Verso lo sciopero generale Fonte: il manifesto | Autore: Mario Pierro

Corso Italia. Il direttivo Cgil a Bologna approva a stragrande maggioranza un documento contro la riforma del lavoro del governo Renzi. Camusso: «Se andrà avanti con un decreto sarà blocco totale». Prima tappa: il 25 ottobre a piazza San Giovanni a Roma

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Da Bolo­gna una Cgil com­patta ha uffi­cia­liz­zato ieri la data della mani­fe­sta­zione per il lavoro sabato 25 otto­bre a Roma in piazza San Gio­vanni. Il diret­tivo ha appro­vato un docu­mento finale con­tro il Jobs Act con soli quat­tro voti con­trari su 151 dele­gati: «È un record», ha detto la segre­ta­ria gene­rale Sus­sana Camusso. Poche ore prima, al mat­tino, dall’assemblea nazio­nale della Fiom a Cer­via, Camusso ha lan­ciato un monito al governo Renzi: «Se si deci­desse di pro­ce­dere attra­verso il decreto, biso­gnerà pro­cla­mare lo scio­pero generale».

La mani­fe­sta­zione del 25 otto­bre potrebbe essere il primo passo di un per­corso che con­durrà ad uno scio­pero gene­rale. «Siamo dispo­ni­bili al con­fronto, ma met­tiamo in conto anche la pos­si­bi­lità degli scio­peri. Quando orga­niz­ziamo un impe­gno dedi­chiamo le ener­gie lì – ha aggiunto Camusso — È evi­dente che il giorno dopo ci doman­de­remo come pro­se­guire per­chè quello non è la fine ma l’inizio di una sta­gione di mobi­li­ta­zione, che sarà legata a quanto avverrà». Camusso ha detto di «essere rispet­tosa» del pro­cesso in corso in Cisl e Uil e ha espresso la con­vin­zione che «entre­remo rapi­da­mente in un per­corso uni­ta­rio. È l’augurio che ci fac­ciamo». La posi­zione della segre­ta­ria Cgil ha rac­colto gli applausi dell’assemblea dei metalmeccanici.

Camusso ha pre­ci­sato di non volere stare dalla parte del «No», rea­gendo all’accusa ren­ziana sui sin­da­cati «con­ser­va­tori». «Non pos­siamo avere una sta­gione che è solo con­tro. Biso­gna ria­bi­tuare il Paese al fatto che non c’è solo il sì o il no ma anche un’altra pro­po­sta in campo: dob­biamo riven­di­care un diritto alla plu­ra­lità delle pro­po­ste e costruire un con­fronto che non è con­cer­ta­zione». In vista della legge di sta­bi­lità, la pro­po­sta alter­na­tiva della Cgil è «la patri­mo­niale sulle grandi ric­chezze». Le risorse così otte­nute potreb­bero essere usate «per far ripar­tire l’occupazione. Con­ti­nuiamo a pen­sare che la scelta di pigliar­sela con il mondo del lavoro sia la scelta di chi se la prende con il più debole e non ha la forza di con­fron­tarsi con i poteri veri».

Per Camusso non è vero che l’unica poli­tica espan­siva sia il taglio dell’Irap alle imprese: il recente pas­sato ha dimo­strato che non ha por­tato a inve­sti­menti nelle imprese e sul lavoro». In com­penso, il lavoro è stato ridotto ad un’idea «ser­vile» e «con meno diritti». «Noi — ha con­cluso — con­ti­nuiamo a pen­sare di essere più moderni di chi pensa che a can­cel­lare i diritti si vada verso il futuro anche per­chè il lavoro ser­vile è quello che ha carat­te­riz­zato l’ottocento, almeno rima­niamo verso il futuro».

Il segre­ta­rio della Fiom Mau­ri­zio Lan­dini ha con­fer­mato la tem­pi­stica del per­corso illu­strato da Camusso, a riprova della ritro­vata unità tra i mec­ca­nici e la con­fe­de­ra­zione. «Deve essere chiaro a tutti che non sarà una mani­fe­sta­zione che con­clude una fase, ma una mani­fe­sta­zione che ini­zia una fase di mobi­li­ta­zione. Nella Cgil c’è sem­pre stata una discus­sione delle posi­zioni, que­sta è la forza della Cgil» ha detto Lan­dini che, prima di entrare nella Camera del lavoro dove il diret­tivo della Cgil ha discusso di Jobs act, ha aggiunto che la con­fe­de­ra­zione «non è mai stata divisa». Forse si rife­riva alla posi­zione del sin­da­cato con­tro Renzi che intende asfal­tare l’articolo 18 per dare un segnale ai custodi dell’austerità in Europa, non alle pole­mi­che che hanno diviso più volte la Fiom dalla Cgil negli ultimi anni.

«Non abbiamo inten­zione di accet­tare peg­gio­ra­menti e stra­vol­gi­menti dei diritti dei lavo­ra­tori — ha aggiunto — Ave­vamo già pro­cla­mato delle ore di scio­pero che si faranno nei ter­ri­tori, neces­sa­rie anche per pro­cla­mare lo scio­pero gene­rale della cate­go­ria». Rispetto all’ipotesi di una mobi­li­ta­zione uni­ta­ria con Cisl e Uil Lan­dini non ha escluso la pos­si­bi­lità di una con­ver­genza: «È impor­tante che la Cgil abbia una sua pro­po­sta, una sua piat­ta­forma e noi la rivol­giamo a tutti. È impor­tante lavo­rare per l’unità dei lavo­ra­tori che non è sem­pli­ce­mente la somma delle orga­niz­za­zioni sin­da­cali». «Non pos­siamo offrire l’idea di libertà del lavoro dando un mes­sag­gio che il sin­da­cato non è unito nel riven­di­care que­ste cose».

