Mark Zuckerberg preoccupato per la stretta di Trump su visti e rifugiati: “Gli Usa sono un Paese di immigrati” L’Huffington Post | Di Redazione

“Siamo una nazione di immigrati, e tutti traiamo beneficio quando le menti migliori e più brillanti da tutto il mondo possono vivere, lavorare e contribuire qui. Spero che troveremo il coraggio e la compassione per mettere insieme le persone e rendere questo mondo un posto migliore per tutti”. Mark Zuckerberg, il creatore di Facebook, è preoccupato per le misure dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in materia di immigrazione e gli ricorda che proprio gli Usa sono “una nazione di immigrati”.
“I miei nonni arrivarono da Germania, Austria e Polonia. I genitori di Priscilla (la moglie) erano rifugiati provenienti da Cina e Vietnam. Gli Usa sono una nazione di immigrati e dovremmo esserne orgogliosi”, ha scritto nel suo profilo ufficiale della rete sociale.
“Come molti di voi, sono preoccupato dall’impatto dei recenti ordini esecutivi firmati dal presidente Trump”, ha aggiunto. Per il fondatore di Facebook, gli Usa dovrebbero “mantenere le porte aperte ai rifugiati e a quelli che necessitano aiuto. Questo è quello che siamo. Se avessimo voltato loro le spalle decenni fa, la famiglia di Priscilla non sarebbe oggi qui”.
In ultimo, Zuckerberg si dice fiducioso per le parole del presidente sui ‘dreamers’, i ‘sognatori’, i giovani senza documenti entrati nel Paese da bambini e per i quali ha promesso di lavorare a una soluzione; e ha ricordato che gli Usa devono continuare a giovarsi degli stranieri “con grande talento”. “Anni fa, feci lezione in una scuola secondaria e alcuni dei miei migliori studenti erano clandestini. Anche costoro sono il nostro futuro”.

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PER NON DIMENTICARE 27-01-2017 ISTITUTO COMPRENSIVO “G. VERGA” DI FIUMEFREDDO DI SICILIA insieme con ANPI Catania

Giornata della memoria 27 gennaio 2017
Ringrazio la preside, il corpo docente per l’accoglienza data all’associazione ANPI e gli alunni per aver partecipato con attenzione e commozione .

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Anche quest’anno l’I.C. Verga di Fiumefreddo di Sicilia ha voluto ricordare il “Giorno della memoria” attraverso una serie di iniziative volte a fare conoscere ai suoi giovani studenti una delle pagine più dolorose della storia dell’umanità.
Dopo avere nei giorni precedenti parlato nelle classi del significato della parola Shoah, gli alunni della scuola secondaria di primo grado hanno assistito giorno 27 gennaio 2017 alla proiezione del film “Il viaggio di Fanny”.
Il film racconta la storia vera della protagonista Fanny, una ragazza ebrea di tredici anni che durante l’occupazione nazista del proprio paese da parte dei nazisti si vede costretta, assieme ad altri ragazzini come lei, a doversi separare dai genitori e affrontare un viaggio pieno di pericoli in cerca della libertà. Fanny e i suoi compagni di sventura alla fine riusciranno a rifugiarsi in Svizzera ma come si apprende dai titoli di coda non rivedrà più i propri genitori.
Il film riesce con immagini delicate a fare sentire ai ragazzi tutta l’angoscia e la sofferenza dei bambini ma fa riflettere anche sull’umanità e il grande coraggio di chi ha aiutato tanti ebrei a fuggire rischiando e talvolta sacrificando la propria stessa vita.
Alla fine della proiezione ha preso la parola la signora Santina Sconza, presidente dell’ANPI Catania e ha invitato i ragazzi a riflettere sul valore della diversità come elemento distintivo di ogni essere umano.
Contro tale diversità si sono invece accaniti i nazisti che hanno deportato nei lager tutti coloro che erano considerati diversi, ebrei, rom, testimoni di Geova, malati, omosessuali, dissidenti politici.
La vergogna delle leggi razziali ha riguardato anche noi italiani e la signora Sconza ha citato il caso di Liliana Segre, testimone delle atrocità naziste, esclusa dalla scuola a sei anni perchè ebrea e poi deportata nei campi con tutta la famiglia.
La signora Sconza ha anche ricordato il coraggio dei tanti partigiani che hanno lottato per la democrazia, il signor Nunzio di Francesco di Linguaglossa e il signor Garufi di Altarello sono stati tra i pochi sopravvissuti di Mauthausen.
Sempre a Mauthausen ha trovato la morte il professore Salanitro, denunciato alle autorità dal preside della scuola in cui insegnava perché accusato di insegnare idee di libertà ai propri alunni. Anche Fiumefreddo ricorda un partigiano sopravvissuto ai campi di concentramento, il signor Mangano, fino a pochi anni fa presente in questa ricorrenza.
La signora Sconza, infine, ha invitato i nostri alunni ad allargare il proprio sguardo vero quelle terre martoriate dalla guerra, ai migranti che a migliaia muoiono in mare e ci ha sollecitato ad accogliere chi è rifugiato, a considerarci tutti cittadini dello stesso mondo e infine a lottare per avere un mondo senza la guerra dove regni la pace e l’amore per i nostri simili

