORA CON LA MAFIA” (di Nino Di Matteo)

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6 maggio 2015“Stato e Cosa nostra la trattativa continua. La guerra ai complici non piace al Palazzo”. Il pm Nino Di Matteo svela in un libro le sue paure: “Io, minacciato di morte tra indifferenza e sospetti”.

Vent’anni di indagini e processi – che ho seguito da osservatori privilegiati come la Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta prima e di Palermo poi – mi hanno fatto capire che Cosa nostra, più delle altre mafie, ha sempre avuto nel suo Dna la ricerca esasperata del dialogo con le istituzioni. Un dialogo finalizzato al raggiungimento di uno scopo semplice, definito e micidiale per la libertà e la democrazia nel nostro Paese: la creazione di un potere che pretende di non essere scalfito, parallelo rispetto a quello istituzionale e che di fatto a esso vuole sostituirsi. (…)

Eppure, ancora oggi, in molti fanno finta di non vedere, di non capire la vera essenza della mafia siciliana. Nelle istituzioni, nella politica, ma anche nella magistratura e tra le forze dell’ordine. Respiro un’aria strana in questi ultimi tempi: un’atmosfera carica della falsa e pericolosa illusione che Cosa nostra sia ormai alle corde. La consapevolezza del contrario fa crescere una sensazione molto amara, di isolamento e di accerchiamento. (…)

Subito dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio sembrava iniziata una vera e propria rivolta contro la mafia, a tutti i livelli. Un’inversione di strategia: non più il contenimento e la difesa, ma l’attacco decisivo per debellare il fenomeno, una volta e per sempre. In quei giorni percepivo il desiderio, all’apparenza condiviso e irrefrenabile, di cercare tutta la verità su quanto accaduto. Ne avvertivo la volontà in molti. (…)

Invece è accaduto qualcosa. All’improvviso è iniziata a montare una sorta di onda lunga di riflusso. Prima le campagne di stampa abilmente organizzate contro alcune indagini eccellenti, e i tentativi, in gran parte riusciti, di instillare nell’opinione pubblica un malcelato fastidio nei confronti dei collaboratori di giustizia. In seguito, è arrivata addirittura una riforma legislativa che ha disincentivato il fenomeno del pentitismo. (…)

A quel punto, sono tornato a respirare un’aria di disinteresse sempre più chiaro e generalizzato della politica nei confronti della lotta alla mafia. Il germe dell’indifferenza ha camminato, si è diffuso, si è insinuato anche nei tessuti che sembravano più resistenti. Poco alla volta ha provocato, persino in una parte della magistratura e delle forze dell’ordine, una sorta di stanchezza e di fastidio nei confronti di quelle indagini che miravano a scoprire in che modo la mafia sia ancora ben presente dentro le stanze del potere. Quella è stata l’amarezza più grande. (…)

La drammatica consapevolezza che ho maturato è che per sconfiggere veramente Cosa nostra dobbiamo guardare anche dentro lo Stato. Perché l’organizzazione mafiosa ha continuato a trattare, a tanti livelli, con uomini e pezzi delle istituzioni. Politici in cerca voti, amministratori collusi, esponenti delle forze dell’ordine e dei servizi di sicurezza. Coltivando questi e altri rapporti, Cosa nostra ha superato l’isolamento in cui arresti e processi tentavano di ridurla. Ed è stata riconosciuta come entità presente e ben ancorata nella nostra società. Ecco perché voglio ribadire una mia considerazione, e credo ce ne sia bisogno in questo momento storico: con la mafia non si tratta, in nessun momento e per nessuna circostanza o contingenza. Non ci sono trattative cattive e trattative buone, magari ispirate dalla ragion di Stato o giustificate dalla necessità di scongiurare chissà quale pericolo. Non si tratta. Non è solo un’affermazione di principio legata a un passato ormai lontano: anche negli ultimi anni Cosa nostra è tornata a cercare il dialogo con le istituzioni, pretendendo il riconoscimento della propria presenza.
Allora, per sconfiggere la mafia che vuole continuare a ritagliarsi un ruolo dentro le istituzioni, dentro il potere, lo Stato deve avere la forza di guardare per davvero in se stesso. Ha le energie e le capacità per farlo. (…)

