Tra unità a sinistra e populismo | Fonte: sbilanciamoci | Autore: Paolo Gerbaudo

 

Unire la sinistra o costruire il popolo? Gli ultimi 7 anni di lotta contro crisi e austerity in Europa hanno evidenziato la presenza di due strategie organizzative contrapposte, che si sono manifestate sia nel campo dei movimenti sociali che nel campo della politica di partito: l’unità a sinistra o il populismo. Queste strategie riflettono diverse “diagnosi” differenti interpretazioni della natura della presente crisi, e propongono diverse ricette organizzative. L’unità a sinistra punta su una logica di coalizione , capace di alleare vari attori sociali e politici pre-costituiti (movimenti, partiti, associazioni); il populismo invece scommette su una logica di fusione , proponendo di reintegrare quella che Emanuele Ferragina ha chiamato la “maggioranza invisibile”, i “disorganizzati”, i non garanti e i non rappresentati dentro un soggetto sociale politico unitario, che parli a nome del “popolo tutto”.

La strategia dell’unità a sinistra è quella più longeva e riconoscibile nel contesto europeo. In fondo si tratta della stessa logica che portò negli anni ’90 alla creazione di vari “partiti di coalizione” di sinistra come Izquierda Unida in Spagna, e Synaspismos in Grecia, e per certi versi Rifondazione Comunista in Italia. Formazioni sorte per unire le forze di una sinistra altrimenti destinata alla sconfitta a causa della sua proverbiale frammentazione. Ed era pure la logica di fondo del movimento anti-globalizzazione, con il suo tentativo di mettere assieme le diverse anime della “società civile globale”: sindacati, le ONG, i movimenti ambientalisti, partiti di sinistra e gruppi autonomi.

Dall’inizio della crisi economica del 2008 questa strategia ha dato vita a nuove coalizioni politiche e sociali contro l’austerità. Nel campo politico ne è esempio la creazione del Front de Gauche in Francia, che ha unito diversi partiti opposti alle politiche di austerità. Nel campo della società civile questa logica di coalizione si è vista all’opera nelle proteste di Blockupy, contro la Banca Centrale a Francoforte che ha portato assieme organizzazioni come Attac, vari sindacati tedeschi, e gruppi autonomi e anarchici, e nel contesto italiano con il tentativo di Uniti Contro la crisi nel 2011 e la recente creazione della Coalizione Sociale di Landini.

La strategia populista, che trae ispirazione dall’ondata rosa del populismo socialista latinoamericano, costituisce invece la vera novità di questo ciclo di lotta. Una strategia populista si è manifestata invece nella creazione di nuovi attori sociali e politici, che hanno cercato di dissociarsi dal tradizionale immaginario della sinistra, appellandosi a masse di cittadini atomizzati che non si riconoscono in alcun blocco sociale pre-costituito. Questa strategia si è manifestata nel contesto dei movimenti, nelle azioni degli indignados spagnoli, dei loro cugini grechi, i polites aganaktismenoi (cittadini indignati), e il modo in cui appellandosi all’insieme della cittadinanza contro “politici e banchieri” sono riusciti a portare in piazza milioni di persone, molte delle quali alla loro prima esperienza di protesta. Infine, la creazione di Podemos, con il suo tentativo di andare oltre la sinistra tradizionale spagnola e creare un soggetto politico unitario che potesse unire categorie sociali molto diverse attorno a una comune identità popolare, ha dimostrato la potenza della strategia populista e della sua logica di fusione pure nel campo della politica elettorale.

È evidente che queste due strategie sono per molti versi contrapposte. Laddove l’unità a sinistra punta a “inanellare” nuclei organizzati pre-costituiti, la logica populista ha l’ambizione di creare ex-novo una rappresentanza del popolo.

Laddove l’unità a sinistra tende a cucire assieme simboli e discorsi che rappresentano le diverse anime della sinistra frammentata – comunisti, trotzkisti, verdi, femministe, ambientalisti – la logica populista utilizza quelli che il filosofo Ernesto Laclau chiamava “significanti vuoti”, simboli unificanti, apparentemente onnicomprensivi – popolo, gente, cittadini – che vogliono interpellare la massa dei cittadini atomizzati non garanti, dei non rappresentati, dei non organizzati. Eppure esistono modalità ibride e possibili transizioni tra queste due tipologie.

