Fonte: sbilanciamoci.infoAutore: Vincenzo Comito Vincenzo Comito: Vecchi e nuovi problemi per l’economia tedesca

I due pilastri principali del successo industriale tedesco – auto e macchinari – sono sempre di più aggrediti dalle tecnologie digitali mentre quasi tutte le grandi società tedesche operano nella vecchia economia

Sono stati da poco pubblicati in Germania i dati economici per il 2016 ed essi appaiono molto positivi. Tra l’altro, il pil è cresciuto rispetto all’anno precedente dell’ 1,9%, cifra che, almeno in Europa, appare di tutto rispetto e comunque tale aumento è superiore a quello del 2015 ed, inoltre, esso si presenta come il più elevato degli ultimi cinque anni.

Contribuisce al risultato una bilancia commerciale in forte avanzo: le esportazioni hanno raggiunto nel 2016 i 1,2 trilioni di euro, più di un terzo del pil (Jones, 2017); il saldo export-import si è collocato intorno ai 300 miliardi di euro ed esso ha superato persino quello della Cina di circa 50 miliardi ed ha inoltre raggiunto il 9% del pil.

Si è verificata anche una certa crescita dei consumi interni. Essa è stata indotta dall’introduzione del salario minimo, che aveva invece suscitato, al momento del varo del provvedimento, molti timori tra gli economisti ed i politici più conservatori; inoltre, dall’aumento delle retribuzioni di molte categorie, nonché dalla dinamica positiva prodotta sui consumi dallo stesso arrivo di un’ondata massiccia di immigrati, circa un milione di persone in 18 mesi.

Certo si potrebbe fare molto di più per spingere gli stessi consumi, ma comunque la situazione appare un poco migliorata.

Il bilancio pubblico presenta, come nel 2015, un importante surplus.

Infine l’elevato livello degli ordini all’industria, rilevabile nel dicembre 2016, indica che l’andamento positivo dell’economia continuerà ancora almeno per diversi mesi nel 2017.

Le minacce tradizionali alla crescita dell’economia del paese

Da diversi anni e da molte parti vengono peraltro ricordate le tradizionali minacce potenziali che potrebbero contrastare, almeno nel medio termine, lo sviluppo dell’economia del paese.

Esse vengono individuate, tra l’altro, nel bassissimo tasso di natalità della popolazione; nella concentrazione del sistema economico su pochissimi settori (soprattutto auto, poi meccanica strumentale e chimica); nel povero stato di molte infrastrutture di base in mancanza di investimenti adeguati, in relazione anche alla volontà di mantenere il bilancio pubblico dentro i binari della più stretta ortodossia; nei rischi legati ad uno sviluppo trascinato dalle sole esportazioni, con una rilevante depressione invece della domanda interna; infine dalla debolezza della crescita della produttività, indotta anche dall’andamento non soddisfacente degli investimenti privati, fenomeni questi ultimi comuni peraltro a tutti i paesi occidentali importanti.

Cosa ha portato di nuovo il 2016 su tali fronti?

Per quanto riguarda il primo punto sopra ricordato, il recente, massiccio, ingresso nel paese dei profughi prevalentemente medio-orientali sembrava indicare una via per contribuire a risolvere con il tempo il problema, ma tale ondata si è poi arrestata di fronte all’ostilità anche molto forte di una parte almeno dell’opinione pubblica.

Per quanto riguarda la concentrazione dello sviluppo su pochi settori, niente è cambiato di recente e lo stesso è avvenuto per quanto riguarda il livello degli investimenti infrastrutturali: il bilancio pubblico è rimasto refrattario ad iniziative significative su tale questione.

In relazione invece al penultimo punto, va considerato che, accanto allo sviluppo delle esportazioni, è aumentato, come già indicato, anche se in misura limitata, il livello dei consumi interni e questa appare una novità rilevante. Infine anche nel 2016 abbiamo assistito ad una riduzione degli investimenti privati e ad un aumento molto basso nei livelli della produttività.

Intanto si vanno addensando piuttosto rapidamente nuove e minacciose nubi all’orizzonte. Ne segnaliamo due veramente di peso.

L’arrivo dell’economia numerica  

In un articolo pubblicato di recente su questo stesso sito ricordavamo le rilevanti minacce portate all’economia del paese dagli sviluppi recenti che toccano il settore dell’auto.

Da una parte, cresce rapidamente la produzione di vetture elettriche, in relazione anche alla stretta sulle norme ambientali registrabile in tutti i principali mercati del mondo, ciò che, vista la semplicità tecnica delle nuove auto, porta ad una sostanziale riduzione del mercato della componentistica, in cui la Germania eccelle, mentre esso comporta anche un aumento del peso delle vetture prodotte in Cina; dall’altra, lo sviluppo dell’auto a guida autonoma e una serie di altre novità (internet delle cose, mutamenti nella cultura e nelle modalità del trasporto) dovrebbero avere tra l’altro come conseguenza una drastica riduzione nel numero delle auto vendute ogni anno.

In parallelo si assiste ad una crescente numerizzazione del prodotto; circa il 50% -60% del valore di una vettura consisterà presto in apparecchiature e strumenti di tipo digitale (Chazan, 2017).

Tali sviluppi stanno contribuendo ad un massiccio ingresso nel settore delle grandi imprese esperte di tecnologie numeriche, sia cinesi che statunitensi, mentre impongono alle aziende tedesche un grande sforzo per recuperare un rilevante ritardo da esse accumulato sulla questione. I rischi di essere lasciati indietro appaiono molto rilevanti.

Ma la numerizzazione non tocca fortemente soltanto il settore dell’auto, ma anche, ad esempio, quello dei macchinari, altra grande eccellenza tedesca (non c’è quasi un’officina cinese che non ne possieda un qualche esemplare).

Così i due pilastri principali del successo industriale tedesco sono sempre di più aggrediti dallo sviluppo delle tecnologie digitali, mentre, più in generale, quasi tutte le grandi società tedesche operano nella vecchia economia (Chazan, 2017).

Ora la Germania è stata negli ultimi due secoli tra i paesi in testa dell’innovazione tecnologica del mondo; ma da qualche tempo essa sembra essersi addormentata, come del resto sta accadendo all’intera Europa, che assiste ormai quasi solo da spettatrice alla gara su tale fronte tra Cina e Stati Uniti. Dove sono le Silicon Valley europee?

