Processo d’appello Mori: Siino racconta il suo contatto con il Ros da: antimafia duemila

siino-angelo-2Alla prossima udienza l’esame del teste Michele Riccio
di Aaron Pettinari – 16 marzo 2015
Non venne affiliato ufficialmente per “strategia” in quanto si occupava di politica ed appalti ma era ben inserito all’interno dell’organizzazione criminale a tal punto che Angelo Siino (in foto), oggi collaboratore di gisutizia, si guadagnò l’appellativo di “ministro dei lavori pubblici” di Cosa Nostra. Il pentito è stato ascoltato la scorsa settimana, presso l’aula bunker di Mestre, al processo d’appello contro gli ufficiali dell’arma Mario Mori e Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso, nell’ottobre ’95. Un esame durato poco più di tre ore in cui il teste ha riferito riguardo a quella strategia della tensione, messa in atto da Cosa nostra con le stragi dei primi anni novanta, e non solo. Secondo la Procura si tratta di elementi importanti in quanto, leggendo quanto scritto nella memoria depositata al processo “Assume rilevanza probatoria il fatto che invece il generale Mori, pur essendo venuto a conoscenza da fonti qualificate quali Paolo Bellini (la cui vicenda non è entrata all’interno del dibattimento nonostante la richiesta dei pg Roberto Scarpinato e Patronaggio, ndr) e Angelo Siino di taluni aspetti di tale complessa strategia della tensione, non solo non abbia svolto alcuna attività investigativa, ma neppure, tenuto conto della sua passata esperienza di uomo dei servizi e delle sue amicizie con esponenti della destra eversiva e della massoneria, si sia attivato per allertare comunque le istituzioni”.

Rispondendo alle domande del sostituto pg Luigi Patronaggio, Siino ha riferito del primo contatto avuto con gli uomini del Ros:“Avvenne in una pausa del processo Mafia-Appalti, che mi riguardava da vicino. C’era De Donno che faceva la sua testimoinanza e in quella occasione mi fece capire che c’era la possibilità di venirmi a trovare al carcere di Termini Imerese. Io rimasi particolarmente sorpreso di questa possibilità e mi preoccupai anche perché, siamo nel 1993, se vi fossero stati certi incontri fuori si sarebbe saputo. Questi incontri con De Donno e con il generale Mori, allora colonnello, vennero effettuati. Spesso anche smentiva quello che diceva De Donno. Erano incontri informali perché De Donno diceva che dovevamo sbrigarci e dava per scontato che da lì a poco avrei collaborato anche io. Da Termini venni poi trasferito a Carinola per evitare sospetti e mi portarono assieme ai coimputati Buscemi, Rosario Cascio”. Un altro incontro fu poi quello all’ospedale Umberto I, quando Siino era agli arresti domiciliari. All’epoca avvocato dell’ex “ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra” era Nicolò Amato (ex Direttore generale degli istituti di prevenzione e pena, nonché legale di Vito Ciancimino). “Durante questi incontri – ha ricordato Siino innanzi alla Corte presieduta da Salvatore Di Vitale – mi fanno capire, mi dicono che Vito Ciancimino sta parlando, e che si era messo a disposizione per risolvere i problemi attuali della Sicilia. E io intesi che c’era anche il riferimento a quei casini sulle bombe”. Siino ha anche detto che De Donno gli disse “di andare a parlare con Bernardo Brusca, come ad avere il benestare a questa mia collaborazione”. Inoltre, parlando di quei dialoghi in carcere ha anche aggiunto che in generale “c’era un certo andirivieni di personaggi della polizia, dei carabinieri, della finanza, frequentatori abituali delle carceri dello Stato”.

Quando Ciancimino “Diabolik” disse “vediamo di risolvere qualcosa”
Durante il periodo di detenzione al carcere “Rebibbia” di Roma, Siino si trovò a condividere il carcere con lo stesso Vito Ciancimino. “Lui – ha detto il pentito – era un Diabolik della politica e della mafia siciliana. Alcuni dicevano ‘guai a chi ci capita. Lui sapeva dove mettere le mani e pur essendo un geometra per la sua conoscenza della politica riusciva a mettere le cose giuste al posto giusto al momento giusto”. “Quando eravamo in carcere assieme mi disse ‘vediamo di risolvere qualcosa’ – ha aggiunto – Eravamo in condizioni terribili a quel tempo. C’erano le legnatine, le pressioni all’interno delle carceri, si limitavano i contatti con le famiglie”.

Cosa nostra divisa
In merito al periodo successivo all’arresto di Riina, Siino ha riferito di una divisione che vedeva contrapposti Bagarella e Provenzano, con il primo che si trovò di fatto al comando di Cosa nostra: “C’era Bagarella che si portava sempre appresso Brusca. Ricordo che una volta Piddu Madonia, che era vicino a Provenzano, mi dice di Bagarella che questi era un pazzo , un esaltato, che con il cervello non ci stava più. Mi fa capire anche che Provenzano non era d’accordo con le stragi. E tramite mia moglie, che parlava con Sangiorgi (vicino a Brusca, ndr) vengo anche a sapere che non vi saranno più stragi in Sicilia ma in Italia qualche altra cosa.