Poi l’affondo, pro­ba­bil­mente defi­ni­tivo, con­tro il governo Renzi. Per mesi si è voci­fe­rato sull’asse pre­fe­ren­ziale che Lan­dini avrebbe costruito con il pre­si­dente del Con­si­glio. Ieri il lea­der della Fiom sem­bra averci messo una pie­tra sopra. Il Governo Renzi «non è di cen­tro­si­ni­stra» ha detto. «Non vor­rei che il nostro pre­mier, fre­quen­tando troppo Mar­chionne e Detroit, pen­sasse di pren­dere la resi­denza in Svizzera».

Camusso sempre più giù: precipita il consenso in Cgil da: il manifesto

Il caso. Dopo il Congresso, la leader perde ancora voti. Segreteria “blindata” in funzione anti-Landini e inefficacia rispetto al governo Renzi: debolezze che ormai non piacciono più neanche ai suoi

La segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso

Certo non deve essere per nulla facile tro­varsi al ver­tice di un sin­da­cato – ancor di più, della Cgil – quando al governo c’è un “asfal­ta­tore” come Mat­teo Renzi. Ma la segre­ta­ria Susanna Camusso, nono­stante le forti per­dite di con­senso interno subite al Con­gresso dello scorso mag­gio, non sem­bra aver ancora tro­vato la rotta giu­sta per ricom­pat­tare la sua orga­niz­za­zione, per por­tarla al livello richie­sto dalla sfida con il pre­mier. I numeri par­lano chiaro, ed è stato un crollo con­ti­nuo, inar­re­sta­bile: se per eleg­gere la sua mag­gio­ranza al Diret­tivo ha preso un buon 80%, al momento della ricon­ferma a segre­ta­ria quella cifra è pre­ci­pi­tata al 69%. Peg­gio ancora l’altroieri, quando per appro­vare la nuova squa­dra con­fe­de­rale, il Diret­tivo le ha con­cesso uno stri­min­zito 62%.

Di voto in voto, sem­bra avvi­ci­narsi peri­co­lo­sa­mente il 50% (potrebbe notare qual­che mali­gno), cifre a cui un sin­da­cato per tanti versi ancora “antico” come la Cgil – abi­tuato alle auto­ce­le­bra­zioni “bul­gare” – non pare pronto. Ma illa­zioni a parte, quei numeri vanno ana­liz­zati. Anche per­ché noi stessi, ieri, abbiamo par­lato di un 68% e non di un 62%: cifre entrambe vere, solo che la prima si rife­ri­sce al totale dei pre­senti, la seconda a quella degli aventi diritto. E al primo scru­ti­nio, come è avve­nuta que­sta ele­zione, secondo le regole della Cgil conta la seconda. Stesso iden­tico mec­ca­ni­smo si era veri­fi­cato alla ricon­ferma di Camusso: l’aveva votata il 73% dei pre­senti, ma sol­tanto il 69% degli aventi diritto.

Insomma siamo a una per­dita netta di 5 o addi­rit­tura 7 punti rispetto all’elezione a segre­ta­ria: la nuova squa­dra che ha inte­grato Nino Baseotto, Gianna Fra­cassi e Franco Mar­tini, è insomma quasi più sgra­dita della stessa lea­der? O più sem­pli­ce­mente, da ini­zio mag­gio a oggi si sono acuiti i mal­con­tenti insiti nella stessa mag­gio­ranza camus­siana, per­ché la segre­ta­ria non sta riu­scendo ad affron­tarli? Va tenuto conto anche del fatto che Camusso, per la sua rie­le­zione, ebbe 105 voti a favore su 151 aventi diritto, adesso ridotti a 94: con 39 con­trari (con­tro i 36 pre­ce­denti) e 5 aste­nuti (con­tro 2). Gli assenti sono saliti a 12 (con­tro 8), di cui ben 11 della maggioranza.

Insomma, senza voler affo­gare nes­suno con una messe di numeri, è evi­dente che Camusso con­ti­nua a per­dere pezzi. Cer­chiamo allora qual­che moti­va­zione “poli­tica” di que­sta caduta.

Innan­zi­tutto, la nuova squa­dra, e il ten­ta­tivo di iso­lare la mino­ranza: far entrare Nino Baseotto, segre­ta­rio lom­bardo, è un chiaro segnale di guerra. Baseotto aveva infatti fir­mato a fine marzo una let­tera a paga­mento su l’Unità di attacco fron­tale a Lan­dini. Prima ancora, aveva orga­niz­zato un con­ve­gno a Milano, per l’estensione del Testo unico sulla rap­pre­sen­tanza, a cui non aveva invi­tato sol­tanto la Fiom (piut­to­sto incre­di­bile, visto che è una delle cate­go­rie più coin­volte, e insieme l’unica voce dissonante).