Storia. L’inferno nascosto di Dora, il lager nazista più segreto da. avvenire.it


Lucia Bellaspiga martedì 24 gennaio 2017
In un documentario la storia delle gallerie nelle viscere dei monti Harz, dove 60mila internati lavorarono al progetto dei missili V2, senza vedere la luce per anni. Tra loro 1500 italiani
Una delle gallerie scavate con i picconi dove gli schiavi lavoravano e vivevano (Light History)

Una delle gallerie scavate con i picconi dove gli schiavi lavoravano e vivevano (Light History)

Ha il dolce nome di una donna, ma il suo ventre è sotto terra e partorisce solo uomini morti. Dora, quattro lettere che stanno per Deutsche Organisation Reichs Arbeit, il campo di lavori forzati più segreto e più duro dell’intera Germania nazista. Come tutti gli inferni, diramava i suoi gironi sotto terra, in mefitiche gallerie buie e gigantesche, dove 60mila internati tra l’agosto del 1943 e l’aprile del 1945 lavoravano e persino vivevano, senza mai rivedere la luce. «New York e Londra spariranno presto dalla faccia della terra», aveva promesso Himmler e il segreto era là sotto, nelle viscere di Dora, dove i sepolti vivi avrebbero costruito le ‘V2’, missili teleguidati a lunga gittata, un miracolo della scienza… «Nessuno sapeva dell’esistenza di Mittelbau Dora, le persone sparivano nel nulla e nemmeno i familiari conoscevano la loro fine», racconta Raffella Cortese, autrice insieme a Mary Mirka Milo del documentario Inferno Mittelbau Dora, che Rai Storia manderà in onda il 27 gennaio alle 19 nella Giornata della Memoria. «E ancora oggi di Dora non si parla mai, sparita nell’oblio, cancellata dai libri di storia». Esperta in stragi fin dai tempi in cui ha firmato le puntate Rai di Mixer e La storia siamo noi, dalle Brigate Rosse ai Nar, da Piazza Fontana alla strage di Bologna, Cortese non poteva non lasciarsi attrarre dall’abisso nero di Dora.

Per oltre un anno le due autrici hanno scavato in archivi e ricordi, incontrato sopravvissuti: «A Mittelbau Dora i prigionieri arrivavano dagli altri campi, soprattutto da Buchenwald», sostituiti man mano che morivano. Erano in gran parte russi, polacchi e francesi, ma dopo l’8 settembre 1943 anche gli italiani divennero nemici e 1.500 nostri militari finirono internati a Dora come ‘oppositori politici’, contrassegnati con un triangolo rosso. Tra questi Guido Bianchedi, classe 1920, lucido protagonista del documentario. Soldato di leva, arrestato a Lubiana dai tedeschi, da Buchenwald fu presto deportato a Dora: «Una sera ci caricarono su un camion. Un’ora e mezza dopo aprirono la sponda posteriore e ci fecero scendere, c’era fango fino alle ginocchia…». Carne da macello destinata a scavare con picconi le gallerie per le mostruose V2, alte come un palazzo di cinque piani.

Era stato lo stesso Hitler a ordinare la ricollocazione sotterranea degli impianti di produzione, dopo i rovinosi bombardamenti degli Alleati, e la scelta del luogo era caduta sulle grotte dei monti Harz, nel cuore della Germania, mentre di Himmler era l’idea di usare i prigionieri dei campi di concentramento: «Era un lavoro massacrante e senza mai sosta. Nelle gallerie sempre più in profondo mancava ossigeno, fame e sete ci torturavano, sono riuscito a lavarmi dopo due anni, la testa brulicava di pidocchi fino a sanguinare. Laggiù, sempre al buio, anche vivevamo», se così si può dire. Uno dei tunnel conteneva i ‘letti’ a castello alti 9 metri e larghi 12, per diecimila schiavi. È il nipote di un altro internato, Mario Quadalti, a riassumere i racconti dell’omonimo zio, arruolato alpino a 21 anni e dopo l’8 settembre arrestato a Cuneo: «La fame era tale che là sotto si erano costruiti una bilancina per misurare le molliche che toccavano all’uno o all’altro».

A Mittelbau Dora non si faceva l’appello quotidiano per la conta, «tanto dove andavi?», spiega Bianchedi. Nemmeno i morti uscivano, accatastati nei tunnel. In uno o due mesi il fisico cedeva, o cedeva la mente: «Si cercava il modo per non impazzire – continua Bianchedi – io mi immaginavo un dialogo intimo con mio padre, che mi diceva sempre ‘Guido, abbi pazienza’ e io risorgevo. Era duro parlare con lui e non sentire la sua voce». La mente scientifica era l’ingegner Wernher von Braun, a 20 anni già genio della missilistica, a 25 a capo di diecimila tra scienziati, tecnici e operai. La V2 era la sua creatura, costosissima (l’equivalente di 300mila euro ciascun missile), l’asso nella manica dopo la sconfitta subìta a Stalingrado nel gennaio del ’43: ‘l’arma della vendetta’, la Vergeltung Waffe (da qui la V del nome). Tra tentativi di lancio, numerosi fallimenti e continue modifiche, all’inizio del ’44 erano già stati prodotti 5.000 missili e nel ventre di Dora le catene di montaggio si facevano più disumane. Nel settembre 1944 le V2 si schiantano davvero su Londra distruggendo la città e la psi- che dei suoi abitanti: è la prima volta che un bombardamento piomba dal cielo in assenza di aerei. Ma, come vedremo, è anche l’inizio dell’era spaziale…

