L’ordine di Riina: “Don Ciotti come don Puglisi, ammazziamolo” da: antimafia duemila

ciotti-papa-okdi Giorgio Bongiovanni ed Aaron Pettinari – 31 agosto 2014

“Questo prete è una stampa e una figura che somiglia a padre Puglisi, Ciotti, Ciotti, putissimu pure ammazzarlo. Salvatore Riina, uscendo, è sempre un pericolo per lui… figlio di puttana”. E’ sempre il Capo dei capi Totò Riina, ad emettere la sentenza di morte direttamente dal carcere Opera di Milano in uno dei suoi dialoghi con il boss pugliese Alberto Lorusso.
L’intercettazione è datata 14 settembre 2013, alla vigilia dell’anniversario della morte di don Pino Puglisi. Alla notizia che la chiesa vuole fare Beato il prete che a Brancaccio è sceso in prima linea contro la mafia. “Il quartiere lo voleva comandare iddu – dice Riina di don Puglisi, – Ma tu fatti il parrino, pensa alle messe, lasciali stare… il territorio… il campo… la Chiesa… lo vedete cosa voleva fare? Tutte cose voleva fare iddu nel territorio… tutto voleva fare iddu, cose che non ci credete”.

Un impegno che dava fastidio in quanto riusciva ad intervenire su tanti bambini che vivevano per strada e che consideravano i mafiosi come idoli e persone rispettabili. Ed oggi la mafia non è cambiata e guarda ancora alla strada per reclutare nuove figure. Ed oggi come in passato ci sono preti in prima linea che sono esempio per tanti ragazzi. E don Luigi Ciotti è sicuramente uno di questi. Un simbolo che prima ha fondato il Gruppo Abele come aiuto ai tossicodipendenti e altre varie dipendenze, poi ha dato vita all’Associazione Libera la cui attività contro i soprusi delle mafie in tutta Italia è di assoluto valore. Le parole del boss corleonese hanno subito messo in allarme gli investigatori della Dia di Palermo tanto che, oltre ad avvertire la procura di Palemro, è stata inviata una nota riservata al Viminale per sollecitare il rafforzamento della scorta attorno a don Luigi. In quei mesi di dialogo con Lorusso, figura ancora da decifrare capace di scrivere messaggi criptati in fenicio, Riina è stato come un “fiume in piena”.
Riina continua parlando del fondatore di Libera: “È malvagio, è cattivo ha fatto strada questo disgraziato”. E poi conclude: “Sono sempre agitato perché con questi sequestri di beni…”. Quei beni della mafia che proprio tante cooperative che aderiscono a Libera gestiscono in tutta Italia.
Quella sui beni confiscati è una battaglia che da sempre contraddistingue l’associazione e che non è certo conclusa.
Di queste minacce don Ciotti non è stato immediatamente informato anche se stretti collaboratori del sacerdote come Gabriella Stramaccioni hanno segnalato “da alcuni mesi” l’arrivo di “segnali inquietanti e in parte indecifrabili proprio a don Luigi e a Libera”. Forse si tratta di episodi riconducibili alle parole espresse dal boss corleonese?

Da parte di Giorgio Bongiovanni, Lorenzo Baldo e tutta la redazione di ANTIMAFIADuemila va tutta la solidarietà e vicinanza a don Luigi Ciotti. La sua battaglia è la nostra battaglia, chiediamo ai soggetti preposti di intervenire per garantire al massimo la sua sicurezza.

Scuola, confermati i timori dei sindacati: tutto rimandato. Non ci sono i soldi | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

La presentazione delle linee guida sulla scuola esce dall’agenda del gia’ corposo Consiglio dei ministri di oggi. Nella sostanza non ci sono i soldi. Nella forma, a stare a sentire Renzi, meglio fare una “riforma partecipata e non calata dall’alto”. Confermati in pieno quindi, i dubbi dei sindacati degli insegnanti e dei precari. Oggi in piazza i “Quota 96”. 

I temi all’ordine del giorno erano tutti di primo piano, a cominciare dalla revisione delle supplenze, la valorizzazione del merito e l’abbandono del precariato. Senza dimenticare lo sponsor dei privati e le aperture alle scuole paritarie; per finire con l’organico funzionale a livello di istituto e/o di area territoriale. Ma lo stop arrivato dal ministro Padoan è stato molto netto. Solo il costo della presa in carico dei precari sarebbe stato intorno al mezzo miliardo. In attesa di vedere il coniglio che il presidente del consiglio tirera’ fuori dal cilindro (nei giorni scorsi ha detto “vi stupiro'”), si sono rincorsi anche ieri suggerimenti e polemiche. Se per la Rete degli studenti “il primo passo per una vera rivoluzione e’ la riforma dei cicli” il Movimento Cinque Stelle ritiene che “il potenziamento del sistema ‘integrato’ pubblico-privato prospettato dal ministro Giannini” e’ “inaccettabile. Consideriamo malata l’equazione ‘piu’ scuola privata, uguale a maggiore risparmio per lo Stato'”.

I sindacati, intanto, fanno quadrato intorno agli insegnanti “Quota 96” – per i quali nessuna indiscrezione ha annunciato una imminente soluzione – e oggi stesso scenderanno in piazza per rinnovare la loro protesta. “E’ doveroso riparare rispetto a un errore ampiamente riconosciuto e una ingiustizia verso migliaia di insegnanti e personale della scuola” afferma il segretario generale della Uil scuola, Massimo Di Menna, invocando “una decisione politica chiara e trasparente che sia risolutiva”.
Ricorre all’ironia il leader della Cisl scuola, Francesco Scrima: “Tanto tuonò che non piovve”. “Rispetto alle grandi rivoluzioni prospettate, quota 96 sembrerebbe una questione di portata davvero modesta: risolverla sarebbe tuttavia – conclude Scrima – un buon segnale per dimostrare che non si vive di annunci a effetto ma si e’ capaci, ogni tanto, di passare dalle parole ai fatti”. Per Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil, “se le linee di indirizzo sulla scuola dovessero corrispondere all’intervento della Ministra Giannini al meeting di Comunione e Liberazione, non ci sarebbe nulla di nuovo rispetto alle impostazioni fallimentari della ex ministra Gelmini”.

La Gilda ricorda che le 100 mila assunzioni sarebbero solo “un atto dovuto”: “e’ un tentativo in zona Cesarini di evitare che la stabilizzazione dei precari storici venga imposta dall’Europa”, con una sentenza di condanna per l’abuso dei contratti a termine oltre i 36 mesi, osserva il coordinatore nazionale della Gilda degli insegnanti, Rino Di Meglio. L’Anief chiede infine una stretta sui tempi: se veramente si pensa a 100 mila assunzioni, “vengano attuate sin da subito e non nell’arco dei prossimi tre anni. 30mila assunti l’anno sarebbe solo la conferma dal quadro esistente”.

