“A Israele non interessa la pace. Vuole la libertà di fare quello che gli pare”. Intervento di Chomsky Fonte: www.internazionale.it | Autore: noam chomsky

Lo scopo di tutti gli orrori a cui stiamo assistendo durante l’ultima offensiva israeliana contro Gaza è semplice: tornare alla normalità.Per la Cisgiordania, la normalità è che Israele continui a costruire insediamenti e infrastrutture illegali per inglobare nel suo territorio tutto quello che ha un minimo di valore, lasciando ai palestinesi i luoghi meno vivibili e sottoponendoli a repressioni e violenze. Per Gaza, la normalità è tornare a una vita insopportabile sotto un assedio crudele e devastante che non consente nulla di più della mera sopravvivenza.

La scintilla che ha provocato l’ultimo attacco israeliano è stato il brutale assassinio di tre ragazzi di un insediamento della Cisgiordania occupata. Un mese prima, a Ramallah erano stati uccisi due ragazzi palestinesi, ma la loro morte aveva fatto poco scalpore. Cosa comprensibile, visto che è la norma. “Il disinteresse istituzionalizzato di tutto l’occidente non solo ci aiuta a capire perché i palestinesi ricorrono alla violenza”, dice l’esperto di questioni mediorientali Mouin Rabbani, “ma spiega anche l’ultimo attacco di Israele contro la Striscia di Gaza”.

L’attivista per i diritti umani Raji Sourani, che vive a Gaza da anni nonostante l’atmosfera di terrore e i continui episodi di violenza, ha dichiarato in un’intervista: “Quando si comincia a parlare di cessate il fuoco, la frase che sento dire più spesso è: ‘Per noi è meglio morire che tornare alla situazione in cui eravamo prima di questa guerra. Non vogliamo che sia di nuovo così. Non abbiamo più né dignità né orgoglio, siamo bersagli facili, la nostra vita non vale nulla. O la situazione migliora sul serio o preferiamo morire’. E sto parlando di intellettuali, accademici, persone comuni. Tutti dicono la stessa cosa”.

Nel gennaio del 2006, quando si sono svolte elezioni libere e attentamente monitorate, i palestinesi hanno commesso un terribile crimine: hanno votato nel modo sbagliato, dando il controllo del parlamento a Hamas.

I mezzi d’informazione continuano a ripetere che Hamas vuole la distruzione di Israele. In realtà i suoi leader hanno chiarito più di una volta che accetterebbero la soluzione dei due stati che è stata proposta dalla comunità internazionale e che Stati Uniti e Israele bloccano da quarant’anni. Israele, invece, a parte gli occasionali discorsi vuoti, vuole la distruzione della Palestina e sta mettendo in atto il suo piano.

I palestinesi sono stati immediatamente puniti per il crimine commesso nel 2006. Stati Uniti e Israele, con il vergognoso consenso dell’Europa, hanno imposto durissime sanzioni alla popolazione colpevole e Israele ha alzato il livello della violenza. Con l’appoggio degli Stati Uniti ha subito progettato un colpo di stato militare per rovesciare il governo eletto. Quando Hamas ha avuto la sfrontatezza di sventare quel piano, gli attacchi si sono intensificati.

Non dovrebbe essere necessario ricordare tutto quello che è successo da allora. L’assedio e i violenti attacchi sono stati intervallati da momenti in cui “si falciava il prato”, per usare la simpatica espressione con cui Israele definisce gli omicidi indiscriminati nell’ambito di quella che chiama la sua “guerra di difesa”. Una volta che il prato è stato falciato e la popolazione indifesa cerca di ricostruire qualcosa dalle rovine, di solito si arriva a un accordo per il cessate il fuoco. L’ultimo è stato deciso dopo l’attacco israeliano dell’ottobre 2012, chiamato Operazione pilastro di difesa.

Anche se ha continuato il suo assedio, Israele ha ammesso che Hamas ha rispettato quel cessate il fuoco. La situazione è cambiata nell’aprile del 2014, quando Hamas e Al Fatah hanno stretto un patto di unità nazionale che prevedeva la formazione di un governo di tecnocrati non associati a nessuno dei due partiti. Naturalmente Israele si è infuriato, e la sua rabbia è cresciuta quando gli Stati Uniti e il resto dell’occidente hanno approvato il patto, che non solo indebolisce l’affermazione di Israele secondo cui è impossibile trattare con una Palestina divisa, ma anche il suo obiettivo a lungo termine di dividere la Striscia di Gaza dalla Cisgiordania.