Difficile immaginare lo sguardo allucinato di Bianchedi il 12 aprile 1945, quando nelle gallerie vide i fari di tre camionette, «Non era possibile! Si fermarono davanti a me e dissero ‘von Braun, von Braun’, volevano solo lui, poi uscirono di corsa». In superficie l’evacuazione era iniziata da giorni e l’umanità del sottosuolo manco lo sapeva. Come zombie, in 500 riemersero alla luce e furono curati dagli americani, ma per più di metà fu troppo tardi. Tra questi anche Mario Quadalti, morto il 18 maggio 1945. È ancora il nipote a mostrare la sua ultima lettera al comandante americano: «Chiedo a voi di far trasportare questo mio scheletrito corpo nella mia Patria, onde possa prima di dar l’addio a questa valle di lacrime baciare il bianco capo della mia piangente Mamma». Troppo tardi anche per questo: è tuttora sepolto fuori Dora. Il 12 maggio 1945 von Braun, con i suoi piani di costruzione delle V2, si consegna agli americani e con tutti i suoi ingegneri passa al servizio degli Usa, asilo garantito e crimini di guerra cancellati. Di Mittelbau Dora si ‘dimenticano’ anche i processi di Norimberga e nel 1969 l’uomo arriva sulla Luna spinto dal razzo Saturno 5: l’evoluzione della V2. «In quelle gallerie mi chiedevo solo: perché? Che male ho fatto io? Per conto di chi stavo scontando quelle pene? Sono pieno di domande e non ho risposte », sorride Guido Bianchedi nel documentario. È morto tre mesi fa, senza trovarle.

Dai “triangoli rosa” alla Liberazione da: patriaindipendente.it

Giornata della memoria: l’«Omocausto» e le atrocità naziste. Le discriminazioni fasciste contro gli omosessuali. Il loro ruolo durante la Resistenza

Si indica con il termine Omocausto lo sterminio degli omosessuali durante le persecuzioni nazifasciste. E si stima che gli omosessuali internati nei lager siano stati almeno 50.000.

Qualche anno fa, Gabriella Romano, scrittrice e documentarista che, in passato, ha lavorato per numerose società di produzione inglesi, statunitensi e canadesi, ha dato alle stampe, con l’editore Donzelli, un lavoro molto importante sulla vita di Lucy, transessuale bolognese che, durante il regime nazifascista, conobbe la reclusione nel campo di sterminio di Dachau.

Il racconto di Lucy, pubblicato con il titolo “Il mio nome è Lucy” è importante perché per la prima volta, una persona lgbt italiana, coinvolta nelle persecuzioni nazifasciste, esce allo scoperto e offre la propria inedita testimonianza sulla vita nei campi di concentramento.

In realtà, la storia di Lucy non è costituita solo dal racconto della deportazione ma anche dalla narrazione del clima culturale e sociale in cui vivevano gli omosessuali durante gli anni del fascismo. Spesso i fascisti, ci racconta Lucy, facevano finta di accettare gli inviti di giovani omosessuali per attirarli in trappola e sottoporli a violenze e mortificazioni. Capitava che li massacrassero di botte. Altre volte, i fascisti si limitavano a ricoprirli di catrame. Una “punizione” decisamente simile a quella architettata dagli “squadristi” di Putin all’indomani della ripugnante legge anti-gay varata qualche anno fa in Russia.

La tragica storia della deportazione di Lucy, però, fa luce anche su un altro significativo aspetto dello sterminio delle persone lgbt. Lucy riuscì, infatti, a farsi contrassegnare con il triangolo rosso, quello destinato agli oppositori politici: Lucy, che all’epoca era Luciano, era stato arrestato sì perché colto in flagrante, in atteggiamenti inequivocabili, con un ufficiale nazista ma forse, proprio per proteggere la “dignità” del soldato tedesco, non fu contrassegnato con il più infamante dei triangoli: quello rosa.

Gli omosessuali maschi, nei campi di prigionia, erano contrassegnati da un triangolo rosa cucito all’altezza del petto. Alle donne toccava invece il triangolo nero: le lesbiche, insomma, erano classificate come “asociali” insieme a tutti quei prigionieri, anarchici, alcolisti, senzatetto, che nella loro “asistematicità” comportamentale venivano percepiti come un pericolo per la tradizionale famiglia di sana e pura razza ariana.

I triangoli rosa nei campi di sterminio erano considerati i più turpi e più degni di riprovazione e punizione. Più dei triangoli rossi e di quelli neri. Se un triangolo rosa entrava in infermeria, non ne usciva quasi mai vivo. Perfino il sonno era loro negato, essendo costretti a dormire con la luce accesa e le mani sopra alle coperte per evitare che potessero avere rapporti tra loro.

Il lavoro, assai duro e debilitante per tutti i deportati, era reso ancora più insostenibile per gli omosessuali, inviati spesso nelle cave estrattive a Dachau, Sachsenhausen, Dora, Buchenwald e altrove. Sia Lucy, sia altre autorevoli testimonianze relative allo sterminio, ci raccontano che le SS provavano spesso sadica soddisfazione nell’infliggere torture atroci e violenze irripetibili agli omosessuali che, tra l’altro, erano drammaticamente discriminati anche dagli altri gruppi di detenuti a causa dei forti pregiudizi sociali omofobici. Il disprezzo per gli omosessuali coinvolgeva spesso le stesse famiglie dei deportati, che arrivavano anche a rifiutare l’urna contenente le ceneri del congiunto morto, qualora fosse stato “marchiato” con un triangolo rosa.

