Cittadini di Kobanê tornano a casa da: UIKI

Cittadini di Kobanê tornano a casa

Cittadini di Kobanê costretti a lasciare la loro città natale di fronte alla minaccia di strage da parte delle bande barbariche di ISIS continuano a tornare a casa via via che le forze delle YPG/YPJ conquistano ulteriori posizioni durante l’operazione in corso per la vittoria nella città di Kobanê in Kurdistan occidentale, Rojava.

Altri 50 civili di Kobanê che hanno soggiornato a Suruç e villaggi sono tornati a casa ieri, dopo aver attraversato il varco del confine di Mürşitpınar (Kobanê Serxet). I civili, molti dei quali hanno baciato la terra mentre entravano nella loro città natale sono stati accolti dai dirigenti della Mala Gel (Casa del Popolo).

I cittadini di Kobanê hanno detto che da tempo volevano tornare, ma sono riusciti a farlo solo ieri, esprimendo inoltre la gioia di portare i loro figli nella loro terra.

I cittadini ritornati, i cui nomi sono stati annotati e registrati presso la Mala Gel, saranno sistemati in aree sicure della città.

Appello dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) ai parlamentari, ai partiti, alle cittadine e ai cittadini

EDIZIONE SPECIALE
Riforme: era (ed è)
una questione democratica
Appello dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia)
ai parlamentari, ai partiti, alle cittadine e ai cittadini
Il 29 aprile 2014 l’ANPI Nazionale promosse una manifestazione al teatro Eliseo
di Roma col titolo “Una questione democratica”, riferendosi al progetto di
riforma del Senato ed alla legge elettorale da poco approvata dalla Camera.
Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti; ma adesso che si vorrebbe
arrivare ad un ipotetico “ultimo atto” (l’approvazione da parte del Senato della
legge elettorale in una versione modificata rispetto al testo precedente, ma
senza eliminare i difetti e le criticità; e l’approvazione, in seconda lettura, alla
Camera della riforma del Senato approvata l’8 agosto scorso, senza avere
eliminato i problemi di fondo) è necessario ribadire con forza che se
passeranno i provvedimenti in questione (pur non in via definitiva) si
realizzerà un vero e proprio strappo nel nostro sistema democratico.
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Non è più tempo di inascoltate argomentazioni e bisogna fermarsi all’essenziale,
prima che sia troppo tardi.
Una legge elettorale che consente di formare una Camera (la più
importante sul piano politico, nelle intenzioni dei sostenitori della riforma
costituzionale) con quasi i due terzi di “nominati”, non restituisce la
parola ai cittadini, né garantisce la rappresentanza piena cui hanno
diritto per norme costituzionali. Una legge elettorale, oltretutto, che
dovrebbe contenere un differimento dell’entrata in vigore a circa un anno,
contrariamente a qualunque regola o principio (le leggi elettorali si fanno per
l’eventualità che ci siano elezioni e non dovrebbero essere soggette ad accordi
particolari, al di là di ogni interesse collettivo).
Quanto al Senato, l’esercizio della sovranità popolare presuppone una
vera rappresentanza dei cittadini fondata su una vera elettività.
Togliere, praticamente, di mezzo, una delle Camere elettive previste dalla
Costituzione, significa incidere fortemente, sia sul sistema della rappresentanza,
sia su quel contesto di poteri e contropoteri, che è necessario in ogni Paese
civile e democratico e che da noi è espressamente previsto dalla Costituzione
(in forme che certamente possono essere modificate, a condizione di lasciare
intatte rappresentanza e democrazia e non sacrificandole al mito della
governabilità).
Un sistema parlamentare non deve essere necessariamente
bicamerale. Ma se si mantiene il bicameralismo, pur differenziando
(come ormai è necessario) le funzioni, occorre che i due rami abbiano
la stessa dignità, lo stesso prestigio, ed analoga elevatezza di compiti e che
vengano create le condizioni perche l’eletto, anche al Senato, possa svolgere le
sue funzioni “con disciplina e onore” come vuole l’articolo 54 della Costituzione.
Siamo dunque di fronte ad un bivio importante, i cui nodi non possono essere
affidati alla celerità ed a tempi contingentati.
In un momento di particolare importanza, come questo, ognuno deve
assumersi le proprie responsabilità, affrontando i problemi nella loro reale
consistenza e togliendo di mezzo, una volta per tutte, la questione del preteso
risparmio con la riduzione del numero dei Senatori, perché uguale risultato
potrebbe essere raggiunto riducendo il numero complessivo dei parlamentari.
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Ai parlamentari, adesso, spetta il coraggio delle decisioni anche
scomode; ed è superfluo ricordare che essi rappresentano la Nazione ed
esercitano le loro funzione senza vincolo di mandato (art. 67 della Costituzione)
e dunque in piena libertà di coscienza.
Ai partiti, se davvero vogliono riavvicinare i cittadini alle istituzioni ed
alla politica, compete di adottare misure e proporre iniziative
legislative di taglio riformatore idonee a rafforzare la democrazia, la
rappresentanza e la partecipazione anziché ridurne gli spazi.
Ai cittadini ed alle cittadine compete di uscire dal rassegnato silenzio,
dal conformismo, dalla indifferenza e far sentire la propria voce per
sostenere e difendere i connotati essenziali della democrazia, a partire
dalla partecipazione e per rendere il posto che loro spetta ai valori
fondamentali, nati dall’esperienza resistenziale e recepiti dalla Costituzione.
L’Italia può farcela ad uscire dalla crisi economica, morale e politica, solo
rimettendo in primo piano i valori costituzionali e le ragioni etiche e di buona
politica che hanno rappresentato il sogno, le speranze e l’impegno della
Resistenza.
Dipende da tutti noi.
L’ANPI resterà comunque in campo dando vita ad una grande mobilitazione per
informare i cittadini e realizzare la più ampia partecipazione democratica ad un
impegno che mira al bene ed al progresso del Paese.
La Segreteria Nazionale ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia)
Roma, 16 gennaio 2015

