Fonte: sbilanciamoci.infoAutore: Vincenzo Comito Vincenzo Comito: Vecchi e nuovi problemi per l’economia tedesca

I due pilastri principali del successo industriale tedesco – auto e macchinari – sono sempre di più aggrediti dalle tecnologie digitali mentre quasi tutte le grandi società tedesche operano nella vecchia economia

Sono stati da poco pubblicati in Germania i dati economici per il 2016 ed essi appaiono molto positivi. Tra l’altro, il pil è cresciuto rispetto all’anno precedente dell’ 1,9%, cifra che, almeno in Europa, appare di tutto rispetto e comunque tale aumento è superiore a quello del 2015 ed, inoltre, esso si presenta come il più elevato degli ultimi cinque anni.

Contribuisce al risultato una bilancia commerciale in forte avanzo: le esportazioni hanno raggiunto nel 2016 i 1,2 trilioni di euro, più di un terzo del pil (Jones, 2017); il saldo export-import si è collocato intorno ai 300 miliardi di euro ed esso ha superato persino quello della Cina di circa 50 miliardi ed ha inoltre raggiunto il 9% del pil.

Si è verificata anche una certa crescita dei consumi interni. Essa è stata indotta dall’introduzione del salario minimo, che aveva invece suscitato, al momento del varo del provvedimento, molti timori tra gli economisti ed i politici più conservatori; inoltre, dall’aumento delle retribuzioni di molte categorie, nonché dalla dinamica positiva prodotta sui consumi dallo stesso arrivo di un’ondata massiccia di immigrati, circa un milione di persone in 18 mesi.

Certo si potrebbe fare molto di più per spingere gli stessi consumi, ma comunque la situazione appare un poco migliorata.

Il bilancio pubblico presenta, come nel 2015, un importante surplus.

Infine l’elevato livello degli ordini all’industria, rilevabile nel dicembre 2016, indica che l’andamento positivo dell’economia continuerà ancora almeno per diversi mesi nel 2017.

Le minacce tradizionali alla crescita dell’economia del paese

Da diversi anni e da molte parti vengono peraltro ricordate le tradizionali minacce potenziali che potrebbero contrastare, almeno nel medio termine, lo sviluppo dell’economia del paese.

Esse vengono individuate, tra l’altro, nel bassissimo tasso di natalità della popolazione; nella concentrazione del sistema economico su pochissimi settori (soprattutto auto, poi meccanica strumentale e chimica); nel povero stato di molte infrastrutture di base in mancanza di investimenti adeguati, in relazione anche alla volontà di mantenere il bilancio pubblico dentro i binari della più stretta ortodossia; nei rischi legati ad uno sviluppo trascinato dalle sole esportazioni, con una rilevante depressione invece della domanda interna; infine dalla debolezza della crescita della produttività, indotta anche dall’andamento non soddisfacente degli investimenti privati, fenomeni questi ultimi comuni peraltro a tutti i paesi occidentali importanti.

Cosa ha portato di nuovo il 2016 su tali fronti?

Per quanto riguarda il primo punto sopra ricordato, il recente, massiccio, ingresso nel paese dei profughi prevalentemente medio-orientali sembrava indicare una via per contribuire a risolvere con il tempo il problema, ma tale ondata si è poi arrestata di fronte all’ostilità anche molto forte di una parte almeno dell’opinione pubblica.

Per quanto riguarda la concentrazione dello sviluppo su pochi settori, niente è cambiato di recente e lo stesso è avvenuto per quanto riguarda il livello degli investimenti infrastrutturali: il bilancio pubblico è rimasto refrattario ad iniziative significative su tale questione.

In relazione invece al penultimo punto, va considerato che, accanto allo sviluppo delle esportazioni, è aumentato, come già indicato, anche se in misura limitata, il livello dei consumi interni e questa appare una novità rilevante. Infine anche nel 2016 abbiamo assistito ad una riduzione degli investimenti privati e ad un aumento molto basso nei livelli della produttività.

Intanto si vanno addensando piuttosto rapidamente nuove e minacciose nubi all’orizzonte. Ne segnaliamo due veramente di peso.

L’arrivo dell’economia numerica  

In un articolo pubblicato di recente su questo stesso sito ricordavamo le rilevanti minacce portate all’economia del paese dagli sviluppi recenti che toccano il settore dell’auto.

Da una parte, cresce rapidamente la produzione di vetture elettriche, in relazione anche alla stretta sulle norme ambientali registrabile in tutti i principali mercati del mondo, ciò che, vista la semplicità tecnica delle nuove auto, porta ad una sostanziale riduzione del mercato della componentistica, in cui la Germania eccelle, mentre esso comporta anche un aumento del peso delle vetture prodotte in Cina; dall’altra, lo sviluppo dell’auto a guida autonoma e una serie di altre novità (internet delle cose, mutamenti nella cultura e nelle modalità del trasporto) dovrebbero avere tra l’altro come conseguenza una drastica riduzione nel numero delle auto vendute ogni anno.

In parallelo si assiste ad una crescente numerizzazione del prodotto; circa il 50% -60% del valore di una vettura consisterà presto in apparecchiature e strumenti di tipo digitale (Chazan, 2017).

Tali sviluppi stanno contribuendo ad un massiccio ingresso nel settore delle grandi imprese esperte di tecnologie numeriche, sia cinesi che statunitensi, mentre impongono alle aziende tedesche un grande sforzo per recuperare un rilevante ritardo da esse accumulato sulla questione. I rischi di essere lasciati indietro appaiono molto rilevanti.

Ma la numerizzazione non tocca fortemente soltanto il settore dell’auto, ma anche, ad esempio, quello dei macchinari, altra grande eccellenza tedesca (non c’è quasi un’officina cinese che non ne possieda un qualche esemplare).

Così i due pilastri principali del successo industriale tedesco sono sempre di più aggrediti dallo sviluppo delle tecnologie digitali, mentre, più in generale, quasi tutte le grandi società tedesche operano nella vecchia economia (Chazan, 2017).

Ora la Germania è stata negli ultimi due secoli tra i paesi in testa dell’innovazione tecnologica del mondo; ma da qualche tempo essa sembra essersi addormentata, come del resto sta accadendo all’intera Europa, che assiste ormai quasi solo da spettatrice alla gara su tale fronte tra Cina e Stati Uniti. Dove sono le Silicon Valley europee?

Le minacce commerciali statunitensi

Registriamo ormai ogni giorno, come è noto, delle prese di posizione della nuova amministrazione americana che prendono di petto molti paesi, nell’ambito, tra l’altro, di una visione molto protezionistica delle relazioni economiche. In questo quadro non poteva mancare l’apertura da parte di Trump di un importante cahier de doléances nei confronti della Germania.

Il paese teutonico ha registrato nel 2016 un surplus commerciale con gli Stati Uniti di circa 65 miliardi di dollari, collocandosi dopo la Cina e appena dietro il Giappone (Jones, 2017). Il mercato statunitense è ormai per esso il primo mercato, assorbendo circa il 10% del suo export totale (Boutélet, 2017). Alcuni settori, come quello chimico, vendono più del 60% della loro produzione all’estero (Jones, 2017).

