Malati Sla a Renzi: Subito il Piano nazionale per la non autosufficienza o ci lasceremo morire sotto il ministero del Tesoro Fonte: Comitato 16 Novembre

Pubblichiamo la lettera con cui il Comitato 16 Novembre annuncia la ripresa della lotta contro un governo che promette e non mantiene.  

Preg. mo Dott. Matteo Renzi Presidente Consiglio dei Ministri
Piazza Colonna,370
0187 — ROMA – FAX 06 67793543Preg .mo On.le Beatrice Lorenzin Ministro della Salute
Via Lungotevere Ripa 1
a00153 – ROMA – FAX 06 59945609

Preg. mo Prof. Pier Carlo Padoan Ministro Economia e Finanza
Via XX Settembre 97
00187 – ROMA – FAX 06 47434493

Preg. mo Giuliano Poletti Ministro Lavoro e Politiche Sociali
Via Veneto 56
00187 – ROMA – FAX 06 4821207

epc
Preg. mi Viceministri e Sottosegretari

Egregio Presidente del Consiglio, egregi Ministri, egregi Viceministri, egregi Sottosegretari,

tra le tante cose che si sentono ultimamente, nessuno che si degni di nominare la parola “disabile”, siamo ricercati solo quando c’è da risparmiare: tipo falsi invalidi e reddito ISEE, una vera porcheria giuridica e amministrativa. Perché io vengo penalizzato solo per il motivo che mi trovo in ospedalizzazione domiciliare? Volete che riempiamo le rianimazioni al costo di 2.000 euro al giorno? Sarete accontentati!

Sono tre mesi che aspettiamo una convocazione per discutere di un “PIANO NAZIONALE SULLA NON AUTOSUFFICIENZA”, base prioritaria per risolvere le problematiche della disabilità. Ci è stato promesso dagli ultimi tre governi, compreso il Vostro (Sottosegretari Zanetti, Del Rio, Biondelli).

Ma Voi, vi stupite e vergognate solo quando ci vedete in piazza con barelle, carrozzine e ventilatori polmonari: come direbbe un Siciliano, SIETE DEI QUAQUARAQUA’, o meglio un Sardo, GENTI DE SPERDIRI, un Laziale direbbe SIETE DEI CAZZARI! Falsi e inaffidabili, privi di cuore e di amore per la vita altrui.

I problemi sono tanti, li conoscete, ma mettere la testa sotto la sabbia è allucinante, non porsi il problema è vergognoso.

Siete falsi perché avevate preso anche l’impegno di rendere strutturale il Fondo Nazionale della non Autosufficienza a 400 milioni, una miseria, invece l’avete ridotto a 250 milioni per gli anni a venire: EMERITI BUGIARDI E TRUFFATORI!!!

Non auguro a nessuno di ammalarsi di SLA, ma Voi ci volete isolare in RSA, non badate a spese, spesa media 100.000 euro annui, tutto per ingrassare un sistema clientelare privo di utilità sociale.

Andate a sorpresa in una RSA, scoprirete probabilmente dei lager moderni, dove l’igiene è un optional, dove non ti aspirarono se non sei quasi morto, dove ti lasciano pieno di merda e piscio, dove l’unica terapia sono gli psicofarmaci così non rompi le palle. ANDATE, ANDATE!!!

Vogliamo entro l’anno il PIANO NAZIONALE DELLA NON AUTOSUFFICIENZA da attuare in questo modo:

1) Riunioni programmate del tavolo interministeriale sulla non autosufficienza con cadenza almeno mensile per approvare il Piano entro novembre;

2) Alzare la dotazione del Fondo Nazionale della non Autosufficienza ad almeno 1 miliardo di euro nel 2016 e di 1,2 miliardi di euro nel 2017 al fine di garantire l’attuazione graduale in tutta Italia dei livelli essenziali di assistenza definiti nel Piano;

3) Ridiscutere l’ISEE, con ridefinizione di criteri e tabelle eque valevoli in tutta Italia, eliminando la possibilità di modificarle a livello regionale e comunale.

Aspettiamo risposte, altrimenti saremo a Roma in presidio permanente e sciopero della fame.

DALLE ORE 10,30 DEL 17.06.2015 SAREMO DAVANTI

AL MINISTERO DELL’ECONOMIA, VIA XX SETTEMBRE N. 97 ROMA

Stavolta vi avvertiamo che non andremo via senza provvedimenti ed impegni concreti, non ci alimenteremo, siamo pronti a tutto, anche a MORIRE!

Cordiali saluti

Capoterra, 21 maggio 2015

Il segretario Salvatore Usala

Annunci

Per i morti del Charlie Hebdo: aboliamo ogni tutela legale del sacro Fonte: micromega | Autore: Raffaele Carcano *

Soltanto un mese fa il rapporto sulla libertà di pensiero mostrava quanto criticare la religiose fosse un’attività a rischio, nel mondo. Specialmente nei paesi a maggioranza musulmana.