Le minacce commerciali statunitensi

Registriamo ormai ogni giorno, come è noto, delle prese di posizione della nuova amministrazione americana che prendono di petto molti paesi, nell’ambito, tra l’altro, di una visione molto protezionistica delle relazioni economiche. In questo quadro non poteva mancare l’apertura da parte di Trump di un importante cahier de doléances nei confronti della Germania.

Il paese teutonico ha registrato nel 2016 un surplus commerciale con gli Stati Uniti di circa 65 miliardi di dollari, collocandosi dopo la Cina e appena dietro il Giappone (Jones, 2017). Il mercato statunitense è ormai per esso il primo mercato, assorbendo circa il 10% del suo export totale (Boutélet, 2017). Alcuni settori, come quello chimico, vendono più del 60% della loro produzione all’estero (Jones, 2017).

Il segretario al commercio statunitense, Peter Navarro, ha affermato che la Germania si sta avvantaggiando di un euro grossolanamente sottovalutato, ciò che danneggerebbe fortemente gli Stati Uniti, mentre Trump ha minacciato, tra le altre cose, di imporre dei dazi del 35% alle vetture della BMW se essa continuerà a vendere negli Stati Uniti quelle prodotte in Messico. Ora ricordiamo, a questo proposito, che l’industria dell’auto tedesca ha collocato nel 2016 oltre Atlantico veicoli e parti di ricambio per circa 32 miliardi di euro (Boutélet, 2017).

E’ stato calcolato che una chiusura totale dei rapporti tra i due paesi comporterebbe una perdita di 1,6 milioni di posti di lavoro diretti nel paese europeo (Boutélet, 2017).

Qualcuno è arrivato a ricordare la situazione tra le due guerre, quando i conflitti commerciali avevano contribuito a far affondare l’economia mondiale.

La reazione di Wolfgang Schauble alle accuse statunitensi è stata sorprendentemente quella di approfittarne per attaccare ancora una volta Draghi. Secondo le dichiarazioni del ministro dell’economia la colpa del surplus commerciale sarebbe da attribuire interamente alla BCE, che con le sue politiche di quantitative easing mantiene l’euro ad un livello molto basso di cambio con il dollaro.

A parte Schauble, comunque, la reazione delle imprese e del governo tedeschi è, per il momento, improntata alla cautela, ma le prime indicazioni mostrano che i vari gruppi industriali appaiono incerti su quanto potenziare gli investimenti in Usa e quanto invece cercare di sviluppare maggiormente nuovi mercati, in particolare in Asia, in Cina e altrove.

Conclusioni

L’economia tedesca è chiaramente soggetta, oltre che alle forte tensioni derivanti dal difficile andamento generale del progetto europeo sul piano economico come su quello politico, a forti difficoltà potenziali e specifiche provenienti da diverse parti.

Le possibili minacce al paese destano preoccupazione anche perché l’economia teutonica appare di gran lunga quella trainante nel nostro continente e un suo arresto, o una sua rilevante frenata, metterebbero in difficoltà in particolare i paesi più deboli come l’Italia.

I due pericoli delineati nel testo imporrebbero ancora di più all’Europa una più stretta integrazione economica e politica e, in dettaglio, l’avvio di grandi programmi comuni anche nel campo dell’economia numerica da una parte, un fronte unito, dall’altra, in un ambiente che sta cambiando velocemente e diventando per molti aspetti meno favorevole, in relazione in particolare alle strategie della nuova amministrazione statunitense, anche se non solo ad esse.

 

Testi citati nell’articolo

-Boutélet C., L’Allemagne redoute le protectionnisme américain, Le Monde , 31 gennaio 2017

-Chazan G., Why Germany needs to accelerate into the digital fast lane, www.ft.com , 25 gennaio 2017

-Comito V., I licenziamenti alla Volkswagen e il futuro tedesco, www.sbilanciamoci.info , 22 dicembre 2016

-Jones C., Germany’s exporters fear Trump effect on trade, www.ft.com , 1 febbraio 2017

Autore: fabio sebastiani Manovra bis. Il conto andrebbe presentato a Renzi che pur di vincere il referendum distribuì mancette e benefit. Ma la questione è ancora più seria: l’Italia non ce la farà ad agganciare la ripresa da: controlacrisi.org

Servono circa 3,4 miliardi di euro, una manovra bis che vale lo 0,2 per cento del Prodotto interno lordo. Ce la chiede l’Europa. Dovrebbe pagarli Renzi di tasca sua in realtà, ma questo è un altro discorso. E sorprende che nell’intervista a Repubblica uscita ieri l’argomento non viene quasi per nulla toccato. Eppure questo “deficit” è stato in parte accumulato grazie all’helycopter money che il premier si era costruito in casa per tentare di vincere il referendum distribuendo elemosine a destra e a manca.

Qualcuno aveva preventivato che l’Europa a marzo ci avrebbe presentato il conto. E invece la tirata d’orecchie è arrivata molto prima. La richiesta è piombata su Roma giusto la scorsa settimana e questa volta l’esecutivo non può più rinviare, dovrà mettere mano al portafoglio. Anche perché in caso contrario — la Commissione europea lo ha messo ben in chiaro nei contatti riservati delle ultime ore con il Tesoro — è pronta una procedura d’infrazione per deficit eccessivo a carico dell’Italia per il mancato rispetto della regola del debito.lo scorso autunno da Bruxelles, infatti, il deficit italiano viaggerà intorno al 2,4 per cento del Pil, due decimali al di sopra del target concordato a Bratislava e di quello che la Commissione considera il tetto massimo per evitare una micidiale bocciatura dell’Italia da parte dell’Eurogruppo, il tavolo dei ministri delle Finanze della moneta unica dominato dai rigoristi Dijsselbloem e Schaeuble. Renzi, sempre per stare ai documenti storici, fece un po’ di teatro tirando fuori la storia dell’ondata dei migranti, per fronteggiare la quale sarebbero serviti ben 4 miliardi (!); senza contare il fiume di lacrime, e di visite ufficiali di tutte le più alte cariche dello Stato, sull’altro grande dramma vissuto “dal Governo”, quello del terremoto. Risultato, l’Europa ci chiede i soldi e un bel gruppo di terremotati hanno protestato ieri ad Accumoli perché si sentono abbandonati.