Il segretario al commercio statunitense, Peter Navarro, ha affermato che la Germania si sta avvantaggiando di un euro grossolanamente sottovalutato, ciò che danneggerebbe fortemente gli Stati Uniti, mentre Trump ha minacciato, tra le altre cose, di imporre dei dazi del 35% alle vetture della BMW se essa continuerà a vendere negli Stati Uniti quelle prodotte in Messico. Ora ricordiamo, a questo proposito, che l’industria dell’auto tedesca ha collocato nel 2016 oltre Atlantico veicoli e parti di ricambio per circa 32 miliardi di euro (Boutélet, 2017).

E’ stato calcolato che una chiusura totale dei rapporti tra i due paesi comporterebbe una perdita di 1,6 milioni di posti di lavoro diretti nel paese europeo (Boutélet, 2017).

Qualcuno è arrivato a ricordare la situazione tra le due guerre, quando i conflitti commerciali avevano contribuito a far affondare l’economia mondiale.

La reazione di Wolfgang Schauble alle accuse statunitensi è stata sorprendentemente quella di approfittarne per attaccare ancora una volta Draghi. Secondo le dichiarazioni del ministro dell’economia la colpa del surplus commerciale sarebbe da attribuire interamente alla BCE, che con le sue politiche di quantitative easing mantiene l’euro ad un livello molto basso di cambio con il dollaro.

A parte Schauble, comunque, la reazione delle imprese e del governo tedeschi è, per il momento, improntata alla cautela, ma le prime indicazioni mostrano che i vari gruppi industriali appaiono incerti su quanto potenziare gli investimenti in Usa e quanto invece cercare di sviluppare maggiormente nuovi mercati, in particolare in Asia, in Cina e altrove.

Conclusioni

L’economia tedesca è chiaramente soggetta, oltre che alle forte tensioni derivanti dal difficile andamento generale del progetto europeo sul piano economico come su quello politico, a forti difficoltà potenziali e specifiche provenienti da diverse parti.

Le possibili minacce al paese destano preoccupazione anche perché l’economia teutonica appare di gran lunga quella trainante nel nostro continente e un suo arresto, o una sua rilevante frenata, metterebbero in difficoltà in particolare i paesi più deboli come l’Italia.

I due pericoli delineati nel testo imporrebbero ancora di più all’Europa una più stretta integrazione economica e politica e, in dettaglio, l’avvio di grandi programmi comuni anche nel campo dell’economia numerica da una parte, un fronte unito, dall’altra, in un ambiente che sta cambiando velocemente e diventando per molti aspetti meno favorevole, in relazione in particolare alle strategie della nuova amministrazione statunitense, anche se non solo ad esse.

 

Testi citati nell’articolo

-Boutélet C., L’Allemagne redoute le protectionnisme américain, Le Monde , 31 gennaio 2017

-Chazan G., Why Germany needs to accelerate into the digital fast lane, www.ft.com , 25 gennaio 2017

-Comito V., I licenziamenti alla Volkswagen e il futuro tedesco, www.sbilanciamoci.info , 22 dicembre 2016

-Jones C., Germany’s exporters fear Trump effect on trade, www.ft.com , 1 febbraio 2017

Autore: fabio sebastiani Manovra bis. Il conto andrebbe presentato a Renzi che pur di vincere il referendum distribuì mancette e benefit. Ma la questione è ancora più seria: l’Italia non ce la farà ad agganciare la ripresa da: controlacrisi.org

Servono circa 3,4 miliardi di euro, una manovra bis che vale lo 0,2 per cento del Prodotto interno lordo. Ce la chiede l’Europa. Dovrebbe pagarli Renzi di tasca sua in realtà, ma questo è un altro discorso. E sorprende che nell’intervista a Repubblica uscita ieri l’argomento non viene quasi per nulla toccato. Eppure questo “deficit” è stato in parte accumulato grazie all’helycopter money che il premier si era costruito in casa per tentare di vincere il referendum distribuendo elemosine a destra e a manca.

Qualcuno aveva preventivato che l’Europa a marzo ci avrebbe presentato il conto. E invece la tirata d’orecchie è arrivata molto prima. La richiesta è piombata su Roma giusto la scorsa settimana e questa volta l’esecutivo non può più rinviare, dovrà mettere mano al portafoglio. Anche perché in caso contrario — la Commissione europea lo ha messo ben in chiaro nei contatti riservati delle ultime ore con il Tesoro — è pronta una procedura d’infrazione per deficit eccessivo a carico dell’Italia per il mancato rispetto della regola del debito.lo scorso autunno da Bruxelles, infatti, il deficit italiano viaggerà intorno al 2,4 per cento del Pil, due decimali al di sopra del target concordato a Bratislava e di quello che la Commissione considera il tetto massimo per evitare una micidiale bocciatura dell’Italia da parte dell’Eurogruppo, il tavolo dei ministri delle Finanze della moneta unica dominato dai rigoristi Dijsselbloem e Schaeuble. Renzi, sempre per stare ai documenti storici, fece un po’ di teatro tirando fuori la storia dell’ondata dei migranti, per fronteggiare la quale sarebbero serviti ben 4 miliardi (!); senza contare il fiume di lacrime, e di visite ufficiali di tutte le più alte cariche dello Stato, sull’altro grande dramma vissuto “dal Governo”, quello del terremoto. Risultato, l’Europa ci chiede i soldi e un bel gruppo di terremotati hanno protestato ieri ad Accumoli perché si sentono abbandonati.

“Sono in corso in questi giorni contatti con la Commissione europea per valutare i passi opportuni per evitare l’apertura di una procedura di infrazione”, fanno trapelare dal Mef a proposito della manovra aggiuntiva. E al tempo stesso, insistono da via XX Settembre, i contatti in corso servono anche per “scongiurare il rischio che interventi restrittivi sul bilancio compromettano la crescita riavviata nell’economia nazionale a partire dal 2014 ma ancora debole”. Peraltro, “non e’ ancora pervenuta alcuna lettera”, sottolineano le stesse fonti. Non c’è dubbio ma che Padoan stia passando un brutto quarto d’ora è poco ma è sicuro. Perché nella partita c’è anche lui, suo malgrado. Doveva essere lui “l’oggetto di scambio” con Bruxelles. Solo che l’ex sindaco di Firenze non si fidava abbastanza. Si sarebbe fatto da parte, come pare aver garantito Gentiloni, al momento giusto?

Polemiche e spigolature che in realtà nascondono il nodo vero: l’Italia non ce la fa ad agganciare la ripresa. E questo perché la crisi ha letteralmente stravolto, senza difesa alcuna, i suoi connotati economici.