Bisognava fare qualcosa, e l’occasione si è presentata il 12 giugno, quando in Cisgiordania sono stati uccisi i tre ragazzi israeliani. Il governo di Benjamin Netanyahu sapeva dall’inizio che erano morti, ma ha finto di ignorarlo fino a quando non sono stati ritrovati i corpi, così da avere l’opportunità di attaccare la Cisgiordania. Il primo ministro Netanyahu ha affermato di sapere con certezza che Hamas era responsabile di quelle morti. Ma anche quella era una bugia.

Uno dei maggiori esperti israeliani di Hamas, Shlomi Eldar, ha dichiarato quasi immediatamente che gli assassini dei ragazzi probabilmente appartenevano a un gruppo dissidente di Hebron che da tempo è una spina nel fianco per Hamas. E ha aggiunto: “Sono sicuro che non sono stati autorizzati dai leader di Hamas, hanno solo pensato che fosse il momento giusto per agire”.

Ma i 18 giorni di offensiva seguiti al rapimento sono riusciti a mettere in crisi il tanto temuto governo di unità e hanno consentito a Israele di intensificare la repressione, sferrando decine di attacchi anche contro Gaza. In quello del 7 luglio sono morti cinque membri di Hamas, che poi ha reagito lanciando razzi (i primi da 19 mesi) e fornendo così il pretesto per lanciare l’Operazione margine di protezione dell’8 luglio.
Alla fine di luglio i morti palestinesi erano già 1.400, quasi tutti civili, tra cui centinaia di donne e bambini, mentre solo tre civili israeliani erano morti. Vaste zone di Gaza sono ridotte in macerie e quattro ospedali sono stati bombardati, il che costituisce un crimine di guerra.

Le autorità israeliane si vantano dell’umanità di quello che definiscono “l’esercito più virtuoso del mondo”, perché prima di bombardare una casa avverte le persone che ci abitano. In realtà si tratta solo di “sadismo ipocritamente travestito da clemenza”, per usare le parole della giornalista israeliana Amira Hass, “un messaggio registrato che chiede a centinaia di migliaia di persone di lasciare le loro abitazioni già prese di mira, per andare in un altro posto altrettanto pericoloso a dieci chilometri di distanza”. Non esiste nessun posto nella prigione di Gaza in cui si può essere al sicuro dal sadismo israeliano, che potrebbe anche superare i terribili crimini dell’Operazione piombo fuso del 2008-2009.

Tanto orrore ha suscitato la solita reazione dal parte del presidente più virtuoso del mondo, Barack Obama, che ha espresso grande simpatia per gli israeliani, ha condannato duramente Hamas e invitato alla moderazione entrambe le parti.

Quando questa ondata di attacchi avrà fine, Israele spera di essere libero di riprendere la sua politica criminale nei territori occupati senza alcuna interferenza e con il sostegno che gli Stati Uniti gli hanno sempre garantito. Gli abitanti della Striscia di Gaza saranno invece liberi di tornare alla normalità della loro prigione, mentre i palestinesi che vivono in Cisgiordania potranno stare tranquillamente a guardare Israele che smantella quel che resta dei loro possedimenti.

Questo è quanto probabilmente succederà se gli Stati Uniti continueranno a fornire il loro appoggio decisivo e praticamente unilaterale a Israele e a respingere una soluzione diplomatica a lungo sostenuta dalla comunità internazionale. Ma se gli Stati Uniti ritirassero quell’appoggio, il futuro sarebbe molto diverso.

In quel caso si potrebbe andare verso quella “soluzione duratura” per la Striscia di Gaza che il segretario di stato John Kerry ha auspicato suscitando reazioni isteriche da parte di Israele, perché quell’espressione poteva essere interpretata come un invito a mettere fine al loro assedio e, orrore degli orrori, addirittura come un invito ad applicare il diritto internazionale nel resto dei territori occupati.