Incon­tro mila­nese, tra l’altro, pas­sato alla sto­ria della Cgil non tanto per le tesi espo­ste dagli inter­ve­nuti, quanto più per le “botte” a Gior­gio Cre­ma­schi, che aveva chie­sto di poter intervenire.

Insomma, Baseotto è uno “sherpa”, un “pasda­ran” della segre­ta­ria, che assur­gendo al suo lato destro nel governo con­fe­de­rale della Cgil, ine­vi­ta­bil­mente segna in modo sim­bo­lico quasi una nuova mis­sion per la squa­dra. Esce Nicola Nico­losi, che sep­pure abbia svolto, nella stessa mag­gio­ranza, un ruolo di “spina nel fianco”, poi­ché appar­te­neva all’area Lavoro e Società, adesso essendo pas­sato con i “lan­di­niani” è asso­lu­ta­mente out.

Esce anche Elena Lat­tuada, ma lei andrà a sosti­tuire Baseotto alla guida della Lom­bar­dia. Per tirare le somme, la nuova segre­te­ria viene vista come una blin­da­tura ancora più forte di Camusso intorno a sé e ai suoi: il che già dal Con­gresso ha dato cer­ta­mente fasti­dio a strut­ture come l’Emilia Roma­gna, o lo Spi, che pur restan­dole leali, cre­dono sia comun­que giu­sto – per la salute dell’organizzazione e per una sua mag­giore effi­ca­cia – aprire alla minoranza.

Infatti erano state l’Emilia e lo Spi a sbloc­care l’impasse del Con­gresso, quando fu sospeso per 3 ore al momento dell’elezione degli organi di garan­zia, facendo tor­nare a più miti con­si­gli Camusso, che voleva occu­pare più caselle del con­sueto. Ma le cri­ti­che sono anche per la gestione “esterna” del sin­da­cato, e non solo per la carenza di demo­cra­zia interna: che risul­tati sta otte­nendo la Cgil?

C’è la piat­ta­forma su fisco e pen­sioni con Cisl e Uil – è vero – ma già da ora, per il low pro­file che le si è voluto (o potuto) dare, appare come una bat­ta­glia persa, come fu con­tro la riforma For­nero. E ci sono anche due altre mine poste da Renzi: la prima è l’invio auto­ma­tico dei 730, annun­ciato per il 2015. Vor­rebbe dire il tra­collo dei Caf, grande cen­tro di finan­zia­mento per le ini­zia­tive sin­da­cali. E ancora, il governo vor­rebbe dimez­zare i per­messi sin­da­cali del pub­blico impiego. Pic­coli ter­re­moti che toglie­reb­bero spazi e fondi alla Cgil, e che rischiano di far vacil­lare chi sta al vertice.

La sfida di Landini per un’altra Cgil da: il manifesto.it

Sindacato. Al congresso di Rimini l’atteso intervento del leader della Fiom. Che attacca a tutto campo la segretaria Camusso per la gestione della crisi. Rottura sulla rappresentanza. Il dirigente delle tute blu presenta la sua lista (la terza è quella di Cremaschi) e disegna un nuovo modello sindacale

Maurizio Landini

Un discorso appas­sio­nato, applau­di­tis­simo, non solo dai suoi. L’intervento di Mau­ri­zio Lan­dini dal palco di Rimini rap­pre­senta uno spar­tiac­que nella vita della Cgil. Il lea­der della Fiom, che ha uffi­cial­mente pre­sen­tato una seconda lista di oppo­si­zione, ha attac­cato in modo duris­simo la segre­ta­ria Susanna Camusso, rin­fac­cian­dole tutti gli errori degli ultimi anni: errori che hanno con­tri­buito, è la sua tesi, a fare spa­zio alle cri­ti­che demo­li­trici di Renzi e Grillo. «Il con­senso di Renzi – ha detto – è figlio delle nostre dif­fi­coltà, delle cose che non abbiamo rea­liz­zato negli anni per con­tra­stare le diverse poli­ti­che, e del fatto che non abbiamo osta­co­lato i governi che ci sono stati».

Una cri­tica radi­cale, sostan­ziale, che dise­gna una stra­te­gia del tutto oppo­sta a quella della segre­ta­ria: in altri sistemi (ma non nell’attuale Cgil) potrebbe benis­simo deli­neare la figura di un anti-Camusso, il can­di­dato alla segre­te­ria gene­rale al posto dell’attuale lea­der. Lan­dini incarna ormai que­sta figura nel Paese, agli occhi di tutti gli osser­va­tori esterni (si sia d’accordo con lui o no), ma per i far­ra­gi­nosi sistemi di sele­zione della Cgil que­sta con­trap­po­si­zione non può essere gio­cata. Forse in futuro con le pri­ma­rie, chi lo sa. «Non pos­siamo più nascon­derci die­tro un’apparente rap­pre­sen­tanza che all’esterno non ci viene rico­no­sciuta, dirci che siamo molto demo­cra­tici e che tutto fun­ziona: per­ché così faremo la fine dei par­titi poli­tici, è solo que­stione di tempo», dice in un crescendo.

