“Razzismo e fine dei valori per la sinistra”. Intervento di Franco Astengo da: controlacrisi.org

Il tema dell’immigrazione e dell’accoglienza, di stretta e bruciante attualità in Italia come in altre parti del mondo, è stato affrontato da Massimo Franco in un commento-analisi apparso sulle colonne del “Corriere della Sera” sabato 18 Luglio.Nell’intervento si sostiene una tesi secondo la quale si sta delineando, nella società italiana, una frattura che parte proprio dal “sociale” e si propaga a livello politico.

Il leghismo e più in generale la destra radicale si percepiscono come portavoce della popolazione e delle sue paure sicché viene meno il dialogo sui valori del mondo cattolico.

Nel prosieguo dell’articolo Massimo Franco scrive d’incubazione per “potenziali mostri razzisti” (da altre parti si è letto di “ragionevolezza della protesta” perfino da parte di Massimo Cacciari) e si pone questo pericolo a diretto confronto con l’idea della marginalità e delle periferie che rappresentano il cuore della strategia del Papa.

Nella sostanza la perdita di sintonia tra la destra e il mondo cattolico causerebbe il presentarsi di una nuova “frattura” al punto da rappresentare l’elemento fondativo di un vero e proprio sfrangiamento sociale attraverso il quale passerebbe un vero e proprio spossamento d’identità e quindi i cosiddetti “antivalori” dell’egoismo e della paura, ponendo in rampa di lancio gli elementi di una nuova egemonia imperniata sugli slogan leghisti (il discorso vale naturalmente anche a livello europeo se pensiamo a ciò che sta accadendo in Francia, in Austria, in Ungheria, ecc, ecc.).

Una sintesi, quella fin qui esposta, che rende fedelmente il clima culturale e politico che circonda un tema di fortissima attualità e di grande delicatezza: una sintesi dalla quale discende direttamente una domanda.

E la sinistra? La sinistra, culturale e politica, non viene neppure citata: pare non esistere, non risulta in grado di esprimere valori e opzioni culturali e politiche, non riesce – evidentemente a giudizio dell’autore ma anche nell’opinione più generale – a entrare nel merito.

Un altro segnale di vero e proprio “smarrimento” e di evidente perdita non solo d’identità ma anche di capacità di rapporto e radicamento sociale: del resto, negli ultimi episodi di cronaca relativi al tema, dalla periferia di Roma a quella di Treviso non si avvertono segnali di presenza politica dei soggetti di sinistra. Anzi a Roma i cartelli dei protestatari che indicavano il “business” degli immigrati aveva come chiaro riferimento le vicende legate alle cooperative del “compagno” Buzzi e delle varie cordate, di diverso colore, legate al grande “affarone” che ha fatto (giustamente) tanto scandalo in questi mesi e che il PD ha saputo affrontare soltanto in termini di mantenimento della logica del potere.

Tornando però al filo del ragionamento che offre la lettura dell’articolo di Massimo Franco la constatazione che ne deriva è, appunto, proprio quella della sparizione dei valori della sinistra come possibile punto di riferimento del dibattitto, di costruzione di una proposta alternativa, di presenza e di iniziativa politica.

Tutto sparito: scomparse le idee dell’eguaglianza e dell’universalismo. Scomparsa la capacità di partire dai principi per sviluppare anche soltanto un’ipotesi di nuova pedagogia politica alternativa a quella dominante del considerare le masse come merce.

«È morale», diceva Emile Durkheim, «tutto ciò che è fonte di solidarietà, tutto ciò che costringe l’uomo a tenere conto dell’altro, a regolare i propri movimenti su qualcosa di diverso dagli impulsi del proprio egoismo». «Ciò spiega», aggiunge Micheà, «che la rivolta dei primi socialisti contro un mondo fondato sul solo calcolo egoistico sia stata così spesso sostenuta da un’esperienza morale». Si pensi alla «virtù» celebrata da Jaurès, alla «morale sociale» di cui parlava Benoît Malon. La «decenza comune», che è mille miglia lontana da ogni forma di ordine morale o di puritanesimo moralizzatore, è, infatti, uno dei tratti principali della «gente normale» ed è nel popolo che la si trova più comunemente diffusa. Essa implica la generosità, il senso dell’onore, la solidarietà ed è all’opera nella triplice obbligazione di «dare, ricevere e restituire».

A partire da essa, si è espressa in passato la protesta contro l’ingiustizia sociale, perché permetteva di percepire l’immoralità di un mondo fondato esclusivamente sul calcolo interessato e la trasgressione permanente di tutti i limiti.

Dovrebbe bastare questo punto del legare la morale alla politica per cercare di ricostruire un’identità possibile, prima ancora del richiamare le logiche ineludibili delle fratture di classe.

Senza questo legame, essenziale, tra morale e politica saranno sempre i valori e/o i disvalori degli “altri” a prevalere, facendoci smarrire completamente, come sta accadendo, una qualsiasi visione del futuro e riducendoci ad affannati amministratori di un drammatico presente.

Lucio Magri: «il fardello dell’uomo comunista» | Autore: Lucio Magri da: controlacrisi.org

 

Il 2 marzo 1919 si apriva a Mosca il congresso di fondazione della Terza Internazionale. L’Internazionale Comunista si sciolse nel giugno 1943. Pubblichiamo un estratto dal libro di Lucio Magri “Il sarto di Ulm” in cui, prima di esaminare la complessa e originale storia del partito comunista italiano, traccia un bilancio della vicenda del comunismo tra le due guerre mondiali. Fortunatamente disponibile anche in edizione economica il libro di Magri è uno strumento fondamentale di conoscenza e riflessione sulla storia dei comunisti nel Novecento. Non possiamo che consigliarne la lettura. 

1. Nell’ultimo quindicennio dell’Ottocento, e fino alla vigilia della Prima guerra mondiale, è emerso, in Europa ma non solo, un nuovo soggetto sociale, politico, culturale ben definito. Esso aveva alle spalle una lunga e travagliata gestazione: straordinari momenti di insorgenza rivoluzionaria (il 1848, la Comune) conclusi da altrettanto brucianti sconfitte, aspri e mai del tutto superati conflitti ideologici (anarchici, neogiacobini, socialisti utopisti ecc.); varie esperienze pratiche (sindacali, cooperativistiche, comunitarie); il tutto inserito e modellato in contesti nazionali molto diversi tra loro. Alla fine però era emerso un protagonista indiscutibilmente egemone, il socialismo di orientamento marxista, organizzato in partito, e collegato a sindacati, cooperative, giornali, riviste, su scala nazionale e con espliciti e impegnativi legami internazionali: la Seconda internazionale. Sui suoi legittimi genitori non ci sono dubbi possibili. Esso è nato da un incontro storicamente determinato. Da un lato una nuova classe, che lo sviluppo economico rapidamente produceva e rapidamente escludeva, ben definita nel rapporto tra capitale e lavoro salariato. Questa classe andava proprio allora concentrandosi nella grande industria, era capace di rivendicazioni e lotte collettive, e al tempo stesso (avendo dietro di sé la Rivoluzione francese) non era più plebe indistinta e rassegnata, poiché aveva “una confusa coscienza dei propri diritti sociali e politici. Dall’altro lato un pensiero forte, il marxismo, che a “sua volta aveva radici nell’eredità insieme riconosciuta e criticata della cultura moderna, offriva a quel nuovo soggetto sociale non un generico sostegno, ma strumenti intellettuali robusti per comprendere le ragioni strutturali delle sue sofferenze, per decifrare e immettersi in un’interpretazione generale della storia, per dare fondamento e plausibilità a un progetto di trasformazione generale del sistema e lo chiamava quindi a darsi un’organizzazione politica e ad assumere il ruolo di futura classe dirigente. Tale incontro non fu privo di ostacoli e controversie, ancora dopo le aggregazioni organizzative e anche tra coloro che pur si dichiaravano sinceramente marxisti. Controversie teoriche (dal «marxismo della cattedra» influenzato dal meccanicismo positivistico o dall’eticismo kantiano, all’economicismo tradeunionista); controversie politiche (sul suffragio universale, sull’importanza del Parlamento, sul colonialismo, sulle questioni operaie). Su tutto questo non occorre soffermarsi, perché esiste una vasta letteratura, ma soprattutto perché le controversie non impedirono a quel soggetto in formazione di definire comunque, anche a prezzo di qualche mediazione e di qualche ambiguità, un’identità culturale e di darsi un indirizzo politico unitario.

Utile invece, perché oscurato da successive e più aspre divisioni e oggi quasi dimenticato, è ricordare l’esito cui quel tentativo arrivò nel periodo del suo decollo, cioè la sua “straordinaria ascesa, su ogni versante, nel corso di poco più di vent’anni, e i risultati ottenuti, molti dei quali permanenti. Conquiste politiche: allargamento sostanziale in molti importanti paesi dell’accesso al voto, spazi di libertà di parola, di stampa e di organizzazione, pur pagando cruente repressioni, carcerazioni, esili. Conquiste sociali: riduzioni dell’orario di lavoro, diritto alle «coalizioni dei lavoratori», cioè alla contrattazione collettiva, primi passi di assistenza sanitaria e previdenziale e di tutela di donne e bambini, istruzione elementare obbligatoria. Crescita organizzativa (in Germania quasi un milione di iscritti) e crescita elettorale (intorno al 1910 la socialdemocrazia raggiunse, in Germania ma non solo, oltre il 35% dei voti e divenne il primo partito in Parlamento). Infine successi culturali: il marxismo penetrò nelle università (oltre che nelle fabbriche, nelle carceri e fino in Siberia), formando gruppi dirigenti di grande valore e imponendo ai maggiori intellettuali che lo avversavano di confutarlo, ma prendendolo sul serio. Anche qualche insorgenza rivoluzionaria, contro stati autoritari, sconfitta ma non inutile, come in Russia nel 1905, o vincente, come in Messico. Una così sorprendente e rapida ascesa era connessa a un’unità di fondo che, al di là dei dissidi passati o di quelli in gestazione su alcuni punti, era sufficiente a definire un’identità, a mobilitare grandi speranze in grandi masse. Non c’era socialista, per quanto riformista e gradualista, che non credesse alla necessità e alla possibilità di un superamento del sistema capitalistico come obiettivo finale del suo impegno. Non c’era socialista, per quanto rivoluzionario e impaziente, che “negasse la necessità di una permanente e strutturata organizzazione politica, con una precisa connotazione di classe, e come sede per formare una coscienza di classe. La parola socialista e quella comunista non si presentavano quindi in quel contesto divergenti, tanto meno incomponibili , designavano anzi la differenza e la complementarietà tra una fase di transizione, più o meno lunga, e un approdo cui quella transizione doveva portare.

Basta il semplice restauro della memoria di quella fase fondativa a dirci qualcosa di importante su tante sciocchezze che tormentano la discussione dei nostri giorni. Soprattutto quanto sia stato fondamentale il contributo del movimento operaio marxista alla nascita della democrazia moderna , nei suoi caratteri essenziali e distintivi: sovranità popolare, nesso tra libertà politica e condizioni materiali che la rendano esercitabile. Quanto sia stato importante il nesso tra organizzazione, pensiero strutturato, partecipazione di massa per fare di una plebe, o di una moltitudine di individui, un protagonista collettivo della storia reale. Infine, quanto sia parimenti assurdo supplire oggi a un vuoto di analisi e di teoria riverniciando dietro nuovi nomi idee già logore e battute un secolo fa, come l’anarchismo; o usare parole antiche, come socialdemocrazia, per indicare idee o scelte del tutto diverse da ciò che erano nate per indicare.

2. Nel giro di pochi anni, però, quel movimento che sembrava avviato a essere una «potenza» precipitò in una crisi verticale, si ruppe in molti frammenti. Perché? Perché si scontrò con un evento tanto sconvolgente quanto difficile da leggere e da governare: la Prima guerra mondiale.