L’esempio più evidente è il caso di Syriza e della sua recente trasformazione. Le radici del partito affondano in Synaspismos la coalizione della Sinistra, dei Movimenti e dell’Ecologia fondata nel 1991. Tuttavia sotto la leadership di Tsipras il partito ha operato una “svolta populista”, vista sia nel cambiamento del discorso e del linguaggio politico, sia nel contesto organizzativo. Il momento decisivo di trasformazione è stata la svolta verso “un partito unitario” (piuttosto che un partito di coalizione) celebrato nel congresso di luglio 2013, che portò alla dissoluzione ufficiali dei partiti membri. Si tratta di una mossa chiaramente ispirata dal movimento degli aganaktismenoi , e dal modo in cui hanno contribuito in aprire uno “spazio popolare” che una pura strategia di unità a sinistra non avrebbe potuto rappresentare.

Sia la strategia di unità a sinistra che la strategia populista contengono potenzialità e pericoli. La logica dell’unita a sinistra offre la possibilità di costruire un fronte relativamente ampio ma al tempo stesso omogeneo ideologicamente. Tuttavia corre il rischio classico della “sinistra-sinistra” di rinchiudersi in un angolo. La logica populista offre una strategia “pigliatutto” che risponde bene alla presente fase di crisi associativa e crisi di appartenenza. Ma al tempo stesso è molto esposta ai cambiamenti di umore dell’opinione pubblica, e alla instabilità delle emozioni collettive. In ogni caso concreto la scelta tra queste due strategie dovrebbe rispondere a una fondamentale considerazione strategica. Qual è in questa fase politica il compito più urgente e il cammino più credibile per combattere la politica d’austerità? Unire le forze di quelli che ancora si riconoscono in identità di sinistra e con livelli relativamente alti di appartenenza e rappresentanza? O dare voce alla “maggioranza invisibile” dei disorganizzati, dei non garantiti e dei non rappresentati?

| Fonte: rassegna Landini: andremo fino in fondo per cancellare il Jobs Act

“Non siamo in piazza per difendere cose che non ci sono più, anche perché ci hanno tolto tutto . E Renzi stia tranquillo, non siamo qui contro di lui, ma abbiamo l’ambizione di proporre idee per il futuro dell’Italia”. Sono queste le parole usate oggi da Maurizio Landini, segretario generale della Fiom , al momento della partenza del corteo “Unions”, che da piazza della Repubblica ha raggiunto verso le 16,30 piazza del Popolo. “Vogliamo unire tutto il mondo del lavoro – ha detto Landini, che ha ringraziato la segreteria nazionale della Cgil per aver scelto di essere presente in piazza – so che è una strada difficile ma inevitabile, ma non vedo alternative sia per riformare il sindacato che per ridare voce alle persone che hanno necessità di lavorare”.

“Il 12 dicembre, in occasione dello sciopero generale, abbiamo promesso che non ci saremo fermati ed è per questo che oggi siamo qui”, ha detto Landini, iniziando il suo intervento dal palco poco dopo le 17,30. E subito un attacco al governo Renzi che sta riducendo i diritti dei lavoratori come i governi precedenti. La linea è sempre la stessa, anche quella praticata dal governo Berlusconi. “Ci siamo stancati di spot elettorali, di slide e balle, perché bisogna avere il coraggio di dire la verità e di cambiare veramente il Paese”.

La ripresa del Paese, ha spiegato Landini, non ci sarà mai se si seguirà la linea della Confindustria . Si deve cambiare stando dalla parte dei lavoratori. E invece si sta pericolosamente profilando un progetto che mette a rischio la democrazia del Paese. La logica del governo non è altro che una logica padronale, come si vede nella riforma della scuola e nei caratteri della riforma costituzionale. Le ricette messe in campo non solo sono sbagliate, ma sono soprattutto pericolose. Noi siamo un sindacato generale, sul modello confederale.

“Abbiamo imparato da Giuseppe Di Vittorio che bisogna impedire la competizione tra i lavoratori , come si fa oggi”, ha detto Landini, secondo il quale è stato sottovalutato il disastro sociale che si sta attuando con la precarizzazione del lavoro. Tutti oggi sono a rischio, sia i lavoratori dipendenti sia le partite Iva. Per questo è necessario unificare il mondo del lavoro. Dobbiamo smetterla di accettare la competizione tra le persone. Bisogna invece riunificare. Non c’è mai stata tanta gente, come oggi, che ha bisogno di lavorare per vivere.