Lan­dini ha spie­gato di essere d’accordo con la rela­zione di Camusso, «quando chiede di aprire una ver­tenza su pen­sioni, fisco e ammor­tiz­za­tori: ma noi non siamo stati scon­fitti sulle pen­sioni, noi quella par­tita non l’abbiamo nem­meno aperta». «Il pro­blema è che dob­biamo cam­biare subito il nostro approc­cio con i gio­vani, i pre­cari, le per­sone che oggi non ci cono­scono. Ho incon­trato in treno immi­grati che lavo­rano a Bre­scia per 2 euro l’ora, e ho detto loro che sono sin­da­ca­li­sta: pen­sa­vano che fossi pagato dallo Stato. Ma que­ste per­sone qui, io come le con­vinco?». Un altro nodo da affron­tare è quello della «tra­spa­renza»: «Qui il pro­blema non è la casa o il con­do­mi­nio – dice Lan­dini rife­ren­dosi a una meta­fora usata da Camusso — qui siamo di fronte a un ter­re­moto per cui non esi­stono più case e con­do­mini. Il pro­blema è la pos­si­bi­lità di costruire una casa di vetro, fino ad arri­vare a un codice etico».

Si può discu­tere del nuovo sin­da­cato nella Con­fe­renza di orga­niz­za­zione annun­ciata da Camusso per il 2015? «Non c’è più tempo – dice Lan­dini – Noi dob­biamo capo­vol­gere il ragio­na­mento: non dob­biamo fare qual­cosa per­ché ce lo chiede qual­cuno, la poli­tica o Renzi. Ma dob­biamo agire per­ché ce lo chie­dono i lavo­ra­tori, dob­biamo met­tere in gioco la nostra vita con loro». La spinta emo­tiva a que­sto punto è altis­sima, visto che il lea­der Fiom parla addi­rit­tura di sacri­fi­cio della vita, in una evi­dente iper­bole: «Il fatto è che sento la respon­sa­bi­lità su di me: tra qual­che anno dovrò lasciare que­sto ruolo, ma non mi chiedo cosa suc­ce­derà a me, ma cosa avrò lasciato agli altri». Un altro punto di scon­tro con Camusso, il nodo Fiat: «Non ho apprez­zato il fatto che nella rela­zione non sia stata citata la Fiat, e non solo per quello che accade in que­sti giorni. Ma per­ché il modello Fiat implica lo scar­di­na­mento totale non solo del con­tratto nazio­nale, ma della con­trat­ta­zione in sé, del sin­da­cato come soggetto».

Al segre­ta­rio Fiom non è pia­ciuto nean­che il modo in cui ci si è rap­por­tati con Cisl e Uil: «Ho sem­pre pen­sato che l’unità della Cgil venga prima dell’unità con Cisl e Uil. Men­tre una finta unità con Cisl e Uil è stata usata a volte per distrarre dai pro­blemi interni. A sen­tire Bonanni fare il pala­dino della demo­cra­zia a me sono venuti i capelli dritti, per­ché lui è quello che ha fir­mato per anni con­tratti sepa­rati, e accordi che hanno tenuto la Cgil fuori dalle fab­bri­che. E uno viene qui a fare le lezioni e noi a dire che non abbiamo pro­blemi ad applau­dirlo: ma stiamo scher­zando?». E allora per Lan­dini biso­gna guar­dare le dif­fi­coltà e le divi­sioni interne in fac­cia, serve «discu­tere, discu­tere, discu­tere». «Non si può risol­vere tutto a colpi di mag­gio­ranza: è vero che l’unità ci rende più forti, e io avevo accet­tato prima della firma del Testo unico un per­corso uni­ta­rio, ma poi non è stato possibile».

Que­sta la «piat­ta­forma» di Lan­dini per l’altra Cgil, per come la rico­strui­rebbe se fosse lui a gui­darla. Camusso per tutto il discorso è stata atten­tis­sima: spesso ha preso appunti, in altri momenti lo ha guar­dato, restando seduta die­tro alla pre­si­denza. Alla fine, quando il micro­fono alla sca­denza dei 15 minuti si è spento auto­ma­ti­ca­mente (una «ghi­gliot­tina» impo­sta a tutti, per non far dilun­gare gli inter­venti), e Lan­dini ha con­ti­nuato a par­lare ancora per mezzo minuto, ha applau­dito e sor­riso. Oggi rispon­derà cer­ta­mente in det­ta­glio a tutte que­ste cri­ti­che, nelle sue conclusioni.

Sin­to­nia con la rela­zione di Lan­dini, nelle parole di un altro inter­vento molto appas­sio­nato e ugual­mente applau­dito, quello della segre­ta­ria Spi Cgil Carla Can­tone. Era stata pro­prio lei, al suo con­gresso a porre il pro­blema del fal­li­mento del sin­da­cato nel con­tra­sto alla riforma For­nero delle pen­sioni. E ieri ha riba­dito il con­cetto, anti­ci­pando una cri­tica di sostanza a Camusso che è poi rie­cheg­giata nell’intervento del lea­der Fiom: «Noi dob­biamo avere il corag­gio della lotta – ha detto – e non farci incar­tare come è avve­nuto con la riforma For­nero. Per­ché non puoi scen­dere in campo dopo che tutto è già avve­nuto».
Indi­pen­denza e corag­gio nel con­tra­stare il governo che chiede anche Gior­gio Cre­ma­schi, che ha pre­sen­tato una terza lista: «Per­ché la bat­ta­glia sulle pen­sioni non l’abbiamo mai fatta non per timore di per­derla, ma per paura che riu­scisse troppo bene, così da creare pro­blemi al Pd che soste­neva il governo Monti».