Quando mi hanno riferito per la prima volta dell’ordine di morte emesso da Salvatore Riina nei miei confronti, ho subito pensato che dovevo agire – e valutare quella prova acquisita nel corso di una mia indagine – come se non si riferisse alla mia persona. Ho voluto ascoltare ripetutamente le frasi e osservare i gesti, il volto di quel boss che parlava di me. In quelle ore, qualcuno mi consigliò di andare via da Palermo, almeno per un certo periodo. È un’ipotesi che non ho mai preso in considerazione. Ho cercato invece di impormi lucidità e compostezza, anche per affrontare al meglio il «solito» problema del se e come presentare la novità a mia moglie e ai miei figli. (…)

Fino a qualche anno fa non mi ero mai realmente confrontato con il sentimento della paura. Forse per incoscienza, forse per superficialità. Negli ultimi tempi, invece, ammetto di aver cominciato a pensarci.(…)

Ma negli ultimi mesi è accaduto anche qualcos’altro, che non immaginavo. L’essere riconosciuto pubblicamente come bersaglio dello stragista più spietato di tutti i tempi, per qualcuno è stato addirittura motivo di ulteriore sospetto e diffidenza nei miei confronti. Ho provato una profonda amarezza di fronte a quelle che non posso definire se non speculazioni assurde. Intanto, resto a fare il mio lavoro. (…)

CHI ABBOCCA ALL’INGANNO DI UNA MAFIA CHE NON C’È PIÙ
di Attilio Bolzoni

Quando la mafia cambia pelle – è capitato tante volte – fa sempre credere che non c’è più. E in molti hanno abboccato, inconsciamente o consapevolmente, durante il Fascismo e dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio.
Figuratevi che nel 1963, momento di grande crisi per l’organizzazione criminale per la repressione poliziesca seguita alla strage di Ciaculli cinque carabinieri e due artificieri dell’esercito uccisi da una Giulietta imbottita d’esplosivo -, i boss fuggirono fino in Sudamerica e misero in giro la voce che addirittura volevano sciogliere la “compagnia”. Cosa Nostra sconfitta, Cosa Nostra a pezzi, Cosa Nostra finita.
Il ministro dell’Interno Mariano Rumor una sera si presentò al tg e rassicurò gli italiani: «Non si illudano gli associati a delinquere: nella sfida che è impegnata tra essi e lo Stato, lo Stato non sarà certo il primo a stancarsi».
Pochi anni dopo i Corleonesi conquistarono la Sicilia e terrorizzarono l’Italia.
La denuncia che Nino Di Matteo ha affidato alla scrittura di Salvo Palazzolo ci racconta che poco è cambiato. La mafia c’è ancora e soprattutto ci sono ancora gli amici della mafia, che da sempre rappresentano la sua vera forza. Anche loro hanno cambiato vestito, confondendosi, appropriandosi di parole come legalità o antimafia. La riflessione del pm palermitano s’inoltra anche in territori a lui vicini, parla di «stanchezza» e «indifferenza» di una parte della magistratura e degli apparati investigativi. Un brutto segnale. Anche lì dentro qualcuno è convinto che la mafia – quella vera non c’è più.

Quel “Non c’entra la mafia” del Magnifico Rettore da: antimafia duemila

orioles-c-joan-queraltdi Riccardo Orioles – 21 marzo 2015
“Lunedì 23 Marzo 2015, presso l’Aula Magna del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali si svolgerà una conferenza per ricordare le vittime della Mafia nella quale sarà presentato il libro “La Mafia di Carta” del Prof. Tino Vittorio, accompagnato da interventi di autorità e istituzioni impegnate nel contrasto al crimine organizzato.

L’evento curato dai giovani di Azione Universitaria di Scienze Politiche è chiamato “Il Domani appartiene a noi” per ribadire che sono tanti i giovani stanchi del malaffare e di quella criminalità che ha così notevolmente danneggiato la nostra terra siciliana.

I relatori saranno: On. Nello Musumeci – Presidente della Commissione Antimafia; On. Burtone;

On.Catanoso; Rettore Prof. Pignataro. Modera Campo Morena. Evento organizzato da Azione Universitaria”.

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“La mafia di carta” di Tino Vittorio uscì poco tempo dopo l’assassinio di Giuseppe Fava. A proposito di esso un innominato mafoso protagonista del libro sostiene che:

“ Non c’entra la mafia. Donne, gioco per quel che ne posso intuire. La mafia non fa sgrusciu, non fa rumore. Se bisogna ammazzare qualcuno, tra pistola e corda, si opta per la corda”.

