Cittadini di Kobanê tornano a casa da: UIKI

Cittadini di Kobanê tornano a casa

Cittadini di Kobanê costretti a lasciare la loro città natale di fronte alla minaccia di strage da parte delle bande barbariche di ISIS continuano a tornare a casa via via che le forze delle YPG/YPJ conquistano ulteriori posizioni durante l’operazione in corso per la vittoria nella città di Kobanê in Kurdistan occidentale, Rojava.

Altri 50 civili di Kobanê che hanno soggiornato a Suruç e villaggi sono tornati a casa ieri, dopo aver attraversato il varco del confine di Mürşitpınar (Kobanê Serxet). I civili, molti dei quali hanno baciato la terra mentre entravano nella loro città natale sono stati accolti dai dirigenti della Mala Gel (Casa del Popolo).

I cittadini di Kobanê hanno detto che da tempo volevano tornare, ma sono riusciti a farlo solo ieri, esprimendo inoltre la gioia di portare i loro figli nella loro terra.

I cittadini ritornati, i cui nomi sono stati annotati e registrati presso la Mala Gel, saranno sistemati in aree sicure della città.

Appello dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) ai parlamentari, ai partiti, alle cittadine e ai cittadini

EDIZIONE SPECIALE
Riforme: era (ed è)
una questione democratica
Appello dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia)
ai parlamentari, ai partiti, alle cittadine e ai cittadini
Il 29 aprile 2014 l’ANPI Nazionale promosse una manifestazione al teatro Eliseo
di Roma col titolo “Una questione democratica”, riferendosi al progetto di
riforma del Senato ed alla legge elettorale da poco approvata dalla Camera.
Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti; ma adesso che si vorrebbe
arrivare ad un ipotetico “ultimo atto” (l’approvazione da parte del Senato della
legge elettorale in una versione modificata rispetto al testo precedente, ma
senza eliminare i difetti e le criticità; e l’approvazione, in seconda lettura, alla
Camera della riforma del Senato approvata l’8 agosto scorso, senza avere
eliminato i problemi di fondo) è necessario ribadire con forza che se
passeranno i provvedimenti in questione (pur non in via definitiva) si
realizzerà un vero e proprio strappo nel nostro sistema democratico.
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Non è più tempo di inascoltate argomentazioni e bisogna fermarsi all’essenziale,
prima che sia troppo tardi.
Una legge elettorale che consente di formare una Camera (la più
importante sul piano politico, nelle intenzioni dei sostenitori della riforma
costituzionale) con quasi i due terzi di “nominati”, non restituisce la
parola ai cittadini, né garantisce la rappresentanza piena cui hanno
diritto per norme costituzionali. Una legge elettorale, oltretutto, che
dovrebbe contenere un differimento dell’entrata in vigore a circa un anno,
contrariamente a qualunque regola o principio (le leggi elettorali si fanno per
l’eventualità che ci siano elezioni e non dovrebbero essere soggette ad accordi
particolari, al di là di ogni interesse collettivo).
Quanto al Senato, l’esercizio della sovranità popolare presuppone una
vera rappresentanza dei cittadini fondata su una vera elettività.
Togliere, praticamente, di mezzo, una delle Camere elettive previste dalla
Costituzione, significa incidere fortemente, sia sul sistema della rappresentanza,
sia su quel contesto di poteri e contropoteri, che è necessario in ogni Paese
civile e democratico e che da noi è espressamente previsto dalla Costituzione
(in forme che certamente possono essere modificate, a condizione di lasciare
intatte rappresentanza e democrazia e non sacrificandole al mito della
governabilità).
Un sistema parlamentare non deve essere necessariamente
bicamerale. Ma se si mantiene il bicameralismo, pur differenziando
(come ormai è necessario) le funzioni, occorre che i due rami abbiano
la stessa dignità, lo stesso prestigio, ed analoga elevatezza di compiti e che
vengano create le condizioni perche l’eletto, anche al Senato, possa svolgere le
sue funzioni “con disciplina e onore” come vuole l’articolo 54 della Costituzione.
Siamo dunque di fronte ad un bivio importante, i cui nodi non possono essere
affidati alla celerità ed a tempi contingentati.
In un momento di particolare importanza, come questo, ognuno deve
assumersi le proprie responsabilità, affrontando i problemi nella loro reale
consistenza e togliendo di mezzo, una volta per tutte, la questione del preteso
risparmio con la riduzione del numero dei Senatori, perché uguale risultato
potrebbe essere raggiunto riducendo il numero complessivo dei parlamentari.
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Ai parlamentari, adesso, spetta il coraggio delle decisioni anche
scomode; ed è superfluo ricordare che essi rappresentano la Nazione ed
esercitano le loro funzione senza vincolo di mandato (art. 67 della Costituzione)
e dunque in piena libertà di coscienza.
Ai partiti, se davvero vogliono riavvicinare i cittadini alle istituzioni ed
alla politica, compete di adottare misure e proporre iniziative
legislative di taglio riformatore idonee a rafforzare la democrazia, la
rappresentanza e la partecipazione anziché ridurne gli spazi.
Ai cittadini ed alle cittadine compete di uscire dal rassegnato silenzio,
dal conformismo, dalla indifferenza e far sentire la propria voce per
sostenere e difendere i connotati essenziali della democrazia, a partire
dalla partecipazione e per rendere il posto che loro spetta ai valori
fondamentali, nati dall’esperienza resistenziale e recepiti dalla Costituzione.
L’Italia può farcela ad uscire dalla crisi economica, morale e politica, solo
rimettendo in primo piano i valori costituzionali e le ragioni etiche e di buona
politica che hanno rappresentato il sogno, le speranze e l’impegno della
Resistenza.
Dipende da tutti noi.
L’ANPI resterà comunque in campo dando vita ad una grande mobilitazione per
informare i cittadini e realizzare la più ampia partecipazione democratica ad un
impegno che mira al bene ed al progresso del Paese.
La Segreteria Nazionale ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia)
Roma, 16 gennaio 2015

Sanità, il degrado del servizio nazionale nella ricerca del Censis. Cgil: “Emergenza sociale” | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Gli italiani bocciano il Ssn. Il 38,5% ritiene che la sanità della propria regione sia peggiorata negli ultimi due anni, nel 2011 la pensava così il 28,5%. Per il 56% è rimasta uguale e solo il 5,5% ritiene la sanità regionale migliorata. Sempre più scontenti, i cittadini sono pronti a partire: 1,2 milioni italiani si sono curati all’estero per un grave problema di salute. E’ quanto emerge dalla ricerca Rbm Salute-Censis sul ruolo della sanità
integrativa, presentata al IV ‘Welfare Day’. Ovviamente, nelle regioni con Piano di rientro i cittadini che ritengono peggiorata la sanità schizzano al 46,8%, rispetto al 29,3% delle altre.Crollano dal 57,3% del 2011 al 44,4% del 2014 gli italiani che giudicano positivamente la competenza delle Regioni sulla sanità. Nella visione dei cittadini esiste un nesso diretto tra la ristrutturazione della sanità imposta dai vincoli economici e l’abbattimento della qualità dei servizi. Infatti, nelle regioni alle prese con Piano di rientro è solo il 38,9% dei cittadini ad avere un giudizio positivo sul ruolo istituzionale e amministrativo delle
Regioni, rispetto al 50,3% nelle altre.