Quarant’anni fa Israele prese la fatale decisione di preferire l’espansione alla sicurezza, respingendo il trattato di pace offerto dall’Egitto in cambio dell’evacuazione dal Sinai, che Israele aveva occupato e dove stava dando il via ai suoi insediamenti. Da allora non ha mai abbandonato questa politica.

Se gli Stati Uniti decidessero di schierarsi con il resto del mondo, le cose cambierebbero molto. Più di una volta Israele ha rinunciato ai suoi piani quando Washington glielo ha chiesto. Questi sono i rapporti di potere tra i due paesi.

Dopo aver adottato politiche che l’hanno trasformato da paese ammirato da tutti a stato temuto e disprezzato, politiche che ancora oggi persegue con cieca determinazione nella sua marcia verso la decadenza morale e forse la distruzione finale, ormai Israele non ha molte alternative.

È possibile che la politica statunitense cambi? Forse. In questi ultimi anni l’opinione pubblica, soprattutto tra i giovani, si è notevolmente spostata e non può essere ignorata del tutto. Già da alcuni anni i cittadini chiedono a Washington di rispettare le sue stesse leggi, che proibiscono di “fornire alcuna assistenza a paesi il cui governo viola costantemente i diritti umani internazionalmente riconosciuti”, e impongono quindi di ridurre gli aiuti militari a Israele.

Israele è di sicuro colpevole di queste costanti violazioni, e lo è da molti anni. Il senatore del Vermont Patrick Leahy, che ha proposto questa legge, ha sollevato l’ipotesi che possa essere applicata a Israele in alcuni casi specifici. Con una campagna educativa ben organizzata si potrebbe lanciare un’iniziativa in questo senso, che già in sé avrebbe un notevole impatto e potrebbe costituire un trampolino di lancio per ulteriori azioni volte a costringere Washington a schierarsi con “la comunità internazionale” e a rispettare le sue leggi.

Non c’è niente di più importante per i palestinesi, vittime di anni di violenza e repressione.

trad. it. Bruna Tortorella

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Israele dichiara la tregua e ammazza dieci palestinesi: 1822 le vittime. Su Unrwa condanna di Usa,Onu, Ue, Francia Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Almeno dieci palestinesi sono stati uccisi nella notte in raid israeliani sulla Striscia di Gaza. E questo nonostante la tregua unilaterale di sette ore dichiarata da Israele. Cinque persone sarebbero rimaste uccise a Jabalya (nord), tre nei quartiere di Zeitun, Sheikh Radwan e Nuseirat a Gaza e un bimbo a Rafah (sud). Il bilancio delle vittime palestinesi in quattro settimane di conflitto tra Israele e Hamas sale cosi’ a 1.822 morti. La situazione è nel caos più completo.

Intanto, al Cairo il generale Sisi sta tentando di riaprire una “via diplomatica” mettendo in campo una trattativa “in tre fasi”, a cui però manca, al momento, l’adesione sia di Israele che di Hamas. Nella prima fase dovra’ essere raggiunto un accordo “tra le fazioni palestinesi sull’iniziativa egiziana”; nella seconda sono previsti “negoziati indiretti con Israele (per ora chiamatosi fuori dai colloqui) attraverso mediatori egiziani per raggiungere un cessate il fuoco o una tregua”; e infine ci dovrebbero essere “negoziati sulle questioni rimanenti, incluso l’accesso a Gaza” tramite il valico di Rafah.

Intanto, diventa corale la condanna dell’ennesimo attacco di Israele ad una struttura dell’Unrwa,l’ente dell’Onu che si occupa degli aiuti ai palestinesi. La protesta più forte arriva direttamente da Ban Ki-moon, ma condanne del bombardamento arrivano anche da Usa ed Europa, Francia compresa. “L’esercito israeliano e’ stato ripetutamente informato della posizione” in cui si trovano le strutture delle Nazioni Unite”, ha detto il segretario generale dell’Onu. Ban Ki-moon, ha definito l’attaacco un “atto criminale” che deve essere “rapidamente indagato”. Gli Usa si dicono “scioccati” per il nuovo bombardamento e – si legge in una nota del Dipartimento di Stato – chiedono a Israele di “fare di piu’ per evitare vittime civili”. “Gli edifici dell’Onu, specialmente quelli che fanno da rifugio ai civili – si legge nella nota Usa – devono essere protetti e non devono essere usati come basi per lanciare attacchi. Ma il sospetto che militanti stiano operando nei pressi – aggiunge il Dipartimento di Stato americano – non giustifica bombardamenti che mettono a rischio le vite di cosi’ tanti innocenti”. Gli Stati Uniti chiedono quindi “un’immediata indagine su questo incidente come su quello che giorni fa ha coinvolto un’altra scuola dell’Unrwa”.