Sembra ben strano, se non fosse rivelatore, che, ancor oggi, l’acceso dibattito sul Novecento, e in particolare sui suoi aspetti tragici, abbia trascurato o marginalizzato quel passaggio storico fondamentale e «costituente» per l’intero secolo. A dire il vero, l’incapacità di elaborare una convincente spiegazione di quella guerra, delle sue cause, della sua portata e delle sue conseguenze non è sorprendente in sé. L’intera generazione che la visse e vi partecipò con convinzione, presto ne misurò concretamente la tragedia: milioni e milioni di morti e di invalidi, economie demolite, stati e imperi che si dissolvevano, particolarmente nei paesi perdenti ma ovunque in Europa, colpirono l’intera società, quasi tutti gli strati sociali, certezze e culture che sembravano consolidate. La sorpresa era stata grande per tutti, perché ragioni e responsabilità di un tale disastro sembravano, in quel momento, inspiegabili, non c’era una crisi economica o sociale che spingesse a un conflitto militare di quelle dimensioni e a quei costi, la spartizione coloniale del mondo si era quasi conclusa con mediazioni accettate, la competizione tra le potenze per l’egemonia, pur evidente, si svolgeva sul terreno finanziario e tecnologico. Le stesse classi dominanti, pur da tempo impegnate in un riarmo a scopo dimostrativo, non prevedevano e non auspicavano una guerra mondiale, le alleanze tra loro apparivano casuali e contraddittorie al loro interno, fino all’ultimo riluttavano al passo decisivo. Ma poi, la scintilla di Sarajevo e una concatenazione quasi casuale di provocazioni fatte alla leggera avevano portato al precipitare di una guerra mondiale, alla quale i nuovi armamenti davano il carattere mai conosciuto di «guerra totale». E masse enormi vi parteciparono con la piena convinzione di «difendere la propria patria e la propria civiltà», sopportando il ruolo di «massa da macello». Questa duplice e contraddittoria coscienza («la guerra come incidente» o la «guerra di difesa dall’aggressore») segnò a lungo la memoria collettiva, cui concorse anche la grande intellettualità. Più tardi intervenne, critica ma altrettanto limitativa, la teoria – Croce ne è un esempio – della «parentesi di irrazionalità»; infine, prevalse stabilmente la lettura della Prima guerra mondiale come lotta tra le «democrazie» occidentali (che però erano al momento anche le maggiori potenze coloniali) e gli imperi autocratici (peccato che il Kaiser e lo Zar combattessero in campi diversi e gli americani fossero intervenuti solo all’ultimo momento). È quest’ultima la lettura oggi codificata: la Prima guerra mondiale come anticipazione di uno scontro che poi si ripropose nella Seconda guerra mondiale e nella guerra fredda (non a caso un presidente della Repubblica italiana, brava persona, è di recente arrivato a chiamare «quarta guerra di indipendenza» quel primo conflitto che un papa aveva definito giustamente «inutile strage»). Sarebbe interessante approfondire questo discorso, dedicandolo ai tanti che assolvono il capitalismo e il liberalismo dalla responsabilità della faccia oscura del Novecento, compresi i legami che lo uniscono all’attuale teoria della guerra preventiva. Ma ci porterebbe lontano da ciò che ci interessa: le conseguenze della Prima guerra mondiale sul movimento operaio marxista , sulle sue divisioni e metamorfosi, sulla nascita del comunismo. Onestamente non si può dire che il movimento operaio sia stato sorpreso. Al contrario, già a cavallo tra i due “secoli, non solo si sviluppò una discussione in cui il tema della guerra via via acquistava maggior rilievo, ma si andava direttamente al cuore del problema, se ne indagavano le cause, la si collegava a una lettura generale della fase storica, con una serietà di analisi e un impegno teorico di cui rimpiangere il livello.

Chi ritualmente ripete che il marxismo è sempre stato prigioniero di uno schema e per sua natura sempre incapace di cogliere le continue trasformazioni del sistema che avversava, può qui trovare una delle possibili smentite: parlo del grande dibattito sull’imperialismo, nel quale il problema della guerra era parte e conclusione proprio di diverse analisi della grande trasformazione del capitalismo intervenuta negli ultimi decenni. Questa trasformazione già obbligava a rivedere molte delle previsioni contenute nel Manifesto di Marx, e delle strategie a esso legate, investiva e collegava fenomeni diversi e contraddittori. Tanto per citare i più importanti: il salto tecnologico, allora rappresentato dall’introduzione sistematica delle nuove scienze nella produzione (chimica, elettricità, comunicazioni a distanza, meccanizzazione agraria); la nuova composizione sociale, per la concentrazione del lavoro operaio in grandi impianti industriali e le differenziazioni nelle sue capacità professionali, cui si affiancava il declino del ceto artigianale e commerciale, ma anche la crescita di un nuovo e non meno numeroso ceto medio legato a funzioni impiegatizie e ancor più a funzioni pubbliche; lo spazio maggiore per concessioni salariali, in parte offerto dai proventi di uno sfruttamento coloniale meno primitivo; la finanziarizzazione dell’economia con le società azionarie e i grandi trust sostenuti dalle banche. E poi l’istruzione generale, che riduceva l’analfabetismo ancora dominante ma creava barriere di classe non meno rigide; la rapida accelerazione degli scambi commerciali mondiali e l’esportazione “di capitali anche oltre i confini degli imperi, che riapriva una competizione per l’egemonia, spingeva al riarmo e accresceva il peso politico delle caste militari per sostenerla; infine, l’allargamento del suffragio che imponeva e permetteva di cercare, e spesso di ottenere, il consenso con nuovi strumenti ideologici come il nazionalismo e il razzismo.

Molto di tutto ciò fu avvertito dai gruppi “dirigenti del movimento operaio con una serietà e un impegno scientifico invidiabili, ma li spingeva a interpretazioni diverse e a conclusioni, all’inizio non cristallizzate ma via via divaricanti (Lenin, Luxemburg, Hilferding, Kautsky, Bernstein e dietro di loro, partecipi, intellettuali e operai, partiti e loro frazioni, sindacati). Da una parte il nuovo capitalismo fu visto come conferma della possibilità di una via graduale, tutto sommato indolore, al socialismo, quasi un esito naturale dello sviluppo, da cui si deduceva la priorità affidata al parlamentarismo e al tradeunionismo: autoritarismo e guerra potevano intervenire nel percorso, ma erano evitabili e non l’avrebbero comunque interrotto. Da un’altra parte l’imperialismo fu visto come fase suprema e putrescente del capitalismo, l’avvio di una degenerazione: concentrazione del potere effettivo dietro la maschera di un parlamentarismo screditato e corrotto, sviluppo sempre più ineguale del mondo, antagonismo tra grandi potenze, proteso a cercare all’esterno risposte alle ricorrenti crisi di sottoconsumo, a raccogliere intorno a sé ceti medi oscillanti con il furore patriottico, e a isolare la classe operaia e i contadini. La guerra in questo caso era nel conto, ne andava denunciato il carattere imperialistico e poteva offrire un’occasione rivoluzionaria o sprofondarsi in una inutile strage. Entrambe le parti “però non ritenevano la guerra imminente e, per ragioni opposte, non pensavano che avrebbe cambiato profondamente il corso delle cose. Perciò fu possibile per tutto il movimento socialista assumere un solenne impegno contro la guerra, ma non sviluppare una campagna di mobilitazione di massa che forse, data l’incertezza dei governi, avrebbe potuto almeno rinviarla o permettere di non esservi coinvolti.

Ma quando la guerra, quel tipo di guerra, scoppiò, travolse il mondo e travolse la Seconda internazionale. La maggioranza dei più importanti partiti che la componevano (con la timida eccezione di quello italiano) tradì l’impegno a opporvisi e a denunciarla. Lenin rimase solo. La parola tradimento non mi piace, e la sua ripetizione ossessiva rappresentò un ostacolo grave, successivamente, a ogni tentativo di dialogo o di convergenza, possibile e necessaria; in quel momento però era fondata. Non mi riferisco solo al voto dei parlamentari socialdemocratici sui crediti di guerra e al sostegno dei governi belligeranti, né solo alla passività e anzi allo stimolo con i quali i gruppi dirigenti contribuirono al furore patriottico dei loro militanti e dei loro elettori, all’equivoco della difesa della patria che ormai diventava volontà di vittoria. Mi riferisco al fatto che anche quando – di fronte ai morti, alla fame, all’uso cinico della «carne da macello» da parte delle caste militari – i popoli, non solo nei paesi perdenti, cominciarono ad aprire gli occhi e si produssero delusione, rabbia, diserzione, scioperi (anzi, anche dopo la conclusione della guerra), quei gruppi dirigenti mantennero ferma un’intesa con gli apparati burocratici e con la casta militare, per garantire la loro continuità e chiamarli a «garantire l’ordine». Rifiutarono “sia un’improbabile rivoluzione sia un serio tentativo di democratizzazione politica e di riforme sociali, ruppero cioè con le proprie stesse radici. E ne pagarono il prezzo: come forza politica e come pensiero quella che ancora si chiamava socialdemocrazia rimase per decenni marginale, dispersa, impotente, e ritrovò un ruolo importante solo dopo la Seconda guerra mondiale, modificando in sostanza la propria identità socialista in liberaldemocratica, ala sinistra, nel bene e nel male, nel campo occidentale.

Dall’altro lato chi sulla guerra aveva avuto ragione, e dalle insorgenze popolari sperava di intravedere l’esito di una rivoluzione socialista, dovette constatare la propria minorità, cercare scorciatoie e subire sconfitte e repressioni nell’Occidente europeo, si raggruppò intorno al pensiero leninista (convinto richiamo e insieme revisione profonda del marxismo originario) e intorno alla sola eredità effettiva che la guerra aveva lasciato: la rivoluzione, in un grande paese arretrato e destinato a un lungo isolamento, la Russia . Qui dunque nacquero la forza e il richiamo, e altrettanto le difficoltà e i limiti, di un nuovo soggetto politico che decise di chiamarsi comunista, che ambiva a un ruolo mondiale, ed effettivamente lo esercitò per molti decenni.

Arriviamo così al tema più controverso ma ineludibile di una vera nuova riflessione sulla questione comunista. Quello che segna il limite estremo tra revisione, critica e abiura e, paradossalmente, è rimasto marginale e implicito nel dibattito storico e politico degli ultimi anni: la lettura e il giudizio sulla Rivoluzione bolscevica e il suo consolidamento in un grande Stato e in una organizzazione internazionale.

È stata una scelta sciagurata che portava già dall’origine in sé i cromosomi delle peggiori degenerazioni, e alla fine si è autodissolta dopo aver fatto danni pesanti? Allora non occorre spaccare il capello, ricostruire un processo storico nel suo contesto: basta individuare quei cromosomi, far parlare il fatto della sconfitta finale, lasciarlo al solo lavoro accademico, politicamente archiviarlo. La «spinta propulsiva» dell’Ottobre non si è mai esaurita, semplicemente non c’è mai stata. Oppure la Rivoluzione russa è stata un grande evento propulsivo per la democrazia e l’incivilimento, successivamente tradito dal potere personale e dalla burocratizzazione, senza rapporto con il contesto storico dal quale era “originato e in cui si collocava? Allora basta una robusta denuncia dello stalinismo, una franca critica di chi non lo ha condannato in tempo, la fierezza dell’antifascismo, per sentirsi liberi di cominciare da capo, in «un mondo nuovo».

La mia indagine sul comunismo italiano nella seconda parte del secolo vorrebbe appunto contribuire a una valutazione più seria e circostanziata di quel che la Rivoluzione russa ha avviato. Ma non potrebbe neppure cominciare, e risulterebbe falsata, senza un breve accenno alle vicende di quella fase: gli anni tra le due guerre . Perché proprio su quelli si sono accumulate nella memoria censure ed equivoci di cui occorre sbarazzarsi. E perché in quella vicenda il comunismo italiano ha poi trovato sia le risorse, sia i limiti, per la costruzione di un grande partito di massa e la ricerca di una propria «via al socialismo».

3. La Rivoluzione russa non ci sarebbe stata, né avrebbe retto, senza Lenin , il Partito bolscevico, il suo insediamento nella pur minoritaria ma concentrata classe operaia, il livello e la saldezza del suo gruppo dirigente, non diviso ma allargato dalla confluenza del gruppo trosckista e dal rientro di tanti esuli già formati in vari angoli dell’Europa. Ma ancor meno ci sarebbe stata senza la guerra mondiale. Furono la disgregazione dello Stato autocratico, la fame nelle città, i milioni di contadini semianalfabeti strappati ai loro villaggi per combattere, la loro insorgenza in un’armata in disfatta e la delegittimazione dei suoi vertici a renderla una scelta possibile. I soviet non furono l’invenzione di un partito, quanto una spinta organizzativa indotta dalla necessità e dalla rabbia, avevano alle spalle il 1905, e in essi si svolse un’effettiva lotta per l’egemonia nella quale si affermò un’autorità riconosciuta e prese forma un programma. Lenin, che pure aveva già elaborato la teoria dello sviluppo ineguale, e dunque della rottura a partire dagli anelli più deboli della catena, aveva resistito a lungo all’idea che essa potesse assumere un carattere socialista, tanto meno consolidarsi, in un paese economicamente e culturalmente arretrato (per questo aveva confutato l’idea trockista della rivoluzione permanente). Ancora all’inizio della guerra, era convinto che la Russia doveva e poteva essere il punto di innesto di una partita il cui esito si sarebbe giocato in Occidente, là dove il socialismo poteva contare su basi «più solide». La scelta di conquistare subito e direttamente il potere statale fu presa da lui, e contro molte esitazioni dei suoi compagni, quando non solo il potere esistente era in una crisi irrecuperabile. La maggioranza del popolo voleva fermamente la Repubblica, la terra, la pace immediata, che i partiti liberaldemocratici non volevano né potevano concedere. Il potere ai soviet e la conquista del Palazzo d’inverno avvennero su quel «programma minimo», cui si aggiungeva la nazionalizzazione delle banche, luogo e strumento del capitale estero. La rivoluzione non aveva alternative, se non la restaurazione del potere autocratico o la precipitazione nell’anarchia e nella dissoluzione dell’unità di uno Stato “multinazionale”. E infatti avvenne in forma relativamente incruenta (i feriti, nella presa del Palazzo furono meno numerosi di quelli che costò la ricostruzione successiva dell’evento per un film). E aveva, nel merito, un consenso nella popolazione larghissimo, per quanto poteva esserlo in un paese immenso, disperso, analfabeta, e mai unificato se non dal mito dello Zar e da una religione superstiziosa. Nulla a che fare con un atto giacobino, da parte di una minoranza che approfittando di un’occasione conquistava il potere. A quel programma ci si attenne, anche contrastando spinte più radicali, come nel caso della pace di Brest-Litovsk.