Gioé e la torre di Pisa
Di questi attentati in continente, parlò a Siino anche Antonino Gioé, morto suicida in carcere in una notte di luglio nel 1993: “Lui portava sempre notizie di prima mano. Intuivo che lui parlava con i servizi segreti perché sapeva sempre qualcosa di cui mai si parla in Cosa nostra. Da Gioé appresi che vi sarebbero stati gli attentati alle opere d’arte e addirittura alla torre di Pisa. E lo stesso mi disse Simone Benanti, che parlò anche lui con Gioé”. Alla domanda di Patronaggio se di queste cose ne parlò con Mori e De Donno, Siino ha risposto deciso: “Sono loro a parlarne a me. Mi vengono a trovare e per farmi cercare di collaborare. Mi dicono ‘lo vedi che sta succedendo e le situazioni che ci sono’. Vennero decisi a chiedermi dell’attentato a Costanzo mostrandomi una foto di una donna e mi chiesero chi fosse. Io risposi che era la fidanzata di Giovanni Brusca. Loro mi spiegarono che sarebbe stata vista alla guida della Mercedes che seguiva Costanzo”. “Quindi loro sapevano nel 1993 che era Cosa nostra e non altre sigle esterne ad essere dietro a queste cose?” ha proseguito Patronaggio. E ancora Siino: “Si. Me lo dissero loro”.

“Flamia? Mi dicevano di non fidarmi di lui”
Tra le questioni toccate durante al dibattimento, anche quella del pentito Sergio Flamia. Mentre si parlava di Servizi segreti, Siino in aula ha aggiunto: “Ho saputo della collaborazione di Flamia, io lo conoscevo. Ho letto che era confidente o spia per i servizi segreti e subito ho pensato. Se così era perché non hanno preso Provenzano 10 anni fa?”. E poi ancora: “Su di lui mi risultano dei sospetti da parte di un certo Di Salvo, uno che faceva i movimenti terra (quindi Gino, ndr) mi diceva di non fidarmi di questo Flamia. Siamo nel 1991. Questo era chiacchierato ed io lo conoscevo non come uomo d’onore ma a disposizione. Era molto vicino a Piddu Madonia”.
Siino ha successivamente raccontato l’episodio intercorso tra il ’94 ed il ’95, quando ancora non si era pentito ma rivestiva il ruolo di “confidente”. “Andammo ad Aspra, uno dei luoghi di solito frequentati da Provenzano e Brusca. Mi trovavo in macchina con il colonnello Meli. Ad un certo punto vidi in un’auto che conoscevo, in quanto utilizzata da Carlo Guttadauro, altro mafioso, la presenza di Provenzano. ‘C’è Provenzano c’è Provenzano’ dissi in auto. Meli restò sorpreso, non riuscì a fare inversione, non venne fatto alcun inseguimento e perdemmo di vista la macchina”.

Cosa nostra e la massoneria
Personalmente Siino era iscritto alla loggia massonica “Orion” di Palermo. Ma c’erano anche altri soggetti, all’interno di Cosa nostra che avevano a che fare direttamente o indirettamente con la massoneria. Ha confermati che tra questi vi era Stefano Bontade “che era iscritto alla loggia massonica Camea” e che si era adoperato anche con una sua loggia, nota come dei “Loggia dei Trecento”. “Poi- ha aggiunto Siino – c’erano Francesco Bonura, di Uditore, affiliato e massone così come Enzo Piazza. Entrambi erano all’interno della loggia Grande Oriente d’Italia e molto vicini a Vito Ciancimino”. Il processo si è quindi concluso con il rinvio all’udienza del prossimo 15 aprile quando, secondo calendario, è prevista l’audizione di uno dei teste principale dell’accusa ovvero l’ex colonnello Michele Riccio.

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Un ”suicidio” di Stato-mafia per proteggere Binnu da: l’ora quotidiano

Chi o cosa metteva a rischio il testimone Attilio Manca? Chi o cosa bisognava proteggere? Provenzano ovviamente, la cui latitanza andava protetta dalla cattura e dalle malattie perché il boss era, sul versante mafioso, il garante della trattativa che lui stesso aveva stipulato scalzando Riina, dimostratosi troppo irriducibile