Intanto, le classifiche internazionali di cui si parlerà in questi giorni a Davos ci collocano ventinovesimi per “servizi di base e infrastrutture”, ventottesimi alla voce “corruzione”, ventinovesimi in “imprenditorialità” e “intermediazione finanziaria”. E poi alcune contraddizioni, come nel caso dell’educazione: quattordicesimi per diritto all’accesso, solo ventottesimi per qualità della scuola. O alla voce occupazione: ventinovesimi in produttività, noni in “compensazioni salariali e non”. Detta in una battuta, e per usare un linguaggio da “esperti”: l’Italia non è un gran posto dove aprire un’impresa. Secondo il premio Nobel Spence, “l’Italia si deve dotare di una struttura imprenditoriale dinamica e flessibile, orientata all’innovazione di prodotto e di processo, recettiva delle novità sul fronte tecnologico e con un’etica del business contrapposta alla corruzione e ad altre pratiche illecite. E
con lei lo Stato”. E poi ci meravigliamo perché arrivano le bocciature delle agenzie di rating? E non è finita. “I problemi che affliggono il sistema bancario – aggiunge Spence – smaltire quelli che sono i debiti tossici,
ricapitalizzare le banche e ristabilire fiducia nei confronti degli istituti di credito”.

L’influenza della Rivoluzione Socialista di Ottobre nella Gioventù da. resistenze.org


Collettivi dei Giovani Comunisti (CJC) di Spagna | elmachete.mx
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

27/12/2016

Contributo dei Collettivi dei Giovani Comunisti (CJC) di Spagna, presentato al Seminario Internazionale della FMGD “L’influenza della Grande Rivoluzione d’Ottobre”, realizzato in Messico, nel quadro del II Congresso della Federazione dei Giovani Comunisti (FJC Messico).

Cari compagni, amici e amiche.

In primo luogo a nome della direzione dei CJC voglio ringraziare gli organizzatori per l’invito che ci hanno esteso a questo seminario internazionale, in particolare ai compagni della FJC per la loro magnifica ospitalità. Per i comunisti del nostro paese è di particolare interesse poter condividere esperienze e vissuti con i giovani di tutto il mondo, in particolare del continente latinoamericano, visto gli avvenimenti caldi che stanno accadendo in questa regione.

Rispetto alla tematica del seminario, vogliamo iniziare segnalando che a nostro parere la Rivoluzione Socialista d’Ottobre è stato un punto di svolta, non solo per la gioventù, ma per l’insieme dell’Umanità.

Grazie alla Rivoluzione d’Ottobre l’Umanità ha potuto toccare con le proprie mani ciò che per secoli si era ipotizzato: una società libera dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. La Rivoluzione d’Ottobre ha mostrato nella pratica come una società diversa fosse realmente possibile, una società dove al centro di tutto ci fosse la piena soddisfazione delle crescenti necessità di tutti i membri della società, così come la promozione del suo sviluppo integrale e multiforme.

In questo senso la presa del potere da parte della classe operaia nel 1917 ha aperto le porte a una nuova tappa della storia, l’epoca della transizione dal capitalismo al socialismo. Ci riferiamo a questa come a una tappa storica, cioè consideriamo che le attuali condizioni materiali esistenti diano il passo al transito verso la nuova società socialista-comunista. Il trionfo della controrivoluzione in URSS e nei paesi dell’Est non nega questo fatto, anzi, ci piace rimarcare che in nessun momento della storia una formazione socio-economica ha ceduto il passo in modo lineare a una nuova, senza contraddizioni, né retrocessioni temporanee. Lo stesso transito dal feudalesimo al capitalismo conferma questa tesi e le retrocessioni temporanee nell’epoca delle rivoluzioni borghesi non sono riuscite a fermare la tendenza storica all’abolizione del feudalesimo.

In concreto per quanto riguarda la gioventù, la Rivoluzione d’Ottobre dimostrò la superiorità del socialismo-comunismo in quanto a diritti dei giovani. Si potrebbe organizzare un unico seminario monotematico sui diritti che garantì il nuovo Stato socialista alla gioventù, in ogni caso per sintetizzare li riassumiamo in 3 assi:

– Diritti lavorativi: il regime sovietico garantì buoni salari, così come la partecipazione della gioventù lavoratrice agli organi del potere sovietico, insieme con il resto della classe operaia (sia nei suoi centri di lavoro che nelle altre istituzioni politiche). La gioventù godeva del pieno impiego, per cui l’agonia e l’insicurezza di poter rimanere senza lavoro in qualsiasi momento (e pertanto senza risorse per il proprio mantenimento) non esisteva. Inoltre, i e le giovani che avevano terminato i loro studi, firmavano già allora il loro primo contratto nel settore che gli corrispondeva. Inoltre l’impresa dove si lavorava, nel caso in cui avesse dovuto chiudere o ridurre il personale dell’impianto, aveva la responsabilità di cercargli un altro centro simile dove continuare l’attività lavorativa.

– Diritti degli studenti: L’insieme degli studenti aveva garantito l’accesso all’istruzione a tutti i livelli in modo gratuito e di qualità, inclusi tutti i materiali necessari per esercitare gli studi. Inoltre gli studenti partecipavano in forma effettiva alla presa di decisione nei diversi centri di studio (insieme con il resto del personale accademico e dei servizi), l’istruzione si basava sulle scienze più moderne con al centro dell’istruzione lo sviluppo umano integrale e non gli interessi delle grandi imprese, come accade nei nostri rispettivi paesi. Lo Stato socialista garantiva infrastruttura e tecnologia di punta agli studenti, perchè li considerava l’argilla fondamentale del futuro della società.

– Svago, cultura e altri: Senza voler entrare in grandi dettagli, il Governo operaio e contadino garantiva la sanità, lo sport e l’accesso alla cultura in forma gratuita ed effettiva. Esistevano numerosi circoli di interesse, affinché la gioventù potesse realizzare le proprie attività preferite. Esistevano numerosi club di svago, di centri stampa pubblici e molto altro, dove la gioventù poteva diffondere le sue inquietudini e dar sfogo alla propria creatività. Qualcosa di totalmente impensabile nella nostra società, dove la reddittività dei monopoli è quella che regola le poche attività culturali e di svago per la gioventù.

In definitiva, la Rivoluzione d’Ottobre ha dimostrato nella pratica, che le rivendicazioni concrete che fanno i giovani nei nostri paesi, non sono un’utopia e sono realizzabili, che il potere operaio e l’economia pianificata sono capaci di tutto questo e molto più. L’unico ostacolo esistente è lo stretto limite della società capitalista contemporanea.