Gli italiani,poi, sono costretti a scegliere le prestazioni sanitarie da fare subito a pagamento e quelle da rinviare oppure non fare. Ormai il 41,3% dei cittadini paga di tasca propria per intero le visite specialistiche anche in conseguenza dell’aumento della spesa per i ticket che ha sfiorato i 3 miliardi di euro nel 2013, pari al +10% in termini reali nel periodo 2011-2013. Se si vogliono accorciare i tempi di accesso allo specialista
bisogna pagare: con 70 euro in piu’ rispetto a quanto costerebbe il ticket nel sistema pubblico si risparmiano 66 giorni di attesa per l’oculista, 45 giorni per il cardiologo, 28 per l’ortopedico, 22 per il ginecologo.

“Il fatto che milioni di italiani rinuncino alle cure per motivi economici, mentre chi può si rivolge al privato, sono la conferma ulteriore di un’emergenza sociale che non può essere ignorata”, commenta il responsabile Politiche della Salute della Cgil Nazionale, Stefano Cecconi.Secondo il dirigente sindacale “trenta miliardi di tagli lineari, in 5 anni, e troppi ticket hanno danneggiato il Servizio sanitario nazionale pubblico. Così il diritto alla salute e alle cure non è più assicurato a tutti, soprattutto nelle regioni sottoposte a piani di rientro. L’eccessivo peso dei ticket, oltre a far male ai cittadini, ha ridotto le entrate per il Servizio sanitario e favorito il privato”.

Inoltre, aggiunge Cecconi, “il Patto della Salute, che sembra finalmente in dirittura d’arrivo, deve partire da qui e mettere in sicurezza il nostro Servizio sanitario, come un patrimonio pubblico irrinunciabile: deve ricostruire un finanziamento adeguato, dopo la stagione dei tagli lineari e mantenere i risparmi della spending review nel sistema sanitario, per restituirli ai cittadini con più servizi e meno ticket. Di fronte a milioni di persone che rinunciano a curarsi, non basta rendere il sistema più equo, serve e conviene abolire i ticket, con una vera e propria ‘exit strategy’. Anche così – conclude – salviamo il diritto alla salute”.

Trasporti, il 20 a Roma arrivano gli autisti autorganizzati. La lettera di Micaela Quintavalle ai cittadini | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Il 20 gennaio ci sarà a Roma una mobilitazione nazionale degli autisti autorganizzati. Una realtà cresciuta nella seconda metà del 2013 con la lotta contro le privatizzazioni e il peggioramento delle condizioni lavorative. Micaela Quintavalle, autista e leader delle proteste targate Atac che stanno agitando le piazze romane a seguito della proposta di privatizzare l’azienda di trasporto pubblico, ha scritto una lettera aperta ai cittadini di Roma.
Da pochi giorni, c’è un nuovo sindacato-associazione degli autisti romani, che si chiama Cambia-Menti m410. Si tratta di una organizzazione che si propone di essere una realtà realmente vicina a lavoratori e utenti e non un luogo dove poter realizzare le proprie ambizioni professionali, come la stessa Quintavalle ha denunciato, riferendosi all’inefficienza dell’attività dei sindacati maggiormente rappresentativi.

“Carissime cittadine e carissimi cittadini di Roma,
mi chiamo Micaela Quintavalle, la donna che i giornali definiscono la pasionaria dell’Atac e la leader di un movimento autoferrotranvieri nato a Roma. In realtà io sono solo un’autista che tenta di far valere i diritti della propria categoria.
Noi colleghi di Roma e alcune delegazioni d’Italia, lunedì 20 gennaio dalle ore 14 scenderemo in piazza per manifestare contro la privatizzazione del servizio pubblico. Voi cittadini avete già espresso il vostro dissenso in merito con un referendum nel 2011. La politica e il governo, però, che si mostrano completamente scollati rispetto a ciò che accade nel mondo reale, hanno ormai deciso che il binomio ‘pubblico uguale inefficienza’ sia ormai inscindibile, perdendo di vista la realtà incontrovertibile secondo la quale con la presenza di un privato in alcuni servizi che oggi sono pubblici, o parzialmente tali, verrebbe meno la ragione sociale, in quanto ogni privato che si rispetti deve produrre un utile.

 

In questi giorni sto girando con i miei compagni alcune città d’Italia, scoprendo una realtà in materia assolutamente sbalorditiva. Eppure non serve percorrere 1500 km in un giorno per rendersi contro di tale cosa. Il privato noi lo abbiamo anche qui a Roma. Si tratta di linee periferiche affidate ad aziende private come la Roma Tpl, Trotta e tante altre. Gli orari di lavoro sono massacranti. Io so bene che voi cittadini lavorate anche 15 ore al giorno. In tempi di crisi, se si vuole garantire una istruzione ai propri figli è necessario farne anche 2, di lavori, se non tre. Ma se l’errore di un impiegato stanco può portare ad un deficit di calcolo, l’errore di un autoferrotranviere metterebbe in pericolo di vita gli utenti che trasporta all’interno del proprio autobus o del proprio treno.
Per non parlare della manutenzione dei mezzi: è sotto gli occhi di tutti che tali vetture siano davvero fatiscenti e con una manutenzione terribilmente carente.

 

Siamo la Capitale d’Italia. Siamo una delle Nazioni più ricche del Pianeta. Il trasporto pubblico è gestito da una delle aziende più grandi d’Europa. Eppure, voi siete costretti ad aspettare i mezzi per ore in mezzo alla strada, senza luoghi sotto i quali ripararvi, al freddo d’inverno e al caldo d’estate. Pagate un abbonamento assolutamente inadeguato rispetto al servizio che ricevete.
A me viene da sorridere quando percepisco le parole di alcuni signori come Alemanno che in passato dicevano che 1,50 euro fosse un prezzo da turisti, perché con l’abbonamento annuale il cittadino non avrebbe subito rincari. Oppure, il dottor Saccà, che tronfio ci comunica dell’acquisto – per chissà quante migliaia di euro – di un’applicazione che avrebbe comunicato agli utenti i minuti di attesa alle fermate.
Forse all’ex sindaco bisognerebbe dire che sono davvero pochi i cittadini che possono permettersi per loro ed i propri figli abbonamenti annuali, così come bisognerebbe spiegare al dottor Saccà che l’utente sarebbe più felice di vedere l’autobus passare sotto la propria abitazione o il proprio ufficio ogni 10 minuti, piuttosto che essere informato del fatto che potrà fare uso del mezzo una volta ogni 50 minuti.

 

Ora, si potrebbero scrivere manuali enciclopedici sul perché le cose in Atac – che dopotutto è un universo polimorfo e variegato – non funzionino. Così come in Italia le cose siano statiche e non cambino.
Tutti parlano di discontinuità, ma poi continuano imperterriti nell’errore, non mettendo mai al primo posto né il cittadino né il lavoratore.

 

Noi stiamo cerando di denunciare tutto questo. Cittadini e lavoratori hanno già dato. E hanno dato molto. Qualcun altro, invece, ha preso. E ha preso molto.
Io credo che sia giunto il momento di interrompere questo gioco al massacro. Siamo cittadini e lavoratori onesti, che non chiedono altro che dignità. Che non chiedono altro che vivere, e non solo sopravvivere. Perché l’essere umano non può solo pensare alla soddisfazione dei propri bisogni, come il mangiare, il bere e il dormire. L’essere umano deve volgere lo sguardo verso le proprie esigenze, come leggere, studiare, dipingere un quadro, suonare uno strumento, fare l’amore con la propria donna o il proprio uomo.
Forse è utopia pensare ad una Nazione che ci permetta, con il pagamento delle tasse, di avere un servizio sanitario, di trasporto e di istruzione gratuiti per tutti. Ma sicuramente non è irrealizzabile il pensiero di vedere uniti insieme cittadini e lavoratori in piazza, senza bandiere né colori, per urlare alla Nazione il proprio dissenso.

