Tortorella: “Berlinguer proponeva un’idea nuova della politica” da: rifondazione comunista

Tortorella: “Berlinguer proponeva un’idea nuova della politica”

Nel dibattito su Berlinguer aperto sull’Unità da un intervento di Biagio De Giovanni di cui ci siamo già occupati interviene Aldo Tortorella intervistato da Maria Zegarelli.

Con lui si afferma che il socialismo non può vivere senza pluralismo politico, senza democrazia, senza libertà

Trovo Aldo Tortorella, coordinatore dell’ultima segreteria di Berlinguer, vivace e combattivo come sempre: «La prima cosa che vorrei far notare a De Giovanni è che non sono mancati saggi e libri interi, anche di rispettabili autori o autrici, tutti impegnati a mostrare un Berlinguer arretrato, da dimenticare. Ma se, a 31 anni dalla morte e dopo tante confutazioni, si ritiene di dover riproporre una discussione su di lui, già questo è il segno della solida permanenza di molte delle parole e delle idee che Berlinguer mise in campo». Questa è la sua premessa, durante questo lungo colloquio nel corso del quale emerge con forza la profonda conoscenza dell’uomo e del politico che segnò la storia del Pci. «Non accadrebbe – continua – se molte delle sue intuizioni non fossero state confermate dalla realtà. Bisognerebbe partire di qui, non dal contrario. Poi, a parte Livia Turco e Achille Occhetto, i più sembrano discutere di Berlinguer come se la sua vita fosse terminata nel 1979 quando egli stesso pone fine al governo detto di unità nazionale (ma divenuto di parte). La sua azione politica, però, è durata per più di altri quattro anni, fervidi di correzioni della sua politica, di iniziative e di idee che hanno lasciato il segno».

Un anno fa, ricordando Berlinguer, lei ha detto che quel mondo non esiste più. Eppure ancora oggi – come lei stesso – c’è chi coglie l’attualità dei “pensieri lunghi” del segretario Pci. De Giovanni sostiene che la lettura del capitalismo che Berlinguer fece, un capitalismo giunto ai suoi confini quando invece si era alla vigilia della più grande rivoluzione capitalistica, ne condizionò il suo intero tragitto. 

«Non mi pare esatto. Proprio durante gli ultimi anni la sua valutazione dello sviluppo capitalistico divenne più precisa. Berlinguer giudica, e dice, che il modello capitalistico ha vinto senza dubbio sul terreno quantitativo, mentre sul terreno qualitativo ha generato problemi in parte nuovi e drammatici. Vede che avanzano contraddizioni nominate allora da pochi, come la questione ecologica. Constata che il rapporto tra il nord e il sud del mondo crea situazioni inaccettabili e potenzialmente esplosive, tema che aveva condiviso negli anni precedenti con i socialdemocratici Brandt e Palme, esautorato il primo, assassinato il secondo. Il capitalismo non era giunto ai suoi confini, ma c’era molto da discutere sugli esiti della sua vittoria : questo constatava Berlinguer – e constatiamo drammaticamente anche oggi. Egli parlava di introdurre elementi di socialismo in una società capitalistica. Sembrava un assurdo. Oggi molti lo dicono con altre parole. Non è poi esatto far intendere che Berlinguer fosse rimasto all’epoca del fordismo: una delle sue ultime interviste è interamente dedicata alla rivoluzione che le nuove tecnologie stavano determinando nel mondo della comunicazione, della produzione e dei rapporti umani. E alle contraddizioni nuove che avrebbero generato».

berlinguer tortorellaQuanto forte era la convinzione, dell’ultima fase della sua segreteria, che fosse finito “un tempo politico” e dunque fosse necessario aprire una nuova prospettiva, immaginare un nuovo tempo politico anche e soprattutto per la sinistra?

«Era una convinzione che dettò un’azione. Berlinguer propose l’idea di un’alternativa democratica, dapprima come “governo degli onesti”, poi, nel congresso del 1983, dedicando ampia attenzione al rapporto con il Psi, invitato a riaprire un rapporto a sinistra anche senza abbandonare il rinato governo con la Dc. Ci fu poco dopo l’incontro e il documento comune delle Frattocchie. Sembrava che qualcosa si muovesse, ma, passato qualche mese, nacque il governo Craxi, ma ancora sulla base del cosiddetto “preambolo” di Forlani, che stabiliva di nuovo una pregiudiziale anticomunista, come se il Pci fosse rimasto quello degli anni Cinquanta. E poi vennero i fischi al congresso del Psi nel 1984, pochi mesi prima della morte di Berlinguer».

Proviamo a fare un bilancio delle parole chiave che ispirarono il pensiero di Berlinguer. Sono rimaste nel nostro lessico, ma cosa ne è stato di quello che volevano diventare tradotte in azione politica?

«Parliamo dell’austerità e della questione morale. Il primo termine fu usato da me nella relazione al convegno degli intellettuali all’Eliseo, nel 1977, in cui parlavo prevalentemente di una politica che rendesse protagonista l’intellettualità diffusa, sempre più determinante nella nuova società ( oggi si parla della preminenza del lavoro cognitivo). Al momento della preparazione delle conclusioni, nella stanza fumosa in cui lavorava, Berlinguer mi chiese se avevo obiezioni al fatto che il suo intervento si concentrasse sull’austerità. Acconsentendo, lo pregai di non dimenticare il tema di una nuova politica per l’intellettualità diffusa, cosa che fece. Sono comunque testimone che fin dalla discussione di quella notte l’idea di austerità nasceva come opposta alla politica della lesina punitiva verso i meno abbienti e indirizzata invece a un riequilibrio dei pesi tra le classi sociali e all’avvio di un diverso modello di sviluppo. D’altronde, il testo di quelle conclusioni, e quelli successivi sulla materia, come è stato ricordato, parlano da soli».

E la questione morale?

«Si trattava certo di un tema politicamente scottante, ma non solo. Senza risanarsi i partiti – diceva Berlinguer – sarebbero finiti. E infatti senza risanamento finirono. Ma insieme e soprattutto l’espressione “questione morale” alludeva alla fondazione stessa della politica. Nella separazione, che segna la modernità, tra politica e morale ci può essere un equivoco. La doppia etica weberiana, quella dei principi (che non badano ai risultati delle azioni) e quella della responsabilità, nella pratica era diventata etica privata delle intenzioni e etica pubblica dei risultati. Con effetti disastrosi: se il risultato da raggiungere viene considerato buono possono essere giustificati le peggiori malefatte, come vediamo, o persino i più terribili delitti, come accadde. Quella espressione voleva indicare un tema anche teorico: la necessità di un radicamento della politica su istanze etiche sinceramente vissute. Lo stato deve essere laico. Ma un partito laico deve avere un proprio punto di vista sul mondo, pena la nullità».

A chi parlava? Possiamo dire che si rivolgeva anche al suo partito?

«Berlinguer non parlava solo agli altri ma si rivolgeva anche al suo partito, come provano anche i documenti di tante riunioni interne pubblicate in questi anni. E abbiamo visto, poi, cosa ha significato non ascoltare quel monito: la corruzione è dilagata, è spuntato un partito anticasta, che ha raccolto il 25% dei voti».

Nella discussione aperta in queste pagine è stato anche detto: Berlinguer più comunista di Togliatti. Era rimasto ancorato al 1917. Condivide?

«Ricordo che nel 1973, anno in cui scampò per puro caso al terribile “incidente” automobilistico in Bulgaria, come ha rivelato Macaluso e hanno confermato i familiari, Berlinguer era convinto di aver subito un attentato per eliminarlo. Dire, come De Giovanni e altri, che si sentisse sino alla fine parte di quel mondo che giudicava propenso al suo assassinio è un assurdo. Altra cosa è dire che egli, come altri di noi, pensasse a una possibile riforma democratica del mondo sovietico. Era un’idea che la storia ha smentito pienamente, ma non era campata per aria. Esisteva una tendenza riformatrice detta “italiana” nel partito sovietico, di cui fu poi espressione Michail Gorbaciov: vinse per breve tempo, poi fu sconfitta. Ma bisogna anche vedere che cosa si intende per comunista e per comunista italiano. Togliatti aveva vissuto due guerre mondiali e lo stalinismo, durante il quale aveva dovuto faticare per salvare la sua vita e quella della maggior parte dei suoi compagni. Anche per questa terribile esperienza Togliatti porterà il suo partito all’assoluta fedeltà alla democrazia. Berlinguer era della generazione successiva, radicata nella Resistenza, da giovane aveva nutrito simpatie anarchiche e libertarie. Come comunista italiano è sempre stato uno strenuo difensore della democrazia costituzionale e, assai a lungo, della linea togliattiana dell’unità delle grandi forze popolari. Ma rispetto a Togliatti ha poi operato correzioni decisive. La“via italiana al socialismo” poteva essere equivocata come una variante nazionale di una linea generale tracciata da Mosca. Con Berlinguer l’equivoco è tolto di mezzo. Con lui si afferma che il socialismo non può vivere senza pluralismo politico, senza democrazia, senza libertà. Si trattava di una rottura teorica oltre che politica».