Landini-Renzi, quel filo diretto che potrebbe spezzarsi Fonte: il manifesto | Autore: Massimo Franchi

“Quando la con­tro­parte chiama, il dovere di un sin­da­ca­li­sta è di andare”. Mau­ri­zio Lan­dini ha sem­pre rispo­sto in que­sto modo quando qual­cuno – e non pochi suoi metal­mec­ca­nici Fiom – hanno cri­ti­cato la scelta di incon­trare Renzi. E così quando mar­tedì il pre­si­dente del Con­si­glio gli ha tele­fo­nato ha inter­rotto la sua breve vacanza nelle Mar­che per pren­dere il treno il giorno dopo e mer­co­ledì scen­dere a Roma. A palazzo Chigi il segre­ta­rio gene­rale della Fiom era già andato altre volte ed è arri­vato dopo che il pre­si­dente del Con­si­glio aveva chie­sto al vice­mi­ni­stro allo Svi­luppo Clau­dio De Vin­centi di illu­strar­gli lo stato delle tante ver­tenze indu­striali aperte. Con Lan­dini ha discusso di que­ste: da Ter­mini Ime­rese a Ilva, da Luc­chini (ieri un ope­raio di Piom­bino ha ini­ziato lo scio­pero della fame per denun­ciare lo spe­gni­mento anche della coke­ria) a Iri­sbus e tutto il set­tore tra­sporti, da Alcoa a Eni, da Alca­tel a Ast di Terni, vicende che rica­dono nel disa­strato set­tore di com­pe­tenza della Fiom. Di tutte sono con­vo­cati i tavoli al mini­stero di via Molise dalla pros­sima set­ti­mana, senza che alcuna sia in via di soluzione.

Renzi ha ascol­tato il parere e le indi­ca­zioni di Lan­dini, fedele al giu­di­zio espresso pub­bli­ca­mente più volte che “quando lo sento par­lare imparo sem­pre qual­cosa”. D’altra parte la solu­zione della ver­tenza Elec­tro­lux — l’unica risolta finora dal governo — era arri­vata seguendo un ormai vec­chio cavallo di bat­ta­glia della Fiom: finan­ziare i con­tratti di soli­da­rietà (con soli 15 milioni, però), da pre­fe­rire alla cassa inte­gra­zione per­ché distri­bui­scono il lavoro su più per­sone garan­tendo anche un livello sala­riale più alto.

Da parte sua Lan­dini aveva accolto i primi passi del governo Renzi con giu­dizi lusin­ghieri: “Ottanta euro al mese non li abbiamo mai otte­nuti con un rin­novo con­trat­tuale”, ma negli ultimi mesi aveva ini­ziato a cri­ti­care pesan­te­mente l’operato del governo difen­dendo la Cgil sul tema della tra­spa­renza dei bilanci, tirati in ballo da Renzi stesso. Cri­ti­che che però il pre­mier ha messo nel conto, cer­cando comun­que di man­te­nere un rap­porto diretto — sep­pur dia­let­tico — con il lea­der Fiom.

L’incontro di mer­co­ledì però muta il qua­dro della situa­zione. Lan­dini ha man­dato una sorta di ulti­ma­tum a Renzi: se nelle prime set­ti­mane di set­tem­bre que­ste crisi – a par­tire da Ter­mini Ime­rese che il pre­mier ha visi­tato “met­ten­doci la fac­cia” davanti al migliaio di lavo­ra­tori dello sta­bi­li­mento i cui can­celli sono chiusi da tre anni – non ver­ranno risolte, la Fiom è pronta alla mobi­li­ta­zione. Lan­dini aveva già annun­ciato la volontà di scio­pe­rare a otto­bre, mobi­li­tando i metal­mec­ca­nici pro­prio per dar forza alle pro­po­ste della Fiom: inve­sti­menti pub­blici per rilan­ciare il set­tore indu­striale in primis.

Natu­ral­mente l’incontro di mer­co­ledì ha fatto molto rumore. Innanzi tutto per la solita volontà di Renzi di voler sca­val­care e non con­si­de­rare Susanna Camusso — la segre­ta­ria della Cgil in que­sti giorni si trova comun­que in dele­ga­zione in Giap­pone — mirando ad acuire la con­trap­po­si­zione fra lei e Lan­dini. Ma la palma di più arrab­biato di tutti per la “spe­cial rela­tion­ship” tra Renzi e Lan­dini va cer­ta­mente a Raf­faele Bonanni. Ieri il segre­ta­rio della Cisl ha usato parole al vetriolo per i due: “A me inte­ressa una discus­sione vera con il governo, se non c’è una discus­sione vera è bene che Renzi discuta con Lan­dini”.
Molto cri­tico anche Gior­gio Cre­ma­schi, sto­rico lea­der della sini­stra Fiom ora in pen­sione, che ha cri­ti­cato Lan­dini “che ignora le ripe­tute affer­ma­zioni di Renzi a favore dei vin­coli euro­pei di auste­rità, prima causa asso­luta della recessione”.

Che ci sia molto di stru­men­tale in que­sto rap­porto è lam­pante. Renzi “usa” Lan­dini per coprirsi a sini­stra e in chiave anti Cgil-Cisl-Uil, cer­cando di farlo per­ce­pire come il rot­ta­ma­tore del sin­da­cato. D’altra parte Lan­dini ha tutto l’interesse a man­te­nere un rap­porto diretto con il pre­si­dente del con­si­glio nel ten­ta­tivo di por­tare a casa quella legge sulla rap­pre­sen­tanza sin­da­cale che sor­pas­se­rebbe l’accordo inter­con­fe­de­rale in mate­ria, osteg­giato dalla Fiom e che alla sua prima prova — la ver­tenza Ali­ta­lia — ha subito mostrato molti pro­blemi di appli­ca­zione por­tando a una divi­sione fra sin­da­cati invece che alla pro­messa uni­ta­rietà vincolante.

Le pros­sime set­ti­mane saranno dun­que deci­sive: o Renzi deci­derà vera­mente di seguire la linea Lan­dini, svol­tando in fatto di poli­tica indu­striale, oppure anche Lan­dini entrerà a far parte dei “gufi” dell’autunno caldo che Renzi — a parole — dice di non temere.