“E’ inaccettabile” l’attacco nei pressi della scuola Onu, sottolinea in una nota, il presidente francese Francois Hollande chiedendo che “i responsabili di questa violazione del diritto internazionale rispondano delle loro azioni”. L’Ue, infine, ha chiesto “lo stop immediato del bagno di sangue” a Gaza. In un comunicato, il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy dice che “Gaza sta sopportando sofferenze intollerabili da oltre tre settimane e la perdita di molte vite umane, tra cui molte donne e bambini. Tutto cio’ deve finire immediatamente”, ha dichiarato van Rompuy. “Condanniamo i lanci continui di razzi contro Israele, perche’ minacciano la popolazione. Riconosciamo il diritto alla legittime difesa, ma deve essere proporzionato”, ha aggiunto. Il capogruppo dei Socialisti all’Europarlamento Gianni Pittella dopo un colloquio con il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz ha chiesto a Van Rompuy una “riunione straordinaria del Consiglio europeo per discutere la strategia comunitaria rispetto al conflitto a Gaza”. “Crediamo che l’Unione europea debba adottare misure concrete capaci di contribuire a fermare la guerra, comprese l’adozione di un embargo sulle armi – scrive Pittella – Le sanzioni non possono piu’ essere considerate come un tabu’ bensi’ come un possibile strumento per far pressione su Hamas e Israele al fine di fermare l’eccidio di civili”.

Il capogruppo dei Socialisti all’Europarlamento ha inoltre rivolto un appello all’Unione europea “affinche’ sia quanto piu’ possibile attiva nel processo di pace e lavori immediatamente per una risoluzione Onu che assicuri un corridoio umanitario lungo la striscia di Gaza per aiutare i civili”. “E’ tempo di agire prima che sia troppo tardi. Business as usual non e’ piu’ accettabile”, ha concluso Pittella.

Striscia di Gaza, se la casta dei funzionari dell’Onu si arrabbia sul serio! Documento di condanna contro Israele | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Sono almeno 296 i nimori palestinesi uccisi nella Striscia di Gaza dall’inizio dell’offensiva israeliana l’8 luglio scorso. Ma il bilancio è ancora provvisorio. E potrebbe aggravarsi nelle prossime ore. A renderlo noto è l’agenzia dell’Onu per l’infanzia, l’Unicef. “I bambini costituiscono un terzo delle vittime civili, e almeno 203 avevano meno di dodici anni. Intanto il numero complesivo dei morti supera i 1.600. Insomma, quella di Israle si conferma come una vera e propria mattanza. A dirlo con chiarezza lampante sono 400 professori di diritto internazionale e funzionari legati in qualche modo all’Onu. 

“Israele viola in modo ripetuto e flagrante il diritto internazionale umanitario e dei conflitti armati. La maggior parte dei recenti bombardamenti a Gaza manca di qualsiasi giustificazione militare accettabile e, al contrario, appare concepita per terrorizzare la popolazione civile”, si legge in un documento firmato da 400 personalità di riconosciuto prestigio. Nel testo si condanna il “disprezzo dei piu’ basilari principi del diritto internazionale” e “dei diritti fondamentali dell’intera popolazione Palestinese”. La dichiarazione chiama la comunita’ internazionale, le Nazioni Unite, la Lega Araba, l’Unione Europea e gli Stati Uniti, a mettere in atto efficaci meccanismi di accertamento delle responsabilita’, che “non possono essere ancora una volta ignorate e obliterate per servire interessi politici”, come afferma il Professor John Dugard, ex ‘Special Rapporteur’ delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori Palestinesi occupati sin dal 1967.