 

Per anni l’Atac è stato il bancomat dei partiti politici e bacino di voti per chi si occupa dei propri interessi, e mai di quelli della collettività. Di certo, noi lavoratori a volte ci mostriamo maleducati. Purtroppo siamo solo stressati. Stressati dalle ferie non concesse, dalla carenza d’organico dilagante, dalla mancanza di organi di informazione che dovrebbero supportare l’utente. Così noi al capolinea siamo costretti a scegliere se andare in bagno, telefonare al fidanzato, mangiare un panino o dare a voi le informazioni richieste.

 

A nome di tutti i miei colleghi, vi chiedo scusa se a volte siamo carenti nella gestione del rapporto col pubblico, ma a nome di tutti i lavoratori che credono fermamente nell’importanza del ruolo che ricopriamo, vi chiedo di unirvi a noi in questa lotta per una sola ragione: perché è giusto!
Perché insieme a noi dovete pretendere una flotta di vetture idonee e all’avanguardia, un numero di conducenti adeguato, organi predisposti con personale formato per rispondere ad ogni vostro dubbio.

 

Insomma, io sono assolutamente consapevole dei miei limiti e non penso di poter cambiare il mondo. Ma mi auguro con la manifestazione del 20 gennaio – alle 14, in piazza dell’Esquilino – di riuscire a dare il buon esempio. Insieme a voi.

Il dividi et impera esplicitato per la prima volta nel descrivere una tecnica socio-politica romana esiste da millenni. L’unione lavoratori-cittadini, invece, sarebbe una novità assoluta. Sarebbe una cosa nuova, e per questo spaventa.
Crediamoci. Dimostrando di essere giovani, belli, stanchi e arrabbiati verso un sistema corrotto e corruttibile che non funziona

‘Anpi in piazza per difendere la Costituzione da: la repubblica

L'Anpi in piazza per difendere la Costituzione

Il 24 novembre l’Associazione nazionale partigiani d’Italia sarà in 150 piazze d’Italia per dire no agli attuali tentativi di riforma costituzionale. Previsto in seguito un presidio davanti Montecitorio

 

21 novembre 2013

NO alle modifiche della Costituzione. No ai cambiamenti senza che i cittadini siano consultati. Il grido di allarme in difesa della Carta arriva dall’Anpi, l’Associazione nazionale partigiani d’Italia, che lancia una giornata di mobilitazione, il 24 novembre in 150 piazze, per opporsi alla riforma dell’articolo 138 in discussione alla Camera.

La legge costituzionale proposta da questa maggioranza, denuncia Carlo Smuraglia, presidente dell’Anpi “vuole togliere l’ultima parola ai cittadini su una norma di garanzia costituzionale”, quella che garantisce il referendum sulle modifiche costituzionali, e “in questo quadro di diffusa indifferenza, ci si appresta a compiere uno strappo vero e proprio alla nostra Costituzione e ad impedire ai cittadini di fare sentire la propria voce”.

Smuraglia ricorda che, fra poco più di un mese, la Camera voterà in terza ed ultima lettura le modifiche dell’articolo 138 e se lo farà con una maggioranza che superi i 2/3 non ci sarà la possibilità di promuovere un referendum.

E per questo l’Anpi ha deciso di dedicare la tradizionale giornata del tesseramento, che quest’anno cade domenica 24 novembre, ad una grande campagna di informazione e di chiarimento sul tema, facendo di quella giornata un vero e proprio appuntamento diffuso per la Costituzione. I cittadini potranno avvicinarsi ai banchetti e ai gazebo, prendere informazioni, ricevere materiale, affinché siano consapevoli di ciò che sta accadendo e impediscano quello che è stato definito da Smuraglia “un autentico strappo a danno dei cittadini”.

L’intento di Smuraglia, inoltre, è anche quello di organizzare un presidio davanti alla Camera “e lo faremo, spero, con una larga partecipazione e con l’adesione di tutte le Associazioni impegnate nella difesa della Costituzione”.

Ocse: Italia, manager pubblici paperoni e cittadini lontani da politica e governo Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

L’Italia e’ uno dei Paesi dell’area Ocse dove i cittadini nutrono meno fiducia nella politica, soprattutto in questa fase di crisi. Nel 2012, solo il 28% circa degli italiani hanno espresso fiducia nel proprio governo nazionale, piazzando la penisola agli ultimi posti di una classifica che vede al vertice gli svizzeri (l’80% dei quali ha fiducia nel proprio esecutivo), seguiti dai paesi scandinavi, e fanalino di coda la Grecia, dove solo il 12% dei cittadini ha espresso fiducia nel governo, a fronte di una media Ocse comunque non confortante.

La crisi stronca la fiducia nella politica e nel governo
Il dato non è più di tanto sorprendente. La novità è che, se si osserva la serie storica dall’inizio della crisi e la si confronta con gli altri paesi, questo dato è in stretta relazione con la crisi economica. Il rapporto ‘Government at a glance 2013′ pubblicato dall’Ocse non lascia spazio a grandi interpretazioni. I dati del 2012 letti con quelli del 2007 mostrano che i Paesi dove la fiducia nel governo e’ calata di piu’ sono quelli colpiti piu’ duramente dalla crisi, come Grecia, Slovenia, Irlanda e Spagna, cosi’ come appare cresciuto il consenso per le autorita’ centrali che sembrano aver risposto meglio alla recessione come avviene, restando in Europa, in Germania, Francia, Regno Unito e Polonia. Le misure di austerita’ adottate da molti Paesi dopo la crisi economica hanno eroso la fiducia dei cittadini nei loro governanti, scesa dal 2007 al 2012 dal 45% al 40%.

Ancora peggiore il rapporto con i partiti politici, dei quali si fida appena il 21% dei cittadini dell’area Ocse, secondo i dati del 2013. Anche in questo caso l’Italia e’ agli ultimi posti della classifica, per la precisione quintultima in Europa, con meno del 12% dei cittadini che hanno espresso fiducia nei partiti. Va ancora peggio solo in Portogallo, Slovenia, Grecia e Spagna, tutti Paesi colpiti duramente dalla crisi del debito e, successivamente, da aspre misure di austerita’. Dall’altro lato della classifica il Lussemburgo, dove il 62% dei cittadini si fida dei partiti politici. A seguire, tutte con percentuali superiori al 50%, Svezia, Finlandia e Austria.

Manager Paperoni, solo da noi!
Ma il rapporto Ocse prende in esame anche altri aspetti del nostro Paese, molto meno legati all’opinione e più ai fatti reali. Come per esempio, le retribuzioni dei senior manager della pubblica amministrazione centrale italiana che risultano essere i piu’ pagati dell’area Ocse, con uno stipendio medio di 650 mila dollari, oltre 250 mila in piu’ dei secondi classificati (i neozelandesi con 397 mila dollari) e quasi il triplo della media Ocse (232 mila dollari). In Francia, un dirigente dello stesso livello guadagna in media 260 mila dollari all’anno, in Germania 231 mila e in Gran Bretagna 348 mila. Negli Stati Uniti, la retribuzione media e’ di 275 mila dollari.
Manager nababbi e spesa pubblica che per soddisfare le loro bocche fameliche deve tagliare sulla spesa per l’educazione, con una media inferiore di ben quattro punti rispetto alla media (8,5% contro 12,5 degli altri paesi). Secondo i parametri Ocse, comunque, in Italia la spesa pubblica nel 2011 arrivava quasi al 50% del Pil, non lontana dal 45,4% della media Ocse e il debito pubblico al 120%, oltre 40 punti percentuali in piu’ della media (79%). In dettaglio in Italia sono superiori alla media le spese in welfare (41% contro 35,6%, ma si ignorano i criteri, ndr) e i servizi pubblici generali (17,3% contro 13,6%).