Governo, un vecchio film lungo mille giorni | Fonte: Il Manifesto | Autore: Giorgio Airaudo

Men­tre il nostro pre­si­dente del con­si­glio pensa alle slide dei pros­simi mille giorni ci sono ita­liane e ita­liani che aspet­tano di capire dove siano finite le slide dei primi cento. Aspet­tano rispo­ste, a dire il vero, da almeno tre Governi: quello di Monti, quello di Letta, e quello di Renzi, dopo i gua­sti che agli ita­liani e all’Italia hanno gene­rato le poli­ti­che neo libe­ri­ste degli ese­cu­tivi di cen­tro­de­stra di Ber­lu­sconi (e dei suoi ministri).I primi che atten­dono di essere nomi­nati — magari anche solo in un tweet del nostro pre­mier — sono gli eso­dati, nuova figura sociale gene­rata dalla mano­vra For­nero che non aveva pre­vi­sto tran­si­zioni, com­pen­sa­zioni o tutele per chi lasciava in mezzo a un guado. Il governo Monti ha usato le pen­sioni come un ban­co­mat per sedare i mer­cati e ras­si­cu­rare la tec­no­cra­zia Euro­pea. E ci ha con­se­gnato, con rara lun­gi­mi­ranza, la più alta età pen­sio­na­bile d’Europa in con­tem­po­ra­nea alla più alta disoc­cu­pa­zione gio­va­nile della sto­ria del nostro paese. In mille giorni non ci sono state parole per gli eso­dati — che si gene­re­ranno almeno sino al 2022 — fino ad oggi sono stati spesi quasi 12 miliardi per sei sal­va­guar­die che non hanno risolto il patto di cit­ta­di­nanza vio­lato con que­ste cit­ta­dine e cit­ta­dini. Tutto ciò a fronte di quasi 90 miliardi di risparmi, cer­ti­fi­cati dall’Istituto sta­ti­stico dell’Inps, che la mano­vra For­nero garan­tirà in dieci anni rispetto ai 22 miliardi pre­vi­sti al varo della riforma. Que­sti ultra-risparmi devono tor­nare alle pen­sioni e ai pen­sio­nati. Come mai nes­sun mini­stro ne parla? Mistero. Solo una nuova riforma che can­celli le abnor­mità della mano­vra For­nero, abbas­sando l’età pen­sio­na­bile e distin­guen­dola in base ai lavori svolti nel arco della vita lavo­ra­tiva (e al loro impatto psi­co­fi­sico sulle per­sone) potrà riscri­vere un nuovo patto sociale che can­celli la ferita degli eso­dati, risolva l’ingiustizia delle pen­sioni d’oro e fac­cia ripar­tire un turn-over bloc­cato che per ora pena­lizza innan­zi­tutto i giovani.

A dire il vero di que­sto aveva par­lato la mini­stra Madia, annun­ciando solen­ne­mente la crea­zione di quat­tro­mila posti per i più gio­vani: si è riman­giata tutto, e pre­ci­pi­to­sa­mente, quando si è sco­perto che non c’era nes­suna coper­tura e che la riforma della Pub­blica Ammi­ni­stra­zione la devono pagare i lavo­ra­tori. A fianco degli eso­dati — infatti — ci sono gli “errori” rico­no­sciuti e irri­solti del per­so­nale della scuola di quota96 bloc­cato al lavoro da una riforma che si è scor­data di quando fini­sce l’anno sco­la­stico e l’insensatezza, in con­flitto con le norme di sicu­rezza, di fer­ro­vieri che dovreb­bero stare alla guida di treni anche ad alta velo­cità fino a 67 anni. Si tratta di solu­zioni di errori a basso costo: meri­te­reb­bero decreti d’urgenza che il governo Renzi pro­mette e rin­via dalla sua nascita come i suoi predecessori.

Il governo Renzi ha toc­cato il tema delle pen­sioni, di recente, non per pro­porre più equità, ma per ven­ti­lare mal­de­stra­mente tra son­daggi e asti­celle (intorno a fer­ra­go­sto, con un con­certo di dichia­ra­zioni cal­co­late e irre­spon­sa­bili) addi­rit­tura l’ipotesi di un pre­lievo su tutte le pen­sioni sopra i due­mila euro lordi. Di fronte a un pre­an­nun­cio semi insur­re­zio­nale che teneva insieme un fronte del No che andava dalla Cgil a Forza Ita­lia le asti­celle sono state (per ora) ripo­ste. Intanto — in mille giorni — non ho sen­tito parole né visto tweet, e nem­meno assi­stito a gavet­toni ghiac­ciati in favore dei lavo­ra­tori dell’Alcoa che dal 31 dicem­bre fini­scono in mezzo a una strada, con la loro fab­brica defi­ni­ti­va­mente chiusa, e che da giorni se ne stanno in tenda davanti ai can­celli, ma non certo per fare cam­peggi estivi. E nulla ho sen­tito, dai loquaci mini­stri, anche su quello spa­ven­toso buco nero che è diven­tato — per noi — l’impianto side­rur­gico più grande d’Europa, quello di Taranto e la side­rur­gia Ita­liana da Terni a Piom­bino. Aspet­tano solu­zioni indu­striali da tempo oltre 150 crisi crisi azien­dali al mini­stero dello svi­luppo eco­no­mico a par­tire da Ter­mini Ime­rese a cui ser­vi­rebbe la cer­tezza di un nuovo pro­dut­tore di auto oltre la dia­spora dal Ita­lia della Fiat-Chrysler e molte di più sono in attesa sui tavoli delle regioni.

Tutto que­sto avrebbe biso­gno di poli­ti­che che favo­ri­scano il rein­se­dia­mento indu­striale, fer­mino la sven­dita e la fuga delle atti­vità mani­fat­tu­riere dall’Italia e sem­bra innan­zi­tutto man­care su que­sto ter­reno una visione che vada oltre i 140 carat­teri delle bat­tute da Social media. Man­cano soprat­tutto inter­lo­cu­tori cre­di­bili: die­tro e oltre il pre­mier nulla si muove. Ogni tanto, nel governo dei “carini” qual­cuno azzarda una dichia­ra­zione su que­sti temi aperti, suscita un vespaio, e subito viene com­mis­sa­riato dal solito Mat­teo che dice: “Mi occupo di tutto io!”. Però poi, anche per limiti umani, non ci riesce.

Durante tutta l’estate, in regioni già disa­giate — cito ad esem­pio la Sar­de­gna e la Basi­li­cata — si dif­fon­dono le anti­ci­pa­zioni dei tagli con cui dovreb­bero essere chiusi decine di “pic­coli tri­bu­nali” che poi tanto pic­coli non sono, se per rag­giun­gere quelli nuovi devi viag­giare quat­tro ore. Non ci sono soldi per nulla, non si pro­getta nulla, sotto la ver­ni­cia­tura del nuovo i mille giorni rischiano di rega­larci la rie­di­zione del già visto.