In questo senso, i CJC considerano che sia necessario tenere i piedi per terra e che dobbiamo porre rivendicazioni concrete alla nostra gioventù, basate sui giusti sentimenti e sulle legittime preoccupazioni che abbiamo noi giovani. Ma in questo stesso senso, come organizzazioni rivoluzionarie dobbiamo esser capaci di far vedere che tutte le rivendicazioni e le lotte parziali che realizziamo, potranno realizzarsi in forma permanente solo fuori dai limiti del capitalismo. Dobbiamo far comprendere a tutta la gioventù che ogni conquista parziale deve integrarsi alla battaglia generale contro il capitalismo. Per questo consideriamo giusta l’affermazione di Lenin:

Non dobbiamo dimenticare che la lotta contro il governo per delle rivendicazioni particolari, per la conquista di singole concessioni, altro non rappresenta che piccola scaramucce col nemico, modeste avvisaglie di avamposti e che lo scontro decisivo è ancora lontano.”

Anche a livello organizzativo la Rivoluzione d’Ottobre ci ha lasciato una ricca eredità. Da questa apprendiamo che i e le giovani rivoluzionari/e devono essere organizzatori e agitatori giovanili. Per questa ragione uno dei nostri compiti è organizzare tutta la gioventù nelle sue rispettive trincee, integrandola così nell’esercito politico del proletariato. Per i CJC questo significa nella pratica la necessità di organizzare la gioventù lavoratrice nei propri luoghi di lavoro, gli studenti nei propri centri di studio e l’insieme della gioventù di estrazione popolare nei propri quartieri. Questa è l’unica garanzia di raggiungere tutte le rivendicazioni precedentemente menzionate.

Infine, sul piano internazionale la Rivoluzione d’Ottobre ci ha mostrato come la nostra situazione giovanile, la stessa che quella dell’insieme della classe operaia, è simile in tutti i paesi capitalisti e che le tendenze a peggiorare le nostre condizioni di vita e di lavoro sono simili.

Da qui sorge la necessità di educare la gioventù ai valori dell’internazionalismo proletario in costante lotta contro le concezioni nazionaliste, scioviniste o social-scioviniste, che vengano dalle trincee del nemico o dalle fila dei “presunti amici”. In questo compito i bolscevichi furono intransigenti e consideriamo che anche noi dobbiamo procedere così.

La storia ci dimostra come i monopoli promuovono la guerra per garantire i loro interessi e abituare ad utilizzare la gioventù come carne da cannone nelle sue conflagrazioni militari. In questo senso consideriamo che dobbiamo preparare ed educare i nostri giovani ad affrontare le lotte che stanno per venire, principalmente alla luce delle crescenti tensioni e contraddizioni inter-imperialiste.

Così crediamo sia imprescindibile concepire il nemico così com’è, per non inviare la gioventù a lottare sotto bandiera altrui.

Questo significa chiarificare che l’imperialismo, è il capitalismo dei monopoli. Cioè che l’imperialismo è il capitalismo nel suo sviluppo contemporaneo e che pertanto non si basa sulla potenza di chi “attacca prima” o di chi più bellicoso si mostri sulla scena internazionale. Allo stesso tempo e ciò è veramente difficile, bisogna esser capaci, come fece Lenin, di utilizzare le contraddizioni inter-imperialiste per collocarci nelle migliori condizioni di sferrare il colpo definitivo ai governi borghesi.

Consideriamo che l’esperienza della Prima Guerra Mondiale mostra ben chiaro come sotto determinate circostanze di pressione l’opportunismo agisca come comparsa dell’imperialismo e alimenti lo spirito social-sciovinista, allontanandosi dai nobili principi internazionalisti.

In questo modo pensiamo che sia importante far vedere a tutta la gioventù che i monopoli sono il nemico principale, giacché sono questi che negano tutti i diritti a costo dei loro offensivi benefici. In coerenza con questo, la gioventù non può esser preda degli interessi di una determinata potenza imperialista o dell’altra, ma deve combattere la borghesia e il potere dei monopoli, siano questi nazionali o stranieri.

In definitiva l’orientamento rivoluzionario, l’organizzazione di massa e la chiarezza ideologica sotto i principi dell’internazionalismo proletario, sono gli elementi chiave che faranno godere alla gioventù il futuro in una nuova società libera da sfruttamento e oppressione. Rendendo realtà l’affermazione di Engels che costituirà il vero “salto dal regno della necessità al regno della libertà”.

Molte grazie.

Fonte: il manifestoAutore: Roberto Ciccarelli Mille nuovi precari. volontari al posto dei lavoratori ai Beni Culturali

Emanati due nuovi bandi per creare un esercito di precari pagati 433 euro al mese. Tempo di scadenza: un anno. E poi si ricomincia. L’uso dei fondi europei destinati al programma “Garanzia Giovani” per tappare i buchi prodotti dal turn over e dai tagli dell’austerityNuovo anno, stessa musica al ministero dei beni culturali. Dopo il bando per 29 volontari del servizio civile impiegati per compiti di spiccata professionalità durante il Giubileo , ne sono stati emanati altri due per 1121 volontari. Il primo bando richiede 71 volontari per il Mibact, 17 per il Ministero dell’Ambiente e 22 per il Ministero dell’Interno. Il secondo , pubblicato il 2 gennaio prevede 1050 volontari del Servizio Civile, di cui mille andranno al Mibact. Questi ultimi saranno inquadrati nel fallimentare progetto «Garanzia giovani», lavoreranno in 215 sedi su tutto il territorio nazionale. I bandi fanno seguito a un accordo del 2014 tra il Mibact , la presidenza del consiglio e il ministero del lavoro sull’«occupazione» di 2 mila giovani, età fino ai 28 anni, per 9 o 12 mesi senza inquadrarli in una mansione professionale.

I fondi europei che dovevano essere usati per affrontare la disoccupazione giovanile, sono usati in Italia per reclutare forza lavoro per colmare i buchi prodotti dal blocco del turn-over e dai pensionati non sostituiti da nuove leve. In più l’uso di garanzia giovani, in questo e altri contesti, servirà a drogare le statistiche sull’occupazione giovanile permettendo al governo di esibire un «successo» quando l’Istat pubblicherà i prossimi dati sull’occupazione. Da un paio d’anni a questa parte il Mibact di Franceschini si è posizionato senz’altro all’avanguardia della trasformazione semantica del volontariato, degli stage permanenti in «lavoro». Lo strumento principale è il servizio civile. In cambio i ragazzi possono avere la soddisfazione (si fa per dire) di mettere un’«esperienza» nel curriculum. Questi lavoratori travestiti da «volontari» guadagneranno 433,80 euro al mese per 5.200 euro all’anno. Un gran bel risparmio per l’austerity nei beni culturali, visto che un contratto anche part-time potrebbe costare senz’altro più del doppio. Così lo Stato occulta il precariato, cancella i titoli e de-professionalizza giovani già formati e pronti per un lavoro.

E dopo un anno di lavoro mascherato che faranno questi ventenni? Nulla: non avranno nulla in mano e ricominceranno il giro della ruota del criceto. Alla ricerca di un nuovo lavoro precario travestito da stage, da apprendistato o da servizio civile. Magari intervallandolo con un’infornata di voucher per un’ente locale come il Comune di Torino, e non solo, per un bar o risto-pub in città.