Ieri, la repressione della libertà di espressione è arrivata anche sul continente europeo. In maniera terrificante. Jihadisti reduci da esperienze di guerra in Medio Oriente hanno assaltato la sede del Charlie Hebdo compiendo una strage. Vigliacchi incapaci di argomentazioni, ma in assetto paramilitare, hanno trucidato bestialmente dodici persone inermi, che armate soltanto di una matita si battevano per la libertà di tutti.

Il Financial Times li ha definiti “giornalisti stupidi” , gente che se l’è andata a cercare. Stupidi. Stupidi come i partigiani di fronte all’esercito nazi-fascista, stupidi come le vittime della mafia. Stupidi come le centinaia di migliaia di cittadini che ieri sera hanno riempito le piazze francesi, manifestando per un’idea di libertà che è enormemente più ampia di quella di mercato. I vignettisti e i giornalisti di Charlie Hebdo lottavano per la libertà di espressione di tutti, per poter dire “no” a qualunque potere e a qualunque ideologia totalitaria, religiosa o non religiosa che sia. L’autocensura è sempre una rinuncia alla propria libertà e, nel contempo, un invito a tutti gli altri a fare altrettanto per mera convenienza personale, ed è impressionante che siano stati altri giornalisti a scriverlo.

Un mese fa avevamo invitato le associazioni islamiche italiane a un’azione comune, basata sulla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, contro le discriminazioni commesse in nome o contro la religione. Non c’è stata risposta. Il mondo musulmano, purtroppo, sta facendo decisamente troppo poco per fronteggiare un fenomeno ormai planetario. Anche ieri le reazioni sono state deboli, talvolta addirittura offensive. L’imam di Drancy ha sostenuto che gli attentatori non hanno nulla a che fare con l’islam, sono soltanto “l’impersonificazione del diavolo”.

Dalil Boubakeur, rettore della grande moschea di Parigi e presidente del Consiglio francese del culto musulmano, ha detto che si tratta di un “colpo portato all’insieme dei musulmani”.

Ma l’insieme dei musulmani comprende anche coloro che hanno assaltato la redazione gridando “Dio è grande” e “abbiamo vendicato il profeta”! Non si può addurre alcuna scusa: è stato un atto di guerra compiuto in nome di Dio e della religione. Contro un giornale che era stato denunciato per vilipendio, esso sì, dall’insieme delle organizzazioni musulmane francese. Quale messaggio hanno trasmesso in questo modo ai loro fedeli più esagitati? Quanto incitamento alla jihad, non stigmatizzato, è stato pubblicato su internet nei mesi scorsi?

Una tradizione islamica riconduce a Maometto la decisione di far uccidere una poetessa, Asma bint Marwan, che lo aveva deriso: non è forse il caso di prendere le distanze da certi retaggi, da certi passaggi contenuti nei testi sacri che costituiscono modelli comportamentali incompatibili con qualunque religione si pretenda “di pace”?

Non può esserci civiltà democratica laddove la critica alla religione (e anche all’ateismo, ovviamente) non è libera. Le comunità religiose abbiano dunque il coraggio di rinunciare per prime a ogni protezione legale riservata al “sacro”, “al sentimento religioso”. Dio, se esiste, non ha certo bisogno di qualche legge per proteggersi. I leader religiosi invece sì, perché servono a immunizzarsi dalle critiche, a dotarsi di uno strumento utile alla conservazione del proprio potere. Ora devono scegliere da che parte stare: dalla parte della libertà di tutti o dalla parte del privilegio per sé.

Nei giorni scorsi tante voci, in Francia, hanno evidenziato un certo affanno nel comunicare l’importanza di avere istituzioni neutrali. L’assalto al Charlie Hebdo, proprio perché è una dichiarazione di guerra a un diritto umano fondamentale, può rappresentare uno di quegli eventi decisivi nella storia umana. Una risposta laica non può certo essere una reazione uguale e contraria a quella dei barbari assalitori, non può essere costituita dal rigurgito identitarista del “se ne ritornino tutti a casa loro, la nostre radici sono e resteranno cristiane” che possiamo trovare in troppi commenti. Una risposta laica non si dovrà mai abbassare al livello di selvaggi istinti tribali, ma dovrà far capire che la libertà è un bene così prezioso che, per difenderla, siamo disposti a batterci fino in fondo.

La libertà di espressione tutela tutti: atei, musulmani, cristiani. Se tutti, a cominciare dai legislatori, ci impegnassimo a rafforzarla, daremmo la risposta più potente a ogni terrorismo oscurantista. E i dodici caduti di Parigi non saranno morti invano.