Congresso Cgil, il deja vu di Camusso: “Si riparte dalla mobilitazione sulle pensioni” | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

“Quattro sfide della Cgil al governo” su pensioni, ammortizzatori sociali, lavoro povero e fisco. Sono quelle che lancia il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, dal XVII congresso nazionale, in corso a Rimini, “Il lavoro decide il futuro”. Quattro punti sui quali “aprire una vera e propria vertenza, da proporre a Cisl e Uil”. I “quattro temi” delle quattro sfide “rappresentano i lati del quadrato rosso” della Cgil (il logo), “che definiscono il nostro essere e il nostro fare”, afferma Camusso, che ha anche parlato della necessità di mettere in campo una mobilitazione contro l’evasione fiscale. “Tutte proposte nel solco del Piano del lavoro della Cgil e che non sono in cima all’agenda politica attuale. Temi – prosegue il segretario generale – da riportare al centro dell’attenzione, costruendo alleanze, ma soprattutto consenso, iniziativa, mobilitazione in tutti i luoghi di lavoro, in tutti i territori. Tornare a quell’antica passione di quale Paese vogliamo, di come lo proponiamo, di come ne discutiamo in tutti i luoghi, tenendo alte le bandiere della Cgil, ognuna delle quali deve dire ‘Il Lavoro decide il futuro'”.Nella sua relazione, Camusso, pur senza mai nominare Renzi ha tenuto il faccia a faccia con l’esecutivo cercando una strada per incalzarlo, soprattutto sulla porta in faccia presa sulla concertazione. “Contrastiamo e contrasteremo l’idea di un’autosufficienza del governo”, ha detto Camusso; che determina “una torsione democratica verso la governabilita’ a scapito della partecipazione”. E ha prodotto “vittime come gli esodati”. Sul Jobs act ha sostanzialmente riconfermato le critiche.
Camusso nella sua relazione non ha fatto nessun accenno a mobilitazioni o scioperi, né si è occupata più di tanto del dibattito interno. Anche in questo caso, senza quasi mai citare la Fiom, ha criticato aspramente il sindacato dei metalmeccanici paventando il pericolo di arrivare a una coabitazione molto simile a un condominio. Del resto, Camusso ha sottolineato che dopo il voto del referendum sull’accordo del 10 gennaio ora le polemiche vanno chiuse e non rimane che applicare quelle regole. “Continuare a dire che 80 euro dati dal governo – ha aggiunto Camusso – sono piu’ di quanto riusciamo a dare con un aumento contrattuale significa farci del male”.
Nella Fiom c’è molta insoddisfazione per la relazione del segretario generale. Nelle prossime ore Landini e i suoi ratificheranno il non riconoscimento dei risultati del congresso nei luoghi di lavoro e quindi della composizione del congresso nazionale. Il che equivale a non riconoscere le decisioni che verranno formalizzate. La Fiom è pronta a fare la sua battaglia già da subito. Intanto, avvalendosi della possibilità di raccogliere le firme per presentare una lista “del 3%”. La stessa cosa potrebbe fare Giorgio Cremaschi, leader del documento congressuale “Il sindacato è un’altra cosa”, che ha riportato il 2,7% nelle assemblee nei luoghi di lavoro.

Presenti ai lavori del congresso Roberta Fantozzi e Paolo Ferrero, rispettivamente responsabile Lavoro e segretario del Prc. “Le proposte avanzate da Susanna Camusso oggi al congresso della Cgil sono condivisibili – scrivono in una nota – dalla patrimoniale sulle grandi ricchezze alla rimessa in discussione della controriforma Fornero, fino alla lotta alla precarietà. Per realizzarle l’unica strada è una grande vittoria della lista L’Altra Europa con Tsipras, l’unica che mette al centro la difesa dei lavoratori e delle lavoratrici”. “Resta il rammarico perché quella della Camusso è di certo una buona relazione – aggiungono – ma per un segretario che si candida a gestire in futuro la Cgil, mentre in questi anni la Cgil ha fatto il contrario di quello che si dice oggi, a partire dal mancato contrasto alla sciagurata riforma Fornero delle pensioni”.

Toh, la Cgil si accorge che nelle coop c’è lo sfruttamento bestiale. Dove sta il trucco? | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

