Agricoltura: almeno 100mila sotto caporale Fonte: rassegna

Solo in Italia sono circa 400.000 i lavoratori e le lavoratrici esposte al lavoro nero o grigio in agricoltura, di cui circa 100.000 subiscono veri e propri fenomeni di caporalato e grave sfruttamento paraschiavistico. La denuncia e i numeri del fenomeno sono contenuti nel nuovo numero di ASud’Europa, rivista del Centro Pio La Torre, che sarà presentato martedì 24 febbraio presso il Dipartimento di Scienze Agrarie di Palermo.

L’inchiesta – come anticipa l’agenzia Agi – analizza il dilagare di forme moderne di caporalato e di sfruttamento dei nuovi immigrati presenti nei centri di accoglienza in Sicilia. C’è chi ha dovuto pagare cinque, sei o perfino diecimila euro per arrivare in Italia, con un barcone verso le coste italiane nel caso dei migranti africani o medio orientali, o semplicemente con un visto turistico, come nel caso di indiani e bengalesi, piuttosto che con pulmini organizzati dalla Romania o dalla Bulgaria.

Il punto di partenza è sempre costituito da un intermediario che promette un lavoro regolare e un permesso di soggiorno. Promessa che si rivela assolutamente falsa, con i migranti che, dopo aver affrontato un vero e proprio viaggio della speranza si ritroveranno costretti a ripagare il debito contratto e quindi disposti a lavorare in nero, sotto caporale.

In Italia – ricostruisce ancora Asud’Europa – altri intermediari, spesso caporali etnici, gestiranno la tratta interna, portando la manodopera laddove ce n’è più bisogno, il tutto per conto di imprenditori italiani senza scrupoli.

“Deve far riflettere tutti , forze sociali e politiche, governi locali, regionali e nazionali, la nascita di forme moderne di caporalato e di sfruttamento dei nuovi immigrati presenti nei centri di accoglienza presenti i Sicilia – dice il presidente del Centro La Torre, Vito Lo Monaco – Le piaghe del sommerso e del lavoro nero nell’agricoltura siciliana ci sono sempre state, ma non era organizzato da caporali come avviene oggi usando anche la tratta dei nuovi schiavi del ventunesimo secolo ospitati presso il Cara di Mineo, i cui proprietari e gestori sono stati lambiti dall’indagine Mafia Capitale. Il caporalato è ormai un reato punito – aggiunge Lo Monaco – ma ciò non basta a prevenirlo e garantire il rispetto della dignità della persona e della legalità per tutti, europei e immigrati. Al rispetto di questa va subordinato l’accesso alle agevolazioni pubbliche, ipotizzando una premialità per le aziende agricole che adottano i protocolli di legalità”.

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Dove per essere almeno schiavo devi avere un’amica da: l’espresso

Dove per essere almeno schiavo devi avere un’amica

Un articolo da pelle d’oca di Fabrizio Gatti:

pomodo schiavi-2Il padrone ha la camicia bianca, i pantaloni neri e le scarpe impolverate. È pugliese, ma parla pochissimo italiano. Per farsi capire chiede aiuto al suo guardaspalle, un maghrebino che gli garantisce l’ordine e la sicurezza nei campi. “Senti un po’ cosa vuole questo: se cerca lavoro, digli che oggi siamo a posto”, lo avverte in dialetto e se ne va su un fuoristrada. Il maghrebino parla un ottimo italiano. Non ha gradi sulla maglietta sudata. Ma si sente subito che lui qui è il caporale: “Sei rumeno?”. Un mezzo sorriso lo convince. “Ti posso prendere, ma domani”, promette, “ce l’hai un’amica?”. “Un’amica?”. “Mi devi portare una tua amica. Per il padrone. Se gliela porti, lui ti fa lavorare subito. Basta una ragazza qualunque”. Il caporale indica una ventenne e il suo compagno, indaffarati alla cremagliera di un grosso trattore per la raccolta meccanizzata dei pomodori: “Quei due sono rumeni come te. Lei col padrone c’è stata”. “Ma io sono solo”. “Allora niente lavoro”.

Non c’è limite alla vergogna nel triangolo degli schiavi. Il caporale vuole una ragazza da far violentare dal padrone. Questo è il prezzo della manodopera nel cuore della Puglia. Un triangolo senza legge che copre quasi tutta la provincia di Foggia. Da Cerignola a Candela e su, più a Nord, fin oltre San Severo. Nella regione progressista di Nichi Vendola. A mezz’ora dalle spiagge del Gargano. Nella terra di Giuseppe Di Vittorio, eroe delle lotte sindacali e storico segretario della Cgil. Lungo la via che porta i pellegrini al megasantuario di San Giovanni Rotondo. Una settimana da infiltrato tra gli schiavi è un viaggio al di là di ogni disumana previsione. Ma non ci sono alternative per guardare da vicino l’orrore che gli immigrati devono sopportare.