Il governo non ha nessuna visione del futuro. Si dovrebbe invece ripensare dalla radice il modello di produzione . L’obiettivo del governo non è altro che quello di cancellare completamente lo Statuto dei lavoratori. E non significa nulla il dato sulle 79 mila assunzioni, perché, per invertire la tendenza, sarebbero necessari milioni di nuovi posti di lavoro. Ma il punto principale, la base di ogni scelta politica, è la difesa dello Statuto dei lavoratori. Solo difendendo lo Statuto si evitano migliaia di licenziamenti indiscriminati. Ed è su questo che la Fiom è d’accordo con la Cgil sulla proposta di costruire le condizioni per un nuovo Statuto dei lavoratori e delle lavoratrici. Non si è cittadini, se non lo si è prima di tutto nei luoghi di lavoro. Per questo – ha detto Landini durante il suo comizio conclusivo – non siamo disponibili a rinunciare alla nostra dignità.

Il segretario della Fiom ha anche polemizzato con chi dice che il sindacato non deve fare politica . Se questo significa che il sindacato non deve diventare un partito, siamo tutti d’accordo. Ma il sindacato deve avere una sua proposta sia per le persone che stanno dentro i luoghi di lavoro sia per le persone che stanno fuori. Che significherebbe altrimenti che diciamo che dobbiamo combattere la criminalità? Che significherebbe dare un contributo reale alle famiglie che hanno problemi di salute o problemi con la scuola? Secondo Landini c’è un problema di allargamento della rappresentanza sindacale e di coinvolgimento di tutte quelle persone che oggi non sono rappresentate da nessuno. “Dobbiamo unire – ha detto Landini – tutto quello che il governo sta dividendo”.

“Oggi in piazza ci sono i lavoratori metalmeccanici iscritti alla Cgil che sono giustamente in lotta perché la delega sul lavoro riduce i loro diritti , vogliono il rinnovo del contratto, ed è il settore su cui ha più pesato la crisi”, sono state queste le parole usate dal segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, che ha partecipato alla manifestazione, è salita sul palco di piazza del Popolo e ha voluto così replicare alle critiche del presidente di Confindustria Giorgio Squinzi. La Cgil ha deciso di partecipare alla manifestazione Fiom proprio perché inserita nel percorso di battaglia contro il taglio dei diritti. Lo aveva già detto in più occasioni la leader della Cgil, che ha anche spiegato molto nettamente la differenza tra la manifestazione di oggi e il progetto di coalizione sociale che la Cgil non condivide.

Lo aveva detto anche il segretario confederale Nino Baseotto ai microfoni di RadioArticolo1 alla vigilia della manifestazione : “Per chiedere un cambiamento profondo – sottolinea Baseotto – e per denunciare la situazione drammatica in cui versa il lavoro, saremo ancora una volta in piazza, per la manifestazione nazionale organizzata dalla Fiom e che vedrà la partecipazione della Cgil, che condivide le critiche al Jobs act e le richieste di natura sindacale e contrattuale della piattaforma dei metalmeccanici. Se poi quella manifestazione qualcuno vuole trasformarla in altro, tanto per parlarci chiaro, in un trampolino di lancio per la cosiddetta coalizione sociale, su questo la Cgil non c’è”.

Dopo il 28, per quanto ci riguarda – ha detto Baseotto – le mobilitazioni continueranno . Ma anche in Cisl e Uil si sta diffondendo la consapevolezza che oggi, più di ieri, è necessario prendere iniziative unitarie, se si vuole contare e determinare cambiamenti positivi. Spero che le mobilitazioni unitarie di tante categorie aiutino anche le federazioni dei metalmeccanici a fare passi avanti sul terreno dell’iniziativa comune, e penso che come Confederazione non possiamo far altro che guardare a queste cose con grande favore. Noi facciamo un lavoro difficile, sul piano della ricerca dell’unità: sulle pensioni abbiamo scritto insieme una lettera al ministro Poletti e stiamo cercando di fare altre cose, ma la spinta unitaria deve venire dal basso. Questa è la ricetta che ci vuole per rilanciare il ruolo del sindacato nel Paese”.

Giuliana Sgrena: Le nuove sfide del social forum | Fonte: sbilanciamoci | Autore: Giuliana Sgrena

 

Un forum, che era nato quindici anni fa con l’obiettivo di costitu­ire un’alternativa alla globaliz­zazione, si scontra oggi con un’altra sfi­da: il terrorismo globalizzato, quello che ha colpito anche la Tunisia. Quest’attacco ha fatto crescere la sensi­bilità sulla questione del terrorismo islamico che non risparmia nemmeno un paese che dopo una rivoluzione non violenta aveva intrapreso una tran­sizione alla democrazia senza imposi­zioni traumatiche e drammatiche. La Tunisia quindi rappresentava un luogo privilegiato per seguire quello che re­sta delle rivoluzioni o rivolte che han­no coinvolto il mondo arabo.