A dar però poi forma al nuovo potere (deperimento dei soviet, sistema monopartitico, limitazione delle libertà, esecuzione della famiglia imperiale, polizia segreta) fu la vocazione, come oggi si dice, autoritaria del leninismo, o la coerente ed estrema applicazione di alcuni concetti apertamente formulati da Marx («violenza come levatrice della storia», «dittatura del proletariato»)? A me non pare vero, o quanto meno mi pare una parte secondaria del vero. Basta rileggere e comparare due saggi di Lenin scritti a breve distanza tra loro per rendersene conto: Stato e rivoluzione , al cui centro c’è l’idea di una democrazia (che rimane pur sempre una dittatura come lo è ogni Stato) ma assume un carattere più avanzato perché fondato su istituzioni partecipative dirette, rappresenta la maggioranza del popolo e garantisce il contenuto di classe del nuovo Stato; e La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky in cui la dittatura proletaria appare invece «senza limiti» e l’istanza democratica viene assorbita nel partito che la rappresenta e l’organizza.

Il ruolo decisivo lo ebbero invece due fatti enormi. Anzitutto la lunga e tremenda guerra civile con una straordinaria partecipazione di massa che confermò la legittimità della rivoluzione ma devastò il paese in ogni angolo, quanto e ancor più della guerra mondiale. Quella guerra civile non fu provocata né combattuta contro forze liberali o borghesi ma, nel modo più spietato, da armate zariste in nome della restaurazione, prevalentemente con il reclutamento delle popolazioni che avevano sempre gestito le repressioni imperiali, e con il sostegno dei governi inglese e francese. E fu vinta dai bolscevichi al prezzo di una ferrea militarizzazione, e lasciò dietro di sé caos nella produzione in ogni settore, campagne costrette all’autoconsumo, ancor più fame nelle città, proletariato industriale decimato e disperso, emigrazione degli strati tecnicamente qualificati (salvo una parte che dalla rivoluzione era stata conquistata e l’Armata rossa integrò senza remore). Anche una semplice organizzazione della sopravvivenza spingeva ormai verso un esercizio centralizzato e duro del potere.

Seconda novità: l’esaurirsi del sommovimento di massa che in Occidente, soprattutto in Germania, per un breve momento sembrò annunciare una possibile rivoluzione, ma presto si dimostrò minoritario rispetto all’intera società. Non aveva obiettivi chiari, né una guida politica sicura, né quadri, si ripresentò a lungo, ma in rivolte disperse e occasionali, facilmente represse da apparati militari ancora in piedi e da corpi di volontari nazionalisti. Esecuzioni sommarie e assassini selettivi (da Rosa Luxemburg fino a Rathenau) vennero usati non solo per sbarrare la strada a una rivoluzione che non c’era, ma anche alla democratizzazione politica e a limitate riforme sociali. Già in quel momento pesò non poco l’insensata imposizione del trattato di Versailles e l’arroganza dei vincitori nel gestirlo.

Cambiava così tutto il quadro: la Rivoluzione russa, al di là dell’emergenza della ricostruzione, doveva affrontare insieme i problemi dell’accumulazione primitiva, dell’organizzazione di uno Stato quasi mai esistito, e ormai distrutto, della prima alfabetizzazione per un 80% della popolazione, in un totale e minaccioso isolamento. Lenin comprese, almeno in parte, la realtà. Liquidò seccamente entusiasmi e furori del comunismo di guerra, impose la Nep, che ebbe presto successo, avviò una politica estera prudente che poi portò al trattato di Rapallo. Giunse a proporre una collaborazione economica che garantisse a imprese capitalistiche estere la proprietà dei loro investimenti in Russia (subito rifiutata). Infine, quasi dal letto di morte, espresse la propria ostilità alla concentrazione del potere nelle mani di un capo.

Ma la gravità del problema restava in campo, il consolidamento di uno Stato e di una società socialista, con le proprie sole forze, per un periodo probabilmente lungo, in un paese arretrato. Voglio con ciò giustificare ogni aspetto della Rivoluzione russa come obbligata conseguenza di fattori oggettivi e soverchianti; negare analisi e teorie sbagliate, errori politici macroscopici ed evitabili, che la segnarono dall’origine e in modo permanente? Tutto il contrario. Cerco di spiegare, o forse solo di spiegarmi, con i fatti, la dinamica del processo, collocarla in un contesto, e di commisurare alle difficoltà i successi che dall’inizio e a lungo quell’azzardo invece ottenne (così come si è fatto, e anch’io feci, ricostruendo il decollo della modernità borghese, le sue conquiste e i suoi errori). In questo caso: uno sviluppo economico rapido e rimasto ininterrotto per molti decenni (anche nel periodo della grande crisi “mondiale degli anni trenta), un primo acculturamento di masse sterminate, la mobilità che promuoveva dal basso in alto, la redistribuzione del reddito pur nella dura povertà, la garanzia di elementari tutele sociali per tutti, una politica estera generalmente prudente e non aggressiva, tutto ciò insomma su cui in quegli anni non brevi si costruiva un alto grado di consenso e di mobilitazione all’interno, e, malgrado tutto, anche simpatia e prestigio all’esterno. E non voglio tacere alcuni errori fin dall’inizio evitabili che pesarono a lungo, che non furono recuperati anche quando potevano più facilmente esserlo e che oggi è utile, oltre che doveroso, riconoscere. Il primo errore, al quale lo stesso Lenin aprì la strada, fu quello dell’ossessione della «linea giusta», della centralizzazione delle decisioni nel vertice della Terza internazionale, fino al dettaglio della tattica, applicata a situazioni molto diverse. Esso portò dall’inizio l’Internazionale comunista a decisioni oltre che gravemente sbagliate, oscillanti, come per esempio la gestione estremistica della politica in Germania (di cui furono direttamente responsabili Zinov’ev e Radek); o in quella cinese, avviata d’intesa con il Kuomintang, fino al momento in cui passò allo sterminio dei comunisti. Col tempo portò alla consuetudine, accettata dai vari partiti nazionali, di applicare alla lettera, e senza mediazioni, le direttive del partito guida, come avvenne nel caso del patto Molotov-Ribbentrop. Ne risultava compromesso uno dei migliori insegnamenti strategici della Rivoluzione russa, ossia la capacità di analisi determinata di una realtà determinata.

Il secondo errore fondamentale riguarda la scelta, compiuta alla conclusione della Nep e per sostenere una pur necessaria rapida industrializzazione, della collettivizzazione forzata delle campagne. Anziché portare a una crescita produttiva agricola, da cui trarre, con mezzi accettabili e reciprocamente convenienti, risorse per l’industrializzazione, quella scelta, oltre “i tragici costi umani, trasformò per sempre l’agricoltura in una palla al piede dell’economia sovietica. Cosa necessaria potevano essere la pianificazione centralizzata o il contenimento dei kulaki, cosa diversa erano la pianificazione e la collettivizzazione frettolose anche della piccola proprietà o le deportazioni di massa.

Un terzo errore corretto in fatale ritardo, ma al quale lo stesso Lenin aveva aperto un varco, fu quello di additare come nemico principale, all’interno del movimento operaio, il cosiddetto «centrismo» (Kautsky e Bernstein in rotta con la loro destra, il socialismo austriaco, il massimalismo socialista in Italia). La socialdemocrazia aveva sicuramente contribuito a quell’errore: con impegni traditi, concessioni poi rinnegate, con alleanze senza princìpi; ma rifiutare di intervenire sulla vasta area di forze ancora incerte, a volte disponibili come interlocutori, imporre loro rapidamente «o di qua o di là», proporre esclusivamente un fronte unico dal basso che le escludeva, portò a un settarismo, a un’autosufficienza che neppure l’emergere del fascismo permise di superare prima che fosse tardi. Di tutti questi errori, Stalin non fu più responsabile dei suoi oppositori.

Se non si considerano entrambe le facce della Rivoluzione russa, e del primo decennio del suo consolidamento, è impossibile decifrare l’ancor più contraddittoria fase del decennio successivo, il momento della prova più dura, l’impresa più rilevante: la resistenza al fascismo e la Seconda guerra mondiale. La tesi centrale dell’attuale revisionismo storico , che è penetrata nella memoria diffusa e la altera totalmente, è quella che vede nel fascismo la risposta forsennata e delirante all’incombente minaccia del bolscevismo. Una tesi che non ha alcun fondamento. Il fascismo in Italia nacque sul tema della vittoria tradita e iniziò la sua campagna di violenza «contro i rossi» quando l’occupazione delle fabbriche, peraltro niente affatto orientata verso la «rivoluzione», si era già conclusa, rivolte contadine non ce n’erano o erano stati episodi isolati, il Partito socialista era nella confusione e si avviava a ripetute scissioni, il sindacato era guidato dallala più moderata. Trovò poi finanziamenti nel padronato e la complicità delle guardie regie, mentre la Chiesa aveva da poco concluso un patto con i liberali e guardava con diffidenza il nuovo partito di Sturzo. Mussolini si presentava dunque come definitiva garanzia dell’ordine. Arrivò infine al governo, senza alcuna situazione di emergenza, per investitura del re, e con l’appoggio diretto, in Parlamento, delle forze conservatrici tradizionali (in un certo momento perfino i Giolitti e i Croce) che pensavano di usarlo e domarlo semplicemente per restaurare il precedente e oligarchico assetto del potere.

In Germania il nazismo, marginale e sconfitto per tutto il periodo durante il quale le turbolenze della sinistra erano state represse da governi socialdemocratici, da un esercito ricostruito e tornato politicamente attivo e da una maggioranza parlamentare decisamente conservatrice, crebbe all’improvviso sull’onda del rinato nazionalismo e della crisi economica aggravata dalle perduranti riparazioni di guerra. La violenza selettiva delle SA e l’antisemitismo ricevevano espliciti appoggi dall’alto. Raggiunse l’apice dei voti nel 1932, ma era di nuovo in calo quando Hitler fu fatto cancelliere da Hindenburg, con la complicità di von Papen e di Brüning, e con il decisivo sostegno degli stati maggiori prussiani. In Ungheria Horty andò al potere quando già la «Repubblica dei soviet» di Béla Kun era stata repressa. Franco più tardi avviò in Spagna la guerra civile contro un governo democratico moderato, legittimato dal voto, e tra le masse, più dei «bolscevichi», pesavano gli anarchici.

Indubbiamente in tutti questi casi i comunisti avevano una qualche corresponsabilità, per non aver visto la gravità e la natura del pericolo e per non aver costruito, anzi per aver ostacolato, con la teoria del socialfascismo , l’unità delle forze che dovevano e potevano arginarlo. Ma le responsabilità delle classi dirigenti nella nascita del fascismo furono ben maggiori: per aver seminato culture, esacerbato ferite che ne avevano costituito le premesse, per averlo agevolato e legittimato mosse non dall’intento di fronteggiare un’altra e maggiore minaccia, ma da quello di sradicare ogni possibile contestazione futura dell’ordine sociale e imperiale esistente. Comunque sia, a metà degli anni trenta, quando a tutto ciò si aggiunse la grande crisi economica, il fascismo prevaleva in gran parte d’Europa e già manifestava chiaramente non solo la propria essenza autoritaria, ma la propria vocazione aggressiva. Qui si colloca il momento più tragico della storia del Novecento e qui ebbero origine sia la straordinaria e positiva ascesa dell’Unione Sovietica, sia i germi di una sua possibile involuzione.