 

Il commento di Paolo Ferrero
“I dati sui dirigenti della pubblica amministrazione italiana che sono i più pagati dell’area Ocse sono vergognosi – scrive in una nota il segretario del Prc Paolo Ferrero – un vero insulto alla povertà dilagante nel nostro Paese. Il governo deve tagliare subito gli stipendi e le pensioni d’oro – cumuli compresi – mettendo un tetto a 5000 euro al mese. Non si capisce perché in Italia il popolo deve fare i sacrifici e i manager devono guadagnare il doppio degli altri Paesi. Perché Mastrapasqua deve guadagnare più di Obama?”.

ANPINEWS 95 2013

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

Lettera aperta del Presidente Nazionale dell’ANPI alle cittadine ed ai cittadini italiani

  

“Riguardo alle riforme costituzionali si vuole togliere l’ultima parola ai cittadini su una norma di garanzia costituzionale (art. 138 della Costituzione) Mobilitiamoci insieme per impedirlo. L’ANPI invita tutti il 24 novembre, nelle piazze d’Italia, per un appuntamento con la Costituzione e propone a tutte le altre Associazioni un presidio da tenere nei pressi della Camera dei Deputati nei giorni immediatamente precedenti al voto (attorno al 10-11 dicembre)

Care cittadine e cari cittadini,

mentre si discute su tutto, sulla stabilità del Governo, sugli sbarchi in Sicilia, sulla decadenza di un uomo politico condannato con sentenza definitiva, sulla difficilissima situazione del lavoro in Italia, c’è un silenzio assordante, anche degli organi di informazione, su un tema di grande importanza perché investe la Carta fondamentale della nostra convivenza, la Costituzione.

In questo quadro, anche di diffusa indifferenza, ci si appresta a compiere uno strappo vero e proprio alla nostra Costituzione e ad impedire ai cittadini di fare sentire la propria voce (…)

          ANPINEWS N. 95

A.N.P.I. ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI D’ITALIA COMITATO NAZIONALE 1 DOCUMENTO APPROVATO DAL GRUPPO DI LAVORO DELL’ANPI NAZIONALE SULLE STRAGI NAZIFASCISTE DEL PERIODO ’43 – ’45 (*) e fatto proprio dalla Segreteria Nazionale dell’ANPI

Il gruppo di lavoro è stato costituito nel mese di giugno 2011, per affrontare l’intera
questione delle stragi nazifasciste del periodo 1943 – 1945, mediante alcune iniziative
immediate e la stesura di un progetto di lavoro che impegnasse l’Anpi, assieme ad altre
istituzioni, fino a quando su quel terribile periodo storico e sugli effetti delle efferatezze
compiute durante esso, non fossero raggiunte verità e giustizia.
Il gruppo ha lavorato intensamente, ed è ora in grado,  dopo la seduta conclusiva di
questa prima fase (31.5.12) di rendere conto di quanto è riuscito da un lato a realizzare e
dall’altro a progettare.
1. Il gruppo ha indicato l’opportunità che l’ANPI si costituisca parte civile nei processi ancora
in fase di avvio davanti ai Tribunali Militari di Verona e Roma, non tanto per conseguire indennizzi,
quanto per contribuire all’accertamento della verità e per sottolineare, anche col suo intervento
diretto nei processi, una rilevante questione di principio, condensata nella formula di ricerca di
“verità e giustizia”.
L’ANPI ha provveduto in tal senso, autorizzando il Presidente, che ha la rappresentanza
legale dell’Associazione, ad intervenire nei predetti procedimenti. In effetti, la costituzione di parte
civile è stata effettuata nei procedimenti sulla strage di Borgo Ticino (Novara) e di Casteldelci
(Rimini) davanti al Tribunale Militare di Verona, nonché nel procedimento relativo all’eccidio di
Cefalonia, in fase di avvio davanti al Tribunale Militare di Roma. I procedimenti sono stati già
avviati e presto si passerà alla fase dibattimentale.
2. Il gruppo ha valutato attentamente lo stato delle conoscenze per quanto riguarda le stragi del
periodo già ricordato, rilevando peraltro che  notevoli risultati sono stati già raggiunti, in sede
giudiziaria e in sede di ricerca storica per quanto riguarda gli eccidi avvenuti lungo la linea gotica
ed oltre, verso il nord (procedimenti penali celebrati soprattutto davanti al Tribunale di Verona, ma
anche in altre sedi, come risulta dal quadro  delineato nel volume di Buzzelli, De Paolis e