di Antonio Ingroia

11 febbraio 2015

 Attilio Manca era un medico siciliano e lavorava all’ospedale Belcolle di Viterbo. Era un urologo molto bravo, uno dei primi ad utilizzare la tecnica chirurgica della laparoscopia per operare il cancro alla prostata. Quando fu trovato morto nella sua casa di Viterbo, il 12 febbraio del 2004, non aveva ancora compiuto 35 anni. Li avrebbe compiuti otto giorni dopo, se non fosse stato ucciso, perché io sono certo che omicidio fu. Un omicidio di mafia e di Stato. Un omicidio legato a doppio filo alla latitanza di Bernardo Provenzano e in particolare all’intervento chirurgico per un cancro alla prostrata a cui l’allora capo dei capi di cosa nostra si sottopose a Marsiglia nell’autunno 2003. Un omicidio da inquadrare nell’ambito di quella vicenda torbida ed oscura che fu la trattativa Stato-mafia e che chiama in causa tutte le alte sfere del tempo, vertici della sicurezza nazionale e vertici politico-istituzionali. Che in linea di continuità, a tutela della somma “Ragion di Stato”, ancora oggi vengono difesi nel circuito politico-istituzionale, ove si ammette a stento e a denti stretti che una trattativa vi fu, ma che – per carità – fu una trattativa “a fin di bene”, una trattativa per salvare vite umane,  a cui lo Stato fu costretto per salvare l’Italia. Ma la realtà che si va svelando, pezzo dopo pezzo, a dispetto degli ostacoli sempre più alti frapposti in nome della Ragion di Stato, contiene un’altra verità. Una verità terribile. Sempre più terribile. Che quella trattativa, invece, non salvò l’Italia, e salvò semmai la pelle a pochi uomini politici, condannati a morte dalla mafia perché ritenuti “traditori”. E che, al contrario, quella trattativa finì per barattare quelle “vite di casta” salvate con tante altre vite oneste sacrificate. Una lunga scia di sangue, che uccise servitori dello Stato come Paolo Borsellino e la sua scorta, ma anche comuni cittadini come le vittime delle stragi del 1993 di Roma, Firenze e Milano. E Attilio Manca. Sì, perché Attilio Manca fu anche lui vittima di quella trattativa. Ecco perché è un delitto da rinnegare, un omicidio da dissimulare, simulando le tracce di una morte accidentale.

Quando il corpo di Attilio Manca fu rinvenuto aveva due buchi nel braccio sinistro, mentre due siringhe da insulina furono trovate in casa. La procura di Viterbo non ebbe dubbi e con una fretta immotivata, senza nemmeno considerare alcune evidenze clamorose, decise trattarsi di morte per overdose, se non di suicidio. Insomma, Attilio sarebbe stato un tossicodipendente che, forse per farla finita, si sarebbe iniettato in vena un mix letale di eroina, tranquillanti ed alcol. Il problema è, come subito segnalarono i suoi familiari, inascoltati, che lui era mancino, per cui, se mai si fosse iniettato qualcosa in vena, i buchi si sarebbero dovuti trovare sul braccio destro e non certo su quello sinistro. E poi ci sono le foto, inequivocabili e inguardabili tanto sono impressionanti, del suo corpo senza vita, trovato a letto con il volto tumefatto e il setto nasale deviato propri di chi è stato aggredito e colpito ripetutamente, e con i segni ai polsi e alle caviglie, come di chi è stato trattenuto con violenza mentre viene picchiato ed ucciso.

Ma le anomalie sono tante, in una vicenda giudiziaria paradossale, caratterizzata da prove dimenticate e falsificate, depistaggi, tentativi di insabbiamento, omissioni investigative, contraddizioni e tutto il peggio già visto in tanti altri misteri di Stato. Anomalie simili a quelle emerse in tutti i procedimenti collegati alle indagini sulla trattativa Stato-mafia. Quel dubbio che avevo da pm che indagava sulla trattativa, oggi che sono uno dei legali della famiglia Manca, ora che meglio conosco l’incartamento processuale, è diventato certezza, la certezza di un’ingiustizia di Stato,  una certezza che si è trasformata in indignazione.

Nella mia esperienza non breve da pm ho incontrato a volte timidezza, altre volte sciatteria, altre volte ancora pigrizia professionale e talvolta vera e propria mediocrità sul lavoro. Ma in questo caso si è passato ogni limite. Non c’è bisogno di essere Sherlock Holmes per capire che quelle foto non sono le foto né di un suicidio né di un’overdose accidentale, come invece cerca ancora di sostenere la procura di Viterbo. Sono piuttosto foto che raccontano un omicidio a seguito di un violento pestaggio. E il processo che si sta celebrando a Viterbo, contro la donna che avrebbe ceduto a Manca la dose letale di droga, è una farsa che si basa su una consulenza tecnica ove si scrive solo che Attilio Manca avrebbe assunto sostanze stupefacenti. Fatto incontestabile, ma la perizia non dice come sarebbero state iniettate e da chi. Imbrogliando carte e parole, la procura ha sostenuto su questa base che la perizia dimostrerebbe come Attilio fosse un assuntore abituale, cosa che invece la perizia non dice affatto. Su questa “non-prova” è stato costruito tutto il castello di congetture che ha portato alla conclusione che fu morte per overdose.