Infine aspet­tano i disoc­cu­pati, gli sco­rag­giati e i sot­to­pa­gati oltre 7 milioni di sfrut­tati e ricat­tati dalla (e nella) crisi a cui si pro­pone un altra volta la stan­tia ricetta della sva­lu­ta­zione della pro­prio lavoro attra­verso l’aumento della pre­ca­rietà. I gior­nali del coro hanno ini­ziato a decan­tare come un pic­colo Eden il modello spa­gnolo. L’ultima ver­sione del decreto Poletti, l’attacco ai con­tratti di lavoro e l’immancabile uso pro­pa­gan­di­stico della can­cel­la­zione dell’18, già muti­lato dal governo Monti, viene ora masche­rato attra­verso l’idea — a dir poco biz­zarra — che la can­cel­la­zione dello Sta­tuto dei lavo­ra­tori sarebbe un grande salto di pro­gresso (per chi?). Quando i mini­stri delle grandi riforme sono più pru­denti, invece, dicono che lo Sta­tuto deve essere riscritto: però non ci dicono come, non ci spie­gano, quali diritti si deb­bano rico­struire e quali nuovi affer­mare, come si può ridurre una pre­ca­rietà che è ora­mai distru­zione di lavoro e ric­chezza. Ser­vono meno di mille giorni per can­cel­lare le qua­ranta forme di di con­tratto più o meno pre­ca­rie e per varare un piano per il lavoro che sia il nostro New Deal : e non c’è trac­cia del’annunciato “con­tratto unico” che avrebbe dovuto sosti­tuirle. Si vuole invece aggiun­gerne una nuova, l’assunzione con pos­si­bi­lità di licen­ziare per tre anni, che (per ora) lan­gue al Senato. Ma non si doveva cam­biare verso? L’autunno se sarà caldo o freddo lo deci­de­ranno molti di que­sti sog­getti e sog­get­ti­vità oggi spesso rimossi. Sono tanti,non con­tano nulla,ma guai a sot­to­va­lu­tarli ammo­niva Luciano Gal­lino pochi giorni fa noi non li lasce­remo soli.

Art. 18 e precarietà. Una riflessione dal punto di vista operaio. Intervento di Gianni Marchetto Autore: Gianni Marchetto da: controlacrisi.org

Personalmente vengo da aziende di operai di mestiere (FIAT COMAU). Quando vi lavoravo avevo notato che ogni tanto qualcuno andava in Direzione per dare le dimissioni. Una parte di questi operai (e anche di tecnici) poi rimanevano. Chi erano costoro? Erano tra i più bravi. E usavano le “dimissioni” come arma di “ricatto” nei confronti della Direzione per avere aumenti di salario, avanzamenti di carriera, ecc. Ovviamente la Direzione ci stava per non perdere della professionalità e delle competenze acquisite in anni e anni di esperienza. Per avere un operaio provetto o un tecnico capace, autonomo, ci vanno anni e anni di accumulo di esperienza lavorativa.

Domanda: nei lavori di “fino”, quelli di qualità, quelli a cui si richiede il massimo di autonomia e di professionalità, nella epoca attuale cosa è cambiato? C’è stato un mutamento sostanziale con l’introduzione della informatica, arricchendolo (il lavoro), ma il contenuto del lavoro qualificato, della prestazione non è per nulla cambiato.
La flessibilità del lavoratore, quella ricercata dal soggetto era nei fatti un accumulo di esperienza che il lavoratore faceva magari in diverse imprese, ma sempre sulla stessa professionalità: aggiustatore, stampista, tracciatore, addetto alle macchine (a Controllo Numerico, frese, torni, ecc.). Evidentemente chi ne traeva profitto era il lavoratore stesso ma anche l’ultimo imprenditore che gli dava lavoro.

Dice sull’art.18 Gino Rubini della CGIL Emilia Romagna: “Il lavoro di qualità richiede relazioni fondate sul rispetto e sulle regole. La crescita della qualità e dell’elevato contenuto in valore tecnologico di molte aziende emiliane è andata di pari passo con l’espansione dei diritti e della civilizzazione dei rapporti sociali. Per non fare nomi ma solo qualche esempio, aziende come Ferrari, Lamborghini e Ducati perderanno di qualità se prevarrà la logica barbarica di trattare i lavoratori come “vuoti a perdere”… Questa ideologia miserevole per cui oltre al cenno (ad nutum) butti sul tavolo una manciata di banconote per scacciare il lavoratore e acquisire competitività può andare bene per imprese che stanno a livelli miserevoli di contenuto tecnologico e di qualità del lavoro”.

E aggiunge: “Questi signori tecnici (del governo) hanno una vaga idea della complessità del reticolo di relazioni sociali che fondano la produzione di valore in una impresa? La penosità e in qualche misura il pensiero atrofizzato di questi tecnici assomigliano alla visione di quel comandante di jumbo che manda in stallo l’aereo per risparmiare sul carburante”.

Diverso è invece il lavoro ripetitivo (es. ad una catena di montaggio). Le mansioni sono del tutto povere. Da qualche manciata di secondi a qualche manciata di minuti: e sempre con la ripetizione. Epperò! Con il tempo, dovuta proprio alla particolare prestazione ripetitiva, l’esperienza accumulata faceva sì che il lavoratore acquisiva abilità e destrezza nella propria mansione, aumentando di parecchio la sua bravura e la sua produttività (in termini di velocità di esecuzione). Basta vedere un lavoratore nuovo assunto e posizionato in una catena di montaggio nei primi giorni di lavoro: si “imbarca” sempre (= non riesce a stare nei tempi assegnati). In più l’accumulo di esperienza va tutta in favore dell’impresa nel senso che tutto il lavoro male progettato o non progettato viene colmato dalla bravura del lavoratore (bravura, mai o poco riconosciuta sia in termini salariali che di qualifica). Nella epoca attuale questi lavori ripetitivi si sono arricchiti con l’introduzione della robotica (e quindi abbiamo dei lavoratori che fanno quasi solamente prestazioni di controllo) o di nuove tecnologie tra le quali anche apparati informatici.