Si può obiettare però che a questa rottura non seguirono tutte le conseguenze politiche necessarie.

«È un’obiezione fondata solo se si pensa che le conseguenze avrebbero dovuto essere la rinuncia ad ogni idea di trasformazione della società. Berlinguer vede che un’esperienza storica si è conclusa e si rende conto che la via e le finalità dovevano essere cambiate e ridefinite. L’idea di un nuovo programma fondativo per il Pci si alimentò certo, in quegli ultimi anni, del recupero dei temi della giustizia sociale, ma anche e soprattutto di una straordinaria attenzione alle idee nuove: l’ecologismo, il femminismo della differenza, un più netto europeismo unito a quella di un nuovo ruolo dell’Europa verso il mondo del sottosviluppo. E, soprattutto, veniva proponendo una idea nuova della politica. Con me, che gli fui particolarmente vicino e solidale in quegli ultimi anni, non parlò mai di mutamento del nome del partito. Il problema che poneva era quello del mutamento del contenuto. La questione del nome e il modo in cui è stata posta ha soffocato il resto. L’oblio è il miglior modo di dimenticare gli errori e di correggerli».

Lei nega allora l’immagine del fallimento di Berlinguer?

«Bisogna intendersi sulle parole. Se la politica è solo lotta per il potere, allora la risposta è ovvia. Ma coloro che hanno ragionato così e hanno rovesciato la politica di Berlinguer hanno certo ottenuto potere, ma hanno portato la sinistra e l’Italia dove sono adesso. Questi vincitori sono i veri sconfitti».

fonte: L’Unità

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Ferrero: «Capisco Mineo, da gennaio una sinistra autonoma dal Pd» da: rifondazione comunista

Ferrero: «Capisco Mineo, da gennaio una sinistra autonoma dal Pd»

intelligonews.it – intervista di Andrea De Angelis –

Il senatore Corradino Mineo lascia il gruppo del Pd a Palazzo Madama e passa automaticamente al gruppo Misto. Ieri, su queste pagine, lo stesso Mineo ha spiegato il motivo del suo addio, non risparmiando critiche a chi, come Bersani, non porta avanti fino in fondo le battaglie politiche. IntelligoNews oggi ha sentito a tal proposito Paolo Ferrero, il quale ha anticipato che a cavallo tra dicembre e gennaio ci sarò l’inizio di un nuovo soggetto politico a sinistra…

Ieri Civati e Fassina, oggi Mineo, domani chissà chi. A dircelo è stato lo stesso senatore Mineo, il quale non ha risparmiato frecciatine a colleghi di partito, partendo da Bersani. C’è il rischio che Renzi elimini tutti uno ad uno?
«Non voglio rilasciare commenti sulla vicenda interna al Pd. Posso parlare del partito in quanto tale, ma non delle dinamiche interne. Così come il fatto che questi se ne possano andare, io evito di parlare. Capisco Corradino, c’è stato dentro fino a ieri. O Fassina. Ma io nel Pd non ci sono mai stato e non voglio entrarci, mi occupo tra virgolette di altro, è una discussione di quella famiglia, non della mia». 
Parliamo allora di sinistra, pensiamo al caso Roma. L’elettorato è smarrito e comincia proprio nella capitale a guardare al Movimento 5 Stelle. Siete pronti a costruire un nuovo soggetto politico forte, magari con lo stesso Mineo, Civati e Fassina, lei in prima persona? Che messaggio dare oggi agli elettori?
«L’elettorato di sinistra oggi è smarrito perché non c’è una sinistra degna di questo nome. Per questo stiamo lavorando, e mi sento di dire che siamo a buon punto, per aprire un processo costituente di una sinistra alternativa e autonoma dal Pd. Una sinistra che sia chiaramente un altro polo politico, il quarto polo politico. Per far questo vogliamo fare l’unità, mettendo insieme tutti coloro che sono usciti dal Pd o che erano già fuori, come Rifondazione o Sel. Tutti coloro che fanno politica a sinistra del Pd». 
I tempi?
«Diciamo che tra dicembre e gennaio dovremmo riuscire a trovare il primo momento di esplicitazione di questa prospettiva».
Possiamo dire che l’elettorato di sinistra sotto l’albero troverà finalmente un nuovo soggetto, o come minimo l’inizio di esso?
«Sì, l’inizio. Perché alla destra basta che ci sia l’uomo solo al comando, della provvidenza, magari con tanti soldi. La sinistra invece è fatta di gente dove ognuno ha il proprio cervello e pensa con la sua testa, dunque il nostro deve essere un processo largo, democratico e discusso. Non è che qualcuno fa un fischio e tutti accorrono ad applaudire. Confido che a cavallo dell’anno si riesca a dare questo segnale».

Cosa accadrà subito dopo?

«A quel punto non avremo più alibi e saremo chiamati ad essere il punto di riferimento da un punto di vista sociale. Oggi è evidente che il Movimento 5 Stelle, ma anche la stessa Lega Nord raccolgono dei voti del disagio sociale. Le loro contraddizioni, però, sono enormi. Basta pensare a come il Movimento 5 Stelle sia anti sindacale, per non parlare della Lega Nord. C’è bisogno di una forza che rappresenti i bisogni dei più poveri, in modo coerente e non solo cavalcando la protesta. Serve una proposta per cambiare le cose positivamente».
Che ripercussione avrebbe un simile soggetto nel Pd?
«Toglierebbe ogni alibi a chi nel Pd dice di stare contro Renzi, ma continua a votare». 
Come soggetto politico sarete chiamati a dare più spazio ai diritti sociali? Ultimamente nell’agenda politica si parla molto di diritti civili…
«Il punto centrale saranno i diritti civili che oggi sono totalmente calpestati. In questo momento abbiamo solo i privilegi delle imprese e dei ricchi, mentre i diritti delle persone sono macellati. Io dico no! Al centro del nostro soggetto ci sono le periferie, il problema della disoccupazione, del lavoro, dei salari bassi, del rinnovo dei contratti, l’abolizione della Fornero. C’è il problema delle liste d’attesa nella Sanità, quello dei ticket. C’è il nodo della casa. La nostra parola d’ordine è una: prendere i soldi dalle tasche dei ricchi e delle banche e usarli per la povera gente. Perché i soldi ci sono. Questo è il punto centrale della sinistra».
Cosa che Renzi non fa minimamente?
«Non solo non lo fa, ma realizza l’esatto opposto! Solo in seguito alla protesta ha rimesso le tasse sui castelli, altrimenti saremmo stato l’unico posto in Europa dove chi possiede un castello non paga niente e invece un inquilino deve pagare affitti che non riesce a pagare. Siamo nella follia vera…».

La polizia contro #Pasolini, Pasolini contro la polizia da: rifondazione comunista

La polizia contro #Pasolini, Pasolini contro la polizia

di Wu Ming 1

1. “Quel bastardo è morto”

Elisei Marcello, di anni 19, muore alle tre di notte, solo come un cane alla catena in una casa abbandonata. Muore dopo un giorno e una notte di urla, suppliche, gemiti, lasciato senza cibo né acqua, legato per i polsi e le caviglie a un tavolaccio in una cella del carcere di Regina Coeli. Ha la broncopolmonite, è in stato di shock, la cella è gelida. I legacci bloccano la circolazione del sangue. Da una cella vicina un altro detenuto, il neofascista Paolo Signorelli, sente il ragazzo gridare a lungo, poi rantolare, invocare acqua, infine il silenzio. La mattina, chiede lumi su cosa sia accaduto. “Quel bastardo è morto”, taglia corto un agente di custodia. È il 29 novembre 1959.