Ma perché tutta questa fretta di chiudere il caso senza i veri colpevoli? Perché tanti depistaggi e tentativi di insabbiamento? Ebbene, per capire la vicenda Manca bisogna inquadrarla in un contesto molto più grande e molto più complesso in cui solo il depistaggio, altrimenti immotivato, può trovare un movente. È la storia che ce lo insegna, basta ricordare quanto accaduto nel clamoroso depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio, ove si arrivò a fabbricare a tavolino un falso pentito. I riferimenti e i collegamenti a Provenzano non sono solo suggestioni: il ruolo del boss nella morte di Attilio va inserito nell’ottica sempre più plausibile, anzi probabile, di eliminare un testimone scomodo e attendibile. Non è infatti per nulla azzardato supporre che Attilio, uno dei più bravi specialisti italiani, originario di Barcellona Pozzo di Gotto – dove si ritiene abbia trascorso parte della sua latitanza Provenzano – sia stato contattato per visitare e curare, se non operare, il boss per il cancro alla prostrata, senza sapere chi fosse, per poi essere eliminato in quanto pericoloso testimone. Tesi avvalorata da vari elementi indiziari e concreti riscontri oggettivi.

Ma chi o cosa metteva a rischio il testimone Attilio Manca? Chi o cosa bisognava proteggere? Provenzano ovviamente, la cui latitanza andava protetta dalla cattura e dalle malattie perché il boss era, sul versante mafioso, il garante della trattativa che lui stesso aveva stipulato scalzando Riina, dimostratosi troppo irriducibile. Ma le verità di Attilio Manca mettevano a repentaglio anche quel pezzo di Stato che proteggeva il capo di cosa nostra. Ecco dove sta l’ennesima convergenza di interessi tra mafia e Stato, una convergenza di interessi frutto di un patto scellerato di cui Attilio è stato vittima inconsapevole. È questa la verità che non si deve scoprire, è questa la ragione che porta al depistaggio e ai tentativi di insabbiamento. Ma la battaglia per scoprire cosa c’è dietro la morte assurda di questo giovane e valoroso medico va avanti. In altri casi che sembravano disperati e senza uscita, come nel caso del delitto di Mauro Rostagno, non tutta la verità, ma almeno un pezzo importante di verità è venuta fuori. Per questo non bisogna arrendersi. Nonostante gli attacchi, l’isolamento e le intimidazioni, compresa l’incriminazione per calunnia elevata nei miei confronti per le denunce dei depistaggi fatte nel corso dell’udienza preliminare del processo di Viterbo, caso inaudito e senza precedenti nei confronti di un difensore di parte civile, e cioè della parte danneggiata del reato. Malgrado tutto ciò, non bisogna rinunciare, bisogna continuare a battersi in ogni sede perché tutta la verità venga fuori, sulla trattativa Stato-mafia, sul delitto Manca e sul legame fra la trattativa e il delitto Manca. Lo dobbiamo ad Attilio ed alla sua famiglia. Perché giustizia sia fatta.

Tinebra, malato per i pm loquace con La Sicilia da: loraquotidiano.it

tinebra-giovanni-web1di Giuseppe Pipitone – 5 gennaio 2015

Intervista del quotidiano di Ciancio al magistrato che per primo indagò sulla strage di via d’Amelio, credendo alle dichiarazioni del falso pentito Scarantino. Ai giudici del processo Mori Obinu e ai parlamentari del Copasir che volevano interrogarlo, l’ex procuratore di Caltanissetta inviò un certificato medico

Ai giudici che processavano Mario Mori e Mauro Obinu per il mancato arresto di Bernardo Provenzano inviò un certificato medico, spiegando di versare in gravi condizioni di salute e di non potere presentarsi in aula per deporre. Stesso copione ha seguito con i parlamentari del Copasir: certificato medico e audizione rinviata di alcune settimane, quando il comitato per la sicurezza si è addirittura spostato a Catania per interrogarlo. Quando a chiamarlo sono inquirenti e magistrati, l’ex procuratore di Caltanissetta Gianni Tinebra (in foto) ha spesso a portata di mano un certificato medico, che attesta la sua instabile condizione di salute, perfino per rispondere ad alcune semplici domande. Nel 2010, quando a citarlo come teste fu il pm Nino Di Matteo, Tinebra chiese addirittura che la sua audizione davanti al giudice Mario Fontana venisse cancellata.

Quando, invece, ad interpellarlo è il quotidiano La Sicilia di Mario Ciancio Sanfilippo, ecco che le condizioni di salute migliorano di colpo. E davanti al taccuino di un entusiasta Tony Zermo, il magistrato che per primo indagò sulla strage di via d’Amelio è talmente loquace da riempire un’intera pagina del giornale di Ciancio, ancora oggi indagato per concorso esterno a Cosa Nostra dalla procura di Catania, lo stesso ufficio inquirente che Tinebra si era candidato a dirigere nel 2011, rimanendo alla fine alla guida della procura generale etnea. Incarico che, nonostante le instabili condizioni di salute, Tinebra ha ricoperto fino a poche settimane fa, quando è andato in pensione. Ecco quindi che ieri La Sicilia approfitta dell’occasione per mettere in pagina un’esclusiva intervista al magistrato che gestì Vincenzo Scarantino, il falso pentito che con le sue dichiarazioni depistò le indagini sulla strage di via d’Amelio.