“Sono in corso in questi giorni contatti con la Commissione europea per valutare i passi opportuni per evitare l’apertura di una procedura di infrazione”, fanno trapelare dal Mef a proposito della manovra aggiuntiva. E al tempo stesso, insistono da via XX Settembre, i contatti in corso servono anche per “scongiurare il rischio che interventi restrittivi sul bilancio compromettano la crescita riavviata nell’economia nazionale a partire dal 2014 ma ancora debole”. Peraltro, “non e’ ancora pervenuta alcuna lettera”, sottolineano le stesse fonti. Non c’è dubbio ma che Padoan stia passando un brutto quarto d’ora è poco ma è sicuro. Perché nella partita c’è anche lui, suo malgrado. Doveva essere lui “l’oggetto di scambio” con Bruxelles. Solo che l’ex sindaco di Firenze non si fidava abbastanza. Si sarebbe fatto da parte, come pare aver garantito Gentiloni, al momento giusto?

Polemiche e spigolature che in realtà nascondono il nodo vero: l’Italia non ce la fa ad agganciare la ripresa. E questo perché la crisi ha letteralmente stravolto, senza difesa alcuna, i suoi connotati economici.

Intanto, le classifiche internazionali di cui si parlerà in questi giorni a Davos ci collocano ventinovesimi per “servizi di base e infrastrutture”, ventottesimi alla voce “corruzione”, ventinovesimi in “imprenditorialità” e “intermediazione finanziaria”. E poi alcune contraddizioni, come nel caso dell’educazione: quattordicesimi per diritto all’accesso, solo ventottesimi per qualità della scuola. O alla voce occupazione: ventinovesimi in produttività, noni in “compensazioni salariali e non”. Detta in una battuta, e per usare un linguaggio da “esperti”: l’Italia non è un gran posto dove aprire un’impresa. Secondo il premio Nobel Spence, “l’Italia si deve dotare di una struttura imprenditoriale dinamica e flessibile, orientata all’innovazione di prodotto e di processo, recettiva delle novità sul fronte tecnologico e con un’etica del business contrapposta alla corruzione e ad altre pratiche illecite. E
con lei lo Stato”. E poi ci meravigliamo perché arrivano le bocciature delle agenzie di rating? E non è finita. “I problemi che affliggono il sistema bancario – aggiunge Spence – smaltire quelli che sono i debiti tossici,
ricapitalizzare le banche e ristabilire fiducia nei confronti degli istituti di credito”.

L’influenza della Rivoluzione Socialista di Ottobre nella Gioventù da. resistenze.org


Collettivi dei Giovani Comunisti (CJC) di Spagna | elmachete.mx
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

27/12/2016

Contributo dei Collettivi dei Giovani Comunisti (CJC) di Spagna, presentato al Seminario Internazionale della FMGD “L’influenza della Grande Rivoluzione d’Ottobre”, realizzato in Messico, nel quadro del II Congresso della Federazione dei Giovani Comunisti (FJC Messico).

Cari compagni, amici e amiche.

In primo luogo a nome della direzione dei CJC voglio ringraziare gli organizzatori per l’invito che ci hanno esteso a questo seminario internazionale, in particolare ai compagni della FJC per la loro magnifica ospitalità. Per i comunisti del nostro paese è di particolare interesse poter condividere esperienze e vissuti con i giovani di tutto il mondo, in particolare del continente latinoamericano, visto gli avvenimenti caldi che stanno accadendo in questa regione.

Rispetto alla tematica del seminario, vogliamo iniziare segnalando che a nostro parere la Rivoluzione Socialista d’Ottobre è stato un punto di svolta, non solo per la gioventù, ma per l’insieme dell’Umanità.

Grazie alla Rivoluzione d’Ottobre l’Umanità ha potuto toccare con le proprie mani ciò che per secoli si era ipotizzato: una società libera dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. La Rivoluzione d’Ottobre ha mostrato nella pratica come una società diversa fosse realmente possibile, una società dove al centro di tutto ci fosse la piena soddisfazione delle crescenti necessità di tutti i membri della società, così come la promozione del suo sviluppo integrale e multiforme.

In questo senso la presa del potere da parte della classe operaia nel 1917 ha aperto le porte a una nuova tappa della storia, l’epoca della transizione dal capitalismo al socialismo. Ci riferiamo a questa come a una tappa storica, cioè consideriamo che le attuali condizioni materiali esistenti diano il passo al transito verso la nuova società socialista-comunista. Il trionfo della controrivoluzione in URSS e nei paesi dell’Est non nega questo fatto, anzi, ci piace rimarcare che in nessun momento della storia una formazione socio-economica ha ceduto il passo in modo lineare a una nuova, senza contraddizioni, né retrocessioni temporanee. Lo stesso transito dal feudalesimo al capitalismo conferma questa tesi e le retrocessioni temporanee nell’epoca delle rivoluzioni borghesi non sono riuscite a fermare la tendenza storica all’abolizione del feudalesimo.

In concreto per quanto riguarda la gioventù, la Rivoluzione d’Ottobre dimostrò la superiorità del socialismo-comunismo in quanto a diritti dei giovani. Si potrebbe organizzare un unico seminario monotematico sui diritti che garantì il nuovo Stato socialista alla gioventù, in ogni caso per sintetizzare li riassumiamo in 3 assi:

– Diritti lavorativi: il regime sovietico garantì buoni salari, così come la partecipazione della gioventù lavoratrice agli organi del potere sovietico, insieme con il resto della classe operaia (sia nei suoi centri di lavoro che nelle altre istituzioni politiche). La gioventù godeva del pieno impiego, per cui l’agonia e l’insicurezza di poter rimanere senza lavoro in qualsiasi momento (e pertanto senza risorse per il proprio mantenimento) non esisteva. Inoltre, i e le giovani che avevano terminato i loro studi, firmavano già allora il loro primo contratto nel settore che gli corrispondeva. Inoltre l’impresa dove si lavorava, nel caso in cui avesse dovuto chiudere o ridurre il personale dell’impianto, aveva la responsabilità di cercargli un altro centro simile dove continuare l’attività lavorativa.

– Diritti degli studenti: L’insieme degli studenti aveva garantito l’accesso all’istruzione a tutti i livelli in modo gratuito e di qualità, inclusi tutti i materiali necessari per esercitare gli studi. Inoltre gli studenti partecipavano in forma effettiva alla presa di decisione nei diversi centri di studio (insieme con il resto del personale accademico e dei servizi), l’istruzione si basava sulle scienze più moderne con al centro dell’istruzione lo sviluppo umano integrale e non gli interessi delle grandi imprese, come accade nei nostri rispettivi paesi. Lo Stato socialista garantiva infrastruttura e tecnologia di punta agli studenti, perchè li considerava l’argilla fondamentale del futuro della società.