La tesi dell’omicidio “non di mafia” veniva portata avanti, nello stesso periodo, con tutti i mezzi in possesso dell’establishment catanese, in testa “La Sicilia” di Mario Ciancio, attualmente indagato per collusioni con mafiosi. A Catania, secondo i poteri politici, economici e anche accademici, la mafia “non esisteva”. Tesi ovviamente smentita non solo dalle numerosissime inchieste dei “Siciliani” prima e dopo l’assassinio di Fava, ma dalle risultanze giudiziarie. Fava fu assassinato dai poteri mafiosi per il suo impegno giornalistico contro di essi, e il “Non c’entra la mafia” del libro è – nel migliore dei casi – arbitrario e fuorviante.

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Su questo atteggiamento omertoso dell’establishment, di cui il libro di Vittorio può essere considerato esemplare, ho scritto molte volte. il 4 marzo 2012, sul “Fatto Quotidiano”, commemorando un vecchio amico magistrato, scrivevo che

“…ebbe la dignità e il coraggio – che mancarono alla maggior parte dei magistrati catanesi – di spezzare il cerchio della calunnia e dell’omertà. A quel tempo, non solo imprenditori in rapporto con Ciancio e giornalisti come Zermo ma anche “intellettuali” colonne dell’università negavano la matrice mafiosa dell’assassinio, o sulle colonne de “La Sicilia” o con appositi libri (La mafia di carta di Tino Vittorio)”.

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Queste righe mi son valse, nè me ne dolgo, una querela del Vittorio, cui deciderà a tempo e modo il Magistrato. Nel frattempo, la mia opinione, condivisa dalla totalità dei catanesi civili, è che il libro “Mafia di carta” contenga quanto meno una evidente e precisa falsità, quel “Non c’entra la mafia”.

Questa falsità viene oggi coonestata, publicamente e ufficialmente e nella sede stessa dell’Ateneo, dalla massima autorità accademica, il Rettore (nominalmente “progressista”) Pignataro.

Decenni dopo l’assassinio di Fava e le calunnie sparse sulla sua morte, il Vittorio viene pubblicamente onorato dalla presenza di politici e autorità, fra cui il presidente della Commissione antimafia siciliana. Costui è quel Musumeci che, all’indomani della scoperta di discutibili personaggi sedicenti antimafiosi (denunciati proprio sulle pagine dei “Siciliani”) colse la palla al balzo per proporre di mettere senz’altro all’asta i beni confiscati alla mafia, e cioè in buona sostanza di darli ai massimi imprenditori siciliani.

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“I Siciliani” continueranno a lottare contro la mafia, in toga o in coppola, e a smascherare l’”antimafia” fasulla, come sempre è stato. Ciò costerà – come sempre è stato – sacrifici durissimi per i giornalisti che ci lavorano, compresi i tanti giovani che, oramai da decenni, crescono da giornalisti e da cittadini sotto questa bandiera. Noi non chiediamo solidarietà nè protestiamo: nè i Fava, nè i D’Urso nè gli Scidà ne hanno mai avuta dai potenti di questa città, nè saremo noi a pretenderla. Osserviamo soltanto, amemoria di tempi più civili, che ancora una volta l’Università catanese si schiera per l’omertà e contro le vittime; e non si fa onore. “Forsan haec olim meminisse iuvabit”.

Tratto da: isiciliani.it

I beni confiscati che lo Stato-mafia lascia marcire da: antimafia duemila

agenzia-beni-confiscatiTra contanti bloccati ed immobili in disuso una riforma è sempre più urgente.
di Giorgio Bongiovanni – 24 febbraio 2015
Un tesoro da oltre 30 miliardi di euro. E’ questa la stima dei patrimoni sottratti alle mafie tra beni mobili, immobili e aziende. Di questi il 10% (ben tre miliardi), sono in contanti, denaro liquido e titoli. Soldi che restano totalmente inutilizzati con cifre che sono in costante aumento. Inoltre, nella relazione redatta dalla Commissione per l’elaborazione di proposte normative in materia di lotta alla criminalità, di cui il procuratore aggiunto della Procura di Reggio Calabria Nicola Gratteri è presidente viene messo in evidenza come “in Italia sono in attesa di destinazione definitiva beni per un valore pari a 2-3 miliardi di euro”.