Brutalità inaudite ed esperimenti medici erano, poi, all’ordine del giorno per i triangoli rosa. Molto spesso, infatti, gli omosessuali venivano bloccati in maniera barbara (“paralizzando” gli arti con cemento a presa rapida, ad esempio) e venivano dati vivi in pasto ai cani, che li sbranavano pubblicamente davanti allo scherno dei soldati nazisti o venivano utilizzati per esperimenti medici, come cavie da usare e vivisezionare, senza alcuna pietà.

A proposito dei cosiddetti esperimenti medici, bisogna ricordare gli “studi” raccapriccianti del medico endocrinologo danese Carl Vaernet che, nel lager di Buchenwald, “operò” diversi omosessuali con l’intenzione di “ripararli”. Vaernet, dopo aver castrato le malcapitate cavie umane, vi impiantò una ghiandola artificiale e iniettò nei testicoli un liquido a base di testosterone e altri ormoni sintetici che avrebbero dovuto far crescere, secondo il suo delirio, un pene nuovo e sano. Ovviamente, il suo studio era sotto l’«illuminato» controllo di Himmler che aveva creato un organo centrale del Reich per la lotta contro l’aborto e l’omosessualità. I crudeli esperimenti di Vaernet, oltre ad essere inumani, furono privi di qualsiasi concreto esito “clinico” e l’80% dei deportati, sottoposti all’intervento chirurgico, morirono tra atroci sofferenze.

Restando nell’ambito degli esperimenti inumani, è importante ricordare anche il ruolo che ebbero le castrazioni forzate come pratica di “punizione” degli omosessuali durante la persecuzione nazifascista. A partire dal novembre del 1942, un ordine segreto autorizzò i comandanti dei campi di concentramento ad effettuare la castrazione dei prigionieri anche in casi non previsti dalla legge: venne legalizzata in tal modo la castrazione forzata degli omosessuali. I gay che si fossero fatti castrare e avessero manifestato una buona condotta, secondo quanto millantato da Himmler, sarebbero stati prontamente rilasciati. Le cose, invece, andarono diversamente. Gli omosessuali sottoposti a castrazione furono inviati al fronte come “volontari” nella brutale “Formazione Dirlewanger” – unità penale delle SS – impegnata sul fronte, nota anche per la sua violenza.

D’altronde, la cattiveria con cui furono perseguitati i “triangoli rosa” dai nazisti era già prevedibile, osservando i primi obiettivi che Hitler si diede all’indomani della nomina a cancelliere. Infatti, già il 6 maggio del 1933, Hitler decise di distruggere la biblioteca e l’archivio dell’Istituto di Scienze Sessuali e questa può anche essere indicata come la data d’inizio della persecuzione antiomosessuale. La più massiccia ondata repressiva iniziò nel giugno del 1934 e coincise con l’assassinio di Rohm, dirigente delle SA, notoriamente omosessuale.

Giovanni Dall’Orto, storico e noto studioso di storia lgbt, precisa che “il razzismo nazista si basava sull’assunto ottocentesco secondo cui le persone omosessuali costituiscono una specie di ritorno all’indietro nel cammino darwiniano dell’evoluzione della specie, una involuzione che nel gergo scientifico dell’epoca si chiamava degenerazione. Il programma razziale nazista esigeva l’eliminazione di tutte le persone che, essendo degenerate, costituivano un handicap al trionfo del popolo tedesco nella selezione naturale fra i popoli”. Ecco perché per i nazisti, o meglio per la loro follia omicida, era necessario uccidere tutti coloro i quali – ebrei, omosessuali, disabili, asociali – avrebbero frenato, con la loro stessa esistenza, quella “rigenerazione” della razza che era l’obiettivo ultimo del programma nazista. Himmler, all’interno di un discorso segreto fatto nel 1933 ai generali delle SS circa i pericoli insiti nell’omosessualità, affermò di aver scoperto che in Germania esistevano diverse associazioni omosessuali e che queste contavano almeno due milioni di iscritti. Secondo Himmler, dunque, circa il 10% dei tedeschi era omosessuale e se la situazione non fosse cambiata, tutto il popolo tedesco sarebbe stato annientato da questa “malattia contagiosa”. Ecco perché era necessario sterminarli.

Sull’onda delle leggi razziali, nel 1936 anche il fascismo decise di iniziare la persecuzione ai danni delle persone omosessuali, trattate prima alla stregua di “delinquenti comuni”. Nel 1939, però, i fascisti fecero marcia indietro e decisero di abolire questa “classificazione” specifica perché sostenere la necessità di perseguitare gli omosessuali significava affermare l’esistenza di un fenomeno omosessuale strutturato all’interno del nostro Paese e la morale fascista, fondata sulla presunzione di “virilità” del popolo italiano e sull’idiozia antistorica che l’omosessualità fosse un vizio inglese e tedesco, non poteva essere messa in crisi dall’idea che esistesse uno stile di vita gay da perseguitare. Ammesso che in Italia esistessero degli omosessuali – pensò probabilmente il Duce – non andavano presi in considerazione come “gruppo sociale” ma solo come casi rari e isolati di “vizio” da correggere. Correzione, d’altronde, affidata da sempre all’azione repressiva della Chiesa cattolica.