I “partiti comunisti erano in grave difficoltà ovunque ma particolarmente in Occidente, indeboliti organizzativamente ed elettoralmente, messi fuori legge, in esilio, in carcere o sterminati. L’Unione Sovietica, malgrado il successo dei primi piani quinquennali, si sentiva esposta a un’aggressione militare che da sola non poteva reggere. Fece dunque, in meno di due anni, una svolta politica e ideologica radicale, ben sintetizzata più tardi dallo slogan: «risollevare dal fango la bandiera delle libertà borghesi». Stalin non solo accettò, ma promosse quella svolta, il VII congresso dell’Internazionale la sancì, Togliatti, Dimitrov, Thorez la tradussero nell’esperienza dei Fronti popolari. Sulle vicende dei governi di Fronte popolare, molto brevi e mal elaborate sul piano strategico, ci sarebbero molte cose da approfondire. Sottolineo solo alcuni punti essenziali.

a)    Nei loro obiettivi immediati (impedire una nuova guerra mondiale, avviare una “politica di riforme) furono sconfitti. Rappresentarono comunque in concreto il primo segnale di una grande mobilitazione democratica di popolo e di intellettuali contro il fascismo e a sostegno di nuove politiche economiche. In connessione, non pienamente consapevole, con il New Deal americano gettarono le prime pietre di un edificio che poi nella guerra fu costruito e portò alla vittoria: qualcosa più di un’alleanza militare.

b)    Se furono battuti ed entrarono in crisi non lo si può imputare all’estremismo dei partiti comunisti. Malgrado essi mettessero al primo posto la difesa dell’Unione Sovietica, anzi proprio per questo, i comunisti vi parteciparono con piena convinzione (in Spagna con eroismo) ma anche con una prudenza perfino eccessiva. In Francia conquiste sociali importanti, e permanenti, furono il prodotto di un grande movimento rivendicativo dal basso, sul quale il Pcf intervenne «perché non si esagerasse». Il governo Blum, che i comunisti sostenevano dall’esterno ma lealmente, cadde rapidamente per le proprie incertezze in politica economica e finanziaria, la fuga dei capitali, lo sciopero degli investimenti. La vittoria di Franco in Spagna fu favorita dall’intervento esplicito e diretto del fascismo italiano e tedesco, e con la benevola neutralità degli inglesi, che si impose a Blum e fu “poi imitata da Daladier. I comunisti cercarono con durezza di arginare la spinta anarchica alla radicalizzazione, e l’Unione Sovietica fu sola nel portare alla legittima Repubblica un sostegno per quanto poteva. La critica che si può loro applicare sta nel fatto che quella politica restò per loro una scelta legata anzitutto a un’emergenza, non incise profondamente nella strategia di lungo periodo.

c)    Il partito italiano, pur ridotto dalla repressione, costituì la maggioranza delle brigate internazionali in Spagna (insieme al piccolo Partito d’Azione), fu lì decimato ma formò una nuova leva di quadri che poi fu essenziale alla Resistenza in Italia, e lì cominciò a maturare, soprattutto in Togliatti, un primo abbozzo strategico di quell’idea della «democrazia progressiva», che riallacciava il tenue filo interrotto del congresso di Lione (guidato da Gramsci) ed era coerente con le sue originali Lezioni sul fascismo dei primi anni trenta. Al di là dei Fronti popolari, tanto più dopo la loro sconfitta, il vero elemento dirimente del decennio fu però la questione della guerra: come evitarla, come combatterla. Ed è su questo che oggi si sono riproposte tante reticenze, tante alterazioni dei fatti e del loro concatenamento. La follia aggressiva di Hitler poteva essere fermata in tempo. Un’amplissima documentazione storica testimonia che, malgrado il potere assoluto conquistato, la prospettiva della guerra, a tempi brevi, e apertamente esibita, trovava in Germania resistenze anche in poteri forti che potevano frenarla o rovesciarla. Innanzitutto il vertice delle forze armate, convinto che la guerra, almeno allora, la si perdeva, e lo faceva sapere. Militarizzazione della Renania, annessione dell’Austria, invasione dei Sudeti e occupazione di fatto dell’intera Cecoslovacchia: in ognuna di queste tappe di avvicinamento, una coalizione simile a quella che poi lo batté in guerra, anche solo mostrando determinazione, avrebbe interrotto il sogno hitleriano di dominio mondiale. Una tale coalizione difensiva fu ripetutamente proposta dall’Unione Sovietica e ripetutamente elusa o rifiutata dai governi occidentali. Perfino la Polonia, nuova vittima designata, negò un patto di difesa comune al governo di Mosca. Questi successivi cedimenti alimentarono il progetto nazista, Monaco ne è l’esempio (non a caso Mussolini fu rite“nuto un mediatore credibile, benché non neutrale). L’opinione pubblica tirava il fiato, perché non voleva rischiare una guerra. Ma già dopo poche settimane Hitler cancellò, indenne, il compromesso appena raggiunto. Viltà, incoscienza di chi doveva fermarlo? Non ci credo, e quasi nessuno successivamente ci ha creduto. Il fatto era che Chamberlain, e di rincalzo Daladier (Roosevelt era lontano, perché condizionato dall’opinione pubblica isolazionista, e da Wall Street che sempre più gli si opponeva), avevano un progetto, inconfessabile ma non privo di logica, quello di usare la Germania e indebolirla, deviando verso Est le sue pulsioni imperiali: due piccioni con una fava. A questo punto l’Urss siglò il patto di non aggressione con Ribbentrop, per evitare di diventare la vittima isolata, per guadagnare tempo, rovesciare il gioco. E le cose dimostrarono che aveva ragione; la Russia fu invasa poco dopo, ma come parte di una grande alleanza, militarmente adeguata. L’errore, semmai, fu quello di trascinare per un anno i partiti comunisti nella teorizzazione, ormai assurda, della guerra interimperialista, che oscurò il loro impegno antifascista e compromise in parte la stima conquistata sul campo. Errore a cui, più facilmente, il Pci poté sottrarsi. A confermare questa ricostruzione sta il fatto che anche dopo la dichiarazione di guerra e l’invasione della Polonia, inglesi e francesi non si mossero fino a quando il blitz tedesco attraverso il Belgio sfondò il fronte occidentale, la Francia crollò e il suo Parlamento (compresi ottanta deputati socialisti) concesse la fiducia al governo fantoccio Pétain. Olanda, Danimarca e Norvegia furono invase, la Svezia restò neutrale senza vietarsi neppure proficui commerci, Romania e Ungheria erano già al fianco della Germania, l’Italia, ingenua e furba come sempre, entrò in guerra per parteci“pare alla vittoria. L’Europa era in mano fascista, solo gli inglesi restavano intransigenti combattenti, protetti dal mare e sostenuti dagli aiuti americani, ma con prospettive incerte, e anche per merito di un conservatore intelligente e di carattere, Churchill. Le sorti del conflitto si rovesciarono nel momento in cui Hitler decise di invadere l’Urss. Col senno di poi è facile dire che, fra le tante, fu la maggiore tra le sue follie, ma spesso nella follia c’è una logica. Evidentemente Hitler era convinto che l’Unione Sovietica, al primo urto perdente, in breve crollasse, sul fronte interno più ancora che per debolezza militare, come era crollata la Francia, e come era crollata trent’anni prima la Russia dello Zar. Come poteva resistere una razza inferiore, male armata, dominata da un autocrate asiatico? Il suo crollo avrebbe assicurato alla Germania il controllo di un immenso paese, una riserva inesauribile di forza-lavoro e di materie prime. A quel punto l’Inghilterra non avrebbe potuto resistere, gli Stati Uniti avrebbero avuto nuove ragioni per tenersi alla larga. E infatti molti anche tra i suoi avversari temevano che andasse così come Hitler era sicuro che andasse. Il primo urto vincente ci fu, forse anche perché Stalin non se lo aspettava così presto; i tedeschi arrivarono alla periferia di Mosca e ai confini delle regioni petrolifere. Ma a quel punto, anche per la geniale intuizione della «guerra patriottica», l’Unione Sovietica si mostrò capace di una miracolosa mobilitazione popolare e di una sorprendente capacità industriale, gli alleati ne capirono l’importanza vitale e mandarono armi e risorse, Leningrado tenne duro accerchiata e affamata con mezzo milione di morti, i tedeschi furono fermati sulla strada di Volokolamsk, furono circondati e annientati a Stalingrado: cominciò la lunga marcia verso Berlino. Nel frattempo, Roosevelt incoraggiò e utilizzò l’attacco a Pearl Harbor dei giapponesi per portare finalmente gli Stati Uniti in guerra, una lotta partigiana efficace emerse in Grecia e in Jugoslavia. Dopo Stalingrado per Hitler la guerra era persa. E nella vittoria l’Unione Sovietica aveva avuto un ruolo decisivo, pagando con ventuno milioni di morti. Il comunismo stato un mito? Ammettiamo pure che in parte lo sia stato, ma a quel punto il mito trovava buone ragioni per crescere. Inscrivere la Seconda guerra mondiale come scontro tra i due «totalitarismi» è una pura stupidaggine: il fiume di sangue non l’avevano prodotto i comunisti, l’avevano versato.

d) Ma gli anni trenta , per i comunisti, ebbero anche un’altra faccia, di cui non si può tacere, e che nel lungo periodo si è dimostrata decisiva. Mi riferisco, ovviamente, all’esercizio del terrore interno , alla repressione massiccia e crudele di oppositori potenziali o supposti. Esso non solo rivelò senza veli la pratica autoritaria di un potere senza limiti ormai istituzionalizzato, ma rappresentò anche un vero salto di qualità nel contenuto, oltre che nel metodo, di cui Stalin portava una personale responsabilità, e innescò meccanismi difficilmente reversibili. Il salto di qualità non si misura solo sul numero dei morti e delle deportazioni, sull’arbitrio delegato a esecutori che spesso a loro volta rapidamente ne restavano vittime. Si coglie piuttosto in due nuovi aspetti che stabiliscono una differenza profonda rispetto al leninismo, sia pur estremizzato, e anche rispetto alle lotte brutali contro le opposizioni negli anni venti, perfino rispetto alla liquidazione dei kulaki, forma estrema di una lotta di classe. Primo aspetto: la repressione allora, soprattutto dal ’36 al ’38, si concentrò, oltre che sui resti di un’élite bolscevica ormai priva di influenza sulla società e sugli apparati, e sinceramente disposta alla disciplina, sul partito stesso e, nel suo insieme, su coloro cioè che avevano seguito e applicato le scelte di Stalin e gli restarono fedeli. Dato irrefutabile: dei delegati al XVII congresso del Partito bolscevico, il «congresso dei vincitori» del 1934, dopo pochi anni quattro quinti erano stati uccisi o deportati, come accadde a 120 su 139 tra i membri del nuovo Comitato centrale. Il terrore raggiunse il suo culmine quando ormai le scelte economiche e politiche erano state applicate con successo, il pericolo, seppure incombente, era del tutto esterno. Un terrore quindi privo di base razionale, di giustificazione plausibile, che non rafforzava ma indeboliva il sistema a tutti i livelli (esempio estremo: la liquidazione proprio alla vigilia di una guerra, del gruppo dirigente dell’Armata rossa, fedele e competente, tre generali d’armata su cinque, centotrenta su centosessantotto generali di divisione e così via, a cascata). Lo stesso Stalin era promotore e vittima di quell’insensatezza: nelle memorie della figlia si ricorda che a ogni ondata di epurazioni egli era spinto da un giudizio critico sulla qualità dei quadri e da un sospetto nevrotico sulla loro fedeltà, dal timore della stabilizzazione di una casta burocratica, che si autoproduceva, e di apparati repressivi che via via agivano in proprio, e alla fine constatava che l’epurazione ne aveva promossi di più pericolosi di cui liberarsi in fretta. Secondo aspetto della novità che definiva lo stalinismo in senso proprio, collegato al primo, ma che non basta a spiegarlo: le giustificazioni addotte come prove per i verdetti più crudeli, nei processi più importanti, e le confessioni estorte. Agenti provocatori, complotti terroristi, spie dei fascisti o addirittura dei giapponesi fin dall’origine. Appare assurdo e quasi futile chiedere, come tanto spesso si è fatto e si continua a fare, alle generazioni che seguirono: che cosa sapevate, quanto sapevate di tutto ciò? A ogni livello, infatti, allora e dopo, come poteva qualcuno credere effettivamente che quasi l’intero gruppo di uomini che avevano diretto la Rivoluzione di ottobre già lavorassero per farla fallire, o che la maggioranza dei quadri sui quali Stalin si era affermato e l’avevano seguito si preparassero a tradire? Così si creava una rottura non solo tra fini e mezzi, ma una deformazione culturale profonda e duratura, la riduzione della ragione entro i confini più o meno ristretti imposti da una fede. Il volontarismo e il soggettivismo, nella coscienza non solo dei vertici ma delle masse, gettavano nel lontano futuro i semi che avrebbero prodotto il loro contrario: l’apatia delle masse e il cinismo della burocrazia. E tuttavia la forza di un ideale, i sacrifici compiuti in suo nome, i successi ottenuti per sé e per tutti, e altri che si delineavano, portavano anche i consapevoli non solo a giustificare i mezzi, ma a considerarli transitori. Una catastrofe era stata fermata, uno spazio si apriva per conquiste democratiche e sociali e per la liberazione di nuovi popoli oppressi. Il mondo era effettivamente cambiato e “progredendo, avrebbe sanato quelle contraddizioni. Questa era l’eredità complessiva che il comunismo italiano raccoglieva. Le risorse che la storia gli offriva e insieme i limiti da superare per fondare un partito di massa e cercare di definire una propria strategia: non un modello da riprodurre, ma un retroterra necessario «per andare oltre». Non a caso, per tratteggiare questa eredità ho voluto riformulare l’espressione, volutamente ambigua, che Kipling rese famosa: «il fardello dell’uomo comunista».

da Lucio Magri. “Il Sarto Di Ulm

, Carlo Smuraglia, a conclusione dell’iniziativa pubblica tenutasi ieri, sabato 21 febbraio, a Torino

“Legge elettorale, riforma del Senato e il Jobs act si inseriscono in una concezione della democrazia che ci preoccupa molto. Al primo posto si deve rimettere la rigenerazione della politica e dei partiti o la situazione non cambierà. Chiediamo ai cittadini di uscire dall’indifferenza e dalla rassegnazione e di partecipare. Questo è anche un dovere. L’ANPI continuerà senza sosta la sua campagna di informazione e sensibilizzazione”.
Così il Presidente nazionale dell’ANPI, Carlo Smuraglia, a conclusione dell’iniziativa pubblica tenutasi ieri, sabato 21 febbraio, a Torino alla Sala Incontri della Regione Piemonte dove sono intervenuti anche Gustavo Zagrebelsky, Sandra Bonsanti e Antonio Caputo.
https://www.facebook.com/events/337739016414818/

La crisi organica e la sfiducia nella UE. Avanzata delle forze reazionarie e neofasciste e ruolo dei comunisti da:www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – antifascismo – 30-01-15 – n. 529


Fronte della Gioventù Comunista | gioventucomunista.it

Documento approvato all’unanimità dal CC del FGC del 25 gennaio a Livorno.