Perché allora questa insistenza sull’art. 18? Perché il personale dell’attuale governo non sa assolutamente nulla di un luogo di lavoro, non l’ha mai visto, né tantomeno vissuto, ne fa solamente un argomento di carattere ideologico. Diverso è invece l’approccio del padronato: fatto salvo quei padroni (pochi purtroppo) che con il fischio ricorreranno all’art. 18 in quanto i lavoratori che impiegano se li vogliono tenere in quanto gente brava ed esperta nel lavoro (che gli è magari costata nella formazione ricevuta), il rimanente (una buona maggioranza) che fa solo delle “carabattole” lo userà in due modi:
• per produrre l’ennesima pulizia etnica, ergo tutti coloro che per passate vicende lavorative oggi si ritrovano con qualche acciacco alla salute (inidonei e invalidi, oltre che anziani più donne in maternità!) e rischiano di essere in grande numero, sostituendoli con giovani precari molto disponibili perché più ricattabili.
• tutti coloro che hanno la “schiena dritta” (a prescindere dalla loro collocazione politica e/o sindacale), coloro i quali per es. non accettano supinamente lo straordinario, ecc. saranno pochi però con un chiaro obiettivo terrorista: “colpirne uno per educarne 100”.Per fortuna non tutto è così…
Il che non significa affatto che tutta la nostra manifattura sia tutta di questa specie, lo è purtroppo la maggioranza e specie la piccola e micro impresa. Infatti stando al libro di A. Calabrò (Orgoglio Industriale, Ed. Mondadori) questi ci dice che nel 2008 su ca. 4.000.000 di aziende manifatturiere presenti nel nostro paese, ce ne sono 4.600 (lui le chiama “multinazionali tascabili” che vanno dai 50 ai 500 addetti) che forse ci tireranno fuori dalla crisi.

Domanda: chi le conosce, cosa fanno e cosa fa lì il sindacato (posto che ci sia)? Domanda successiva: è una bestemmia pensare di poter costruire a sinistra (a partire dai sindacati) un archivio di queste aziende per portarle all’onore del mondo, per tentare di farle mettere in contraddizione con il resto delle imprese? Per tentare una sorta di “alleanza dialettica” con il movimento dei lavoratori. Non fosse altro perché in questo campo vi sono senz’altro le possibilità di un “conflitto” più avanzato e non solo sulla difensiva.

Sotto la cappa del nuovo potere | Fonte: Il Manifesto | Autore: Alberto Burgio

Siamo pro­prio sicuri che lo stato (deso­lante) dell’informazione poli­tica in Ita­lia rien­tri nella nor­ma­lità, che asse­gna alla «strut­tura mate­riale dell’ideologia» la fun­zione di pro­teg­gere e con­so­li­dare l’esta­blishment? Fosse così, non ci ras­se­gne­remmo, ma nem­meno avremmo la per­ce­zione di una situa­zione patologica.

In tutti i paesi del mondo, sotto qual­siasi regime, la «grande stampa» aiuta il potere. Rico­no­scerlo non implica equi­pa­rare sistemi tota­li­tari e plu­ra­li­stici. Né igno­rare la rile­vanza dei diritti di libertà e l’importanza della fun­zione svolta, nei sistemi plu­ra­li­stici, dalla stampa indi­pen­dente e di oppo­si­zione. Resta che ovun­que tra stampa e potere inter­cor­rono rap­porti di mutuo soc­corso. Che il mondo dell’informazione è dap­per­tutto con­ti­guo ai luo­ghi del potere eco­no­mico e poli­tico. Che spesso il con­fine tra infor­ma­zione e pro­pa­ganda è labile e di dif­fi­cile demar­ca­zione. Ma c’è un ma.

O un limite, se si pre­fe­ri­sce. Di norma la coo­pe­ra­zione tra stampa e potere non impe­di­sce agli organi di infor­ma­zione di ope­rare anche come fat­tori costi­tu­tivi dell’opinione pub­blica e suoi por­ta­voce. Né pre­clude alla grande stampa una fun­zione di con­trollo e di sti­molo – talora di denun­cia – nei con­fronti delle altre istanze del potere. Si pensi, per esem­pio, al gior­na­li­smo d’inchiesta, ancora vivo in Ger­ma­nia e nel mondo anglo­sas­sone, e non appan­nag­gio delle testate di opposizione.

Coo­pe­ra­zione e cri­tica: in que­sto bino­mio con­trad­dit­to­rio si con­densa la rela­zione tra­di­zio­nale tra stampa e potere in demo­cra­zia. Il che vale a pre­ser­vare una qual­che fun­zione terza dell’informazione anche in tempi di pen­siero unico impe­rante. Accade lo stesso oggi in Ita­lia? Si può dire che anche nel nostro paese le mag­giori testate della carta stam­pata e del gior­na­li­smo tele­vi­sivo pub­blico e pri­vato man­ten­gono un equi­li­brio tra pros­si­mità e alte­rità al potere che per­metta loro di assol­vere almeno in parte il com­pito di infor­mare senza troppo deformare?

Deci­sa­mente no. Da tempo – almeno dall’inizio dell’infausta sta­gione delle lar­ghe intese, più pro­ba­bil­mente da quando la crisi eco­no­mica imper­versa – la stampa ita­liana (fatte le debite ecce­zioni) ha cam­biato regi­stro. Se ancora all’epoca della rissa bipo­lare tra cen­tro­si­ni­stra e destra era pos­si­bile imbat­tersi in qual­che ana­lisi spre­giu­di­cata e cogliere fram­menti di verità tra le righe di com­menti o reso­conti (pur­ché, benin­teso, non si trat­tasse della santa alleanza con gli Stati uniti e delle guerre sca­te­nate nel nome della demo­cra­ziae dei diritti umani), oggi regna invece un’asfissiante con­cor­dia. Intorno ai feticci della gover­nance neo­li­be­rale – le “riforme” in pri­mis, evo­cate osses­si­va­mente come una pana­cea per tutti i mali. Intorno alle figure che la incar­nano – dal capo dello Stato al pre­si­dente del Con­si­glio in carica, pas­sando per il pre­si­dente della Bce. Intorno alle poli­ti­che per mezzo delle quali viene com­pien­dosi la meta­mor­fosi ame­ri­ca­ni­sta della società, il suo rapido regre­dire verso assetti post­de­mo­cra­tici, auto­ri­tari e oligarchici.

Docu­men­tarlo sarebbe sin troppo age­vole. Basti un banale espe­ri­mento. L’attuale pre­mier si è accre­di­tato come l’uomo del cam­bia­mento e, appunto, delle riforme. È un ruolo che sta a pen­nello a un yup­pie della poli­tica, venuto su col logo del rot­ta­ma­tore. Ma que­sta è una scelta d’immagine, è la sua auto­rap­pre­sen­ta­zione. Non dovrebbe costi­tuire il con­te­nuto dell’informazione, la quale avrebbe invece il dovere di entrare nel merito delle sedi­centi riforme, parola magica che da vent’anni desi­gna i misfatti dei governi nel nome del risa­na­mento. Bene, pro­vate a vedere che suc­cede in pro­po­sito, se mai un gior­na­li­sta, inter­vi­stando Renzi o com­men­tan­done le debor­danti dichia­ra­zioni in schietto stile nien­ta­li­sta, si prende la briga di discu­tere il cri­te­rio in base al quale un prov­ve­di­mento può defi­nirsi “riforma” e si distin­gue da un altro che non ne è degno.