Sia chiaro, questo non significa che i fascisti rinunciarono a reprimere gli omosessuali; rinunciarono semplicemente a inserirli nel novero delle “categorie” da perseguitare sistematicamente, come invece facevano i nazisti. Contro gli omosessuali italiani, il fascismo usò il confino, il pestaggio, le classiche bottiglie d’olio di ricino, l’arresto domiciliare e il licenziamento.

A proposito dei licenziamenti, paradigmatica è la storia che si racconta nel film “Una giornata particolare”, diretto da Ettore Scola nel 1977, il cui protagonista, Gabriele, interpretato da un magistrale Marcello Mastroianni, è un ex radiocronista dell’EIAR, licenziato perché omosessuale.

Se è vero che spesso, troppo spesso, si tace colpevolmente relativamente all’omocausto, negando talora la stessa esistenza di una persecuzione sistematica degli omosessuali da parte dei nazisti, è altrettanto vero che un silenzio ancora più fitto sembra esserci intorno alla presenza di partigiani omosessuali durante la Resistenza.

In un’intervista rilasciata alcuni anni fa da Franco Zeffirelli ad Antonio Gnoli, di Repubblica, il celebre regista affermò che il suo primo vero amore con un altro uomo fu tra i partigiani. E, del resto, anche Aldo Braibanti, intellettuale omosessuale vittima di una feroce ed ingiusta persecuzione giudiziaria, che negli anni Sessanta lo condusse ad un’assurda condanna per plagio, era stato un militante partigiano.

Viene, in effetti, da porsi una domanda: perché non si parla mai di omosessualità relativamente agli atti eroici della Resistenza?

E se esiste una buona produzione letteraria che racconta storie di omosessualità ai tempi del dominio nazifascista, perché non vi è una produzione altrettanto ricca di storie che raccontano dell’eroismo di partigiani omosessuali? Esiste, per caso, una forma di “vergogna” ad immaginare che, tra i resistenti, ci fossero anche delle persone omosessuali?

Stefano Paolo Giussani, scrittore che ha pubblicato ben due romanzi che parlano di amore tra uomini all’interno della lotta partigiana (“L’ultima onda del lago” e “Farà nebbia”) ci ricorda che, se oggi siamo liberi di parlare di diritti, in questo Paese, lo dobbiamo anche a chi ha imbracciato un fucile e ha rischiato la sua vita per noi, da omosessuale.

In realtà, soprattutto negli ultimi anni, grazie alla vicinanza tra Arcigay Napoli e il comitato provinciale ANPI di Napoli, si è intensificata un’azione di recupero e divulgazione della centralità della componente omosessuale all’interno della lotta di liberazione.

Antonio Amoretti, partigiano e presidente dell’ANPI di Napoli, ha più volte rimarcato, sia in eventi pubblici che nel corso di varie interviste, che la comunità omosessuale di Napoli ha partecipato attivamente alla Resistenza. “D’altronde – ricorda sempre Amoretti in una intervista rilasciata al magazine online Campaniasuweb – nonostante fossero perseguitati dai nazifascisti, gli omosessuali napoletani avevano il proprio punto d’incontro nei pressi di Piazza Carlo III, in un terraneo sito vicino al cinema Gloria, nella zona di San Giovanniello. In un certo qual senso, gli omosessuali e i femminielli napoletani sfidavano il regime nazifascista partecipando alle barricate popolari delle Quattro Giornate di Napoli, ma anche facendo feste e continuando a vivere liberamente”.

Lo stesso Amoretti il 20 settembre del 2016 è stato il testimone della prima Unione civile a Napoli, tra Antonello Sannino, Presidente di Arcigay Napoli e Danolo Di Leo, ballerino del San Carlo, ricordando come questa legge di fatto renda oggi più vero quel principio di uguaglianza sancito negli articoli 2 e 3 della nostra Carta costituzionale. L’ANPI Napoli, come ogni anno, in occasione della Giornata della Memoria, in collaborazione con il Comune di Napoli, la comunità LGBT, la comunità ebraica, le associazioni che si occupano del superamento dell’handicap, la comunità rom, l’Istituto campano per la Resistenza, organizza e coordina una serie di incontri con le scuole; quest’anno saranno organizzate 5 mattine con le scuole, dal 23 al 27 gennaio, in concomitanza con l’esposizione della Mostra del Giocattolo (http://www.storiedigiocattoli.net/) dedicato ad Ernst Lossa, bimbo zingaro vittima dell’eugenetica nazista.

Claudio Finelli, responsabile nazionale cultura di Arcigay

Antonello Sannino, presidente Arcigay Napoli, segreteria provinciale ANPI Napoli

“Giorno della memoria”, a scuola per non dimenticare di Andrea Toscano da:tecnicadellascuola.it

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Presso il Liceo artistico “Emilio Greco” di Catania si è svolto nella mattinata del 26 gennaio un seminario, che ha fatto seguito ad un interessante e articolato progetto sviluppato da alcuni alunni.