* segretario Uaar

Ma davvero ci fanno fuori? da : ndnoidonne

Il patriarcato offre potere alle donne ma non modifica il sistema. Il femminismo ha pensato molto, ma ha inciso poco

Giancarla Codrignani

DONNA VIOLATA CHE DANZA, di GIULIA TOGNETTI

I titoli estivi dei media non debbono impressionare: notizie come “le giovani sono antifemministe” (in inglese women against feminism) sono i soliti scoop d’agosto. Questo non vuol dire che non ci siano problemi, soprattutto per chi si credeva che il patriarcato fosse finito. Bisogna invece rifare qualche conto, perché il primo segnale poco entusiasmante in campo femminista è stata, negli Usa, la bocciatura dell’Equal Rights Amendament, che doveva inserire la parità nella Costituzione americana: milioni di donne si erano mobilitate, le due Camere avevano approvato, ma gli stati non ratificarono entro i termini fissati. La ferita del 1982 non si cicatrizzò mai e il femminismo americano ne fu profondamente segnato.
L’avanzata degli anni Settanta (del secolo scorso) aveva prodotto la paura che le donne “vincessero”. Quindi si rialimentarono i non innocui costumi delle moms americane e delle frittelle con lo sciroppo d’acero, il tetto di cristallo basso per le lavoratrici in carriera e gli impedimenti a qualunque legge permissiva sull’aborto. Se ne accorse Susan Faludi che scrisse, guadagnandosi il Pulitzer, Backlash, “Contrattacco: la guerra non dichiarata contro le donne americane“. Era il 1991 e le italiane continuavano a scalare tutte le scale possibili: legge e referendum sull’aborto, fine del delitto d’onore, Nilde Iotti presidente della Camera e proprio nel 1991 nasce Linea Rosa e viene varata la legge 125 sulle “azioni positive”.

A proposito. Le “azioni positive” come sono finite? Come le “pari opportunità”: gli Enti Locali più avveduti (su impulso delle consigliere della Commissione ad hoc) le deliberano regolarmente per “favorire” e “programmare misure di contrasto” (chi se ne occupa lo fa per volontariato). Non è quindi strano che chi ha fatto le lotte non capisca che alle più giovani conquiste così dicano poco: d’altra parte nessuna di noi “vetero” fa qualcosa perché il Presidente del Consiglio smetta di tenere per sé la delega delle P.O.
Infatti il patriarcato – che di nuovo ha solo il fatto che molti maschi non nascondono il dubbio che le donne abbiano una marcia in più – tenta una nuova carta: dare alle donne pezzi di potere, posti di qualche eccellenza, purché nulla cambi del modello. Il governo Renzi è stato esemplare: dodici i ministri, sei donne e sei uomini. Perché gli asili nido diventino una priorità? Non ci pensa nemmeno la più settaria delle femministe: se c’è una minaccia di guerra la Pinotti (giustamente) va in Parlamento a proporre la partecipazione militare.

Non è una novità nemmeno questa. Nel 1978 Betty Friedan (spero che ci leggano tante ragazze e che chiedano a madri e nonne di spiegare chi era) si diceva convinta che il movimento non era più in grado di attirare le giovani. Noi non ce lo dicevamo, ma chi ha buona memoria sa che a quel tempo in Italia la legge sull’aborto divulgava la parola “autodeterminazione” e che nel 1982 l’Udi si sciolse come organizzazione centrale e gerarchica. Non fu un ballar di carnevale: a Milano le “vecchie” cambiarono la serratura della sede per impedire alle giovani di “rottamarle”. Non era bello e assomigliava molto all’intervento di D’Alema contro il governo del suo partito. Anche noi a scuola dai maschi?

Tentare di femminizzare il potere non significa risolvere i problemi delle donne con i proclami. In questi ultimi anni sia il potere, sia i problemi, sia le donne si sono grandemente trasformati. Molti obiettivi sono stati raggiunti, ma non abbiamo inciso sulla società che – come insegniamo ancora – è fatta anche di vita privata, di emozioni, di bisogni di nuova cultura, di maggiore intimità fra gli umani assediati dalle macchine. Il lavoro non è tutto, ma ciò che viene chiamato il sistema insidia non solo il lavoro, ma anche case, famiglie, generazioni.
Il femminismo ha pensato quasi tutto di un mondo delle donne. Tuttavia non esiste solo il pensiero. D’altra parte, nemmeno quello è privo di dinamiche (bisognava pur inventare la ruota). Ma quando il pensiero avverte che è ora di cambiare costume, allora bisogna fare politica. Che, probabilmente, se la volessimo femminile, andrebbe esplicitata nei fini, mezzi e metodi. I metodi, per esempio, sono rimasti i soliti anche per noi: o rivoluzione o riformismo, con la conseguenza di divisioni tra noi per scuole di pensiero, senza capacità di unire le proposte e alzarne il contenuto.