Marcello Elisei stava scontando una condanna a quattro anni e sette mesi per aver rubato gomme d’automobile. Aveva dato segni di disagio psichico. Segni chiarissimi: aveva ingoiato chiodi, poi rimossi con una lavanda gastrica; il giorno prima aveva battuto più volte la testa contro un muro, cercando di uccidersi. I medici del carcere lo avevano accusato di “simulare”. Le guardie lo avevano trascinato via con la forza e legato al tavolaccio.

Il 15 dicembre si dimette il direttore del carcere Carmelo Scalia, ufficialmente per motivi di salute. A parte questo, per la morte di Elisei non pagherà nessuno. Inchieste e processi scagioneranno tutti gli indagati.

Leggendo della vicenda, Pier Paolo Pasolini rimane sconvolto. “Non so come avrei scritto un articolo su questa orribile morte”, dichiara alla rivista Noi donne del 27 dicembre 1959. “Ma certamente è un episodio che inserirò in uno dei racconti che ho in mente, o forse anche nel romanzo Il rio della grana”. Un romanzo rimasto incompiuto, poi incluso tra i materiali della raccolta Alì dagli occhi azzurri (1965). Se dovessi scrivere un’inchiesta, aggiunge, “sarei assolutamente spietato con i responsabili: dai secondini al direttore del carcere. E non mancherei di implicare le responsabilità dei governanti”.

Oggi è difficile, quasi impossibile cogliere la portata della persecuzione subita ogni giorno da Pasolini in 15 anni

L’agonia e la morte in solitudine di Marcello Elisei scaveranno a lungo dentro Pasolini, fino a ispirare il finale di Mamma Roma (1962). Ma nel 1959 Pasolini non è ancora un regista. Ha 37 anni, è autore di raccolte poetiche, sceneggiature e due romanzi che hanno fatto scalpore: Ragazzi di vita e Una vita violenta. Ha già subìto fermi di polizia, denunce, processi. Per censurare Ragazzi di vita si è mossa direttamente la presidenza del consiglio dei ministri. Eppure, a paragone dello stalking fascista, del mobbing poliziesco-giudiziario e del linciaggio mediatico che l’uomo sta per subire, questa è ancora poca roba.

Nel libro collettaneo Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte (Garzanti 1977) Stefano Rodotà riassume la questione in una frase: “Pasolini rimaneininterrottamente nelle mani dei giudici dal 1960 al 1975”. E anche oltre, va precisato. Post mortem. Rodotà parla di “un solo processo”, lunga catena di istruttorie e udienze che trascinò Pasolini decine e decine di volte nelle aule di tribunale, perfino più volte al giorno, tra umiliazioni e vessazioni, mentre fuori la stampa lo insultava, lo irrideva, lo linciava.

2. Il giornalismo libero

“Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia”.

L’uomo che nel giugno 1968 scrive questo verso ha già sulle spalle quattro fermi di polizia, 16 denunce e undici processi come imputato, oltre a tre aggressioni da parte di neofascisti (tutte archiviate dalla magistratura) e una perquisizione del proprio appartamento da parte della polizia in cerca di armi da fuoco. “Appena avrò un po’ di tempo”, scrive in un appunto inedito, “pubblicherò un libro bianco di una dozzina di sentenze pronunciate contro di me: senza commento. Sarà uno dei libri più comici della pubblicistica italiana. Ma ora le cose non sono più comiche. Sono tragiche, perché non riguardano più la persecuzione di un capro espiatorio […]: ora si tratta di una vasta, profonda calcolata opera di repressione, a cui la parte più retriva della Magistratura si è dedicata con zelo…”. E ancora: “Ho speso circa quindici milioni in avvocati, per difendermi in processi assurdi e puramente politici”.

Oggi è difficile, quasi impossibile cogliere la portata della persecuzione subita ogni giorno da Pasolini in 15 anni. La mostra Una strategia del linciaggio e delle mistificazioni, inaugurata nel 2005 e da poco riallestita alla sala Borsa di Bologna, restituisce appena tenui riverberi. Non può che essere così, per capire bisognerebbe calarsi nell’abisso  come ha fatto Franco Grattarola, autore di Pasolini. Una vita violentata (Coniglio 2005) – e ripercorrere la sfilza dei pestaggi a mezzo stampa. Toccare con le dita un’omofobia da sporcarsi solo a immaginarla. Soppesare l’intero corpus fradicio di articoli, denso come un grande bolo di sterco e vermi.

Tra i quotidiani si fa notare soprattutto Il Tempo, ma è la stampa periodica di destra a tormentare Pasolini in maniera teppistica e ininterrotta. Rotocalchi come Lo Specchio e Il Borghese si dedicano alla missione con entusiasmo, con reporter e corsivisti distaccati a tallonare la vittima, a provocarla, a colpirla in ogni occasione, con titoli come “Il c..o batte a sinistra” e lo stile inconfondibile oggi ereditato da Libero – per citare una sola testata.

Sulle pagine del Borghese si distinguono nel killeraggio il critico musicale Piero Buscaroli e il futuro autore e regista televisivo Pier Francesco Pingitore, fondatore del Bagaglino. Altre invettive giungono dallo scrittore Giovannino Guareschi e, in un’occasione, dal critico cinematografico Gian Luigi Rondi, ma la regina dell’antipasolinismo è senza dubbio Gianna Preda, pseudonimo di Maria Giovanna Pazzagli Predassi (1922-1981), poi cofondatrice – indovinate – del Bagaglino.

Celebrata ancora oggi su un blog di destra come “la signora del giornalismo libero”, “fuori dal coro”, “mai moralista né oscurantista” e via ritinteggiando, Preda coltiva nei confronti di Pasolini un’autentica ossessione omofobica, sessuofobica e – ça va sans dire – ideologica. Sovente si riferisce allo scrittore/regista chiamandolo “la Pasolina”. Per gli omosessuali, descritti come artefici di loschi complotti, conia il termine “pasolinidi”. Va avanti per anni – proseguendo anche dopo la morte di PPP – a scrivere cose del genere:

[Pasolini] ha potuto, con immutata disinvoltura, continuare a confondere le questioni del bassoschiena con quelle dell’antifascismo […] Una segreta alleanza […] fa dei ‘capovolti’ il partito più numeroso e saldo d’Italia; un partito che, attraverso i suoi illustri esponenti, finisce sempre col far capo o col rendere servizi al Pci […] Il ‘capovolto’ sente, a naso, quel che gli conviene e dove deve appoggiarsi, se non vuole rendere conto all’opinione pubblica di quello che essa giudica ancora un vizio […] Così nasce un nuovo mito… [A celebrarlo] pensano poi i giornali di sinistra, che riescono a camuffare da eroismo la paura segreta di questo o quel ‘capovolto’ clandestino. Luminose saranno le sorti dei pasolinidi d’Italia. Già si avvertono i segni delle fortune di coloro che hanno scoperto troppo tardi il vantaggio d’esser pasolinidi […] Se avremo, dunque, nuovi scontri con i marxisti […] prima di pensare a coprirci il petto, preoccupiamoci di coprirci le terga…

Il “metodo Boffo” giunge da lontano. E anche i complottismi sulla malvagia “teoria del gender”.

L’equivalente di Gianna Preda sullo Specchio è lo scrittore ex repubblichino Giose Rimanelli, celato dietro il nom de plume A. G. Solari. Com’è ovvio, attacchi forsennati a Pasolini giungono anche dal Secolo d’Italia, ma un lavorìo più subdolo e influente di character assassination ha luogo sulla stampa popolare nazionalconservatrice, quella di riviste come Oggi e Gente.