Tinebra non ha mai amato le interviste, ma si concede al vostro cronista che trascorse vicino a lui gli anni delle indagini per la strage Falcone e per la strage Borsellino” spiega Zermo, con piglio autocelebrativo. Poi parte subito alla carica sparando una raffica di domande velenosissime. “Tinebra ha avuto una grande carriera, che gli è rimasto alla fine?” chiede il “vostro cronista”. “Ho guardato dentro di me uomo più che magistrato e ho detto di sentirmi a posto con la coscienza per avere fatto fino in fondo il mio dovere” spiega l’intervistato. Poi, dopo una serie di fondamentali note biografiche del giornalista (“Tinebra fuma ancora, anche se limitatamente. Anni addietro mi aveva detto: Devi smettere di fumare, fai come me, ogni giorno dal pacchetto metti via una sigaretta e così nemmeno te ne accorgi. Si vede che ci ha ripensato”), finalmente si entra nel vivo dell’intervista. Borsellino? “Con Paolo eravamo vecchi amici, eravamo in confidenza. Mi disse: senti, vieni presto, ho delle cose da dirti, però non ti seccare, parliamo quando tu sarai investito ufficialmente. Lui era molto rispettoso delle regole. Quella settimana accaddero tante cose: giorno 15 luglio presi possesso della Procura, lui mi disse che l’appuntamento del venerdì doveva saltare perché lui doveva ancora rientrare dalla Germania e stabilimmo che ci saremmo visti il lunedì. La domenica doveva andare a salutare sua madre e quel giorno ci fu la strage in via D’Amelio. In pratica non abbiamo avuto tempo per parlare di niente. Quindi m’è rimasto il dubbio su che cosa mi voleva dire”. Un dubbio comprensibile, dato che lo stesso interrogativo se lo pongono da vent’anni investigatori e magistrati: su cosa indagava Borsellino? Perché è stato assassinato con quelle modalità? Sapeva della Trattativa in corso tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra? E per quale motivo vennero depistate le indagini condotte da Tinebra? “L’idea, l’idea, è quella dell’alta mafia, di altissima mafia, quella delle menti raffinatissime di cui parlava Falcone dopo l’attentato dell’Addaura”, spiega Tinebra nebuloso.

“Cosa possiamo intendere per altissima mafia? Anche quella legata ai gruppi industriali del Nord?” chiede Zermo incalzante. Il magistrato però nicchia: “Non posso dire, perché non ci sono prove”. Zermo, però, non si arrende. “Ma Paolo che ti diceva? Aveva una pista? La pista degli appalti ad esempio?” chiede, mettendo in mostra la sua confidenza con il giudice assassinato in via d’Amelio. “Lui diceva di sì – spiega Tinebra – o comunque si occupava anche degli appalti. D’altra parte la pista era quella: o mafia e appalti, o mafia e politica, o mafia e imprenditoria. O mafia e basta, perché c’è anche questa ipotesi, perché la mafia aveva tale e tanta forza da poter contare sui contatti che voleva, sulle consulenze che le servivano”. Imprenditoria, appalti, politica, ma soprattutto mafia. E basta. E il falso pentito Scarantino? Tinebra mostra pudore: “Non ho mai voluto parlare di questo, né voglio parlarne adesso. Dico solo che sbagli non ne abbiamo fatto, perché ci siamo limitati a prendere atto di quello che dicevano i pentiti e di quello che era stato riscontrato. Le cose senza riscontri finivano nel cestino”. Ma non era Tinebra che, subito dopo il pentimento fasullo del picciotto della Guadagna, diceva di aver seguito “il metodo Falcone ed è arrivata la luce”, sottolineando che “quella di Scarantino è una piena confessione”?

Zermo però considera esaurito l’argomento e passa subito ad un altro scottante argomento: il protocollo Farfalla, e cioè l’accordo top secret tra il Dap e il Sisde di Mori. Il magistrato ne ha mai sentito parlare, dato che era lui all’epoca il direttore del Dap? “Per la verità non ho mai saputo di questo protocollo”, chiarisce subito Tinebra. “Posso solo dire che sono venuti da me dei capi delle strutture investigative, come ad esempio il generale Mori, che mi hanno chiesto un appoggio. E io ho sempre risposto di sì nell’ambito delle regole”. Che appoggio? In che termini? Zermo però non ha tempo, e preferisce evitare una seconda domanda sull’argomento, virando invece su un altro fondamentale interrogativo: “Come ti sei trovato negli ultimi anni da Pg?” A giudicare dai vari certificati medici spediti a tribunali e comitati parlamentari per la sicurezza, non troppo bene.