– Svago, cultura e altri: Senza voler entrare in grandi dettagli, il Governo operaio e contadino garantiva la sanità, lo sport e l’accesso alla cultura in forma gratuita ed effettiva. Esistevano numerosi circoli di interesse, affinché la gioventù potesse realizzare le proprie attività preferite. Esistevano numerosi club di svago, di centri stampa pubblici e molto altro, dove la gioventù poteva diffondere le sue inquietudini e dar sfogo alla propria creatività. Qualcosa di totalmente impensabile nella nostra società, dove la reddittività dei monopoli è quella che regola le poche attività culturali e di svago per la gioventù.

In definitiva, la Rivoluzione d’Ottobre ha dimostrato nella pratica, che le rivendicazioni concrete che fanno i giovani nei nostri paesi, non sono un’utopia e sono realizzabili, che il potere operaio e l’economia pianificata sono capaci di tutto questo e molto più. L’unico ostacolo esistente è lo stretto limite della società capitalista contemporanea.

In questo senso, i CJC considerano che sia necessario tenere i piedi per terra e che dobbiamo porre rivendicazioni concrete alla nostra gioventù, basate sui giusti sentimenti e sulle legittime preoccupazioni che abbiamo noi giovani. Ma in questo stesso senso, come organizzazioni rivoluzionarie dobbiamo esser capaci di far vedere che tutte le rivendicazioni e le lotte parziali che realizziamo, potranno realizzarsi in forma permanente solo fuori dai limiti del capitalismo. Dobbiamo far comprendere a tutta la gioventù che ogni conquista parziale deve integrarsi alla battaglia generale contro il capitalismo. Per questo consideriamo giusta l’affermazione di Lenin:

Non dobbiamo dimenticare che la lotta contro il governo per delle rivendicazioni particolari, per la conquista di singole concessioni, altro non rappresenta che piccola scaramucce col nemico, modeste avvisaglie di avamposti e che lo scontro decisivo è ancora lontano.”

Anche a livello organizzativo la Rivoluzione d’Ottobre ci ha lasciato una ricca eredità. Da questa apprendiamo che i e le giovani rivoluzionari/e devono essere organizzatori e agitatori giovanili. Per questa ragione uno dei nostri compiti è organizzare tutta la gioventù nelle sue rispettive trincee, integrandola così nell’esercito politico del proletariato. Per i CJC questo significa nella pratica la necessità di organizzare la gioventù lavoratrice nei propri luoghi di lavoro, gli studenti nei propri centri di studio e l’insieme della gioventù di estrazione popolare nei propri quartieri. Questa è l’unica garanzia di raggiungere tutte le rivendicazioni precedentemente menzionate.

Infine, sul piano internazionale la Rivoluzione d’Ottobre ci ha mostrato come la nostra situazione giovanile, la stessa che quella dell’insieme della classe operaia, è simile in tutti i paesi capitalisti e che le tendenze a peggiorare le nostre condizioni di vita e di lavoro sono simili.

Da qui sorge la necessità di educare la gioventù ai valori dell’internazionalismo proletario in costante lotta contro le concezioni nazionaliste, scioviniste o social-scioviniste, che vengano dalle trincee del nemico o dalle fila dei “presunti amici”. In questo compito i bolscevichi furono intransigenti e consideriamo che anche noi dobbiamo procedere così.

La storia ci dimostra come i monopoli promuovono la guerra per garantire i loro interessi e abituare ad utilizzare la gioventù come carne da cannone nelle sue conflagrazioni militari. In questo senso consideriamo che dobbiamo preparare ed educare i nostri giovani ad affrontare le lotte che stanno per venire, principalmente alla luce delle crescenti tensioni e contraddizioni inter-imperialiste.

Così crediamo sia imprescindibile concepire il nemico così com’è, per non inviare la gioventù a lottare sotto bandiera altrui.

Questo significa chiarificare che l’imperialismo, è il capitalismo dei monopoli. Cioè che l’imperialismo è il capitalismo nel suo sviluppo contemporaneo e che pertanto non si basa sulla potenza di chi “attacca prima” o di chi più bellicoso si mostri sulla scena internazionale. Allo stesso tempo e ciò è veramente difficile, bisogna esser capaci, come fece Lenin, di utilizzare le contraddizioni inter-imperialiste per collocarci nelle migliori condizioni di sferrare il colpo definitivo ai governi borghesi.

Consideriamo che l’esperienza della Prima Guerra Mondiale mostra ben chiaro come sotto determinate circostanze di pressione l’opportunismo agisca come comparsa dell’imperialismo e alimenti lo spirito social-sciovinista, allontanandosi dai nobili principi internazionalisti.

In questo modo pensiamo che sia importante far vedere a tutta la gioventù che i monopoli sono il nemico principale, giacché sono questi che negano tutti i diritti a costo dei loro offensivi benefici. In coerenza con questo, la gioventù non può esser preda degli interessi di una determinata potenza imperialista o dell’altra, ma deve combattere la borghesia e il potere dei monopoli, siano questi nazionali o stranieri.

In definitiva l’orientamento rivoluzionario, l’organizzazione di massa e la chiarezza ideologica sotto i principi dell’internazionalismo proletario, sono gli elementi chiave che faranno godere alla gioventù il futuro in una nuova società libera da sfruttamento e oppressione. Rendendo realtà l’affermazione di Engels che costituirà il vero “salto dal regno della necessità al regno della libertà”.

Molte grazie.

Fonte: il manifestoAutore: Roberto Ciccarelli Mille nuovi precari. volontari al posto dei lavoratori ai Beni Culturali

Emanati due nuovi bandi per creare un esercito di precari pagati 433 euro al mese. Tempo di scadenza: un anno. E poi si ricomincia. L’uso dei fondi europei destinati al programma “Garanzia Giovani” per tappare i buchi prodotti dal turn over e dai tagli dell’austerityNuovo anno, stessa musica al ministero dei beni culturali. Dopo il bando per 29 volontari del servizio civile impiegati per compiti di spiccata professionalità durante il Giubileo , ne sono stati emanati altri due per 1121 volontari. Il primo bando richiede 71 volontari per il Mibact, 17 per il Ministero dell’Ambiente e 22 per il Ministero dell’Interno. Il secondo , pubblicato il 2 gennaio prevede 1050 volontari del Servizio Civile, di cui mille andranno al Mibact. Questi ultimi saranno inquadrati nel fallimentare progetto «Garanzia giovani», lavoreranno in 215 sedi su tutto il territorio nazionale. I bandi fanno seguito a un accordo del 2014 tra il Mibact , la presidenza del consiglio e il ministero del lavoro sull’«occupazione» di 2 mila giovani, età fino ai 28 anni, per 9 o 12 mesi senza inquadrarli in una mansione professionale.