Sanità, il degrado del servizio nazionale nella ricerca del Censis. Cgil: “Emergenza sociale” | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Gli italiani bocciano il Ssn. Il 38,5% ritiene che la sanità della propria regione sia peggiorata negli ultimi due anni, nel 2011 la pensava così il 28,5%. Per il 56% è rimasta uguale e solo il 5,5% ritiene la sanità regionale migliorata. Sempre più scontenti, i cittadini sono pronti a partire: 1,2 milioni italiani si sono curati all’estero per un grave problema di salute. E’ quanto emerge dalla ricerca Rbm Salute-Censis sul ruolo della sanità
integrativa, presentata al IV ‘Welfare Day’. Ovviamente, nelle regioni con Piano di rientro i cittadini che ritengono peggiorata la sanità schizzano al 46,8%, rispetto al 29,3% delle altre.Crollano dal 57,3% del 2011 al 44,4% del 2014 gli italiani che giudicano positivamente la competenza delle Regioni sulla sanità. Nella visione dei cittadini esiste un nesso diretto tra la ristrutturazione della sanità imposta dai vincoli economici e l’abbattimento della qualità dei servizi. Infatti, nelle regioni alle prese con Piano di rientro è solo il 38,9% dei cittadini ad avere un giudizio positivo sul ruolo istituzionale e amministrativo delle
Regioni, rispetto al 50,3% nelle altre.

Gli italiani,poi, sono costretti a scegliere le prestazioni sanitarie da fare subito a pagamento e quelle da rinviare oppure non fare. Ormai il 41,3% dei cittadini paga di tasca propria per intero le visite specialistiche anche in conseguenza dell’aumento della spesa per i ticket che ha sfiorato i 3 miliardi di euro nel 2013, pari al +10% in termini reali nel periodo 2011-2013. Se si vogliono accorciare i tempi di accesso allo specialista
bisogna pagare: con 70 euro in piu’ rispetto a quanto costerebbe il ticket nel sistema pubblico si risparmiano 66 giorni di attesa per l’oculista, 45 giorni per il cardiologo, 28 per l’ortopedico, 22 per il ginecologo.