I 60.000 partecipanti al Forum non sembrano arrivati solo per seguire le centinaia di dibattiti organizzati dalle 4395 associazioni e organizzazioni pre­senti, ma anche per esprimere la pro­pria solidarietà con i democratici tuni­sini.

La ricchezza di questo appuntamen­to è rappresentata dalla pluralità di pre­senze, compresi spezzoni di movimen­ti – ecologista, pacifista, sindacalista, delle donne – che però difficilmente usciranno dal campus del Manar come un movimento unico forte da imporsi sulla scena mondiale. Questi protagoni­sti continueranno la loro attività, chi in un campo più strettamente politico, chi a livello di cooperazione e solidarie­tà, chi in campo economico o cultura­le. Del resto è difficile immaginare che da questo mondo eterogeneo possa nascere una piattaforma condivisa da por­tare avanti insieme. Le divisioni esisto­no – lo si è visto anche nella sessione di apertura delle donne – e non possono essere cancellate ma possono certa­mente coesistere. Esistono anche obiet­tivi condivisi, come sulla Palestina, per fare solo l’esempio più evidente e im­portante.

Però la strada per realizzare quell’al­tro mondo possibile – che è lo slogan del forum – all’insegna della dignità e dei diritti è ancora da individuare. Con la necessità di coinvolgere nuove gene­razioni – l’eterno problema – che a Tunisi sono presenti, come lo sono i vec­chi militanti, non solo europei e medi­terranei. Però forse oggi i giovani sono più attratti dal movimento Occupy, de­clinato a seconda delle occasioni, su singoli obiettivi. Obiettivi che rispondo­no all’esigenza di abbattere quelle bar­riere che ci dovrebbero permettere di costruire un mondo basato sulla giusti­zia sociale.

Anche a Tunisi peraltro i gruppi di la­voro sono prevalentemente su singoli problemi o obiettivi – a prevalere, an­che come partecipazione, sono le que­stioni sociali – e spesso manca una loro contestualizzazione in ambito se non mondiale almeno regionale. È come se si avvertisse un gap tra l’organizzazio­ne concreta di «piccole» battaglie e i «grandi» discorsi contro il capitalismo, l’imperialismo e il neoliberismo, che re­stano slogan. Si vuole cambiare il siste­ma ma non si dice come.

Se alle prime edizioni del Forum ave­vano partecipato – a volte provocando imbarazzo – politici di rilievo, qui man­ca la possibilità di confronto con chi ha responsabilità a livello politico o istitu­zionale. Del resto questo Forum non ha leader e quello che potrebbe essere un vantaggio per evitare personalismi, in al­cuni casi penalizza la visibilità e la possi­bilità di «identificarsi». In questo conte­sto – anche la rivoluzione tunisina e le ri­volte arabe non hanno avuto leader – viene da pensare quale effetto avrebbe provocato la presenza di Tsipras o di Iglesias. Da qui la Grecia appare lonta­na, più di quanto non sia fisicamente, a parte essere stata il tema di uno dei tan­ti dibattiti della prima giornata.

Mancano i politici – e questo forse è un bene – ma mancano anche esperti, intellettuali e leader di movimenti con cui confrontarsi. L’impressione è che sia venuto un po’ meno il valore del gruppo di lavoro che permette l’appro­fondimento dei temi: non è questo il luogo dove si viene per prendere ap­punti sul taccuino, che ormai anche qui è sostituito dall’Ipad. Eppure sono arrivati anche gruppi di studenti uni­versitari, alcuni di loro arrivano da un’università per studi orientali di Lon­dra, in maggior parte sono ragazze e italiane!

Un Forum come questo serve soprat­tutto a incontrare persone che altri menti non si sarebbero mai incontrate, a scambiare indirizzi e costruire reti sperando che durino nel tempo. E che possano servire alle nuove generazio­ni. Anche il Forum sembra essere in una fase di transizione come quella che vive la Tunisia, con tutte le difficol­tà e le incertezze del domani.