I fondi europei che dovevano essere usati per affrontare la disoccupazione giovanile, sono usati in Italia per reclutare forza lavoro per colmare i buchi prodotti dal blocco del turn-over e dai pensionati non sostituiti da nuove leve. In più l’uso di garanzia giovani, in questo e altri contesti, servirà a drogare le statistiche sull’occupazione giovanile permettendo al governo di esibire un «successo» quando l’Istat pubblicherà i prossimi dati sull’occupazione. Da un paio d’anni a questa parte il Mibact di Franceschini si è posizionato senz’altro all’avanguardia della trasformazione semantica del volontariato, degli stage permanenti in «lavoro». Lo strumento principale è il servizio civile. In cambio i ragazzi possono avere la soddisfazione (si fa per dire) di mettere un’«esperienza» nel curriculum. Questi lavoratori travestiti da «volontari» guadagneranno 433,80 euro al mese per 5.200 euro all’anno. Un gran bel risparmio per l’austerity nei beni culturali, visto che un contratto anche part-time potrebbe costare senz’altro più del doppio. Così lo Stato occulta il precariato, cancella i titoli e de-professionalizza giovani già formati e pronti per un lavoro.

E dopo un anno di lavoro mascherato che faranno questi ventenni? Nulla: non avranno nulla in mano e ricominceranno il giro della ruota del criceto. Alla ricerca di un nuovo lavoro precario travestito da stage, da apprendistato o da servizio civile. Magari intervallandolo con un’infornata di voucher per un’ente locale come il Comune di Torino, e non solo, per un bar o risto-pub in città.

«Il bando, con una cifra molto elevata rispetto agli anni passati, arriva in un momento particolare, nel quale il Mibact si trova sotto organico di almeno 3 mila unità. Si usa lo strumento del Servizio Civile per risparmiare e coprire buchi di personale, evitando il collasso» sostiene Leonardo Bison, attivista della campagna «Mi Riconosci?». «Hanno trovato un altro modo per avere mille schiavi. il servizio civile non è un modo per spendere fondi per l’occupazione – aggiunge Martina Carpani (Rete della Conoscenza) – Il Mibact spieghi perché cerca volontari e non assume personale».

***

*** Lavoro gratis e stage permanente: quando i bandi fanno cultura
Quinto Stato. Emergenza cultura. Anche nei beni culturali dilaga il reclutamento dei volontari al posto dei professionisti

*** Giubileo formato Expo: lavoro gratis nei beni culturali
Grandi eventi. Il caso dei 29 «volontari» nei beni culturali della Capitale. L’analisi dei bandi reclutano 1000 giovani per i 9 mesi dell’evento con funzioni che si sovrappongo a quelle dei professionisti. E inizia la mobilitazione.

*** Expo 2015, i dannati dell’evento
Come fai a “nutrire il pianeta” se non paghi i volontari che lavorano all’Expo? La promessa di un posto di lavoro impone di mostrarsi disponibili, flessibili e occupabili in ogni mansione. L’uso del lavoro gratuito crea nuove gerarchie e viene spacciato come un’occasione per arricchire il «curriculum vitae». Siamo a Milano, Italia, 2015.

SEGUI SUL MANIFESTO

Fonte: help consumatoriAutore: redazione Prezzi e tariffe, nel 2017 potrebbe arrivare una stangata di quasi 800 euro. I calcoli di Federconsumatori e Adusbef

Nel 2017 la stangata di prezzi e tariffe toccherà quota +771 Euro annui, per una famiglia media. È quanto comunicato da Federconsumatori e Adusbef, in base ai dati elaborato dall’O.N.F. – Osservatorio Nazionale Federconsumatori. Previsione messa a dura prova dai rincari annunciati per luce, gas e autostrade che da sole assorbiranno 115 euro annui, riducendo notevolmente il potere d’acquisto delle famiglie italiane.
“Il nuovo anno è alle porte, ma a giudicare dai primi segnali sul fronte dei prezzi nulla di buono aspetta le famiglie italiane”, commentano le due associazioni. “A trainare verso l’alto i prezzi, specialmente quelli dei trasporti, è l’aumento delle quotazioni petrolifere, che va di pari passo con un deprezzamento della valuta europea”.
Secondo Federconsumatori e Adusbef la previsione di aumenti per il 2017 è aggravata non solo dalla crescita dei costi energetici, ma anche da alcuni fenomeni speculativi o derivanti da inefficienze di sistema. Aumentano i costi delle assicurazioni e tornano a salire i costi bancari.
“Tali incrementi per molte famiglie risultano insostenibili”, affermano le due associazioni, “per questo è urgente una seria azione del Governo per controllare e contrastare ogni aumento ingiustificato, nonché per mettere in atto piani per il rilancio dell’occupazione e la redistribuzione dei redditi, fondamentali per rimettere in moto il nostro sistema economico”.

Fonte: sbilanciamoci.infoAutore: Vincenzo Comito Salva-banche, un percorso accidentato

L’intervento del governo a favore di alcune banche si annuncia come un percorso tortuoso tra Roma, Bruxelles, Francoforte e Berlino. E il salvataggio di Mps è già lievitato a 8,8 miliardi

La decisione troppo tardiva del governo di varare lo stanziamento di 20 miliardi per il salvataggio di alcune banche può far pensare, per qualche verso, alla prima tappa di un Giro o di un Tour; di frequente il primo tratto è breve, magari a cronometro e serve giusto per riscaldare i muscoli, in vista invece di un percorso che si rivelerà poi molto lungo e impegnativo, pieno di tappe di montagna tra le più dure.

Una corsa a tappe dura al massimo un po’ meno di un mese, ma quella appena partita potrebbe protrarsi molto più a lungo e il percorso potrebbe essere ripetuto più e più volte tra Roma, Bruxelles, Francoforte, Berlino. E il problema è anche che i nostri corridori non hanno mostrato sino ad oggi grandi doti di scalatori e neanche di velocisti.