(I) Lo scenario di crisi che il nostro paese sta attraversando è quello di una vera e propria crisi organica del sistema economico-politico. Una crisi che affonda le sue radici nella situazione economica: la distruzione di forze produttive e posti di lavoro, l’aumento della disoccupazione, l’impoverimento generale delle masse popolari e degli strati della piccola borghesia del nostro paese. A questo si aggiunge una sempre maggiore sfiducia generale nella politica e nei partiti che hanno rappresentato in questi anni il sistema di potere politico nel nostro paese. All’origine di questo scollamento sta principalmente il bilancio della scelta politica più importante di questi anni: la creazione dell’Unione Europea e l’ingresso dell’Italia nell’euro. Questa scelta politica si è rivelata nel tempo una vera e propria manna dal cielo per il grande capitale monopolistico, ma una disgrazia per la classe operaia, le masse popolari e una parte rilevante dei settori della piccola e media borghesia che sono stati spinti verso il basso.

L’impatto di questo processo nella storia italiana e del continente europeo è paragonabile per importanza a quello di una vera e propria guerra. Da qui proviene lo scollamento generale che si produce nella società: le classi dominanti non riescono ad esercitare più con la stesa forza e la stessa autorevolezza la loro capacità di direzione, tra esse e i loro partiti di riferimento si producono variazioni di consenso ed appoggio repentino; quegli stessi partiti, fino ad oggi cinghia di trasmissione degli interessi del grande capitale nel sistema politico, perdono terreno e consenso di fronte alle masse. L’aumento dell’astensionismo in questi anni è un chiaro segnale di questa tendenza.

La mancanza di un partito comunista in grado di assumere compiutamente su di sé la prospettiva dell’alternativa a questo modello di sistema, di porre in essere un serio lavoro a livello di massa pone una serie di problemi ulteriori. Viene di fatto a mancare quell’elemento necessario affinché la critica della situazione attuale si concentri sugli aspetti essenziali e assuma, indicando con precisione i colpevoli dell’attuale condizione e gli obiettivi di cambiamento, la direzione corretta: quella della trasformazione in senso socialista della società. L’elemento popolare sente ma non comprende, avrebbe detto Gramsci. Il partito comunista è lo strumento che consentirebbe il passaggio dal sapere al comprendere al sentire e viceversa dal sentire al comprendere al sapere, ossia quello scambio reciproco di conoscenze e sentimento immediato che consente un’aderenza alla situazione reale e allo stesso tempo propone lo strumento per il suo superamento. In mancanza di questo rapporto organico oggi le masse sono lasciate sole a sé stesse e alla mercé di gruppi di carattere reazionario che stanno tornando in modo preponderante sul continente europeo.

(II) Il dato primario da analizzare in relazione alla condizione continentale è appunto l’Unione Europea e la situazione dei rapporti di classe che i processi economici che ruotano attorno al quadro europeo stanno concretizzando. L’UE è strumento essenziale per il capitale monopolistico in quanto costituisce le premesse per promuovere ulteriormente i processi di centralizzazione e concentrazione del capitale. L’abbattimento delle barriere doganali, la libera circolazione di merci, capitali e persone crea un mondo ad immagine e somiglianza del paradiso voluto dal grande capitale. Dietro l’idea della liberalizzazione e della concorrenza sta infatti il processo dialettico che genera la concentrazione e la centralizzazione del capitale nelle mani di pochi gruppi monopolistici. Così nei diversi strati della borghesia si innesca una vera e propria lotta tra chi, nell’ambito delle leggi economiche capitalistiche, riesce a utilizzare questo processo a proprio favore e chi ne viene schiacciato. L’adesione iniziale della borghesia al processo europeo, legata alla speranza di maggiori guadagni, speranza condivisa anche dalle masse popolari negli anni ’90, si scontra oggi con la situazione reale di ciò che il processo di integrazione europea ha realizzato. La parte della borghesia che si è vista ridurre il proprio peso, in termini economici e politici, guarda oggi con diffidenza al processo di integrazione europeo.

Il capitalismo italiano si fonda storicamente su due componenti: una grande borghesia e un sistema di piccole e medie imprese, quest’ultimo molto diffuso ed oggi in grande crisi. Entrambi questi sistemi si sono fondati, per molti anni, sul contributo dello Stato attraverso il finanziamento diretto e indiretto, e sul cambio monetario della lira, che consentiva di mantenere relativamente basso il costo del lavoro in Italia rispetto al prezzo finale della merce venduta, che di questo cambio beneficiava. L’introduzione dell’euro e dei vincoli sui finanziamenti statali ha messo in crisi questo meccanismo, con la conseguente distruzione di una parte consistente delle forze produttive (in pochi anni la produzione industriale è diminuita del 25%). Dove la concentrazione monopolistica era in partenza maggiore (Germania) questo processo ha portato risultati immediati più favorevoli al capitale che in altri paesi europei. E’ in questo ragionamento che va ricercata la ragione principale della situazione di crisi dei paesi del Sud Europa. Non un trasferimento di carattere nazionale, dunque, con i popoli come blocchi omogenei, ma un processo che si genera a partire dalla condizione economica dei singoli paesi e dal grado dello sviluppo capitalistico in essi.

(III) Poiché la creazione della UE è un processo di natura transnazionale che si fonda a livello politico sulla cessione di sovranità ad enti sovrannazionali a scapito degli stati nazionali, evidentemente il primo ed immediato sentimento che viene a generarsi in opposizione ad esso è di natura nazionalista, accompagnato dalle idee di “ritorno”, “riconquista” che assumono caratteri vari. Questo sentimento si origina proprio a partire da questo meccanismo, come elemento di reazione istintiva degli strati della piccola e media borghesia che da questo processo hanno tratto solo svantaggi. La mancanza di una capacità autonoma della classe operaia e delle masse popolari di comprendere i meccanismi da cui si genera la crisi, in assenza, come detto prima, dello strumento necessario, ossia del partito comunista, porta le masse alla condizione di porsi alla coda delle rivendicazioni della borghesia in questo ambito. È così che si spiega anche la sempre maggiore influenza delle forze reazionarie in ambito di massa, della penetrazione di organizzazioni di destra nella classe operaia e negli strati popolari.

Dietro il nazionalismo che sta tornando in modo preponderante nei paesi europei si uniscono ovviamente questioni proprie di ciascun paese, della sua cultura, storia e tradizione, che articolano il fenomeno in una complessità generale prodotta dai diversi particolarismi. Ma al netto di queste considerazioni, importanti e non trascurabili, la matrice comune è data proprio da questo elemento economico di fondo.

(IV) In Francia il partito della Le Pen è oggi il partito più conseguentemente antieuropeista. È contrario all’euro e alla UE, ha una posizione netta sulle politiche dell’immigrazione, trasmette l’idea del ritorno della centralità politica della Francia anche in ambito imperialista. La Le Pen paradossalmente è una versione radicale di un certo atteggiamento gaullista, è una forza perfettamente inserita nell’ambito del sistema imperialista ma che rivendica una certa indipendenza dagli Usa e dal resto dei paesi europei, per gli interessi della Francia, ossia della borghesia francese. Il suo radicamento sociale è lo specchio della situazione: piccola e media borghesia, proletariato deluso dall’atteggiamento della sinistra. La Le Pen espugna i feudi del PCF e del Partito Socialista perché entrambi a vario titolo perseguono una politica di stampo europeista. Il sentimento della grande Francia rivoluzionaria, statalista, con un ruolo di potenza (che non è più) costituisce il collante che, insieme all’attenzione per elementi di politiche sociali immediate e alla critica del buonismo di una certa sinistra, garantisce al FN enormi consensi. Altre esperienze come quelle di Farage in Gran Bretagna hanno caratteri di fondo simili, pur nella diversità della provenienza politica.

(V) In Italia la situazione non è del tutto differente. Il sistema di potere oggi incardinato dal governo Renzi realizza un blocco unitario della grande borghesia monopolistica di matrice europeista, cui si associano anche elementi dell’opposizione di centro-destra, di fatto inseriti nella compagine governativa, non ufficialmente ma nella comunanza di rivendicazioni politiche. La sinistra assume posizioni di matrice europeista e al momento non ha credibilità nel paese tale da poter assumere a forza politica rilevante, pagando le proprie contraddizioni e i propri limiti. L’alternativa che si è espressa nelle forme iniziali e embrionali dell’antipolitica ha visto una formazione dal carattere eterogeneo, come il Movimento Cinque Stelle, conquistare un numero molto elevato di consenso dal carattere di classe trasversalmente distribuito tra piccola e media borghesia, proletariato e masse popolari. L’inconsistenza politica del progetto alla base del movimento cinque stelle, solamente in parte colmata dalla figura del suo fondatore, e alcuni scandali recenti, stanno compromettendo il suo consenso, come largamente preventivato.

La Lega Nord ha completato la sua trasformazione iniziata nei primi anni del secolo. Da partito della secessione, a partito del federalismo, a partito della nazione. Oggi la Lega si mette alla testa del sentimento antieuropeista e nazionalista nel paese, ergendosi a collante di una serie di altri gruppi dal carattere eterogeneo e di matrice nazionalista, tra i quali anche organizzazioni neofasciste. La Lega incarna l’asse dominante del progetto di creazione di un FN all’italiana, ponendo un problema rilevante nella possibilità di portare in Parlamento elementi di formazioni di estrema destra a sostegno del proprio disegno nazionalista. CasaPound ha già annunciato e manifestato in varie occasioni la sua convergenza in questo progetto, appoggiando settori ed elementi interni alla Lega (Borghezio) e il disegno di Salvini.

E’ in questo contesto che vanno letti alcuni dei recenti avvenimenti che hanno visto l’azione squadrista di gruppi neofascisti. Il caso dell’Ardita, l’aggressione a Cremona e altri episodi minori. Questa attività si inquadra per l’appunto nell’ambito della copertura che il disegno della Lega Nazionale garantisce a formazioni di carattere minoritario, che tenderanno ad acquisire una forza maggiore in questi mesi.

In questo contesto è necessario analizzare anche l’influenza avuta nelle proteste delle periferie di Roma e il tentativo dell’estrema destra di mettersi a capo, dirigere e indirizzare la protesta. Il tema dell’immigrazione costituisce un elemento essenziale nelle rivendicazioni della destra, su cui va misurato tutto il fallimento della sinistra e delle organizzazioni sindacali. I dati sulla percezione del fenomeno dell’immigrazione in Italia, rispetto al suo carattere reale dimostrano quanto sia ampia la campagna ideologica su questo tema. Al contempo l’inconsistenza dell’analisi della sinistra anche radicale, nel cogliere nei fenomeni dell’immigrazione un elemento funzionale all’abbassamento del costo del lavoro e dei diritti della classe operaia e delle masse popolari è evidente. Il radicamento nelle periferie è lo strumento necessario per combattere questa situazione. In questo senso sarà necessario sviluppare una maggiore analisi sulla questione delle abitazioni, sui paini e gli assetti urbanistici delle grandi città che oggi sono funzionali agli interessi dei grandi gruppi di costruttori e che trasformano le periferie delle città in luoghi di vero e sentito disagio sociale. Compito dei comunisti è indirizzare quella rabbia nei confronti dei reali responsabili, sviluppare un forte legame di classe che spazzi via le apparenze ideologiche che portano alla lotta tra poveri e alla salvezza del sistema di interessi reali che produce lo sfruttamento e gli squilibri sociali ma resta agente invisibile agli occhi delle masse.