”Ci vuole una nuova legislazione sulle cooperative”. Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, intervenendo al congresso nazionale della Filt-Cgil due giorni fa a Firenze, ha impresso una vera e propria svolta nel sindacato. Verrebbe voglia di dire “benvenuta Cgil”. Anche perché sembra di toccare con mano la fine di una alleanza storica con il mondo delle coop. Dopo l’ultraconcertazione che ha accompagnato di fatto un processo al ribasso culminato con la lotta, contrastata fino in fondo dalla Cgil, dei facchini della filiera Granarolo, sembra levarsi una dichiarazione di guerra. “Se l’attuale legislazione – ha osservato Camusso – ha permesso una cosi’ ampia presenza in tutti i settori di forme false, spurie di imprese che teoricamente danno lavoro ma non rispettano le regole, evidentemente c’e’ qualche buco e bisogna quindi sanare la situazione. Chiediamo al ministro che una nuova legislazione sia una priorita”’. A quale ministro? E qui casca l’asino. Perché la Cgil, e in particolare Susanna Camusso, improvvisamente imprime questa svolta al sindacato? Come mai il più grande sindacato dei lavoratori si accorge che, pensate un po’, ci sono “forme false e spurie” di aziende celate sotto la dicitura “sovietica” di coop? E’ semplicemente perché non si può più nascondere lo schifo dello sfruttamento e del ricatto? Ovvero, orari massacranti di lavoro, licenziamenti ritorsivi, paghe da fame. Può darsi. Ma c’è una ragione più eminentemente politica che attiene alla crisi della Cgil e al progressivo “spiaggiamento” dell’azione del suo segretario generale, Susanna Camusso, che ha deciso di mandare un segnale esplicito al Governo colpendolo in uno dei suoi ventri molli. Il conflitto di interessi del ministro del Lavoro Poletti è sotto gli occhi di tutti. La Cgil dapprima ha fatto finta di niente ma dall’altro giorno ha cambiato atteggiamento. La ragione è non è così misteriosa. Poletti e Renzi hanno fatto catenaccio sulla precarizzazione del mondo del lavoro. Questa battaglia era l’ultima carta rimasta in mano a Camusso, che ne ha fatto uno dei filoni del suo intervento non appena eletta alla guida della Cgil. Chi non ricorda la campagna mediatica “Non più disposti a tutto”? Campagna che culminò con una manifestazione a Roma. Insomma, il segretario della Cgil rischia di presentarsi al congresso di maggio senza niente in mano. Nemmeno un incontro con il “governo amico” di Renzi; sfacelo totale sul fronte del pubblico impiego. Ovviamente non parliamo di tutti gli altri temi, a cominciare dalla crisi economica. In più c’è un sindacato mai così diviso da decenni. Insomma, anche la gestione “collaterale” e “politica” con la quale Camusso ha di fatto disarmato sul fronte della lotta sindacale vera e propria sembra naufragare miseramente. Ed allora ecco la pensata! Perché non colpire sui denti il ministro Poletti?

Toh, la Cgil si accorge che nelle coop c’è lo sfruttamento bestiale. Dove sta il trucco? Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

”Ci vuole una nuova legislazione sulle cooperative”. Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, intervenendo al congresso nazionale della Filt-Cgil due giorni fa a Firenze, ha impresso una vera e propria svolta nel sindacato. Verrebbe voglia di dire “benvenuta Cgil”. Anche perché sembra di toccare con mano la fine di una alleanza storica con il mondo delle coop. Dopo l’ultraconcertazione che ha accompagnato di fatto un processo al ribasso culminato con la lotta, contrastata fino in fondo dalla Cgil, dei facchini della filiera Granarolo, sembra levarsi una dichiarazione di guerra. “Se l’attuale legislazione – ha osservato Camusso – ha permesso una cosi’ ampia presenza in tutti i settori di forme false, spurie di imprese che teoricamente danno lavoro ma non rispettano le regole, evidentemente c’e’ qualche buco e bisogna quindi sanare la situazione. Chiediamo al ministro che una nuova legislazione sia una priorita”’. A quale ministro? E qui casca l’asino. Perché la Cgil, e in particolare Susanna Camusso, improvvisamente imprime questa svolta al sindacato? Come mai il più grande sindacato dei lavoratori si accorge che, pensate un po’, ci sono “forme false e spurie” di aziende celate sotto la dicitura “sovietica” di coop? E’ semplicemente perché non si può più nascondere lo schifo dello sfruttamento e del ricatto? Ovvero, orari massacranti di lavoro, licenziamenti ritorsivi, paghe da fame. Può darsi. Ma c’è una ragione più eminentemente politica che attiene alla crisi della Cgil e al progressivo “spiaggiamento” dell’azione del suo segretario generale, Susanna Camusso, che ha deciso di mandare un segnale esplicito al Governo colpendolo in uno dei suoi ventri molli. Il conflitto di interessi del ministro del Lavoro Poletti è sotto gli occhi di tutti. La Cgil dapprima ha fatto finta di niente ma dall’altro giorno ha cambiato atteggiamento. La ragione è non è così misteriosa. Poletti e Renzi hanno fatto catenaccio sulla precarizzazione del mondo del lavoro. Questa battaglia era l’ultima carta rimasta in mano a Camusso, che ne ha fatto uno dei filoni del suo intervento non appena eletta alla guida della Cgil. Chi non ricorda la campagna mediatica “Non più disposti a tutto”? Campagna che culminò con una manifestazione a Roma. Insomma, il segretario della Cgil rischia di presentarsi al congresso di maggio senza niente in mano. Nemmeno un incontro con il “governo amico” di Renzi; sfacelo totale sul fronte del pubblico impiego. Ovviamente non parliamo di tutti gli altri temi, a cominciare dalla crisi economica. In più c’è un sindacato mai così diviso da decenni. Insomma, anche la gestione “collaterale” e “politica” con la quale Camusso ha di fatto disarmato sul fronte della lotta sindacale vera e propria sembra naufragare miseramente. Ed allora ecco la pensata! Perché non colpire sui denti il ministro Poletti?