Già il secondo passo del tragitto ha portato la prima sorpresa negativa e quelli della BCE hanno mostrato di concentrarsi sulla questione in maniera abbastanza malevola, applicando peraltro alla pratica quella forte dose di discrezionalità che è nel loro diritto. E così l’aumento di capitale richiesto per il MPS non è più di “soli” 5 miliardi, ma di 8,8, trattandosi di un intervento di salvataggio con capitale pubblico, ciò che nella logica perversa degli organismi comunitari comporta l’esigenza di imporre maggiori oneri. L’intervento dello Stato, in effetti, a Francoforte e a Bruxelles, oltre che a Berlino, è oggi considerato un male quasi assoluto. Ma anche in Italia c’è chi non scherza. Un importante quotidiano nazionale titolava ieri “Sventiamo la tentazione statalista”.

Non è chiaro quanta parte di tali somme spetterà sborsare all’operatore pubblico, trattandosi di questioni legate a formule molto complesse e per di più esoteriche. Qualcuno pensa che potrebbe trattarsi di circa 6,3 miliardi, ciò che lascerebbe ancora abbastanza spazio per gli interventi a favore delle altre banche in difficoltà. Con tale importo, comunque, l’azionista pubblico dovrebbe essere ampiamente in grado, se solo lo vorrà, di imporre in futuro le sue linee strategiche di intervento all’istituto, ammesso che ne metterà a punto qualcuna e che esse siano sensate, tutte cose di cui ci si può permettere di dubitare.

Temiamo inoltre che da parte del governo l’acquisizione di questa e di altre banche sarà considerata come una questione molto imbarazzante, voltandosi ogni volta i responsabili dall’altra parte per non vedere quello che succede e cercando poi di sbarazzarsi appena possibile della palla.

Una delle prime e più dure montagne da scalare è in ogni caso quella di Berlino. In tale peraltro piacevole città in generale appena si vede muoversi qualcosa dalle parti del Mediterraneo, intanto si comincia subito a sparare; poi si vedrà.

E così, anche in questo caso, si sono ovviamente levate molte voci perplesse.
Hanno cominciato i politici. Da una parte Hans Michelbach, rappresentante CDU nel comitato finanziario del Bundestag, ha dichiarato che nel caso del MPS le regole dell’UE sono state aggirate e che lo Stato italiano sta varando un aiuto illegale alla banca. Per non essere da meno Carsten Schneider, membro socialdemocratico dello stesso comitato, ha affermato essere del tutto inaccettabile che il contribuente debba salvare una banca che forse dovrebbe essere liquidata.

Poi sono venuti i tecnici. Il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, si è limitato a chiedere il rispetto delle sacrosante regole, suggerendo indirettamente che l’Italia le starebbe violando. Infine si è pronunciata Isabel Schnabel, membro del comitato dei cinque saggi, organismo che consiglia il governo in materia economica e che appare uno dei più forti presidi dell’ideologia ordoliberista nel paese, collocandosi quasi sempre a destra delle posizioni dello stesso governo. In Germania, sia detto en passant, i pochi economisti keynesiani hanno la vita molto dura e sono del tutto emarginati; presto saranno probabilmente estinti.

Ma, oltre che a Berlino, si incontreranno molte difficoltà anche a Francoforte e a Bruxelles, anche se alla fine ci dovrebbe essere uno sbocco positivo, sia pure circondato da molte condizioni. Del resto la stessa Bruxelles è piena di agenti tedeschi, a cominciare dal presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem. Anche costui ha già dichiarato che non sarà semplice portare la pratica al traguardo.

Una questione che anche come italiani non riusciamo a digerire (non è peraltro la sola) riguarda, nel caso del MPS, il trattamento degli obbligazionisti subordinati, come ha sottolineato anche Marcello Esposito su Repubblica. Appare inammissibile che essi siano trattati in maniera difforme da come è stato a suo tempo fatto con quelli delle quattro banche regionali. Quelli retail questa volta verrebbero interamente rimborsati e quelli istituzionali recupererebbero ben il 75% di quanto a suo tempo investito. Approfitterebbero della manna anche gli speculatori che hanno acquistato a suo tempo a vil prezzo tali titoli sul mercato secondario. E le obbligazioni senior che sarebbero interamente salvate? E’ ragionevole che Bruxelles voglia rivedere l’intera partita dei rimborsi. Ci aspettano dei mesi duri.

Autore: fabrizio salvatori Sono gli impiegati pubblici i nuovi proletari. Lo dice L’Istat da: controlacrisi.org

8,8 milioni di lavoratori senza rinnovo contrattuale e tra questi 2,9 milioni nel pubblico impiego, 1 milione circa nei settori dell’ Istruzione pubblica; aumenta il periodo medio di vacanza contrattuale, 83 mesi per i lavoratori del pubblico impiego; l’aumento dell’indice delle retribuzioni contrattuali orarie è il più basso dal lontanissimo 1982.
Tra novembre 2015 e novembre 2016, se le retribuzioni contrattuali orarie hanno fatto registrare uno striminzito incremento tendenziale dello 0,5% per i dipendenti del settore privato (0,3% nell’industria e 0,8% nei servizi privati), la variazione è stata addirittura nulla per i lavoratori dello Stato. Tanto è vero che è stato registrato l’incremento più basso dall’inizio delle serie storiche, il 1982, quindi degli ultimi 34 anni. Sempre l’Istituto Nazionale di Statistica dice che se un lavoratore italiano con il contratto scaduto, in media aspetta 3 anni e mezzo per il rinnovo (42,1 mesi a novembre), l’attesa raddoppia per i dipendenti pubblici.Marcello Pacifico (Anief-Cisal): “In tutti questi anni non è stata corrisposta ai lavoratori statali nemmeno quell’indennità prevista per legge, al fine di non far scendere sotto l’inflazione le buste paga dei lavoratori: dall’inizio del 2009 doveva, infatti, essere pagata almeno al 50 per cento rispetto al costo della vita. Così non è andata e oggi ci ritroviamo con gli stipendi pubblici sovrastati anche dall’inflazione di quasi il 20 per cento. Con l’intesa politica per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici, sottoscritta a fine novembre, che se verrà tradotta nel contratto, non solo porterà cifre ridicole nelle tasche dei dipendenti pubblici, ma nemmeno sanerà la mancata assegnazione dell’indennità prevista in mancanza di contratto”. “Con il pericolo concreto, alla luce dell’ultimo Def – conclude Pacifico – che la stessa indennità possa ora essere negata fino al 2021 e calpestando la normativa vigente in materia di tutela retributiva del pubblico impiego, a partire dall’articolo 2, comma 35, della Legge n. 203/2008, dalla legge finanziaria 2009 e anche dalle disposizioni previste dal Decreto Legislativo 150/2009. In conclusione, i ricorsi in tribunale sono inevitabili”.Per Francesco Sinopoli, neosegretario Flc-Cgil, il sindacato ha più volte stigmatizzato come dal 2009, per i lavoratori e le lavoratrici dei settori della conoscenza, “non si riesca a rinnovarne il contratto nazionale, nonostante una decisiva sentenza della Corte Costituzionale, che impone al governo di provvedervi con rapidità”. “L’apertura del tavolo di confronto tra la ministra Madia e i sindacati potrebbe far sperare in una soluzione positiva – aggiunge Sinopoli -. Occorre mettere riparo a una profonda ingiustizia, che vede lavoratori e lavoratrici della conoscenza agli ultimi posti della scala salariale europea, in particolare nel confronto di grandi nazioni come Francia, Germania o Spagna. Il rinnovo del contratto nazionale è una delle vie principali per colmare il gap salariale, per ricostruire fiducia in un mondo, quello della conoscenza, considerato ingiustamente e indebitamente talvolta marginale e talvolta costituito da “fortunati””.