“Ancora una volta e’ la popolazione civile, l’insieme dei soggetti protetti dal diritto internazionale umanitario, ad essere al centro degli attacchi. La popolazione di Gaza e’ stata presa di mira in nome di un diritto all’autodifesa di Israele legalmente non giustificabile, nel mezzo di una escalation di violenza provocata di fronte a tutta la comunita’ internazionale”, afferma la dichiarazione. Attacchi indiscriminati contro i civili, “da chiunque perpetrati, non soltanto violano il diritto internazionale, ma sono moralmente inaccettabili”, affermano i giuristi, che denunciano: “sono state uccise intere famiglie. Ospedali, cliniche e persino centri di riabilitazione per disabili sono stati attaccati e gravemente danneggiati Il numero di profughi interni ha superato la cifra di 240,000, molti dei quali rifugiati nelle scuole dell’agenzia Onu per i rifugiati Palestinesi rivelatesi pero’ tutt’altro che immuni agli attacchi israeliani”. E dare un avvertimento prima del bombardamento “non modifica il fatto che attaccare intenzionalmente un’abitazione di civili senza una dimostrata necessita’ militare rimane illecito e viola il fondamentale principio di proporzionalita’”. “E’ inaccettabile che la comunita’ internazionale non prenda alcun provvedimento mentre la popolazione civile di Gaza e’ intrappolata in una zona di guerra sovraffollata, senza ripari e senza vie di fuga da un pericolo terrificante”, afferma il professore Richard Falck.

Appello dell’ambasciata dello Stato di Palestina da:Ambasciata di Palestina – Roma | forumpalestina.org

29/07/2014

La barbara aggressione israeliana continua a Gaza.

Nonostante la dichiarata tregua umanitaria di 24 ore la macchina da guerra israeliana ha colpito ancora.

Ieri i missili israeliani hanno avuto nel mirino un parco giochi per i bambini, massacrando 10 di loro, oltre 43 civili, vittime dei bombardamenti nel giorno di festa.

Ad oggi le vittime delle aggressioni israeliane sono 1.130 morti, 600 feriti e la distruzione del 50% delle infrastrutture della Striscia di Gaza.

Di fronte a questi crimini, l’Ambasciata della Palestina in Italia si appella al governo italiano, all’Unione europea, alle Nazioni unite, a tutta la comunità internazionale e alle organizzazioni dei diritti dell’uomo di intervenire immediatamente per porre fine a questi massacri e a salvare le vite di migliaia di innocenti.

Nessuna aggressione e nessuna prepotenza può risolvere la questione.

Ribadiamo che il conflitto israelo-palestinese possa trovare una soluzione solamente tramite il dialogo, nel rispetto delle leggi e della legalità internazionali, che porti alla creazione dello Stato della Palestina sui territori occupati nel 1967 con Gerusalemme Est capitale.

Roma, Ambasciata di Palestina

L’Onu all’unanimità chiede il cessate il fuoco a Gaza | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha adottato all’unanimità una dichiarazione in cui si chiede “un cessate il fuoco immediato e senza condizioni” tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza. E’ stato il presidente americano Barack Obama ad intervenire personalmente ieri per chiedere all’alleato israeliano di accettare un cessate il fuoco “immediato e senza condizioni” con Hamas dopo che da parte di Tel Aviv c’era stato un rifiuto.
Dall’inizio delle ostilità, l’8 luglio scorso, sono rimasti uccisi oltre 1.032 palestinesi e 51 israeliani, di cui 47 soldati.
I 15 paesi del Consiglio dell’Onu, riuniti d’urgenza a New York, hanno espresso “forte sostegno” per “un cessate il fuoco umanitario immediato e senza condizioni”, invitando le parti ad accettare e ad applicare appieno la tregua. Nella dichiarazione, il Consiglio ha quindi invitato a rispettare “il diritto umanitario internazionale, in particolare quello riguardante la protezione dei civili”, e ha sottolineato “la necessità di fornire immediatamente assistenza umanitaria alla popolazione palestinese nella Striscia di Gaza”.
A pochi giorni dal bombardamento di una scuola dell’Onu a Gaza, il Consiglio ha ricordato che “i siti civili e umanitari, tra cui quelli dell’Onu, devono essere rispettati e protetti”.
Deluso il rappresentante palestinese al Palazzo di vetro, Riyad Mansour, secondo cui il Consiglio avrebbe dovuto approvare una risoluzione formale con la richiesta del ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia di Gaza: “Avrebbero dovuto adottare una risoluzione tanto tempo fa per condannare e chiedere di fermare subito questa aggressione”.
In un comunicato, la Casa bianca ha fatto sapere che Obama ha espresso con chiarezza “l’imperativo strategico di applicare un cessate il fuoco umanitario immediato e senza condizioni che metta fine subito alle ostilità e porti poi a una cessazione permanente delle ostilità sulla base dell’accordo del novembre 2012”.
Obama “ha riaffermato il diritto di Israele di difendersi” e ha sottolineato la necessità di “garantire il disarmo di gruppi terroristici e la demilitarizzazione di Gaza”, ribadendo “la grave e crescente preoccupazione per il crescente numero di vittime civili palestinesi e per la perdita di vite israeliane”.