Non è solo amarezza quella che si prova leggendo il capitolo dedicato alla confisca dei beni, nel piano di riforma presentato dal pm reggino, si prova anche rabbia. Anche se i dati erano noti da tempo si ha infatti la prova definitiva del totale disinteresse, da parte dello Stato italiano, di sconfiggere Cosa nostra e tutte le altre organizzazioni criminali. Eccezion fatta per alcuni politici, alcuni magistrati, alcuni giornalisti, alcune autorità religiose, alcuni membri delle forze dell’ordine, alcuni rappresentanti della società civile e persino bambini, che sono diventati martiri, abbattuti dalla criminalità mafiosa, tutti gli altri hanno deciso di “lavarsi le mani”, o peggio, di scendere a patti. Oggi solo un pugno di magistrati con poche forze dell’ordine e una discreta parte della società civile fa resistenza. Possiamo tranquillamente dire, ed è sufficientemente provato dai dati, dai numeri, dalle statistiche, e dalla visione pragmatica della realtà che lo Stato non vuole annientare la mafia ed anzi si adopera a mantenerla in vita nonostante vi siano i mezzi per distruggerla.
“Occorre spezzare il legame esistente tra il bene posseduto ed i gruppi mafiosi, intaccandone il potere economico e marcando il confine tra l’economia legale e quella illegale”. A dirlo era Pio La Torre, lo stesso che propose la confisca dei beni ai mafiosi insieme al democristiano Virginio Rognoni, che poi diventò legge il 13 settembre del 1982, quattro mesi dopo il suo omicidio. Cosa resta oggi di quelle parole? A cosa servono quei trenta miliardi di euro tra beni mobili, immobili e contanti confiscati (quindi proprietà dello Stato) che restano a marcire, ad ammuffire fino a diventare inservibili? Siamo stufi dei numeri che il ministro dell’Interno Angelino Alfano, lo stesso che ha promesso da oltre un anno il bomb jammer al pm di Palermo Nino Di Matteo senza averlo ancora consegnato, mostra a forma di stella nel petto. Nel report di Ferragosto sulla sicurezza del Paese ricordava che in quattro mesi erano stati sequestrati 2.500 beni e confiscati 414, per un valore complessivo che superava il miliardo. Ma ha taciuto delle difficoltà di un sistema che continuamente si inceppa e che contribuisce non solo ad aumentare la forza delle criminalità organizzate ma anche a rafforzare lo stato di crisi economica in cui verte il nostro Paese. Quante volte l’Agenzia dei beni sequestrati e confiscati si è inceppata nell’ultimo passaggio della riassegnazione? Quante volte gli immobili restano vuoti o ancora occupati dai familiari dei boss in carcere? Quante volte i terreni restano abbandonati mentre potrebbero nascere cooperative di giovani, in aiuto anche alle famiglie più povere diminuendo così anche le percentuali di disoccupazione? Quante volte aziende che con il denaro dei boss erano ricche e floride mentre con la gestione statale, anche a causa della presenza di amministratori giudiziari nella migliore delle ipotesi impreparati, si avviano verso il fallimento? alfano-caricatura
La risposta a tutte queste domande è troppe volte. Per quale motivo? Noi spesso parliamo di Stato-mafia che si trova in lotta contro lo Stato-Stato e quando si assiste a questo immobilismo appare sempre più evidente che è il primo oggi ad occupare i vertici delle nostre “sacre” istituzioni. Vorremmo vedere quegli onesti, nostri rappresentanti in Parlamento, battere i pugni sul tavolo e gridare di fronte a queste “bestemmie” della giustizia. Sarebbe auspicabile che il Presidente del Senato Pietro Grasso dicesse la sua, che ammonisse severamente i funzionari di Stato inetti e mafiosi che non fanno nulla per destinare questi preziosi beni sottratti alla mafia, che si facesse sentire per utilizzare questi beni confiscati. Di quei denari conservati nelle casse dello Stato potrebbero far buon uso le forze dell’ordine che indagano e lavorano tra mille problematiche. Ed anche i familiari delle vittime di mafia, che da anni aspettano contributi da parte dello Stato (Fondo 512 per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso), sono costretti ad assistere a questa “barzelletta”.
Non sappiamo se le competenti proposte di Gratteri, servitore dello Stato-Stato e non dello Stato-mafia, verranno accettate dal nostro Governo. Noi temiamo che il pm reggino non riceverà altro che un sorriso ipocrita, così come spesso è capitato a don Luigi Ciotti che da anni chiede una riforma della normativa sui Beni Confiscati. E’ per questo che il nostro vuole essere un invito a tutti i cittadini di protestare, di far sentire la propria voce con una campagna forte e reale sui beni confiscati. Come spesso ricorda il Presidente di Libera ora servono norme più efficaci e nuovi strumenti. Molti di questi beni confiscati possono tradursi in dignità, libertà e lavoro per tante persone. C’era anche tutto questo in ballo nella trattativa tra Stato e mafia e non possiamo dimenticare che tra i punti del “papello” di Riina vi era la revisione della legge Rognoni-La Torre ed il divieto di applicare misure di prevenzione e sequestri ai familiari dei mafiosi. Così come, nell’elenco di richieste di Cosa nostra, vi era anche la riforma della legge sui pentiti. Un altro punto che, nel corso degli anni, ha avuto il suo riconoscimento grazie alla campagna lenta ed inesorabile contro i collaboratori di giustizia lasciati in una condizione di miseria, abbandonati a loro stessi. Uno stillicidio che ha centrato il suo obiettivo tanto che oggi, salvo qualche rarissima e miracolosa eccezione (vedi Vito Galatolo e pochissimi altri), non si pente più nessuno. Quindi adesso è l’ora della resa dei conti. Di fronte ad un Governo che in forma indegna tratta quotidianamente con la mafia come dimostra quel patto del Nazareno che ha visto il premier Renzi dialogare di riforme per il bene del nostro Paese con Silvio Berlusconi, a capo di un partito che è stato ideato e costruito da Marcello Dell’Utri (condannato definitivamente in Cassazione per concorso esterno in associazione mafiosa) non si può restare inermi. Che si dimetta il premier, che si dimetta la Faccia di bronzo dello pseudo ministro degli Interni, che lasci il proprio incarico il ministro della Giustizia. Che ugualmente agiscano tutti gli altri membri della squadra di Governo. Si dimettano e che si vada a nuove elezioni, sperando che il popolo “pecorone” degli italiani si svegli e reagisca contro i ladri dello Stato-mafia che siedono sugli scranni delle nostre istituzioni.