Tratto da: loraquotidiano.it

Caso Manca, oggi l’interrogatorio di Ingroia per le accuse contro i pm Autore: antonella frustaci da: controlacrisi.org

Antonio Ingroia, avvocato di parte civile della famiglia di Attilio Manca, è stato iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Viterbo per calunnia, colpevole di aver accusato i pm di detta procura di essere responsabili di ”inerzie e coperture” , e di essere autori di un vero e proprio ”depistaggio” nell’indagine sul caso dell’urologo di Barcellona Pozzo di Gotto trovato morto in casa sua a Viterbo,il 12 febbraio del 2004.

Attilio Manca fu trovato nella sua abitazione nudo, il naso fratturato, due fori sul braccio sinistro e una siringa priva d’ impronte sul pavimento; per gli investigatori si sarebbe trattato di overdose di eroina, nonostante il medico fosse notoriamente mancino. Attilio Manca era un medico, un luminare in campo urologico malgrado avesse solo 34 anni; si era laureato con il massimo dei voti all’Università Cattolica di Roma e si era specializzato in Francia. E’ stato il primo chirurgo italiano ad operare il cancro alla prostata con il sistema laparoscopico già nel 2002.

Secondo la famiglia, invece, la morte di Attilio è un omicidio di mafia, correlato alla copertura della latitanza del boss Bernardo Provenzano. Nell’autunno del 2003, Provenzano, sotto falso nome, si fece operare in Francia, a Marsiglia, con lo stesso metodo laparoscopico introdotto in Italia un anno prima dallo stesso Attilio Manca, che era in quei giorni, “nel sud della Francia per assistere ad un intervento chirurgico”; così disse durante l’ultima telefonata alla madre Angela Gentili che chiese di mettere agli atti i tabulati telefonici, che invece furono ritenuti dai titolari delle indagini, poco interessanti e fatti distruggere dopo 5 anni. A dirigerle, le indagini, il capo della mobile Salvatore Gava, noto alle cronache per aver falsificato un verbale sui fatti della Diaz, durante il G8 di Genova del 2001 e che è stato condannato a 5 anni di interdizione dei pubblici uffici, ma che solo 3 anni dopo i fatti di Genova indaga a Viterbo sul caso di Attilio Manca.

In un verbale, da lui redatto, asserisce che l’urologo non si era mai assentato dal posto di lavoro nel periodo in cui Provenzano si operava a Marsiglia. Qualche tempo dopo, una troupe del programma televisivo “Chi l’ha visto?”, scopre che Attilio Manca era mancato dall’Ospedale Belcolle di Viterbo, in cui prestava servizio, proprio nei 3 giorni in cui Provenzano era operato in Francia. A parlarne come omicidio di mafia è anche il pentito dei Casalesi Giuseppe Setola che però ha poi ritrattato le sue dichiarazioni quando queste sono state rese pubbliche. Se Ingroia parla di omissioni e di falsificazioni al limite “dell’insabbiamento”è per le troppe lacune nelle indagini, tante e tali da rendere evidente la scelta deliberata di farlo passare da tossicodipendente piuttosto che sollevare il velo delle connessioni tra Stato e Mafia. Tra le stranezze non rilevate : nell’appartamento non c’erano nemmeno il laccio emostatico, il cucchiaio scioglieroina, l’involucro che conteneva la sostanza stupefacente, le siringhe avevano persino il tappo salva-ago inserito. Dunque, per la Procura, il dottor Attilio Manca si sarebbe iniettato la dose di eroina, avrebbe lavato il cucchiaio, rimesso il tappo alle siringhe, sarebbe poi sceso giù per buttare nel cassonetto dell’immondizia il laccio emostatico e l’involucro (nella pattumiera di casa non è stato trovato niente) e risalito al suo appartamento per morire.

”Ci sono tutti i presupposti perché sia aperto un fascicolo dalla Procura di Palermo sul caso Manca collegato alla copertura della latitanza di Provenzano e all’indagine sulla trattativa Stato-mafia, entrambe di competenza dei magistrati di Palermo”.Questa la dichiarazione a margine della conferenza stampa rilasciata a Palermo dopo l’avviso di garanzia che,sottolinea Ingroia,-“così lo può fare solo un analfabeta del diritto o chi è in malafede, non si possono perseguire le cose che le parti dicono nel processo. “