Il fermo immagine è quello di una grande Fiera (nel senso buono del ter­mine) dove associazione e ong espon­gono i loro progetti e i risultati ottenuti. I più attivi sul piano politico sono i palestinesi e i sahrawi, ma domani sarà in scena la Siria e vedremo se si ripro­porranno gli scontri verificatisi nella scorsa edizione del Forum – con ban­diere date alle fiamme – tra i sostenitori di Assad e gli oppositori armati, anche se ora la situazione è estremamente più complicata con l’affermarsi sulla scena dell’Isis e il suo progetto di Calif­fato. La stessa sigla che ha rivendicato l’attentato al Bardo.

CATANIA: 25 Aprile 1945 – 25 Aprile 2015 La cittadinanza è invitata a partecipare al grande corteo popolare che si svolgerà il 25 Aprile 2015 con partenza alle ore 9.30 in Piazza Stesicoro.

anpi

25 Aprile 1945 – 25 Aprile 2015

Per una nuova Resistenza

Per difendere ed applicare la Costituzione

Per l’occupazione ed il lavoro

Per ripudiare la guerra

Nel 2015 ricorrono il 70° anniversario della Liberazione dal nazifascismo ed il 100° anniversario dell’”inutile massacro” (come è stato definito da Benedetto XV°) della I° guerra mondiale, che è stata dichiarata contro la volontà popolare, dei socialisti, di larga parte del mondo cattolico, degli operai e dei contadini. Si è trattato di un colpo di Stato favorito dalla monarchia, che ha precipitato l’Italia nell’orrore della guerra: Si aprirono così le porte all’avvento del fascismo, strumento del grande capitale e dei ceti medi in crisi.

Con la violenza delle squadre fasciste e dello Stato furono cancellate le organizzazioni operaie e le libertà di tutti, con la lotta partigiana è stato possibile costruire, attraverso la Costituzione repubblicana, un possibile riscatto degli strati popolari e la possibilità di una democrazia avanzata e partecipata.

Solo così abbiamo potuto battere l’obiettivo delle classi dominanti di cancellare le conquiste dei lavoratori ed il valore dell’antifascismo. Abbiamo eccidi, da Portella della Ginestra ai morti di Reggio Emilia, di Catania e Palermo, complotti e repressioni selvagge.

Tutto questo sembra ora ad un punto di svolta. Per legge ordinaria è stato violato l’articolo 1 della Costituzione con la cancellazione dello statuto dei lavoratori, l’articolo 33 che vieta il finanziamento pubblico delle scuole private e sbeffeggiato l’articolo 11 con gli interventi militari in Serbia, Iraq, Afghanistan ed in Libia.

Un governo, eletto da un Parlamento dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale, opera per una profonda demolizione del dettato costituzionale, nella direzione di un’inaudita concentrazione dei poteri in ristrette oligarchie.

Occorre, nella ignavia di un Parlamento che accetta la sua eutanasia, organizzare una grande risposta popolare anche attraverso l’uso dello strumento referendario.

LA COSTITUZIONE NON SI TOCCA!

La demolizione delle strutture repubblicane, i progetti sulla forma dello Stato e del governo che sono in discussione rispondono al bisogno della finanza internazionale di spezzare il residuo potere delle coalizioni popolari e sindacali, dei lavoratori dipendenti ed autonomi, dei precari e dei senza lavoro.

Occorre difendere il salario, il controllo dei tempi di produzione e la pensione, tutto quello che è stato costruito con le lotte (dalla sanità alla scuola).

A questo il 25 aprile chiama e con questo chiama la memoria degli uomini e delle donne che per la Liberazione sono morti, quelli massacrati nelle due guerre mondiali, non solo quelli che giacciono nei cimiteri militari ma anche e soprattutto quelli che alla guerra cercarono di opporsi o di sfuggirne, i disertori, quelli fucilati nelle trincee dai regi carabinieri guidati da generali macellai.

La cittadinanza è invitata a partecipare al grande corteo popolare che si svolgerà il 25 Aprile 2015 con partenza alle ore 9.30 in Piazza Stesicoro.