 

Dopo i saluti del Dirigente scolastico, Antonio Alessandro Massimino, un preside sempre pronto a stimolare e valorizzare le iniziative formative degli studenti, le classi quinte (ed una quarta) dei diversi indirizzi del Liceo artistico “E. Greco” del capoluogo etneo hanno seguito con attenzione gli interventi dei relatori del seminario “Per non dimenticare – 27 gennaio Giorno della memoria”.

Unica delusione per i ragazzi la mancata presenza di un partigiano catanese, il novantaquattrenne Santino Serranò, che avrebbe dovuto essere presente all’incontro e portare la sua testimonianza sugli eventi che contraddistinsero quegli anni di conflitto, ma che per ragioni di salute non ha potuto presenziare.

Nella sala conferenze del liceo catanese campeggiava un bellissimo cartellone di 70 cm. di altezza allestito dagli alunni della 5ª E – sezione di grafica, nel quale accanto a foto che riproducono l’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz in Polonia e la liberazione di un gruppo di bambini dopo l’abbattimento dei cancelli del lager, avvenuto il 27 gennaio 1945, da parte delle truppe sovietiche che avanzavano verso Berlino, sono stati riportati, nel cartellone, il testo della poesia introduttiva del romanzo “Se questo è un uomo” di Primo Levi, il testo della canzone “Auschwitz (La canzone del bambino nel vento)” di Francesco Guccini, la copertina di un libro riguardante il “Diario” di Anna Frank, nonché l’immagine di alcuni partigiani in montagna e una serie di dati inerenti l’Olocausto e le finalità del “Giorno della memoria”.

Peraltro, gli allievi della 5ª E erano stati preparati all’incontro dalla loro insegnante di Storia e Italiano, Sara Gulino, che ha curato il progetto insieme ad un’altra docente di Discipline grafiche, Susanna Leonardi, la quale ha seguito i ragazzi durante tutte le fasi di ideazione e realizzazione del suddetto cartellone e della locandina del seminario, sino alla fase di stampa, coadiuvata dal prezioso lavoro anche degli assistenti tecnici Stefania Di Vita e Antonino Patanè.

Relatori del seminario sono stati Concetto Martello, docente universitario presso il Dipartimento di Scienze umanistiche dell’Ateneo di Catania, e Santina Sconza, presidente dell’Anpi Catania (Associazione nazionale partigiani d’Italia).

Il tema trattato dal prof. Martello è stato “Comprendere, giustificare, negare. La storiografia e la filosofia complici del nazi-fascismo”. L’intervento del docente ha preso le mosse dalla necessità “che la memoria del male assoluto e radicale, quale è stato lo sterminio programmato dai nazisti con la complicità dei suoi alleati, deve essere integrata dalla storiografia, cioè dalla raccolta di documenti e testimonianze (scritte e/o audiovisive), che ne tengano viva la cognizione, nel quadro di una prospettiva morale e politica che alimenti la speranza che non si ripeta”.

Il prof. Martello ha voluto evidenziare il concetto che la memoria storica che si ricava da tale integrazione è in grado con la forza della verità di opporsi validamente al “revisionismo”, cioè la pratica storiografica che giustifica lo sterminio pur non negandolo, e al “negazionismo”, che addirittura sostiene, anche contro l’evidenza, che non ci sono prove dello sterminio.

Riguardo al revisionismo e al fenomeno del negazionismo Concetto Martello precisa che “si tratta di una vera complicità, morale e politica, di una parte del ceto intellettuale col razzismo e le pratiche eugenetiche del nazismo, prima, durante e dopo il ventennio caratterizzato dalla sua ascesa e dalla sua conquista del potere in Germania”.

La presidente provinciale catanese dell’Anpi si è soffermata sul tema “L’orrore dei lager”, ricordando che il primo campo di sterminio in Germania, a Dachau, risaliva già al 1933, anche se all’inizio lo scopo era quello “di schiacciare l’opposizione interna”, compito affidato ad Himmler capo delle SS. Eliminati gli oppositori, vennero reclusi quelli che con ferocia criminale “venivano considerati dai nazisti gli ‘scarti della società’ e su di questi furono effettuati sperimentazioni per produrre la nuova razza ariana, c’erano almeno 15mila campi sparsi fra la Germania e la Polonia, i più grandi furono costruiti nel 1942 per la ‘soluzione finale’.Tra questi fu istituito anche un lager, quello di Ravensbruck, per sole donne. In 6 anni vi furono rinchiuse 130mila donne. Negli ultimi mesi di guerra il lager divenne un campo di sterminio,  dove vennero trucidate decine e decine di migliaia di donne, molte con i loro bambini”.

Santina Sconza ha ricordato che ci furono campi di concentramento anche in Italia, a Fossoli e Bolzano dove i prigionieri venivano torturati e uccisi, oltre al campo di sterminio della Risiera di San Sabba, a Trieste. La presidente provinciale dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia ha ricordato che nel nostro Paese si calcola siano stati deportati 47mila uomini, donne e bambini. Tra i deportati italiani, Santina Sconza ha voluto espressamente ricordare la bambina ebrea Liliana Segre, Carmelo Salanitro professore del Liceo catanese “Cutelli” e cattolico pacifista nonché Nunzio de Francesco partigiano siciliano.