(VI) Il carattere reale del fascismo è oggi visibile in Ucraina in tutta la sua forza, come strumento nelle mani del capitale europeo. Su questo la posizione della nostra organizzazione è stata fin da subito chiara, mettendo allo stesso tempo in evidenza come la lotta antifascista in Ucraina abbia un carattere di per sé separato dall’influenza della Russia e dalla difesa degli interessi russi di natura capitalistica nella regione. Chi ha fatto di Putin un bastione dell’antifascismo rimarrà deluso dal prestito realizzato alla Le Pen e dalle dichiarazioni di Salvini in relazione al possibile sostegno economico russo. Riprova della complessità della fase attuale che va letta con il riferimento principale al concetto di imperialismo. Le azioni condotte in Ucraina dalle forze fasciste devono essere denunciate senza appello. Così come è necessario prepararsi anche a possibili escalation a livello continentale, prima fra tutte la situazione greca, dove Alba Dorata seppure ridimensionata è presente ed utilizzabile al momento opportuno dal capitale per i suoi disegni.

(VII) La questione dell’antifascismo oggi non può essere disunita da questo contesto generale e dalla considerazione del ruolo che le organizzazioni neofasciste hanno oggi in Italia e in Europa.  Non va dunque ridotta a carattere immediato di risposta e guerra tra bande ma valutata sulla base di una seria riflessione che impegna la nostra organizzazione ad una più accurata e costante analisi e ad alcuni punti di azione le cui caratteristiche essenziali sono:

1)    Rigettare le forme di antifascismo “democratico” ed “istituzionale” insieme alla retorica dominante sulla Resistenza che pone in essere il definitivo tradimento degli ideali politici di profondo rinnovamento che animarono quella lotta. In questo senso in considerazione del 70° anniversario della Liberazione acquista ancora maggiore importanza la previsione di momenti di dibattito, iniziative dell’organizzazione e nelle scuole e nelle università sulla storia ed il carattere della Resistenza antifascista e del ruolo dei comunisti.

2)    Non compromettere in nome di un presunto antifascismo l’autonomia politica dei comunisti dai partiti borghesi e da tutte le forze politiche, quale ne sia il carattere e la forma organizzativa, che nelle loro rivendicazioni appoggiano espressamente o implicitamente l’attuale modello di sistema e il processo comune europeo. Spesso l’esperienza storica dell’unità antifascista della Resistenza, giusta in quel determinato contesto e periodo, viene meccanicamente trasmessa nella situazione attuale generando confusione e disastri. Il fascismo oggi non è al potere, i nazifascisti non occupano militarmente l’Italia, non c’è un contesto di guerra mondiale condotta dalla politica fascista. Questo non giustifica nessuna forma di unità con le forze al potere oggi che sono responsabili delle politiche di attacco ai diritti dei lavoratori e ai diritti sociali, della compromissione dell’Italia nel sistema imperialistico, nelle guerre della Nato. Qualsiasi forma di antifascismo di questo tipo, in assenza di fascismo, ossia senza il fascismo al potere, finisce per risolversi nella compromissione dei comunisti con le forze politiche responsabili del disastro attuale e, in definitiva, costituisce il modo migliore per far avanzare le forze fasciste.

3)    Denunciare la natura di classe del fascismo e degli interessi che protegge. Rilevare gli inganni che sono dietro ai fenomeni di carattere nazionalistico, rispondere al cosmopolitismo delle classi dominanti, non con il ritorno al nazionalismo borghese ma con la forma più elevata di internazionalismo proletario, che riconosce il valore e il legame dei popoli con la propria terra, ma che unisce nella fratellanza e nella lotta le rivendicazioni dei proletari di tutti i paesi.

4)    Attuare un piano di radicamento di massa dei comunisti nei settori della classe operaia e delle masse popolari, a partire dai luoghi di lavoro, dalle scuole, dalle università, dai quartieri periferici delle nostre città. Il modo migliore per togliere terreno alle forze reazionarie non è fare alleanze o accordi con chi è compromesso dalla gestione del potere borghese, ma sviluppare una politica di massa che crei il radicamento necessario all’avanzata dei comunisti. Solo in questo modo l’antifascismo diventa pratica reale e quotidiana nella direzione dell’avanzamento verso il socialismo. Per quanto riguarda il nostro compito primario, ossia la gioventù, tenere a mente che questo processo deve realizzarsi nelle forme che riguardano le giovani generazioni: le attività ricreative, sportive, culturali, musicali, sono uno strumento essenziale da unire all’attività propagandistica e di agitazione, rendendola a tutti gli effetti parte rilevante della nostra attività politica. Togliere la base sociale di radicamento alle organizzazioni neofasciste vuol dire impedire la saldatura tra essi e le masse popolari e dunque impedire che nazionalismo, razzismo, e tutte le rivendicazioni di stampo fascista divengano la copertura della forma di sottomissione delle masse popolari agli interessi delle borghesie nazionali.

5)    Sviluppare forme di tutela dell’attività politica che tendano nell’immediato a ridurre l’impatto delle aggressioni neofasciste sull’azione politica dell’organizzazione. In questo sviluppare forme di tutela – anche comuni – con organizzazioni, collettivi vicini e che condividano la connotazione essenziale dell’antifascismo di classe e militante.

6)    Comprendere che in questa fase l’attività dei gruppi neofascisti costituisce anche attività di provocazione. Che la logica degli opposti estremismi va rifiutata e che va fatto di tutto affinché essa non sia praticata, evitando di dare qualsiasi presupposto al sistema politico per promuovere leggi, attività di natura giudiziaria, atte a ridurre l’attività delle forze di classe e rendere più difficile la loro azione politica in questa fase di oggettiva debolezza. Attuare un giusto equilibrio nella denuncia politica delle aggressioni fasciste, specialmente quando esse sono rivolte a situazioni concrete di lotta (es contro occupazioni delle scuole, dei posti di lavoro, di fenomeni legati allo sport popolare), evitando, però, denunce a mezzo stampa fini a sé stesse, che ottengono l’effetto di aumentare la popolarità delle organizzazioni neofasciste. La strategia di cercare risalto mediatico attraverso azioni di stampo squadrista è ormai nota, pertanto bisogna ogni volta valutare anche questo fattore per evitare di cadere nelle trappole.

7)    Lavorare nella direzione di aprire contraddizioni tra le forze istituzionali e quelle neofasciste tentando di evitare o ritardare la saldatura tra neofascisti e apparati dello Stato. Non siamo ingenui e sappiamo che questo processo è dettato dalla situazione che si crea nelle fasi politiche, e pertanto non dipende da noi e, soprattutto, a determinate condizioni non è contrastabile. Ma acquisire tempo prezioso in una fase di organizzazione embrionale delle forze di classe potrebbe rivelarsi fondamentale.

8)    Evitare di rincorrere sul loro terreno le forze neofasciste, non accettare di farsi dettare l’agenda politica da esse. In questo senso non siamo “professionisti dell’antifascismo” come alcune strutture che hanno fatto di esso l’unica ragione della propria esistenza. Siamo comunisti e dunque antifascisti. Sappiamo che il miglior modo per essere antifascisti è seguire i nostri obiettivi a breve, medio e lungo periodo, che la mancanza di base politica nell’antifascismo riduce il tutto a forme di lotta tra bande in cui i comunisti hanno tutto da perdere. Il lavoro materiale dei militanti comunisti per l’elevazione di questa consapevolezza anche all’interno dei movimenti antifascisti è fondamentale. L’antifascismo ha assunto in questi anni carattere di collante anche politico-organizzativo in mancanza di altro. Trasformare l’idea dell’anti, che è inizio spesso necessario e naturale come presa di distanza dall’immediato, in elemento di cultura superiore autonoma che dia la propria direzione e compiuta giustificazione della negazione iniziale, indicando una strada anche ai soggetti con minore coscienza politica, è un compito fondamentale. In questo senso i comunisti non si astengono aprioristicamente dalla presenza in strutture antifasciste con natura e provenienza popolare, ma anche in esse svolgono appieno la propria funzione di avanguardia.

 

Elementi di critica comunista alle narrazioni tossiche ricorrenti a proposito dell’inchiesta su Mafia/Capitale da: www.resistenze.org – osservatorio – italia – politica e società – 12-12-14 – n. 524


Michele Franco * | retedeicomunisti.org09/12/2014


Nel pasticciaccio dell’inchiesta romana su Mafia/Tangenti/Politica il livello di complessità che si va squadernando è, di gran lunga, superiore a quello che, ordinariamente, si è palesato in tante altre inchieste similari in giro per l’Italia.

Questa volta non si tratta, unicamente, dell’enorme mole di denaro circolante, del coinvolgimento di tutti i partiti e delle loro relative lobby affaristico/clientelari, dell’intreccio con poliziotti e membri dei servizi segreti, della presenza attiva della Lega delle Cooperative, di un accertato sottobosco fascista, della logica bipartisan imperante o della disarmante inanità di chi è preposto al controllo di questi passaggi amministrativi.

Stavolta siamo di fonte a qualcosa di molto grande e di profondamente pervasivo oltre i formali involucri amministrativi dei vari livelli istituzionali della più grande metropoli italiana e con diramazioni oltre la cintura capitolina.

Nel contempo, però, tale vicenda è una esemplificazione concreta del funzionamento di questa società e della marcescenza di alcuni rapporti politici, giuridici e dell’insieme delle relazioni sociali giunte alla loro maturità.

Una lezione politica attuale, una vera e propria cartina tornasole per tutti se osserviamo questa inchiesta dal punto di vista dei vigenti assetti di comando, di governance e di dispiegamento vero ed immanente dei diversificati effetti della crisi capitalistica nei vari gangli della società.
In questo puzzle giudiziario/politico/criminale – al di là degli abituali aspetti sensazionalistici o delle strumentali lacrime di coccodrillo del Renzi di turno o delle altre vestali della sacralità delle istituzioni borghesi – emerge, con nettezza, il profilo criminale e criminogeno del capitalismo contemporaneo.

Il vampirismo del capitale

Siamo difronte ad una rappresentazione plastica che mostra l’aspetto moderno ed attuale di questo pestifero modello di dominio reale con buona pace di quanti sparlano, o si illudono, circa la possibile esistenza di un capitalismo pulito e scevro dal malaffare e dalle accertate pratiche di grassazione generalizzata riscontrabili a Roma come altrove.

L’attuale corso del capitale attraverso le sue profonde modificazioni, trasformazioni e ristrutturazioni – soprattutto quelle avvenute negli ultimi trenta anni – ha assunto un aspetto sinistramente criminale.

A partire dagli anni ’80, infatti, il capitalismo classico, costretto a convivere con molteplici convulsioni a scala globale – prodotte dal delinearsi dei fattori di crisi economica strutturale – ha profondamente mutato la sua forma diventando di fatto deregolamentato, mondializzato e soprattutto finanziarizzato all’eccesso.

L’assenza di regole o la riscrittura di queste ad uso e consumo della spietata logica del profitto, la piena ed avvenuta mondializzazione del capitale e l’eccessivo ricorso alla finanza hanno incentivato e promosso la diffusione di enormi possibilità criminali fraudolente le quali, in passato, erano del tutto assenti o erano marginali rispetto alla complessità ed all’interezza del corso capitalistico.

Siamo quindi di fronte ad una forma del capitalismo che presenta un aspetto fortemente criminogeno. Una connotazione precisa, però, che nelle ricorrenti analisi degli economisti borghesi viene ignorata o quasi mai menzionata.

Anzi – come è spesso accaduto in vicende similari – nell’eventualità di evidenti scandali finanziari e speculativi la colpa viene, in forma penosamente mistificante, scaricata sulle mele marce che guasterebbero, con la loro disonestà, la bontà dell’essenza dell’azione generale del capitale. Per questi apologeti del massimo profitto il capitalismo, sempre e comunque, nella sua dinamica di articolazione racchiuderebbe, addirittura, un fattore progressivo e civilizzatore nei confronti dell’umanità.

All’oggi tale aspetto criminale del capitalismo sembra essere del tutto incompreso, ignorato o persino accettato dagli esperti e dagli studiosi, come se si trattasse di un aspetto intrinseco e strutturale – quasinaturale – al fenomeno stesso.

Tutti i commentatori che si stanno cimentando nella discussione del pasticciaccio romano scansano questo aspetto e concorrono, anche indirettamente, ad accreditare l’idea di un capitalismo sano da preservare e sacralizzare anche in casi di incidenti di percorso come quello accaduto nella capitale.

Infatti per gli apologeti dell’attuale modello sociale la sacralità del profitto, la logica d’impresa e la difesa del mercato sono dogmi indiscutibili.  L’importante, per gli apprendisti stregoni dei poteri forti, è che tutto fili liscio a costo di nascondere la cosiddetta polvere sotto il tappeto o di scaricare, impietosamente, lo sfortunato personaggio di turno che incappa nelle difficoltà giudiziarie del caso.