ANPI COMITATO PROVINCIALE DI CATANIA

A Tunisi il Forum mondiale contro il terrorismo da: il manifesto.it di Giuliana Sgrena


 


 

Un violento nubifragio, che ha oscurato il cielo di Tunisi e trasformato le vie in torrenti in piena, ha messo a dura prova i partecipanti al Forum sociale mondiale che hanno voluto aprire la kermesse proprio con una manifestazione di solidarietà con i tunisini contro l’attacco terroristico che una settimana fa ha colpito il museo del Bardo. La manifestazione, partita da Bab Saadoun, aveva come obiettivo il luogo dove si è consumato il terribile attentato che ha provocato la morte di ventidue persone, tra cui quattro italiani, e decine di feriti. Ma all’entrata del museo i manifestanti non si sono potuti nemmeno avvicinare per le ingenti misure di sicurezza che dovevano proteggere l’apertura simbolica del Bardo con un concerto riservato a personalità invitate. Tra i privilegiati che ieri hanno varcato il cancello del museo vi era anche il ministro degli esteri italiano Paolo Gentiloni, che ha anche visitato le due italiane ancora ricoverate in ospedale.
Due anni fa, l’edizione precedente del Social Forum si era conclusa con una manifestazione per la Palestina aperta da un’enorme bandiera palestinese, per l’appunto. La stessa bandiera, retta, tra gli altri, dal noto esponente palestinese Mustafa Barghouti, ha aperto anche la marcia di ieri. «Siamo qui come palestinesi per esprimere la nostra solidarietà al popolo tunisino, ma anche per promuovere la nostra lotta contro l’apartheid imposto da Israele e contro il terrorismo, quello perpetrato da Israele contro il popolo palestinese è il peggior terrorismo», ha detto Barghouti. «La violenza non ha patria e distrugge i popoli», recitava uno striscione.
E mentre la bandiera palestinese diventava sempre più pesante sotto gli scrosci d’acqua tanto da indurre coloro che la sostenevano a frequenti strizzate, gli slogan urlati a squarciagola incrociavano la solidarietà con la Tunisia a quella con altri popoli sotto la minaccia del terrorismo globalizzato dell’Isil e non solo. Senza dimenticare che una delle prime vittime del terrorismo è stato nel febbraio del 2013 un leader politico del Fronte Popolare, Chokri Belaid, seguito, in luglio, da Mohamed Brahmi. Due anni fa, il ricordo di Chokri, assassinato meno di due mesi prima dello svolgimento del Forum, era vivo e le sue immagini coprivano la centrale Avenue Bourghiba. Ieri invece mi ha fatto tristezza incontrare Basma, la vedova, quasi al fondo del corteo con alcuni familiari e con un solo ritratto del marito.
Tra le magliette con bandiere e slogan non mancavano quelle con la scritta «Je suis Bardo», diventato ormai lo slogan internazionale per sostenere le vittime del terrorismo. Voci, slogan e colori – dal giallo di Amnesty al viola delle donne della Marcia mondiale, al rosso prevalente nelle bandiere tunisine, ad altri ancora – davano il senso di quello che sarà il Forum che si aprirà oggi nel campus universitario del Manar. Un appuntamento fortemente voluto e mantenuto dagli organizzatori tunisini nonostante le difficoltà provocate dall’attentato terroristico, che però non ha messo in ginocchio la Tunisia. Anzi. Certo sono aumentate le misure di sicurezza, all’aeroporto la fila al controllo passaporti è particolarmente estenuante, soprattutto con gli arrivi in massa di questi giorni. La città invece non appare assolutamente militarizzata, ieri per la manifestazione erano solo chiuse alcune vie, ma immaginiamo che le misure di sicurezza saranno più evidenti per la marcia di domenica prossima alla quale parteciperanno leader politici a livello internazionale. L’Italia ci sarà, ha assicurato ieri Gentiloni al ministro degli esteri tunisino.
A rendere percepibile la gratitudine dei tunisini nei confronti degli stranieri che, nonostante il terrorismo, vengono a Tunisi, erano le persone che sostavano sui marciapiedi, uscivano dai negozi o guardavano dai balconi applaudendo e salutando i manifestanti. Il Forum sociale mondiale non poteva scegliere una sede migliore.
E l’arrivo di decine di migliaia di partecipanti al Fsm è stata anche un’ottima risposta ai cittadini che hanno lanciato l’hashtag «#visit Tunisia» esibito su cartelli ieri mattina davanti al museo del Bardo. La pioggia inclemente – dopo giornate primaverili – non aveva dissuaso nemmeno i tunisini che fin dal mattino si erano ritrovati per testimoniare il loro sdegno, la loro rabbia, ma soprattutto la loro determinazione a opporsi a chi vuole distruggere la loro rivoluzione. Erano semplici cittadini: molti giovani che hanno approfittato delle vacanze scolastiche, ma anche persone anziane, mamme con i figli. Meriem con in braccio Mohammed, un bambino di un anno, inutilmente cercava di calmare il suo pianto e resisteva sotto la pioggia: “non posso rinunciare al futuro per mio figlio”. Intanto i giovani agitavano la bandiera tunisina e cantavano l’inno nazionale. La pioggia era anche l’occasione per esibire l’ombrello con la scritta “I love Tunisia”. La scenografia era perfetta.
Menem e Aziza hanno appena quattordici anni, sono studentesse del liceo Pasteur. “Non dobbiamo cedere alla paura, altrimenti avrebbero già vinto i terroristi, mi hanno detto”. E Aziza ha aggiunto che i terroristi sono ragazzi ai quali è stato fatto il lavaggio del cervello per costringerli con i soldi a sfruttare le persone che vivono nella miseria. E Ali, padre di Menem, spuntato alle sue spalle ha aggiunto: “anche se avessimo paura, non dobbiamo assolutamente trasmetterla ai nostri figli”.
Per l’occasione c’era anche una banda folkloristica e qualcuno aveva addirittura portato dei cammelli. L’obiettivo, oltre che esorcizzare la paura, è anche quello di salvare una delle risorse più importanti del paese: il turismo. E lo è anche per il governo che però ha deciso di rinviare l’apertura del museo.
A poter varcare i cancelli del Bardo ieri erano in pochi, autorità e invitati, per noi, come per tutti gli altri accorsi all’appuntamento non resta che aspettare una migliore occasione.
Tutta l’area che comprende il museo e l’assemblea nazionale (parlamento) ora è sotto stretto controllo, ma così non era prima, poiché le prime teste sono cominciate a cadere: si tratta dei capi dei servizi di sicurezza del distretto e del posto di polizia del Bardo, più un’altra decina di funzionari. L’ha deciso il primo ministro Habib Essid. Pare che i servizi di sicurezza al museo lasciassero a desiderare. Per fortuna i terroristi non hanno fatto in tempo ad azionare la carica di esplosivo che portavano addosso, ha affermato il presidente tunisino Beji Caid Essebsi, perché sono stati colpiti prima.
Cominciano anche a circolare voci su possibili ripercussioni dell’attentato sul governo. Non sono mancate critiche al partito islamista Ennahdha che, durante il governo della troika aveva dato ampia copertura alle frange estremiste e al reclutamento di jihadisti da inviare in Siria. Ora Ennahdha ha un ministro nel governo costituito in maggioranza da Nidaa Tounes, partito laico di centro. Il presidente Essebsi nelle interviste dei giorni scorsi ha dichiarato che «il terrorismo non ha una tradizione in Tunisia. La crescita del jihadismo nel paese è avvenuta negli ultimi anni» grazie «al lassismo delle autorità, durante il governo islamista». È la fine della luna di miele tra laici e islamisti, come si chiede il quotidiano Le Temp?