Sono almeno cinquemila. Forse settemila. Nessuno ha mai fatto un censimento preciso. Tutti stranieri. Tutti sfruttati in nero. Rumeni con e senza permesso di soggiorno. Bulgari. Polacchi. E africani. Da Nigeria, Niger, Mali, Burkina Faso, Uganda, Senegal, Sudan, Eritrea. Alcuni sono sbarcati da pochi giorni. Sono partiti dalla Libia e sono venuti qui perché sapevano che qui d’estate si trova lavoro. Inutile pattugliare le coste, se poi gli imprenditori se ne infischiano delle norme. Ma da queste parti se ne infischiano anche della Costituzione: articoli uno, due e tre. E della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Per proteggere i loro affari, agricoltori e proprietari terrieri hanno coltivato una rete di caporali spietati: italiani, arabi, europei dell’Est. Alloggiano i loro braccianti in tuguri pericolanti, dove nemmeno i cani randagi vanno più a dormire. Senza acqua, né luce, né igiene. Li fanno lavorare dalle sei del mattino alle dieci di sera. E li pagano, quando pagano, quindici, venti euro al giorno. Chi protesta viene zittito a colpi di spranga. Qualcuno si è rivolto alla questura di Foggia. E ha scoperto la legge voluta da Umberto Bossi e Gianfranco Fini: è stato arrestato o espulso perché non in regola con i permessi di lavoro. Altri sono scappati. I caporali li hanno cercati tutta notte. Come nella caccia all’uomo raccontata da Alan Parker nel film ’Mississippi burning’. Qualcuno alla fine è stato raggiunto. Qualcun altro l’hanno ucciso.

Adesso è la stagione dell’oro rosso: la raccolta dei pomodori. La provincia di Foggia è il serbatoio di quasi tutte le industrie della trasformazione di Salerno, Napoli e Caserta. I perini cresciuti qui diventano pelati in scatola. Diventano passata. E, i meno maturi, pomodori da insalata. Partono dal triangolo degli schiavi e finiscono nei piatti di tutta Italia e di mezza Europa. Poi ci sono i pomodori a grappolo per la pizza. Gli altri ortaggi, come melanzane e peperoni. Tra poco la vendemmia. Gli imprenditori fanno finta di non sapere. E a fine raccolto si mettono in coda per incassare le sovvenzioni da Bruxelles. ’L’espresso’ ha controllato decine di campi. Non ce n’è uno in regola con la manodopera stagionale. Ma questa non è soltanto concorrenza sleale all’Unione europea. Dentro questi orizzonti di ulivi e campagne vengono tollerati i peggiori crimini contro i diritti.

Non ci vuole molto per entrare nel mercato più sporco dell’Europa agricola. Qualche nome inventato da usare di volta in volta. Una fotocopia del decreto di respingimento rilasciato un anno fa a Lampedusa dal centro di detenzione per immigrati. E la bicicletta, per scappare il più lontano possibile in caso di pericolo. Il caporale che pretende una ragazza in sacrificio controlla la raccolta dei perini a Stornara. Uno dei primi campi a sinistra appena fuori paese, lungo il rettilineo di afa che porta a Stornarella. Meglio lasciar perdere. Per arrivare fin qui bisogna pedalare sulla statale 16 e poi infilarsi per dieci chilometri negli uliveti. Il borgo è una piccola isola di case nell’agro. Alla stazione di Foggia, Mahmoud, 35 anni, della Costa d’Avorio, aveva detto che quaggiù la raccolta, forse, è già cominciata. Lui, che dorme in una buca dalle parti di Lucera, è senza lavoro: lì a Nord i pomodori devono ancora maturare. Così Mahmoud campa vendendo informazioni agli ultimi arrivati in treno. In cambio di qualche moneta.