Landini: “Renzi ci sta sfidando, la Cgil si rinnovi” Fonte: il manifesto | Autore: Antonio Sciotto

L’intervista. Basta con le liturgie, la concertazione è morta. Il leader della Fiom Maurizio Landini disegna il profilo del nuovo sindacato: il governo si deve affrontare in autonomia. Camusso non vuole riconoscere un numero adeguato di delegati: addio all’unità, a Rimini si va verso la rottura

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Chissà se la scelta di por­tare quell’unico poster, da Bolo­gna a Roma, anni fa non sia stata pre­mo­ni­trice: Mas­simo Troisi con la sua bici­cletta fermo a guar­dare il mare, nel «Postino». «Lui mi piace, istin­ti­va­mente. E quello è il suo film più bello», si scher­mi­sce Mau­ri­zio Lan­dini. La pas­sione e il can­dore di Troisi, la voglia di par­lare fuori dai denti di Lan­dini. Non è stato facile l’ultimo anno del segre­ta­rio gene­rale Fiom: ama­tis­simo dal grande pub­blico, ma osteg­giato den­tro la sua Cgil. Gli avver­sari nel sin­da­cato, cigiel­lini come lui ma senza tuta blu, la spie­gano così: che è un po’ spi­go­loso, dif­fi­cile al com­pro­messo, che forse sarebbe riu­scito, per esem­pio, a Clau­dio Sabat­tini. Ma quella era anche un’altra Ita­lia, va detto.

Oggi Lan­dini ha sem­pli­ce­mente preso atto che la con­cer­ta­zione è morta e che il sin­da­cato, se vuole cam­biare, deve tagliare il cor­done ombe­li­cale con il par­tito, non ele­mo­si­nando un ango­lino ai tavoli del nego­ziato. Ma agendo da pro­ta­go­ni­sta, alla pari. E in que­sta rivo­lu­zione Mat­teo Renzi, il gio­vane e spre­giu­di­cato pre­mier, in effetti lo sta aiutando.

«Basta con le paro­die della demo­cra­zia, basta con i riti. Basta dirci che il sin­da­cato sta bene, che fa un muc­chio di tes­sere e che ha il mag­gior numero di iscritti in Europa. Que­ste sono balle. La verità è che un alto numero di per­sone, di lavo­ra­tori, non solo non si sente rap­pre­sen­tato da noi, ma oggi ci per­ce­pi­sce come un pro­blema. C’è una crisi di rap­pre­sen­tanza, nostra e della politica».

Però mi pare che la poli­tica sia già più avanti di voi, almeno sul piano di ciò che appare. Per­so­naggi come Grillo e Renzi hanno rivo­lu­zio­nato i lin­guaggi e la par­te­ci­pa­zione, hanno risve­gliato l’entusiasmo. Il sin­da­cato, in effetti, oggi appare «antico», «inadeguato».
Con Grillo e Renzi mi pare che si sia riat­ti­vato un coin­vol­gi­mento dei cit­ta­dini. Anche se la crisi della poli­tica non è ancora supe­rata: metà del corpo elet­to­rale non va a votare, e l’astensione aumenta nono­stante i risul­tati di Grillo. Nei due feno­meni vedo la stessa voglia di cam­bia­mento, anche se credo che la per­sona sola al comando, come fu per Ber­lu­sconi, non sia un fatto posi­tivo. E anzi ritengo che possa essere peri­co­losa. È un bene che dopo anni di immo­bi­li­smo ci sia la velo­cità, ma la demo­cra­zia ha anche biso­gno di ascolto, con­fronto, par­te­ci­pa­zione. Certo, poi c’è la deci­sione, ma senza sal­tare i pas­saggi necessari.

Par­te­ci­pa­zione che, afferma la Fiom, è man­cata nel con­gresso Cgil.
Lo dicono i dati. Quando hai 5,7 milioni di iscritti, e votano meno di un milione di per­sone, cosa dire? Che ha par­te­ci­pato il 17%, men­tre l’83% è rima­sto a casa. E per­ché? Vuol dire che non siamo riu­sciti a coinvolgerli.

Come mai?
Per­ché il modo in cui discu­tiamo è antico, supe­rato, ina­de­guato. Dedi­chi solo 45 minuti a due docu­menti, peral­tro ela­bo­rati da 150 per­sone a Roma senza aver fatto par­te­ci­pare altri. E chiedi ai tuoi iscritti di alzare la mano.

In effetti nell’epoca del web, dei social, è un po’ sur­reale. Avete un’altra idea di par­te­ci­pa­zione, alla Fiom?
Sì, ave­vamo un’altra idea, che peral­tro era con­te­nuta nel nostro emen­da­mento sulla demo­cra­zia. Sarebbe stato giu­sto avere i docu­menti solo come trac­cia, e poi aprire un periodo di un mese, 40 giorni, in cui facevi tante assem­blee, dibat­titi e ini­zia­tive pub­bli­che. Inviti ospiti esterni, coin­volgi i diret­tivi pro­vin­ciali e di cate­go­ria: sono migliaia e migliaia i nostri dele­gati che pos­sono par­lare, dire la loro, invece di alzare solo la mano. Solo alla fine fai votare, dopo che le per­sone si sono infor­mate, hanno par­lato tra di loro. La stessa moda­lità l’avevo pro­po­sta per la discus­sione sul Testo Unico. Non dob­biamo avere paura del dibat­tito, del con­fronto. Basta con i riti, le litur­gie, le paro­die della democrazia.