Un esempio: la legge sull’aborto è ancora discussa in molti paesi, ma se ne parla ovunque senza (o con meno) reticenza. Le giovani sanno che c’è o ci sarà una legge; e, comunque, si aspettano prima o poi la pillola abortiva. Ma il problema non era l’autodeterminazione?
Oggi ci si divide sul mantenimento del Senato. Ma davvero nel 2014 possiamo permetterci il palleggio legislativo continuo? Si possono citare molti casi, ma trovo eclatante (e intollerabile) che la legge sulla violenza sessuale – che non costava una lira allo Stato perché trasferiva lo stupro dai reati contro la morale a quelli contro la persona ed era una norma richiesta da tutte le donne, cioè il 52 % dell’elettorato – sia stata in campo per 20 anni e 7 legislature. Il fatto è che le istituzioni non le abbiamo inventate noi e sarà difficile renderle “di genere”. Tuttavia, anche nel più bieco riformismo, tentiamo di farle avanzare mentre sono in corso necessari cambiamenti: scommettiamo che in un mondo che cambia con tanta fretta le ragazze possono interessarsi delle libertà (anche di quella dei maschi, questa volta a partire da noi per cambiare i paradigmi).

I labili confini tra partiti di Governo: D’Alì (Ncd) torna a Forza Italia, Renzi risorsa per il centrodestra.| Autore: marco piccinelli da: controlacrisi.org

La manovra sale a 30 miliardi e «18 non è l’articolo dello Statuto dei lavoratori ma i miliardi che serviranno per ridurre le tasse».
Questa la strategia renziana riassumibile, anche, con altre parole del Presidente del Consiglio dei Ministri/Segretario Pd: «Una manovra di ampio respiro se l’avesse fatta qualcun altro la Cgil avrebbe applaudito».
Sono lontani, dunque, i tempi del governo Letta in cui si affermava tranquillamente che “non ci devono essere altre manovre finanziarie”. Saccomanni, primo fautore del ‘non più manovre’ diventava l’attore di numerosi talk show di prima serata in cui la tematica ricorrente era ‘certo, ma è sicuro che non si possa o non si debba fare una manovra?’, come se fosse la panacea di tutti i mali dell’economia e del Governo italiano.
Così come sono lontani i tempi in cui il quadro politico della maggioranza e del Governo erano definibili. Non tanto chiari ma almeno ‘autoconfinanti’ tra formazioni politiche tra loro avverse: la strategia renziana della ‘maggioranza sulle cose-da-fare’ si palesa ogni giorno di più, tolta da ogni colore politico. ‘Chi c’è, c’è’. Il confine è ormai superato da tempo e Ferrara, dalle colonne del ‘Foglio’ di oggi si augura che la ‘riforma’ completa del Pd vada in porto: «la riforma del partito, in attesa della realizzazione piena di tutte le altre, e virtualmente già cosa fatta: c’è da sperare che sia formalizzata presto e bene».
Così come lo stesso Direttore scrive che: «quando le correnti lo insignirono (Veltroni) primo segretario del Partito Democratico, per trovare uno sbocco alla crisi del governo Prodi, 2008, a noi berlusconiani interessati a una sinistra riformista e al superamento del prodismo ulivista, sembrò una bella cosa».
Per mesi, poi, si è discusso dello strappo tra il Nuovo Centrodestra alfaniano e la rediviva Forza Italia che già – però – deve essere totalmente ripensata, a detta di Berlusconi; per mesi, dunque, l’opposizione è stata posta sotto l’egida forzista, oltre che sotto quella Movmento 5 Stelle e di Sinistra ecologia libertà, prima della scissione di Migliore e Fava ‘a basso consumo energetico’ (LeD – Libertà e diritti – Socialisti Europei).
L’opposizione dunque “non può essere fatta da due centrodestra, di centrodestra ce n’è uno solo”, si affermava dalle fila di Forza Italia mentre dal canto alfaniano si rispondeva a tono dicendo che una forza politica deve poter essere responsabile. Requisito sempre più abusato fin da Scilipoti quando fondò il Movimento di Responsabilità Nazionale, tempi che ormai sembrano lontani anni luce. A lungo, dunque, s’è discusso tra due posizioni che si volevano far apparire opposte pur avendo, nei fatti, un’unica matrice.
E’ in questo clima, dunque, che il senatore Antonio D’Alì approda nuovamente al porto di Forza Italia.
La dichiarazione di D’Alì fa il giro del web e in una manciata di ore si susseguono reazioni e commenti: nella giornata di ieri, su ‘L’Occidentale’ quotidiano on line del partito di Angelino Alfano, il coordinatore del Ncd Quagliariello affermava: «non giudico la decisione di Antonio D’Alì perché le scelte altrui si rispettano, soprattutto quando si tratta di un amico. Sul piano politico, tuttavia, non posso non notare che la sua analisi lascia sconcertati».
Sul piano politico quel che dava pensiero al senatore D’Alì erano le tanto declamate riforme Costituzionali, o almeno questo è quanto è stato dichiarato. Ma se sull’organo di partito alfaniano la giornata di ieri ospitava il commento del coordinatore, nella home page di oggi campeggia un post di poche righe ma significativo: «Pur avendo abbracciato il laicismo più sfrenato in tema di famiglia e unioni gay, Forza Italia evidentemente ha a cuore il precetto evangelico del perdono: a giudicare dai commenti sulle agenzie di stampa, il vitello ucciso per il ‘traditor prodigo’ è ancor più grasso di quello servito a cena per il ritorno di Noemi Letizia. Sono soddisfazioni!» con tanto di hashtag #sonosoddisfazioni.
Si temono, però, altre dipartite in casa dell’Ncd che, forse, torneranno anch’esse alla magione forzista così come D’Alì.
Nel mentre, il segreto patto del Nazzareno scricchiola un poco e Berlusconi pensa a riordinare Forza Italia, dopo essersi lasciato alle spalle le macerie del Popolo della libertà, in Forza Silvio.
L’idea, del ‘Forza Sivlio’, persegue l’ex Cavaliere del lavoro da molto tempo e i Clubs, forse, sono solo un palliativo, ma forse il momento è maturo.
@parlodasolo