“Il fatto che milioni di italiani rinuncino alle cure per motivi economici, mentre chi può si rivolge al privato, sono la conferma ulteriore di un’emergenza sociale che non può essere ignorata”, commenta il responsabile Politiche della Salute della Cgil Nazionale, Stefano Cecconi.Secondo il dirigente sindacale “trenta miliardi di tagli lineari, in 5 anni, e troppi ticket hanno danneggiato il Servizio sanitario nazionale pubblico. Così il diritto alla salute e alle cure non è più assicurato a tutti, soprattutto nelle regioni sottoposte a piani di rientro. L’eccessivo peso dei ticket, oltre a far male ai cittadini, ha ridotto le entrate per il Servizio sanitario e favorito il privato”.

Inoltre, aggiunge Cecconi, “il Patto della Salute, che sembra finalmente in dirittura d’arrivo, deve partire da qui e mettere in sicurezza il nostro Servizio sanitario, come un patrimonio pubblico irrinunciabile: deve ricostruire un finanziamento adeguato, dopo la stagione dei tagli lineari e mantenere i risparmi della spending review nel sistema sanitario, per restituirli ai cittadini con più servizi e meno ticket. Di fronte a milioni di persone che rinunciano a curarsi, non basta rendere il sistema più equo, serve e conviene abolire i ticket, con una vera e propria ‘exit strategy’. Anche così – conclude – salviamo il diritto alla salute”.

Trasporti, il 20 a Roma arrivano gli autisti autorganizzati. La lettera di Micaela Quintavalle ai cittadini | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Il 20 gennaio ci sarà a Roma una mobilitazione nazionale degli autisti autorganizzati. Una realtà cresciuta nella seconda metà del 2013 con la lotta contro le privatizzazioni e il peggioramento delle condizioni lavorative. Micaela Quintavalle, autista e leader delle proteste targate Atac che stanno agitando le piazze romane a seguito della proposta di privatizzare l’azienda di trasporto pubblico, ha scritto una lettera aperta ai cittadini di Roma.
Da pochi giorni, c’è un nuovo sindacato-associazione degli autisti romani, che si chiama Cambia-Menti m410. Si tratta di una organizzazione che si propone di essere una realtà realmente vicina a lavoratori e utenti e non un luogo dove poter realizzare le proprie ambizioni professionali, come la stessa Quintavalle ha denunciato, riferendosi all’inefficienza dell’attività dei sindacati maggiormente rappresentativi.

“Carissime cittadine e carissimi cittadini di Roma,
mi chiamo Micaela Quintavalle, la donna che i giornali definiscono la pasionaria dell’Atac e la leader di un movimento autoferrotranvieri nato a Roma. In realtà io sono solo un’autista che tenta di far valere i diritti della propria categoria.
Noi colleghi di Roma e alcune delegazioni d’Italia, lunedì 20 gennaio dalle ore 14 scenderemo in piazza per manifestare contro la privatizzazione del servizio pubblico. Voi cittadini avete già espresso il vostro dissenso in merito con un referendum nel 2011. La politica e il governo, però, che si mostrano completamente scollati rispetto a ciò che accade nel mondo reale, hanno ormai deciso che il binomio ‘pubblico uguale inefficienza’ sia ormai inscindibile, perdendo di vista la realtà incontrovertibile secondo la quale con la presenza di un privato in alcuni servizi che oggi sono pubblici, o parzialmente tali, verrebbe meno la ragione sociale, in quanto ogni privato che si rispetti deve produrre un utile.

 

In questi giorni sto girando con i miei compagni alcune città d’Italia, scoprendo una realtà in materia assolutamente sbalorditiva. Eppure non serve percorrere 1500 km in un giorno per rendersi contro di tale cosa. Il privato noi lo abbiamo anche qui a Roma. Si tratta di linee periferiche affidate ad aziende private come la Roma Tpl, Trotta e tante altre. Gli orari di lavoro sono massacranti. Io so bene che voi cittadini lavorate anche 15 ore al giorno. In tempi di crisi, se si vuole garantire una istruzione ai propri figli è necessario farne anche 2, di lavori, se non tre. Ma se l’errore di un impiegato stanco può portare ad un deficit di calcolo, l’errore di un autoferrotranviere metterebbe in pericolo di vita gli utenti che trasporta all’interno del proprio autobus o del proprio treno.
Per non parlare della manutenzione dei mezzi: è sotto gli occhi di tutti che tali vetture siano davvero fatiscenti e con una manutenzione terribilmente carente.