Oggi dev’essere la giornata più torrida dell’estate. Quarantadue gradi, annunciavano i titoli all’edicola della stazione. Sperduta nei campi appare nell’aria bollente una stalla abbandonata. È abitata. Sono africani. Stanno riposando su un vecchio divano sotto un albero. Qualcuno parla tamashek, sono tuareg. Un saluto nella loro lingua aiuta con le presentazioni. La segregazione razziale è rigorosa in provincia di Foggia. I rumeni dormono con i rumeni. I bulgari con i bulgari. Gli africani con gli africani. È così anche nel reclutamento. I caporali non tollerano eccezioni. Un bianco non ha scelta se vuole vedere come sono trattati i neri. Bisogna prendere un nome in prestito. Donald Woods, sudafricano. Come il leggendario giornalista che ha denunciato al mondo gli orrori dell’apartheid. “Se sei sudafricano resta pure”, dice Asserid, 28 anni. È partito da Tahoua in Niger nel settembre 2005. È sbarcato a Lampedusa nel giugno 2006. Racconta che è in Puglia da cinque giorni. Dopo essere stato rinchiuso quaranta giorni nel centro di detenzione di Caltanissetta e alla fine rilasciato con un decreto di respingimento. Asserid ha attraversato il Sahara a piedi e su vecchi fuoristrada. Fino ad Al Zuwara, la città libica dei trafficanti e delle barche che salpano verso l’Italia. “In Libia tutti gli immigrati sanno che gli italiani reclutano stranieri per la raccolta dei pomodori. Ecco perché sono qui. Questa è solo una tappa. Non avevo alternative”, ammette Asserid: “Ma spero di risparmiare presto qualche soldo e di arrivare a Parigi”. Adama, 40 anni, tuareg nigerino di Agadez, ha fatto il percorso inverso. A Parigi è atterrato in aereo, con un visto da turista. Poi gli è andata male. Dalla Francia l’hanno espulso come lavoratore clandestino. Ed è sceso in Puglia, richiamato dalla stagione dell’oro rosso. “Questo è l’accampamento tuareg più a Nord della storia”, ride Adama. Ma c’è poco da ridere. L’acqua che tirano su dal pozzo con taniche riciclate non la possono bere. È inquinata da liquami e diserbanti. Il gabinetto è uno sciame di mosche sopra una buca. Per dormire in due su materassi luridi buttati a terra, devono pagare al caporale cinquanta euro al mese a testa. Ed è già una tariffa scontata. Perché in altri tuguri i caporali trattengono dalla paga fino a cinque euro a notte. Da aggiungere a cinquanta centesimi o un euro per ogni ora lavorata. Più i cinque euro al giorno per il trasporto nei campi. Lo si vede subito quanto è facile il guadagno per il caporale. Alle due e mezzo del pomeriggio arriva con la sua Golf. E la carica all’inverosimile. “Davvero questo è africano?”, chiede agli altri davanti all’unico bianco. Nessuno sa dare risposte sicure. “Io pago tre euro l’ora. Ti vanno bene? Se è così, sali”, offre l’uomo, calzoncini, canottiera e sul bicipite il tatuaggio di una donna in bikini ritratta di schiena.

Si parte. In nove sulla Golf. Tre davanti. Cinque sul sedile dietro. E un ragazzo raggomitolato come un peluche sul pianale posteriore. Solo per questo trasporto di dieci minuti il caporale incasserà quaranta euro. I ragazzi lo chiamano Giovanni. Loro hanno già lavorato dalle 6 alle 12.30. La pausa di due ore non è una cortesia. Oggi faceva troppo caldo anche per i padroni perché rinunciassero a una siesta. Giovanni si presenta subito dopo, guardando attraverso lo specchietto retrovisore: “Io John e tu?”. Poi avverte: “John è bravo se tu bravo. Ma se tu cattivo…”. Non capisce l’inglese né il francese. E questo basta a far cadere il discorso. Ma il pugnale da sub che tiene bene in vista sul cruscotto parla per lui. Amadou, 29 anni, nigerino di Filingue, rivela lo stato d’animo dei ragazzi: “Giovanni, oggi è venerdì e non ci paghi da tre settimane. Ormai stiamo finendo le scorte di pasta. Da quindici giorni mangiamo solo pasta e pomodoro. I ragazzi sono sfiniti. Hanno bisogno di carne per lavorare”. I tre euro l’ora promessi erano solo una bugia. Ma Giovanni promette ancora. Quando risponde dice sempre: “Noi turchi”. Anche se la targa della macchina è bulgara. E per il suo accento potrebbe essere russo oppure ucraino. “Ti giuro su Dio”, continua il caporale, “oggi arrivano i soldi e vi paghiamo. Tu mi devi credere. Io lavoro come te a Stornara. Non prendo in giro i miei colleghi”. Giovanni abita alla periferia. Un villino di mattoni sulla destra, a metà del rettilineo per Stornarella. Quasi di fronte a un’altra stalla pericolante senz’acqua, riempita di materassi e schiavi.