Gaza, la testimonianza di Said: “La routine è contare i morti, è terrificante stare qui” Fonte: redattoresociale.it

“Non riesco a spiegare quanto sia terrificante e pauroso il suono dei missili lanciati dall’aviazione militare israeliana. La routine quotidiana è diventata: ascoltare le esplosioni, seguire i notiziari dell’ultimora, guardare le immagini di sangue delle persone uccise. La mia vita in questo nuovo posto è cambiata completamente. Mi sento straniero nella mia terra e resto senza parole di fronte al silenzio del mondo e lancio un forte appello per fermare l’aggressione israeliana contro di noi e per aiutarci a vivere in libertà e dignità”. Sono queste le parole che Said, un cooperante palestinese che viveva a Gaza con la sua famiglia fino a giovedì scorso, affida a una lettera inviata al Vis (volontariato per lo sviluppo)  per denunciare quello che sta succedendo nella Striscia.

Nella lettera-appello Said racconta di essere riuscito a mettere in salvo, per miracolo, la sua famiglia il 16 luglio, il giorno della telefonata con la quale le forze israeliane lo avvertivano del bombardamento imminente. “Il 7 luglio scorso Israele ha avviato l’azione di guerra denominata ‘protective edge’ contro la Striscia di Gaza. L’esercito israeliano ha bombardato massicciamente ovunque, centinaia di case sono state distrutte e centinaia di persone sono state uccise, inclusi bambini e donne – scrive Said – e così la guerra ha ‘congelato’ la mia vita e io ho smesso di lavorare. Io e la mia famiglia abbiamo sperimentato il bombardamento quotidiano degli aerei da guerra israeliani. Quando le forze israeliane hanno iniziato l’invasione di terra, abbiamo rimosso tutte le finestre per evitare che i vetri si rompessero. Il mio appartamento è al terzo piano e per proteggerci, io e la mia famiglia, ci siamo messi a dormire al piano terra. Siamo diventati sfollati all’interno dello stesso palazzo”.

Said è  rimasta a vivere nella sua casa per 10 giorni fino al momento in cui un soldato israeliano li ha chiamati e chiesto di evacuare il distretto perché stavano iniziando dei bombardamenti in modo casuale. “ La chiamata è arrivata il 16 luglio a mezzanotte e noi saremmo dovuti evacuare entro le 8 della mattina seguente – aggiunge – Il bombardamento si è intensificato durante la notte e i missili sono caduti sempre più vicini sino ad arrivare a colpire la casa dei nostri vicini. Del palazzo sono rimaste solo macerie e sabbia, noi eravamo fortemente traumatizzati e non riuscivamo più a dormire. Mia moglie e i miei figli non smettevano di piangere. Io ho cercato di controllare la mia paura per restare forte e non crollare di fronte a loro”.

Quelle sei ore sono trascorse “come fossero sei anni – aggiunge – durante quella notte c’è stato un momento che ha separato la morte dalla vita: abbiamo sentito il fischio di un razzo che arrivava e un momento dopo una grande esplosione. Grazie a Dio non ci ha colpito e noi siamo ancora vivi . Al mattino, ho raccolto tutto quello che potevo prendere e ho portato la mia famiglia in un posto sicuro: per la prima volta nella mia vita sono diventato un Idp -Internally displaced person , (uno sfollato interno, ndr). Ciò che si prova nel lasciare alle proprie spalle la tua casa, le tue cose, i tuoi ricordi è assolutamente indescrivibile”.