Art. 18, proseguono scioperi e cortei. Renzi contestato a Modena. Grillo: “Conquista dei nostri padri” Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

“Buffone, buffone”. Il presidio di lavoratori e attivisti della Fiom a Medolla,in provincia di Modena, ha accolto ha accolto così l’arrivo del premier Matteo Renzi. A suon di fischietti e urla, il presidio a maggioranza Fiom (presenti anche bandiere Tsipras e 5 Stelle) ha contestato al presidente del Consiglio l’azzeramento dell’Articolo 18. C’e’ stato qualche attimo di leggera tensione (un lavoratore e’ stato braccato dalle forze dell’ordine ma non e’ stato fermato) pero’ poi il clima si e’ disteso. Alla fine una delegazione ha potuto parlare con Renzi. Nel faccia a faccia con il premier, i sindacalisti hanno accusato Renzi di voler “cancellare con un colpo di spugna tanti anni di conquiste e lotte sindacali”. Il presidente del Consiglio ha negato decisamente che il jobs act possa tradursi in una riduzione dei diritti.
Ieri è stata una giornata ancora molto calda sul fronte delle contestazioni contro il Jobs Act e l’azzeramento dell’Articolo 18. A Brescia, un corteo di lavoratori delle fabbriche metalmeccaniche ha attraversato la città per raggiungere la sede della Camera di Commercio, nel centro di Brescia, dove era previsto un attivo dei delegati con la partecipazione, tra gli altri, del segretario generale della Fiom Maurizio Landini. Numerosi gli slogan contro il Jobs Act e per il mantenimento dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori.

Contro l’attacco ai diritti dei lavoratori anche Grillo, ieri sera a Roma per l’iniziativa al Circo Massimo. “Se tolgono tutte le garanzie non e’ l’articolo 18 – ha detto il leader del M5S. E’ un pensiero, e’ quello per cui i nostri padri, i nostri nonni hanno combattuto, lottato per centinaia di anni, Non possiamo farlo portare via dal jobs act. E’ un modo di pensare, te lo tolgono, ti tolgono le parole: acqua pubblica, istruzione pubblica, sanita’ pubblica, welfare”.

Infine, è cominciata la mobilitazione nelle aziende metalmeccaniche torinesi in vista dello sciopero regionale indetto dalla Fiom-Cgil per venerdi’ 17 ottobre, “per riportare al centro del dibattito pubblico i temi della crisi e dell’occupazione e contro la riforma del lavoro”.

Alla Johnson Controls, multinazionale dell’indotto auto di Grugliasco – rende noto la Fiom – si e’ svolto uno sciopero spontaneo con assemblea dei lavoratori del primo turno con adesione al 90%. Alle Meccaniche di Mirafiori l’assemblea dei lavoratori ha approvato all’unanimita’ un ordine del giorno di adesione alle iniziative promosse dalla Fiom: il testo chiede a tutti i sindacati di battersi contro i provvedimenti del governo in materia di diritti, lavoro e dignita’ delle lavoratrici e dei lavoratori. Assemblee si sono svolte anche alla Olsa e alla Mahle, mentre all’Embraco e’ stata rifiutata dall’azienda.
Ci sono stati volantinaggi al mercato centrale di Collegno, con i lavoratori della De Tomaso, e ai cancelli della Elbi. “Le iniziative di oggi – spiega Federico Bellono, segretario provinciale della Fiom – segnalano una preoccupazione reale dei lavoratori rispetto alla riforma del lavoro, al futuro dei propri diritti, alle possibilita’ di uscire dalla crisi senza comprimere le liberta’ individuali e la scelta governo di porre la fiducia sul decreto non ha fatto altro che esacerbare gli animi. Queste mobilitazioni sono un buon viatico in vista delle manifestazioni del 17 e del 25 e di tutte le altre iniziative che seguiranno perche’ non si pensi che la partita si sia chiusa con il voto di ieri”.