Prima degli interventi dei due relatori, il giornalista Andrea Toscano, che ha coordinato l’incontro, ha brevemente illustrato il significato del “Giorno della memoria”, rammentando che nel nostro Paese è stato istituito dal Parlamento italiano con la legge n. 211/2000 (cinque anni prima che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite scegliesse, con risoluzione 60/7 del 2005, la stessa giornata del 27 gennaio), per ricordare le leggi razziali in Italia (introdotte nel 1938 dal regime fascista e firmate dall’allora re d’Italia), la Shoah e le persecuzioni subite da tutti i deportati nei campi nazisti, anche da omosessuali, dai sinti e dai rom, da altre minoranze, anche religiose, e dai deportati militari e politici.

Ma la ricorrenza del 27 gennaio serve anche per ricordare il ruolo di coloro che si sono opposti al progetto di sterminio e a rischio della propria incolumità hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

Andrea Toscano ha ricordato che “la scuola è uno dei luoghi più idonei per trasmettere alle nuove generazioni l’importanza della memoria e per diffondere i valori contenuti nella Carta costituzionale e nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo, al fine di mantenere vigile la memoria per impedire che possano ripetersi la tragedia del nazi-fascismo e gli orrori delle deportazioni e dell’Olocausto, il cui ricordo rappresenta un monito per il presente ed il futuro, in un periodo in cui affiorano nuovamente in Europa preoccupanti rigurgiti nazi-fascisti, e permette di far maturare nei giovani un’etica della responsabilità individuale e collettiva, dando un contributo alla promozione di una cittadinanza attiva e consapevole ed alla realizzazione di una pacifica convivenza, contrastando il pregiudizio e il razzismo”.

Alla fine di questa costruttiva esperienza, gli alunni presenti al seminario potranno approfondire in classe la riflessione su questi temi, supportati dal lavoro sempre prezioso ed infaticabile dei loro insegnanti. E anche se magari spesso non c’è la possibilità di organizzare “eventi strutturati”, l’importante è non far cadere nel silenzio il ricordo del genocidio pianificato e perpetrato dal nazismo e le riflessioni sulle complicità, anche soltanto trovando il tempo per momenti di riflessioni che sono assai utili e auspicabili per gli studenti di tutte le classi nelle varie scuola d’Italia.

Di Matteo e i condannati all’impunità: ‘Pene più severe per chi ruba bici che per chi trucca appalti’ da: ilfattoquotidiano.it

di Francesca Scoleri “Da magistrato, provo una sensazione sgradevole di impotenza e sostanziale ingiustizia, nel momento in cui posso applicare o richiedere una pena detentiva più severa a chi ha rubato una bicicletta rispetto a chi ha contribuito a truccare o ha truccato una gara d’appalto di milioni di euro”. Con queste parole, Nino Di Matteo riassume – a mio avviso in modo magistrale – lo spirito che ha mosso l’organizzazione dell’evento svoltosi lunedì, presso la Suprema Corte di Cassazione, per volontà delle associazioni Themis & Metis e Aiga Roma, dal titolo “Condannati all’impunità” e che lo ha visto fra i relatori.

All’incontro era stato invitato anche il ministro della Giustizia Andrea Orlando che, pur avendo mostrato interesse, non ha mai confermato la sua presenza ma nemmeno la sua assenza. Al ministro avremmo voluto dire che non solo le associazioni promotrici del dibattito nutrono grossi dubbi sul contrasto legislativo alle piaghe ampiamente citate durante l’incontro sotto il termine “corruzione”. Il Presidente dell’Anm, Piercamillo Davigo, ha dichiarato più volte nell’arco dell’anno appena trascorso che “i politici a parole sono tutti d’accordo sui rimedi, ma poi i provvedimenti per far funzionare i processi non li approvano”. A Davigo fa eco il Procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, affermando che: “Le mafie mandano in Parlamento e nelle istituzioni i loro uomini, le loro proiezioni”. Se sono figure così autorevoli a dirlo, qualche dubbio che non stiamo pensando cose del tutto errate ci viene.

Condannati all’impunità, chi sono? Tutti quei soggetti che, a fronte di comportamenti criminali all’interno della pubblica amministrazione, producono danni economici e sociali di cui non dovranno mai rendere conto grazie all’aiuto di altri soggetti che (vorrei indicare con un “non ben definiti” ma appaiono sempre più spesso “ben definiti”) hanno interesse a non far funzionare la giustizia e a tenerla lontana dal “diritto”.

Ci sono amministratori pubblici che collezionano poker dei reati: corruzione, concussione, abuso d’ufficio e turbativa d’asta, reati che, lo ha ricordato anche Di Matteo, introducono frequentemente i mafiosi all’interno della pubblica amministrazione di cui poi prendono il controllo.

Fino ad oggi la politica non si è minimamente posta il problema di allontanare i soggetti in questione ma anzi si è mostrata sempre più garantista nell’attesa dell’ormai famigerato “terzo grado di giudizio”. Un passo avanti nel contrasto a questi meccanismi potrebbe essere il codice etico adottato dal M5S. Lo pensa il magistrato Nino Di Matteo che dichiara: “E’ un importante e positivo segnale di svolta” perché “consente, e in alcuni casi impone, l’attivazione di meccanismi di responsabilità politica”. Aggiunge a riguardo che le polemiche innescate intorno al M5S e alle sue rinnovate regole sono state eccessive e fuori luogo.