“Mia figlia di 5 anni mi ha detto: papà quando andrò da Dio gli dirò cosa Israele ci ha fatto – continua Said -questo mi ha completamente scioccato: lei stava cercando di accettare il destino che forse dovrà affrontare. La mia vita in questo nuovo posto è cambiata completamente. Mi sento straniero nella mia terra, sono relativamente sicuro grazie ai miei parenti che ci stanno ospitando, ma continuo a pensare a coloro che non hanno nessun posto dove vivere e sono costretti a ripararsi nelle scuole”.

La lettera di Said si conclude con un appello alle autorità internazionali: “Noi preghiamo perché questo incubo finisca presto, per ritornare alla nostra vita e guarire da tutto quello che questa guerra ci ha causato. Resto senza parole di fronte al silenzio del mondo e lancio un forte appello per fermare l’aggressione israeliana contro di noi e per aiutarci a vivere in libertà e dignità”.

“L’escalation di violenza non è la soluzione, al contrario è il problema principale”. Intervista a Eitan Altman | Fonte: nena news | Autore: giovanni vigna

Eitan Altman è un ricercatore e artista israeliano che vive in Francia dal 1990. Alla luce della drammatica situazione che si è creata in Israele e a Gaza nelle ultime ore, sembra che il sogno di Altman sia definitivamente svanito. Eitan conosce la tragedia del popolo palestinese. Nel corso della sua vita ha militato nel partito comunista del suo paese, nel quale coesistevano israeliani e arabi, impegnati in una battaglia comune: la lotta per una pace giusta in Medio Oriente. Quando Altman ha risposto alle nostre domande, l’operazione “Barriera protettiva”, lanciata dal governo israeliano contro i palestinesi della Striscia di Gaza, non era ancora iniziata. Abbiamo chiesto ad Altman di commentare la reazione del governo di Tel Aviv, scatenata dal ritrovamento dei cadaveri dei tre ragazzi ebrei, che ha innescato la spirale di violenza alla quale stiamo assistendo in questi giorni.Signor Altman, lei è israeliano ma lavora in Francia dal 1990. Cosa pensa della scoperta dei corpi dei tre ragazzi israeliani rapiti alcune settimane fa?

Provo dolore e orrore. I ragazzi israeliani sono vittime dell’odio e della barbarie. Provo sofferenza per ogni ragazzo ucciso, israeliano e palestinese. Mi sconvolge vedere che dei bambini siano diventati obiettivi di arresti, umiliazioni, proiettili veri e di gomma, violenze fisiche e mancanza di cibo e acqua.

Cosa pensa della reazione del governo israeliano contro Hamas?

L’escalation di violenza non è la soluzione, al contrario è il problema principale. Ciò che il governo israeliano offre ai palestinesi è l’estensione della colonizzazione delle loro terre, l’aggravamento della pulizia etnica e l’aumento della miseria. E’ una politica che crea disperazione e non speranza, violenza e non pace.

Gli omicidi dei ragazzi israeliani indeboliscono il neonato governo di unità nazionale formato da Hamas e dall’Anp?

In passato, quando Hamas era pronta ad iniziare i negoziati di pace, Israele ha fatto fallire questa possibilità. Nel corso della precedente operazione militare che ha interessato Gaza, il leader di Hamas Ahmed Al-Jabari è stato assassinato immediatamente dopo che lo stesso dirigente palestinese aveva accettato la proposta egiziana finalizzata a raggiungere un accordo per un cessate il fuoco prolungato. A tale proposito consiglio di leggere l’articolo “Israel’s Shortsighted Assassination” di Gershon Baskin, pubblicato il 16 novembre 2012 sul New York Times. La ritrovata unità nazionale palestinese fornisce una nuova chance per la pace contestualmente alla legittimazione internazionale di Hamas che, per la prima volta, fa parte di un governo che accetta le tre condizioni dettate dal “Quartetto”, l’entità diplomatica formata da Nazioni Unite, Unione Europea, Russia e Stati Uniti. Queste condizioni sono l’opposizione alla violenza, l’accettazione degli accordi esistenti e il riconoscimento dello Stato di Israele. Tuttavia il governo di Tel Aviv preferisce continuare la pulizia etnica e la colonizzazione e, per questo, gli israeliani provocano Hamas e vanificano la possibilità dei negoziati di pace con un partner largamente legittimato. Israele sta utilizzando la tragedia dei tre ragazzi ebrei uccisi come pretesto per attaccare Hamas anche se i dirigenti dell’organizzazione politica che amministra la Striscia di Gaza non hanno rivendicato il rapimento e l’omicidio dei tre giovani israeliani.