1
Il gruppo di lavoro è costituito da Enzo Fimiani, Luciano Guerzoni, Luigi Marino, Edmondo Montali, Toni
Rovatti, Massimo Rendina, Claudio Silingardi, Carlo Smuraglia, Valerio Strinati; ed è stato ed è coordinato da Luigi
Marino. 2
Speranzoni “La ricostruzione giudiziaria dei crimini nazifascisti in Italia”, Torino, 2012), da studi
e ricerche effettuati nell’università di Pisa e da vari Istituti di storia della Resistenza, con la finalità
di realizzare un “atlante” ragionato dalle stragi, veramente completo ed esaustivo.
I numerosi dati raccolti richiedono ulteriori completamenti, come si vedrà appresso; mentre,
bisogna dire che, per quanto riguarda il centro-sud, il livello delle conoscenze è assai minore,
perché le ricerche storiche sono spesso limitate a singole vicende o a particolari territori, mancando
invece un quadro complessivo ed esaustivo di tutto quanto avvenuto, anche in questa grande area ed
in particolare delle stragi commesse dal settembre 1943 dai nazisti in fuga fino a quando si
attestarono sulla linea Gotica. Manca altresì, ancora, un raffronto tra le modalità, in parte diverse
delle stragi e degli eccidi effettuati rispettivamente nel centro-nord, in aree in cui operavano anche
gruppi o brigate partigiane, e al centro-sud, dove l’accanimento contro cittadini inermi e
popolazioni civili non aveva trovato neppure la (inesistente e infondata) “giustificazione” della
necessità di difendersi e di compiere rappresaglie.
Questo lavoro di riflessione ha evidenziato  la necessità di estendere e approfondire le
ricerche, investendo l’intero territorio italiano e mirando a raggiungere un risultato almeno di
conoscenza piena del fenomeno gravissimo di quella che è stata definita giustamente “la guerra
contro i civili”.
A questo fine, mentre sono stati sollecitati istituti e organismi periferici dell’ANPI ad
acquisire tutto il materiale possibile anche relativamente alle efferatezze meno conosciute, si è
ravvisata la necessità di realizzare un coordinamento e una centralizzazione delle ricerche storiche.
Da ciò, i contatti assunti dal Presidente  nazionale dell’ANPI (e componente del gruppo
stragi) col Presidente dell’Istituto per la storia del movimento di liberazione in Italia,  per
raggiungere un’intesa fra Associazione nazionale partigiani d’Italia e Istituto. per la realizzazione di
un progetto unitario.
Acquisita la piena disponibilità del Presidente Onida, è stato realizzato un accordo fra i due
organismi per perseguire gli obiettivi di coordinamento e completamento delle ricerche ai fini della
realizzazione di una mappatura completa di tutte le stragi e di tutti gli eccidi compiuti nel periodo
ricordato, dai nazifascisti, tenendo conto che è storicamente dimostrato che se alcuni reparti
tedeschi si sono particolarmente distinti in atti di autentica barbarie, gruppi e reparti di fascisti della
cosiddetta repubblica di Salò non sono stati da meno, spesso partecipando direttamente, o dando
sostegno oppure ancora fornendo le indicazioni e i suggerimenti anche nominativi necessari per le
operazioni naziste di persecuzione dei civili; offrendo, insomma, un contributo importante alle
barbarie troppo spesso sottovalutate e considerate di minor rilievo.
L’accordo è destinato ad operare nel lungo  periodo, facilitato peraltro dalla piena
disponibilità di quanti (a cominciare dal prof. Pezzino) hanno già lavorato approfonditamente sulla
materia, a contribuire e partecipare al proseguo del lavoro fino al suo compimento.
Naturalmente, un lavoro di così ampio respiro richiederà un coordinamento, a cui
provvederà essenzialmente l’Istituto nazionale, con gli Istituti storici interessati. Richiederà inoltre
disponibilità di fondi, attualmente assai limitati data la scarsità di risorse di cui dispongono sia
l’ISMLI sia l’ANPI. La necessaria ricerca dei finanziamenti potrà trovare sbocchi concreti non solo
in un apporto effettivo del Ministero della Pubblica istruzione, ma anche in un eventuale contributo
da parte della Germania (tema al quale sarà dedicato un apposito paragrafo).  3
3. È stata presa in esame la documentazione disponibile e particolarmente quella acquisita dalla
“Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi ai
crimini nazifascisti” istituita con legge 15.5.2003  n. 107, e conclusa per fine legislatura, col
deposito di due relazioni, una di maggioranza e una di minoranza, trasmesse alla Presidenza della
Camera il 9 febbraio 2006, ma mai discusse in Parlamento. Il lavoro svolto dalla Commissione (che
era stato preceduto da un’indagine del Consiglio superiore della Magistratura militare e da
un’inchiesta svolta dalla Commissione giustizia della Camera) fu assai importante e produsse alcuni
risultati comuni su alcuni punti, nonostante la diversità di opinioni su altri aspetti; soprattutto
condusse all’acquisizione di un materiale documentale veramente imponente, solo in parte
accessibile anche a seguito delle  numerose “segretazioni” disposte nel corso dei lavori.
Peraltro, il lavoro della Commissione rischia di essere del tutto vanificato per varie ragioni:
prima di tutto le relazioni non sono state discusse in Parlamento e dunque non c’è stato un
pronunciamento parlamentare; in secondo luogo, le voluminose relazioni  sono ormai pressoché
introvabili, sicché ne occorrerebbe quanto meno una ristampa; infine, come già accennato, ci sono
parti comunque coperte dal segreto e occorrerebbe un provvedimento, o parlamentare o legislativo,
per “liberarle” e renderle accessibili a tutti. Da ciò la richiesta di rendere accessibili tutti i fondi
archivistici quale che sia la sede del deposito, disponendo il riordino e l’apertura di tutti i fondi al
fine di una piena  conoscenza  ed approfondimento di momenti cruciali della storia nazionale e
dunque non solo del tragico triennio ’43 – ’45 ma anche di quanto accaduto prima e dopo
l’inchiesta parlamentare.
4. Sempre in tema di documentazione, è apparso ed appare necessario anche il ricupero
dell’importantissimo materiale acquisito in sede giudiziaria, sia per i procedimenti già definiti sia
per quelli ancora in corso, ma in fase dibattimentale, sia infine per quelli archiviati o comunque non
iniziati formalmente, nonostante la raccolta di ampio materiale di documentazione. Materiale che
dovrebbe essere raccolto con i mezzi moderni di  cui ormai si dispone, informatizzato ed ammesso
alla divulgazione, attraverso la collocazione  in un sito appositamente dedicato. Esistono già
esperienze positive in questo senso per la raccolta  di materiale acquisito nel corso di diversi
procedimenti (ad esempio, quelli relativi alla strage di Brescia); esperienze che possono utilmente
essere ripetute sul piano della conoscenza, al fine di una sperimentazione ben più ampia anche nel
campo delle stragi nazifasciste.
5. E’ stato effettuato un intenso lavoro diretto a ottenere che delle stragi e di tutto quanto
accaduto si occupi, in modo approfondito, il Parlamento, dando così un indirizzo preciso anche ai
fini della ricerca della verità, della giustizia e delle responsabilità.
È nota infatti la vicenda che ormai va sotto il nome di “armadio della vergogna” (sulla quale
si veda l’ampio lavoro compiuto da Franco Giustolisi, raccolto nel volume “L’armadio della
vergona”. Nutrimenti 2004). Nel 1994, nel corso delle indagini sulla tragedia delle fosse Arbeatine,
si verificò un sorprendente ritrovamento negli archivi della Procura generale militare di Roma:  un
migliaio di fascicoli, ai  quali nessuno aveva messo mano per  lungo tempo, dei quali circa 695
dovevano poi essere trasmessi alle singole Procure militari competenti per  territorio, in quanto
contenenti notizie di reato e gli altri, invece, ritenuti privi di interesse ai fini di indagini processuali.
Fascicoli che, peraltro e contrariamente a quanto affermato da alcune  parti sono state sempre
governati con attenzione e vigilati, con comportamenti certamente non limitati alla semplice
negligenza e con evidenti responsabilità non riconducibili soltanto a comportamenti di singoli
soggetti.
Tant’è che perfino nell’ambito dei suddetti 595 fascicoli, ben 273 non furono inviati
concretamente alla Procura competente, neppure quando l’Armadio fu scoperto; per cui la 4
Commissione parlamentare d’inchiesta presentò specifica denuncia, al riguardo, ala Magistratura di
Roma.
Risultò, come è noto, che il Procuratore Generale dell’epoca aveva disposto (sui 695
fascicoli) un’archiviazione provvisoria: un provvedimento assolutamente irregolare e ritenuto
generalmente illegittimo (v. da ultimo, il volume già citato su “La ricostruzione giudiziaria dei
crimini nazifascisti in Italia”, pag. 112). Di questa gravissima vicenda ci si occupò in sedi diverse e
precisamente in sede parlamentare con la costituzione della Commissione Parlamentare di inchiesta
di cui si è già detto e con le due relazioni conclusive di cui si è fatto cenno; e in sede giudiziaria,
mediante la Commissione d’inchiesta costituita nel 1996, attraverso l’organo di autogoverno della
magistratura militare. Mentre  quest’ultima concluse rilevando  soprattutto un comportamento
“fortemente negligente” di alcuni magistrati militari, in sede parlamentare si rilevarono anche le
connessioni con direttive di ordine politico. Peraltro, come si è detto, è rimasto a tutt’oggi non
esplorato il campo delle vere e complessive responsabilità; che è un fatto in sé gravissimo ma anche
assai deprecabile per le conseguenze e gli effetti, che si protraggono fino ai nostri giorni. Di fatto,
una quantità di processi, si è potuta mettere in moto soltanto molti anni dopo i fatti, con tutte le
difficoltà connesse logicamente al decorso del  tempo ai fini della raccolta di documenti e
testimonianze. Questo lavoro, a giudizio del gruppo, dev’essere condotto a compimento, per ragioni
di verità e di giustizia e perfino per ragioni umane. In effetti, se un Presidente della Repubblica
tedesca è venuto in Italia ed ha chiesto scusa alle vittime della strage di Marzabotto  e dintorni ed ai
loro familiari, da parte italiana non è venuta nessuna scusa per tutto ciò che attiene alla vicenda di
cui si tratta; né alcuno si è fatto carico dei suoi disastrosi effetti concreti. È tempo, ritiene il gruppo
di lavoro, che si concluda questa pagina, con una riparazione piena e totale e con una altrettanto
piena assunzione di responsabilità.
Di fatto, in qualche modo, alle citate carenze, ha potuto supplire la buona volontà di alcuni
Magistrati della magistratura militare; soprattutto rilevante è stata, anche se per forza di cose, non
sempre decisiva dato il decorso del tempo, la svolta compiuta anche attraverso nuovi metodi
investigativi a partire dal 2003 (per più ampie e diffuse notizie, vedere ancora il citato volume di
Buzzelli, De Paolis e Speranzoni, particolarmente pag. 124 e ss.).
Questi aspetti, fortemente positivi, non hanno potuto però da soli riparare allo sfregio che
dalle citate vicende è stato recato anche alla memoria collettiva; da ciò l’urgente e assoluta necessità
della già ricordata riparazione.
6. Gli sforzi compiuti da parte di diversi magistrati militari, con esiti largamente positivi e
significativi, rischiano peraltro di andare vanificati, al di là delle più importanti affermazioni di
principio, per la mancata esecuzione dei provvedimenti adottati in sede giurisdizionale.
Non risulta neppure se il Ministero degli esteri e quello della giustizia abbiano dato corso
alle richieste, pur formulate dai Tribunali militari più volte, di favorire – mediante opportuni
interventi presso le corrispondenti autorità tedesche – l’esecuzione dei provvedimenti di carattere
penale e di quelli civilistici contro singoli, non essendo più possibile, come si dirà oltre, portare
avanti ancora richieste e dar corso a iniziative di esecuzione nei confronti del Governo tedesco in
quanto civilmente responsabile, a seguito di quanto deciso di recente dalla Corte dell’Aja sulla
immunità degli Stati nei confronti di richieste e procedimenti giudiziari provenienti da altri Paesi.
Su questo piano, dunque, c’è ancora molto da fare; e in particolare è doverosa la richiesta ai citati
Ministeri competenti, di fare tutto quanto necessario perché sia resa giustizia almeno nei confronti
dei singoli responsabili. 5
Di recente, si sono ricevute alcune assicurazioni al riguardo, ma è chiaro che non di questo si
tratta, ma di impegni e interventi molto fermi e precisi.
7. Tutto quanto si è detto nei paragrafi precedenti rende improrogabile un serio intervento del
Parlamento, che discuta, rifletta, indirizzi, per raggiungere quegli obiettivi di verità e giustizia di cui
più volte si è parlato.
Si è dunque deciso di prendere contatto con gruppi parlamentari e con Parlamentari
comunque al corrente dei problemi che stiamo trattando, per l’assunzione di iniziative parlamentari.
Il gruppo di lavoro è arrivato anche a predisporre bozze di strumenti parlamentari, che potessero
servire come base di partenza per le iniziative parlamentari, tenendo conto di tutto il lavoro già
comunque compiuto in questa sede.
L’esito dei contatti è stato positivo, tant’è che in data 31 maggio 2012 è stata presentata al
Senato un’ampia interpellanza, sottoscritta da tutti i componenti di un gruppo parlamentare (Partito
democratico) ed aperta all’adesione di qualunque parlamentare, quale che ne sia il gruppo di
appartenenza, che concordi col suo contenuto. Di tale interpellanza, si ritiene opportuno allegare in
questa sede trattandosi di un’iniziativa frutto di un lavoro comune, tutta la parte “dispositiva” (o
meglio di richiesta) (All.to 1), non senza precisare che analoghi  contatti si stanno svolgendo alla
Camera per ottenere che anche in quella sede venga presentata una simile interpellanza.
È del tutto evidente peraltro, che in questa particolare fase della vita politica e di quella
parlamentare, non sarà facile ottenere la pronta trattazione e l’approfondita trattazione che si
ravvisano come necessarie per tutte le ragioni già esposte.
Occorre quindi avviare una forte campagna del Paese, su tutta la tematica delle stragi, per
elevare il tasso di conoscenza, d’interesse e di  sensibilità attorno ad essa (si parla di circa
quindicimila morti) ed ottenere che da  un rinnovato e diffuso impegno di conoscenza e
sensibilizzazione derivi un impulso  anche per l’iniziativa  parlamentare. È sempre in vista di tale
necessità che il gruppo di lavoro ha ravvisato non solo la finalità e l’opportunità di una campagna di
informazione e sensibilizzazione, ma anche quella  di una eventuale promozione di un’ulteriore
iniziativa che serva di stimolo al Parlamento e precisamente di una petizione popolare, da mettere in
campo rapidamente e con gli stessi obiettivi. Il testo della eventuale petizione popolare viene
allegato al presente documento, per opportuna conoscenza, anche se ovviamente si tratta di uno
strumento che per sua natura non può che essere sintetico e molto specifico (All.to 2).
8. Si è dovuta affrontare peraltro anche un’altra tematica di estrema importanza ed interesse,
sempre connessa alla vicenda delle stragi nazifasciste.
Dovrebbe essere noto che in alcuni procedimenti giudiziari, negli scorsi anni, fu deciso di
chiamare in causa come responsabile civile anche il Governo tedesco; alcuni Tribunali emisero
sentenze di condanna a risarcimenti e indennizzi non solo nei confronti dei singoli soggetti, ma
anche nei confronti del responsabile civile. Scelta che fu avallata anche da alcune importantissime
decisioni della Suprema Corte di Cassazione, che affermò il principio che di fronte a “crimini
contro l’umanità” la sovranità degli Stati e le varie forme di relativa immunità dovessero cedere il
passo, ammettendosi quindi la risarcibilità per i danni e l’eventuale riparazione anche a carico dei
Governi in quanto responsabili civili (Ordinanza 14201 del 29.5.2008  delle Sezioni Unite civili;
sentenza 5004/04 delle Sezioni Unite penali ed altre). La Germania  fece ricorso alla Corte dell’Aja
contro queste decisioni e la Corte, con sentenza del 3 febbraio 2012, ha sostanzialmente accolto il
ricorso, riaffermando l’assolutezza  del principio della intangibilità  della sovranità degli Stati da
parte di altre giurisdizioni, anche contro le più avanzate e moderne tendenze, che distinguono tra le 6
efferatezze connesse comunque ad ogni guerra ed i crimini contro i diritti umani e soprattutto nei
confronti di civili, e ritengono che di questi ultimi gli Stati possano essere chiamati a  rispondere
sotto il profilo civilistico.
La sentenza della Corte dell’Aja è stata da più parti criticata, per la rigida chiusura ad ogni
processo di avanzamento dei principi di fondo che regolano il rapporto fra gli Stati, soprattutto a
fronte dei casi di quella che è stata più volte definita la “guerra contro i civili”. Ma essa ormai fa
stato, almeno fino a quando non vi sarà una diversa maturazione negli stessi membri della comunità
internazionale; e non si può che prenderne atto, non senza rilevare  però che la stessa decisione
contiene chiare aperture per possibili soluzioni da raggiungere attraverso accordi fra gli Stati.
In questo senso, dunque, ci sono stati alcuni incontri tra le Associazioni interessate
particolarmente a questi aspetti, fra cui l’ANPI, e il Ministero degli esteri; incontri che hanno
permesso di seguire l’iter di quella strada indicata come possibile dalla stessa Corte dell’Aja.
Sembra che, allo stato, vi siano molte difficoltà, da parte della Germania a procedere a risarcimenti
individuali;  aggiori disponibilità sembrerebbero esserci, ma finora non c’è nulla di concreto, per
forme di “risarcimenti indiretti” o di “riparazione”. Ma è una strada tutta da percorre e per ora –
forse anche indipendentemente dalla buona volontà del nostro Ministero degli esteri – piuttosto in
salita.
La linea che qui si indica, d’intesa con le altre Associazioni interessate alla materia, è chiara:
– In linea di principio, gli ingenti danni alle persone e cose debbono essere risarciti;
– Occorre, in ogni caso, una piena ed esplicita assunzione di responsabilità, da parte della
Germania, in ordine a tutti gli atti di barbarie compiuti dal proprio esercito o parti di esso, in tutto il
territorio italiano dal ’43 al ’45;
– È imprescindibile l’adozione di una linea di “riparazione”,
2
secondo i più moderni concetti e
le più note esperienze intendendosi, per tale, atti concreti, come  il contributo ad iniziative già
esistenti finalizzate alla memoria, l’erogazione dei fondi con destinazioni specifiche in favore dei
Comuni più colpiti; la creazione di una “fondazione” a Roma con la compartecipazione della
Germania, per il coordinamento di tutte le azioni e le iniziative utili al consolidamento della
memoria e alla ricerca della giustizia e della verità (fondazione che ben potrebbe collegarsi
all’iniziativa riferita nel paragrafo 2) e relativa alle intese tra l’ANPI e l’Istituto per la storia del
movimento di liberazione in Italia); l’adozione di misure riparatorie di vario genere che servano alla
conoscenza e alla memoria, con l’utilizzo di monumenti e simili in Italia e in Germania, ed anche
con l’uso della multimedialità, per la completezza della conoscenza e della informazione. Per un
esempio recente di possibili soluzioni riparative, va ricordata la legge adottata dal Canada il 28.4.10
finalizzata a “riconoscere le ingiustizie commesse nei confronti di persone di origine italiana
considerate come “nemico”, nonché a prevedere “indennizzi” convenienti per il finanziamento di
progetti per l’educazione del pubblico”. Ovviamente, la situazione è ben  diversa rispetto alle
atrocità commesse in Italia da rappresentanti dell’esercito tedesco; ma è da segnalare quanto meno
la significativa volontà di indennizzare e riparare.
In sostanza, dunque, ciò che è necessario è che il Governo italiano si impegni a fondo nella
trattativa con la Germania, per ottenere non dei modesti “premi di consolazione”, ma atti effettivi e