Riforme erano dette anche quelle del fasci­smo, che di cose ne cam­biò effet­ti­va­mente molte e in pro­fon­dità. Non sarebbe allora il caso di costrin­gere chi governa a uscire dalla pro­pa­ganda e a dichia­rare i pro­pri reali inten­di­menti? Non sarebbe un gesto di rispetto verso let­tori e tele­spet­ta­tori incal­zarlo, far­gli pre­senti i costi sociali delle sue deci­sioni oltre che i loro van­tati bene­fici? Non sarebbe que­sta un’elementare clau­sola di dignità per chi, facendo il gior­na­li­sta, non dovrebbe accet­tare di degra­darsi a veli­naro, a supino ampli­fi­ca­tore della voce del padrone di turno?

Ma, parole magi­che a parte, il discorso ha una por­tata ben più vasta. E i pos­si­bili esempi si sprecano.

È mai pos­si­bile che nes­suno trovi da ridire quando un mem­bro del governo o del Pd recita la gia­cu­la­to­ria del «40 per cento degli ita­liani che ci chie­dono le riforme»? È decente fin­gere di non ricor­dare che in mag­gio si votò per le euro­pee con la fon­data paura della marea fasci­sta, e che a nes­sun elet­tore ita­liano venne in mente allora di con­ce­dere al governo cam­biali in bianco per sfa­sciare la Costi­tu­zione, fare nuo­va­mente cassa con le pen­sioni o stra­vol­gere lo stato giu­ri­dico del pub­blico impiego?

Un caso para­dig­ma­tico è l’evasione fiscale. Gior­nali e tele­gior­nali ne par­lano, ine­vi­ta­bil­mente, quando la Corte dei conti o l’Agenzia delle entrate dirama le solite scan­da­lose cifre che non hanno eguali al mondo. Per la cro­naca siamo poco sotto i 190 miliardi di euro sot­tratti ogni anno alle finanze pub­bli­che. Visto che i numeri hanno una loro ogget­ti­vità, il dato dovrebbe domi­nare la pagina eco­no­mica. All’opinione pub­blica – ammesso che in Ita­lia ne esi­sta ancora una – sarebbe dove­roso spie­gare quali nessi sus­si­stono tra que­sto gigan­te­sco ammanco e la dram­ma­tica fame di risorse nei bilanci delle pub­bli­che ammi­ni­stra­zioni e delle fami­glie dei lavo­ra­tori dipen­denti. Si dovrebbe chia­rire come non sia casuale che, van­tando que­sto record, l’Italia sia anche in cima alle clas­si­fi­che del debito pub­blico, della disoc­cu­pa­zione e della pres­sione fiscale sul lavoro. Niente di niente, invece. Il tema è tabù. I cit­ta­dini deb­bono restare inerti sotto il bom­bar­da­mento della nar­ra­zione uffi­ciale della crisi.
E così via esem­pli­fi­cando. Nel Medi­ter­ra­neo si con­suma ogni giorno la strage dei migranti.

C’è mai qual­cuno che, com­men­tando gli spro­po­siti di un mini­stro o del leghi­sta di turno, ram­menti che i migranti non chie­dono bene­vo­lenza: eser­ci­tano un diritto invio­la­bile? Che a quanti di loro fug­gono da guerre e per­se­cu­zioni nes­suno può legit­ti­ma­mente rifiu­tare asilo? E che gli Stati che non li accol­gono vio­lano norme fon­da­men­tali del diritto inter­na­zio­nale? Quanto al ter­ro­ri­smo, largo alle stru­men­ta­liz­za­zioni di chi blocca sul nascere ogni discus­sione al riguardo. Non sia mai che ci si inter­ro­ghi sulle respon­sa­bi­lità occi­den­tali nella cata­strofe medio­rien­tale. E che, di ter­ro­ri­sta in ter­ro­ri­sta, a qual­cuno venga in mente di chie­dere conto anche a Neta­nyahu. Fran­ca­mente dispiace che la recente pole­mica tra Grillo e il Tg1 sia stata liqui­data anche a sini­stra come l’ennesima aggres­sione di un ener­gu­meno. I modi offen­dono, ma la sostanza resta e meri­te­rebbe ben altra considerazione.

Sotto la cappa del potere finan­zia­rio trans­na­zio­nale, ammi­ni­strato dalla tecno-burocrazia euro­pea e dai suoi pro­con­soli nostrani, il gior­na­li­smo ita­liano ha per­lo­più mutato pelle, accon­cian­dosi alla fun­zione assai poco ono­re­vole del por­ta­voce zelante. Che divulga e accre­dita le verità dispen­sate dall’alto, e con ciò impe­di­sce la for­ma­zione di un’opinione pub­blica docu­men­tata e cri­tica. E non si creda che il rife­ri­mento al qua­dro dei poteri domi­nanti atte­sti un nesso cogente. Non vi è alcuna neces­sità in tale con­nes­sione, né vi opera una forza incoer­ci­bile. Sono in gioco, al con­tra­rio, la libera scelta di cia­scuno e la sua respon­sa­bi­lità intel­let­tuale e morale. La pato­lo­gia di un gior­na­li­smo asser­vito è parte inte­grante della più grave que­stione all’ordine del giorno, quella del pro­li­fe­rare delle caste e della cor­ru­zione in esse dilagante.

La scuola è una «grande» opera Fonte: Il Manifesto | Autore: Alba Sasso*

Per chi suona la campanella. La «sorpresa» di Renzi-Giannini non può calcare le orme delle troppe «rivoluzioni» fallite negli ultimi decenni. Investire nell’istruzione, non solo «riformarla», è la chiave del futuroSono con­vinta che le poli­ti­che dell’istruzione non pos­sano essere sle­gate da un pro­getto di svi­luppo eco­no­mico, cul­tu­rale e civile com­ples­sivo del paese, da una rifles­sione sui modelli cul­tu­rali, sulle forme odierne di pro­du­zione e dif­fu­sione del sapere, sulla neces­sità di intro­durre nella scuola sapere tec­no­lo­gico — che è rifles­sione pra­tica e teo­rica sugli stru­menti tec­no­lo­gici, esplo­ra­zione di un modello pos­si­bile di cono­scenza -, sul fatto che la scuola debba diven­tare sem­pre di più una fine­stra aperta sul mondo (del lavoro e non solo).