Pubblicato su “Repubblica Palermo” del 9 gennaio 2014, con il titolo: Quando Charlie Hebdo prese in giro la mafia, i suoi segreti e gli uomini d’onore.

Charlie Hebdo, la mafia, il Centro Impastato e Peppino

di Umberto Santino, Presidente Centro Siciliano di Documentazione Giuseppe Impastato

“De la chute du mur de Berlin à la chute de Toto Riina”: questo era il titolo di un servizio pubblicato nelle pagine centrali di Charlie Hebdo del 20 marzo 1996, firmato da Phil (Philippe Val), il giornalista, e da Riss ( Laurent Sourrisseau), il vignettista. Un lungo articolo, tanto puntuale e rigoroso quanto pungente e spiritoso, com’era la cifra del settimanale parigino, irriverente e trasgressivo. Erano venuti al Centro Impastato e avevamo parlato del nostro lavoro, di Peppino Impastato, della mafia e della lotta contro di essa. E avevamo capito subito che parlavamo la stessa lingua, lontana da ogni retorica e venata di ironia e di autoironia. Avevo parlato degli stereotipi, allora come ora, circolanti sulla mafia. Delle dichiarazioni di Buscetta che avevano ricostruito l’organigramma di Cosa nostra e avevano portato all’arresto di capi e gregari, ma pretendevano di imporre l’idea di una mafia buona, la sua e quella dei suoi amici, e di una mafia cattiva, degenere e tralignata, quella dei corleonesi, che avrebbero trasformato la mafia in una fabbrica a ciclo continuo di stragi e di omicidi. Lo sottolineava Val, riportando le mie parole: la mafia fin dall’inizio era stata violenta; la ricostruzione secondo cui c’era stata una “mafia tradizionale” in competizione per l’onore e solo negli anni ’70 si sarebbe formata una “mafia imprenditrice” in competizione per la ricchezza, era una storiella fondata sull’ignoranza della storia reale. Il fatto nuovo era che con il traffico di droga l’accumulazione illegale era cresciuta a dismisura e lì andava cercata la ragione della nuova stagione di guerra all’interno e all’esterno. Difficilmente un giornalista, soprattutto se si occupa di mafia, ascolta con attenzione (molti sanno già cosa scriveranno e fanno finta di ascoltare e di prendere appunti), soprattutto quando si accorge che le cose di cui si sta parlando sono diverse da quelle che ha scritto e godono di ampio credito nei circuiti mediatici che contano, appaltati al supermafiologo di turno. Le frasi tra virgolette del servizio di Val riportano proprio quello che avevo detto, non banalizzano né distorcono. Sembra ovvio, ma è una rarità.

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Dopo l’incontro al Centro i due redattori di Charlie Hebdo sono andati a Capaci, a trovare il sindaco Pietro Puccio, e hanno parlato con lui delle condizioni di vita nella provincia siciliana. Con un tasso di disoccupazione troppo alto e un’economia legale troppo debole per poter fronteggiare lo straripamento dell’economia illegale. Con un’assemblea regionale fatta di inquisiti e con tentativi di cambiamento che già allora apparivano precari e difficili. Da Capaci a Cinisi il passo è breve e a Cinisi c’è l’incontro con la memoria di Peppino Impastato, già preannunciato durante la visita al Centro. Il fratello Giovanni racconta, per l’ennesima volta, una storia che allora era conosciuta a pochi, lontana dagli schermi cinematografici e televisivi. E nel racconto delle attività di Peppino, figlio di un mafioso e nipote del capomafia, non potevano non esserci il circolo Musica e Cultura, un centro sociale ante litteram, e soprattutto Radio Aut. E Onda pazza, con gli sbeffeggiamenti dei mafiosi e dei plenipotenziari del paese: l’irrisione come igiene culturale, che spalanca santuari, viola segreti, devasta il rispetto e fa dei cosiddetti “uomini d’onore” delle macchiette ridicole. A Cinisi, nei lontani anni ’70, Peppino e il suo gruppo potevano pensare che una risata avrebbe seppellito la mafia, spianato la “montagna di merda”, anche se erano ben consapevoli del fascino del denaro e della forza di legami destinati a perdurare anche nel mutare del contesto. E due giornalisti parigini ritrovavano nella lontana Sicilia un precedente e una sorta di giovane antenato. Come loro, lucido e dissacrante, impietoso e blasfemo.

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Il servizio si concludeva con un’immagine di Palermo di sera, con le strade affollate di ragazze in minigonna, e un accenno a quanto accadeva in un contesto più ampio: Andreotti sotto processo, Berlusconi lanciato sul palcoscenico politico con un partito-azienda, che ricicla il lessico calcistico e si presenta come il nuovo interlocutore della mafia. Il futuro, che oggi guardiamo come déjà vu, è già cominciato. Nel servizio campeggiavano i disegni di Riss: i volti di Peppino e di Puccio, alcune vignette su Riina, la carta delle famiglie mafiose della provincia di Palermo, uno scorcio del corso di Cinisi, con le frecce che indicano la casa di Badalamenti e quella della famiglia Impastato, a molto meno di cento passi, e al centro la riproduzione di una fotografica in cui si vedono, appoggiati a uno scheletro di alberello, i maggiorenti di Cinisi nei primi anni ’60, con una didascalia che li indica con nome e cognome: il sindaco Leonardo Pandolfo, il capomafia Cesare Manzella, Luigi Impastato, padre di Peppino, Masi Impastato, il nuovo boss Gaetano Badalamenti, Sarino Badalamenti. L’icona della mafia istituzionalizzata.

Riss è rimasto ferito nella strage di ieri, il direttore, Stéphane Charbonnier, Charb, è stato ucciso e con lui sono morti Georges Wolinski, Jean Cabut, Tignous, il meglio della satira mondiale. Una strage con dodici morti, frutto, previsto e prevedibile, di un fanatismo religioso che si nutre di intolleranza e di stupidità. Charlie Hebdo continuerà, ma lo sappiamo: purtroppo una risata non riuscirà a seppellire tanta idiozia e tanta viltà.