Tra l’altro, con­te­state anche le per­cen­tuali di dele­gati asse­gnate dalla Cgil.
Si sta vio­lando il rego­la­mento che ci era­vamo dati, e quindi anche un patto. Il patto che era alla base del docu­mento uni­ta­rio, che ave­vamo accet­tato di siglare pro­prio per abban­do­nare le con­trap­po­si­zioni pre­giu­di­ziali e aprirci al con­fronto sul merito. Il rego­la­mento dice che deve esserci un «ade­guato rap­porto» tra l’esito degli emen­da­menti da noi pro­po­sti e i dele­gati: noi abbiamo preso il 34% con quello sulla demo­cra­zia, e se va bene ci stanno rico­no­scendo il 15%. Ci siamo asso­ciati in que­sta pro­te­sta con altri due segre­tari della Cgil, Moc­cia e Nico­losi, per­ché il peso di tutti i nostri emen­da­menti è stato sottovalutato.

Lo stesso è avve­nuto nel con­gresso lom­bardo, con due liste con­trap­po­ste. Peral­tro, non so se sia stata una coin­ci­denza, Milano è la roc­ca­forte di Camusso, dove è stata eletta dele­gata. A Rimini vedremo dun­que una rottura?
Ai con­gressi nulla accade per caso, e credo ci sia un segnale molto pre­ciso. Non posso pre­ve­dere il futuro. Dico solo che i due fatti che potranno por­tare a chiu­dere diver­sa­mente quello che era stato aperto con un accordo uni­ta­rio, non li ha deter­mi­nati la Fiom, ma chi oggi guida la Cgil: 1) il 10 gen­naio non solo i metal­mec­ca­nici, ma tutta la con­fe­de­ra­zione, è stata messa davanti a un accordo già scritto e fir­mato, senza essere stata mai coin­volta; 2) si sce­glie di darci meno dele­gati di quanti dovremmo avere.

L’accusa che viene mossa a Lan­dini è che parla da solo con Renzi, che ha fatto un asse con­tro Camusso, e che discute temi con­fe­de­rali, che non spet­te­reb­bero alla cate­go­ria Fiom.
Credo che una cate­go­ria possa e debba porre tutti i pro­blemi che si incro­ciano con la vita delle sue per­sone. La let­tera che ci ha pub­bli­cato Repub­blica rias­sume il nostro docu­mento pro­gram­ma­tico ed è sem­pre stata un testo alla luce del sole, che io sem­pli­ce­mente sot­to­pongo al nuovo pre­mier. Dob­biamo smet­terla di pen­sare che l’unico oriz­zonte del sin­da­cato sia otte­nere un posto a un tavolo: con la poli­tica devi par­lare da pari, par­tendo dalla tua piat­ta­forma, che costrui­sci con le tue per­sone. La vec­chia con­cer­ta­zione, che poi in realtà negli ultimi anni non si è mai fatta, è per­dente, per­ché appiat­ti­sce il sin­da­cato sui par­titi, rende le tue ragioni una sem­plice arti­co­la­zione della poli­tica, non un’elaborazione auto­noma. Nell’agosto del 2011, alla vigi­lia del governo Monti, la Cgil ha fir­mato un docu­mento con tutte le forze sociali e poli­ti­che, in cui al primo punto c’era l’obbligo del pareg­gio di bilan­cio. Quel testo fu pre­sen­tato a nome di tutti da Emma Mar­ce­ga­glia: fu uno dei punti più bassi di auto­no­mia mai toc­cati. Ora Mat­teo Renzi ci sfida: lui vuole le mani libere, essere auto­nomo. Bene, siamo auto­nomi anche noi, e pos­siamo mobi­li­tarci se non abbiamo risposte.

Va bene, ma per­ché non vi vediamo in piazza come con tutti i pas­sati governi? Il decreto sui con­tratti a ter­mine non meri­te­rebbe una mobilitazione?
Prima della nostra inter­vi­sta ero in piazza davanti a Palazzo Chigi per la Micron. E lunedì potremmo chiu­dere posi­ti­va­mente la que­stione Elec­tro­lux, gra­zie al fatto che il governo ha rifi­nan­ziato i con­tratti di soli­da­rietà. Non lo faceva dal 2005, ed è merito della nostra mobi­li­ta­zione. Non nascondo che Renzi ha posto ele­menti di novità, come ad esem­pio gli 80 euro in busta paga: io non parto per­ciò da posi­zioni pre­giu­di­ziali. Noto però anche i limiti: il decreto sui con­tratti, ma anche il fatto che non ha dato nulla ai pen­sio­nati, ai pre­cari, a chi gua­da­gna poco sopra i 25 mila euro e paga anche lui le tasse. Tutti pro­blemi che vogliamo discu­tere nel nostro con­gresso, insieme a tutto il Jobs Act : e da lì orga­niz­zare mobi­li­ta­zioni, ovvio, se serviranno.

La sini­stra in tutto que­sto che futuro ha? Vi pre­oc­cu­pano le riforme isti­tu­zio­nali pro­po­ste dal governo?
Ci pre­oc­cu­pano, e non a caso ho fir­mato l’appello dei pro­fes­sori. Rodotà sarà ospite al con­gresso. Con­ti­nuiamo con la «Via mae­stra». E vi dò un’anticipazione: stiamo pen­sando a una rac­colta di firme per un refe­ren­dum abro­ga­tivo del pareg­gio di bilan­cio in Costituzione.