Fra i relatori, voci poco allineate fra loro e analisi approfondite da parte del vicepresidente della Commissione parlamentare Antimafia, Claudio Fava, del vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, e ancora del presidente Adusbef, Elio Lannutti, Alessandro Massari della direzione dei Radicali Italiani, il pm Henry John Woodcock, la deputata Giulia Sarti e il presidente della giunta capitolina Enrico Stefano, che ha portato i saluti e un messaggio della sindaca Virginia Raggi.

 

26 arresti tra i clan calabresi La ‘ndrangheta controlla gli appalti sulla Salerno-Reggio E anche sui lavori per il Ponte sullo Stretto. Intercettato il sindaco di Villa San Giovanni, già sospeso da: pmli.it

All’alba dello scorso 15 novembre tra Archi e Villa San Giovanni, in provincia di Reggio Calabria, 23 persone sono finite in carcere, 3 agli arresti domiciliari nell’ambito dell’operazione denominata ‘Sansone’ nella quale la magistratura della città dello Stretto ha messo sotto inchiesta complessivamente 40 persone, tra i quali figurano esponenti della ‘ndrangheta, imprenditori e un appartenente alle forze dell’ordine.
Coordinata dalla direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, l’operazione ‘Sansone’ è uno dei filoni dell’inchiesta ‘Meta’ che, nel 2010, aveva svelato gli intrecci tra ‘ndrangheta, soprattutto la famiglia Condello, e mondo imprenditoriale strettamente colluso con l’organizzazione criminale nella stessa provincia, e a distanza di sei anni gli inquirenti scoprono che la collusione tra i poteri criminali e il mondo delle imprese in quella parte della Calabria non soltanto non è finito, ma addirittura si è notevolmente ampliato.
Infatti stavolta, oltre a esponenti del clan Condello come Andrea Vazzana – uomo di fiducia del boss Pasquale Condello – sono finiti in carcere anche esponenti di spicco della cosca Zito-Bertuca come Domenico Zito e Vincenzo Bertuca, e della cosca Buda-Imerti come Santo Buda.
Ai 26 arrestati i magistrati reggini contestano reati che vanno dall’associazione a delinquere di stampo mafioso e dalla detenzione di armi al favoreggiamento di latitanti e alla procurata inosservanza della pena.
Dal lavoro degli inquirenti reggini emerge che le cosche controllavano sistematicamente gli appalti sull’autostrada Salerno – Reggio Calabria e che guardavano con estremo interesse ai progetti per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina, soprattutto tramite l’imprenditore Pasquale Calabrese, il quale, secondo l’ordinanza di custodia cautelare che lo ha portato in carcere, aveva già da tempo messo le mani sugli appalti che erano destinati alla realizzazione “dell’allestimento dei luoghi individuati per i sondaggi (a ciò servono le trivelle), propedeutici alle realizzazioni dell’A3 e del Ponte ”.
Un sistema, insomma, nel quale le organizzazioni della ‘ndrangheta e imprese in apparenza perfettamente legali agivano in piena sinergia per la realizzazione di numerose opere quali, solo per citarne alcune, il Lido del finanziere sulla costa Viola a quelli per il complesso edilizio La Panoramica, un sistema nel quale tutti gli imprenditori, se da una parte dovevano pagare la mazzetta alla ‘ndrangheta, dall’altra venivano favoriti in tutti i modi nell’attribuzione degli appalti più svariati, tanto che non sfuggivano a questo sistema neanche ditte incaricate di fondamentali servizi pubblici quali la società messinese Mts, che aveva ricevuto l’appalto dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani del Comune di Villa San Giovanni, e altre importanti ditte che si occupavano della manutenzione straordinaria della sede della direzione marittima Calabria-Lucania e della capitaneria di porto.
Ovviamente la ‘ndrangheta non avrebbe mai potuto coordinare le attività imprenditoriali legate agli appalti senza avere forti legami con le amministrazioni pubbliche, e infatti gli inquirenti hanno acquisito molte notizie utili sui rapporti tra le cosche, il mondo imprenditoriale e quello politico-istituzionale dalle intercettazioni del sindaco di Villa San Giovanni, Antonio Messina, condannato il 12 novembre scorso in primo grado a un anno di carcere per falso e abuso d’ufficio per la costruzione di un lido, e già sospeso dall’incarico per tale vicenda.
Nell’inchiesta ‘Sansone’ inoltre risulta indagato anche un appartenente alle forze dell’ordine, accusato di fornire notizie ai clan di ‘ndrangheta sulle indagini a loro carico: questo testimonia come la criminalità organizzata ha ormai stretto legami inscindibili non solo con il mondo delle imprese e con quello della politica, ma anche con quello delle istituzioni, e nello specifico con le forze di polizia, e non è certo la prima volta che si scopre che appartenenti a corpi di polizia siano organicamente al soldo della ‘ndrangheta, come testimoniano gli arresti a Cosenza ad aprile scorso di un carabiniere e di un poliziotto, quello di agenti della polizia penitenziaria a gennaio di quest’anno a Pavia e a febbraio dello scorso anno a Catanzaro, senza dimenticare il clamoroso arresto di tre appartenenti alla guardia di finanza a Milano a gennaio 2011.

 

18 gennaio 2017