2
Sulla cosidetta “giustizia riparativa” denominata anche come “giustizia di transizione”, v. fra l’altro – E. Fronza. Introduzione al
diritto penale internazionale – Milano – 20120, p. 13 – 16; S. Buzzelli “Giudicare senza necessariamente punire”, nel volume più volte
ricordato, pag. 26 ss.; testo del BILL c. 302 della House of Commons of Canada approvato il 28.4.10. 7
concreti di riconoscimento delle responsabilità, di disponibilità per risarcimenti diretti e indiretti, e
per forme di “riparazione” concrete e tangibili,  che abbiamo una particolare significatività nei
confronti delle attese delle popolazioni e dei cittadini interessati.
3
L’ANPI e le altre Associazioni interessate vigileranno perché si arrivi a soluzioni concrete e
accettabili, che rechino un effettivo contributo alla giustizia ed alla verità.
Le responsabilità della Repubblica  federale della Germania non esauriscono peraltro il
campo dei doveri e degli obblighi riparatori, che riguardano anche lo Stato italiano (Parlamento e
Governo), al quale vanno attribuite responsabilità politiche generali, per tutto quanto accaduto dopo
le stragi e nell’intero dopoguerra, e responsabilità specifiche, per l’occultamento e l’illegale
governo dei fascicoli di cui si è già detto e per l’attività che in generale fu svolta, in varie forme, per
impedire il corso della giustizia.
Restando fermo che le azioni riparatorie della Germania e dello Stato italiano potrebbero
anche confluire, per alcuni aspetti, in iniziative comuni.
9. Occorre, infine, non arrendersi di fronte alla decisione della Corte dell’Aja e restare fedeli ai
princìpi enunziati così puntualmente dalla stessa Corte di Cassazione con le citate sentenze del 2004
e 2008. Bisogna, cioè, dare un fattivo contributo, sul piano dell’orientamento e delle idee perché
avanzi e si rafforzi – a livello nazionale e internazionale – il movimento per l’affermazione di un
preciso limite alla sovranità ed alla immunità degli Stati: quello della inestensibilità delle regole
della prassi internazionale, in materia, in relazione a fatti di tal gravità da non poter essere
considerati come atti di guerra, ma come “guerra ai civili” e “crimini contro l’umanità” e comunque
fatti che attengano a veri e propri misfatti barbarici. La sentenza dell’Aja afferma che solo alcuni
Stati sono sensibili all’introduzione di questi limiti, mentre gli altri propendono per l’immunità in
ogni caso nei confronti di qualsiasi iniziativa giurisdizionale di altri Paesi; ebbene, bisogna che
cresca il novero di coloro che  davvero credono nell’esigenza di rispetto dei  diritti umani  e non
tollerano che essi possano essere impunemente violati e calpestati, anche in periodo di guerra. È ben
vero, che come è stato giustamente rilevato, questo si inserisce nel dato di fatto che è ancora troppo
limitato e ritardato lo sviluppo di  una vera e propria cultura della pace (v. volume ulteriormente
citato, p. 139); ma stiamo parlando di barbarie  e di atrocità spesso inimmaginabili, sempre
perpetrate contro civili inermi; e dunque è davvero doveroso che se ne tenga conto anche nel
contesto dei rapporti tra Stati, perché la tutela dei diritti umani deve essere garantita al di là di ogni
possibile limite.
10. Il gruppo di lavoro non considera esaurito il suo compito con la serie di iniziative già
adottate e con le proposte e le richieste formulate e più sopra sintetizzate. C’è ancora molta strada
da percorrere e il cammino non sarà facile, ma non si potrà essere soddisfatti fin quando i due
obiettivi più volte richiamati (verità e giustizia) non saranno stati raggiunti.  Certo non occorre
precisare ancora, dopo quanto si è detto, che la parola giustizia va intesa in senso ampio e dunque
non solo giurisdizionale, ma anche come funzionale alla ricostruzione storica, considerando inoltre
la cosiddetta “giustizia riparativa” nel più ampio senso che emerge da quanto rilevato; e tutto, nel
quadro della ricerca e dell’affermazione della verità.