Che cosa si aspettano i palestinesi dal governo israeliano?

I palestinesi sanno che l’attuale regime israeliano continuerà a sfruttare tutte le opportunità per colonizzare, confiscare le loro terre, costruire muri, reprimere duramente la resistenza non violenta, arrestare i bambini e ignorare le decisioni dell’ONU e le leggi internazionali. I palestinesi auspicano che cresca ulteriormente la solidarietà di tutti i paesi del mondo verso il loro popolo e sperano che questa solidarietà induca Israele a cambiare politica. Il recente riconoscimento della Palestina come Stato osservatore all’interno delle Nazioni Unite è un segnale che va in tale direzione.

Che cosa pensa dell’occupazione della Palestina da parte di Israele?

Come israeliano provo vergogna e mi sento responsabile. Il fatto che l’occupazione duri da molto tempo e il fatto che la pulizia etnica in Palestina prosegua ancora oggi potrebbe scoraggiare molte persone. L’identità nazionale di milioni di rifugiati palestinesi si è rafforzata durante gli ultimi anni. Perciò penso che, nonostante tutto, potrò vedere la fine dell’occupazione nel corso della mia vita.

Può descrivere la sua attività come ricercatore e artista?

Sono un ricercatore dell’istituto nazionale francese di ricerca INRIA e sono specializzato nell’analisi dei social network. A questo lavoro ho associato la mia attività artistica nell’ambito della composizione di brani musicali, della pittura e della creazione di video in collaborazione con altri artisti. Solitamente pubblico questi filmati sui social network.

Quali sono le sue relazioni con i palestinesi?

Ho fatto parte del partito comunista israeliano che era composto da un mix di ebrei e arabi impegnati nella lotta per una pace giusta in Medio Oriente. Attraverso questa battaglia comune, prima in Israele e poi in Francia, ho incontrato artisti palestinesi eccezionali con i quali sto collaborando alla creazione di video. Posso citare i nomi dei pittori Abed Abdi e Souad Nasr Makhoul e dei cantanti Amal Murkus e Imad Saleh. Ho anche prodotto alcuni video dedicati alle opere di grandi pittori palestinesi che sarei onorato di incontrare, come ad esempio Sliman Mansour, Nabil Anani, Nasrin Abu Baker, Neda Mattar e Juhaina Habibi Kandalaft.

Sua madre è una sopravvissuta del campo di concentramento di Janowska, situato a Lvov. In che modo la tragedia dell’Olocausto ha influenzato la sua vita?

Mia madre ha perso la sua famiglia a causa dell’Olocausto. La cosa più terribile è che la Shoah è stata utilizzata dal regime israeliano per giustificare l’oppressione dei palestinesi. Gli israeliani mandano gli studenti e i soldati in Polonia a visitare i lager con l’obiettivo di convincerli che Israele deve essere forte. L’Olocausto è stato utilizzato per delegittimare tutte le critiche indirizzate agli israeliani dalla comunità internazionale. Chi critica Israele viene accusato di antisemitismo. La tragedia dei campi di sterminio ha reso mia madre particolarmente sensibile alla sofferenza degli altri popoli. Dalla sua esperienza ho imparato che tutti i popoli possono diventare crudeli e che al peggio non c’è mai fine. E’ facile chiudere gli occhi e abituarsi alla violenza. D’altra parte mia madre non sarebbe sopravvissuta senza le eroiche azioni delle persone che hanno fatto parte della Resistenza polacca, come ad esempio Michael Borowitz, e che hanno rischiato le proprie vite per salvare gli ebrei. Oggi noi che abitiamo in Europa abbiamo il privilegio di lottare per una pace giusta in Palestina senza rischiare la vita. Mi auguro che l’attuale politica israeliana non dia luogo a nuove catastrofi umanitarie.