il manifesto 25 marzo 2015

ANPI news 156

 

 

 

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

 

APPUNTAMENTI

 

 

► “Milano capitale della Resistenza“: il 28 marzo, a Milano, convegno nazionale promosso dall’ANPI e dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio 

 

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

 Il 5 marzo, il paese di Sant’Anna di Stazzema è stato devastato dalla furia del vento. La cappellina, di recente restaurata, la chiesa, la Via Crucis, il centro di accoglienza ed altri luoghi sono stati diversamente colpiti; è stata anche distrutta la lapide sul retro dell’Ossario, che ricorda l’orrenda strage compiuta dai nazifascisti il 12 agosto 1944. Un vero disastro, che ha colpito un luogo di memoria a tutti caro. Il Comune ha lanciato un appello per la raccolta di fondi necessari per il restauro, che consenta la rinascita del Parco Nazionale della Pace(…)

 

 La vicenda del repubblichino Paride Mori a cui, di recente, è stata ingiustamente attribuita una medaglia nel corso di un incontro svoltosi nella “Giornata del ricordo”, non si è ancora conclusa (…)

 

 Possiamo dare solo una sommaria notizia circa la riunione del Comitato nazionale ANPI che si è svolta ieri, a Roma, sull’oggetto “Coalizione sociale” e manifestazione FIOM del 28 marzo. La discussione è stata ampia e approfondita ed è terminata con l’approvazione, all’unanimità, delle conclusioni del Presidente nazionale Smuraglia. Da quelle conclusioni sarà estratto un documento, già definito nelle sue linee generali. Eccone una sommaria sintesi(…)

 

 

 

 

Anpinews n.156

Strage fosse Ardeatine: Il martire Ferdinando Agnini- catanese-(dal sito ultimelettere.it)

"71 anni fa la strage delle Fosse Ardeatine. Ricordiamo tutti i martiri della libertà: tra questi la figura eroica del catanese Ferdinando Agnini.