“No all’autunno rituale. Unire le lotte e esplicitare il confronto tra le forze del sindacalismo conflittuale”. Intervista a Cremaschia Autore: fabio sebastianida: contro lacrisi.org

L’autunno che si sta prospettando, dal punto di vista dell’azione dei soggetti politici e sindacali, rischia di rimanere molto indeterminato.
Il rischio evidente è che si faccia una stanca riproposizione di stagioni con il titolo “autunno caldo”, sapendo che anche meteorologicamente sono cambiate. E quindi bisogna attrezzarsi differentemente. Sull’assetto del lavoro nel nostro paese siamo alla resa dei conti finali. Renzi e Draghi mirano ad avere qualche flessibilità in più sulla moneta, questo potrà avvenire solo in cambio di una infinita flessibilità sul lavoro. E penso qui alla cantonata pazzesca di Landini quando ha considerato il presidente del Consiglio un interlocutore. L’esperimento Italia consiste nel tentare di costruire un governo di unità nazionale con l’idea di cambiamento, ovvero la politica della Grecia. Che poi è quanto scritto da Draghi e Trichet il 5 agosto del 2011. In quella lettera c’era il programma su tutto, dai licenziamenti ai tagli alle pensioni, alla flessibilità in uscita. C’è un secondo documento, poi, quello della banca J.P. Morgan del 28 maggio 2013. Lì si dice che per i paesi periferici non bastano le riforme economiche se non sono precedute dalle riforme politiche. Il punto centrale è che bisogna cancellare la protezione costituzionale dei diritti del lavoro. Renzi è l’uomo per fare questa politica.Cosa bisognerebbe fare secondo te?
Sarebbe necessario un investimento su tutte le lotte articolate che si possono fare e dall’altro una piattaforma per l’unificazione. E infine, una mobilitazione duratura contro il governo Renzi e il vincolo europeo. Quest’ultimo in Italia continua sfuggire tranne che per manifestazioni come il 28 giugno, che però molte forze radicali e di opposizione hanno snobbato. Al contrario di quanto è accaduto in Spagna Portogallo Grecia , da noi si fa fatica a mobilitarsi contro l’Europa del fiscal compact e di Draghi. Si tende ancora a ridurre tutto a Renzi e agli avversari italiani, e così si rischia un autunno di ritualità.

La Cgil sembra arrivata al capolinea. Si parla di tutto fuorché Dell’inefficacia della sua azione. Tattiche su tattiche che alla fine seppelliscono l’azione vitale del sindacato. Un finale inevitabile dopo la stagione della concertazione oppure c’è qualcos’altro?
Vedo che ora si proclamano le piazze per il lavoro, una sorta di talk show allargato con l’intenzione di far vedere che si esiste senza pero troppo confliggere con il governo. Non c’è niente di peggio di essere concertativi senza la concertazione. E ancora peggio è essere legati al PD, come lo è tutto il gruppo dirigente CGIL, e prendersi gli schiaffoni di Renzi. Non si è in grado di reagire. E’ inutile nasconderlo. La crisi del movimento sindacale italiano è la crisi della Cgil prima di tutto. Cisl e Uil, per loro conto, non sono molto diverse dagli anni 50. Sono un sindacato che si è sempre adattato. Sindacati di mercato, come li ha chaimati Claudio Sabattini. La Cgil ha sempre provato a forzare l’andamento del mercato costruendo controtendenze, e oggi semplicemente non ci prova più. Ogni tanto quando dico queste cose mi si dice che sono nostalgico degli anni settanta. Il problema di fondo è un altro, è che la cultura rivendicativa della Cgil non è quella degli anni settanta ma quella degli anni ottanta. Sto preparando su questo un libretto che uscirà in autunno. Mi sono reso conto che tutti gli aspetti di fondo della cultura della Cgil di oggi dal salario a flessibilità e orario sono nati negli anni 80 ovvero nel periodo del riflusso del movimento quando si cercò di trovare un’intesa con il riformismo craxiano. Tolta la concertazione resta la nudità del re, la cultura delle compatibilità. La prima cosa che dovrebbe fare la Cgil è rinnovarsi attraverso la ripresa dell’iniziativa e sbaraccare la cultura degli anni ottanta. La seconda è rompere con il PD. Ma come si fa se i gruppi dirigenti sono stati selezionati con la cultura degli anni ottanta e son tutti collaterali a quel partito? Per questo io penso che salvo sconvolgimenti, che sono il primo ad augurarmi, la Cgil non sia più riformabile. Sul terreno in cui si è infilata rischia addirittura di essere marginale.