Sono almeno cinquemila. Forse settemila. Nessuno ha mai fatto un censimento preciso. Tutti stranieri. Tutti sfruttati in nero. Rumeni con e senza permesso di soggiorno. Bulgari. Polacchi. E africani. Da Nigeria, Niger, Mali, Burkina Faso, Uganda, Senegal, Sudan, Eritrea. Alcuni sono sbarcati da pochi giorni. Sono partiti dalla Libia e sono venuti qui perché sapevano che qui d’estate si trova lavoro. Inutile pattugliare le coste, se poi gli imprenditori se ne infischiano delle norme. Ma da queste parti se ne infischiano anche della Costituzione: articoli uno, due e tre. E della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Per proteggere i loro affari, agricoltori e proprietari terrieri hanno coltivato una rete di caporali spietati: italiani, arabi, europei dell’Est. Alloggiano i loro braccianti in tuguri pericolanti, dove nemmeno i cani randagi vanno più a dormire. Senza acqua, né luce, né igiene. Li fanno lavorare dalle sei del mattino alle dieci di sera. E li pagano, quando pagano, quindici, venti euro al giorno. Chi protesta viene zittito a colpi di spranga. Qualcuno si è rivolto alla questura di Foggia. E ha scoperto la legge voluta da Umberto Bossi e Gianfranco Fini: è stato arrestato o espulso perché non in regola con i permessi di lavoro. Altri sono scappati. I caporali li hanno cercati tutta notte. Come nella caccia all’uomo raccontata da Alan Parker nel film ’Mississippi burning’. Qualcuno alla fine è stato raggiunto. Qualcun altro l’hanno ucciso.

Padroni senza legge
Dietro il triangolo degli schiavi ci sono gli imprenditori dell’agricoltura foggiana e molte industrie alimentari. Piccole o grandi aziende non fanno differenza. Quando devono assumere personale stagionale per la raccolta nei campi, quasi tutte scelgono la scorciatoia del caporalato. Il compenso per gli stranieri varia da 2,50 a 3 euro l’ora (ai quali però vanno tolti tutti i ’servizi’ per il caporale). Anche per questo gli italiani sono scomparsi da questo tipo di lavoro. Solo una piccola minoranza degli agricoltori interpellati da ’L’espresso’ dice di pagare i braccianti da 4 a 4,50 euro l’ora. Ma sempre in nero e rivolgendosi a caporali. In Veneto e in Friuli un raccoglitore guadagna in media 5,80 euro l’ora più i contributi, se in regola. Oppure da 6,20 a 7 euro l’ora se ingaggiato in nero.

La legge prevede una retribuzione ordinaria di 35 euro al giorno. Per favorire le assunzioni regolari, il governo ha abbassato i contributi che gli imprenditori devono versare di circa il 75 per cento. Mentre il contributo dell’8,54% che il bracciante deve dare all’Inps è rimasto inalterato. I controlli sono inefficaci o inesistenti. Nell’ultimo anno in provincia di Foggia soltanto un imprenditore, a Orta Nova, è stato arrestato per sfruttamento dell’immigrazione clandestina.

I medici accusano: arrivano sani e si ammalano qui
Vivono in condizioni disumane. Proprio in questi giorni decine di abitanti del Ghetto, tra Foggia e Rignano, si sono ammalati di gastroenterite per le pessime condizioni dell’acqua. Ma anche quest’anno, l’Asl Foggia 3 ha rifiutato di mettere a disposizione strutture e ricettari per assistere gli stranieri sfruttati come schiavi nei campi. La denuncia è dell’associazione francese Medici senza frontiere che invece ha ottenuto la collaborazione dell’Asl Foggia 2 per l’assistenza sanitaria e umanitaria nel Sud della provincia. Da tre anni un ambulatorio mobile di Msf visita le campagne tra Cerignola e San Severo. Come se la provincia di Foggia fosse un fronte di guerra. Ci sono un medico, un’assistente sociale e un coordinatore: quest’anno Viviana Prussiani, Carla Manduca e Teo Di Piazza. “Per il terzo anno consecutivo siamo stati costretti a continuare questo progetto”, spiega Andrea Accardi, responsabile delle missioni italiane di Msf: “E ancora una volta nell’estate 2006 ci troviamo di fronte alla stessa situazione: gli stranieri arrivano sani e si ammalano a causa delle indecenti condizioni che trovano nelle campagne. Manca qualsiasi forma di accoglienza. Il sistema economico è totalmente ipocrita e vede la connivenza e il coinvolgimento di tutti gli attori. A partire dal governo e dalle istituzioni locali, ovvero Comuni e prefetture, fino ad arrivare alle Asl, alle organizzazioni di produttori e ai sindacati”.