«Il bando, con una cifra molto elevata rispetto agli anni passati, arriva in un momento particolare, nel quale il Mibact si trova sotto organico di almeno 3 mila unità. Si usa lo strumento del Servizio Civile per risparmiare e coprire buchi di personale, evitando il collasso» sostiene Leonardo Bison, attivista della campagna «Mi Riconosci?». «Hanno trovato un altro modo per avere mille schiavi. il servizio civile non è un modo per spendere fondi per l’occupazione – aggiunge Martina Carpani (Rete della Conoscenza) – Il Mibact spieghi perché cerca volontari e non assume personale».

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*** Lavoro gratis e stage permanente: quando i bandi fanno cultura
Quinto Stato. Emergenza cultura. Anche nei beni culturali dilaga il reclutamento dei volontari al posto dei professionisti

*** Giubileo formato Expo: lavoro gratis nei beni culturali
Grandi eventi. Il caso dei 29 «volontari» nei beni culturali della Capitale. L’analisi dei bandi reclutano 1000 giovani per i 9 mesi dell’evento con funzioni che si sovrappongo a quelle dei professionisti. E inizia la mobilitazione.

*** Expo 2015, i dannati dell’evento
Come fai a “nutrire il pianeta” se non paghi i volontari che lavorano all’Expo? La promessa di un posto di lavoro impone di mostrarsi disponibili, flessibili e occupabili in ogni mansione. L’uso del lavoro gratuito crea nuove gerarchie e viene spacciato come un’occasione per arricchire il «curriculum vitae». Siamo a Milano, Italia, 2015.

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Fonte: il manifestoAutore: Roberto Ciccarelli Dopo 57 anni torna la deflazione: inutili gli 80 euro di Renzi

Vita materiale . E’ la prima volta che succede da oltre mezzo secolo. Nel 1959 la flessione dei prezzi al consumo fu dello 0,4%. Oggi è dello 0,1%. La crisi si avvita: cala la domanda interna, le imprese non assumono e possono licenziare, i consumatori non spendono e usano i bonus di Renzi per saldare i debiti. O per metterli in banca. Questo è l’esito dei 22 miliardi pubblici erogati in due anni da Renzi quando era al governoNon sono bastati gli 80 euro di Renzi e l’alluvione monetaria della Bce di Draghi con il quantitative easing: per l’Istat nel 2016 l’Italia è rimasta in deflazione. è la prima volta che succede da oltre mezzo secolo. Nel 1959 la flessione dei prezzi al consumo fu dello 0,4%. Oggi dello 0,1%. Può avere influito l’accordo tra i paesi Opec a inizio dicembre sulla riduzione dell’estrazione del petrolio con l’obiettivo di aumentarne le quotazioni. Il greggio è tornato sopra quota 50 dollari e ad affossare l’indice generale è stata proprio la componente energetica. A questo è dovuto la fiammata inflazionistica registrata a dicembre con i prezzi in crescita dello 0,5% a causa del caro-benzina. In un mese sono aumentati i prezzi del gasolio per mezzi di trasporto e per il riscaldamento.

DEFLAZIONE SIGNIFICA assenza di domanda interna su cui inciderà la stangata dell’aumento delle bollette domestiche a gennaio. «L’Istat non ha ancora incorporato l’aumento di gennaio della luce, del gas, che peseranno per 52,50 euro per ogni famiglia» sostiene Massimiliano Dona (Unione Nazionale Consumatori) che chiede al governo di intervenire. Per l’Istat le maggiori flessioni sono state registrate sui prezzi delle abitazioni, acqua, elettricità, trasporti e c combustibili. «Questo andamento è causato dalla componente riconducibile ai beni energetici» conferma l’Istat. Frenano anche i prezzi degli alimentari e dell’istruzione, servizi ricettivi e ristorazione, mentre crescono quelli di spettacoli e cultura, abbigliamento e calzature. Stabili servizi sanitari e per la salute. La deflazione mai vista da 57 anni a questa parte è stata causata, in gran parte, dal crollo dei consumi. «Negli ultimi otto anni – sostiene Carlo Rienzi (Codacons) i consumi sono calati di 80 miliardi. Come se ogni famiglia avesse ridotto gli acquisti per 3.333 euro». Tale riduzione ha inciso gravemente sui consumi domestici. «Oltre 16 milioni di cittadini hanno ridotto gli acquisti di carne solo nell’ultimo anno – sostiene l’ufficio studi della Cia-Agricoltori italiani – più di 10 milioni hanno acquistato meno pesce, 3,5 non comprano orto-frutta».

SE IL CONSUMATORE PIANGE , il produttore non ride. All’altro capo della filiera produttiva i prezzi spuntati dagli agricoltori sui campi non coprono nemmeno i costi di produzione. La Cia fa l’esempio dei cereali che a ottobre hanno perso il 14% del valore sul 2015, gli ortaggi il 18%, gli avicoli il 9%. Per ogni euro speso dal consumatore, solo 15 centesimi vanno all’agricoltore. E questo nonostante l’aumento segnalato dall’Istat. Chi ci guadagna nella deflazione è la distribuzione. Perdono sia il consumatore che il produttore. A loro volta le imprese guadagnano meno e possono iniziare a licenziare per ridurre i costi.

«GLI AGRICOLTORI hanno dovuto vendere più di tre litri di latte per bersi un caffè o 15 chili di grano per comprarsene uno di pane e la situazione non è migliore per uova, carne – calcola la Coldiretti – Nonostante il crollo dei prezzi dei prodotti agricoli i prezzi dei beni alimentari non aumentano anche per le speculazioni e le distorsioni di filiera nel passaggio dal campo alla tavola. Incide il flusso delle importazioni selvagge che fanno concorrenza sleale per la mancata indicazione sull’origine dell’etichetta».

DALLA VITA MATERIALE emerge la «deflazione cattiva» dovuta alla bassa domanda, ai bassi salari, alla crescita della povertà e della «grave deprivazione materiale»: l’impossibilità di garantirsi pasti proteici ogni giorno o la capacità di affrontare spese improvvise da almeno 800 euro. In queste condizioni il consumatore non spende perché non ha soldi e se li riceve – dai 22 miliardi pubblici spesi da Renzi solo per il lavoro dipendente dagli 8 ai 26 mila euro mensili – li usa per pagare i debiti o metterli in banca. È la «stagnazione secolare» prevista da Larry Summers: crescita anemica, precarietà, instabilità finanziaria. Gli elementi ci sono tutti.

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Fonte: help consumatoriAutore: redazione Prezzi e tariffe, nel 2017 potrebbe arrivare una stangata di quasi 800 euro. I calcoli di Federconsumatori e Adusbef

Nel 2017 la stangata di prezzi e tariffe toccherà quota +771 Euro annui, per una famiglia media. È quanto comunicato da Federconsumatori e Adusbef, in base ai dati elaborato dall’O.N.F. – Osservatorio Nazionale Federconsumatori. Previsione messa a dura prova dai rincari annunciati per luce, gas e autostrade che da sole assorbiranno 115 euro annui, riducendo notevolmente il potere d’acquisto delle famiglie italiane.
“Il nuovo anno è alle porte, ma a giudicare dai primi segnali sul fronte dei prezzi nulla di buono aspetta le famiglie italiane”, commentano le due associazioni. “A trainare verso l’alto i prezzi, specialmente quelli dei trasporti, è l’aumento delle quotazioni petrolifere, che va di pari passo con un deprezzamento della valuta europea”.
Secondo Federconsumatori e Adusbef la previsione di aumenti per il 2017 è aggravata non solo dalla crescita dei costi energetici, ma anche da alcuni fenomeni speculativi o derivanti da inefficienze di sistema. Aumentano i costi delle assicurazioni e tornano a salire i costi bancari.
“Tali incrementi per molte famiglie risultano insostenibili”, affermano le due associazioni, “per questo è urgente una seria azione del Governo per controllare e contrastare ogni aumento ingiustificato, nonché per mettere in atto piani per il rilancio dell’occupazione e la redistribuzione dei redditi, fondamentali per rimettere in moto il nostro sistema economico”.

Fonte: il manifestoAutore: Roberto Ciccarelli Emiliano Brancaccio: «Nell’Unione europea arrestare i capitali, non i migranti»

Intervista all’economista Emiliano Brancaccio sui quindici anni dell’euro: “Le sinistre dovrebbero contrapporsi alle destre xenofobe proponendo il controllo sulle scorrerie internazionali della finanza che svaluta i salari e i diritti”Emiliano Brancaccio insegna Economia politica ed Economia internazionale presso l’Università del Sannio. Nel 2013 è stato promotore con Riccardo Realfonzo del «monito degli economisti», un documento pubblicato sul Financial Times che segnalava come l’insistenza dei governi europei sulle politiche di austerity e di deregolamentazione del lavoro potrebbe condurre a una deflagrazione dell’Eurozona.

Professor Brancaccio, il vostro «monito» sulla futura implosione dell’Unione monetaria è ancora attuale?
Molte delle riflessioni contenute in quel documento hanno già trovato conferma nei fatti. Allora sostenevamo che le politiche di contenimento della spesa e di schiacciamento delle retribuzioni avrebbero attivato una spirale deflazionista, che in molti paesi avrebbe depresso i redditi e avrebbe quindi reso sempre più difficile il rimborso dei debiti, sia pubblici che privati. Questa tesi oggi trova consensi persino all’interno del Fondo Monetario Internazionale e la stessa Banca d’Italia fornisce evidenze empiriche che la supportano. La crisi bancaria che ha già colpito molti paesi europei, e che oggi attanaglia l’Italia, sembra indicare che avevamo visto giusto.

Qual è il nesso tra crisi bancaria e abbandoni delle unioni valutarie nella storia?
La storia ci dice che molti paesi si sono visti costretti ad abbandonare un cambio fisso o una valuta comune nel momento in cui le loro banche entravano in crisi: per ricapitalizzarle con denaro fresco essi hanno dovuto necessariamente riprendere il controllo nazionale della stampa di moneta.

Ora, anziché tornare alle monete nazionali, i soldi per ricapitalizzare le banche in crisi non potrebbero provenire dall’Unione europea?
In Irlanda, in Spagna e in Grecia le ricapitalizzazioni sono avvenute anche grazie al sostegno europeo. Ma le risorse messe a disposizione dall’Unione e dalla BCE per gestire il susseguirsi di crisi bancarie sono insufficienti. E non mi pare che oggi sussistano le condizioni politiche per accrescerle.

Lei sostiene che anche a sinistra bisognerebbe sviluppare qualche idea su come gestire un’eventuale nuova crisi dell’euro. Di recente, anche al Parlamento europeo, ha presentato la proposta di avviare una discussione su un’ipotesi di «international social standard sulla moneta». In cosa consiste?
È un modesto tentativo per cercare di uscire dalle secche di un dibattito sterile che sta montando anche a sinistra, tra i vecchi retori di un acritico europeismo e i nuovi apologeti di un ingenuo sovranismo nazionalista. L’idea verte sull’introduzione di controlli sui movimenti di capitale da e verso quei paesi che con le loro politiche di dumping sociale alimentano gli squilibri commerciali tra paesi. Mentre le destre xenofobe guadagnano consensi con la proposta retriva di «arrestare gli immigrati», penso che le sinistre dovrebbero contrapporsi ad esse proponendo di «arrestare i capitali», che con le loro continue scorrerie internazionali alimentano la gara al ribasso dei salari e dei diritti e scatenano il caos macroeconomico.

Ripristinare i controlli sui movimenti internazionali di capitale segnerebbe la fine del progetto europeo?
Tutt’altro: il principio di libera circolazione dei capitali è alla base dell’estrema fragilità dell’Eurozona. Occorre metterlo in discussione se si vuol sperare di costruire un sistema di relazioni internazionali meno conflittuale e maggiormente votato allo sviluppo della ricchezza e dei diritti sociali.

Fonte: sbilanciamoci.infoAutore: Vincenzo Comito Salva-banche, un percorso accidentato

L’intervento del governo a favore di alcune banche si annuncia come un percorso tortuoso tra Roma, Bruxelles, Francoforte e Berlino. E il salvataggio di Mps è già lievitato a 8,8 miliardi

La decisione troppo tardiva del governo di varare lo stanziamento di 20 miliardi per il salvataggio di alcune banche può far pensare, per qualche verso, alla prima tappa di un Giro o di un Tour; di frequente il primo tratto è breve, magari a cronometro e serve giusto per riscaldare i muscoli, in vista invece di un percorso che si rivelerà poi molto lungo e impegnativo, pieno di tappe di montagna tra le più dure.

Una corsa a tappe dura al massimo un po’ meno di un mese, ma quella appena partita potrebbe protrarsi molto più a lungo e il percorso potrebbe essere ripetuto più e più volte tra Roma, Bruxelles, Francoforte, Berlino. E il problema è anche che i nostri corridori non hanno mostrato sino ad oggi grandi doti di scalatori e neanche di velocisti.

Già il secondo passo del tragitto ha portato la prima sorpresa negativa e quelli della BCE hanno mostrato di concentrarsi sulla questione in maniera abbastanza malevola, applicando peraltro alla pratica quella forte dose di discrezionalità che è nel loro diritto. E così l’aumento di capitale richiesto per il MPS non è più di “soli” 5 miliardi, ma di 8,8, trattandosi di un intervento di salvataggio con capitale pubblico, ciò che nella logica perversa degli organismi comunitari comporta l’esigenza di imporre maggiori oneri. L’intervento dello Stato, in effetti, a Francoforte e a Bruxelles, oltre che a Berlino, è oggi considerato un male quasi assoluto. Ma anche in Italia c’è chi non scherza. Un importante quotidiano nazionale titolava ieri “Sventiamo la tentazione statalista”.

Non è chiaro quanta parte di tali somme spetterà sborsare all’operatore pubblico, trattandosi di questioni legate a formule molto complesse e per di più esoteriche. Qualcuno pensa che potrebbe trattarsi di circa 6,3 miliardi, ciò che lascerebbe ancora abbastanza spazio per gli interventi a favore delle altre banche in difficoltà. Con tale importo, comunque, l’azionista pubblico dovrebbe essere ampiamente in grado, se solo lo vorrà, di imporre in futuro le sue linee strategiche di intervento all’istituto, ammesso che ne metterà a punto qualcuna e che esse siano sensate, tutte cose di cui ci si può permettere di dubitare.

Temiamo inoltre che da parte del governo l’acquisizione di questa e di altre banche sarà considerata come una questione molto imbarazzante, voltandosi ogni volta i responsabili dall’altra parte per non vedere quello che succede e cercando poi di sbarazzarsi appena possibile della palla.

Una delle prime e più dure montagne da scalare è in ogni caso quella di Berlino. In tale peraltro piacevole città in generale appena si vede muoversi qualcosa dalle parti del Mediterraneo, intanto si comincia subito a sparare; poi si vedrà.

E così, anche in questo caso, si sono ovviamente levate molte voci perplesse.
Hanno cominciato i politici. Da una parte Hans Michelbach, rappresentante CDU nel comitato finanziario del Bundestag, ha dichiarato che nel caso del MPS le regole dell’UE sono state aggirate e che lo Stato italiano sta varando un aiuto illegale alla banca. Per non essere da meno Carsten Schneider, membro socialdemocratico dello stesso comitato, ha affermato essere del tutto inaccettabile che il contribuente debba salvare una banca che forse dovrebbe essere liquidata.

Poi sono venuti i tecnici. Il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, si è limitato a chiedere il rispetto delle sacrosante regole, suggerendo indirettamente che l’Italia le starebbe violando. Infine si è pronunciata Isabel Schnabel, membro del comitato dei cinque saggi, organismo che consiglia il governo in materia economica e che appare uno dei più forti presidi dell’ideologia ordoliberista nel paese, collocandosi quasi sempre a destra delle posizioni dello stesso governo. In Germania, sia detto en passant, i pochi economisti keynesiani hanno la vita molto dura e sono del tutto emarginati; presto saranno probabilmente estinti.

Ma, oltre che a Berlino, si incontreranno molte difficoltà anche a Francoforte e a Bruxelles, anche se alla fine ci dovrebbe essere uno sbocco positivo, sia pure circondato da molte condizioni. Del resto la stessa Bruxelles è piena di agenti tedeschi, a cominciare dal presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem. Anche costui ha già dichiarato che non sarà semplice portare la pratica al traguardo.

Una questione che anche come italiani non riusciamo a digerire (non è peraltro la sola) riguarda, nel caso del MPS, il trattamento degli obbligazionisti subordinati, come ha sottolineato anche Marcello Esposito su Repubblica. Appare inammissibile che essi siano trattati in maniera difforme da come è stato a suo tempo fatto con quelli delle quattro banche regionali. Quelli retail questa volta verrebbero interamente rimborsati e quelli istituzionali recupererebbero ben il 75% di quanto a suo tempo investito. Approfitterebbero della manna anche gli speculatori che hanno acquistato a suo tempo a vil prezzo tali titoli sul mercato secondario. E le obbligazioni senior che sarebbero interamente salvate? E’ ragionevole che Bruxelles voglia rivedere l’intera partita dei rimborsi. Ci aspettano dei mesi duri.

Mps, la Bce alza il prezzo per il salvataggio della banca: a ogni italiano costerà 105 euro da: L’Huffington Post | Di Giuseppe Colombo

Salvare Mps costerà a ogni italiano 105 euro. Il conto, più salato rispetto alle previsioni, l’ha preparato la Bce, che ha rivisto al rialzo il fabbisogno di capitale necessario alla banca senese per non soccombere: servono ora 8,8 miliardi di euro. A luglio i vertici dell’istituto di Rocca Salimbeni e l’Eurotower avevano pensato che potessero bastare 5 miliardi e la banca sperava di raccoglierli attraverso un’operazione di mercato. L’aumento di capitale è però fallito e per il Monte è arrivato il salvataggio pubblico. Chi paga il conto da 8,8 miliardi? Secondo quanto si apprende da fonti vicine al dossier, 6,4 saranno a carico dello Stato, mentre i restanti 2,4 arriveranno dalla conversione delle obbligazioni subordinate degli investitori istituzionali. Se si dividono i 6,4 miliardi che sborserà lo Stato per il numero degli abitanti italiani, il conto è presto fatto e ammonta appunto a 105 euro a testa.

Il cambio di passo della Bce sul fabbisogno per Mps
Cinque mesi fa la Banca centrale europea aveva avallato il piano messo a punto dai vertici di Mps, che poggiava su due pilastri: un aumento di capitale da 5 miliardi di euro e la vendita di 27,7 miliardi di sofferenze lorde. Un piano che prendeva come scenario di riferimento quello emerso dagli stress test di fine luglio, quando Mps era risultata la peggiore banca, tra le 51 prese in esame dall’Autorità bancaria europea, registrando un Cet1 ratio, ovvero un indice di solidità patrimoniale negativo in caso di scenario avverso pari nel 2018 a -2,23 per cento. L’obiettivo era allora quello di riportare il Cet1 a un valore pari al 4,5%, sempre nelle condizioni di scenario economico avverso. Per farlo si era calcolato un fabbisogno di 5 miliardi di euro. Il fallimento della soluzione di mercato, con l’aumento di capitale che non ha coperto il fabbisogno necessario anche a causa dell’assenza di un anchor investor, ha fatto lievitare lo stesso fabbisogno. Secondo quanto spiegano fonti finanziarie la Bce avrebbe deciso di aggiornare il conto del salvataggio lo scorso giovedì, portando a 8,8 miliardi la cifra necessaria per autorizzare il via libera dell’intervento dello Stato.

Come si è arrivati a un fabbisogno di 8,8 miliardi
Le stesse fonti spiegano perchè si è arrivati a questa cifra. La soglia del Cor tier1 al 4,5% era ritenuta sufficiente qualora si fossero usate risorse private. Ora che invece saranno coinvolti anche i bond subordinati, quest’ultimi non saranno più presi in considerazione per calcolare questo coefficiente e quindi la Vigilanza della Bce ha chiesto a Siena di tutelarsi con circa 6,3 miliardi, una cifra che porterebbe lo stesso Cor tier1 all’8% in caso di scenario economico avverso. I restanti 2,5 miliardi per arrivare al totale di 8,8 miliardi sarebbero stati richiesti dalla stessa Vigilanza per il reintegro integrale del capitale dei subordinati. La situazione per Siena, come ha messo in evidenza la stessa Bce nelle due lettere inviate al Tesoro, si è aggravata tra il 30 novembre e il 21 dicembre, quando ha subito “un rapido deterioramento” e la liquidità netta a un mese è scesa da 12,1 a 7,7 miliardi.

I costi per lo Stato e per gli italiani
Servono 8,8 miliardi in tutto e 6,4 miliardi arriveranno dallo Stato mentre i restanti 2,4 saranno recuperati dalla conversione delle obbligazioni subordinate degli investitori istituzionali. Nello specifico, lo Stato spenderà 4,4 miliardi di euro per salire nell’azionariato di Mps, acquistando azioni di nuova emissione, a cui si aggiungono circa 2 miliardi per comprare quelle azioni che fungeranno da ristoro per la clientela retail, cioè i piccoli risparmiatori. Quest’ultimi, circa 40mila, vedranno convertite le loro obbligazioni subordinate in azioni. Il Tesoro acquisterà queste azioni e metterà in campo un meccanismo di compensazione per tutelare i risparmiatori tale per cui alla fine chi deteneva inizialmente obbligazioni subordinate si ritroverà a possedere obbligazioni non subordinate.

La tranquillità del Governo: Le risorse bastano
Fonti dell’esecutivo spiegano che il nuovo fabbisogno non spaventa il Governo per l’esborso che il Tesoro si troverà di fronte. Piena fiducia viene riposta nel fondo, con una dotazione di 20 miliardi di euro, già messo a debito e autorizzato dal Parlamento che serve per le ricapitalizzazioni precauzionali e per le garanzie sulla liquidità di quelle banche che chiederanno un intervento al Tesoro. “Mps è oggettivamente il caso più importante: la nuova cifra per lo Stato è ampiamente sostenibile e non va a intaccare la fattibilità di altri interventi in altre banche qualora venissero richiesti dagli istituti”, spiega una fonte di governo.

Autore: fabrizio salvatori Crisi, ancora un Natale dimesso. Gli italiani pensano ai tempi magri che li aspettano da. controlacrisi.org

 

Secondo le previsioni dell’Adoc, rispetto allo scorso anno le famiglie italiane, infatti, taglieranno sensibilmente la spesa, riducendola in media di un quarto. “Per i cenoni e pranzi delle feste prevediamo una riduzione del 7% della spesa da parte delle famiglie italiane”, dicono dall’associazione. Una scelta legata alla necessità di risparmiare ma anche ad una nuova sensibilità alimentare “anti-spreco”.

Difatti, “la tendenza sarà ridurre la quantità puntando sulla qualità dei prodotti e sul recupero dei piatti “poveri” tradizionali”, fa notare Roberto Tascini, presidente Adoc. “Stimiamo infatti una crescita pari al 20% dei consumi di prodotti regionali e locali, o di produzione biologica. Riteniamo inoltre che oltre la metà dei prodotti che imbandiranno le tavole saranno di origine italiana, legati al territorio o biologici”.

Non sarà un Natale di grandi regali per gli italiani,quindi. Avranno in tasca qualche soldo in più ma il maggior reddito a disposizione sarà usato per le spese destinate alla casa, per gli alimentari, per qualche vacanza, per rimettere in sesto il bilancio familiare. Ai regali in senso stretto sarà destinata una spesa procapite di 164 euro (un paio di euro in meno rispetto allo scorso anno). A pesare è una crescita ancora debole e l’assenza di una direzione precisa per il futuro del paese. Così Confcommercio vede quest’anno i consumi natalizi.

Dal punto di vista economico, la spesa media per singolo commensale sarà tra i 18 e i 23 euro, per cui per una tavolata di 10 persone si spenderanno circa 205 euro. Segno che si può tranquillamente preparare un bel cenone senza spendere cifre esagerate.

La spesa delle famiglie per i regali di Natale segna una flessione continua dal 2010 a oggi: il calo in quattro anni è stato di quasi il 40% con una flessione di oltre 82 euro nel budget a disposizione, passato dagli oltre 200 euro del 2010 agli attuali 125 euro a famiglia. Questa è la stima dell’Osservatorio nazionale di Federconsumatori che sottolinea come quest’anno sarà uno dei Natali più “freddi” degli ultimi anni in tema di consumi. Secondo quanto rilevato dall’Osservatorio negli ultimi anni c’è stata una inarrestabile caduta della spesa per i regali di Natale.

Un andamento che si conferma anche quest’anno, con una contrazione del 6,2% rispetto allo scorso anno, ma se si estende il confronto al 2010 emerge che la flessione della spesa delle famiglie per i regali di Natale è pari al 39,9%. Sono oltre 82 euro a famiglia. La spesa di ogni famiglia per i regali di Natale è infatti passata, nel dettaglio, dai 208,33 euro del 2010 (pari a un giro d’affari complessivo di 5,2 mld di euro) ai 166 euro del 2011, poi è scesa ancora a 148 euro nel 2012, a 131 euro l’anno scorso e quest’anno si fermerà a 125,70 euro. I settori che hanno risentito maggiormente di tale andamento – e questo è noto da tempo – sono quello dei mobili, dell’arredamento e degli elettrodomestici, seguito da abbigliamento e calzature e dal turismo.

Il 71,7% degli italiani prevede “un Natale molto dimesso” (erano il 72,9% nel 2015 e appena il 33,7% nel 2009), mentre l’86% dichiara che effettuerà regali contro l’85,9% dello scorso anno e il 91% del 2009. Eppure, secondo l’analisi dell’Ufficio studi di Confcommercio, in tasca gli italiani avranno più soldi rispetto al dicembre dell’anno scorso: l’ammontare netto delle tredicesime sarà di 40 miliardi, di cui il 12% sarà messo da parte e il 30% circa sarà destinato ai consumi. Ogni famiglia spenderà dunque 1.331 euro da tredicesima, il 3,1% in più su base annua. Questa dicotomia tra aumento del reddito disponibile e stasi dei consumi natalizi è dovuta per Confcommercio a una “congiuntura particolarmente oscura: il Paese non ha trovato una chiara direzione di marcia e molte sono le debolezze dal punto di vista della crescita. La politica dei bonus funziona nel breve termine, serve invece un messaggio chiaro alle forze produttive con il taglio generalizzato alle aliquote Irpef”.

Pochi giorni fa il presidente della Comunita’ di Sant’Egidio Marco Impagliazzo nel corso della conferenza stampa di presentazione
dell’edizione 2017 di ‘Roma Dove’, la guida su dove mangiare, dormire e lavarsi dedicata ai senza fissa dimora della capitale ha sottolineato che in Italia ci sono 4,5 milioni di persone in poverta’ assoluta nel 2016 – a fronte di un dato del 2005 sotto la soglia dei due milioni -, 8 milioni quelli in poverta’ relativa, pari al 13% della popolazione italiana. Dati allarmanti che si legano ad un trend in crescita anche nella capitale e fotografano la difficolta’ del Paese ad uscire dalla crisi. “Le difficolta’ economiche- sottolinea Impagliazzo- riguardano principalmente le famiglie e le famiglie con tre o piu’ figli.