3
Come è noto, fu istituita a suo tempo una Commissione  italo-tedesca per la ricostruzione storica della vicenda
di cui ci stiamo occupando e lo sviluppo di una “comune cultura della memoria”. La Commissione sta per  completare i
suoi lavori e sembra anche orientata a formulare alcune proposte, tra cui – secondo notizie di stampa – la creazione di
luoghi che ricordano le sofferenze subìte  dagli internati militari italiani, l’istituzione di una Fondazione italo-tedesca di
storia contemporanea, la creazione di un “memoriale” a Padova o a Roma (Corriere della Sera, 26.3.2012). Come si
vede si tratterebbe di ben poco rispetto alle attese e, a nostro avviso, anche di quanto oggettivamente dovuto. 8
***
IN ESTREMA E CONCLUSIVA SINTESI, l’obiettivo del raggiungimento di una completa
verità e giustizia sulle stragi tra il ’43 – ’45 è realizzabile attraverso le seguenti iniziative (alcune
già avviate ed altre da intraprendere):
1. Presenza dell’ANPI, come parte civile, in tutti  i procedimenti in corso davanti ai Tribunali
militari.
2. Completamento della mappa-atlante di tutte le stragi compiute dai nazifascisti sul territorio
italiano, nel suindicato periodo, attraverso:
a) la continuazione e il compimento dei lavori di ricerca già  avviati da Istituti storici,
ricercatori e studiosi;
b) la raccolta e la messa a disposizione di tutta la documentazione già acquisita in sede
parlamentare, liberata da ogni vincolo o segreto;
c) la raccolta, anche mediante informatizzazione di tutto il materiale acquisito in sede
giudiziaria nei processi definiti, in quelli ancora in corso e in quelli archiviati o comunque mai
avviati; con conseguente messa a disposizione di istituti storici, ricercatori, studiosi e cittadini;
d) realizzazione e completamento delle intese tra ANPI e l’Istituto per la storia del movimento
di liberazione in Italia, per ottenere un quadro completo ed esaustivo della tremenda pagina delle
stragi;
e) ricupero della piena accessibilità dei lavori e dei documenti  della Commissione
parlamentare d’inchiesta, e discussione in sede parlamentare sui risultati del lavoro compiuto dalla
Commissione e condensato nelle due relazioni conclusive;
3. Richiesta di assunzione di responsabilità da parte del Governo italiano per tutte le vicende
relative al cosiddetto “armadio della vergogna” con accertamenti definitivi anche della
responsabilità dei singoli e delle responsabilità politiche per i ritardi determinati dall’occultamento
dei fascicoli presso la Procura generale militare di Roma.
4. Sollecita trattazione, in Parlamento, delle interpellanze presentate al Senato il 31 maggio e di
altre interpellanze sul tema; individuazione delle modalità più opportune per una completa
trattazione delle varie questioni connesse alle stragi e al dopo  stragi, in sede di dibattito
parlamentare (v. all. 1).
5. Promozione di una petizione popolare, con acquisizione di firme e sollecita trattazione in
Parlamento (v. all. 2).
6. Promozione di una forte e diffusa campagna, nel Paese, per la conoscenza di quanto
accaduto, per le valutazioni del caso, per ottenere sensibilizzazione adeguata e pressioni sul
Parlamento per un dibattito finalmente  e completamente chiarificatore.
7. Richiesta al Governo e in particolare ai Ministri degli esteri e della giustizia, di adottare tutte
le possibili iniziative per favorire l’esecuzione, anche in Germania, delle sentenze esecutive già
emesse dai Tribunali militari italiani, intendendo per esecuzione sia quella inerente alle disposizioni
penali sia quella attinente alle statuizioni civili. 9
8. Attivare ogni sforzo presso il Ministero degli esteri e il Governo nel suo complesso, affinchè
la trattativa ipotizzata nella stessa sentenza della Corte dell’Aja proceda su binari spediti e
soddisfacenti, sulle seguenti linee:
– Riconoscimento pieno della responsabilità.
– Risarcimento dei danni subiti da vittime civili e dai loro familiari a seguito delle stragi.
– Iniziative di risarcimento in forma indiretta, mediante contribuzione da parte della Germania
ai Comuni interessati per la predisposizione di servizi in favore delle popolazioni colpite e per il
consolidamento della memoria.
– Iniziative di “giustizia riparativa” col concorso del Governo della Repubblica federale
tedesca nelle tante forme già sperimentate in altri Paesi (Polonia, Canada, ecc.). ormai note ma
certamente non esaustive della dimostrazione di una reale volontà riparatrice anche sotto il profilo
dell’ammissione di responsabilità e di contributo alla verità.
– Creazione, in Italia, di una Fondazione italo-tedesca per coordinare le iniziative di ricerca e
ricostruzione storica ed eventualmente anche le iniziative di “giustizia riparativa”.
– Iniziative nei confronti del Governo italiano perché riconosca a sua volta la responsabilità
per i ritardi determinati dall’occultamento di un migliaio di fascicoli, accerti la responsabilità di
singoli soggetti e quelle politiche, assumendo  atteggiamenti e comportamenti di giustizia, verità e
responsabilità nei confronti delle migliaia di vittime e loro familiari, che attendono da tempo che
qualche organismo responsabile formuli almeno le scuse e il rammarico per quanto accaduto.
9. Iniziative, anche sul piano politico-culturale per diffondere ed estendere – in Europa e nel
mondo – l’idea che la immunità degli Stati deve  trovare necessariamente un limite di fronte a
“crimini contro l’umanità” e/o “guerra contro i civili”.
10. Ampia diffusione del presente documento ai fini di una più completa conoscenza della
terribile vicenda delle stragi e di una partecipazione consapevole dei cittadini, dei Governi, del
Parlamento, di tutte le istituzioni, alle iniziative miranti alla chiusura in modo soddisfacente di una
pagina che rappresenta ancora un lato troppo oscuro e drammatico della storia recente del nostro
Paese.
Roma, 12 giugno 2012
Allegati:
1. Stralcio dell’interpellanza depositata in Senato il 31.5.12;
2. Bozza di petizione popolare;
Il gruppo di lavoro: Carlo Smuraglia, Luigi Marino, Enzo Fimiani, Luciano Guerzoni,
Edmondo Montali, Massimo Rendina, Toni Rovatti, Claudio Silingardi, Valerio
S