Nel 2005 Msf ha pubblicato il rapporto “I frutti dell’ipocrisia” sulle drammatiche condizioni degli immigrati sfruttati come schiavi non solo in Puglia. Perché, secondo il tipo di raccolto, situazioni simili si ripetono in Calabria, Campania, Basilicata e Sicilia. Le malattie più gravi sono state diagnosticate negli stranieri che vivono in Italia da più tempo, tra 18 e 24 mesi. Il 40 per cento dei lavoratori nell’agricoltura vive in edifici abbandonati. Oltre il 50 non dispone di acqua corrente. Il 30 non ha elettricità. Il 43,2 per cento non ha servizi igienici. Il 30 ha subito qualche forma di abuso, violenza o maltrattamento

(fonte: L’ESPRESSO)

29 Comments

  1. Proporrei per la prossima raccolta, i nostri parlamentari (finalmente lavorerebbero un po’), buona parte dei consiglieri regionali soprattutto della Lombardia!.. e tanti,tanti altri in modo particolare tutti coloro i quali vivono di politica e null’altro. Parassiti vergognatevi.

MANIFESTAZIONE DEI/DELLE MIGRANTI domenica 18 maggio ore 16 – Piazza XX settembre Bologna (autostazione)

 

MANIFESTAZIONE DEI/DELLE MIGRANTI
domenica 18 maggio
ore 16 – Piazza XX settembre
Bologna (autostazione)
 
– CONTRO L’APERTURA DEL CENTRO DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE DI BOLOGNA
– Contro le cattive pratiche nel rinnovo del permesso e della carta di soggiorno della Questura di Bologna

– Contro il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro
– Contro il razzismo istituzionale
 
La Questura di Bologna non rinnova il permesso di soggiorno se il padrone non versa i contributi, continua a dare permessi per ricerca lavoro di 6 mesi anche se la legge prevede che siano di un anno, non rispetta i 60 giorni per fare i rinnovi e  consegna i permessi quasi scaduti, non rilascia i permessi a tutti coloro che hanno partecipato all’ultima sanatoria, non rispetta i tempi per la concezione della cittadinanza. Come se non bastasse, oggi questura e prefettura sono pronte a riaprire il Centro di identificazione ed espulsione di via Mattei, dove i migranti sono rinchiusi per mesi per il solo fatto di non avere o di avere perso il permesso di soggiorno. E’ ORA DI DIRE BASTA! TUTTI IN PIAZZA!
 
Per Info:

MANIFESTAZIONE DEI/DELLE MIGRANTI ore 16 – Piazza XX settembre bologna

MANIFESTAZIONE DEI/DELLE MIGRANTI
domenica 18 maggio
Bologna (autostazione)
 
La Questura di Bologna non rinnova il permesso di soggiorno se il padrone non versa i contributi, continua a dare permessi per ricerca lavoro di 6 mesi anche se la legge prevede che siano di un anno, non rispetta i 60 giorni per fare i rinnovi e  consegna i permessi quasi scaduti, non rilascia i permessi a tutti coloro che hanno partecipato all’ultima sanatoria, non rispetta i tempi per la concezione della cittadinanza. Come se non bastasse, oggi questura e prefettura sono pronte a riaprire il Centro di identificazione ed espulsione di via Mattei, dove i migranti sono rinchiusi per mesi per il solo fatto di non avere o di avere perso il permesso di soggiorno. E’ ORA DI DIRE BASTA! TUTTI IN PIAZZA!
 
Per Info:

Libri & Conflitti. La recensione di CIE E COMPLICITA’ DELLE ORGANIZZAZIONI UMANITARIE | Autore: carlo d’andreis da: controlacrisi.org

Libri & Conflitti. In Italia, in tredici Centri di Identificazione ed Espulsione sono recluse oggi migliaia di persone – nel 2012, 7.012 uomini e 932 donne – che hanno la sola colpa di essere migranti. Miliardi di euro vengono spesi per trattenere queste persone e poi espellerle, verso i Paesi dai quali erano faticosamente e onerosamente partite. Molti di questi soldi pubblici finiscono nelle tasche delle organizzazioni “umanitarie” che hanno accettato di gestire i CIE, ben sapendo che i dispositivi fondamentali sui quali questi non-luoghi sono costruiti sono gli stessi che hanno caratterizzato i campi di internamento storici, compresi i lager nazisti. Le frequenti manifestazioni di disagio dei reclusi nei Centri non lasciano dubbio alcuno sulle condizioni di vita al loro interno. E, d’altra parte, chiudere in gabbia delle persone che si spostano nel mondo non sembra in ogni caso una risposta accettabile. Questo libro vuole aprire una riflessione seria e non ideologica sull’istituzione CIE e invita ciascuno di noi a confrontarsi con la propria personale responsabilità riguardo alla loro esistenza.