Si va molto più in là, purtroppo. Pasolini sembra essere la cartina di tornasole del peggio. Nel 1968 il regista Sergio Leone, interpellato dal Borghese, sente l’urgenza di commentare così le polemiche sul film Teorema: “Sono convinto che tanti film sull’omosessualità hanno fatto diventare del tutto normale e legittima questa forma di rapporto anormale”. Perfino su Il manifesto si trovano battute omofobe: “La tesi [di Pasolini] ridotta all’osso (sacro) è molto chiara…” (21 gennaio 1975). Come ha scritto Tullio De Mauro:

I fiotti neri finiscono con l’inquinare anche acque relativamente lontane. Il linguaggio verbale non è fatto solo di ciò che diciamo e udiamo. È fatto anche di ciò che, nella memoria comune, circonda e alona il detto e l’udito. Il non-detto pesa accanto al detto, ne orienta l’apprezzamento e intendimento. Chi legge nell’Espresso del 18 febbraio 1968 il pezzo Pasolini benedice i nudisti con foto di giovanotto ciociaro nudo a cavallo di violoncello, è coinvolto dagli effetti del fiotto nero d’origine fascista, gli piaccia o no e lo volessero o no i redattori del settimanale radical-socialista.

È una vasta campagna a favorire, o meglio, istigare non solo le azioni poliziesche e giudiziarie, ma anche le aggressioni fisiche da parte di fascisti. Fascisti mai toccati dalla magistratura, che poi finiranno in diverse inchieste sulla strategia della tensione, come Serafino Di Luia, Flavio Campo e Paolo Pecoriello.

Il 13 febbraio 1964, davanti alla Casa dello studente di Roma, una Fiat 600 cerca di investire un gruppo di amici di Pasolini che difendevano quest’ultimo da un agguato fascista. A guidare l’auto è Adriano Romualdi, discepolo di Julius Evola e figlio di Pino, deputato e presidente del Movimento sociale italiano (Msi). L’episodio è riportato con dettagli e fonti in tutte le biografie di Pasolini, mentre è assente dalla voce che Wikipedia dedica a Romualdi.

Pasolini non querela, né per le diffamazioni a mezzo stampa né per le aggressioni fisiche. È una scelta meditata: non vuole abbassarsi al livello dei suoi persecutori. Inoltre, se querelasse non farebbe che aumentare la già enorme quantità di tempo che trascorre in tribunale.

3. Come mai?

Come mai una simile persecuzione? Perché era omosessuale? Tra gli artisti e gli scrittori non era certo l’unico. Perché era omosessuale e comunista? Sì, ma nemmeno questo basta. Perché era omosessuale, comunista e si esprimeva senza alcuna reticenza contro la borghesia, il governo, la Democrazia cristiana, i fascisti, la magistratura e la polizia? Sì, questo basta. Sarebbe bastato ovunque, figurarsi in Italia e in quell’Italia.

Pasolini, ha scritto Alberto Moravia, scandalizzava quella “borghesia italiana che in quattro secoli ha creato i due più importanti movimenti conservatori d’Europa, cioè la controriforma e il fascismo”.

La borghesia italiana si è vendicata e, in modi più obliqui, continua a vendicarsi. La fandonia di “Pasolini che stava con la polizia”, ripetuta dai fascisti, dai perbenisti e dai falsi anticonformisti di oggi, prosegue la révanche dei fascisti, dei perbenisti e dei falsi anticonformisti di ieri.

Anche l’apologia postuma di un Pasolini semplificato, appiattito, lucidato e ridotto a santino fa parte della révanche.

4. “Non potranno mentire in eterno”

Nel marzo 1960 Fernando Tambroni, già ministro dell’interno e poi del bilancio, diventa capo di un governo monocolore Dc. L’esecutivo si forma grazie ai voti dei parlamentari missini. Appena quindici anni dopo la liberazione, una forza neofascista si avvicina all’area di governo. Proteste e disordini esplodono in tutto il paese. Il 30 giugno, decine di migliaia di manifestanti si scontrano con la polizia a Genova, città operaia e partigiana scelta dall’Msi per il suo congresso. Il 7 luglio, a Reggio Emilia, polizia e carabinieri sparano su una manifestazione sindacale uccidendo cinque persone. Il 19 luglio, Tambroni si dimette.

La rivista Vie nuove – su cui Pasolini tiene una rubrica dove dialoga con i lettori – produce all’istante un disco sull’eccidio di Reggio Emilia. Si tratta della registrazione della sparatoria. Su Vie nuove, anno XV, numero 33, del 20 agosto 1960, Pasolini commenta: “Quello che colpisce […] è la freddezza organizzata e meccanica con cui la polizia ha sparato: i colpi si succedono ai colpi, le raffiche alle raffiche, senza che niente le possa arrestare, come un gioco, quasi con la voluttà distratta di un divertimento”.

Sono i giorni del processo al criminale nazista Eichmann, e Pasolini collega le due storie:

Egli uccideva così, con questo distacco freddo e preveduto, con questa dissociazione folle. È da prevedere che le giustificazioni dei poliziotti […] saranno del tutto simili a quelle già ben note… Anch’essi parleranno di ordini, di dovere ecc. […] La polizia italiana… si configura quasi come l’esercito di una potenza straniera, installata nel cuore dell’Italia. Come combattere contro questa potenza e questo suo esercito? […] Noi abbiamo un potente mezzo di lotta: la forza della ragione, con la coerenza e la resistenza fisica e morale che essa dà. È con essa che dobbiamo lottare, senza perdere un colpo, senza desistere mai. I nostri avversari sono, criticamente e razionalmente, tanto deboli quanto sono poliziescamente forti: non potranno mentire in eterno.

Nel 1961 Pasolini gira il suo primo film, Accattone. In un paese dove si legge pochissimo, il cinema è potenzialmente più pericoloso della letteratura.
La riprovazione borghese, la censura e la repressione scatenate dai film di Pasolini (tutti, nessuno escluso) saranno incommensurabilmente maggiori di quelle scatenate dai libri e dagli articoli. Se poi in un film riemerge la storia di come morì Marcello Elisei…

Nel 1962, il finale di Mamma Roma – film che scatena violenze fasciste ed è subito proibito dalla censura – mostra il giovane Ettore che muore in prigione, gemente, febbricitante e invocante la mamma, legato in mutande e canottiera a un letto di contenzione. “Aiuto, aiuto, perché mi avete messo qua?… Non lo faccio più, lo giuro, non lo faccio più… So’ bono, adesso… Mamma, sto a mori’ de freddo… Sto male… Mamma!… Mamma, sto a mori’… È tutta notte che sto qua… Nun je ‘a faccio più…”.

Il 31 agosto 1962 il tenente colonnello Giulio Fabi, comandante del gruppo carabinieri di Venezia, denuncia Mamma Roma per oscenità e si premura di aggiungere: “Si fa presente che l’autore e regista Pasolini e uno degli interpreti, il Citti, dovrebbero avere precedenti penali presso il tribunale di Roma”. Tra coloro che seguono e apprezzano Pasolini circola l’ipotesi che a irritare l’arma sia stato il finale del film.

Da qui in avanti, Pasolini è investito da un’onda d’urto censoria e repressiva che non ha corrispettivi nella carriera di altri artisti italiani.

5. “Distruggere il Potere”

Ecco il senso dell’avverbio “ovviamente”, usato da Pasolini per rafforzare una premessa che ritiene importante. È del tutto ovvio che PPP sia contro l’istituzione della polizia.

Ancora più ovvio il verso che segue: “Ma provate a prendervela con la magistratura, e vedrete!”. Quella magistratura che tanto ha perseguitato, continua e continuerà a perseguitare Pasolini, anche dopo la morte.

È a partire da questa posizione che l’autore della poesia Il Pci ai giovani affida a un mucchio di “brutti versi” – definizione sua – una riflessione confusa, che deraglia subito e diventa uno sfogo, un’invettiva antiborghese. Come scriverà poco dopo: “Sono troppo traumatizzato dalla borghesia, e il mio odio verso di lei è ormai patologico”.

Ma per quanto l’invettiva possa essere brutta sul piano formale e carente di focus nei contenuti, dopo averla letta tutta (tutta intera, non solo i 4-5 versi estrapolati e branditi come randelli da questo o quello scagnozzo) è difficile concludere che “Pasolini stava con la polizia”.