Mafia: identificato 007 che contattò pentito Flamia da: antimafia duemila

agente-sicurezzadi AMDuemila – 1° ottobre 2014

Palermo. E’ stato identificato uno dei due agenti 007 che incontrava in carcere il pentito Sergio Flamia. I pubblici ministeri di Palermo che indagano sul fatto che all’ex boss mafioso, usato insieme al figlio dai Servizi come confidente, veniva consegnato del denaro stanno cercando di scoprire se ci sia stato un tentativo di controllare la collaborazione con la giustizia di Flamia, le cui dichiarazioni smontano l’impianto accusatorio della Procura nel processo d’appello per favoreggiamento alla mafia a carico dell’ex generale del Ros Mario Mori.
Flamia sostiene che il boss Bernardo Provenzano non avrebbe mai incontrato Luigi Ilardo (perno dell’accusa e confidente ucciso da un commando mafioso prima di diventare a tutti gli effetti collaboratore di giustizia) il giorno in cui Mori avrebbe stoppato il blitz che avrebbe potuto portare all’arresto del padrino perché riteneva lo stesso Ilardo uno “spione”. In una conversazione intercettata in carcere tra Flamia e il figlio, il nome dell’agente – Enzo – viene fuori più volte. Il ragazzo si lamenta di non avere ricevuto più la visita degli 007 e il padre gli risponde che “Enzo”, visto il momento, ha timore perché è sempre sui giornali. I pm hanno controllato i media del periodo, siamo nel 2011, accertando che sulla stampa si parlava del fantomatico signor Franco, 007 che, secondo Massimo Ciancimino, sarebbe stato al corrente della trattativa Stato-mafia e di un misterioso personaggio visto dal pentito Gaspare Spatuzza mentre veniva imbottita di tritolo la 126 usata per la strage di via D’Amelio. “Enzo” è collegato a una delle due vicende? si chiedono gli inquirenti. Dall’inchiesta dei pm su Flamia è venuto fuori, inoltre, il carteggio, noto come Protocollo Farfalla, intercorso, nel 2003-2004 tra l’allora capo del Sisde Mario Mori e altri funzionari dei Servizi che attesta l’esistenza di un accordo con il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria. L’accordo avrebbe vincolato al segreto il Dap sulle visite degli 007 a detenuti al 41 bis. Sarebbero 8 i boss che avrebbero ricevuto visite e denaro su conti segreti dei padrini. A quale scopo? si chiedono i pm. I Servizi cercavano informazioni – commettendo comunque illeciti visto che il Dap ha l’obbligo di riferire alla magistratura – o pilotavano collaborazioni? Sul Protocollo Farfalla, però, la Procura di Palermo potrà indagare relativamente visto che si tratta di fatti avvenuti fuori dal capoluogo e comunque in molti casi prescritti.

Fonte ANSA

Non sono i mafiosi a volere la morte di Scarpinato da: antimafia duemila

scarpinato-lodatodi Saverio Lodato – 18 settembre 2014

Tornano sempre gli stessi “spettri”, per la semplicissima ragione che lo Stato italiano tutto è tranne che una casa di vetro. Roberto Scarpinato, procuratore generale a Palermo, viene minacciato di morte come già, prima di lui, Nino Di Matteo, Teresa Principato, Domenico Gozzo, e l’elenco si allungherebbe troppo andando indietro nel tempo. La minaccia, in questo caso, arriva per lettera anonima, il postino la deposita sulla sua scrivania, dopo aver superato sbarramenti blindati con chiavi e tessere magnetiche. Non incontra ostacoli. Non incontra semafori rossi. Non incontra “pizzardoni” che gli chiedano dove sta andando. E tutto questo, sia detto per inciso, nel palazzo “più blindato d’Italia”. Il resto è film già visto.
Nessuno sa nulla. Nessuno ha visto nulla. Nessuno sa spiegarsi il come e il perché. Indagano le scientifiche delle varie armi. Indagano la Procura di Palermo e quella di Caltanissetta. Dicono che la lettera sia dettagliatissima. Che l’anonimo scrivano conosce a meraviglia abitudini di vita, percorsi, orari e sistemazioni logistiche dell’alto magistrato. Non contento della sua esibizione, lascia intravedere di seguire in tempo reale le inchieste vecchie e quelle ancora in gestazione, con annessi contenuti, ai quali si sta dedicando il procuratore generale.  Scatta l’allarme istituzionale. I giornali e le televisioni, che ormai per principio sono svogliati rispetto al “caso – Palermo”,  azionano il solito carillon della solita “mafia” che torna a emettere le solite “sentenze di morte”.  E anche questo è film già visto.