 

Siamo la Capitale d’Italia. Siamo una delle Nazioni più ricche del Pianeta. Il trasporto pubblico è gestito da una delle aziende più grandi d’Europa. Eppure, voi siete costretti ad aspettare i mezzi per ore in mezzo alla strada, senza luoghi sotto i quali ripararvi, al freddo d’inverno e al caldo d’estate. Pagate un abbonamento assolutamente inadeguato rispetto al servizio che ricevete.
A me viene da sorridere quando percepisco le parole di alcuni signori come Alemanno che in passato dicevano che 1,50 euro fosse un prezzo da turisti, perché con l’abbonamento annuale il cittadino non avrebbe subito rincari. Oppure, il dottor Saccà, che tronfio ci comunica dell’acquisto – per chissà quante migliaia di euro – di un’applicazione che avrebbe comunicato agli utenti i minuti di attesa alle fermate.
Forse all’ex sindaco bisognerebbe dire che sono davvero pochi i cittadini che possono permettersi per loro ed i propri figli abbonamenti annuali, così come bisognerebbe spiegare al dottor Saccà che l’utente sarebbe più felice di vedere l’autobus passare sotto la propria abitazione o il proprio ufficio ogni 10 minuti, piuttosto che essere informato del fatto che potrà fare uso del mezzo una volta ogni 50 minuti.

 

Ora, si potrebbero scrivere manuali enciclopedici sul perché le cose in Atac – che dopotutto è un universo polimorfo e variegato – non funzionino. Così come in Italia le cose siano statiche e non cambino.
Tutti parlano di discontinuità, ma poi continuano imperterriti nell’errore, non mettendo mai al primo posto né il cittadino né il lavoratore.

 

Noi stiamo cerando di denunciare tutto questo. Cittadini e lavoratori hanno già dato. E hanno dato molto. Qualcun altro, invece, ha preso. E ha preso molto.
Io credo che sia giunto il momento di interrompere questo gioco al massacro. Siamo cittadini e lavoratori onesti, che non chiedono altro che dignità. Che non chiedono altro che vivere, e non solo sopravvivere. Perché l’essere umano non può solo pensare alla soddisfazione dei propri bisogni, come il mangiare, il bere e il dormire. L’essere umano deve volgere lo sguardo verso le proprie esigenze, come leggere, studiare, dipingere un quadro, suonare uno strumento, fare l’amore con la propria donna o il proprio uomo.
Forse è utopia pensare ad una Nazione che ci permetta, con il pagamento delle tasse, di avere un servizio sanitario, di trasporto e di istruzione gratuiti per tutti. Ma sicuramente non è irrealizzabile il pensiero di vedere uniti insieme cittadini e lavoratori in piazza, senza bandiere né colori, per urlare alla Nazione il proprio dissenso.

 

Per anni l’Atac è stato il bancomat dei partiti politici e bacino di voti per chi si occupa dei propri interessi, e mai di quelli della collettività. Di certo, noi lavoratori a volte ci mostriamo maleducati. Purtroppo siamo solo stressati. Stressati dalle ferie non concesse, dalla carenza d’organico dilagante, dalla mancanza di organi di informazione che dovrebbero supportare l’utente. Così noi al capolinea siamo costretti a scegliere se andare in bagno, telefonare al fidanzato, mangiare un panino o dare a voi le informazioni richieste.

 

A nome di tutti i miei colleghi, vi chiedo scusa se a volte siamo carenti nella gestione del rapporto col pubblico, ma a nome di tutti i lavoratori che credono fermamente nell’importanza del ruolo che ricopriamo, vi chiedo di unirvi a noi in questa lotta per una sola ragione: perché è giusto!
Perché insieme a noi dovete pretendere una flotta di vetture idonee e all’avanguardia, un numero di conducenti adeguato, organi predisposti con personale formato per rispondere ad ogni vostro dubbio.

 

Insomma, io sono assolutamente consapevole dei miei limiti e non penso di poter cambiare il mondo. Ma mi auguro con la manifestazione del 20 gennaio – alle 14, in piazza dell’Esquilino – di riuscire a dare il buon esempio. Insieme a voi.