Autore: Roberta Carlini Il caso Mediaset e l’”azienda Italia” da: controlacrisi.org

Paradossi, involontaria comicità e vendette della storia permetterebbero di raccontare la vicenda Vivendi-Mediaset come una commedia all’italiana. Ma non c’è niente da ridere, è una storia economica e politica che svela che nell’anno 2016 siamo ancora immersi fino al collo nel male che lì è cominciato

L’avvocato Niccolò Ghedini che si affida alla magistratura. Silvio Berlusconi che incita a “resistere, resistere, resistere”. Il governo che corteggia gli emiri del Qatar e rifiuta i capitalisti europei. Paradossi, involontaria comicità e vendette della storia permetterebbero di raccontare la vicenda Vivendi-Mediaset come una commedia all’italiana. Ma non c’è niente da ridere, è una storia economica e politica che svela che nell’anno 2016, a ventidue anni dalla discesa in campo di Berlusconi, siamo ancora immersi fino al collo nel male che lì è cominciato, con due zavorre-aggravanti in più: non avere la minima idea di una sistemazione dei confini tra stato e mercato (che dunque, in assenza di teoria, si tracciano à la carte , come serve); e di conseguenza proporsi, in tempi di nazionalismi e protezionismi risorgenti, ora per l’apertura delle frontiere ora per la loro chiusura, a seconda delle convenienze politiche del momento.

Vincent Bolloré, principale azionista e presidente del consiglio di sorveglianza di Vivendi, non è un benefattore. Ed è noto per i suoi modi spregiudicati, da squalo. In Francia parlano di un “metodo Bolloré”, che è molto simile a quello dello scorpione che si fa traghettare in groppa alla rana: entra nelle società con una quota minore, poi ne prende il controllo e se le mangia. Non gli piace fare il socio di minoranza, vuole comandare: cosa legittima nelle regole del mercato, tant’è che nessuno ha battuto ciglio quando questo potentissimo signore francese ha preso il controllo di Telecom, con una quota appena inferiore al 25 per cento. Con Bolloré la famiglia Berlusconi ha trattato fino ad aprile scorso per un’alleanza tra i due gruppi.

Poi a un certo punto il francese, non contento di come andavano le cose (e, ha detto, non tranquillizzato per quel che aveva visto nei conti Mediaset), ha rovesciato il tavolo e ha rotto le trattative. Dopodiché ha cominciato a comprare azioni sul mercato, fino ad arrivare – notizia dell’altroieri – al 20 per cento di Mediaset. Si tratta di una scalata “ostile”, nel senso che – a quanto se ne sa finora – non prelude a un accordo con il socio di maggioranza ma vuole scalzarlo.

Continua a leggere sul sito di Internazionale

www.resistenze.org – osservatorio – economia – 12-12-16 – n. 614 Nella piramide della distribuzione della ricchezza, l’1% superiore possiede il 51% della ricchezza del mondo; il 10%, l’89% della ricchezza mentre il 50% inferiore possiede solo l’1%

Michael Roberts  | thenextrecession.wordpress.com resistir.info
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Nella piramide della distribuzione della ricchezza l’1% degli adulti detiene il 51% di tutta la ricchezza globale, mentre la metà inferiore della piramide rappresenta gli individui che posseggono solo l’1%. In effetti, il 10% della popolazione adulta possiede l’89% di tutta la ricchezza del pianeta! Questo è il nuovo dato statistico nel 2016 secondo la relazione annuale sulla ricchezza globale di Credit Suisse.

Ogni anno, Credit Suisse presenta questo rapporto, scritto dal professor Tony Shorrocks, James Davies e Rodrigo Lluberas, realizzato per le Nazioni Unite. Commento i suoi risultati ogni anno e di solito è la mia notizia più condivisa.

L’ultima volta che ho parlato dei risultati di Credit Suisse, l’1% deteneva il 48% della ricchezza mondiale. Ciò significa che nel corso dell’ultimo anno e mezzo, la disuguaglianza globale rispetto questo parametro, è salita ancora una volta. La quota dell’1% superiore e la quota del 10% superiore della piramide della ricchezza mondiale erano scese tra il 2000 e il 2007: per esempio, la quota dell’1% superiore era diminuita dal 50% al 46%. Tuttavia, la tendenza si è invertita dopo la crisi finanziaria e le quote sono tornate ai livelli osservati all’inizio del secolo.

I ricercatori di Credit Suisse ritengono che questi cambiamenti riflettono principalmente l’importanza relativa dei patrimoni finanziari nel portafoglio delle famiglie, che sono aumentati di valore dal 2008, spingendo verso l’alto la ricchezza di molti dei paesi più prosperi e di molte delle persone più ricche nel mondo. Sebbene la quota dei patrimoni finanziari sia scesa quest’anno, le quote dei gruppi superiori continuano l’ascesa. All’altra estremità della piramide globale della ricchezza, la metà inferiore degli adulti possiede collettivamente meno dell’1% della ricchezza totale.