La stessa storia della Prima Repubblica italiana, particolarmente la questione afferente Tangentopoli, ha avuto, tra l’altro, un connotato di questo tipo ed ha imposto una narrazione tossica che ha eluso gli snodi veri di quel passaggio della storia d’Italia addossando, come in un romanzetto di quart’ordine, tutte le responsabilità ai mariuoli o ai disonesti dell’epoca.

Da questa assunzione di principi, da parte dei vari commentatori,  deriva, ovviamente, l’impunibilità penale e l’assoluta assenza di critica verso l’onnipotenza dei mercati finanziari dediti ad attività speculative i cui effetti nefasti antisociali ricadono inequivocabilmente sulla società e sui settori popolari più esposti alla crisi.

A tal proposito non importa se una decisione di un consiglio di amministrazione o di un organo sovranazionale provoca un disastro umanitario o una stagione di macelleria sociale in questo o quel posto del mondo. Per Lor Signori tutto deve risultare pulito e tutto è reso accettabile alla legalità borghese a condizione di non impattare, in maniera scoperta e rumorosa, con le norme dei codici penali e con la cattiva coscienza delle opinioni pubbliche.

Del resto già Marx, nel descrivere l’esordio sul proscenio del modo di produzione capitalistico, presentava questa tendenza storica come una lunga fase propriamente predatrice e, schiettamente, criminale definendola accumulazione originaria.

Oggi a centocinquanta anni da questa geniale interpretazione il capitalismo – giunto alla fase della finanza criminale – disvela la sua vera natura stravolgendo e negando anche quei principi etici e morali con i quali ha nobilitato la sua ascesa e il suo portato rivoluzionario a scapito dei precedenti modi di produzione.

L’inchiesta romana in tutti i suoi addentellati è il riflesso concreto di questa dimensione attuale e risente dell’ obsolescenza e del marciume di questi rapporti sociali oltre ogni spiegazione politicista o schiacciata sul chiacchiericcio del teatrino della squallida rappresentazione da talk/show.

La creazione di soldi sulla pelle degli immigrati e dei rom da parte degli stessi che alimentano il razzismo non è solo un aspetto paradossale e schifoso ma mostra, inequivocabilmente, il parossismo di un sistema sociale, di relazioni e di modalità di gestione che ha raggiunto – almeno potenzialmente – il suo capolinea storico imponendo, di fatto, il tema oggettivo del superamento di questi rapporti di produzione e della possibile allusione ad una alternativa di società.

Scandali e ruberie occasioni per rinsaldare la blindatura delle istituzioni

C’è – inoltre – un ulteriore aspetto dell’inchiesta romana su cui vale la pena soffermare la riflessione che sottoponiamo all’attenzione dei compagni e degli attivisti politici e sociali.
Tutti i commentatori, sia i colpevolisti e sia gli innocentisti, sono concordi su un punto preciso su cui scatenare le loro campagne stampa e di orientamento. Per l’intero schieramento borghese si tratta di aggiungere un nuovo tassello all’attacco da sferrare – con la giustificazione della dilagante corruzione – al sistema delle autonomie locali, all’istituto delle Regioni, dei Comuni ed a qualsiasi livello che attiene al decentramento amministrativo delle istituzioni e ad ogni minima parvenza di partecipazione democratica anche solo limitata al terreno elettorale/istituzionale.
L’emergere degli scandali e dell’affarismo ha sempre dato fiato – anche attraverso una sapiente campagna che fa leva sull’indignazione e i mugugni popolari – ad un populismo reazionario che sottende ad una forte ri-centralizzazione autoritaria dei poteri e degli strumenti della governance.

A  tale proposito si rivelano completamente errate le dissertazioni di chi immaginava, come conseguenza dell’avvenuta mondializzazione del capitale, istituzioni liquide e la dissoluzione della forma stato centralizzata a scapito di una presunta microfisica del potere.

Nella realtà, invece, si va imponendo – anche attraverso una gestione accurata di parte di capitalistica di episodi come quello di Mafia/Capitale – un modello statuale ancora più concentrato, più deregolamentato e sempre meglio sintonizzato alle attuali ambizioni del capitalismo tricolore nel gorgo dell’accresciuta competizione globale interimperialistica e degli incessanti diktat da parte del nucleo duro della borghesia continentale europea.

Così è accaduto in particolare con la stagione di Mani Pulite e con l’assunzione da parte della Magistratura di quel ruolo di supplenza politica autoritaria e dispotica a scapito degli altri corpi intermedi della società ridotti di funzione e resi marginali nei processi decisionali (i partiti, le grandi organizzazioni di massa, i sistemi elettorali a base proporzionale, l’involuzione del diritto civile e penale).

Una critica al complesso delle forme del comando del capitale

Anche da questi dati teorici, culturali e politici occorrerebbe rilanciare la discussione, oltre la cronaca immediata ed oltre l’asfissiante esecrazione scandalistica a cui vorrebbero riconduci gli opinion maker della disinformazione dominante e deviante.

Su questo versante dovrebbe attestarsi una critica sociale attiva ed il protagonismo a tutto campo dei movimenti di lotta per scompaginare e bonificare questo ignobile verminaio e l’intera impalcatura che sottende a questo putrido sistema.

La linea di condotta e l’attitudine politico/pratica di una soggettività comunista organizzata – dopo la pur necessaria fase della denuncia e della controinformazione nei ed oltre i movimenti sociali e sindacali – è anche quella di definire vicende, come quella dell’inchiesta romana, con il loro autentico nome e di inquadrarle in una prospettiva di rottura e di rivoluzione contro i modelli sociali esistenti e dominanti.

Certo, al momento, considerando gli attuali rapporti di forza tra le classi, questo indirizzo programmatico non è – immediatamente – traducibile in iniziativa di massa e dispiegata ma, se davvero vogliamo organizzare la nostra alterità a tale degenerazione della società, dobbiamo incominciare a segnalare con nettezza i nostri avversari indicando l’indispensabile percorso di mobilitazione, di lotta e di organizzazione coerente.

Del resto questo lavorio è parte della ragione sociale di una Organizzazione Comunista che vuole cimentarsi con il conflitto, con la complessità sociale e con i complicati processi di organizzazione politica e sociale rifuggendo da ogni tentazione sclerotica e dogmatica.

*) Rete dei Comunisti

 

Gli eroi della nostra epoca di Fidel Castro da: www.resistenze.org – osservatorio – mondo – politica e società – 07-10-14 – n. 514

Gli eroi della nostra epoca

Fidel Castro Ruz | prensa-latina.cu

06/10/2014

L’Avana, 6 ott (Prensa Latina) Il quotidiano Granma ha pubblicato sabato scorso un nuovo articolo del Comandante Fidel Castro, “Gli eroi della nostra epoca”, che pubblichiamo integralmente. 

“Ci sono molte cose da dire, in questi tempi difficili per l’umanità. Oggi, tuttavia, è un giorno di interesse speciale per noi e chissà anche per molte persone.

Durante la nostra breve storia rivoluzionaria, dal golpe astuto del 10 marzo 1952, promosso dall’impero contro il nostro piccolo paese, non poche volte ci siamo visti nella necessità di prendere importanti decisioni.

Quando non rimaneva oramai nessuna alternativa, altri giovani, di qualunque altra nazione, nella nostra complessa situazione, facevano o si proponevano di fare come noi, benché nel nostro caso in particolare, come tante volte nella storia, Cuba ha svolto un ruolo decisivo.

A partire dal dramma creato nel nostro paese per colpa degli Stati Uniti in quel momento, senza nessun altro obiettivo che frenare il rischio di sviluppi sociali limitati, che avrebbero potuto incoraggiare cambiamenti radicali futuri nella proprietà yankee in cui era stata convertita Cuba, si generò la nostra Rivoluzione Socialista.

La Seconda Guerra Mondiale, terminata nel 1945, ha consolidato il potere degli Stati Uniti come principale potenza economica e militare, ed ha convertito questo paese- cui territorio era distante dai campi di battaglia- nel più poderoso del pianeta.

La schiacciante vittoria del 1959, possiamo affermarlo senza ombra di sciovinismo, si è trasformata in esempio di quello che una piccola nazione, lottando per sé stessa, può fare anche per gli altri.

I paesi latinoamericani, con un minimo di eccezioni rispettabili, si sono lanciati sulle briciole offerte dagli Stati Uniti; per esempio, la quota degli zuccherifici di Cuba che durante quasi un secolo e mezzo ha mantenuto il nostro paese nei suoi anni critici, è stata ripartita tra produttori ansiosi di mercati nel mondo.

L’illustre generale nordamericano che presiedeva allora gli USA, Dwight D. Eisenhower, aveva diretto le truppe coalizzate nella guerra, e nonostante contassero con mezzi poderosi, hanno liberato solo una piccola parte dell’Europa occupata dai nazisti. Il sostituto del presidente Roosevelt, Harry S. Truman, risultò essere il conservatore tradizionale che normalmente assume tali responsabilità politiche negli Stati Uniti negli anni difficili.

L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche- che ha costituito fino alla fine dello scorso XX secolo, la più grandiosa nazione della storia nella lotta contro lo sfruttamento spietato degli esseri umani- è stata sciolta e sostituita da una Federazione che ha ridotto la superficie di quel gran Stato multinazionale di circa cinque milioni 500 mila chilometri quadrati.

Un qualcosa, tuttavia, non hanno potuto scioglierlo: lo spirito eroico del popolo russo, che unito ai suoi fratelli del resto dell’URSS, è stato capace di preservare una forza tanto poderosa che insieme alla Repubblica Popolare Cina e paesi come Brasile, India e Sudafrica, costituiscono un gruppo col potere necessario per frenare il tentativo della nuova colonizzazione del pianeta.

Due esempi illustrativi di queste realtà li viviamo nella Repubblica Popolare dell’Angola. Cuba, come molti altri paesi socialisti e movimenti di liberazione, ha collaborato con lei e con altri che lottavano contro il dominio portoghese in Africa. Questo si esercitava in forma amministrativa diretta con l’appoggio dei suoi alleati.

La solidarietà con Angola era uno dei punti essenziali del Movimento dei Paesi Non Allineati e del Campo Socialista. L’indipendenza di questo paese è diventata inevitabile ed era accettata per la comunità mondiale.

Lo Stato razzista del Sudafrica ed il Governo corrotto dell’antico Congo Belga, con l’appoggio degli alleati europei, si preparavano accuratamente per la conquista e la ripartizione dell’Angola.

Cuba, che cooperava con la lotta di questo paese da anni, ha ricevuto la richiesta di Agostinho Neto per l’allenamento delle sue forze armate che, installate a Luanda, la capitale del paese, dovevano essere pronte per la sua presa di possesso ufficialmente stabilita l’11 novembre 1975.

I sovietici, fedeli ai loro compromessi, avevano inviato attrezzature militari ed aspettavano solo il giorno dell’indipendenza per inviare gli istruttori. Cuba, da parte sua, aveva accordato l’invio degli istruttori sollecitati da Neto.

Il regime razzista del Sudafrica, condannato e disprezzato dall’opinione mondiale, decide di anticipare i suoi piani ed invia forze motorizzate in veicoli blindati, dotati di artiglieria potente che, dopo un avanzamento di centinaia di chilometri a partire dalla sua frontiera, ha attaccato il primo accampamento di allenamento, dove vari istruttori cubani sono morti in resistenza.

Dopo vari giorni di combattimenti sostenuti dagli istruttori valorosi insieme agli angolani, sono riusciti a fermare l’avanzamento dei sudafricani verso Luanda, la capitale dell’Angola dove era stato inviato per via aerea un battaglione di Truppe Speciali del Ministero dell’Interno, trasportato da L’Avana nei vecchi aeroplani Britannia della nostra linea aerea.

Così è cominciata quella lotta epica in quel paese dell’Africa nera, tiranneggiato dai razzisti bianchi, il paese in cui battaglioni di fanteria motorizzata e brigate di carri armati, artiglieria blindata e mezzi adeguati di lotta, hanno respinto le forze razziste del Sudafrica e li hanno obbligati a retrocedere fino alla loro stessa frontiera, da dove erano partiti.

Non è stato solo l’anno 1975 la tappa più pericolosa di questa guerra. Il momento è accaduto, approssimativamente 12 anni più tardi, nel sud dell’Angola.

Così quello che sembrava la fine dell’avventura razzista nel sud dell’Angola era solo il principio, ma almeno avevano potuto comprendere che le forze rivoluzionarie di cubani bianchi, mulatti e negri, insieme ai soldati angolani, erano capaci di fare inghiottire la polvere della sconfitta ai razzisti suppostamente invincibili. Forse si sono fidati troppo della loro tecnologia, delle loro ricchezze e dell’appoggio dell’impero dominante.

Benché non fosse mai stata la nostra intenzione, l’atteggiamento sovrano del nostro paese non smetteva di avere contraddizioni con la stessa URSS, che aveva fatto tanto per noi in giorni realmente difficili, quando il taglio delle somministrazioni di combustibile a Cuba da parte degli Stati Uniti c’avrebbe portato ad un prolungato e costoso conflitto con la poderosa potenza del Nord.