Il dividi et impera esplicitato per la prima volta nel descrivere una tecnica socio-politica romana esiste da millenni. L’unione lavoratori-cittadini, invece, sarebbe una novità assoluta. Sarebbe una cosa nuova, e per questo spaventa.
Crediamoci. Dimostrando di essere giovani, belli, stanchi e arrabbiati verso un sistema corrotto e corruttibile che non funziona

‘Anpi in piazza per difendere la Costituzione da: la repubblica

L'Anpi in piazza per difendere la Costituzione

Il 24 novembre l’Associazione nazionale partigiani d’Italia sarà in 150 piazze d’Italia per dire no agli attuali tentativi di riforma costituzionale. Previsto in seguito un presidio davanti Montecitorio

 

21 novembre 2013

NO alle modifiche della Costituzione. No ai cambiamenti senza che i cittadini siano consultati. Il grido di allarme in difesa della Carta arriva dall’Anpi, l’Associazione nazionale partigiani d’Italia, che lancia una giornata di mobilitazione, il 24 novembre in 150 piazze, per opporsi alla riforma dell’articolo 138 in discussione alla Camera.

La legge costituzionale proposta da questa maggioranza, denuncia Carlo Smuraglia, presidente dell’Anpi “vuole togliere l’ultima parola ai cittadini su una norma di garanzia costituzionale”, quella che garantisce il referendum sulle modifiche costituzionali, e “in questo quadro di diffusa indifferenza, ci si appresta a compiere uno strappo vero e proprio alla nostra Costituzione e ad impedire ai cittadini di fare sentire la propria voce”.

Smuraglia ricorda che, fra poco più di un mese, la Camera voterà in terza ed ultima lettura le modifiche dell’articolo 138 e se lo farà con una maggioranza che superi i 2/3 non ci sarà la possibilità di promuovere un referendum.

E per questo l’Anpi ha deciso di dedicare la tradizionale giornata del tesseramento, che quest’anno cade domenica 24 novembre, ad una grande campagna di informazione e di chiarimento sul tema, facendo di quella giornata un vero e proprio appuntamento diffuso per la Costituzione. I cittadini potranno avvicinarsi ai banchetti e ai gazebo, prendere informazioni, ricevere materiale, affinché siano consapevoli di ciò che sta accadendo e impediscano quello che è stato definito da Smuraglia “un autentico strappo a danno dei cittadini”.

L’intento di Smuraglia, inoltre, è anche quello di organizzare un presidio davanti alla Camera “e lo faremo, spero, con una larga partecipazione e con l’adesione di tutte le Associazioni impegnate nella difesa della Costituzione”.

Ocse: Italia, manager pubblici paperoni e cittadini lontani da politica e governo Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

L’Italia e’ uno dei Paesi dell’area Ocse dove i cittadini nutrono meno fiducia nella politica, soprattutto in questa fase di crisi. Nel 2012, solo il 28% circa degli italiani hanno espresso fiducia nel proprio governo nazionale, piazzando la penisola agli ultimi posti di una classifica che vede al vertice gli svizzeri (l’80% dei quali ha fiducia nel proprio esecutivo), seguiti dai paesi scandinavi, e fanalino di coda la Grecia, dove solo il 12% dei cittadini ha espresso fiducia nel governo, a fronte di una media Ocse comunque non confortante.

La crisi stronca la fiducia nella politica e nel governo
Il dato non è più di tanto sorprendente. La novità è che, se si osserva la serie storica dall’inizio della crisi e la si confronta con gli altri paesi, questo dato è in stretta relazione con la crisi economica. Il rapporto ‘Government at a glance 2013′ pubblicato dall’Ocse non lascia spazio a grandi interpretazioni. I dati del 2012 letti con quelli del 2007 mostrano che i Paesi dove la fiducia nel governo e’ calata di piu’ sono quelli colpiti piu’ duramente dalla crisi, come Grecia, Slovenia, Irlanda e Spagna, cosi’ come appare cresciuto il consenso per le autorita’ centrali che sembrano aver risposto meglio alla recessione come avviene, restando in Europa, in Germania, Francia, Regno Unito e Polonia. Le misure di austerita’ adottate da molti Paesi dopo la crisi economica hanno eroso la fiducia dei cittadini nei loro governanti, scesa dal 2007 al 2012 dal 45% al 40%.