Questo stronca qualsiasi ipotesi di interlocuzione interna
Non credo sia possibile una ricostruziome se non si investe in un progetto di incompatibilità. Negli anni ‘60 Bruno Trentin teorizzò che il salario doveva essere una variabile indipendente perché solo così si poteva forzare gli equilibri economici attraverso le lotte. Ora, con il fsical compact ogni diritto è totalmente “incompatibile”, nel senso che non c’è nemmeno più lo spazio per una rivendicazione. Per ripartire ci vuole un sindacato che si dichiari esplicitamente incompatibile.

Prima hai fatto un riferimento al sindacalismo di base, che comunque ugualmente un nodo di efficacia nelle lotte…

Ci vuole un processo costituente tra tutte le forze del sindacalismo conflittuale. Se le forze presenti in Cgil riescono ad uscire dalla nicchia in cui continuano a trovarsi possono dare un contributo importante al confronto con il sindacalismo di base. Ripeto, non si può rischiare di affrontare questa situazione con il quadro che è uscito dagli anni ottanta. E la crisi della Cgil è anche la crisi del sindacato di base. O prende piede l’idea che bisogna costruire un percorso comune oppure non se ne esce. Rottura e unità devono muoversi assieme. Oppure ci sarà quello che abbiamo già visto ma con difficoltà maggiori. Se la gente vede che si ripetono gli stessi riti senza ottenere risultati è chiaro che si allontana. Ci vuole un polo sindacale incompatibile e conflittuale con percorsi di unità di azione. Ci sono tentativi ed è tutto positivio ma bisogna fare un salto. L’accordo del 10 gennaio trasforma la concertazione in regime di complicità aziendale, chi rifiuta quel regime deve unirsi altrimenti o sarà riassorbito o sarà spazzato via. Ci si prospetta un futuro molto americano con un sindacato burocratico e aziendalista, mentre sono i padroni a decidere come devono essere fatti gli accordi. Senza un progetto per scardinare questo sistema ci saranno sì momenti di lotta, ci sono già oggi dai facchini della logistica ai tranvieri di Genova, ma da soli non saranno in grado di cambiare la tendenza negativa di fondo. Renzi, il padronato e le banche si rafforzano per le evidenti mancanze nostre. Per questo penso che tutto il sindacalismo conflittuale dovrebbe riunirsi attorno ad un tavolo non solo per decidere questa o quella manifestazione, ma per discutere sul serio su come si va avanti ..

Per la Fiom si sta chiudendo una fase iniziata con il No alla Fiat. Oggi sembra rimanere ben poco di quella rottura…
Il gruppo dirigente della Fiom fece nel 2011 una scelta. Quando all’inizio del 2011 si era costruito attorno alla Fiom un grande movimento di lotta che partiva dalla Fiat era chiaro che non poteva fermarsi lì. Se la Fiom avesse da lì scelto una rottura esplicita con il gruppo dirigente Cgil oggi le cose sarebbero diverse. Occorreva aprire un processo in cui la Fiom metteva insieme le forze con le quali era scesa in piazza. Nel gennaio del 2011 una iniziativa Fiom era diventata quasi uno sciopero generale. C’è stata una discussione esplicita e Landini ha detto che c’era un limite di compatibilità con la Cgil.E’ stato il momento della compatibilizzazione della Fiom. La Fiom è ancora una grande organizzazione ma sicuramente l’occasione è stata persa. Mi auguro che le iniziative in autunno riescano ma sono assolutamente confuse e contraddittorie. La Fiom deve prima di tutto dire che scende in piazza contro Renzi e poi essere disponibile al confronto con tutte le forze del sindacalismo di base e conflittuale. Altrimenti è un film già visto.

Il presidente Carlo Smuraglia: Note urgenti sulla riforma del Senato

A cosa stai pensando?
Il presidente Carlo Smuraglia: Note urgenti sulla riforma del Senato

Non posso assolutamente tacere di fronte al fatto che al Senato si sia deciso di imporre la cosiddetta “ghigliottina” sulla discussione in atto sulla riforma del Senato, fissando il voto conclusivo, quale che sia lo stato dei lavori a quel momento, all’8 agosto.
È un fatto che considero molto grave (non ho tempo né modo di concordare queste dichiarazioni con la Segreteria e quindi me ne assumo la personale responsabilità), che dimostra ancora una volta che non si è compreso che la Costituzione e le norme che tendono a modificarla non sono leggi come le altre, ma fanno parte di quel complesso normativo che è la base di tutto il sistema e della stessa convivenza civile.