L’estratto QUI

Il libro di Davide Cadeddu ci parla dei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) oggi più presenti nei mass-media in seguito alle molte rivolte, scioperi ed episodi di autolesionismo accaduti al loro interno. I CIE sono veri e propri luoghi di detenzione, dove uomini e donne che non hanno commesso alcun reato restano reclusi fino a un periodo che può durare – adesso- anche diciotto mesi.

Nei CIE ci si entra per motivi di vario tipo, come ci dice il racconto di Aziz, da cui ne è evaso due volte: “Ai CIE si entra per tanti motivi, con tante storie diverse. La maggior parte delle persone che ho conosciuto è stata portata in un CIE perché, una volta perso il lavoro, ha perso il permesso di soggiorno che a questo è collegato”.
Proprio per questo meccanismo che la macchina delle espulsioni di cui i CIE fanno parte, come rileva l’autore, genera una condizione di terrore negli immigrati che vivono con la paura di tornarsene nei paesi di appartenenza da cui sono fuggiti (di solito per fame, a causa della guerra o perché perseguitati) per giunta con un debito da pagare contratto per comprarsi il viaggio clandestino che con molte sofferenze li ha portati fin qui.

L’autore con il supporto di numerosissime fonti e con l’ausilio di molti articoli affronta il tema dei CIE da vari punti di vista; così apprendiamo che, nonostante “la macchina” delle espulsioni costi duecentomila euro allo Stato, solamente una parte molto esigua dei clandestini è rimpatriata, compito per cui formalmente sono preposti tali apparati. Più avanti si citano tutte le leggi che a vario titolo, e durante governi diversi, hanno modificato la natura e il tempo massimo di permanenza nei CIE.

L’autore cerca inoltre di ripercorrere la storia dei campi d’internamento, in continuità tra loro per la caratteristica di essere Istituti Totali dove i diritti dei reclusi sono sospesi e dove non esistono alcun tipo di regole, a differenza dei carceri, dove esistono delle regole ben precise.

La questione centrale (e anche la più inedita e coraggiosa) di questo libro, dichiarata esplicitamente nel sottotitolo, è la denuncia della complicità delle organizzazioni umanitarie che gestiscono i CIE nella segregazione degli immigrati clandestini come prassi preferenziale.
Queste organizzazioni come la Croce Rossa e Connecting People per tornaconto economico hanno interesse a che i CIE restino operativi: ”I gestori – da sempre- dei campi per migranti, invece di assumersi le proprie responsabilità per il fallimento colossale e sotto gli occhi di tutti del sistema CIE, invece di assumersi le responsabilità morali per aver fatto carne da macello della vita e dei corpi di tanti migranti internati, dicono alle istituzioni che tale insuccesso è dovuto al fatto di non essere stati messi nelle condizioni per poter operare adeguatamente e reclamano così un loro maggior coinvolgimento operativo.”

Pur condividendo le ragioni di questo libro e i molti e giusti argomenti di riflessione ritengo che sia stata un’occasione mancata per portare alla luce alcune delle tante storie e testimonianze che s’intrecciano nei CIE, fatta eccezione per i brevi racconti di Aziz e Angela (ex operatrice CIE).
L’eccesivo ricorso alla trascrizione di testi anche molto lunghi e l’approccio spesso didattico nel cucire i tanti aspetti dell’argomento fanno somigliare il testo, nella forma dell’impianto, a una preziosa tesi di laurea.

Davide Cadeddu (1974), educatore, insegnante e formatore. Vive a Torino, dove, negli ultimi 16 anni, ha promosso e coordinato progetti socioeducativi e formativi nell’ambito del lavoro di strada, delle tossicodipendenze, dell’aggregazione giovanile, dell’accoglienza dei migranti e dei richiedenti asilo politico; ha lavorato nella formazione professionale con giovani e adulti. Attualmente lavora come educatore in una comunità per minori. Ha dato vita all’Associazione Onda Urbana e al progetto “Tana Libera Tutti”, nel quartiere torinese di Porta Palazzo.Cie e le complicità delle organizzazini umanitarie
di Davide Cadeddu
Sensibili alle foglie
isbn 978-88-89883-80-8
Euro 15,00
pagine 128