Ancora peggiore il rapporto con i partiti politici, dei quali si fida appena il 21% dei cittadini dell’area Ocse, secondo i dati del 2013. Anche in questo caso l’Italia e’ agli ultimi posti della classifica, per la precisione quintultima in Europa, con meno del 12% dei cittadini che hanno espresso fiducia nei partiti. Va ancora peggio solo in Portogallo, Slovenia, Grecia e Spagna, tutti Paesi colpiti duramente dalla crisi del debito e, successivamente, da aspre misure di austerita’. Dall’altro lato della classifica il Lussemburgo, dove il 62% dei cittadini si fida dei partiti politici. A seguire, tutte con percentuali superiori al 50%, Svezia, Finlandia e Austria.

Manager Paperoni, solo da noi!
Ma il rapporto Ocse prende in esame anche altri aspetti del nostro Paese, molto meno legati all’opinione e più ai fatti reali. Come per esempio, le retribuzioni dei senior manager della pubblica amministrazione centrale italiana che risultano essere i piu’ pagati dell’area Ocse, con uno stipendio medio di 650 mila dollari, oltre 250 mila in piu’ dei secondi classificati (i neozelandesi con 397 mila dollari) e quasi il triplo della media Ocse (232 mila dollari). In Francia, un dirigente dello stesso livello guadagna in media 260 mila dollari all’anno, in Germania 231 mila e in Gran Bretagna 348 mila. Negli Stati Uniti, la retribuzione media e’ di 275 mila dollari.
Manager nababbi e spesa pubblica che per soddisfare le loro bocche fameliche deve tagliare sulla spesa per l’educazione, con una media inferiore di ben quattro punti rispetto alla media (8,5% contro 12,5 degli altri paesi). Secondo i parametri Ocse, comunque, in Italia la spesa pubblica nel 2011 arrivava quasi al 50% del Pil, non lontana dal 45,4% della media Ocse e il debito pubblico al 120%, oltre 40 punti percentuali in piu’ della media (79%). In dettaglio in Italia sono superiori alla media le spese in welfare (41% contro 35,6%, ma si ignorano i criteri, ndr) e i servizi pubblici generali (17,3% contro 13,6%).

 

Il commento di Paolo Ferrero
“I dati sui dirigenti della pubblica amministrazione italiana che sono i più pagati dell’area Ocse sono vergognosi – scrive in una nota il segretario del Prc Paolo Ferrero – un vero insulto alla povertà dilagante nel nostro Paese. Il governo deve tagliare subito gli stipendi e le pensioni d’oro – cumuli compresi – mettendo un tetto a 5000 euro al mese. Non si capisce perché in Italia il popolo deve fare i sacrifici e i manager devono guadagnare il doppio degli altri Paesi. Perché Mastrapasqua deve guadagnare più di Obama?”.

ANPINEWS 95 2013

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

Lettera aperta del Presidente Nazionale dell’ANPI alle cittadine ed ai cittadini italiani

  

“Riguardo alle riforme costituzionali si vuole togliere l’ultima parola ai cittadini su una norma di garanzia costituzionale (art. 138 della Costituzione) Mobilitiamoci insieme per impedirlo. L’ANPI invita tutti il 24 novembre, nelle piazze d’Italia, per un appuntamento con la Costituzione e propone a tutte le altre Associazioni un presidio da tenere nei pressi della Camera dei Deputati nei giorni immediatamente precedenti al voto (attorno al 10-11 dicembre)

Care cittadine e cari cittadini,

mentre si discute su tutto, sulla stabilità del Governo, sugli sbarchi in Sicilia, sulla decadenza di un uomo politico condannato con sentenza definitiva, sulla difficilissima situazione del lavoro in Italia, c’è un silenzio assordante, anche degli organi di informazione, su un tema di grande importanza perché investe la Carta fondamentale della nostra convivenza, la Costituzione.

In questo quadro, anche di diffusa indifferenza, ci si appresta a compiere uno strappo vero e proprio alla nostra Costituzione e ad impedire ai cittadini di fare sentire la propria voce (…)

          ANPINEWS N. 95