La ragione principale di questa enorme diseguaglianza è che ci sono tanti poveri (in termini di ricchezza) nel mondo. Non è così difficile appartenere al gruppo dell’1% superiore. Una volta che i debiti sono stati sottratti, una persona ha bisogno solo di $ 3.650 per essere nella metà più ricca dei cittadini di tutto il mondo. Tuttavia, servono circa 77 mila dollari per essere membri del 10% superiore dei titolari della ricchezza globale e 798.000 per far parte del primo 1%. Quindi, se si possiede una casa in qualsiasi grande città del ricco Nord senza un mutuo, si fa parte dell’1% superiore. Ti senti ricco? Questo dimostra quanto poveri sono la stragrande maggioranza delle persone del mondo con nessuna proprietà, senza contanti e certamente senza azioni e obbligazioni!

La ricerca mostra che 3,5 miliardi di persone – il 73% di tutti gli adulti del mondo – hanno una ricchezza al di sotto dei $ 10.000 nel 2016. Un ulteriore 900 milioni di adulti (19% della popolazione mondiale) rientrano nel range $ 10.000-100.000. I poveri sono concentrati in India e in Africa e nelle nazioni asiatiche più povere, con il 73% inferiore. Ma ci sono anche un numero significativo di persone povere per gli standard globali in Nord America e in Europa, con il 9% dei nordamericani, la maggior parte con patrimonio netto negativo, nel quintile a fondo della piramide e il 34% degli europei nella metà inferiore globale. Queste persone non solo non hanno ricchezza, ma sono in debito.

E chi sta meglio? Certo, non gli indiani. L’India ha appena il 3,1% delle persone della ‘classe media’ a livello globale (ricchezza tra $ 10.000 e 100.000) e tale quota è praticamente rimasta invariata. Al contrario, la Cina rappresenta un cospicuo 33% della classe media, dieci volte l’India – e tale proporzione è raddoppiata dal 2000. Ciò ci parla di un’espansione economica senza precedenti della Cina che ha tratto centinaia di milioni di persone fuori dalla povertà, anche se la disuguaglianza della ricchezza è aumentata.

In effetti, il numero di milionari, sceso nel 2008, ha mostrato una ripresa veloce dopo la crisi finanziaria ed è ora raddoppiato più del doppio dal 2000. Ci sono poi 32,9 milioni di milionari a livello mondiale vale a dire di adulti con più di $ 1 milione in proprietà o di risparmio netti. Ci sono però solo 140.000 persone in tutto il mondo che ne hanno più di $ 50. Ci sono infine più di 2.000 miliardari: sono queste le persone che possiedono realmente il mondo.


Supponendo che non intervenga nessun cambiamento nella disuguaglianza della ricchezza globale, ci si aspetta che nei prossimi cinque anni compariranno altri 945 miliardari, portando il numero totale dei miliardari a quasi 3.000. Più di 300 dei nuovi miliardari saranno del Nord America. La Cina è proiettata ad aggiungere più miliardari di quanti non ne conti tutta l’Europa, spingendo il totale della Cina sopra 420.

Credit Suisse stima che la ricchezza totale globale è ora di $ 334trn, o circa quattro volte il PIL mondiale annuo. Dopo la fine del secolo, ci fu in un primo momento un rapido aumento della ricchezza globale, con la crescita più veloce in Cina, India e altre economie emergenti, che rappresentavano il 25% della crescita della ricchezza, sebbene possedessero solo il 12% della ricchezza mondiale nel 2000. La ricchezza mondiale è diminuita nel 2008, ma ha mostrato una ripresa lenta, a un tasso significativamente inferiore rispetto a quello pre crisi finanziaria. In effetti, la ricchezza è diminuita in termini di dollari in tutte le regioni diverse da quelle del Nord America, Asia-Pacifico e dalla Cina dal 2010. Su una base di individuo-adulto, la ricchezza è cresciuta appena e la ricchezza mediana è diminuita ogni anno dal 2010. La media degli adulti si fa sempre più povera.

Negli ultimi 12 mesi, la ricchezza globale è cresciuta dell’1,4% ed ha appena tenuto il passo con la crescita della popolazione. Come risultato, nel 2016 la ricchezza per adulto non è cambiata per la prima volta dal 2008, approssimativamente a 52.800 dollari. Così la popolazione mondiale nel suo complesso non è diventata più prospera nell’ultimo anno e mezzo mentre l’ineguaglianza è cresciuta.

 

Fonte: agenzia direAutore: redazione Terremoti, la grande rapina del Governo sui fondi accumulati con le accise

Per far fronte alle opere di ricostruzione delle zone interessate dai terremoti del Belice (1968), del Friuli (1976), dell’Irpinia (1980), delle Marche/Umbria (1997), della Puglia/Molise (2002), dell’Abruzzo e dell’Emilia Romagna (2012) lo Stato in questi anni ha aumentato 5 volte le accise sui carburanti, consentendo all’erario di incassare in quasi 50 anni 145 miliardi di euro in valore nominale.
Se teniamo conto che il Consiglio Nazionale degli Ingegneri stima in 70,4 miliardi di euro nominali (121,6 miliardi se attualizzati) il costo complessivo resosi necessario per ricostruire tutte e 7 le aree fortemente danneggiate dal terremoto (Valle del Belice, Friuli, Irpinia, Marche/Umbria, Molise/Puglia, Abruzzo ed Emilia Romagna), possiamo dire che in quasi 50 anni in entrambi i casi (sia in termini nominali sia con valori attualizzati) abbiamo versato piu’ del doppio rispetto alle spese sostenute. Solo i piu’ recenti, ovvero i sismi dell’Aquila e dell’Emilia Romagna, presentano dei costi nettamente superiori a quanto fino ad ora e’ stato incassato con l’applicazione delle rispettive accise.L’Ufficio studi della CGIA, infatti, ha calcolato, sulla base dei consumi annui di carburante, quanti soldi ha riscosso lo Stato con l’introduzione delle accise che avevano la finalita’ di finanziare la ricostruzione di 5 delle 7 aree devastate dal terremoto.
“Quando facciamo il pieno alla nostra auto- esordisce il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo- 11 centesimi di euro al litro ci vengono prelevati per finanziare la ricostruzione delle zone che sono state devastate negli ultimi decenni da questi eventi sismici. Con questa destinazione d’uso gli italiani continuano a versare all’erario circa 4 miliardi di euro all’anno”.