Di anni 19. Nato il 24 agosto 1924 a Catania. Di famiglia democratico-socialista (il nonno aveva aderito al movimento dei Fasci siciliani tra il 1891 e il 1893), Ferdinando Agnini sviluppa presto un’avversione per il regime fascista, stimolato anche dall’esempio del padre, che rifiuta di iscriversi al P.N.F. (Partito nazionale fascista) a discapito della carriera giornalistica. Diplomatosi al liceo classico "Quinto Orazio Flacco", Ferdinando frequenta la facoltà di medicina dell’università di Roma. Dopo l’8 settembre è tra gli animatori dell’Associazione rivoluzionaria studentesca italiana (A.R.S.I.), che si occupa principalmente di raccogliere armi, effettuare sabotaggi e stampare il foglio clandestino "La Nostra lotta", prima di confluire, qualche mese più tardi, nell’Unione studentesca italiana. Nel gennaio 1944, in seguito alla decisione del rettore di ammettere agli esami soltanto coloro che avevano già risposto ai bandi di reclutamento della R.S.I., Agnini è tra gli organizzatori degli scioperi che paralizzano l’attività universitaria della capitale. Tradito da una delazione, viene arrestato nella propria abitazione romana il 24 febbraio 1944. Rinchiuso nel commissariato di Montesacro (un quartiere di Roma), viene convinto da uno dei suoi carcerieri a scrivere un BIGLIETTO ai genitori. Il suo messaggio invece viene utilizzato proprio come prova della sua attività partigiana. Trasferito alla carceri di Via Tasso, viene ripetutamente interrogato e torturato, ma non rivela alcuna informazione compromettente. In seguito all’attentato partigiano di Via Rasella, il 24 marzo 1944 viene scelto per essere fucilato nella rappresaglia delle Fosse Ardeatine assieme ad altri 334 detenuti. Alla sua memoria è stata assegnata la medaglia di bronzo al valor militare.
(dal sito ultimelettere.it)"

71 anni fa la strage delle Fosse Ardeatine. Ricordiamo tutti i martiri della libertà: tra questi la figura eroica del catanese Ferdinando Agnini.

Di anni 19. Nato il 24 agosto 1924 a Catania. Di famiglia democratico-socialista (il nonno aveva aderito al movimento dei Fasci siciliani tra il 1891 e il 1893), Ferdinando Agnini sviluppa presto un’avversione per il regime fascista, stimolato anche dall’esempio del padre, che rifiuta di iscriversi al P.N.F. (Partito nazionale fascista) a discapito della carriera giornalistica. Diplomatosi al liceo classico “Quinto Orazio Flacco”, Ferdinando frequenta la facoltà di medicina dell’università di Roma. Dopo l’8 settembre è tra gli animatori dell’Associazione rivoluzionaria studentesca italiana (A.R.S.I.), che si occupa principalmente di raccogliere armi, effettuare sabotaggi e stampare il foglio clandestino “La Nostra lotta”, prima di confluire, qualche mese più tardi, nell’Unione studentesca italiana. Nel gennaio 1944, in seguito alla decisione del rettore di ammettere agli esami soltanto coloro che avevano già risposto ai bandi di reclutamento della R.S.I., Agnini è tra gli organizzatori degli scioperi che paralizzano l’attività universitaria della capitale. Tradito da una delazione, viene arrestato nella propria abitazione romana il 24 febbraio 1944. Rinchiuso nel commissariato di Montesacro (un quartiere di Roma), viene convinto da uno dei suoi carcerieri a scrivere un BIGLIETTO ai genitori. Il suo messaggio invece viene utilizzato proprio come prova della sua attività partigiana. Trasferito alla carceri di Via Tasso, viene ripetutamente interrogato e torturato, ma non rivela alcuna informazione compromettente. In seguito all’attentato partigiano di Via Rasella, il 24 marzo 1944 viene scelto per essere fucilato nella rappresaglia delle Fosse Ardeatine assieme ad altri 334 detenuti. Alla sua memoria è stata assegnata la medaglia di bronzo al valor militare.
(dal sito ultimelettere.it)