martedì 19 febbraio Biancavilla Sala Congressi presentazione del libro di Consuelo Lanaia “Padre Nostro”

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NOMUOS – Terranova (ANPI SICILIA): I manifestanti non sono delinquenti

Il movimento che si è sviluppato in Sicilia anche con la presenza dell’ANPI, contesta da tempo in modo pacifico, la istallazione a Niscemi del Muos. Essendo il Muos strumento di guerra e di inquinamento per un vasto territorio così come dimostrato da validi studi e malgrado il nuovo Governo Regionale  presieduto dal Presidente Crocetta a seguto di un voto dell’Assemblea Regionale, avesse deciso la sospensione dei lavori, i lavori non sono stati mai sospesi.

 Contro chi continua questa civile e pacifica lotta, le forze dell’ordine hanno provveduto a notificare un foglio di via.

 L’ANPI Sicilia protesta sia contro questo incredibile provvedimento, che paragona liberi cittadini a comuni delinquenti, che contro l’atteggiamento del Governo Nazionale che continua a ignorare  quanto deciso dal Governo Regionale e le giuste motivazioni  di chi protesta contro l’istallazione di uno strumento di morte, che anche per la sua vicinanza e  interferenza,  impedisce  l’apertura dell’aeroporto civile di Comiso, simbolo di pace per cui lottò e morì Pio La Torre.

Ottavio Terranova

Coordinatore ANPI Sicilia

Palermo 28 gennaio 2013

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