SCUOLA E PAESE DESTINI INCROCIATI

Insomma che esse deb­bano fon­darsi su una idea di società e su un’idea di futuro, pro­prio per­ché una riforma del «sistema scuola» pro­duce i suoi effetti in tempi lun­ghi. Altri­menti ci si affi­derà di volta in volta alla tro­vata pro­po­sta come geniale e sal­vi­fica, che poi risul­terà insieme pre­ten­ziosa quanto inef­fi­cace, sem­pli­ce­mente inu­tile: dai tablet, al regi­stro elet­tro­nico, (e la banda larga?), alle ridi­cole «tre i», alle pre­oc­cu­panti recenti pro­po­ste di ridu­zione dell’ultimo anno delle supe­riori (senza alcuna moti­va­zione cul­tu­rale e didattica).

In que­sti ultimi anni la scuola, e in qual­che modo anche l’università, hanno sof­ferto di disat­ten­zione sociale e cul­tu­rale. E se il «sistema scuola» ha retto, nono­stante tutto, lo si deve a quel popolo affa­ti­cato ma indo­mito di inse­gnanti, stu­denti, diri­genti, che con­ti­nua a lavo­rare con pas­sione, insomma a «cre­derci» , nono­stante il vuoto pneu­ma­tico che lo circonda.

Per­ciò tremo quando sento par­lare di «rivo­lu­zioni» in arrivo e mi auguro che la mini­stra Gian­nini abbia accen­tuato, all’ultimo mee­ting di Rimini, i carat­teri neo­li­be­ri­sti della pro­po­sta sulla scuola, forse spinta dal genius loci. Per­ché se tutto si ridu­cesse alla vec­chia e ricor­rente pro­po­sta — chi ricorda Leti­zia Moratti? — «meri­to­cra­zia e aper­tura ai pri­vati», come tito­lava ieri l’altro la Repub­blica, dav­vero non avremmo affron­tato nes­suno dei pro­blemi veri della scuola. E soprat­tutto ver­remmo meno a quel det­tato costi­tu­zio­nale che affida alla Repub­blica il com­pito di garan­tire diritti e libertà anche e soprat­tutto su que­sto terreno.

Mi chiedo anche per­ché in que­sto paese riforme, o cam­bia­menti del «sistema scuola» — un mondo che coin­volge circa 10 milioni di per­sone — devono sem­pre essere calati dall’alto e con la logica del «vi stu­pi­remo con effetti spe­ciali». Pos­si­bile che non si possa fare un’ ana­lisi (che non deve ovvia­mente durare anni) dei punti di forza e di debo­lezza del sistema, magari ascol­tando i diretti pro­ta­go­ni­sti — in Fran­cia lo hanno fatto alcuni anni fa — per inter­ve­nire con mag­giore efficacia?

CHE SUC­CE­DERÀ IL 29 AGOSTO?

Nelle anti­ci­pa­zioni gior­na­li­sti­che di que­sti giorni alcune cose con­vin­cono: l’eliminazione del pre­ca­riato (penso che vogliano dire que­sto Gian­nini e Renzi quando par­lano di eli­mi­na­zione delle sup­plenze e lasciano intra­ve­dere l’inizio della sta­bi­liz­za­zione dei pre­cari) e la crea­zione di un «orga­nico fun­zio­nale», sup­porto neces­sa­rio e indi­spen­sa­bile per una vera auto­no­mia sco­la­stica: quella quota di inse­gnanti che pos­sono fare sup­plenze o sup­por­tare l’attività didat­tica per raf­for­zarla o arric­chirla. Per­ché le scuole siano in grado di affron­tare insieme il disa­gio e l’eccellenza. E per­ché la con­ti­nuità didat­tica torni ad essere la regola e non l’eccezione.
Ma que­sto vuol dire inve­stire seria­mente sugli inse­gnanti, tro­vare le risorse. Quelle che ad esem­pio il Mini­stero dell’Economia ha negato per la vicenda degli inse­gnanti eso­dati («quota 96»).

E ancora meglio se que­sto volesse dire che la sta­bi­liz­za­zione degli inse­gnanti pre­cari deve avve­nire su tutti i posti vacanti e dispo­ni­bili ( cosa che non è stata fatta negli ultimi anni). È dimo­strato tra l’altro che sta­bi­liz­zare i pre­cari non avrebbe costi molto supe­riori rispetto al man­te­nerli pre­cari, licen­zian­doli e giu­gno e rias­su­men­doli a settembre.

Ma anche per que­sto ci vuole un inve­sti­mento serio e una poli­tica meno con­trad­dit­to­ria e ondi­vaga come quella degli ultimi anni sia per il reclu­ta­mento, (ripri­stino dei con­corsi dopo aver chiuso le scuole di spe­cia­liz­za­zione e crea­zione del tiro­ci­nio for­ma­tivo attivo che ne è la brutta copia), sia per la for­ma­zione in ser­vi­zio che, curio­sa­mente, non esi­ste più da anni in un mestiere che richiede, soprat­tutto oggi, una for­ma­zione e un aggior­na­mento continui.

Infine, la valu­ta­zione. Ben venga se serve a moni­to­rare il sistema, ad indi­care i punti di sof­fe­renza e quelli di forza. Ma non se, come spesso capita, viene bran­dita come un’arma per distin­guere i buoni dai cat­tivi e ten­tare di intro­durre nuove dif­fe­ren­zia­zioni sala­riali, ma sem­pre al ribasso. Mi pare vadano in que­sta logica le ultime pro­po­ste sulla car­riera degli inse­gnanti. Vec­chio man­tra che non risolve il pro­blema della qua­lità del sistema. Men­tre, e anche que­sto è dimo­strato, le scuole che hanno migliori risul­tati sono quelle in cui fun­ziona la coo­pe­ra­zione e il lavoro collettivo.

LA NECES­SITÀ DEL CAMBIAMENTO

È inne­ga­bile: il «sistema scuola» in Ita­lia ha biso­gno di cam­bia­menti pro­fondi. E per­ciò occorre met­tere a fon­da­mento di ogni pro­po­sta l’idea che l’istruzione non è un costo ma un inve­sti­mento deci­sivo e lun­gi­mi­rante. Infine, ogni pro­fonda e seria pro­po­sta di cam­bia­mento non può essere fatta a colpi di decreto, ma deve nascere dall’incontro e dal con­fronto tra tutte quelle risorse e quelle intel­li­genze che sono patri­mo­nio della scuola ita­liana, inse­gnanti e stu­denti in primo luogo. Negli anni ’90 l’allora mini­stro Mat­ta­rella con­vocò gli «Stati gene­rali della scuola» e la stessa Moratti tentò qual­cosa di ana­logo prima di pre­sen­tare la sua riforma.