Se la Costituzione impone maggioranze molto qualificate per l’approvazione delle modifiche, se vuole due letture consecutive da parte di ogni Camera, se prevede che tra la prima e la seconda lettura ci deve essere uno spazio “di riflessione” di tre mesi, questo significa che si vuole una discussione approfondita, su tutti i temi, che ciascuno possa riflettere, decidere, votare (anche secondo coscienza), che vi sia dibattito, confronto e meditazione. Non è concepibile imporre, in questo contesto, una “tagliola”, fissare dei tempi stretti e inderogabili per l’approvazione. Altrimenti, sarebbe vanificato proprio lo sforzo del legislatore costituente di fissare quella serie di regole che ho indicato prima.

La “ghigliottina” è strumento delicato ed eccezionale per qualsiasi legge; ma, a mio parere, è addirittura improponibile ed inammissibile per leggi di modifica costituzionale.
Si obietta che ci sono moltissimi emendamenti e c’è chi fa l’ostruzionismo. La risposta è facile: nella prassi parlamentare sono notissimi anche gli strumenti più volte adottati, nel tempo, per contrastarlo; ma sono strumenti tipicamente collegati ad una prassi “ordinaria”, totalmente diversi dalla ghigliottina, che è – e resta – strumento eccezionalissimo e in ogni caso mai applicabile alle modifiche costituzionali. Perché, dunque, ricorrere proprio allo strumento peggiore e inammissibile (nel caso specifico), in una materia così delicata?

Davvero, gli spazi della democrazia, in questo modo, si riducono ancora una volta, tanto più che stiamo parlando di un provvedimento di riforma costituzionale che, inusualmente per questa materia, proviene dal Governo e di una data che per primo ha fissato il Presidente del Consiglio, dunque di un passivo adeguamento almeno di alcuni gruppi parlamentari alla volontà
dell’esecutivo.
Tutto questo non va bene, non è assolutamente accettabile e delinea prospettive, per il futuro, quanto mai preoccupanti.

Il presidente Carlo Smuraglia: Note urgenti sulla riforma del Senato

Non posso assolutamente tacere di fronte al fatto che al Senato si sia deciso di imporre la cosiddetta “ghigliottina” sulla discussione in atto sulla riforma del Senato, fissando il voto conclusivo, quale che sia lo stato dei lavori a quel momento, all’8 agosto.
È un fatto che considero molto grave (non ho tempo né modo di concordare queste dichiarazioni con la Segreteria e quindi me ne assumo la personale responsabilità), che dimostra ancora una volta che non si è compreso che la Costituzione e le norme che tendono a modificarla non sono leggi come le altre, ma fanno parte di quel complesso normativo che è la base di tutto il sistema e della stessa convivenza civile.

Se la Costituzione impone maggioranze molto qualificate per l’approvazione delle modifiche, se vuole due letture consecutive da parte di ogni Camera, se prevede che tra la prima e la seconda lettura ci deve essere uno spazio “di riflessione” di tre mesi, questo significa che si vuole una discussione approfondita, su tutti i temi, che ciascuno possa riflettere, decidere, votare (anche secondo coscienza), che vi sia dibattito, confronto e meditazione. Non è concepibile imporre, in questo contesto, una “tagliola”, fissare dei tempi stretti e inderogabili per l’approvazione. Altrimenti, sarebbe vanificato proprio lo sforzo del legislatore costituente di fissare quella serie di regole che ho indicato prima.

La “ghigliottina” è strumento delicato ed eccezionale per qualsiasi legge; ma, a mio parere, è addirittura improponibile ed inammissibile per leggi di modifica costituzionale.
Si obietta che ci sono moltissimi emendamenti e c’è chi fa l’ostruzionismo. La risposta è facile: nella prassi parlamentare sono notissimi anche gli strumenti più volte adottati, nel tempo, per contrastarlo; ma sono strumenti tipicamente collegati ad una prassi “ordinaria”, totalmente diversi dalla ghigliottina, che è – e resta – strumento eccezionalissimo e in ogni caso mai applicabile alle modifiche costituzionali. Perché, dunque, ricorrere proprio allo strumento peggiore e inammissibile (nel caso specifico), in una materia così delicata?

Davvero, gli spazi della democrazia, in questo modo, si riducono ancora una volta, tanto più che stiamo parlando di un provvedimento di riforma costituzionale che, inusualmente per questa materia, proviene dal Governo e di una data che per primo ha fissato il Presidente del Consiglio, dunque di un passivo adeguamento almeno di alcuni gruppi parlamentari alla volontà
dell’esecutivo.
Tutto questo non va bene, non è assolutamente accettabile e delinea prospettive, per il futuro, quanto mai preoccupanti