aggiornamenti su Cassibile da: Rete Antirazzista Catanese

A Cassibile anche quest’anno per i migranti accoglienza zero !
Come ogni anno, da aprile a giugno, in occasione della raccolta delle
patate, ai  circa 5.000 residenti a Cassibile (oltre 300 provengono dal
Marocco), si aggiungono diverse centinaia di migranti. Quest’anno non
essendo elevata la produzione di patate, si stanno intanto raccogliendo
carote ed insalate. I problemi sono legati innanzitutto alla sistemazione
logistica e alla organizzazione del lavoro. In generale, chi arriva proviene
dal Nord Italia e da altre “raccolte” (una vera transumanza del lavoro
migrante nelle campagne meridionali). Negli ultimi anni  il numero dei
lavoratori stagionali (circa 500) si è mantenuto stazionario perché in tanti
hanno perso il posto di lavoro nelle fabbriche e nei cantieri del nord.
La presenza stanziale di una comunità marocchina rende più semplice il
“primo impatto” per chi proviene dal Maghreb. Per loro è infatti possibile
affittare appartamenti o stanze nel centro abitato. Gli altri (Sudanesi,
Somali, Eritrei) hanno potuto negli anni scorsi utilizzare il campo
allestito dalla Croce Rossa, o trovare rifugio, senza acqua né luce,  nei
caseggiati di campagna abbandonati o in tende di fortuna. La Croce Rossa ha
gestito fino al 2012 una tendopoli che in media ha “accolto” solo 140/150
migranti. Ancora più complicata, ovviamente, la situazione per chi è
costretto a inventarsi improbabili ricoveri fra le strutture fatiscenti e
abbandonate. Risolto  il problema del precario riparo notturno, si può
iniziare la sempre più difficile ricerca di un lavoro, anche per una sola
giornata. La stragrande maggioranza dei migranti che arrivano a Cassibile è
regolare con il permesso di soggiorno  – rifugiati, richiedenti asilo,
protezione umanitaria, in regola con il PDS, in attesa di rinnovo –  ma,
non potendo lavorare nel rispetto delle norme contrattuali, viene spinta
verso il lavoro irregolare con il rischio di perdere il permesso di
soggiorno, grazie a vergognose leggi razziali come la Bossi-Fini ed il
“pacchetto sicurezza”. Teoricamente l’assunzione di manodopera dovrebbe
essere eseguita tramite gli uffici preposti, il salario orario netto
dovrebbe essere di 6 euro e venti, sei ore e trenta minuti la giornata
lavorativa, spese logistiche, di trasporto e materiale di lavoro (scarpe
antinfortunistiche, guanti) a carico del datore di lavoro. In realtà il
collocamento è sostanzialmente in mano ai “caporali” (in buona parte di
origine marocchina) e ai subcaporali,  in base alle varie etnie; costoro
gestiscono anche i trasporti (da 3 a 5 euro il costo) e trattano salari
differenziati: chi viene dal Maghreb guadagna fra 35 e 40 euro, gli altri 30
o ancora meno. Gli orari sono “flessibili”, se vuoi lavorare devi comunque
essere in grado di riempire quotidianamente almeno 100 cassette, ognuna del
peso di 20/22 chili. Anche quest’anno la tendopoli della Croce Rossa non ci
sarà . L’accoglienza, gestita da sempre  come emergenza, si è rivelata un
fallimento, oltre che un inutile spreco di denaro: negli anni gli stessi
soldi avrebbero potuto essere investiti in un progetto d’accoglienza
duraturo mentre adesso, in tempi di sanguinosi tagli alle spese sociali, c’è
il rischio che centinaia di migranti possano essere abbandonati al
supersfruttamento di padroni senza scrupoli, in disastrose condizioni di
vivibilità. E’ drammatico che ciò si ripeta ogni anno in una terra dove 45
anni fa ci furono eroiche lotte bracciantili che riuscirono a debellare a
livello nazionale le piaghe delle gabbie salariali e del caporalato. Negli
anni scorsi numerosi migranti hanno inoltre ricevuto la vergognosa
contestazione di “invasione di terreni o edifici e danneggiamento” da parte
delle forze dell’ordine; come al solito lo stato riesce a  dimostrare la sua
forza solo con i deboli, peccato che sia quasi sempre debole con i forti.
Perché non si controlla a monte chi compie il reato di caporalato? Perché ci
si accanisce contro chi non ha il permesso di soggiorno, criminalizzandolo,
quando  invece ci sono tante ditte che evadono i contributi ed ingrassano i
caporali? Perché non si individuano e perseguono le ditte che
commercializzano le patate provenienti da Tunisia, Cipro e Marocco
(conservate più a lungo grazie all’illegale uso di antiparassitari),
spacciandole per prodotti locali?
Oramai il mercato europeo è invaso dalle patate prodotte soprattutto in
Egitto a costi molto inferiori. Il principio di “Uguale salario per uguale
lavoro” o diventa la bussola dell’associazionismo antirazzista e del
sindacalismo conflittuale o la differenziazione etnica dei salari (quest’anno
oscillano da 30 a 40 euro al giorno per 9/10 ore lavorative!) può innescare
fratricide guerre fra poveri, contrapponendo lavoratori italiani e migranti,
e gli stessi migranti di diverse nazionalità, soprattutto in presenza dell’attuale
devastante crisi economica. L’esemplare esperienza dell’estate 2011 a Nardò
ha dimostrato che i migranti possono riuscire ad autorganizzarsi ed a
lottare per i propri diritti nelle campagne, anche grazie al sostegno dell’associazionismo
antirazzista e del sindacalismo conflittuale.
Rilanciamo anche quest’anno l’appello all’associazionismo solidale, ai GAS
(Gruppi di Acquisto Solidale), ai GAP ed alle esperienze di consumo critico
a sostenere la campagna di acquisto delle patate socialmente eque,  prodotte
dalle ditte che rispettano le norme contrattuali (info: 3803266160 –