Sparito questo pericolo o no, il dilemma era decidersi ad essere liberi o rassegnarsi ad essere schiavi del poderoso impero vicino.

In questa situazione tanto complicata come l’accesso dell’Angola all’indipendenza, in lotta frontale contro il neocolonialismo, era impossibile che non sorgessero differenze in alcuni aspetti dai quali potevano derivare conseguenze gravi per gli obiettivi tracciati, che nel caso di Cuba, come parte in questa lotta, aveva il diritto ed il dovere di condurla al successo.

Ogni volta che secondo noi qualsiasi aspetto della nostra politica internazionale poteva scontrarsi con la politica strategica dell’URSS, facevamo tutto il possibile per evitarlo. Gli obiettivi comuni esigevano a tutti il rispetto dei meriti e delle esperienze di ognuno di loro.

La modestia non è incompatibile con l’analisi seria della complessità e dell’importanza di ogni situazione, benché nella nostra politica siamo sempre stati molto esigenti con tutto quello che si riferiva alla solidarietà con l’Unione Sovietica.

In momenti decisivi della lotta in Angola contro l’imperialismo ed il razzismo si è prodotta una di quelle contraddizioni che è derivata dalla nostra partecipazione diretta in quella contesa e dal fatto che le nostre forze non solo lottavano, ma istruivano anche ogni anno migliaia di combattenti angolani, che appoggiavamo nella loro lotta contro le forze pro yankee e pro razziste del Sudafrica.

Un militare sovietico era l’assessore del governo e pianificava l’impiego delle forze angolane. Ci differenziavamo, tuttavia, in un punto che era sicuramente importante: la frequenza reiterata con cui si difendeva il criterio erroneo di usare in questo paese le truppe angolane meglio allenate a quasi mille cinquecento chilometri di distanza da Luanda, la capitale, per la concezione propria di un altro tipo di guerra, per nulla simile a quella di carattere sovversivo e guerrigliera dei controrivoluzionari angolani.
In realtà non esisteva una capitale dell’UNITA, né Savimbi aveva un punto dove resistere, si trattava di un’esca del Sudafrica razzista che serviva solo per attrarre lì le migliori e più armate truppe angolane per vincerle a suo capriccio. Pertanto ci siamo opposti a questo concetto che si è applicato più di una volta, fino all’ultimo quando ci hanno chiesto di vincere il nemico con le nostre proprie forze, fatto che ha dato luogo alla battaglia di Cuito Cuanavale.

Dirò che questo prolungato confronto militare contro l’esercito sudafricano si è prodotto a causa dell’ultima offensiva contro la supposta “capitale di Savimbi”, in un angolo lontano della frontiera dell’Angola, del Sudafrica e della Namibia occupata, fino a dove le coraggiose forze angolane, partendo da Cuito Cuanavale, antica base militare disattivata della NATO, benché ben equipaggiate con i più nuovi carri blindati, carri armati ed altri mezzi di combattimento, iniziavano la loro marcia di centinaia di chilometri verso la supposta capitale controrivoluzionaria.

I nostri audaci piloti di combattimento li appoggiavano coi Mig-23 quando stavano ancora dentro il loro raggio di azione.

Quando oltrepassavano questi limiti, il nemico colpiva fortemente i valorosi soldati delle FAPLA con i loro aeroplani di combattimento, la loro artiglieria pesante e le loro forze terrestri ben equipaggiate, causando morti e feriti abbondanti. Ma questa volta si dirigevano, nella loro persecuzione delle brigate angolane colpite, verso l’antica base militare della NATO.

Le unità angolane retrocedevano in un fronte di vari chilometri di larghezza, con brecce di chilometri di separazione tra di loro. Data la gravità delle perdite ed il pericolo che poteva derivare da queste, quasi sicuramente si sarebbe prodotto il sollecito abituale di aiuto da parte del Presidente dell’Angola affinché ricorresse all’appoggio cubano, e così è accaduto.

La risposta sicura, questa volta è stata che tale sollecito si sarebbe accettato solo se tutte le forze e tutti i mezzi di combattimento angolani nel Fronte Meridionale si sottomettessero al comando militare cubano. Il risultato immediato è stato che si accettava questa condizione.

Velocemente, si sono mobilitate le forze in funzione della battaglia di Cuito Cuanavale, dove gli invasori sudafricani e le loro armi sofisticate si schiantarono contro le unità blindate, l’artiglieria convenzionale ed i Mig-23 diretti dai piloti audaci della nostra aviazione. L’artiglieria, carri armati ed altri mezzi angolani ubicati in quel punto, che non avevano personale, sono stati attivati per il combattimento da personale cubano.

I carri armati angolani che non potevano vincere l’ostacolo dell’abbondante fiume Queve nella loro ritirata, ad est dell’antica base della NATO, il cui ponte era stato distrutto settimane prima da un aeroplano sudafricano senza pilota, carico di esplosivi, sono stati interrati e circondati da mine antiuomo ed anticarro.

Le truppe sudafricane che avanzavano si sono imbattute a poca distanza con una barriera insormontabile contro la quale si schiantarono. In questo modo, con perdite minime e condizioni vantaggiose, le forze sudafricane sono state sconfitte in modo contundente in quel territorio angolano.

Ma la lotta non si era conclusa, l’imperialismo con la complicità di Israele aveva trasformato Sudafrica in un paese nucleare. Al nostro esercito, toccava per la seconda volta, il rischio di trasformarsi in un bersaglio di questa arma.

Ma questo punto, con tutti gli elementi di giudizio pertinenti, si sta elaborando e forse si potrà scrivere nei mesi venturi.

Che eventi sono successi ieri sera che hanno dato luogo a questa lunga analisi? Due fatti, secondo me, di trascendenza speciale:

La partenza della prima Brigata Medica Cubana verso l’Africa a lottare contro l’Ebola.

Il brutale assassinio a Caracas, in Venezuela, del giovane deputato rivoluzionario Robert Serra.

Entrambi i fatti riflettono lo spirito eroico e la capacità dei processi rivoluzionari che si stanno svolgendo nella Patria di Josè Martì e nella culla della libertà dell’America, il Venezuela eroico di Simon Bolivar e Hugo Chavez.

Quante lezioni sorprendenti rinchiudono questi avvenimenti! Incontro appena le parole per esprimere il valore morale di questi fatti, successi quasi simultaneamente.

Non si può assolutamente credere che il crimine del giovane deputato venezuelano sia opera della casualità.

Sarebbe troppo incredibile, e così simile alle pratiche dei peggiori organismi yankee di intelligenza, che la vera casualità fosse che il ripugnante fatto non sia stato realizzato intenzionalmente, ancora di più quando si adatta assolutamente a quanto previsto ed annunciato dai nemici della Rivoluzione Venezuelana.

Ad ogni modo, mi sembra assolutamente corretta la posizione delle autorità venezuelane di esporre la necessità di investigare accuratamente il carattere del crimine. Il popolo, ciò nonostante, espressa commosso la sua profonda convinzione sulla natura del brutale fatto di sangue.

L’invio della prima Brigata Medica a Sierra Leone, indicato come uno dei punti di maggiore presenza dell’epidemia crudele di Ebola, è un esempio del quale un paese può inorgoglirsi, perché non è possibile raggiungere in questo istante un seggio di maggiore onore e gloria.

Se nessuno ha avuto il minore dubbio che le centinaia di migliaia di combattenti che sono andati in Angola ed in altri paesi dell’Africa o dell’America, hanno prestato all’umanità un esempio che non potrà mai cancellarsi dalla storia umana, avrebbe ancora meno dubbi che l’azione eroica dell’esercito dei camici bianchi occuperà un alto posto di onore in questa storia.

Non saranno i fabbricanti di armi letali quelli che raggiungeranno un onore così meritato. Magari l’esempio dei cubani che vanno in Africa potrà anche invogliare la mente ed il cuore di altri medici nel mondo, specialmente di quelli che possiedono più risorse, pratichino una qualsiasi religione, o la convinzione più profonda del dovere della solidarietà umana.

È molto duro il compito di quelli che vanno al combattimento contro l’Ebola e per la sopravvivenza di altri esseri umani, anche a rischio della loro stessa vita. Non per questo dobbiamo smettere di fare tutto il possibile per garantire, a quelli che compiono quei doveri, la massima sicurezza nei compiti che svolgano e nelle misure da prendere per proteggerli e proteggere il nostro stesso popolo, da questa o da altre malattie ed epidemie.

Il personale che va in Africa sta proteggendo anche quelli che rimangono qui, perché il fatto peggiore che può succedere è che tale epidemia od altre peggiori si estendano nel nostro continente, o nel seno del popolo di qualsiasi paese del mondo, dove un bambino, una madre od un essere umano possano morire. Ci sono medici sufficienti nel pianeta affinché nessuno debba morire per mancanza di assistenza. È quello che desidero comunicare.

Onore e gloria per i nostri valorosi combattenti per la salute e per la vita!

Onor e gloria per il giovane rivoluzionario venezuelano Robert Serra insieme alla compagna Maria Herrera!

Queste idee le ho scritte il 2 ottobre quando ho saputo entrambe le notizie, ma ho preferito aspettare un giorno in più affinché l’opinione internazionale si informasse bene ed ho chiesto a Granma che le pubblicasse il sabato.

Fidel Castro Ruz
2 ottobre 2014 

 

A ottobre la terza edizione di “Contromafie, gli Stati generali dell’antimafia” | Fonte: Libera.it

Contromafie, gli Stati generali dell’antimafiaè un appuntamento che Libera offre al movimento antimafia italiano, europeo e non solo, in cui le associazioni e le realtà impegnate contro le diverse forme di criminalità organizzata e transnazionale e le connesse pratiche di corruzione, si ritrovano per confrontare strategie e percorsi, mettere a punto proposte di natura giuridica ed amministrativa, elaborare azioni di contrasto civile e non violento, valorizzare le buone prassi ed esperienze maturate in tema di libertà, cittadinanza, informazione, legalità, giustizia e solidarietà.La terza edizione di Contromafie giunge a distanza di cinque anni dalla precedente e deve registrare un contesto sociale e politico mutato profondamente per le pesanti ripercussioni causate dalla recessione economica mondiale, purtroppo ancora in atto, i cui effetti devastanti sono stati accentuati dallo smarrimento di riferimenti etici e valoriali, dalla mancanza di anticorpi civili e culturali, in grado di contrastare, soprattutto nelle nuove generazioni, il fascino perverso del modello apparentemente vincente del crimine e dell’illegalità.

Contromafie non è un convegno, non è una vetrina, ma è piuttosto uno spazio e un tempo per il confronto, lo studio, l’approfondimento: sotto i riflettori finiscono progetti, percorsi, idee, per fare il punto insieme dei risultati conseguiti dall’antimafia civile, sociale e responsabile. Contromafie è un luogo per presentare alle istituzioni le modifiche legislative e regolamentari, frutto del lavoro quotidiano ed elaborare le soluzioni condivise ai problemi e alle difficoltà che nel nostro Paese incontra chi punta a valorizzare l’essere umano e la sua dignità, affrancandolo dalla schiavitù del giogo mafioso e dalla corruzione, definita “peste” dal Cardinale Carlo Maria Martini prima e da Papa Francesco poi.

In particolare, quest’ultimo tema è da diversi anni centrale nell’impegno della rete associativa afferente a Libera, come è testimoniato dalle campagne “Corrotti” e “Riparte il futuro”, dove l’analisi dei fenomeni corruttivi s’apre alla valorizzazione dell’impegno di singoli e realtà nel contrasto quotidiano alle prassi di corruttela. Ad esse si è andata affiancando un’iniziativa nazionale come “Miseria Ladra” che denuncia la stretta connessione tra presenza delle mafie e l’impoverimento del contesto sociale ed economico e rilancia la necessità di un nuovo welfare che restituisca dignità e diritti ai cittadini del nostro Paese.

Si capisce così la stretta correlazione tra il “contro” e il “per” nella mission di Contromafie: non una semplice contrapposizione alle mafie e alla corruzione, pur necessaria, ma una contemporanea presa di coscienza del ruolo fondamentale che oggi giocano parole come “libertà” e “dignità”, “cittadinanza” e “responsabilità”, “informazione” e “democrazia”, “legalità” e “trasparenza”, “giustizia” e “verità”, “solidarietà” e “sviluppo”, la cui piena realizzazione è la sola via per arrivare alla sconfitta di mafie e corruzione.

Anche per la terza edizione, Contromafie propone quattro giorni di studio e confronto che si sviluppano secondo le sei aree tematiche che ne accompagnano i lavori fin dal 2006 (per una parola di libertà e dignità, per un sapere di cittadinanza e responsabilità, per un dovere di informazione e democrazia, per una politica di legalità e trasparenza, per una domanda di giustizia e verità, per una economia di solidarietà e sviluppo) come luoghi di approfondimento e di scambio, attraverso la suddivisione in sessioni e gruppi.