Quello che sino al giorno prima restava segretissimo, dopo la letterina depositata sul tavolo da lavoro di Scarpinato (un po’ come se la posta che riceviamo la mattina ci venisse fatta trovare sul comò di casa nostra), ora lo è un po’ meno.
Saltano così fuori i presunti legami del generale Mario Mori con Licio Gelli e con la P.2., con il mondo dell’eversione nera, con il giornale di Mino Pecorelli, di una sua inveterata propensione alle lettere anonime. Insomma si scopre che una gola profonda, nuova di zecca, della quale ormai si conosce l’identità, ci sarebbe andata giù duro nei confronti del carabiniere per anni a capo del il-ritorno-del-principe-art-lodatoRos, il reparto “d’eccellenza” dell’ Arma. Si apprende che sono in arrivo altre carte per il processo  d’appello per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, dopo che in primo grado Mori, insieme al colonnello Mauro Obinu, fu assolto dall’accusa d’aver favorito la mafia. Si profila l’eventualità della riapertura dibattimentale del processo. Insomma. Altri grattacapi per il generale Mori.
Tutto vero? Tutto falso? Noi non siamo in grado di rispondere. Materia incandescente, su questo non ci piove, che finirà al vaglio dei giudici. Perché è scontato che questi scenari finiranno diritti nel Processo sulla trattativa Stato-Mafia che è in corso a Palermo e che, per dirla con Falcone, avrà una sua durata e una sua fine. La miscela, come è facile arguire, è esplosiva quanto mefitica.
D’altra parte, quarant’anni palermitani ci hanno insegnato che quando il gioco si fa duro, arrivano le lettere anonime, le talpe, i corvi, le cimici, i computer manomessi, le informazioni rubate, i giuda, e potremmo continuare all’infinito. Rispetto al passato, c’è di nuovo che una volta al mese vengono dati in pasto all’opinione pubblica brandelli di conversazione di Totò Riina con un par suo della Sacra Corona Unità. Riina, Il Rottame Parlante, parla a reti unificate perché qualcuno ne tira maliziosamente i fili, scrivendogli copioni e battute. Cerchiamo di concludere.
Chi è entrato nella stanza di Scarpinato, facendo girare la chiave nella toppa, non è un mafioso. Non è un boss, non è un picciotto. Chi ha scritto la lettera di minacce di morte, non è un boss, non è un picciotto. Chi si occupa delle inchieste di Scarpinato, da esse sentendosi toccato e insidiato, non è un boss, non è un soldato di Cosa Nostra, non è un mammasantissima.
L’Incappucciato che può entrare, non visto, nei Sancta Sanctorum del Potere, appartiene a quello che, da un po’ di tempo in qua, mi permetto di chiamare lo Stato-Mafia, complementare, simbiotico alla Mafia-Stato.
Come faccio a saperlo? A esserne così sicuro?
Ma signori, si capisce.
Solo gli idioti non lo capiscono.
Gli altri, i funzionari in malafede, quelli che aprono le porte con le chiavi d’ordinanza, in ossequio agli “ordini romani”, non fanno una piega. E fanno finta di non capire.

saverio.lodato@virgilio.it

Ass.Georgofili: “Provenzano godrà di benefici per legge? E i nostri figli?” da: antimafia duemila

5 luglio 2014

Il 3 Ottobre p.v. verrà ancora una volta valutata la situazione carceraria di Bernardo Provenzano su ordine del Tribunale di Sorveglianza.
La decisione è stata presa in base ad un certificato medico redatto dal responsabile della Medicina dell’Ospedale San Paolo, dove Provenzano è ricoverato nel reparto detenuti.
Sono quindi in atto tutti quei maneggi, sia pure legali, per tentare ancora una volta di abolire non solo il 41 bis, ma anche l’ergastolo ostativo a Provenzano, capo di “cosa nostra”. Il quale, peraltro, si è già vista ridotta la pena detentiva a soli 49 anni e un mese di reclusione. Perciò, se arrivasse a campare così a lungo, a termini di legge potrebbe uscire dal carcere già nel prossimo futuro.
Non vogliamo entrare nel merito della legislazione. Abbiamo già sollecitato in più occasioni cambiamenti radicali per far si che un mafioso dello spessore di Bernardo Provenzano, che non si è mai pentito, per quello che ci riguarda in carcere deve morire.
Entriamo però nel merito di quella che, ancora una volta, intravediamo essere quel proseguo di trattativa fra Stato e mafia, proprio a suon di annullamenti di 41 bis, annullamenti di carcere ostativo e valutazioni di dissociazione, messa in atto alla fine del 1992 pochi mesi prima che i nostri figli poco più che ventenni fossero tutti macellati in via dei Georgofili a Firenze per salvare dalla galera ladri, corrotti, uomini delle istituzioni, collusi con la mafia e ministri di questa Repubblica allora nel mirino di “cosa nostra”, definiti dall’organizzazione criminale “traditori”.
Inoltre, denunciamo che a nostro avviso tutto sta avvenendo in un clima di larghe intese politiche che denotano quanto le stragi del 1993 siano state trasversali a tutto l’arco costituzionale.
La nostra posizione è questa: se Bernardo Provenzano godrà per legge di ciò che possono essere definiti come “favoritismi” per farlo tornare fra le mura domestiche, noi schiereremo i nostri invalidi, i nostri figli che per colpa dell’assassino Provenzano hanno contratto malattie autoimmuni. Malattie non riconosciute nel modo giusto, sebbene considerate tali da medici e magistrati. Malattie non riconosciute e perciò molte non risarcite né tantomeno pensionabili SUBITO come vorrebbe la Legge 206 del 2004.

Giovanna maggiani Chelli
Presidente
Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili