Fuga dalla giunta, atto terzo Si dimette Lucia Borsellino da: blog sicilia

luciaborsellino
ADVERTISEMENT

E alla fine le dimissioni arrivarono. Non è ancora arrivata la lettera al presidente della Regione ma Lucia Borsellino ha scelto gli sms (inviati dai suoi fedelissimi) per avvertire chi le è più vicino e chi con lei ha collaborato.

L’assessore del rinnovamento, la figlia del magistrato ucciso dalla mafia, lascia la giunta Crocetta e lo fa non senza polemiche. La lettera era già pronta alle 7 di stamattina quando Lucia chiamò a raccolta nella grande stanza dell’assessore alla salute, intorno al tavolo ovale che si trova davanti alla libreria, a ridosso della porta della segreteria, i suoi direttori ed i più stretti collaboratori. La scrivania dell’assessore era lontana 5 o 6 passi ma in quel momento sembravano  già chilometri. I telefoni spenti ad iniziare da quello della stessa Borsellino che oggi non parla neanche con le persone più vicine. Qualcuno fra i collaboratori lo tiene acceso ma non risponde.

In questo clima si sono decisi i tempi dell’addio, alla fine più rapidi diq uanto ci si potesse attendere. Con l’arresto di Matteo Tutino, l’assessore Borsellino si è tolta un peso ed ora si sente libera. Lo ha confessato in una intervista a Repubblica che stamani esce in edicola con tutto il carico di critiche non più troppo velate. Lucia, che ieri ha incassato dal procuratore Francesco Lo Voi il sostegno e la conferma pubblica del suo atteggiamento non solo collaborativo ma trasparente, adesso non intende più stare in silenzio.

Già nell’intervista a Repubblica l’intenzione di lasciare era chiara. Forse non oggi, ma presto, lasciava capire. Invece è stato proprio oggi. e non sarebbe potuta restare dopo aver detto chiaramente che il clima che si respira in giunta non è quello della trasparenza. Dopo aver confermato sospetti circolati per mesi circa l’ingerenza forte del Presidente nella scelta di alcuni manager che lei non avrebbe mai nominato.

“I motivi che mi avevano spinto ad entrare in questa giunta non esistono più” ha detto la Borsellino in quell’intervista. Dunque cadesso lascia. ASveva pensato tante volte di farlo e stavolta l’ha fatto E lasciando disinnesca anche la strategia di difesa di Crocetta che pensava già di contrattaccare per difendersi dall’assalto degli alleati di questi giorni, sparando proprio sulla sanità. E’ lei a scegliere, non intende più subire. Ha subito troppo in questi due anni che definisce “devastanti”.

L’addio della Borsellino, falsamente annunciato mesi fa, stavolta è arrivato davvero. Ed è un addio che fa tremare le fondamenta di palazzo d’Orleans e le poltrone di sala d’Ercole. La scossa di avvertimento era già arrivata. Nitida! Adesso è il terremoto.

Referendum greco: pesa il silenzio assordante degli intellettuali europei da: il manifesto

C’è un aureo testo di Kant che torna alla mente in que­ste ore in cui si con­suma l’attacco finale alla Gre­cia demo­cra­tica da parte dei cani da guar­dia dell’Europa oli­gar­chica, della finanza inter­na­zio­nale e del Nuovo ordine colo­niale a cen­tra­lità franco-tedesca. Nel 1784, l’autore della Cri­tica della ragione pura, già cele­ber­rimo in tutto il con­ti­nente, rispon­deva alla domanda sull’essenza dell’illuminismo. La indi­vi­duava nella scelta dell’autonomia; nella deci­sione con­sa­pe­vole e non priva di rischi di «uscire da una mino­rità della quale si è responsabili».

Inten­deva dire che affi­darsi alla guida di un tutore che per noi sce­glie e deli­bera è umi­liante ben­ché comodo. Che la libertà è affa­sci­nante ma il più delle volte peri­co­losa. E che l’insegnamento fon­da­men­tale del movi­mento dei Lumi che di lì a poco avrebbe por­tato i fran­cesi a sol­le­varsi con­tro l’autocrazia dell’antico regime con­si­ste pro­prio in que­sto: nel con­si­de­rare l’esercizio dell’autonomia indi­vi­duale e col­let­tiva un inde­ro­ga­bile dovere morale e poli­tico. Un fatto di dignità. Essere uomini signi­fica in primo luogo deci­dere per sé e rispon­dere delle pro­prie scelte. Rifiu­tarsi di vivere sotto il giogo di qual­siasi potere impo­sto con la vio­lenza delle armi o della super­sti­zione, del denaro o del conformismo.

Sono tra­scorsi oltre due secoli densi di sto­ria. Il mondo è cam­biato. Ma nes­suno direbbe che quelle di Kant sono con­si­de­ra­zioni arcai­che, ina­datte al nostro tempo. Siamo tutti pronti a sot­to­scri­verle. Rifor­mu­late con parole meno alate, le ripe­tiamo ogni qual­volta ragio­niamo sui prin­cipi demo­cra­tici ai quali vor­remmo si ispi­ras­sero le nostre società. Eppure che suc­cede quando i nodi ven­gono al pet­tine e la dignità di tutto un popolo è messa dav­vero in discus­sione, quando un intero paese è posto di fronte al bivio tra mino­rità e autonomia?

Anche se tele­vi­sioni e gior­nali di tutto il mondo fanno a gara per nascon­dere la realtà descri­vendo i greci come un gregge di bugiardi paras­siti (e atten­zione: vale per i greci oggi quel che ci si pre­para a dire domani sul conto di spa­gnoli, por­to­ghesi e ita­liani, sudici d’Europa), è abba­stanza chiaro il motivo per cui Ue, Bce e Fmi hanno deciso di sca­te­nare la guerra con­tro la Gre­cia. I soldi (pochi) sono più che altro un pre­te­sto. La sostanza è il modello sociale che deve prevalere.

I cre­di­tori vogliono essere certi che a pagare il «risa­na­mento» e la per­ma­nenza nell’eurozona sia la grande massa pro­le­ta­riz­zata dei lavo­ra­tori dipen­denti, costretti a vivere sta­bil­mente in mise­ria e in schia­vitù. Se a pagare fos­sero i grandi capi­tali, i conti tor­ne­reb­bero ugual­mente. E solo così l’economia greca potrebbe per dav­vero risa­narsi. Ma il prezzo poli­tico sarebbe esor­bi­tante, tale da vani­fi­care quanto è stato sin qui fatto, per mezzo della crisi, al fine di «rifor­mare» i paesi euro­pei e con­for­marli final­mente al modello neo­li­be­rale di «società aperta».

La par­tita è quindi squi­si­ta­mente poli­tica. Se non c’è di mezzo tanto un pro­blema di ragio­ne­ria quanto una que­stione poli­tica di prima gran­dezza – il modello sociale, appunto: i cri­teri base dell’allocazione delle risorse – allora è sacro­santa la pre­tesa del governo greco che a deci­dere se obbe­dire o meno ai dik­tat della troika sia il popolo che dovrà pagare le con­se­guenze delle deci­sioni assunte in sede euro­pea. È un fatto ele­men­tare di demo­cra­zia. Che però spo­sta il con­flitto sul ter­reno, cru­ciale e deci­sivo, della legit­ti­ma­zione dell’Europa unita: uno spo­sta­mento del tutto inaccettabile.

Non c’è da sor­pren­dersi se pro­prio la deci­sione di Tsi­pras di andare al refe­ren­dum popo­lare abbia fatto sal­tare il banco. L’Europa – que­sta Europa dei tec­no­crati e degli spe­cu­la­tori – può accet­tare molte dero­ghe. Può tol­le­rare gravi infra­zioni alle regole finan­zia­rie, come ha dimo­strato pro­prio nei con­fronti di Fran­cia e Ger­ma­nia. Può anche fati­co­sa­mente chiu­dere un occhio su qual­che misura tesa a ridurre l’iniquità delle cosid­dette riforme strut­tu­rali che i paesi sono chia­mati a rea­liz­zare per con­for­marsi al modello sociale prescritto.

Ma sulla que­stione delle que­stioni – la sovra­nità – non si tran­sige. Nes­suno può rimet­tere in discus­sione il fatto che in Europa i pre­sunti «popoli sovrani» non hanno voce in capi­tolo sul pro­prio destino. Fin­ché si scherza, magari fin­gendo di avere un par­la­mento euro­peo, bene. Ma guai ad aprire una brec­cia sulla costi­tu­zione dispo­tica dell’Unione, che è il suo fon­da­mento ma anche, a guar­dar bene, il suo tal­lone d’Achille.

Se que­sto è vero, allora un silen­zio pesa assor­dante men­tre le cro­na­che docu­men­tano le bat­tute finali di quest’ultima guerra inte­stina del vec­chio con­ti­nente. Dove sono finiti i «grandi intel­let­tuali», quelli che lo spi­rito del tempo desi­gna a pro­pri por­ta­voce, coloro la cui sapienza e sag­gezza reca l’onore e l’onere di indi­care la retta via quando il cam­mino si ingar­bu­glia? Non se ne vede l’ombra. Tutto su que­sto fronte tace, come se si trat­tasse di baz­ze­cole. Eppure c’è ancora qual­che sedi­cente filo­sofo, qual­che sto­rico, qual­che giu­ri­sta o socio­logo in Europa. C’è chi si atteg­gia a inter­prete auten­tico della crisi e sforna a ripe­ti­zione libri che discu­tono di Europa e di demo­cra­zia. Forse che, per tor­nare al vec­chio Kant, ciò che vale in teo­ria non serve a nulla in pratica?

Ci si domanda che farebbe oggi un novello Zola (o un nuovo Sar­tre) di fronte alla pre­po­tenza e alla viltà di quest’Europa. Eppure non occor­rono gesti eroici per ricor­dare che esi­stono diritti invio­la­bili, per chia­rire che nes­suna ragione al mondo con­sente di sca­ra­ven­tare un popolo nell’indigenza e nella dispe­ra­zione, per ram­men­tare che in que­sta par­tita torti e ragioni sono, come sem­pre, ripar­titi fra tutte le parti in causa. Niente. Silen­zio. A sbrai­tare è solo chi può per­met­tersi di svol­gere due parti in com­me­dia, il ruolo dell’accusatore e quello del giu­dice. Quanto all’imputato, stiamo molto attenti. Nati a Palermo o a Sivi­glia, a Milano o a Lisbona, siamo tutti quanti greci anche noi.

Stop Ttip: in Italia c’è già una causa Isds Fonte: sbilanciamociAutore: Monica Di Sisto

In ogni barzelletta che deride il tipico italiano medio che tradisce la moglie, il sottotesto comune è “negare sempre”. E le ultime vicende legate al comportamento del Governo italiano rispetto al Trattato transatlantico di liberalizzazione di commercio e investimenti (TTIP) sembra andare nella stessa direzione antropologica, non solo politica. Il 29 giugno prossimo la Commissione Commercio Internazionale del Parlamento europeo (INTA) sarà chiamata a riesaminare l’ammissibilità degli emendamenti alla Risoluzione parlamentare europea sul trattato. Il presidente del Parlamento, il socialdemocratico Martin Shultz infatti, temendo che anche la sua maggioranza avrebbe impallinato in plenaria un documento troppo favorevole al TTIP come quello sostenuto, almeno sulla carta, dal suo schieramento, dai popolari e dai liberal, ha messo la scusa che la plenaria non poteva esaminare tutto il centinaio di emendamenti che lo corredava e lo ha rinviato alla Commissione INTA perché li scremasse.

L’argomento più controverso per i parlamentari è la clausola (Investor to State Dispute Settlement o ISDS) che introduce la possibilità per gli investitori privati d’oltreoceano di citare per danni in un arbitrato quei Governi che danneggiassero i loro interessi, anche con leggi utili per i cittadini. Questa possibilità è stata talmente tanto avversata da esperti e società civile, che oltre 100 membri del parlamento di tutti gli schieramenti avevano sottoscritto un emendamento comune soppressivo che chiedeva alla Commissione europea, delegata alle trattative, di escluderla dal negoziato. Il nostro Governo, però, ha sempre sostenuto che la clausola, invece, fosse utile per l’Italia e che il fatto che il nostro Paese non ne avesse mai subite dimostrava quanto campati in aria fossero le preoccupazioni di società civile ed esperti. Poco cambiava per i nostri eroi se, invece, cinque giuristi ed economisti di fama internazionale, tra cui il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, in una lettera al Congresso americano gli chiedevano di non negoziare il TTIP proprio perché andava a introdurre una clausola, quella ISDS, che non si radica nella giurisprudenza, non può essere oggetto di appello, e i cui arbitri, passando di causa in causa con funzione intercambiabile tra postulante e giudice, non assicurano le necessarie garanzie di trasparenza e autonomia dagli interessi che rappresentano. “Nessuno dei tratti distintivi del nostro sistema giudiziario sarebbe possibile senza un sistema giudiziario equo e indipendente”, era la conclusione dei giuristi.

Ma il nostro Governo ha omesso un particolare importante: l’Italia, infatti, è già stata citata in una causa provocata da una clausola ISDS. E lo ha fatto emergere la Campagna Stop TTIP Italia. A confermarlo è l’ICSID, il Centro Internazionale di Risoluzione delle Dispute i (legato alla Banca Mondiale) che riporta sul suo sito che tre investitori di energie rinnovabili (il belga Blusun S.A., il francese Jean-Pierre Lecorcier e il tedesco Michael Stein) hanno denunciato la Repubblica italiana per la revisione del sistema incentivante sull’energia fotovoltaica. La possibilità di adire all’arbitrato privato dell’ICSID la offre l’Energy Charter Treaty, il trattato di liberalizzazione dell’energia che prevede l’istituzione di un organismo di risoluzione delle controversie tra investitori privati e Stati. Il caso che riguarda l’Italia è stato anche inserito in un dossier della Commissione Juri del Parlamento europeo del 2014 ii .

Il tribunale si è costituito il 12 giugno 2014 con la francese Dentons Europe come consulente di parte per gli investitori. Per l’8 maggio scorso era attesa la memoria difensiva dell’Avvocatura dello Stato, ma il silenzio del Governo imposto sull’ISDS, per evitare problemi sul negoziato TTIP, non permette di capire come stia procedendo la causa. Del resto l’improvvida uscita dell’Italia dall’Energy Charter Treaty, come denunciato dalla Campagna Stop TTIP Italia iii , dal sito Rinnovabili iv , da Il Manifesto v e successivamente riportato da altri quotidiani, sta a dimostrare come l’Italia, strenua sostenitrice dell’ISDS nel TTIP, ne fugga le conseguenze quando a rimetterci rischiano di essere proprio le finanze italiane.

A meno di una settimana dalla riunione straordinaria sul TTIP della Commissione Commercio internazionale del Parlamento europeo, è più che mai necessario che gli europarlamentari prendano una posizione chiara e non più ambigua. Per questo chiediamo loro:

– che sostengano e facciano vivere in vista del nuovo esame della Risoluzione in Plenaria (forse a luglio, più probabilmente a settembre) gli emendamenti che escludono totalmente qualsiasi arbitrato internazionale dal TTIP, ISDS privato o pubblico.

– che di conseguenza alla plenaria del Parlamento europeo e chiedano alla Commissione di rappresentare un no chiaro e univoco nel tavolo delle trattative con gli Usa che si riconvocherà già nella settimana che va dal 13 al 17 luglio.

Solo così sarà possibile dare una risposta chiara alle tante preoccupazioni motivate di cittadini, esperti e realtà della società civile. E il Governo italiano dimostrerà con i fatti di non essere così antropologicamente e tristemente medio come ci si sta mostrando.

 

i https://icsid.worldbank.org/apps/ICSIDWEB/cases/Pages/casedetail.aspx?CaseNo=ARB/14/3&tab=PRO

ii http://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/STUD/2015/509988/IPOL_STU%282015%29509988%28ANN01%29_EN.pdf

iii http://stop-ttip-italia.net/2015/04/24/litalia-esce-dallenergy-charter-treaty-a-causa-dellisds/

iv http://www.rinnovabili.it/energia/litalia-esce-trattato-carta-energia-333/

v http://ilmanifesto.info/incoerenza-italia-no-allarbitrato-nella-energy-charter-treaty-si-nel-ttip/

“Europa cieca. Alla Grecia chiede di fare ciò che non è mai stato chiesto a nessun paese”. Intervista a Roberto Romano Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

L’Europa sembra voler volontariamente perdere l’occasione di un rinnovamento sostanziale preda, anche in questo caso, degli egoismi…
Diciamo che siamo in una situazione nuova, che non ha precedenti storici e che chiunque faccia comparazioni con l’Argentina o paesi simili sbaglia paradigmi. E questo per l’ovvio motivo che l’euro è una moneta nuova in un continente più o meno omogeneo e che ha determinato alcuni equilibri. Ed in più l’euro è diventata addirittura moneta di riserva. E questo dovrebbe indurre a una maggiore consapevolezza da parte di chi governa l’Europa. Eppure questa consapevolezza sembra sfumata in un arco di tempo abbastanza breve. Tutto ciò è davvero poco ragionevole.

Insomma, c’è qualcuno che sta intorbidendo le acque volontariamente…
Che la Grecia abbia la necessità di fare alcune riforme di struttura, e non strutturali, non sono sinonimi, come il miglioramento della macchina pubblica, del sistema di tasszione e della struttura turistica, lo sanno tutti, e anche lo stesso Tsipras. Il punto è che per far questo occorrono tempo e investimenti. Quello che pochi dicono è che l’attuale situazione della Grecia non è causata da Tsipras, ma risale al 2001. Come ha già sottolineato Prodi, a quel tempo la Grecia non aveva i numeri per entrare nel consesso europeo, ma ci furono alcuni paesi come Francia e Germania che caldeggiarono una scelta di tipo politico. I governi di centrodestra che hanno avuto questa possibilità di sforare i conti pubblici non hanno fatto niente per avvicinare la Grecia all’Europa.

Il debito è un concetto normalissimo in economia…
Può succedere che un paese indebitato come la Grecia si trovi in difficoltà. Ma un conto è assicurare che il debito possa essere pagato nel tempo, un conto è esigere che il debito venga pagato immediatamente. Sono due cose completamente diverse. Alla Grecia viene chiesto di fare qualcosa che non è stato chiesto a nessun altro paese. Alla fine l’Irlanda, Cipro e la stessa Spagna hanno messo in campo una bad bank in cui i debiti sono sfumati. Insomma, l’Europa pur sapendo che l’euro hai ormai il rango di moneta di riserva internazionale si sta comportando come un “granducato”.

L’Europa sembra sempre più a guida tedesca, e questo già di per se è un fattore di forte disgregazione.
Dovremmo metterci nella testa delle istituzioni europee. Le istituzioni europee hanno un progetto europeo che vede il ruolo della Commissione europea non come soggetto di governance ma come l’ente che determina le linee di comportamento per quanto riguarda i conti pubblici, le attività finanziarie e il sistema creditizio. E in base a questo determina gli ordini di grandezza che i paesi devono rispettare per rimanere nell’Europa. Quindi, non governo dell’economia ma un comando ai singoli stati sul comportamento da tenere in caso di avanzi primari, a cui deve essere indirizzata la politica fiscale. Avanzi primari che devono far fronte agli shock economici internazionali. Questa cosa significa che l’Unione europea non ha un ruolo economico e di crescita. Il limite del progetto di riforma dell’Europa e del confronto con la Grecia è proprio questo, non c’è politica economica. Questo vuol dire assegnare ai singoli stati la soluzione della crisi. Ma questo non esiste in nessuna parte del mondo in cui ci sia una realtà federale.

Ho notato che nella comunità internazionale degli economisti c’è abbastanza omogeneità misure da prendere nei confronti della Grecia, e non coincidono con quanto si è discusso a Bruxelles.
Gli economisti hanno una idea abbastanza unanime. Questo confronto si poteva risolvere con l’haircut o con lo swap proposto da Varoufakis.

In tutto questo il Parlamento europeo?
E’ possibile, mi chiedo, che le istituzioni possono decidere di cancellare paesi e persone senza che il parlamento europeo che rappresenta quelle persone dica nulla. Non sono stati capaci nemmeno di una moral suasion. Eppure i temi in ballo sono strategici mi pare. Parlo di tutti, non solo dei parlamentari sociali o popolari.

Che ruolo ha il fattore geopolitico, più volte evocato da Tsipras?
Gli Stati uniti hanno conosciuto sulla propria pelle come una cosa piccolissima possa diventare enorme, come la vicenda Leehman Brothers. Hanno oggettivamente paura. Perfino al Germania fu salvata per problemi geopolitici. Sull’importanza di questa considerazione c’è molta consapevolezza sia da parte di Obama che da parte dei repubblicani. Se la Grecia è davvero senza liquidità da qualche parte i soldi li deve prendere. E il magnanimo di turno segnerà il destino geopolitico.

Non esite un’ora X, eppure tutti spargono terrorismo massmediatico come se niente fosse. I processi economici reali in realtà più lunghi e più complessi… 
I movimenti sono complicati. Da oggi, per una settimana ci sarà una periodo di stand by. Tutti sanno che la Bce metterà a disposizione la liquidità necessaria per il sistema creditizio. Debiti e crediti devono continuare ad incrociarsi. L’incognita è la reazione degli speculatori. Se la loro disposizione è di considerare l’attuale crisi come passeggera allora rimarrà tutto tranquillo, ma se loro arrivano a pensare che la linea dura sarà perseguita fino in fondo allora si potrebbero scatenare. E’ un processo a più variabili ma se tutto dovesse passare per questa alternativa in mano agli speculatori allora si aprirebbero scenari inediti.

Grecia, Krugman: “Votate No”. Forenza si scaglia contro Schultz: “Ingerenze intollerabili” Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

“La Grecia deve votare ‘no’ e il governo greco deve essere pronto, se necessario, a lasciare l’euro”.Così Paul Krugman in un commento sul New York Times in cui argomenta che le ragioni che lo spingono a sostenere il no – in una situazione in cui la “Grecia appare aver raggiunto il punto di non ritorno, con le banche chiuse e il controllo sui capitali” – sono di natura economica e, soprattutto, politica. Oggi in molti si sono spesi per invitare i greci a votare “sì”, a cominciare dal presidente della Commissione europea Juncker. A scendere in campo sono stati anche Shultz, presidente del Parlamento europeo, e Merkel. Tutti si sono “esercitati” sul dossier greco sottolineando le forti critiche a Tsipras.

Per Krugman, invece, dalla troika “alla Grecia è stata presentata un’offerta prendere o lasciare effettivamente non distinguibile dalle politiche degli ultimi cinque anni”. Per Krugman quella dei creditori internazionali era una mossa calcolata per “distruggere la ragione d’essere politica” di Tsipras e toglierlo dal governo “cosa che molti probabilmente succederà se i greci dovessero votare sì al referendum”. Ma – aggiunge l’economista liberal – vi sono tre ragioni che dovrebbero spingere i greci in direzione contraraia: “la prima, noi sappiamo che politiche di austerity ancora più dure sono un vicolo cieco: dopo cinque anni la Grecia sta peggio di prima. La seconda – argomenta ancora – il temuto caos del Grexit sta già succedendo”.
“Ed infine, accettare l’ultimatum della troika sarebbe l’abbondono finale di ogni pretesa di indipendenza greca”. Sarebbe la vittoria definitiva di “tecnocrati che sono in realtà degli illusionisti non tengono conto di niente di quello che sappiamo di macro economia e che finora hanno sbagliato tutti i passi”.
E finora hanno sempre esercitato il potere minacciando di “staccare la spina all’economia greca” minaccia che persiste fino a quando “l’uscita dall’euro viene considerata impensabile”. “Così è venuto il momento di mettere fine a questo impensabile – conclude – altrimenti la Grecia dovrà fronteggiare austerity senza fine e una depressione senza segnali di ripresa”.

A rispondere a Martin Schulz a proposito della mancanza di fiducia verso Varoufakis e quindi verso il governo greco è Eleonora Forenza, deputata europea dell’Altra Europa con Tsipras – gruppo GUE/NGL – ; che parla di parole “gravissime”. “Una figura istituzionale del suo calibro – aggiunge Forenza – non dovrebbe permettersi di scendere in campo contro un governo eletto dal popolo greco, che sta cercando in ogni modo una soluzione, nel rispetto del suo mandato. Tali ingerenze sono intollerabili”. “Chiedo che il Parlamento Europeo, di fronte a queste parole del presidente e vista l’importanza di queste giornate – aggiunge Forenza – si riunisca in una sessione plenaria prima del referendum che si terrà in Grecia domenica 5 luglio. Il voto del popolo greco è cruciale per il futuro dell’Unione Europea tutta: noi stiamo dalla parte dei popoli e vogliamo che quest’Europa sia democratica, non fondata sui ricatti e sulla speculazione”.

Reazioni positive al referendum di Atene arrivano anche da M5S. “La Grecia sfida la cecità degli euro-burocrati, si prepara a un passo storico in direzione della democrazia”, si legge in una nota congiunta dei gruppi M5S di Camera e Senato. “Con il referendum voluto dal M5S, anche in Italia daremo presto il primo pugno nello stomaco a questi sacerdoti dell’austerity. Faremo capire loro la differenza tra una Unione di banche e una Comunità di cittadini”, concludono i parlamentari M5S.

La comandante curda Rangin: «Coalizione internazionale contro l’Isis solo a parole» da: il manifesto

Intervista. Da Kobane parla la comandante kurda Rangin, mentre sono in corso i combattimenti

Una combattente Ypj a Kobane

«È il momento che fini­sca l’isolamento», ha denun­ciato la coman­dante delle Unità di pro­te­zione popo­lare delle donne (Ypj), Nasrin Abdalla in una con­fe­renza stampa alla Camera a Roma subito dopo il nuovo attacco dell’Is a Kobane.

Per discu­tere della nuova crisi che atta­na­glia la città abbiamo rag­giunto al tele­fono nel quar­tier gene­rale Ypj della città di Kobane la coman­dante Rangin.

Che suc­cede adesso a Kobane?

I com­bat­ti­menti con­ti­nuano. Ci sono un cen­ti­naio di mili­ziani di Daesh asser­ra­gliati in città e che pro­ce­dono con attac­chi som­mari con­tro la popolazione.

Come giu­dica l’operato della coa­li­zione internazionale?

Non fanno del loro meglio. Ci sono spesso civili kurdi uccisi nei bom­bar­da­menti. Suc­cede per errore, secondo loro, ma noi invece cre­diamo che vogliano man­te­nere una forma di equi­li­brio tra jiha­di­sti e com­bat­tenti kurdi. Se la coa­li­zione vuole bom­bar­dare una siga­retta lo fa. A volte chie­diamo attac­chi mirati e dicono di non poter pro­ce­dere. Troppi com­bat­tenti jiha­di­sti hanno armi degli Stati uniti o tur­che. Invece noi per mesi non abbiamo avuto arma­menti suf­fi­cienti. Dopo la libe­ra­zione delle aree con­trol­late dal regime siriano abbiamo raf­for­zato la lotta armata ma siamo sem­pre stati dipen­denti più dal soste­gno del popolo che dalle armi.

Lei si è unita ai Ypj nell’aprile del 2013 ed è subito entrata tra i ran­ghi pro­fes­sio­nali. Come è orga­niz­zato l’esercito Ypj?

Ci sono prima di tutto unità di auto­di­fesa locale (haremi), poi com­bat­tenti pro­fes­sio­ni­ste e infine unità di resi­stenza. Soprat­tutto gli uomini par­tono dall’autodifesa per entrare in Ypg; le donne, più sco­la­riz­zate, spesso entrano diret­ta­mente tra i com­bat­tenti pro­fes­sio­nali. Noi siamo come ogni altro eser­cito, dipen­diamo dall’ideologia di Oca­lan. Ma non siamo solo un eser­cito. Nei nostri mee­ting pas­siamo tempo a discu­tere e cri­ti­carci. Siamo un eser­cito di difesa. Le donne per com­bat­tere devono sapere per­ché e per cosa com­bat­tere. Per que­sto ini­ziamo con una pre­pa­ra­zione ideo­lo­gica e acca­de­mica per­ché ogni com­bat­tente Ypj deve cono­scere sé stessa.

Quindi Ypj è un eser­cito di femministe?

Non siamo per un fem­mi­ni­smo radi­cale. Dipen­diamo da noi stesse e bene­fi­ciamo dell’esperienza di tutti. Le donne in casa pro­teg­gono l’essenzialità della donna. La nostra bat­ta­glia è come donne (non importa se kurde, siriane o euro­pee) e per la nazio­na­lità che si iden­ti­fica con l’autonomia demo­cra­tica ed è con­tra­ria al con­cetto di Stato. Nei com­bat­ti­menti di Shen­gal le donne sono andate a sal­vare altre donne. A Til­te­mer le com­bat­tenti Ypj sono andate a sal­vare le donne arabe. Siamo andate a libe­rare decine di donne pri­gio­niere nei vil­laggi occu­pati da Isis.

Uno dei temi che trat­tate nei trai­ning delle Ypj è «amore e morte»?

L’amore è essen­ziale, parte dell’istinto di ognuno. La filo­so­fia della morte è un modo di vivere. Nel pas­sato tutti sape­vano che a breve sareb­bero morti ora non è così e que­sto ci discon­nette dalla natura e non ci fa accet­tare l’idea di morte. La reli­gione sfrutta la morte: se sei mar­tire vai in para­diso. Per noi amore e morte sono in con­trad­di­zione: quando ne discu­tiamo è per cer­care una nuova vita mili­tare, comu­ni­ta­ria, quo­ti­diana. La donna non è fatta solo per avere figli. Vogliamo rifor­mare, rin­no­vare la comu­nità. E poi par­liamo molto di sessualità.

Come ven­gono accolte dai com­pa­gni uomini le Ypj?

Alcuni uomini non accet­tano che il loro coman­dante sia donna. Se in que­sto con­te­sto le donne sono mili­tari, non è invano. Dob­biamo com­bat­tere con­tro il con­cetto che molti com­pa­gni hanno della donna. Quando ne par­liamo con un Ypg, spesso accade che cambi idea e capi­sca che le Unità maschili esi­stono per­ché esi­stono le Ypj e non vice­versa. Noi non siamo un eser­cito deco­ra­tivo. Tante nostre com­bat­tenti sono sal­tate in aria su mine, sono coman­danti (la mag­gio­ranza) di unità maschili. C’è molta auto­no­mia su que­sto. Abbiamo bri­gate miste, quasi in tutte le bri­gate ci sono co-comandanti. Per esem­pio, se i com­bat­tenti kurdi non fanno puli­zia etnica dopo la con­qui­sta di una città è prin­ci­pal­mente per la nostra per­sua­sione a smet­tere di com­met­tere errori.

La mia lettera d’addio al Pd di Fassina da: l’Huffington post

L’altro ieri, al circolo Pd di Capannelle, in un’assemblea pubblica in piazza, ho con dolore lasciato il Pd. L’ho fatto in un circolo della periferia romana, in un luogo difficile, dove continua a vivere la buona politica perché lì sono i miei referenti, i miei interlocutori, gli uomini e le donne che il 30 Dicembre del 2012 mi hanno dato la loro fiducia per entrare nel luogo supremo della rappresentanza. È innanzitutto a loro, a ciascuno delle elettrici e degli elettori del Pd che ha Roma mi hanno sostenuto, che sento di dover rispondere.

La scelta del governo Renzi di approvare al Senato il ddl Scuola attraverso il voto di fiducia è grave sul piano del corretto funzionamento delle istituzioni della rappresentanza democratica ed è insostenibile sul piano politico per il Pd.

La scuola è il luogo dove ogni giorno vive, si insegna e si impara, la Costituzione. La scuola è l’architrave delle istituzioni della Repubblica. Il ponte per il futuro. La scala della mobilità sociale.

Dopo mesi di mobilitazioni intense, diffuse, appassionate di docenti, studenti e famiglie, dopo uno sciopero attivamente partecipato da 618.000 insegnanti, tecnici e ausiliari della scuola, dopo un voto amministrativo segnato dal distacco di una parte significativa di popolo democratico dal Pd, il governo Renzi, invece di aprire finalmente un confronto con i protagonisti della scuola, prima fa slittare per settimane i lavori della Commissione Istruzione del Senato, poi strumentalizza gli insegnanti precari da assumere a Settembre e tenta di scaricare sulle opposizioni e su alcuni senatori del Pd i ritardi accumulati, infine, impedisce al Senato la discussione anche in aula.

È uno schiaffo al Parlamento. È uno schiaffo all’universo della scuola. È la dimostrazione di una visione autoreferenziale della politica indifferente al distacco, già a livelli di allarme, tra cittadini e istituzioni.

Sento profondamente mia la tristezza espressa dal sen. Walter Tocci che, insieme a altri colleghi, ha cercato fino all’ultimo di aprire il dialogo con il governo: “Sono un vecchio parlamentare e ho combattuto due leggi devastanti per la scuola, prima la Moratti e poi la Gelmini. Però devo riconoscere che in entrambi i casi noi dell’opposizione abbiamo potuto portare in votazione i nostri emendamenti dopo un dibattito parlamentare di diverse settimane. Con il mio governo invece non è stato possibile votare le proposte né in commissione né in aula. Si approva una brutta legge senza che il Senato possa esaminare il provvedimento.”

Nel merito, il Ddl scuola, nonostante la martellante propaganda, non è una buona riforma, anzi, non è una riforma. È un intervento regressivo di riorganizzazione dei rapporti di lavoro, all’insegna del Jobs Act, negativo per la qualità della didattica, negativo per la libertà di insegnamento.

È un intervento ispirato nel suo principio guida dal Ddl Aprea di epoca berlusconiana. Sarebbero state necessarie correzioni profonde almeno su 4 punti per: 1. cancellare la chiamata e la revoca dei docenti da parte dei presidi; 2. introdurre un piano pluriennale di assunzione degli insegnanti precari, abilitati e di III fascia da abilitare, connesso ai pensionamenti, quindi senza oneri aggiuntivi di finanza pubblica; 3. rivedere l’iniquo finanziamento alle scuole private e il divaricante meccanismo dello school bonus e, infine, 4. ridurre e ridefinire le norme di delega. Invece, il testo del maxi emendamento predisposto dal governo si limita a qualche ritocco cosmetico per far finta di aver ascoltato.

Come con la delega lavoro, anche con il Ddl scuola, il governo Renzi contraddice radicalmente il programma sul quale ciascun parlamentare del Pd e Sel è stato eletto. Sono, in entrambi i casi, svolte liberiste e regressive, ingiuste per i diretti interessati e dannose per la ripresa economica e morale dell’Italia.

Su punti fondamentali sono ricalchi della piattaforma elettorale del PdL. Sono scelte senza alcuna legittimazione democratica diretta o indiretta perché il Segretario del Pd le ha omesse sia dalla campagna congressuale del 2013, sia dal programma di governo sul quale ha ricevuto la fiducia del Parlamento a Febbraio 2014, sia dalla campagna elettorale delle elezioni europee.

Il cambiamento è necessario. Anzi urgente. Ma il cambiamento non è neutro. Può essere progressivo o regressivo. In questi mesi, insieme a altri colleghi e colleghe, abbiamo cercato di dare il nostro apporto per un cambiamento progressivo. Invece, da subito, dal Segretario del Pd è arrivata la delegittimazione morale, oltre che politica, delle posizioni e delle proposte diverse. Tante riunioni senza vera discussione. Soltanto monologhi in streaming.

Le ultime elezioni amministrative, dopo il voto regionale del novembre scorso in Emilia, evidenziano che una parte importante, qualificante, decisiva, del popolo del Pd è stata abbandonata dal Pd di Matteo Renzi. La discussione del Ddl scuola sarebbe potuta essere l’occasione per riaprire un canale di comunicazione e incominciare a rammendare gli strappi. Invece, con il voto di fiducia sul Ddl scuola, il Pd conferma di riposizionarsi in termini di cultura politica, programma e di interessi rappresentati.

Il Pd vuole essere il partito dell’establishment, del big business, di Marchionne e dei banchieri d’affari oramai ovunque nelle principali postazioni delle amministrazioni economiche e, insieme, il partito garante dell’ordine teutonico dell’euro-zona nel sacrificio dell’interesse nazionale.

Tra il Pd e il popolo democratico abbandonato dal Pd scelgo il popolo democratico. Insieme a Pippo Civati, Luca Pastorino, Sergio Cofferati, Monica Gregori, Daniela Lastri e a tante donne e uomini che hanno creduto e costruito il Pd e ora vivono l’abbandono da parte del Pd smarriti ma ancora appassionati di bella politica, avviamo un cammino sui territori della nostra Italia.

Vogliamo incontrare chi non si è rassegnato all’esistente, chi non si arrende al dominio dei poteri più forti. Vogliamo ascoltare chi domanda dignità della persona che lavora, uguaglianza, giustizia sociale e nei diritti civili, valorizzazione del nostro ambiente. Vogliamo lanciare una controffensiva culturale e politica allo svuotamento delle democrazie nazionali e alla subalternità della famiglia socialista europea. Vogliamo raccogliere la sfida per un neo-umanesimo contenuta nei messaggi “radicali” della dottrina sociale della Chiesa interpretata da Papà Francesco.

Ci vediamo sabato 4 luglio, a Roma, al Palladium. Ricominciamo, insieme, da scuola, lavoro, democrazia. Raccogliamo la sfida per una sinistra di governo per un’agenda alternativa, in Italia e in Europa.

La democrazia non si svende e non si vende. Firma l’appello in solidarietà con Tsipras e il popolo greco Fonte: micromega

Cari lettori, pubblichiamo la dichiarazione del capo del governo greco ai cittadini di quel paese. Pensiamo sia necessario che tutti i cittadini democratici europei lo sostengano.
Vi chiediamo di firmare con MicroMega questo brevissimo testo, da inviare alle autorità di tutte le istituzioni europee:

Siamo con la democrazia, che è sempre “giustizia e libertà”, contro la protervia dei poteri finanziari che vogliono imporre al popolo greco le politiche di liberismo selvaggio che hanno scatenato la crisi mondiale e stanno distruggendo l’Europa.

FIRMA L’APPELLO

La lettera di Tsipras al popolo greco

Greche e greci,
da sei mesi il governo greco conduce una battaglia in condizioni di asfissia economica mai vista, con l’obiettivo di applicare il vostro mandato del 25 gennaio a trattare con i partner europei, per porre fine all’austerity e far tornare il nostro paese al benessere e alla giustizia sociale. Per un accordo che possa essere durevole, e rispetti sia la democrazia che le comuni regole europee e che ci conduca a una definitiva uscita dalla crisi.

In tutto questo periodo di trattative ci è stato chiesto di applicare gli accordi di memorandum presi dai governi precedenti, malgrado il fatto che questi stessi siano stati condannati in modo categorico dal popolo greco alle ultime elezioni. Ma neanche per un momento abbiamo pensato di soccombere, di tradire la vostra fiducia.

Dopo cinque mesi di trattative molto dure, i nostri partner, sfortunatamente, nell’eurogruppo dell’altro ieri (giovedì n.d.t.) hanno consegnato una proposta di ultimatum indirizzata alla Repubblica e al popolo greco. Un ultimatum che è contrario, non rispetta i principi costitutivi e i valori dell’Europa, i valori della nostra comune casa europea. È stato chiesto al governo greco di accettare una proposta che carica nuovi e insopportabili pesi sul popolo greco e minaccia la ripresa della società e dell’economia, non solo mantenendo l’insicurezza generale, ma anche aumentando in modo smisurato le diseguaglianze sociali.

La proposta delle istituzioni comprende misure che prevedono una ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro, tagli alle pensioni, nuove diminuzioni dei salari del settore pubblico e anche l’aumento dell’IVA per i generi alimentari, per il settore della ristorazione e del turismo, e nello stesso tempo propone l’abolizione degli alleggerimenti fiscali per le isole della Grecia.

Queste misure violano in modo diretto le conquiste comuni europee e i diritti fondamentali al lavoro, all’eguaglianza e alla dignità; e sono la prova che l’obiettivo di qualcuno dei nostri partner delle istituzioni non era un accordo durevole e fruttuoso per tutte le parti ma l’umiliazione di tutto il popolo greco.

Queste proposte mettono in evidenza l’attaccamento del Fondo Monetario Internazionale a una politica di austerity dura e vessatoria, e rendono più che mai attuale il bisogno che le leadership europee siano all’altezza della situazione e prendano delle iniziative che pongano finalmente fine alla crisi greca del debito pubblico, una crisi che tocca anche altri paesi europei minacciando lo stesso futuro dell’unità europea.

Greche e greci,
in questo momento pesa su di noi una responsabilità storica davanti alle lotte e ai sacrifici del popolo greco per garantire la Democrazia e la sovranità nazionale, una responsabilità davanti al futuro del nostro paese. E questa responsabilità ci obbliga a rispondere all’ultimatum secondo la volontà sovrana del popolo greco.

Poche ore fa (venerdì sera n.d.t.) si è tenuto il Consiglio dei Ministri al quale avevo proposto un referendum perché sia il popolo greco sovrano a decidere. La mia proposta è stata accettata all’unanimità.

Domani (oggi n.d.t.) si terrà l’assemblea plenaria del parlamento per deliberare sulla proposta del Consiglio dei Ministri riguardo la realizzazione di un referendum domenica 5 luglio che abbia come oggetto l’accettazione o il rifiuto della proposta delle istituzioni.

Ho già reso nota questa nostra decisione al presidente francese, alla cancelliera tedesca e al presidente della Banca Europea, e domani con una mia lettera chiederò ai leader dell’Unione Europea e delle istituzioni un prolungamento di pochi giorni del programma (di aiuti n.d.t.) per permettere al popolo greco di decidere libero da costrizioni e ricatti come è previsto dalla Costituzione del nostro paese e dalla tradizione democratica dell’Europa.

Greche e greci, a questo ultimatum ricattatorio che ci propone di accettare una severa e umiliante austerity senza fine e senza prospettiva di ripresa sociale ed economica, vi chiedo di rispondere in modo sovrano e con fierezza, come insegna la storia dei greci. All’autoritarismo e al dispotismo dell’austerity persecutoria rispondiamo con democrazia, sangue freddo e determinazione.

La Grecia è il paese che ha fatto nascere la democrazia, e perciò deve dare una risposta vibrante di Democrazia alla comunità europea e internazionale.
E prendo io personalmente l’impegno di rispettare il risultato di questa vostra scelta democratica qualsiasi esso sia.
E sono del tutto sicuro che la vostra scelta farà onore alla storia della nostra patria e manderà un messaggio di dignità in tutto il mondo.

In questi momenti critici dobbiamo tutti ricordare che l’Europa è la casa comune dei suoi popoli. Che in Europa non ci sono padroni e ospiti. La Grecia è e rimarrà una parte imprescindibile dell’Europa, e l’Europa è parte imprescindibile della Grecia. Tuttavia un’Europa senza democrazia sarà un’Europa senza identità e senza bussola.
Vi chiamo tutti e tutte con spirito di concordia nazionale, unità e sangue freddo a prendere le decisioni di cui siamo degni. Per noi, per le generazioni che seguiranno, per la storia dei greci.
Per la sovranità e la dignità del nostro popolo.

Alexis Tsipras

Firma l’appello di MicroMega in solidarietà con Tsipras e il popolo greco

La lettera di Alexis Tsipras a tutti i Greci e le Greche da: lista tsipras

La lettera di Alexis Tsipras a tutti i Greci e le Greche

TAG correlati: Tsipras, referendum Grecia, Summit Ue,

traduzione di Aurelio Lentini e Amalia Kolonia, esclusiva del sito Il fascino degli intellettuali

«Greche e greci,
da sei mesi il governo greco conduce una battaglia in condizioni di asfissia economica mai vista, con l’obiettivo di applicare il vostro mandato del 25 gennaio a trattare con i partner europei, per porre fine all’austerity e far tornare il nostro paese al benessere e alla giustizia sociale. Per un accordo che possa essere durevole, e rispetti sia la democrazia che le comuni regole europee e che ci conduca a una definitiva uscita dalla crisi.

 In tutto questo periodo di trattative ci è stato chiesto di applicare gli accordi di memorandum presi dai governi precedenti, malgrado il fatto che questi stessi siano stati condannati in modo categorico dal popolo greco alle ultime elezioni. Ma neanche per un momento abbiamo pensato di soccombere, di tradire la vostra fiducia.

Dopo cinque mesi di trattative molto dure, i nostri partner, sfortunatamente, nell’eurogruppo dell’altro ieri (giovedì n.d.t.) hanno consegnato una proposta di ultimatum indirizzata alla Repubblica e al popolo greco. Un ultimatum che è contrario, non rispetta i principi costitutivi e i valori dell’Europa, i valori della nostra comune casa europea. È stato chiesto al governo greco di accettare una proposta che carica nuovi  e insopportabili pesi sul popolo greco e minaccia la ripresa della società e dell’economia, non solo mantenendo l’insicurezza generale, ma anche aumentando in modo smisurato le diseguaglianze sociali.

La proposta delle istituzioni comprende misure che prevedono una ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro, tagli alle pensioni, nuove diminuzioni dei salari del settore pubblico e anche l’aumento dell’IVA per i generi alimentari, per il settore della ristorazione e del turismo, e nello stesso tempo propone l’abolizione degli alleggerimenti fiscali per le isole della Grecia. Queste misure violano in modo diretto le conquiste comuni europee e i diritti fondamentali al lavoro, all’eguaglianza e alla dignità; e sono la prova che l’obiettivo di qualcuno dei nostri partner delle istituzioni non era un accordo durevole e fruttuoso per tutte le parti ma l’umiliazione di tutto il popolo greco.
Queste proposte mettono in evidenza l’attaccamento del Fondo Monetario Internazionale a una politica di austerity dura e vessatoria, e rendono più che mai attuale il bisogno che le leadership europee siano all’altezza della situazione e prendano delle iniziative che pongano finalmente fine alla crisi greca del debito pubblico, una crisi che tocca anche altri paesi europei minacciando lo stesso futuro dell’unità europea.

Greche e greci,

in questo momento pesa su di noi una responsabilità storica davanti alle lotte e ai sacrifici del popolo greco per garantire la Democrazia e la sovranità nazionale, una responsabilità davanti al futuro del nostro paese. E questa responsabilità ci obbliga a rispondere all’ultimatum secondo la volontà sovrana del popolo greco.

Poche ore fa (venerdì sera n.d.t.) si è tenuto il Consiglio dei Ministri al quale avevo proposto un referendum perché sia il popolo greco sovrano a decidere. La mia proposta è stata accettata all’unanimità.
Domani (oggi n.d.t.) si terrà l’assemblea plenaria del parlamento per deliberare sulla proposta del Consiglio dei Ministri riguardo la realizzazione di un referendum domenica 5 luglio che abbia come oggetto l’accettazione o il rifiuto della proposta delle istituzioni.

Ho già reso nota questa nostra decisione al presidente francese, alla cancelliera tedesca e al presidente della Banca Europea, e domani con una mia lettera chiederò ai leader dell’Unione Europea e delle istituzioni un prolungamento di pochi giorni del programma (di aiuti n.d.t.) per permettere al popolo greco di decidere libero da costrizioni e ricatti come è previsto dalla Costituzione del nostro paese e dalla tradizione democratica dell’Europa.

Greche e greci,

a questo ultimatum ricattatorio che ci propone di accettare una severa e umiliante austerity senza fine e senza  prospettiva di ripresa sociale ed economica, vi chiedo di rispondere in modo sovrano e con fierezza, come insegna la storia dei greci. All’autoritarismo e al dispotismo dell’austerity persecutoria rispondiamo con democrazia, sangue freddo e determinazione.

La Grecia è il paese che ha fatto nascere la democrazia, e perciò deve dare una risposta vibrante di Democrazia alla comunità europea e internazionale.

E prendo io personalmente l’impegno di rispettare il risultato di questa vostra scelta democratica qualsiasi esso sia.

E sono del tutto sicuro che la vostra scelta farà onore alla storia della nostra patria e manderà un messaggio di dignità in tutto il mondo.

In questi momenti critici dobbiamo tutti ricordare che l’Europa è la casa comune dei suoi popoli. Che in Europa non ci sono padroni e ospiti. La Grecia è e rimarrà una parte imprescindibile dell’Europa, e l’Europa è parte imprescindibile della Grecia. Tuttavia un’Europa senza democrazia sarà un’Europa senza identità e senza bussola.

Vi chiamo tutti e tutte con spirito di concordia nazionale, unità e sangue freddo a prendere le decisioni di cui siamo degni. Per noi, per le generazioni che seguiranno, per la storia dei greci.

Per la sovranità e la dignità del nostro popolo».

Alexis Tsipras

Poche ore fa (venerdì sera n.d.t.) si è tenuto il Consiglio dei Ministri al quale avevo proposto un referendum perché sia il popolo greco sovrano a decidere. La mia proposta è stata accettata all’unanimità.
Domani (oggi n.d.t.) si terrà l’assemblea plenaria del parlamento per deliberare sulla proposta del Consiglio dei Ministri riguardo la realizzazione di un referendum domenica 5 luglio che abbia come oggetto l’accettazione o il rifiuto della proposta delle istituzioni.

Tunisia, attacco in resort nel golfo di Hammamet: 38 morti, strage fra i turisti

Tunisia, attacco in resort nel golfo di Hammamet: 38 morti, strage fra i turisti
L’arresto di un sospettato a Sousse (reuters)

Spari sulla spiaggia, panico e clienti barricati nelle stanze. Uno dei due attentatori è rimasto ucciso, altri fermati: sarebbero arrivati dal mare. Hanno inseguito gli stranieri fino alla piscina interna e risparmiato gli inservienti. Un terrorista ha nascosto il kalashnikov in un ombrellone. Le vittime di nazionalità britannica, tedesca, belga, francese

26 giugno 2015

TUNISI – Terrore sulla spiaggia delle vacanze in Tunisia, in un venerdì di Ramadan segnato anche da attentati in Francia, Kuwait e Somalia. Dopo la strage del Bardo, un altro colpo della Jihad a un settore trainante dell’economia tunisina. Uomini armati hanno attaccato la spiaggia di due resort di lusso a Sousse, nel golfo di Hammamet. Spari sulla spiaggia, scene di panico e turisti chiusi nelle camere dell’hotel Imperial Marhaba. Secondo il ministero della Salute di Tunisi, 38 persone sarebbero rimaste uccise: lo stesso ministero ha precisato che tra i morti ci sono stranieri di nazionalità britannica – la maggioranza (almeno cinque, secondo il governo di Londra) – tedesca, belga, francese. I feriti sono 36: tra questi quattro sono di nazionalità belga come riferisce il portavoce del ministero della Sanità tunisino, Chokri Nafti, ha precisato che alcuni feriti si trovano in condizioni critiche e il bilancio delle vittime potrebbe quindi aggravarsi ulteriormente.

Tunisia, attacco in resort nel golfo di Hammamet: 38 morti, strage fra i turisti

Uno degli attentatori è stato colpito a morte, un altro è stato arrestato. La cattura è avvenuta ad Akouda, località a pochi km da Sousse. Effettuati altri fermi.

L’assalto. Secondo le autorità, l’assalto sarebbe stato condotto da almeno due terroristi, uno dei quali, armato di kalashnikov, è stato ucciso dalle forze di polizia in uno scontro a fuoco avvenuto sulla spiaggia. L’altro attentatore si è dato alla fuga ed è stato poi catturato. Secondo testimoni oculari, i due terroristi sarebbero arrivati via mare a bordo di un gommone e avrebbero fatto irruzione sulla spiaggia. A quel punto uno dei due, vestito come un qualsiasi bagnante, avrebbe aperto il fuoco con granate e nascondeva il kalashnikov sotto un ombrellone che aveva in mano. I terroristi sono poi entrati nella struttura e hanno inseguito i turisti in fuga fino alla piscina, risparmiando gli inservienti. Il terrorista ucciso è uno studente non conosciuto alle forze dell’ordine, originario di Kairouan, nel centro del Paese, una delle città sante dell’Islam e sede della più antica moschea del Maghreb. E in nottata è arrivata – sui social media – la rivendicazione della strage sulla spiaggia di Sousse.

Tunisia, attacco in resort nel golfo di Hammamet: 38 morti, strage fra i turisti

Nei giorni scorsi lo Stato islamico aveva lanciato un appello ad aumentare gli attentati nel mese di Ramadan. Sempre l’Is aveva rivendicato anche il massacro nella moschea di Kuwait City.

Attacco in Tunisia, il testimone: “I terroristi sono arrivati in barca”

Tunisia sotto shock. Il presidente tunisino, Beji Caid Essebsi, ha dichiarato che la Tunisia non può rispondere agli attentati da sola: “Nello stesso giorno e nella stessa ora, sia la Francia che il Kuwait sono stati bersaglio di un attentato simile. E’ la prova che occorre una strategia globale e che tutti i paesi democratici devono unire le loro forze”. Il governo tunisino ha deciso un giro di vite laico contro i centri di predicazione dell’odio religioso. Saranno chiuse 80 moschee – al di fuori del controllo dello Stato – per incitamento alla violenza.

Solidarietà al presidente tunisino è stata espressa dal collega francese Francois Hollande. Gli hotel finiti nel mirino sono l’Hotel Riu Imperial Marhaba e il Port el Kantaoui. Tuttavia “Pensavamo fossero dei petardi, ma abbiamo capito velocemente quello che stava accadendo”, ha raccontato a Sky news un turista inglese, Gary Pine, presente sulla spiaggia di Sousse. I turisti si sono rintanati nelle proprie camere di albergo.

Farnesina al lavoro. Sousse, a 150 chilometri da Tunisi, è una meta turistica molto popolare sia tra i tunisini che tra gli europei. La Farnesina sta verificando la presenza di italiani. Durante il mese di digiuno del Ramadan in genere sulle spiagge ci sono in grande maggioranza turisti stranieri.