Met­te­rei da parte l’idea di grandi e pic­cole inge­gne­rie isti­tu­zio­nali (anni in più o in meno) a van­tag­gio di leggi di prin­ci­pio, che garan­ti­scano il carat­tere nazio­nale e uni­ta­rio del sistema, anche alla luce delle norme costi­tu­zio­nali sull’autonomia e ruolo degli enti locali. Riflet­tendo anche sulla pro­po­sta di modi­fi­che al titolo V della Costi­tu­zione nella con­vin­zione che, come dice Bene­detto Ver­tec­chi ne La scuola disfatta: «L’educazione sco­la­stica costi­tui­sce un fat­tore posi­tivo nella sto­ria dei popoli quando si fonda sul pre­sup­po­sto uto­pi­stico che sia pos­si­bile rea­liz­zare ciò che non è».

Oggi c’è biso­gno di più scuola, di più sapere per tutte e tutti. Per navi­gare e non nau­fra­gare in soli­tu­dine nel mare di infor­ma­zioni a cui ognuna e ognuno può acce­dere. Dob­biamo dav­vero ras­se­gnarci a pen­sare che la scuola sia un luogo da attra­ver­sare sbri­ga­ti­va­mente, un po’ di inglese, un po’ di infor­ma­tica, l’Università un esa­mi­fi­cio. Oppure si tratta di garan­tire quella coscienza cri­tica e quella capa­cità di appren­dere e di orien­tarsi nel mondo, e soprat­tutto di aggior­nare le pro­prie cono­scenze nel corso della pro­pria vita, indi­spen­sa­bili per evi­tare esclu­sione e mar­gi­na­liz­za­zione? Non è pos­si­bile che si con­ti­nuino a pian­gere lacrime di coc­co­drillo sulla dimi­nu­zione delle imma­tri­co­la­zioni all’Università, e non si fac­cia una rifles­sione molto ma molto seria sul numero chiuso e sulla neces­sità di aumen­tare le risorse per il diritto allo studio.

Per­ché dob­biamo far cre­scere il numero dei lau­reati, non rin­chiu­derci nel for­tino delle «5 migliori università».

CAM­BIARE VERSO SI PUÒ

E allora dob­biamo dav­vero «cam­biar verso». Per­ché le poli­ti­che sco­la­sti­che degli ultimi, ormai decenni, sono state tutte all’insegna della ridu­zione e del rispar­mio. Una scuola minima che non ha risorse per tutte e tutti e che fini­sce con l’essere, come diceva don Milani, un ospe­dale che cura i sani ed espelle i malati.

Rico­min­ciamo allora a par­lare di gene­ra­liz­za­zione della scuola dell’infanzia – è in quella fascia di età che si pos­sono supe­rare i gap cul­tu­rali di par­tenza tra bam­bine e bam­bini ed è esten­dendo la scuola dell’infanzia sta­tale che si pos­sono garan­tire uguali diritti a bam­bine e bam­bini su tutto il ter­ri­to­rio nazionale.

E cer­chiamo di ripa­rare i danni che la cosid­detta «riforma Gel­mini» ha pro­vo­cato nella scuola ele­men­tare — sem­pre nella logica del rispar­mio — scom­pa­gi­nando un modello con­so­li­dato, otti­ma­mente valu­tato nelle clas­si­fi­che inter­na­zio­nali, quello del team di inse­gnanti, e lasciando l’organizzazione didat­tica al caso e alla buona volontà degli insegnanti.

Ripren­diamo a par­lare di con­ti­nuità cur­ri­co­lare fra scuola ele­men­tare e scuola media, di pari qua­lità dei per­corsi della secon­da­ria. Di inter­venti per con­tra­stare la disper­sione sco­la­stica, anche a par­tire dalla con­sa­pe­vo­lezza che i paesi che meglio stanno resi­stendo alla crisi sono quelli che sul ter­reno della for­ma­zione hanno allar­gato la pla­tea degli aventi diritto.

In Puglia, ad esem­pio, il pro­getto «Diritti a scuola» rea­liz­zato dalla Regione per con­tra­stare la disper­sione ha otte­nuto ottimi risul­tati, cer­ti­fi­cati anche dalle rile­va­zioni Ocse Pisa. Sem­pli­ce­mente facendo lavo­rare nella scuola gio­vani pre­cari in fun­zione di sup­porto — circa 6.500 in 4 anni — aumen­tando il tempo scuola per bam­bini e ragazzi e impe­gnando signi­fi­ca­tive risorse. Di misure sem­plici per garan­tire momenti di ascolto e di soste­gno per stu­denti e fami­glie, come gli spor­telli psi­co­lo­gici finan­ziati da molti enti locali.

Ripren­diamo il ragio­na­mento sull’aumento dell’obbligo sco­la­stico fino a diciotto anni, sul nodo della qua­lità e dell’efficacia dei per­corsi di qua­li­fica trien­nale, sulla crea­zione di un vero e pro­prio sistema di for­ma­zione degli adulti. Par­liamo di un rap­porto serio e signi­fi­ca­tivo tra scuola e mondo del lavoro, a par­tire dalla con­vin­zione che è il sapere a pro­durre van­tag­gio eco­no­mico, sociale e civile e dalla capa­cità di creare col­le­ga­menti e siner­gie tra istru­zione, for­ma­zione e lavoro , anche e soprat­tutto attra­verso incen­tivi alla ricerca e all’innovazione rivolti alle imprese. Per­ché chi più innova, più crea lavoro.

E soprat­tutto eli­mi­niamo il pre­ca­riato e rico­no­sciamo alle e agli inse­gnanti il valore della loro fun­zione. «Paga­teli come mini­stri», scrisse anni fa Nata­lia Gin­sburg su Repub­blica.

Per fare tutto que­sto deve essere com­piuta una scelta decisa sulla desti­na­zione delle risorse pub­bli­che. Mi pare che sulle mace­rie degli ultimi anni, anche in que­sto campo, si debba aspi­rare ad una vera tra­sfor­ma­zione, in una linea di decisa discontinuità.

Ci vogliono risorse straor­di­na­rie. La scuola è «una grande opera».

* Asses­sora scuola, uni­ver­sità, for­ma­zione pro­fes­sio­nale e diritto allo stu­dio della regione Puglia