Rete Antirazzista Catanese

http://www.youtube.com/watch?v=Qg237emc5r8

da: coordinamento migranti bologna : Impedire la riapertura del CIE di via Mattei.

Praticare il dissenso, solidarietà senza confini:

Impedire la riapertura del CIE di via Mattei.

 

Il Ministero dell’Interno ha stanziato i finanziamenti per i lavori di riapertura del CIE di Via Mattei, il centro di detenzione per migranti che ha rappresentato una pagina nera nella storia di Bologna. Noi non siamo disponibili ad accettare la sua riapertura e riteniamo necessario opporre con forza il rifiuto di tutta la città a questa fabbrica di ingiustizia e sofferenza, che rinchiude e priva della libertà i migranti per il solo fatto di non avere o di aver perso il permesso di soggiorno… Un rifiuto dimostrato in oltre quindici anni di lotte che, a Bologna come altrove, hanno espresso – dall’esterno e dall’interno di quelle gabbie – un’opposizione senza ambiguità all’aberrazione umana e giuridica rappresentata dai CIE. Battaglie che hanno denunciato come la detenzione amministrativa – prevista per la prima volta dalla legge Turco-Napolitano – sia funzionale ai dispositivi legislativi che mirano a sfruttare, ricattare, discriminare i migranti, come la legge Bossi-Fini. Grazie a questi percorsi di mobilitazione e al protagonismo dei migranti in lotta dentro e fuori i luoghi di lavoro si è consolidato un patrimonio di dissenso che ha indicato le responsabilità degli attori coinvolti, incluse le amministrazioni locali, oggi a favore della chiusura definitiva del CIE di via Mattei.

Ma non possiamo fermarci qui… Di fronte a politiche europee e nazionali che mirano a separare e diversificare, ci sentiamo sempre più uniti nelle nostre differenze e condizioni. Alla minaccia dell’egoismo e dell’indifferenza reagiremo il 18 maggio, all’interno della settimana di mobilitazione promossa tra gli altri dal coordinamento Europeo Blockupy, con solidarietà e determinazione, consapevoli che libertà e democrazia sono da reinventare e costruire attivamente dalla parte dei migranti, per il diritto a una vita degna per tutti/e, partendo dall’opposizione a tutti gli strumenti del razzismo istituzionale come i centri di detenzione e identificazione… Per questo invitiamo tutte e tutti a partecipare all’assemblea cittadina giovedì 8 maggio alle 20.30 presso Làbas occupato, per costruire insieme una grande manifestazione per domenica 18 maggio a Bologna… continua a leggere cliccando qui…

Adl Cobas, Carovana Europea Bruxelles 2014, Cobas Bologna, Coordinamento Migranti, Cs TPO, Hic Sunt Leones Football antirazzista, Làbas occupato, RID/CommuniaNetwork, ∫connessioni precarie, Scuola Kalima Tpo, SIM – scuola di italiano con migranti Xm24, Sportello medico-legale Xm24, Sportello legale Tpo, Unione sindacale italiana – Associazione internazionale dei lavoratori – lavoratori e lavoratrici anarchici, Vag61…

www.coordinamentomigranti.org

Per adesioni: nocienocara@gmail.com

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/305128942972564/