Pasolini descrive i poliziotti che si sono scontrati con gli studenti a Valle Giulia come “umiliati dalla perdita della qualità di uomini / per quella di poliziotti”. L’istituzione della polizia disumanizza. Per questo gli studenti – “quei mille o duemila giovani miei fratelli / che operano a Trento o a Torino, / a Pavia o a Pisa, / a Firenze e un po’ anche a Roma” – sono comunque “dalla parte della ragione” e la polizia “dalla parte del torto”. Se non si capisce questo, non si coglie l’intento paradossale di Pasolini. Il paradosso gli serve a precisare che la vera rivoluzione non la faranno mai gli studenti, perché sono figli di borghesi. Al massimo potranno fare una “guerra civile”, in questo caso generazionale, in seno alla borghesia. La rivoluzione, dice Pasolini, possono farla solo gli operai, ai quali la grande stampa borghese non leccherà mai il culo, come invece – nell’iperbole pasoliniana – sta facendo con gli studenti. Sono gli operai il vero pericolo per il potere capitalistico, dunque saranno loro a subire la repressione poliziesca più pesante: “La polizia si limiterà a prendere un po’ di botte dentro una fabbrica occupata?”, si chiede retoricamente l’autore. Quindi, è proprio là che dovranno trovarsi gli studenti, se vogliono essere rivoluzionari: tra gli operai. “I Maestri si fanno occupando le Fabbriche / non le università”. Ma soprattutto, gli studenti devono riprendere in mano “l’unico strumento davvero pericoloso / per combattere contro i [loro] padri: / ossia il comunismo”. Pasolini li invita a impadronirsi del Pci, partito che ha “l’obiettivo teorico” di “distruggere il Potere” (quell’estinzione dello stato che Marx pone a obiettivo finale della lotta di classe e del socialismo) ma è finito in indegne mani, le mani di “signori in modesto doppiopetto”, “borghesi coetanei dei vostri stupidi padri”. Occupare le federazioni del Pci, dice Pasolini, aiuterebbe il partito a “distruggere, intanto, ciò che di borghese ha in sé”.

Questa esortazione occupa tutta la seconda metà del testo, ma – guarda caso – non viene mai citata.

Lo so, ti gira la testa. Ti avevano detto che Il Pci ai giovani parlava bene della repressione poliziesca. Hai sentito versi di questa poesia citati da pubblici ministeri mentre chiedevano pene pesantissime per i No Tav. Li hai uditi dalle labbra di Belpietro. Li hai letti nei comunicati del Sap e del Coisp…

6. Un infame mantra

Il Pci ai giovani fu attaccata subito, e non solo dagli studenti che criticava. Franco Fortini riempì Pasolini di insulti. Sotto il cumulo di quegli insulti, le critiche erano giuste. Pasolini provò a spiegarsi, cercando di non rimangiarsi il paradosso. Quei versi erano “brutti” perché non erano bastati “da soli a esprimere ciò che l’autore [voleva] esprimere”. Erano versi “’sdoppiati’, cioè ironici, autoironici. Tutto è dettotra virgolette”. Parlò di “boutade”, di “captatio malevolantiae”, ma non arretrò mai dal punto che aveva scelto e deciso di difendere: l’invito agli studenti a “operare l’ultima scelta ancora possibile […] in favore di ciò che non è borghese”.

Ma ormai la frittata era fatta e sarebbe rimasta a fumigare in padella per i quarant’anni e passa a venire, per la gioia di “postfascisti”, ciellini, sindacati gialli, teste da talk-show, scrittori tuttologi esternazionisti, commentatori pavloviani.

Ogni volta che si manifesta il conflitto sociale e la polizia interviene a reprimerlo riparte, come lo ha chiamato un cattivo maestro, “l’infame mantra” su Pasolini che stava con la polizia e i manganelli. Con quel mantra si è giustificato ogni ricorso alla violenza da parte delle forze dell’ordine. Bastonate, candelotti sparati in faccia, gas tossici, l’uccisione di Carlo Giuliani, l’irruzione alla scuola Diaz di Genova, la solidarietà di corpo agli assassini di Federico Aldrovandi eccetera. Periodicamente, frasi decontestualizzate sui manifestanti “figli di papà” e i poliziotti proletari sono usate contro precari, sfrattati o popolazioni che si oppongono alla devastazione del proprio territorio.

Ho però il sospetto che il mantra si sia imposto solo a partire dagli anni novanta, insieme a certe “appropriazioni” del pensiero di Pasolini. Sicuramente, nel periodo 1968-75 nessun detentore del potere, nessun membro del blocco d’ordine lesse quei versi come davvero apologetici della repressione. Basti vedere come proseguirono i rapporti tra Pasolini, la polizia e la magistratura, e come si evolsero quelli tra Pasolini, il movimento studentesco e le sinistre extraparlamentari.

7. “Propaganda antinazionale”

Nell’agosto 1968, due mesi dopo la polemica su Il Pci ai giovani, Pasolini partecipa alla contestazione contro la Mostra d’arte cinematografica di Venezia, occupa il palazzo del cinema al Lido, subisce lo sgombero poliziesco e si prende l’ennesima denuncia. Sarà processato insieme ad altri registi, con l’accusa di aver “turbato l’altrui pacifico possesso di cose immobili”. Verrà assolto nell’ottobre 1969.

Sulla rivista Tempo, anno XXX, numero 39, del 21 settembre 1968, la rubrica Il Caos tenuta da Pasolini contiene una “Lettera al Presidente del Consiglio”, che in quei giorni è Giovanni Leone, non ancora “quirinato” né impeached. Lo scrittore accusa il capo del governo per la repressione a Venezia. Quanti credono che Pasolini fosse contro il ‘68 e i contestatori trasecolerebbero leggendo questo passaggio (corsivo mio):

Nel ’44-’45 e nel ’68, sia pure parzialmente, il popolo italiano ha saputo cosa vuol dire – magari solo a livello pragmatico – cosa siano autogestione e decentramento, e ha vissuto, con violenza, una pretesa, sia pure indefinita, di democrazia reale. La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratiche-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline.

Leone risponde arzigogolando, Pasolini continua a mirare diritto e sul numero 41 del 5 ottobre 1968 ribadisce: “Io ero presente, quella notte. E ho visto coi miei occhile violenze della polizia”.

Per chiedere – e il più delle volte ottenere – il sequestro delle opere di Pasolini agiscono in prima persona membri delle forze dell’ordine

Due mesi dopo, sul numero 52 del 21 dicembre 1968, Pasolini commenta l’ennesimo eccidio per mano poliziesca – due braccianti crivellati di colpi ad Avola, in Sicilia – e sostiene la proposta, fatta da un Pci ancora lontano dall’appoggio alle leggi speciali, di disarmare la polizia:

Disarmare la polizia significa infatti creare le condizioni oggettive per un immediato cambiamento della psicologia del poliziotto. Un poliziotto disarmato è un altro poliziotto. Crollerebbe di colpo, in lui, il fondamento della ‘falsa idea di sé’ che il Potere gli ha dato, addestrandolo come un automa.

In una puntata della rubrica rimasta inedita e ritrovata da Gian Carlo Ferretti, Pasolini risponde a una lettrice di destra, tale Romana Grandi, che gli ha inviato un volantino dell’Msi-Dn pieno di ingiurie nei confronti suoi e di altri intellettuali: “Un piccolo sforzo potrebbe pur farlo, visto che scrive e riscrive di essere una lavoratrice: non si è accorta che coloro che sono colpiti dalla polizia sono i lavoratori (e gli studenti che lottano accanto ai lavoratori)?”.

L’autunno del ’69 – il cosiddetto autunno caldo – è una stagione di grandi lotte e vittorie operaie. Il 12 dicembre, per tutta risposta, esplode la bomba in piazza Fontana. A ruota, parte la montatura per colpire gli anarchici, le sinistre e il movimento operaio. Il 15 dicembre muore Giuseppe Pinelli. Il 16 dicembre, l’inviato del Tg1 Bruno Vespa comunica a milioni di persone che “Pietro Valpreda è il colpevole, uno dei responsabili della strage di Milano”. L’anarchico Valpreda diventa il mostro.

Pasolini, Moravia, Maraini, Asor Rosa e altri intellettuali firmano un appello “contro l’ondata repressiva”. Sul Borghese del 28 dicembre 1969, Alberto Giovannini coglie la palla al balzo e scrive:

Tra gli arrestati, oltre al Valpreda, uso a voltare la schiena non solo all’odiata borghesia ma anche agli amati giovinetti, vi sono molti ‘travestiti’ e ‘checche’; e il fatto non può lasciare indifferente P. P. Pasolini, che dei capovolti di tutta Italia è, di certo, il padre spirituale, visto che la natura ingrata […] non gli ha consentito di esserne la madre.

Sul numero 2, anno XXXII, di Tempo, del 10 gennaio 1970, Pasolini si rivolge al deputato socialdemocratico Mauro Ferri e scrive:

L’estremismo dei gruppi minoritari ed extraparlamentari di sinistra non ha portato in nessun modo (è infame solo pensarlo) alla strage di Piazza Fontana: esso ha portato alla grande vittoria dei metalmeccanici. Prima chePotere Operaio e gli altri gruppi minoritari extra-partitici agissero, i sindacati dormivano.

Dal 1 marzo 1971, per due mesi, Pasolini si presta a fare il direttore responsabile del giornale Lotta Continua, accettando il rischio di essere inquisito, rinviato a giudizio e processato per i contenuti del giornale. Cosa che succede il 18 ottobre dello stesso anno, per avere “istigato militari a disobbedire le leggi […], svolto propaganda antinazionale e per il sovvertimento degli ordinamenti economici e sociali costituiti dallo Stato [e] pubblicamente istigato a commettere delitti”. Pena massima prevista dal codice: 15 anni di reclusione. Testimoni per l’accusa: ufficiali, sottufficiali e agenti della pubblica sicurezza e dei carabinieri.

Dopo questo rinvio a giudizio, in spregio a qualsivoglia presunzione d’innocenza, la Rai blocca la messa in onda del programma di Enzo Biagi Terza B: facciamo l’appello. Oggi è una delle più famose apparizioni televisive di Pasolini, ma molti non sanno che fu censurata e andò in onda solo dopo la sua morte, cinque anni dopo essere stata registrata.

Nel frattempo, per chiedere – e il più delle volte ottenere – il sequestro delle opere di Pasolini agiscono in prima persona membri delle forze dell’ordine. A Bari, l’ispettrice di polizia Santoro segnala l’oscenità “orripilante” del film Decameron. Ad Ancona, contro la medesima pellicola sporge denuncia l’ispettore forestale Lorenzo Mannozzi Torini, secondo Wikipedia un “pioniere della tartuficoltura”.

Certamente provato ma per nulla intimidito, Pasolini finanzia e gira insieme al collettivo cinematografico di Lotta continua (Lc) un documentario-inchiesta su piazza Fontana e sullo stato delle lotte in Italia. Sceneggiato da Giovanni Bonfanti e Goffredo Fofi, il documentario esce nel 1972 con il titolo 12 dicembre e la dicitura “Da un’idea di Pier Paolo Pasolini”.

Ancora nel novembre 1973, quando il rapporto con Lc è teso e sull’orlo della rottura, Pasolini dichiara: “I ragazzi di Lotta continua sono degli estremisti, d’accordo, magari fanatici e protervamente rozzi dal punto di vista culturale, ma tirano la corda e mi pare che, proprio per questo, meritino di essere appoggiati. Bisogna volere il troppo per ottenere il poco”.

8. “Le nostre vecchie conoscenze”

L’ultima stagione, quella “corsara” e “luterana”, è segnata dalla reiterata, implacabile richiesta di un grande processo alla Democrazia cristiana, ai suoi dirigenti e notabili, ai complici delle sue politiche.

Dopo Il Pci ai giovani, sono alcune formule-shock del Pasolini 1974-75 a detenere il primato delle decontestualizzazioni e delle letture strumentali.

Per esempio, si estrapolano paradossi come “il fascismo degli antifascisti” per difendere le adunate di estrema destra, guardandosi bene dal dire che Pasolini usava l’espressione per attaccare l’ipocrisia del cosiddetto arco costituzionale, l’insieme dei partiti al potere, quelli che – dice in un’intervista del giugno 1975 – “continueranno a organizzare altri assassinii e altre stragi, e dunque a inventare i sicari fascisti; creando così una tensione antifascista per rifarsi una verginità antifascista, e per rubare ai ladri i loro voti; ma, nel tempo stesso, mantenendo l’impunità delle bande fasciste che essi, se volessero, liquiderebbero in un giorno”.

Senza il contesto cosa rimane? Una manciata di immagini – le lucciole, la fine del mondo contadino, i corpi omologati dei capelloni – ridotte a cliché e rese innocue. Rimane il “mito tecnicizzato” di uno pseudoPasolini light e lactose-free, propinato dalla stessa cultura dominante che perseguitò Pasolini, dagli eredi giornalistici dei suoi diffamatori e dagli eredi politici di chi lo aggrediva per strada.

L’8 ottobre 1975, sul Corriere della Sera, Pasolini commenta la messa in onda diAccattone da parte della Rai. Nel suo film d’esordio, scrive, metteva in scena due fenomeni di continuità tra regime fascista e regime democristiano: “Primo, la segregazione del sottoproletariato in una marginalità dove tutto era diverso; secondo, la spietata, criminaloide, insindacabile violenza della polizia”.

Nella polizia fascista di Madrid e Barcellona, scrive Pasolini, rivediamo la nostra polizia

Riguardo al primo fenomeno, scrive Pasolini, la società dei consumi ha “integrato” e omologato anche i sottoproletari, le loro abitudini, i loro corpi. Ergo, il mondo rappresentato in Accattone è finito per sempre.

È trascorso poco tempo, ma quelle parti di Roma sono cambiate. Pasolini le attraversa e dietro ogni incrocio, dietro ogni edificio, dietro ogni capannello di giovani vede – in una sovrapposizione lievemente sfasata – com’erano l’incrocio, l’edificio e quei giovani solo poco tempo prima. Tutto è in apparenza simile, ma la tonalità emotiva è alterata, la nota di fondo è irriconoscibile. Per un potente resoconto psicogeografico su tale “doppiezza” rimando alla passeggiata del Merda in Petrolio, Appunti 71-74a.

Ma cosa dice Pasolini del secondo fenomeno di continuità tra regime fascista e regime democristiano? “Su questo punto c’intendiamo subito tutti”, scrive, e sa di essere provocatorio. Sta parlando ai lettori del Corsera, è implausibile che tutti siano d’accordo nel ritenere “spietata” e “criminaloide” la violenza della polizia.

Ma l’autore è adamantino: “È inutile spendere parole. Parte della polizia è ancora così”. Segue un riferimento alla polizia spagnola, la guardia civil del regime franchista. Riferimento oggi incomprensibile, se non si sa cosa accadeva in Spagna in quei giorni. Ecco un titolo da l’Unità del 5 ottobre 1975: “Tortura a Madrid. / È stata usata dalla polizia franchista in modo sistematico contro non meno di 250 baschi. – Le conclusioni di un’inchiesta di Amnesty International – Testimonianze agghiaccianti”.

Il passaggio è rapido, ma non superficiale. Ci mostra un altro “doppio mondo” sfasato. Nella polizia fascista di Madrid e Barcellona, scrive Pasolini, rivediamo la nostra polizia, “le nostre vecchie conoscenze in tutto il loro squallido splendore”.

uomochesorride

9. L’uomo che sorride

Tre settimane dopo, la notte tra il 1 e il 2 novembre, il corpo di Pasolini giace nel fango di Ostia, massacrato, ridotto a un unico cencio intriso di sangue.

Ora, per chiudere, prendo in prestito le parole di Roberto Chiesi:

Se guardate tra le terribili foto del ritrovamento del cadavere di Pasolini, ce n’è una, forse la più terribile, che mostra il corpo rovesciato e martoriato, con intorno alcuni inquirenti e poliziotti seduti sulle ginocchia. In particolare c’è un poliziotto seduto accanto al cadavere di Pasolini, che sorride. La foto lo mostra in maniera inequivocabile: è un sorriso di scherno, di disprezzo. Questa immagine può essere presa a campione di tutta un’Italia deteriore, da rifiutare, condensata in quell’immagine in bianco e nero, apparsa sulle prime pagine di tanti giornali dell’epoca.

Pasolini continuava a essere contro la polizia, la polizia continuava a essere contro Pasolini.

 

fonte: Internazionale

In Nepal una presidente femminista e comunista da: rifondazione comunista

In Nepal una presidente femminista e comunista

di Emanuele Giordana

Nepal. Il nuovo capo dello Stato del Nepal è una donna. È comunista (non maoista, ma ha avuto i voti anche dei maoisti), ha 54 anni, si chiama Bidhya Devi Bhandari. Il suo curriculum sono le battaglie in difesa delle donne in una società dominata dai maschi e dalle caste alte che dettano ancora la legge non scritta della tradizione

Il nuovo capo dello Stato del Nepal è una donna. Una donna comu­ni­sta. Ha 54 anni, si chiama Bid­hya Devi Bhan­dari e ha un cur­ri­cu­lum di tutto rispetto dove spic­cano le bat­ta­glie in difesa delle donne in una società domi­nata dai maschi e dalle caste alte che det­tano ancora – anche se forse sem­pre meno – la legge non scritta della tradizione.

La sua ele­zione è una sor­presa due volte. Per­ché per una donna non è facile farsi strada in Nepal e lei è la prima donna pre­si­dente del suo Paese e per­ché il suo sfi­dante, Kul Baha­dur Gurung, è comun­que una figura di peso anche se ha perso: è il lea­der del Con­gresso nepa­lese, il primo par­tito del Paese. Ma il voto del par­la­mento, dove il secondo e il terzo par­tito sono della mede­sima area, le ha dato una mag­gio­ranza piena: 327 voti su 549. Non è maoi­sta, come forse l’immaginario col­let­tivo la pensa alla noti­zia che in Nepal ha vinto una comu­ni­sta. Ma i voti dei maoi­sti (The Uni­fied Com­mu­nist Party of Nepal-Maoist, 80 seggi su 575) sono stati determinati.

Il suo par­tito, Com­mu­nist Party of Nepal-Unified Marxist–Leninist, poteva con­tare solo su 175 scranni. L’alleanza ha retto men­tre al par­tito del Con­gresso invece non sono bastati gli alleati e i 196 seggi gua­da­gnati nelle ultime ele­zioni (2013). La con­vi­venza coi maoi­sti, che un prezzo lo avranno pur chie­sto, non rap­pre­senta al momento un pro­blema: Bhan­dari può con­tare sul primo mini­stro Sharma Oli– l’uomo che ha il potere ese­cu­tivo in Nepal – che è comu­ni­sta come lei, ed è anzi è il capo del par­tito di cui lei è comun­que stata vice­pre­si­dente. La poli­tica la cono­sce bene: nella base, nel par­tito, nel governo dove Bhan­dari ha già rico­perto un inca­rico isti­tu­zio­nale. E’ stata mini­stro della Difesa, un ruolo deli­cato in un Paese dove la guerra civile è stata una realtà per dieci anni e che si è con­clusa con un accordo poli­tico solo nel 2006 dopo 15mila vit­time e tra 100 e 150mila sfol­lati interni. Da allora il Paese ha cam­biato faccia.

Il cam­mino è stato lungo e resta ancora dif­fi­cile. Que­sta pic­cola nazione hima­la­yana, cer­niera tra India e Cina, con solo 30 milioni di abi­tanti sparsi su un ter­ri­to­rio grande la metà dell’Italia (147mila kmq) e con­no­tato da mon­ta­gne altis­sime e da un’enorme diso­mo­ge­neità etnico lin­gui­stica, è stata una monar­chia mono­li­tica fino al 2008. Caduta pagando un prezzo ele­vato. E’ un vasto movi­mento popo­lare ad averla abbat­tuta ma sono stati i maoi­sti a segnare il punto di svolta. Una svolta dif­fi­cile che alla fine por­terà, solo nel set­tem­bre scorso, alla nuova, sof­ferta Costituzione.

Nuova e inno­va­tiva per­ché è la prima in Asia che pro­teg­gere ad esem­pio i diritti dei gay. Sof­ferta per­ché la sua appro­va­zione è stata bagnata dal san­gue di 40 morti nelle mani­fe­sta­zioni di piazza che hanno pre­ce­duto il voto finale a cui si è arri­vati con molte dif­fi­coltà. Non ancora finite. La Costi­tu­zione, che fa del pic­colo Paese mon­tano una repub­blica fede­rata di sette pro­vince, lascia scon­tente molte mino­ranze in una nazione dove si par­lano oltre cento lin­gue diverse e dove le comu­nità più mar­gi­nali e peri­fe­ri­che si sen­tono sotto rap­pre­sen­tate. Una sfida per la nuova presidente.

Non­di­meno, il Paese va avanti, in un equi­li­brio dif­fi­cile recen­te­mente tur­bato dal sisma che ha fatto strage di uomini, ani­mali, abi­ta­zioni, strut­ture e monu­menti anche nella capi­tale (400mila vivono ancora in rifugi ina­de­guati all’inverno che si sta avvi­ci­nando, secondo la rete di Ong ita­liane “Agire”). Un Paese dove i nodi del sot­to­svi­luppo restano in gran parte intatti in una zona del mondo domi­nata ancora dalle regole castali e da rap­porti semi feu­dali che rego­lano la vita di comu­nità pre­va­len­te­mente agri­cole (75% della forza lavoro). Un Paese in equi­li­brio dif­fi­cile anche per la sua posi­zione geo­gra­fica di Stato “cusci­netto” schiac­ciato tra i due grandi colossi del con­ti­nente, Delhi e Pechino. Che ora cul­lano, ora minac­ciano, alla ricerca di una supre­ma­zia che per anni è stata gua­da­gnata dall’India che di gran parte del Nepal influenza cul­tura e tra­di­zione e che preme ai suoi con­fini con uno degli eser­citi più potenti del mondo.

I cinesi non sono da meno: guar­dano con occhio tra­verso le comu­nità bud­di­ste e tibe­tane che in quel Paese tro­vano rifu­gio e pro­vano a stuz­zi­care Kath­mandu con la pro­messa dello svi­luppo. Pro­prio ieri il Nepal ha fir­mato un accordo con la Cina che di fatto mette fine al mono­po­lio indiano per le for­ni­ture dei pro­dotti petro­li­feri. Si tratta di un mono­po­lio che durava da 45 anni.

Anche que­sti nodi su un pet­tine sfi­lac­ciato toc­che­ranno a Bid­hya Devi Bhan­dari, una sto­ria di mili­tanza poli­tica, di bat­ta­glie in difesa delle donne e delle mino­ranze (che potreb­bero essere un suo punto di forza) e una sto­ria per­so­nale gra­vata da un dramma che le ha tolto il marito, Madan Bhan­dari, uno dei più noti lea­der comu­ni­sti del Paese: è vit­tima di un inci­dente di auto nel 1993 su cui si sono acca­val­lati molti dubbi che nes­suna inchie­sta è riu­scita a chiarire.

Dall’altra parte della bar­ri­cate, accanto all’appoggio indi­scusso del pre­mier, resta comun­que il potente par­tito del Con­gresso, pas­sato indenne per tutte le sta­gioni (è nato nella sua forma pri­mi­ge­nia nel 1947 e ha vinto le prime ele­zioni demo­cra­ti­che nel 1991) e un par­tito maoi­sta con un lea­der cari­sma­tico, Pushpa Kamal Dahal, più comu­ne­mente noto come il com­pa­gno Pra­chanda. Si dovrà tenerne conto come si dovrà tener conto dell’applicazione della prima Costi­tu­zione repub­bli­cana del Paese, in que­sti mesi alla sua prima vera prova del fuoco.

In Portogallo è in atto un crimine contro la democrazia Fonte: Hufffington postAutore: Alfonso Gianni

Desta sgomento se non vera e propria indignazione il silenzio su quanto sta avvenendo in Portogallo dopo la tornata elettorale che ha visto le destre perdere più dell’11% dei consensi e quindi la maggioranza assoluta. Fatta eccezione per la stampa specialista e quella politicamente agguerrita, i mass media generalisti del nostro paese ignorano il vero e proprio crimine contro la democrazia che il Presidente del Portogallo, Anibal Cavaco Silva sta mettendo in atto.

Malgrado che – con qualche sorpresa non solo dei commentatori internazionali, ma persino degli stessi  protagonisti diretti – le sinistre in Portogallo fossero riuscite a trovare un accordo per potere governare il paese, potendo contare su un ruolo e un comportamento dei socialisti in controtendenza rispetto a quelli della socialdemocrazia europea. Malgrado che nel parlamento eletto lo scorso 4 ottobre i conservatori abbiano 107 seggi, mentre i socialisti 86, i comunisti 17 e il Bloco de Esquerda – la formazione di sinistra vicina alla Syriza di Tsipras – 19. Malgrado che  quindi la maggioranza parlamentare, che è di 116 seggi, appartenga a queste tre ultime formazioni politiche, potendo esse contare su 122 voti. Malgrado che pochi giorni fa il Parlamento portoghese abbia eletto, come proprio Presidente,  Eduardo Ferro Rodrigues con 120 voti provenienti dai partiti della sinistra. Malgrado tutto ciò, il Presidente del Portogallo ha incaricato il leader conservatore Passos Coelho, uscito pesantemente ridimensionato dalla prova elettorale,  di formare un governo che inevitabilmente sarà di minoranza.

Ancora più sconcertanti, se possibile, sono le motivazioni della scelta presidenziale. Il capo dello Stato portoghese ha infatti dichiarato che “In 40 anni di democrazia, nessun governo in Portogallo è mai dipeso dall’appoggio di forze politiche antieuropeiste…che chiedono di abrogare il Trattato di Lisbona, il Fiscal Compact, il Patto di Crescita e di Stabilità…che vogliono portare il Portogallo fuori dall’Euro … e dalla Nato” e che quindi sarebbe suo preciso dovere e rientrerebbe nei suoi poteri costituzionali “fare di tutto ciò che è possibile per prevenire l’invio di falsi segnali alle istituzioni finanziarie, agli investitori e ai mercati”.

Il programma di governo delle sinistre portoghesi non è affatto antieuropeista, è per cambiare l’Europa in senso sociale e democratico. Vuole  evitare che il paese sia nuovamente sottoposto ad un altro memorandum di politiche economiche recessive e di impoverimento sociale. Già cinque sono stati quelli comminati dalla Ue al paese lusitano e il partito di Passos Coelho ha perso la maggioranza assoluta proprio perché ne rivendicava la bontà, cosa che evidentemente non è piaciuta affatto all’elettorato portoghese.  Comunque a un capo dello stato compete solo la tutela della Costituzione del proprio paese e non certo di sindacare l’indirizzo politico delle forze che vincono le elezioni.

Ciò che quindi risulta sconvolgente da queste dichiarazioni presidenziali è la palese ammissione di una totale sottomissione alla logica dei mercati finanziari, veri dominus della situazione europea e internazionale, capaci in quanto tali di prevalere su qualsiasi indicazione democratica espressa dalla volontà popolare. Si dirà, e giustamente, che questo era già accaduto, in particolare in Grecia, ma in questo caso repetita non iuvant , anzi dimostrano il carattere a-democratico della costruzione europea e la violenza della reazione appena forze di sinistra conquistano il consenso popolare. Il sostanziale silenzio dei mass media chiude il cerchio, mostrando a quale infimo livello è giunta la sensibilità democratica dei grandi organi di informazione in particolare nel nostro paese.

Ma la partita è tutt’altro che chiusa. Sia in Portogallo che in Europa. I partiti di sinistra hanno già annunciato di non volere concedere la fiducia, che dovrà essere votata entro il 9 novembre. Se, come i numeri sulla carta ci dicono, il nuovo esecutivo non dovesse ricevere l’avvallo del parlamento, il presidente dovrebbe scegliere se confermare Passos Coelho fino allo scioglimento dell’assemblea o incaricare il leader del Ps ed ex sindaco di Lisbona António Costa, che tra i partiti delle sinistre è il maggiore. Si deve altresì tenere conto che non è possibile sciogliere il Parlamento e convocare elezioni anticipate prima di gennaio, perché il Portogallo è entrato nel semestre bianco che precede l’elezione di un nuovo presidente della repubblica.

E allora, che senso potrebbe avere la scelta del capo dello Stato portoghese? Solo quello di affidarsi alla speranza che si provochi un ripensamento, ovvero una spaccatura all’interno del partito socialista portoghese, considerato come l’anello più debole del patto stretto tra le sinistre. Per ora non sembra. Anzi l’effetto dell’atto presidenziale è stato piuttosto quello di compattare il partito. Sarà decisivo nei prossimi giorni vedere quale sarà il comportamento degli altri partiti socialisti e socialdemocratici a livello europeo. Finora la reazione più significativa è venuta dal Partito socialista francese, il cui segretario, Jean Christophe Cambadelis, ha dichiarato in una nota di sostenere “l’alternativa rappresentata dai socialisti e dalla coalizione di sinistra”. Se i pronunciamenti di questo tipo aumenteranno e se si svilupperà una pressione democratica popolare a livello europeo, il governo di minoranza della Troika avrà vita effimera. E sarebbe un segnale importante anche per le prossime e vicine elezioni spagnole, oltre che per l’Europa nel suo complesso.

CATANIA 30 ottobre 2015 consegna ai partigiani delle Medaglie della Liberazione.

Catania 30 ottobre 2015 nel salane della Prefettura alla presenza delle autorità civili e militari sono state consegnate le Medaglie della Liberazione ai partigiani Salvatore Militti, Santino Serranò, Cola Di Salvo e Antonino Mangano.

 

 

MEDAGLIA DELLA LIBERAZIONE

MEDAGLIA DELLA LIBERAZIONE

Militti Salvatore

Militti Salvatore

Santino Serranò

Santino Serranò

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Cola Di Salvo

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Prefetto Federico e le autorità intervenute

Prefetto Federico e le autorità intervenute

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Presidente ANPI Catania Santina Sconza

Presidente ANPI Catania Santina Sconza

Salvatore Militti

Salvatore Militti

Santino Serranò

Santino Serranò

Cola Di Salvo

Cola Di Salvo

Patrizia Mangano figlia del partigiano Antonino

Patrizia Mangano figlia del partigiano Antonino

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foto di gruppo con componenti della segreteria e comitato provinciale ANPI Catania, Longhitano, Ungheri, Giammusso, Parisi, Sconza, Scirè, Costanzo

foto di gruppo con componenti della segreteria e comitato provinciale ANPI Catania, Longhitano, Ungheri, Giammusso, Parisi, Sconza, Scirè, Costanzo

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Elicotteri militari usa atterrano fra i templi a Selinunte: “Scusate, per Sigonella?” da: larepubblica palermo.it

 

“Abbiamo sentito il rumore fortissimo dei velivoli che si abbassavano e siamo accorsi verso un’area normalmente adibita a pascolo, trovandoci di fronte a due grandi elicotteri militari”, spiega Giuseppe Scuderi, dirigente dell’area
di TULLIO FILIPPONE

Elicotteri militari usa atterrano fra i templi a Selinunte: “Scusate, per Sigonella?”
Cercavano la base di Sigonella ma sono aterrati fra i templi di Selinunte. Il rumore assordante delle pale, un grande spostamento di aria che piega l’erba alta e due grandi elicotteri da guerra battenti bandiera americana che atterrano all’improvviso su una radura adibita a pascolo. Non è un set di un film hollywoodiano, ma la scena imprevista che si è presentata agli occhi increduli del personale del parco archeologico di Selinunte. Martedì scorso, intorno alle 15.30, due elicotteri militari, molto probabilmente appartenenti alle esercitazioni della missione Nato “Trident Juncture 2015”, che proseguiranno fino al 6 novembre con l’appoggio strategico all’aeroporto militare di Trapani Birgi, hanno effettuato un atterraggio d’emergenza a causa di un’avaria al rotore della coda in uno dei due mezzi.

Elicotteri militari usa atterrano a Selinunte: “Scusate dov’è Sigonella?”

“Abbiamo sentito il rumore fortissimo dei velivoli che si abbassavano e siamo accorsi verso un’area normalmente adibita a pascolo, trovandoci di fronte a due grandi elicotteri militari”, spiega Giuseppe Scuderi, dirigente del parco. “I militari cercavano la base di Sigonella, probabilmente l’approdo più sicuro per rientrare, così
abbiamo contattato i carabinieri e abbiamo cercato di aiutarli”, prosegue. Un’operazione non semplicissima dato che nessuno di loro parlava italiano e che si è sbloccata grazie all’intervento di una persona che parlava un buon inglese. “Chiaramente non siamo stati avvertiti e non è normale che un elicottero militare atterri nel bel mezzo di un parco archeologico, ma data la situazione d’emergenza si comprendere una tale scelta”, conclude.